Calogero e la rivoluzione proletaria di Jaipur


Per andare a Jaipur, la ''citta’ rosa'' che sta diventano grigia per via del boom edilizio, ho viaggiato in prima classe. Purtroppo, non avendo prenotato in tempo il treno, ho trovato solo posto della ‘’executive’’, un salasso da 900 rupie, ma meritate. I sedili sono spaziosi, ti danno i quotidiani in inglese, cibo a volonta’, perfino le pagnottine calde e il gelato. Devo dire che le ferrovie indiane, eredita’degli inglesi, non sono poi cosi’ male, almeno per quanto riguarda i treni Shatabdi e Rajdhani. Il servizio e’ eccellente. Mi si puo’ obiettare che in Cina vanno gia’ a 450 all’ora, mentre qui per andare a Jaipur (258 km) sono pur sempre circa 5 ore. Ma per l’India vera, non quella dei rapporto di Goldman Sachs, secondo me e’ gia’una conquista.

A Jaipur vive il mio amico Calogero Dolcemascolo, un orafo siciliano che lavora al Gem Palace (l’ex gioielliere dei maharaja’) e che arriva dalla scuola di Valenza. E’ da molti anni in India, ma con il paese ha un rapporto di odio amore, alcune volte sembra mandare affanculo tutti, ma altre volte lo vedi distribuire pacche sulla spalla a destra e manca. Eravamo su un riscio’ a pedali e c’era una piccola salita. Ha visto che il pedalatore faticava, e’ sceso e siamo andati a piedi fino a quanto la strada e’ tornata in piano. Sulla politica italiana e’ ferratissimo, e' un socialista all'antica maniera e quasi sempre pronto a incazzarsi per malaffare, mafia e quant’altro non va in Italia. Anzi, sembra che non abbia mai abbandonato l’Italia. Penso passi delle ore su internet a leggere notizie e a guardare You Tube.

Mentre mi faceva un pesce alla marinara, un qualcosa simile al pescespada, mi ha citato Giordano Bruno sulle menzogne in cui e’ tenuta l’umanita’, fatto sentire l’Internazionale Socialista eseguita dall’ Armata Rossa, poi la Marsigliese in una famosa scena del film Casablanca (dove si e’ addirittura commosso) e una serie di canzoni dei socialisti anarchici dell’ Ottocento, che in effetti sembrano fatte per oggi, tipo ‘’Il canto dei Malfattori’’ (1891). Poi mi ha parlato della Comune di Parigi. ‘’Due mesi e’durata, due mesi, soltanto!! Ha urlato con accento siciliano mentre mi serviva il pesce, mai mangiato un piatto cosi’squisito. E poi guardando fuori dalla finestra, dove c’erano dei pedalatori di riscio’ rincara: ‘’vedrai anche questi qui prima o poi si ribelleranno!’’

Se in India ci sara’ una rivoluzione partira’ da Jaipur…

Nepal, gioie e dolori del trekking fai da te


Da oltre un anno il Nepal ha introdotto una sorta di ‘’tesserino dell’escursionista’’ o TIMS card, dove Tims sta per Trekkers Information Management System. Ebbene si’, nell’era digitale anche la cosa piu’ elementare di questo mondo come camminare in montagna diventa parecchio complicata oltre che costosa. La tessera costa 20 dollari per i trekkers ‘fai da te’, ma scende a 10 dollari per i gruppi organizzati.

Quando sono arrivata a Kathmandu, l’altra setttimana, non ci potevo credere che un paese come il Nepal, sull’orlo della bancarotta e con enormi problemi politici, avesse avuto una tale pensata. Mi viene in mente l’India, dove oltre 600 milioni avranno presto una carta di identita’ elettronica, ma sono costretti a defecare all’aperto perche’ non hanno i servizi igienici. Lo scopo della Tims e’ sensato perche’ permette di avere informazioni sui turisti presenti in una certa area in caso di calamita’ o incidenti. Certo, bisogna vedere poi se qualcuno mette i dati e la foto in un computer collegato con altri computer. Cosa che dubito. Saro’ sospettosa, ma a me sembra piu’ un modo per spennare ulteriormente il povero escursionista straniero. Non si spiega, per esempio, perche’ i diplomatici e i residenti in Nepal sono esclusi…

Io comunque mi sono rifiutata di comprare sia la tessera che il permesso per entrare nel parco dell’Annapurna (i cui confini sembrano espandersi a vista d’occhio con l’arrivo della stagione turistica). Il risultato e’ che l’ufficio turistico di Pokhara dove sono andata a chiedere informazioni per i ‘’free trekking’’ mi ha preso a pesci in faccia. Dopo lunga insistenza, una bella ragazza con i capelli alla valentina mi ha mostrato un elenco di localita’ ‘’gratuite’’ nella vallata, ma nulla di piu’. Niente soldi, niente cammello, come si dice. Quindi sono partita per il ‘’Royal Trekking’’, detto cosi’ perche’ l’aveva fatto il principe Carlo negli anni Ottanta (c’e’ una foto nell’hotel Fish Tail Lodge sul lago), ma da allora caduto in un misterioso oblio. A tal punto che non ho trovato mappe o indicazioni. Ogni volta provavo a chiedere qualcosa la risposta era: “25 dollari al giorno per la guida’’ ancor prima che aprissi bocca.

Insomma e’ chiaro che la mafietta delle agenzie, tour operator, hotel. tassisti e negozi di equipaggiamento, mal sopporta chi va a camminare per i fatti suoi. E’ comprensibile. ‘’Questa povera gente vive solo di turismo, guardati intorno..cosa c’e’ d’altro in Nepal se non queste montagne’’ mi faceva notare un amico incontrato per caso in un internet café’. Vero. Spero solo che tutto questo denaro – Pokhara e’ strapiena di turisti adesso – vada a buon fine, ovvero per la natura e la conservazione dell’Annapurna.

Per quanto riguarda il Royal Trekking (detto anche Annapurna Skyline), in parte e’ stato asfaltato, e quindi ci passava la corriera ogni mezzora. La seconda parte invece e’ ancora, per fortuna (mia, ma non degli abitanti) vergine. Il ‘fai da te’ e’ stato tutto sommato divertente. Senza mappa, segnali e guide, e’ stata una avventura nel vero senso della parola. In tre giorni non ho incontrato nessun altro escursionista, solo contadine con enormi fasci di erba sulla schiena, pastori con greggi di capre,orde di bambini che mi chiedevano ‘’sweets’’ e ragazzi che costruivano delle enormi altalene come e’ tradizione per la festa di Dashain (Dusseira come la chiamano in India). Dopo essermi persa, una sera, sono finita in un villaggio, Shyaklung, che sembrava uscito dal pennello di Claude Monet tanto era perfetto con le capanne dal tetto di paglia, le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, le caprette, una famiglia di anatroccoli, il bufalo nella stalla. E poi fiori ovunque, farfalle, aranceti e bananeti. Una famiglia di un ex militare dell’esercito indiano con un figlio in Giappone e l’altro a Dubai, mi ha affittato una stanza della sua casa dove per terra c’erano delle macine di pietra con tracce fresche di farina. L’intera abitazione sembrava costruita apposta per un museo di etnografia sulla vita contadina. La cucina con il focolare in un angolo per terra, mastelli per fare il burro e altri utensili che secondo me valgono una fortuna da noi. Un gabinetto fuori in giardino, niente lavandino o doccia. Anche perche’ non c’e’ acqua corrente. La si va a prendere con i secchi alla fontana del villaggio. Al posto del pavimento ci sono le stuoie. Anche se c’e’ la corrente elettrica e’ il sole a scandire la giornata.

Alle 19.30 ero gia’ sulla branda durissima nella completa oscurita’ quando e’ successa una cosa surreale. Della disco music ad alto volume proveniva da una capanna a valle. E’ andata avanti per una mezzoretta interrotta da una voce maschile che giocava a fare il deejay. Il mattino dopo il capofamiglia mi ha spiegato che era lo ‘’scapolo’’ del paese che di recente si era comprato un impianto stereo con karaoke….

Calcutta, le merendine Bauli vicino a Madre Teresa

Ad agosto ero andata a Calcutta per il centenario della Madre Teresa, evento che ha avuto molta piu’eco nel mondo che in India. Vicino alla Mother House, dove sulla porta di ingresso c’e’ancora e’ rimasto l’indicazione ‘’mother in’’, e’ comparso un negozio di santini, penso l’ unico in cui si possono acquistare souvenir della beata suora albanese.

Ma ad attirare la mia attenzione non non sono state le statuette della Madre, ma la vetrina accanto e in particolare un manifestino che pubblicizzava un croissante della Bauli alla cioccolata e alla ciliegia. Mi precipito dentro come se fossi stata colta da una folgorazione divina e chiedo di vedere i croissante. Non mi ricordavo bene, ma la confezione mi sembrava la stessa che in Italia, solo che dietro c’era scritto che era prodotto da Dream Bake Private Limited, in Howrah, a Calcutta, ‘’under licence, technical know-how and exclusive recipe from Bauli, Spa, Verona, Italy.

Ne compro uno al cioccolato (30 rupie) e esco furtiva, come se avessi comprato del cobalto radioattivo. Sul marciapiede lo ingollo in due bocconi. E’ fresco e buono. Rientro e mi riempo la borsa, poi non contenta fotografo pure la vetrina.
L’episodio va collegato a parecchi anni fa quando davanti al Meridian hotel di Delhi per caso incontrai il signor Alberto Bauli, il patron dei panettoni, che era venuto per esplorare il mercato ed era quindi appena uscito da una delle conferenze dedicate a illustrare le opportunita’ dell’ India. Mi chiese se abitavo a Delhi e poi , con l ‘aria di chi non aveva ancora afferrato qualcosa, mi domando’ serio: ‘’ma diciamo, se io volessi portare le mie merendine, dove e’che si vendono?’’. Allora non erano ancora arrivati gli shopping mall e quindi gli risposi che non c‘erano supermercati, che sapessi solo uno, lo storico Modern Bazar a Vasant Lokh.

Non so poi che fine abbia fatto e se mai abbia concluso qualcosa. Magari le merendine di Calcutta sono contraffatte, oppure qualche missionaria di Madre Teresa ha fatto qualche business con la famosa industria dolciaria di Verona. Le cerco ancora, ma non le ho mai piu’trovate.

Giochi del Commonwealth, India vince al tiro al bersaglio


Siccome a me piace fare la bastian contraria ho deciso di non unirmi al coro di chi spara a zero sui Giochi del Commonwealth che inizieranno il 3 ottobre a New Delhi. Da diverse settimane la stampa e la televisione indiana (e ora anche quella anglosassone) non fa altro che parlare di corruzione, impianti costruiti male o in ritardo, larve di zanzare infette dalla dengue, bagni pieni di escrementi e cani randagi che dormoni sui letti destinati agli atleti. Ogni giorno c’e’ qualcosa che non va. Il che e’ vero, certo, pero’ secondo me si esagera con il tiro al bersaglio. La tigre Sheera, la mascotte, viene immancabilmente raffigurata piena di cerotti oppure con un badile in mano. I giornali oggi parlavano di ‘’Giochi della vergogna’’. Oggi sono andata a vedere la passerella crollata ieri e ho scoperto che in realta’ l’intero parcheggio dello stadio Jawaharlal Nehru e’ ancora devastato dai lavori (vedi foto s sinistra). Gli stranieri sghignazzano solo a sentire parlare di stadi ‘’world class’’ che poi perdono i pezzi come e’ successo oggi al palazzetto del sollevamento pesi. Tra le minacce di attentati terroristici, la dengue e febbre suina, le passerelle pedonali che crollano e la sicurezza che fa acqua (non solo per il monsone che continua indefesso ad allagare la citta’), sembra ormai che solo un miracolo possa salvare i Giochi. Gli alberghi sono deserti, diversi campioni hanno dato forfait e la gente di Delhi, quella che se lo puo’ permettere, che se ne andra’ in vacanza nella settimana delle gare per evitare il caos nelle strade. Manco la regina Elisabetta viene a inaugurare l’evento.
Una cosa del genere in Cina non sarebbe mai avvenuta. Non mi si venga a dire che i cinesi sono svizzeri o tedeschi nella puntualita’ o organizzazione. E’ solo che non hanno una stampa libera e che non si ‘’usa’’ criticare i governanti. Nessuno avrebbe mai osato minimamente dire qualcosa contro le olimpiadi di Pechino del 2008. Non c’ero, ma e’ stato davvero tutto perfetto oppure semplicemente non c’erano giornalisti a documentare le tegole cadute?

Ebbene si’, mi sono beccata la febbre dengue

Come molti, anche tra i miei connazionali, quest’anno mi sono beccata la dengue. Pare sia una piaga mondiale, io onestamente non ne avevo mai sentito parlare prima di venire in India. E anche qui, nonostante gli allarmi, me ne sono sempre fregata altamente. Mentre ero febbricitante ho disperatamente cercato di risalire alla zanzara infame che mi ha trasmesso l’infezione. Boh. L’incubazione e’ dai 4 ai 10 giorni, dicono. A Calcutta dove ero stata una settimana prima? Tra le giacenze di frutta marcia del supermercato Reliance Fresh? Una sera in un giardino di una ricca casa del quartiere diplomatico considerato l’epicentro della dengue a Delhi (chissa’ che ci fanno dentro le ambasciate…)? O forse davanti all’aquitrino di Nehru Park dove una volta mi sono fermata a fare gli stiramenti? Boh. Quest’anno e’ stato record per i monsoni, vedi inondazioni in Pakistan e ho l’armadio che puzza di muffa come non avveniva da anni. Il decorso della malattia, una decina di giorni, e’ stata una via crucis con l’ossessione quotidiana del verdetto delle piastrine che arrivava dopo le 19 con i risultati del prelievo del sangue al mattino. L’ultimo ‘’effetto speciale’’ e’ stata un’ orticaria pruriginosa da incubo sulle palme delle mani, come se mi avessero pizzicato mille zanzare…incredible dengue e incredible India.

OSHO/3 Alla sera c'e' la mega disco, ma manca alcol e sesso

A che serve il test dell'Aids che mi hanno fatto?

Il piatto forte della giornata da Osho e’ al tardo pomeriggio quando avviene l’Osho Evening Meeting, ‘’una opportunita’ unica per ‘’sperimentare la ‘’consapevolezza senza sforzo’’, l’essenza dell’esperienza della meditazione’’ (cito sempre dal libretto delle istruzioni). La bonanima di Osho stesso ha detto che ‘’e’ una grande opportunita’ per entrare nello spazio interiore. In questo incontro, sperimenti qualcosa di cui nessuno e’ in grado di dare una definizione. E' il culmine di tutta la giornata di lavoro, di meditazione o di gruppi''. Onestamente pensavo che fosse a questo punto che in qualche modo venisse fuori la questione del sesso. Sapevo - ma per sentito dire - che il sesso era una delle pratiche della filosofia oshiana. La nomea dell'ashram era quindi di un posto in cui ''si becca'', almeno tra i miei amici maschi. Il test obbligatorio dell'Aids in effetti farebbe credere certe cose. Perche' non fanno invece il controllo per l'influenza dei polli? Ammetto che anch'io avevo delle aspettative in materia, ero davvero curiosa di capire come (e con chi)avveniva la cosa. Evidentemente la terapia sessuale e' riservata solo ai corsi avanzati, perche' nel mio programma non c'era nulla di simile. Anzi, diro' di piu', risulta decisamente difficile per una nuova arrivata attaccare bottone con qualcuno. I sanyasi non sono di molte parole soprattutto se non ti conoscono. Ma penso sia normale per ogni setta. Probabilmente ho sbagliato stagione, adesso c'e' poca gente, o forse il punto di incontro e' la jacuzzi vicino alla piscina, dove io non sono andata, perche' non avevo il costume omologato bordeaux.
Alla meditazione serale, la musica era decisamente meglio. Molto piu' rockeggiante. C'era una band live, molto bravi, e luci stroboscopiche. Il piramidone sembrava una mega discoteca, peccato che mancavano pero' il bar e i divanetti. Piu' o meno ogni 10 minuti, tutti urlavano OSHOOOOO, con le mani alzate. Quando cessa la musica si urla ancora Osho per tre volte di seguito e poi ci si sdraia. Quindi c'e' una sessione di relax, un'altra cosa che non ho ben capito e un momento in cui si devono pronunciare ''parole senza senso''. Quindi si arriva al clou. Cala il megaschermo e compare Osho stesso con solito il berrettino di lana. Una voce annuncia di quale discorso si tratta (come a Messa per i brani dei vangeli). Inizia parlando della politica americana (cita Reagan parecchie volte), poi si lancia in virulenti attacchi contro l'imperialismo degli Stati Uniti sostenuto dalla chiesa cristiana. Condisce il discorso di aneddoti e a volte barzellette. Parla dell'assurdita' del traffico cittadino, di gente che si arrabbia con l'automobilista davanti a lui che e' fermo in coda e non capisce che sono tutti nella stessa sventura. Penso alle sue Roll Royces e mi verrebbe da mandarlo a quel paese e alzarmi. Ma resisto. Parla a braccio di diversi soggetti, e' un buon oratore, e sa come tenere l'attenzione perche' spesso fa battute. Si sente ridere la gente nel video e ridono anche i sanyasi. La barzelletta con coi termina e' un po' da osteria. La solita storiella di corna, decisamente maschilista. Ma va bene. Quello che invece non ho tollerato, anzi mi sono anche incazzata, sono le assurde restrizioni sui tappetini ''consentiti'' nell'auditorium piramide. Siccome io non avevo il tappetino omologato (che si compra con i coupon nella ''boutique Zorba'', penso sia Zorba il greco), avevo preso da casa un lenzuolo bianco, ma con disegni neri. Dopo avermi fatta perquisire all'ingresso, un super kapo' sanyasi mi ha rispedito nello spogliatoio, perche' ''erano ammessi solo scialli e solo scialli bianchi''. Meno male poi che nella piramide ci sono delle sedie contro il muro al fondo in cui ''e' ammesso'' stare per chi non vuole sdraiarsi sul marmo tombale. Nota finale: dopo la meditazione, in abiti normali (dopo e' permesso) sono andata alla mensa insieme ai compagni sanyasi come al solito in silenzio - Per inciso, ho scoperto poi che restare in silenzio nell'ashram e' a volte parte del programma e che nella boutique Zorba si puo' comprare anche la relativa spilletta ''dont talk to me, I am in meditation -. Insomma il super kapo sanyasi, anche lui in ''borghese'' si stava fumando una sigaretta dietro un cespuglio, non so se quello era l'angolo fumatori, ma mi ha guardato come se lo avessi beccato con le dita nella marmellata....(fine).

OSHO/2 Dentro la piramide di marmo nero


Il programma del pomeriggio prevedeva diverse sessioni di meditazione dalla durata di un’ora. C’era la ‘’Silent Sitting Meditation’’, che ho escluso subito, e altre che invece comprendevano attivita’ piu’ motorie, diciamo. La ‘’Osho Mahamundra’’, per esempio, consisteva in 30 minuti in piedi, 20 in ginocchio con le mani alzate e dieci sdraiati. Le istruzioni dicevano: ‘’Stai in piedi con gli occhi chiusi, lasciando il corpo sciolto e rilassato: aspetta e coopera. Improvvisamente sentirai un impulso – se il corpo e’ rilassato – le energie sottili inizieranno a muoverlo fuori del tuo controllo: questo e’ Latithan’’. Ho pensato che questa era un po’ troppo avanzata per il mio esordio. Ho scartato anche la ‘’Osho Mandala’’ dove devi correre sul posto ‘’con le ginocchia piu’ in alto possibile’’ per 15 minuti ‘’dimenticando il corpo e la mente’’. Non so se ce l’avrei fatta cosi’ a lungo. Insomma, alla fine, tra mille esitazioni e un po’ di ansia ho scelto la ‘’Meditazione Osho Nataraj’’ che consisteva in 40 minuti di danza ‘’come se fossi posseduto’’, 20 minuti sdraiato immobile e in silenzio e altri 10 minuti in cui bisognava ‘’celebrare danzando’’.
La piramide dove si tengono le meditazioni e’ in altro settore rispetto all’entrata e al centro di informazione. E’ di marmo nero, decisamente tetra, tutto intorno c’e’ una fila di vetri opacizzati, non penso si possano aprire. Filtra poca luce, fuori piove. Per via dell’aria condizionata lo stanzone e’ gelido come una tomba a Ognissanti. Il pavimento, in granito verdastro scuro (per un’ora cerchero’ di ricordarmi il nome, ma non mi viene) e’ tirato a lucido. Un kapo’ sanyasi, con una cintura bianca sulla tonaca bordeaux, ordina a un mio compagno di rimuovere una borsa di plastica da un davanzale della pseudofinestra. Ovviamente siamo a piedi nudi e io sono sprovvista di tappetino. Le istruzioni dicono che ‘’gli occhi rimangono chiusi per tutta la meditazione’’, ma io non ci riesco. Mentre inizia la musica, tipo new age, quella che mettono nelle sale di aspetto degli aeroporti, sbircio intorno. Siamo una ventina, di tutte le eta’. Le ragazze hanno tuniche attillate, sicuramente su misura, non come il sacco di patate della mia. Noto che c’e’ una certa ricercatezza. Decisamente si muovono meglio dei maschi. La mia vicina piroetta su se stessa, un’altra dietro corre seguendo un misterioso tracciato. Ho paura che ci si scontri visto che (in teoria) siamo a occhi chiusi. All’inizio non ho proprio voglia di ballare, poi ci prendo gusto, per un po’ immagino di volare e poi di tuffarmi in acqua, da cui emergo con un salto e mi libro in cielo. Mi piace l’idea. Dopo un po’ mi stufo. Controllo l’orologio per vedere quanto manca. Finalmente scatta il gong e tutti si accasciano sul pavimento gelido. Siccome ero molto stanca e anche un po’ febbricitante per via di un ascesso al dente, penso di essermi addormentata…Al gong mi sveglio indolenzita e congelata. Gli ultimi dieci minuti di danza sono un po’ svogliata. All fine, tutti se ne vanno, in assoluto silenzio, come automi. Ma come? Dopo aver condiviso un tale turbinio di energie, neppure un grazie, ‘’e’ stato bello’’, nulla. Alcuni mi sembravano molto tristi, altri amorfi. Sicuramente non socievoli. In due giorni di ashram non ho parlato con nessuno…
La tanto declamata piscina, di cui gli amici mi avevano parlato, e' a forma di S, non va molto bene per nuotare, e' piuttosto da relax. Ma non c'era nessuno, forse perche’ pioveva, ho scoperto che a Pune fa molto piu’ freddo che a New Delhi. L’ingresso non era pero’ compreso nel daily pass, ma era a parte (150 rupie) e ci voleva il costume bordeaux da comprare nella boutique di Osho, con i famosi buoni. Ho rimunciato e ho optato per una passeggiata nel giardino. Pur sapendo che le foto sono vietate, di soppiatto ho fatto una foto a un angolo di piscina, con il terrore di essere sorpresa dalla kapo’ dell’ufficio stampa. Mi sarebbe piaciuto almeno avere una foto di me stessa conciata in quel modo. Ho chiesto al sanyasi addetto alla sicurezza (prima di entrare nella piramide c’e’ un body search accurato) se mi faceva uno scatto. ‘’Le foto sono assolutamente proibite’’ mi ha risposto seccamente. ‘’Ma non voglio farla all’ashram, ma a me stessa..’’ ho replicato. Stesso diniego. Dopo un paio di occhiatacce dai compagni sanyasi vicino ho desistito e me ne sono andata alla mensa.
(segue)

Osho/1 Pune, tra i compagni sanyasi

Era da un po’ di tempo che volevo visitare l’ashram di Osho a Pune. Finalmente ho trovato il tempo, ma ne sono uscita abbastanza delusa e anche un po’ arrabbiata per quello che, secondo me, è diventato un business della new age. Una Las Vegas della meditazione, con un pizzico di intolleranza fascistoide. Che io sia assolutamente incapace di percepire dimensioni al di fuori di quella del mio corpo e della mia mente, e’ ormai assodato. Sono stata abbracciata da Amma in Kerala, ho passato pomeriggi interi sotto l’albero di Buddha a Bodhgaya e nel tempio-palla-da-golf di Auroville, senza percepire neppure un barlume di spiritualità. Ma qui da Osho la sensazione e’ stata addirittura sgradevole. Molti sanyasi, che ho incontrato, come per esempio Dario (che ha un ristorante vicino all’ingresso dell’ashram) sono venuti qui per poco tempo e ci sono rimasti per anni. Dopo un giorno, io non ne potevo piu’. Questo e’il resoconto di un’esperienza che, tra l’altro, mi e’ costata anche parecchi soldi. Capisco ora perché ci sono così poche informazioni di prima mano su cosa succede dentro…


L’unica cosa che sapevo quando sono arrivata a Koregaon Park, polmone verde nell'inquinatissima Pune, e’ che nell’ashram bisognava vestirsi con un abito bordeaux di giorno e uno bianca alla sera. Quando ho visto sul marciapiede le bancarelle con le tuniche ho capito quindi che ero nei pressi del centro che ora si chiama ‘Osho Meditation Resort’. Trovare un posto da dormire nelle vicinanze non e’ stato facile. Dopo l’attentato alla German Bakery (ancora chiusa e con un muro sfondato dall’esplosione) mi hanno detto che ci sono stati controlli a tappeto e che quindi le guesthouse sono diventate clandestine. Io ho fermato una sanyasi (una discepola) che mi ha portato da una sua collega tedesca che lavora all’ashram e fa l’affittacamere. Prima mi ha detto che era ‘’tutto pieno’’, poi mi ha squadrato di nuovo, e mi ha detto che forse una stanza ce l’aveva…. Ha aperto l’appartamento di fianco e mi ha mostrato una camera, molto bella, con vista e un bagno grande. Insomma meglio di casa mia a Delhi. Prezzo 750 rupie, che va bene, ma non é proprio budget. Pagamento anticipato, fotocopia passaporto visto e ordini impartiti secchi, da tedesca, anche se ‘illuminata’.
Al ‘Resort’’ stanno facendo dei lavori. L’ingresso é coperto da un’impalcatura, si sentono dei martelli pnesumatici. Si entra dal welcoming center che é quello dei visitatori. Gli impiegati-sanyasi, in tunica bordeaux, mi hanno accolto con un sorriso, poi peró quando si sono accorti dal mio visto indiano che ero giornalista e che ero stata in Pakistan, hanno cambiato espressione. Mi hanno chiesto di accomodarmi mentre un tizio se ne andava con il mio passaporto a mostrarlo a chissà chi. Poi sono stata pregata di parlare per telefono con un’addetta stampa, che mi ha chiesto per ben tre volte, con tono non troppo amichevole, se ero lí per lavoro. ‘’No, non ti preoccupare, é una visita personale - ho ripetuto - ma se avete sconti per giornalisti li accetto ...oppure se mi fate pagare come gli indiani, visto che abito in India…’’. La battuta non é stata gradita. ‘Non facciamo sconti a nessuno e tu sei una straniera ’’ ha replicato seccamente la voce. La 'registration card' costa 1.550 rupie (per gli stranieri, 1.150 per i cittadini indiani) e comprende la ‘welcoming visit’ (che io ho perso perché sono arrivata 10 minuti in ritardo, manco ci fossero state le folle di visitatori, ero da sola..), il test dell’Aids e il day pass. La registrazione ha preso un po’ di tempo. Era da un bel po’ che non venivo così vivisezionata, addirittura hanno digitalizzato la mia firma. ‘Dopo la German Bakery…la sicurezza’’ mi hanno spiegato. Vero, non dimentichiamo che l’americano di origine pachistana David Hadley, che dicono essere uno degli ideatori dell’attentato di Mumbai, e’ venuto qui a fare una 'ricognizione', almeno cosí dicono. E non dimentichiamo che dicono pure che Osho ero uno della Cia (e anche avvelenato dalla Cia). Insomma c’é del losco, e io probabilmente con un passaporto pieno di visti pachistani appaio losca… Comunque adesso sanno tutto di me, anche che non sono sieropositiva.
Il test dell’Aids, in effetti, mi preoccupava un po’ e mi incuriosiva. Pensavo a un prelievo del sangue. Mi hanno portato in uno sgabuzzino dove un indiano in camice bianco ha aperto un kit, mi ha forato il dito medio, ha raccolto una goccia di sangue e l’ha messa su un tampone. Ho cercato di leggere la marca sulla busta, ma lui con un gesto veloce l’ha buttata via. ‘Volevo solo sapere che tipo di kit era, non l’avevo mai visto’ ho detto scusandomi. Per tutta risposta il tizio ha chiamato il kapò -sanyasi, gli ha riferito della mia richiesta e lui mi ha gettato un’occhiataccia. ‘Adesso vai a comprare i buoni’’ ha ordinato in stile nazista. Praticamente, qui al resort, come in tutti i resort, si paga anche l’aria che si respira: i buoni servono per comprare cibo, ingressi per la piscina, il costume obbligatorio bordeaux, i tappetini per la meditazione, ecc. Sono coupon da 100 rupie dove c’e’scritto ‘Contribution for Meditation Activities’. ‘Prendine per mille rupie, perché dovrai comprare le tuniche’’ mi dice il kapò. ‘Veramente la bordeaux ce l’ho gia…’’ replico timidamente e tiro fuori dalla borsa una palandrana comprata al mercato nero sul marciapiede per 200 rupie (meno 50 rupie che mi sono state rimborsate quando l’ho riportata indietro).
Con la tunica indosso e il day pass in tasca, a quel punto, mi hanno portato all’Information center dove ho scoperto che lavora la mia affittacamere tedesca. Ho avuto però la sensazione che non era troppo contenta di far sapere il suo business ai compagni sanyasi. Mi hanno fatto leggere due pagine di regolamento e dato un libretto di istruzione in italiano per i corsi di meditazione che mi sono letta davanti a un croissant al cioccolato comprato al Buddha Caffe’ circondata dagli impiegati sanyasi in pausa-caffe’ e da un pavone affamato che mi guardava minaccioso. (segue)

Quando Bhopal ti arriva nel piatto

Caso vuole che sulla corriera da Bhopal a Sanchi abbia incontrato niente meno che un rappresentante di pesticidi. Lupus in fabula, si direbbe. Devo riconoscere che gli incontri piu’ interessanti della mia vita li ho fatto sui bus locali, quelli dove sali e ti siedi dove vuoi e che non partono fino a quando tutto lo spazio non e' fisicamente occupato da persone e cose.
Satendra Singh Chauhan, direi sui 35 anni, lavora da tre per la Meghmani Organics LTD, una societa’ di pesticidi di Ahmedabad. E’ un ASM, che mi sono fatta spiegare vuol dire Area Sales Manager. Quando gli ho chiesto perche’ non gli passavano l’auto aziendale e lo costringevano a visitare i clienti in bus, ha iniziato una lunga serie di lamentele. I suoi superiori sono dei tirchi, risparmiano su tutto, lui ha portato il fatturato da zero a tot milioni di rupie e continuano a promettergli un’auto. Lui pero’ ha minacciato le dimissioni, ma non puo’ fare troppo il furbo perche’ non ha un titolo di studio, anche se dopo 12 anni di esperienza conosce a menadito tutti gli insetti, muffe, vermi insieme ai rispettivi veleni.
Abbiamo parlato della Union Carbide ed e’ venuto fuori che il manager americano Anderson ha pagato una somma strabiliante prima al governo locale per essere portato a Delhi e poi a Rajiv Gandhi (all’epoca premier) per lasciare l’India. Sono cose che sono uscite sulla stampa di recente quando si e’ riaperto il dibattito sulla fabbrica dopo una sentenza-beffa di un tribunale contro i responsabili della tragedia.
Inevitabilmente poi il discorso e’ caduto sull’ambiente. Mi ricordo quando in Piemonte non si poteva piu’ bere l’acqua perche’ c’era l’atrazina dentro i pozzi. Glielo raccontato. Lui ha obiettato che senza pesticidi non viene nulla e che quindi i contadini rischiano di morire di fame. ‘Ma c’e’davvero bisogno di spruzzare tanta roba?’’. ‘Tantissima’ e’ stata la risposta, con un certo senso di soddisfazione, visto che questa roba la vende lui. Poi guardando fuori dal finestrino mi ha fatto la lista. ‘Questi sono semi di soia, vanno spruzzati adesso…poi arriva il mais, idem per il basmati. Le banane invece le devono immergere in una sostanza chimica perche’ le raccolgono verdi, ma quando tu li compri devono essere mature. Idem i manghi. ‘Ma come, anche i manghi? Ma quelli vengono da soli’’ ho reagito. ‘Assolutamente no, non c’e nulla di quello che tu mangi che non sia ricoperto di veleno’’. Ma io i manghi li sbuccio…’ho replicato aggrappandomi disperatamente all’ultima speranza. Risposta: ‘fidati, ci lavoro, il pesticida penetra dentro. Se vuoi un consiglio, tutta la frutta e verdura che compri mettila in una bacinella d’acqua e lasciala per mezzora in modo che il veleno si diluisca…’’. Se lo dice uno di Bhopal…

Bhopal e il parco giochi della Union Carbide


Un trasloco, sfighe a catena e qualche problema di salute mi hanno tenuto lontano da Indie per un po’. Solo dopo le prime dieci ore di treno, in una appicicosa notte di monsone, mi e’ tornata la voglia di scattare e di raccontare.


La prima cosa che ti dicono quando vai a Bhopal, e’ di stare attenti a cosa si mangia e si beve. Certo dopo quello che e’ successo 26 anni fa e’ normale. Ammetto che dal primo momento che ho messo il piede fuori dal treno, le scene descritte nel libro di La Pierre di quella notte, mi sono presentate davanti. Diro’ una bestialita’, forse, ma la mia impressione e’ che - come sempre in India - anche questa mostruosa sciagura si e’ riassorbita nel flusso caotico di una citta’ che e’ devastata da un traffico assordante, cumuli di spazzatura, voragini in strada e un’umanita’ che ogni giorno cerca di sopravvivere, nulla di piu’. Certo anche Bhopal diventasse come Losanna (c’e anche un lago e delle collinette qui, l’accostamento e’ perfetto) il suo nome sara’ per sempre legato alla fuga di gas. Come a Seveso.
Appena arrivata sono andata alla fabbrica, che e’ a una ventina di minuti dal centro storico. E’ ancora una zona industriale, la via si chiama anche Union Carbide street, con pessimo gusto, direi, ed’e’costellata di slum. Sulla recinzione ci sono delle scritte dei gruppi di attivisti (gli unici che tengono duro) e poi c’e un murales con una statua di marmo raffigurante una donna e dei bambini, nell’atto di scappare, almeno ho capito io. Il monumento e’ sul marciapiede di fronte, vicino all’ingresso di un’altra fabbrica che non c’entra nulla. Per visitare l’impianto ci vuole un permesso del ‘Collector Office’, che, penso, sia il magistrato locale. Ho provato la tecnica del sono-una-turista-mi-sono-persa, ma non ha funzionato. Le guardie erano sgamate. Quindi ho seguito la trafila burocratica che mi ha portato in un ‘Gas Victims office’ che e’ una delle cose piu’ kafkiane che abbia mai visto. In un cunicolo, pieno zeppo di armadi di ferro arrugginiti e impolverati, nell’oscurita’, sui delle scrivanie ricoperte da tovaglie che sembravano state usate per anni un una trattoria di camionisti, c’erano due impiegati davanti allo schermo di un computer. Giocavano al solitario. Il mio arrivo li ha visibilmente disturbati. Io mi aspettavo una risposta, tipo, compili questo modulo e ritorno tra un mese. Invece no, anche se con un occhio al tappeto verde virtuale, si sono occupati della mia pratica. Nel frattempo mi sono guardata intorno. Negli armadi, allineato contro un muro fuligginoso e pieno di ragnatele, ci sono i nomi di 10 mila vittime. Alcuni faldoni strabordano. Evfidentemente l’ufficio, creato all’epoca’ e’ rimasto e ora funziona da ‘agenzia turistica’. Mi dicono che ogni giorno 2 o 3 persone chiedono di visitare il sito. Sono stupita. Propongo che li facciano pagare un obolo cosi’ da riparare la sedia di paglia sfondata come quella su cui sono seduta io e anche imbiancare l’ufficio. Si mettono a ridere, ma si vede che sono concentrati sul solitario. Ognuno ha un compito preciso, chi registra il mio nome, chi va a fare firmare il permesso dal ‘joint collector’, chi infine mi da la ricevuta. Mentre il collega si occupa di me, gli altri a turno ritornano a davanti al computer attratti come calamite dal gioco. Questo e’ paradossale, che lo fanno con intorno i morti della piu’ grande fuga di gas del mondo. Mi sembra di sentirla quasi la sofferenza uscire da quegli armadi.
La visita avviene dalle 4 alle 5, un omino con i capelli colorati di henne’ mi scorta. L’impianto e’ sorvegliato da 40 persone pagate dallo stato del Madhya Pradesh che e’ anche proprietario dei terreni. Lo avevo visto gia’ in tante foto, quindi non mi stupisco. Ma nono pensavo che fosse possibile andarci addirittura dentro, sotto il famoso tubo scoppiato. E’ tutto arrugginito, ma intatto. Sono stupita anche dall’erba e dalle piante intorno. Mi immaginavo uno scenario post nucleare, con la terra bruciata…c’erano anche mucche al pascolo, scoiattoli che si rincorrevano e uccellini. Uno scenario bucolico, quasi. A una cinquantina dimetri c’e lo slum. Un bambino con la faccia da monello sorpreso a giocare tra le tubature e le vasche abbandonate, viene riaccompagnato da una guardia alla madre che lo rimprovera. Evidentemente la fabbrica e’ il loro parco giochi. Si mette a piangere. ‘Non possono bere l’acqua, che arriva con le autocisterne da fuori’’mi spiega la mia guida quando gli chiedo se non hanno problemi. Hanno la scuola, assistenza medica e le casette mi sembrano ben messe. Ma perche’ continuano a stare qui, almeno perche’non recintate l’area? Silenzio. Ci penso un po’ su e mi viene in mente la gente che un giorno andando in bicicletta ho visto che viveva sul bordo della fogna nel quartiere di RK Puram, a Delhi, di fianco al mio quartiere. E’ la fogna dove scarica il mio bagno. Si’, domanda senza senso.

L'India misteriosa e il miracolo informatico

Tra le mie ultime sfighe c'e' quella del collasso del mio laptop, forse per i 46 gradi massimi che New Delhi ha toccato un pomeriggio o per le continue fluttuazioni della corrente elettrica. Il portatile, fatto per il mercato italiano, non ci e' abituato. Come, forse, non ci sono abituati gli speaker Ubs Logitech improvvisamente ammutoliti.
L'emergenza digitale mi ha fatto conoscere quello che e' uno dei piu' grandi misteri dell'India. Non i fachiri o il sesso tantrico, ma il boom informatico! Continuo infatti a non comprendere come l'India possa promuovere se stessa come paradiso dell'high-tech. Qualcuno me lo spieghi, per favore.
Se avessi una telecamera vorrei filmare il Service Center dell'HP dove ho portato il cadavere del mio laptop. Ho scoperto che e' a pochi passi da casa mia, ma non l'avevo mai notato. Pensavo fosse un rigattiere o quei posti dove si portano a macerare la carta. Non esiste insegna, ma solo una sbiadita fotocopia su un muro scrostato dove c'e' scritto SERVICE CENTER. Le vetrine sembrano abbandonate da secoli, i muri sporchi e le poltroncine bisunte. Manco la sala d'aspetto della stazione piu' povera dell'India e' ridotta a un simile degrado. Se ci si guarda bene intorno, si capisce che il centro e' nato in origine come Compaq. Poi deve essere successo qualcosa di tremendo. Il tizio alla reception sembra rinchiuso nel braccio della morte tanto e' depresso. Eppure di gente ne arrivava, ognuno con un laptop sotto braccio e tante aspettative come me.
Il responso e' arrivato dopo due giorni. Un ragazzo mi ha mostrato l'hard disk che aveva appena estratto su un bancone da calzolaio. ''Lo senti questo ronzio?''. Io ho fatto segno di si credendo che fosse la risposta giusta. ''E' danneggiato'' ha sentenziato il tecnico senza variare espressione facciale. Non volevo solidarieta', ma almeno due parole di condoglianze. Nulla.
Il giorno dopo ho affrontato il girone infernale di Nehru Place, una serie di palazzoni decadenti dove migliaia persone ogni giorno entrano e escono con ogni tipo di attrezzatura elettronica sulla testa, sulle spalle, in braccio e in mano. Se Dante l'avesse vista, avrebbe aggiunto Nehru Place all'elenco delle bolge magari confinandoci Bill Gates.
Lo show room Dell sembrava un mercato del pesce, quello HP invece va un po' meglio. Ed e' li che il mio nuovo desktop da cui scrivo e' stato portato via sulla testa di un facchino che come Pollicino ha segnato il suo tragitto con ampi sputi rosso-arancioni.
Visto che c'ero, a Nehru Place, sono andata anche a fare una capatina al service center della Logiteck. Trovarlo in fondo a un corridoio dove vendono programmi piratati come alal fiera del paese, e' gia' stata un'impresa. Entrarci sgomitando tra la gente che agita circuiti elettronici come fossero pagnotte, e' stato un miracolo. Il centro e' uno sgabuzzino buio, per giunta maleodorante, con un ''buco'' per ricevere i pezzi difettosi e l'altro per consegnare quelli riparati. Siccome ero gia' abbastanza incazzata, i miei speaker sono passati sopra le teste e finiti direttamente sul bancone pieno di computer che, secondo me, sono fatti con gli e-waste della periferia est di Delhi. Non erano guasti, il problema era il cavetto di collegamento. Ma come si fa a rompere un cavetto dopo un mese? L'unica risposta dal tecnico-robot e' stato: ''i cavi non sono in garanzia, non possiamo sostituirli''. Avanti un altro. E questo sarebbe il ''back office'' del mondo

Tagore, io l'ho scoperto solo in India

L'India ha deciso di dedicare il 2010 a celebrare Rabindranath Tagore, poeta e intellettuale bengalese, nonche' premio nobel per la letteratura nato nel 1861. Da quest'anno si celebra il 150esimo anniversario della nascita. Sono stata nella casa-museo di Tagore a Calcutta in un giorno in cui era allagata per il monsone. Mi ricordo ancora che ero stata costretta a prendere un riscio', gli ''uomini cavallo'' come ci sono ancora a Calcutta. C'era oltre mezzo metro d'acqua e mi sarei bagnata troppo. Sono state solo poche decine di metri fino davanti alla cancellata, ma mi rimarra' per sempre impresso il poveretto che mi ha guadato fino a un posto all'asciutto. A Santiniketan, la citta' d'origine, dove c'era l'ashram, non sono andata, e me ne pento.
Ho scoperto Tagore in India perche' non l'avevo mai studiato al liceo. Per caso una delle prime poesie che ho letto e' anche diventata la mia preferita:

LUNGO MOLTI ANNI
A GRANDE PREZZO
VIAGGIANDO ATTRAVERSO MOLTI PAESI
ANDAI A VEDERE ALTE MONTAGNE
ANDAI A VEDERE OCEANI
SOLTANTO NON VIDI
DALLO SCALINO DELLA MIA PORTA
LA GOCCIA DI RUGIADA SCONTILLANTE
SULLA SPIGA DI GRANO

Trappole per topi


Questa che si vede qui a fianco e’ una trappola per topi ‘Made in India’. E’ una gabbietta (ci sono diverse dimensioni a seconda della preda) con una porta a scatto collegata con una bacchetta a cui si attacca l’esca. Dall’altro lato c’e’ una porta per l’ ‘uscita’. Per catturare il topolino che si e’ intrufolato in cucina ieri sera rovinandomi la serata e’ bastato un pezzo di pane. I topi indiani non vanno a formaggio. Pero’ sono considerati ‘sacri’, almeno dicono. Una volta sono finita anche in un tempio dedicato ai topi a sud di Bikaner, una delle esperienze piu’ traumatiche della mia vita. In effetti, spesso nei negozi mi capita di vederne e nessuno sembra curarsene. Una volta ero al ministero degli esteri e ce n’era uno che faceva capolino dal condizionatore sopra l’impiegato. Nelle fogne si vedono quelli grossi, pelosi e neri, come i maiali che qui non hanno nulla delle rosee tenerezze a cui siamo abituati.
Non ho idea se esistano altre trappole per topi simili nel mondo. Anzi mi verrebbe voglia di fare una ricerca, potrebbe essere interessante anche se magari qualcuno lo ha gia’ fatto.
Comunque e’ abbastanza intrigante la gabbietta acchiappa topi. La domanda che viene spontanea e’: che se ne fa del topo dopo? La risposta l’ho trovata osservando un vicino che una volta e’ uscito di casa e ha liberato il topo in strada. Io non ho mai avuto il coraggio di aprire la porticina di uscita. Una volta ho chiesto aiuto al chowkidar (la guardia di quartiere). Oggi invece, andavo di fretta, e dopo aver spinto fuori la gabbietta me la sono dimenticata sotto il sole. Sono tornata dopo un paio di ore e il topo era stecchito.

Anche l'Onu si e' accorto che ci sono piu' telefoni che cessi

L'altra settimana i grandi pensatori delle Nazioni Unite sono venuti fuori con una notizia banale, ma mediaticamente forte. In India ci sono piu' telefonini che gabinetti. Bella scoperta. Io ci avevo fatto ben due anni fa un post (leggete qui) partendo pero' dal fatto che secondo me c'erano troppi cellulari. Loro dicono invece che ci sono pochi cessi e che bisogna farne di piu'. Come se fosse piu' facile fare una fognatura che comprare una scheda Sim. Propongo di importare qui le vecchie cabine telefoniche da noi obsolete e trasformarle in cessi con il telefono. Provocazione? Vediamo cosa dice il prossimo rapporto Onu...

Ultime notizie dal paese della Tata Nano

Ecco qualche notiziola degli ultimi giorni da questo paese che non finisce mai di stupire

Le Tata Nano stanno invadendo Delhi. Ebbene si’, a due anni dal commovente lancio della topolino che esaudira’ i sogni degli indiani, la Nano ha cominciato a occupare il suo (piccolo) posto nel mostruoso traffico della capitale. Piu’ o meno ogni volta che esco mi capita di vederne una. Segno che le consegne stanno avvenendo, anche se qualcuna ha preso fuoco appena uscita dal concessionario, ma questo e’ un dettaglio…Mentre andavo nella zona diplomatica in scooter, ieri, sono stata superata da una Nano gialla, ancora con i segni della ‘puja’ sul cofano e i sedili incellofanati. Come me, anche gli altri automobilisti curiosi la stavano osservando avidamente. Ho notato anche una certa reverenza. Nel senso che le e’ stata data la precedenza e si sono anche mantenuti a una certa distanza (non so se per via del rischio che prenda fuoco come e’ successo…). Secondo me la Nano, almeno per ora, gode di un certo rispetto nella giungla d’asfalto.

Fa caldo come non faceva da 50 anni ad aprile. E’ quello che ho letto sui giornali oggi mentre stoicamente mi imponevo di fare colazione fuori sotto il sole ‘primaverile’. E’ vero. Delhi ribolle a 42 gradi o piu’ a seconda di dove si misura la temperatura. Qualche grado in meno la notte. A me piace questo calore, non uso nemmeno l’aria condizionata, ma solo il ventilatore. L’unico problema e’ surriscaldamento del laptop che cerco di ridurre con del ghiaccio sintetico, rimasuglio di una vecchia borsa frigo che usavo per la Pasquetta. In citta’ e’ chizzata la vendita di angurie e anche purtroppo la frequenza delle interruzioni di corrente (che pero’ permettono al mio laptop di raffreddarsi).

Il flop del vettore con motore criogenico. L’altro giorno gli scienziati indiani hanno lanciato un razzo con un sistema di propulsione fatto da loro con tanta fatica perche’ non e’ facile reperire certa tecnologia con pochi soldi (e senza spie). Il ‘Cape Canaveral’’ indiano e’ un isola sulla Baia del Bengala. Avevo scritto una notizia e stavo seguendo la partenza in diretta sul canale CNN IBN. Il razzo era uno di quelli giganteschi e portava un grosso satellite per le comunicazioni, anche quello orgoglio della scienza indiana. Quando e’ partito ha lasciato dietro una enorme scia di fuoco e fumo. Dalla sala di Cape Canaveral tutti si sono alzati in piedi e hanno applaudito. Dopo un paio di minuti vedo pero’ che la scia di fumo in cielo prende una piega storta. La Tv inquadra gli scienziati chini sui computer. Qualcuno scrolla la testa, altri confabulano. La commentatrice televisiva ipotizza che ci puo’ essere un problema. Sotto le immagini compare una scritta BREAKING NEWS: TROUBLES? Tutti quanti, me compresa, tratteniamo il fiato. La scia e’ sempre piu’ storta. Uno scienziato parla di ‘deviazione’, poi subito dopo dice che ‘’e’ stato perso il controllo’’. A quel punto vado in panico. Dove cadra’? Un collega che mi chiama al telefono mi dice di guardare fuori dalla finestra…Intanto gli scienziati confermano di aver perso il controllo del razzo a causa del malfunzionamento di due motori. E poi annunciano che il test sara’ compiuto di nuovo tra anno!
Dopo parecchie ore scopro finalmente che il costoso razzo con il suo altrettanto costoso satellite e’ finito in mare. Immagino lo splash, spero non abbia centrato nulla. Immagino si trovi negli abissi dell’oceano con il suo decantato motore criogenico e le altre diavolerie elettroniche. Un tesoro negli abissi. Chissa’ se qualcuno lo andra’ a recuperare? Per i riciclatori di e-waste vale un fortuna. La stampa indiana naturalmente tace anche su quanti soldi sono stati buttati a mare.

Prove di asfalto. Con i giochi del Commonwealth, che saranno a ottobre. La citta’ e’ un inferno di cumuli di terra, macerie, cantieri edilizi e polvere, tipo quella vulcanica islandese, ma piu’ bassa. Una devastazione da cui solo un paese come l’India - dove tutto (ma proprio tutto) e’ possibile - puo’ venirne fuori. Qualcosa pero’ e’ gia’ cambiato. Da casa mia al Khan Market, noto posto di ritrovo per stranieri a sud Delhi, non ci sono quasi piu’ buche. Me ne sono accorta l’altro ieri quando mi sono stupita di come lo scooter filasse liscio sull’asfalto. Ovviamente, e lo sottolineo dieci volte, sto parlando della parte ricca di Sud Delhi, che non e’ nemmeno il 10 % della capitale (del resto non so nulla perche’ ci vado raramente). In effetti il manto stradale era quasi perfetto. Ma che davvero Delhi stia per diventare una ‘first class city’ come vorrebbe la governatrice Sheila Diskhit?

Lezione di futuro con il sesto senso di Pranav Mistry

L’altro giorno mia figlia, che fa la terza media, e’ arrivata a casa piena di entusiasmo per un video che aveva visto in classe. ‘Mamma devi assolutamente vederlo, e’ scioccante’. Io credevo qualche cosa di horror. Invece era un video tratto da un sito, Ted.com, a me sconosciuto che parla di invenzioni e nuove idee.
Il filmato e’ una dimostrazione di un aggeggio che pretende di essere il nostro ‘Sesto Senso’. L’inventore, e’ manco a dirlo, un giovane indiano. Si chiama Pranav Mistry, uscito dalla fucina di cervelli dell’IIT che lavora per il Mit. E’ partito dal concetto di collegare il mondo fisico con quello virtuale di internet. E ha inventato un sistema che in parole povere permette di avere sempre un computer proiettato davanti a noi e che possiamo muovere con l’uso delle dita. Se guardiamo un libro, ci fornisce la recensione. Facciamo un riquadro con le mani e viene fuori una foto. Proiettiamo sulle mani una tastiera numerica e telefoniamo. Chiaramente e’ necessaria una connessione internet mobile (e un pacco di soldi visto che costa tantissimo collegarsi alla rete con telefonino).
Non sara’ forse troppo praticabile ora, ma potrebbe essere il futuro della tecnologia informatica e anche del nostro modo di vita. Il sistema ‘touch’ che nel giro di pochi anni ha trasformato telefonini e i-pod, in effetti, indica che stiamo andando in quella direzione.
Io sono un po’ turbata da questo ‘sesto senso’ che secondo me ci impedira’ di usare i primi cinque e soprattutto ci impedira’ di usare il cervello. Ma cosi’ e’. Purtroppo temo che il mio gap tecnologico sia ormai incolmabile.
Il bello pero’ deve ancora arrivare. Quando ho chiesto in quale materia era stato mostrato il video mi ha risposto: ‘e’ stata la professoressa di storia’. ‘E che cosa c’entra la storia con la scienza?’’ domando io ingenua. La replica mi ha lasciato senza fiato: ‘La storia l’abbiamo finita, in questo trimestre studiamo il futuro’’.

I funerali di Gesu’Cristo visti da Goa


Ho trascorso il Venerdi’ Santo curiosando tra le chiese della cattolicissima Goa per vedere se trovavo una passione vivente. Come quelle che, con attori macchiati di ketchup, si fanno nella citta’ vecchia di Gerusalemme dove c’e la via Crucis ‘originale’. Le feste comandate a Goa, come il Natale o la Pasqua, hanno un sapore di tempo passato, con i colori tropicali e gli odori del mare. Potrebbe essere come nel Meridione tanti anni fa o forse ancora adesso quando si portano in processione i santi e le madonne. Le donne mettono i vestiti della festa, gli uomini indossano camicie che profumano di bucato, i ragazzi che sbirciano di sottocchio le ragazze nei banchi di fianco. Le messe, in lingua concani, sono interminabili. Cosi come lo sono i canti. Le chiese, intonacate di un bianco cangiante con i bordi dei cornicioni di un azzurro cielo, sono di solito gli edifici piu’ imponenti del villaggio. A Galgibagh, la spiaggia delle testuggini protette, dove mi trovavo, alcuni dei fedeli sono arrivati su un traballante guscio di legno, un pezzo da museo, che li ha traghettati attraverso un fiume tipo Laguna Blu.
Pensavo che la tradizione del Venerdi’ fosse una processione con le classiche soste nelle 24 stazioni della Via Crucis. Invece ho assistito al funerale di Gesu’ Cristo. La statua a grandezza naturale viene ‘schiodata’ dalla croce, messa in una sorta di bara aperta, coperta con un lenzuolo ricamato e portata in giro da tutto il villaggio proprio come un defunto, ma con dietro la statua della Madonna. Il ‘’morto’’ ritorna poi in chiesa dove riceve l’ultima benedizione dai preti prima di essere sistemato in un angolo dell’altare per la veglia funebre.
Purtroppo per Pasqua sono ritornata a New Delhi e sono finita in un’austera e sobria messa alla Nunziatura Apostolica in spagnolo. Peccato,mi sarebbe piaciuto vedere come i goani fanno resuscitare Gesu’ e come poi lo rimettono sul crocefisso.

Le virtù dell’immigrazione, la scuola americana e Friedman

Siccome mia figlia ha cambiato scuola, da un po’ di tempo vado a fare colazione all’American School, nel quartiere diplomatico di Chanyakiapuri. Ho abbandonato il Barista-Lavazza di Khan Market e purtroppo anche il Lodhi Garden. Dico purtroppo perché adesso vado a fare jogging a Nehru Park che ha un percorso più lungo che mi spacca le gambe.
Il campus della scuola americana è il sogno di ogni studente. Sembra quasi finta per me che ho fatto la terza media in una scuola di periferia, di quelle costruite in fretta e furia per contenere la spinta d’urto dei baby boomers e dove ogni giorno alla ricreazione c’era un pestaggio. Gli studenti mi sembrano comparse di un telefilm americano. Vedo i ragazzi, di tutte le razze, colori e lingue, camminare con il laptop sottobraccio. In biblioteca sono seduti a leggere sui divani. In piscina sono a fare vasche con davanti il cronometro. I professori che ti sorridono. Insomma, un mondo perfetto. Mi sale la depressione a pensare a come ho fatto io le medie in Italia. Per non parlare dell’Università a Torino. Va anche detto che tutto cio’ si paga salato e che i ragazzi appartengono a una fortunata elite. Ma non sembrano montarsi la testa e soprattutto sono determinati a sfruttare l’opportunità unica di studiare in un ambiente internazionale. Questo succede in India, ma penso capiti anche nei college degli Usa.
L’altro giorno mentre ero persa in queste considerazioni davanti a un caffelatte, mi è capitato sottocchio proprio a fagiolo un editoriale di Thomas L. Friedman sul New Yok Times in cui si esaltano le virtù dell’immigrazione e del melting pot. Friedman è uno dei miei preferiti. E’ anni luce in avanti quello che si scrive sui giornali italiani (che leggo ormai solo raramente). Questo pezzo in particolare, ne farei una lettura obbligatoria in Italia, dove gli immigrati sono ancora i “vu cumpra” e i bambini stranieri a scuola sono visti come un pericolo e non come una risorsa.

Quando le donne indiane evirano i mariti…

Essendo il mio nome nella lista dei giornalisti accreditati in India che è pubblica, mi capita a volte di ricevere lettere di cittadini arrabbiati contro il governo oppure altri che denunciano episodi di corruzione. Il classico “lo farò sapere ai giornali” funziona anche qui. Ogni tanto però mi capita di ricevere lettere strampalate come questa inviata da un certo Sig. Nirav di Vadovara (in Gujarat) che in un inglese un po’ maccheronico propone una legge per la prevenzione delle “offese sessuali maschili” e specificamente contro l’evirazione. Allega anche la bozza di legge da lui scritta da presentare al Parlamento e alcune fotocopie di articoli di cronaca nera con atroci racconti di evirazioni da parte di mogli, sorelle, amanti o zie in diverse parti dell’India. Un articolo è anche corredato da un disegno di una donna in sari che brandisce un coltello in direzione di un uomo seminudo. Molti dei malcapitati ci hanno anche lasciato le penne, oltre che il pene.
Secondo quanto scrive il sig.Nirav, “i reati criminosi di taglio del pene (“penis-cutting of men”) sono in aumento e quindi ci vuole una legge severa per punire questi reati che sono contro natura e che distruggono la sessualità e le capacità sessuali (“against nature to destroyed sexuality and sexual abilities, sic)”.
Per ribadire il concetto sul frontespizio della lettera sono disegnate alcune gocce di sangue che rende il tutto ancora più orrido. Sotto compare la firma anche della moglie che si unisce all’appello. Mah…e io che pensavo che in India fossero le donne le vittime della violenza maschile…

Corbett Park, più sciacalli che tigri

Disavventure del turismo fai da te

Per Holi, la festa dei colori, sono andata al Corbett Park, una delle più popolari riserve per le tigri, a una notte di treno a nord di Delhi, nello stato settentrionale dell’Uttarkhand. A Corbett, dicono ci sono ancora 164 tigri su un totale di 1411 sopravissute al bracconaggio, alla cementificazione e anche alla corruzione degli enti forestali. In occasione della festività, il parco era pieno di vacanzieri indiani, o almeno così mi hanno detto dall’ufficio informazioni di Ramnagar, città a 40 km dall’ingresso della riserva, dove c’è la stazione più vicina.
Dopo oltre 8 anni di viaggi in India, poche volte sono tornata delusa. Ma con Corbett è successo. Probabilmente avrei dovuto prendere un pacchetto tutto compreso per evitare i ricatti e l’arroganza degli addetti del parco e di tutti gli altri maneggioni che ti puntano fin da quando metti piedi giù dal treno e che tentano di mungerti il più possibile. La mia intenzione era di prenotare una camera o un letto in uno delle guesthouse governative e comprare un ingresso al parco più un safari con jeep o elefante. Come sempre, anche a Corbett gli stranieri pagano il doppio degli indiani. Per esempio l’ingresso (due giorni) è 900 rupie per gli stranieri e la metà per coloro che hanno nazionalità indiana. Stessa differenza per i safari con jeep o elefante. Il “listino prezzi” - che mi è stato fornito da un tizio per strada ancora prima che arrivassi all’ufficio - conteneva diverse opzioni, ma quando sono riuscita a parlare con un addetto dell’Information Center (che ha aperto con un’ora di ritardo) sono stata raggelata. Con estrema arroganza da dietro lo sportello mi ha detto che l’unica possibilità era il safari con il bus (6 ore) al costo di 2000 rupie a testa. Non è stato neppure a sentire quando gli ho detto che volevo stare 2 o 3 giorni e se c’erano altre sistemazioni disponibili. Niente, come se avessi parlato a un muro. Non ho ricevuto il minimo aiuto o consiglio. L’unica soluzione era accettare l’offerta degli sciacalli che mi circondavano e che a caro prezzo mi avrebbero trovato una soluzione e - sono sicura - anche un biglietto di ingresso. Ho girato i tacchi e dopo tre ore di bus ero a Nainital, località montana a due mila metri con uno splendido lago color smeraldo. Però - mi chiedo - se è così che in India gestiscono i parchi, povere tigri…

Il cellulare del capo maoista? Eccolo qui

“Il mio telefonino è 9734695789, chiamami se vuoi la tregua”. Il super ricercato maoista Mallojula Koteshwar Rao, nome di battaglia compagno Kishenji, che sta dando del filo da torcere all’esercito indiano, ha proposto al ministro degli interni PK Chidambaram di chiamarlo al cellulare. Siamo decisamente entrati nell’era della comunicazione globale. E’ già tanto che il capo guerrigliero, in clandestinità da ben 23 anni, non abbia proposto a Chidambaram di chattare su Hotmail. Così vanno le cose nella “misteriosa” quanto controversa operazione militare “Green Hunt” lanciata dal battagliero ministro degli interni contro i maoisti che si nascondono nelle foreste del centro e nord est dell’India (da qui il nome green, non certo perché difende l’ambiente). Di questa guerra interna che l’India sta conducendo, si sa ben poco. Alcuni dicono addirittura che l’offensiva non sia mai stata lanciata. Intanto però i maoisti continuano ad attaccare basi e guarnigioni militari. Poco si sa anche dei maoisti, o naxaliti come sono chiamati, e per quale causa combattono. Sono rivoluzionari Robin Hood che lottano per i contadini senza terra e contro le multinazionali delle ricche miniere dell’Orissa e Jharkhand? Oppure sono dei semplici briganti? O ancora sono dei comunisti più radicali che ce l’hanno con i compagni bengalesi che sono al potere? Comunque sia Mao c’entrerebbe ben poco.
Il bello è che prima che Kishenji fornisse il suo numero di telefonino pregando di chiamare alle 17 di mercoledì, il ministro Chidambaram a sua volta aveva dato il suo numero di fax invitando i maoisti ad arrendersi.

Super elicotteri italiani per Sonia Gandhi?


A Defexpo 2010 ancora in suspense la fornitura degli Agusta VVIP
Fa sempre un certo effetto andare alla fiera degli armamenti di Delhi, diventata ormai una dei più importanti appuntamenti dell’Asia per la quantità enorme di soldi che il Paese del Mahatma Gandhi intende spendere nei prossimi dieci anni. Si parla, infatti, di 200 miliardi di dollari. Non oso neppure immaginare che cosa si potrebbe fare per la povera gente con quella somma. Ma l’esercito qui ci vuole, non solo per combattere il Pakistan, ma soprattutto per resistere alla Cina che preme ai confini himalayani. L’India ha uno degli eserciti più grandi del mondo, ma anche il più smandruppato. Le caserme sono delle tendopoli protette da recinzioni di bambù come quell’assaltata mercoledì in Bengala Occidentale dai maoisti che hanno ammazzato 24 soldati praticamente senza incontrare resistenza. I giornali hanno detto che la base era un “picnic spot”. Il dramma è che in realtà sono tutte così.
A Defexpo 2010, quest’anno un po’ disorganizzato per via dei lavori di ristrutturazione della fiera Pragati Maidan, hanno partecipato come sempre tutti i big dell’industria mondiale della difesa per far vedere il fior fiore dell’ultima tecnologia in fatto di cannoni, carri armati, razzi e mitragliatori. C’erano persino i pacifici svizzeri con i loro coltelli Victorinox. Grande protagonista del salone, l’elettronica con tutta una serie di aggeggi per il “soldato del futuro”, tipo i marines in Iraq o Afghanistan. Mi venivano in mente in poveri “jawans” in ciabatte massacrati dai guerriglieri maoisti, anche loro in ciabatte, naturalmente. Certo, qui c’è parecchio da fare e da vendere.
L’Italia era presente in grande spolvero con un mega stand di Finmeccanica e delle sue controllare tra cui gli elicotteri AgustaWestland. I manager italiani avrebbero voluto ufficializzare la vendita di 12 elicotteri AW 101 VVIP, ma a quanto pare il governo indiano non ha voluto. Perché? Nessuno lo sa….Secondo me è perché il super elicottero (gli americani lo volevano per rimpiazzare il Marine One di Obama, ma poi è arrivata la crisi…) serve a trasportare il premier, la presidente e molto probabilmente anche Sonia Gandhi, che è quella che ha più esigenze in materia di sicurezza. La faccenda è quindi sensibile…Madam che viaggia su costosissimi elicotteri italiani….mmm. Meglio aspettare che si spengano i riflettori della stampa su Defexpo 2010…
Intanto per la felicità degli aspiranti top gun, il consorzio italo-francese-spagnolo-austriaco-britannico e saudita di Eurofighter ha portato al salone un simulatore di volo che è una versione semplificata di quello usato per l'addestramento dei piloti. In ballo, si sa c’è la “madre di tutte le commesse”, 126 cacciabombardieri, che da ormai circa 8 anni devono essere aggiudicati. Il caccia europeo Typhoon è ben piazzato. Me l’hanno fatto provare. Non vorrei dire una bestialità, ma sembra di guidare uno scooter talmente è maneggevole. Avrei dovuto centrare con un missile una portaerei al largo delle coste britanniche, ma l’ho mancata per un pelo. L’atterraggio è però difficile, quasi tutti, me compresa, si sono schiantati appena toccata terra…

Quanto inquinano i salatini all’asparago?

Il Teri ha organizzato il decimo Delhi Sustainable Development Summit

Nei giorni scorsi si e’ tenuto a New Delhi un’importante conferenza internazionale sul clima organizzata dal centro ricerche TERI, che (nessuno sembra ricordarlo) stava per Tata Energy and Resources Institute in quanto creato nel 1974 dal colosso industriale indiano. Da un po’ di anni la “T” e’ diventata solamente “The” nell’acronimo e la prestigiosa organizzazione no-profit ora esclude qualsiasi connessione con il gruppo Tata. A capo del Teri dal 2002 c’e’ Rajendra Pachauri, che e’ anche presidente del Comitato Intergovernativo Onu per il Cambiamento Climatico vincitore del Premio Nobel per la Pace insieme all’ex presidente Al Gore. Pachauri e’ un omone che potrebbe benissino interpretare il cattivo nelle favole per bambini. Dopo anni di popolarita’ quest’anno e’ incappato in una serie di incidenti di percorso e anche in una campagna al vetriolo da parte della stampa britannica che lo ha “accusato” di vivere a Golf Links, ricco quartiere di Delhi e di spendere una fortuna per gli abiti. Per quanto ne capisco di moda – esprimo il giudizio in quanto italiana – io lo vedo sempre vestito malissimo. Sembra Pierrot. La stoffa sara’ pure pregiata, ma il sarto e’ decisamente da cambiare. La sua imagine si e’ decisamente offuscata quando durante il vertice di Copenhagen e’ uscito fuori che i ghiacciai himalayani non si scioglievano nel 2035, ma nel 2235 o giu’ di li. Ci sarebbe stato un errore di stampa nel quarto rapporto del Comitato Intergovernativo da lui presieduto, meglio noto come IPCC. Pachauri ha ammesso l’errore, ha chiesto scusa e ha resistito agli attacchi di chi voleva che si dimettesse. Ha pure incassato la fiducia del primo ministro indiano Manmohan Singh che ha inaugurato il summit di Delhi, chiamato Delhi Sustainable Development Summit e giunto alla decima edizione.
Dato che era la prima occasione di un incontro internazionale, il convegno ha attirato un buon numero di ministri stranieri, tra cui anche la ministra italiana Stefania Prestigiacomo. Dopo il fallimento di Copenhagen e (prima del probabile fallimento di Citta’ del Messico) e’ stata una buona occasione per confrontarsi tra politici e esperti. Ma non so fino a che punto, in quanto i Paesi emergenti, India e Cina, non sembrano abbandonare le loro posizioni. L’Europa e’ senza parole e gli Stati Uniti hanno altri pensieri ora.
Ma negoziati di Kyoto a parte, il vero protagonista di questi convegni e’ ormai l’eco business. Mi sto accorgendo quanto l’ambiente ormai e’ la foglia di fico per coprire enormi interessi in gioco. Sabato pomeriggio ho assistito alla sessione dedicata a finanziare il trasferimento di tecnologia pulita ai paesi poveri. Che, detto cosi’. sembra una cosa buona, diamo i depuratori al Terzo Mondo cosi che non inquinano piu’, ma che nasconde gli stratosferici interessi della grande industria che produce i depuratori, tanto per fare un esempio. In una sala del Taj Palace Hotel, dove e’ stato organizzato il vertice, c’erano appunto le grandi aziende straniere che producono la tecnologia verde e che ovviamente hanno oggi la piu’ potente lobby presso governi, Nazioni Unite e organizzazioni no-profit. Di “verde” ci ho visto poco. Solo per pubblicare il kit dei delegati, su carta patinata, avranno buttato giu’ un pezzo di foresta. Durante il break hanno servito dei salatini all’asparago. Non mi risulta che gli asparagi crescano in India, eccetto forse che a casa di Sonia Gandhi, nel cui orto crescono i finocchi (ho fonti di prima mano, ma non li rivelero’ nemmeno sotto tortura). Quindi sono stati importati, probabilmente in aereo….

Ma quante ceneri del Mahatma esistono ancora?

E' uscito il film The Road to Sangam
La vigilia dell’anniversario dell’uccisione del Mahatma, avvenuta il 30 gennaio, sono andata all’anteprima di un bel film “gandhiano” a metà tra fiction e realtà. Si tratta di “The Road to Sangam” del regista debuttante Amit Rai presentato l’anno scorso a Cannes. La storia è vera: un’urna contenente le ceneri di Bapu era stata “dimenticata” nel caveau di una filiale della State Bank of India nello stato orientale dell’Orissa. Uno dei pronipoti, Tushar Gandhi, che nella pellicola, recita se stesso, riesce dopo una lunga causa giudiziaria a riaverla e la porta ad Allahabad per immergerla alla confluenza del Gange, Yamuna e il mitico Saraswati. Solo che per la cerimonia vuole usare una vecchia Ford, la stessa utilizzata anche nel 1948. Da qui il canovaccio si intreccia con le vicende di un meccanico mussulmano, molto devoto, che deve riparare il vecchio motore e nello stesso tempo lottare contro la propria comunità (e contro un intransigente “maulana” che somiglia un po’ a bin Laden) per avere il diritto ad aprire la propria officina nonostante uno sciopero proclamato dai mussulmani per protestare contro i metodi repressivi della polizia. Un film decisamente patriottico, un po’ caricaturale nel dipingere i mussulmani, ma bello perché reca un forte messaggio di unità e tolleranza, soprattutto in questi tempi in cui l’Islam è spesso associato al terrorismo. Bella la musica e non mancano le battute divertenti. Insomma da vedere.
Alla serata, all’auditorium dell’Indian International Center, c’era anche lo stesso Tushar Gandhi, figlio del giornalista Arun Gandhi che vive negli Stati Uniti, figlio del secondogenito del Mahatma e forse l’unico impegnato a diffondere i principi gandhiani, anche se tra mille polemiche e controversie. I discendenti di Bapu si sono rivelati molto rissosi e purtroppo non all’altezza dell’illustre antenato.
Mi hanno colpito le parole di Tushar, un omone grande e grosso che non ha nulla del bisnonno, che ha raccontato di quando ha aperto la cassa sigillata contenente l’urna. “Di solito sono una persona molto pragmatica – ha detto – ma quando ho toccato l’urna di terracotta ho avuto una forte sensazione e ho capito che quelle ceneri volevano essere liberate. Ho capito che dovevo immergerle subito e così ho fatto”. Era il 1997 e le ceneri sono state immerse ad Allahabad, come si vede nel film.
Mi ricordavo però che due anni fa, per il sessantesimo anniversario della morte, altre ceneri erano state disperse nel Mar Arabico a Mumbai da altri pronipoti e leggo ora che ieri altri resti sono stati immersi in Sudafrica. Dopo la cremazione si dice che le ceneri siano state divise in 20 urne e inviate in ogni stato dell’Unione Indiana. Nel museo davanti al mausoleo del Rajghat a Delhi di fatti sono esposte altrettante urne vuote...ma quante ceneri del Mahatma esistono ancora?

La cultura vista dalla strada

La mostra fotografica Un.it Unescoitalia e quella di uno ex slumdog
Nelle ultime due sere sono andata all’inaugurazione di due mostre fotografiche. Una organizzata dall’Istituto di Cultura Italiana, “Un.It Unescoitalia”, dedicata a 44 monumenti italiani immortalati da 14 famosi fotografi italiani. L’altra organizzata dall’American Center, “WTC: Now”, realizzata da un ex “street children” diventato fotografo grazie a una ong indiana e grazie all’aiuto di una fondazione americana. Entrambe le mostre esaltavano paesaggi, persone e situazioni “nazionali”. Le meraviglie architettoniche dell’Italia in un caso, la costruzione del nuovo grattacielo a Ground Zero e alcuni angoli di Manhattan con un tocco di patriottismo nell’altro caso. A corredo della mostra americana sono stati proiettati anche alcuni cortometraggi sull’11 Settembre realizzati da diversi registi, tra cui Mira Nair, fondatrice di Salaam Balaak. Entrambe le mostre sono state inaugurate dai rispettivi ambasciatori, Roberto Toscano e Timothy Roemer e entrambi gli eventi hanno avuto una buona accoglienza da parte del pubblico.
Bene, dove voglio andare a parare? Che gli americani sono riusciti – come quasi sempre – a emozionare. La storia dell’ex slum dog, Vicky Roy, che fino a pochi anni prima sniffava colla alla stazione e ora espone foto su Manhattan, non può non commuovere. L’appello di Sanjay Roy, produttore cinematografico, anche lui fondatore della Fondazione Salaam Balaak, ad aiutare i suoi 3500 bambini di strada non solo con denaro, ma aiutandoli a realizzare le loro legittime aspirazioni, di sicuro non è caduto del vuoto. Il messaggio è forte. La miseria si vince non con l’elemosina, ma con le idee e aprendo le porte.
Il contrasto con le foto di una mostra italiana itinerante del 2008 su luoghi che solo pochissimi fortunati potranno mai vedere, balza agli occhi. I fotografi italiani, selezionati dal Ministero degli Affari Culturali, non hanno certo bisogno di un’audience indiana. Perché allora non invitare qualche fotografo indiano a fotografare il Belpaese? Forse costava anche di meno.

Sania Mirza, meglio la racchetta che l’altare

La tennista ribelle dice no al matrimonio combinato
Ancora una volta Sania Mirza, la tennista superstar mussulmana, ha mostrato di guadagnarsi il titolo di beniamina delle femministe indiane. Dopo aver annunciato in pompa magna il fidanzamento l’anno scorso con un amico di infanzia di Hyerabad, probabilmente scelto dalle rispettive famiglie, Sania ha cambiato idea. In una conferenza stampa ha detto ieri che ci sono incompatibilità di carattere e poi è partita per le qualificazioni della Fed Cup 2010. Bel colpo, forse il migliore della sua carriera. Ha lasciato a bocca asciutta il fidanzato, rampollo di una famiglia industriale e appartenente alla casta dei Mirza, i genitori che come tutti i genitori, vogliono vedere le figlie piazzate prima che sia troppo tardi e poi tutti i benpensanti mussulmani e non. La ribelle Sania è tornata in azione. E questa volta sarà la fine dei matrimoni combinati in India?

Cala la nebbia sul Republic Day

Sarà per la nebbia, fittissima come non mai, oppure per l’allarme attentati, ma la tradizionale parata della Festa della Repubblica è stata un po’ sottotono. Per la prima volta sono riuscita a ottenere degli inviti dal Ministero della Difesa per un posto da Vip proprio davanti alla tribuna d’onore dai vetri blindati dove sedeva la presidente Pratibha Patil e il suo ospite, il premier sudcoreano Lee Myung Lee.
Alle 10, quando è iniziata la sfilata con le cannonate a salve, non riuscivo nemmeno a vedere al di la della strada, di Rajpath. I carrarmati Arjun e il missile terra terra Agni 3, gioielli della tecnologia militare indiana fai-da-te, comparivano come mostri da una fumosa coltre bianca anticipati dalla patriottica descrizione di uno speaker, sempre il solito, che ha un tono da filmato dell’Istituto Luce. Neppure le pacchianissime truppe cammellate sono riuscite a bucare la nebbia che ha fatto saltare l’esibizione degli elicotteri da combattimento LHC, ma non quella della pattuglia acrobatica che ha disegnato in cielo il “trishul”, il tridente simbolo di Shiva. Per fortuna alla fine si è levato un po’ di vento e ho potuto vedere Manmohan Singh e la moglie accompagnare la presidente Patil, in un cappottino bianco, alla sua macchina accompagnata da 46 guardie presidenziali a cavallo.
Mi è sembrato che la parata è stata un po’ accorciata quest’anno. Pochi i palloncini verde-giallo-arancione- lanciati alla fine (ma forse con la nebbia non li ho visti) e meno entusiasmo tra la folla. Per lavoro, ma anche per curiosità infantile, ogni anno cerco di seguire la parata del 26 gennaio. E’un‘esibizione di muscoli di un’India che per me continua a rimanere quella del Mahatma Gandhi, ma anche una delle rare occasioni di celebrare l’unità nazionale con la sfilata dei cosiddetti “tableau”, i carri allegorici viventi, presentati dagli Stati dell’Unione. Mi è piaciuto quello del Maharastra dedicato ai “dabbawalla”, quelli che a Mumbai ogni giorno portano le gamelle del pranzo dalle case agli uffici e sono diventati un “case study” di management perché fanno un errore su sei milioni di consegne. Mi è sembrato anche di vedere meno folla su Rajpath. Gli indiani, quelli ricchi, hanno fatto il ponte, mentre gli altri forse la vedono per televisione.
Dopo 60 anni di Republic Day, caratterizzati da successi, ma anche da fallimenti come hanno evidenziato alcuni come lo storico Ramachandra Guha su Outlook (vedi), forse subentra una certa stanchezza. D’altronde anche in Italia, repubblica quasi coetanea, chi se lo ricorda il 2 giugno?

Republic Day, la Posco e le foreste dell’Orissa


Il presidente sudcoreano Lee Myung-bak sarà l’ospite d’onore della parata militare di domani
Stamattina "The Indian Express" dedicava un articolo in prima pagina agli "ospiti di onore" della parata che si tiene domani, 26 gennaio, Republic Day, che vede il sessantesimo anniversario della Repubblica indiana. La tesi del giornale é che l'India ha sempre invitato i leader a seconda della propria convenienza del momento. Quest'anno tocca al presidente sudcoreano, Lee Myung-bak, soprannominato Mr. Bulldozer per aver modernizzato la capitale Seul. I coreani sono giá ampiamente presenti con le loro auto,televisori, telefonini e elettrodomestici nelle case delle famiglie indiane e se non lo sono, lo sono sicuramente dei sogni dei futuri consumatori. Ma non si tratta solo di vendere i nuovi gadget Samsung o Lg. La partita é piú grossa e appetitosa per Seul e per New Delhi. Ci sono le centrali nucleari da costruire sgomitando con i francesi e americani, e poi l'acciaio. Per accontentare l'illustre ospite il governo indiano ha promesso di accelerare il controverso progetto della Posco nello stato dell’Orissa. Il gigante coreano dell’acciaio, a caccia di miniere di ferro per aumentare la propria produzione e sfamare la vorace industria automobilistica, è da qualche anno bloccato a causa della resistenza dei contadini dell’Orissa contrari all’esproprio delle terre agricole e anche degli ambientalisti. Il mega progetto Posco, 12 miliardi di dollari, il più grande investimento straniero in India, prevede la costruzione di un impianto siderurgico dalla capacità di 12 milioni di tonnellate di acciaio all’anno e anche un nuovo porto a Jathadari, una costa dove nidificano le rare Olive Ridley Turtley. In termini ambientali, significa abbattere una foresta di 300 mila alberi e muovere decine di villaggi popolati da indigeni dell’Orissa, la “mineral belt” indiana ricca di ferro, bauxite e anche uranio.
Lo scorso 8 gennaio, un po’ in sordina, il Ministero dell’Ambiente e delle Foreste indiano ha dato il suo ok all’impianto evidentemente come “cadeau” di benvenuto per Lee e per la sua partecipazione al Republic Day. Pare che l’”environmental clearence” non sia però sufficiente data la forte opposizione della popolazione locale che deve ancora negoziare il pacchetto di rimborsi per la terra e per il la rilocalizzazione. Insomma Posco potrebbe fare la fine della Tata Motors costretta ad abbandonare i piani di fare la fabbrica della Tata nana su dei terreni confiscati vicini a Calcutta. Ma sarebbe una bella figuraccia di fronte a Lee, oggi accolto con tutti gli onori dalle tre associazioni industriali indiani, la Cii, Ficci e Assocham, che raramente organizzano insieme un evento. Ripeto, non sono io a a dirlo, ma è l’Indian Express (Behind the warm Welcome, a cold strategy)…certo che gli indiani sono maestri di pragmatismo soprattutto quando c’è odore di soldi.

Spose bambine e coccodrilli che mangiano i padri

Come ogni anno in occasione del Republic Day, martedì 26 gennaio, avviene la consegna dei National Brawery Awards a dei bambini che si sono segnalati per il loro coraggio o altruismo nel salvare delle vite umane. Piccoli eroi che sembrano usciti dal libro Cuore. Storie che solo in India, paese ancora aggrappato ad un passato quasi fiabesco, riescono a conquistare le prime pagine dei quotidiani nazionali. Da noi la cosa sarebbe immediatamente bollata come fascista. I 21 bambini, under 16, in uniforme rossa, hanno ricevuto una medaglia e una somma di denaro dal primo ministro Manmohan Singh e martedi avranno l’onore di sfilare alla parata. Fino a due anni fa sfilavano – pensate un po’ – su un palanchino a dorso di elefante. Poi a causa di qualche pachiderma imbizzarrito e anche per le proteste degli animalisti come Maneka Gandhi, la cognata ribelle di Sonia, la tradizione è stata abbandonata. Il Times of India ha dedicato una pagina alle loro imprese. Mi ha colpito quella di Narendrasinh Natwarsihn Solanski che in Gujarat ha affrontato un coccodrillo che si stava per mangiare il padre. Gli ha ficcato un bastone negli occhi e la bestia ha mollato la presa. Afsana Khatun, invece, si è rifiutata di sposarsi all’età di 12 anni. In un piccolo villaggio del Bengala Occidentale, dove vive, ha perfino convinto altre due amiche a non cedere alle pressioni delle famiglie ed ha iniziato un movimento contro i matrimoni infantili. Che coraggio.

Scioglimento dell'Himalaya, genesi di un'eco bufala

L'ecobufala dei ghiacciai dell'Himalaya che svaniscono nel 2035 nasconde almeno due spaventose realtá. La prima é che come da tempo vado dicendo purtroppo non esiste piú senso critico non solo tra i giornalisti, ma anche tra la comunitá scientifica. La tecnica del "copy and paste" é utilizzata anche da superesperti e plurilaureati che si fanno profumatamente pagare per conferenze oltreoceaniche e tonnellate di carta con estremo danno ai cieli e alle foreste. Secondo é che dall'appiattimento delle informazioni - di cui lo strumento internet é il maggiore responsabile - qualcuno forse ci guadagna. Qualcuno ciurla nel manico per usare una vecchia e ormai disueta espressione. Vedi la storia dell'influenza suina e degli inciuci tra Organizzazione Mondiale della Sanitá e industrie farmaceutiche.
La tesi dello scioglimento accelerato dell'Himalaya, che ha alimentato la vecchia acrimonia tra il ministro dell'ambiente Jairam Ramesh e il Premio Nobel per la Pace, Rajendra Pachauri (capo dell'IPCC), é basato su una serie di perle impressionanti. Nel 1999 il glaciologo indiano Said Iqbal Hasnain rilascia una dichiarazione per e-mail alla rivista The New Scientist dove dice che i ghiacciai himalayani sono destinati a sparire nel 2035. Dice di averlo detto solo in quella occasione, non si sa perché, forse perché aveva digerito male. Sei anni dopo, nel 2005, il WWF, probabilmente a corto di idee, riprende la sparata e la mette in un suo rapporto. Passano altri due anni e nel 2007, i super esperti e Premi Nobel del Intergovernamental Panel on Climate Change, anche loro in cerca di "ciccia" per rendere piú sexy ("sex up" direbbero dall'ufficio di Blair) il loro quarto e ultimo rapporto, riprendono lo stesso dato e lo copiano nel paragrafo 10.6.2. Voilá. Primo mi chiedo quanti di loro, come molti altri esperti delle Nazioni Unite, abbiamo mai visto un ghiacciaio himalayano. Consiglierei una traversata del Baltoro Glacer per farsi venire qualche idea. Ma potrebbe andare bene anche una passeggiata fuori dagli hotel o dai loro uffici una mattina di inverno, come quella di oggi a Delhi. Tanto per capire che esiste un mondo reale oltre lo schermo dei loro computer. Secondo, cosí facendo si rischia di screditare la problematica dell'inquinamento (io lo chiamo ancora cosí) che esiste, eccome, e che di sicuro non sono i superesperti di "climate change" a risolverlo...

Quando il Sole entra nel Capricorno…

Cinque milioni di pellegrini al Kumbh Mela di Haridwar

Oggi è Makar Sankranti, parola sanscrita che indica il passaggio del Sole nella costellazione del Capricorno secondo il complesso zodiaco induista. Ho scoperto che è uno dei giorni più importanti del calendario e coincide con diverse attività e celebrazioni. E’ il giorno della mietitura, ma è anche considerato la fine dell’inverno, anche se fa ancora un freddo cane. Qui a Delhi lo chiamano Lohri, accendono dei falò e fanno dei riti propiziatori. In Gujarat oggi inizia la festa degli aquiloni e ad Haridwar, sul Gange, sempre oggi, è iniziato il Kumbh Mela. Da uno ai 5 milioni di pellegrini – le stime variano – hanno o faranno il primo bagno nelle acque del fiume sacro quest’anno eccezionalmente gelide. Il Purna Kumbh Mela 2010 di Haridwar non è quello più grande ma fa poca differenza quando si parla di qualche milione in più o in meno di visitatori. Dicono che il Kumbh Mela sia uno dei più grandi assembramenti religiosi del mondo, forse più della Mecca. Le resse fanno ogni volta decine di morti. Sempre oggi in Bengala Occidentale, in un altro bagno sacro, il Ganga Sagar, diversi pellegrini sono stati uccisi perché schiacciati dalla calca. Mi chiedo spesso se tanto fervore religioso in posti come Haridwar, Benares o ancora di piú Gerusalemme, abbiano il potere di “accumulare” energie positive, quindi benefiche per chi si trova a contatto. Casualmente ieri pomeriggio, all’American Embassy School, c’era una conferenza di un fotografo Martin Gray che da ben 40 anni non fa altro che immortalare posti sacri (www.sacredsites.com). Le sue foto, semplicemente perfette, sono finite anche sul National Geographic. Non senza presunzione, è convinto di ricevere l’aiuto delle divinità quando fotografa i posti sacri. In effetti alcune sembrano solo frutto di buona sorte nel senso di luce ideale e posizione ideale.
Tornando al Makar Sankranti, alla transizione del Sole e ai 5 milioni di pellegrini che in questo momento adorano le acque di un fiume, c’è anche un'altra coincidenza di fenomeni naturali, l’eclisse solare prevista domani…e che dire del devastante terremoto di Haiti?

Con gli emigrati indiani sul Riyadh-Mumbai

Per via di ritardi, coincidenze perse e sfighe varie, mi sono trovata per caso a Riyadh in attesa di un Air India diretto a Mumbai. A differenza degli altri aeroporti del Golfo, quello di Riyadh é semplice e sobrio come una moschea. Da fuori somiglia a un accampamento beduino. Non c'é traccia della ricchezza saudita, anzi l'unica lounge dove mi sono intrufolata per fare internet era decisamente deprimente. Alcuni dei computer non funzionavano e uno sceicco, seduto al mio fianco, si é pure lamentato dicendo ad alta voce che "persino in Bangladesh ci sono lounge migliori". Il volo per Mumbai, un Air India, era in ritardo di alcune ore, ma sul cartellone delle partenze non compariva nemmeno. L'ho individuato per l'assembramento di giovani emigrati indiani davanti all'imbarco con le valige di cartone. Si sa l'economia dei paesi del Golfo dipende dalla manodopera di centinaia di migliaia di asiatici. Evidentemente con quel volo stavano tornando a casa, molti nel nord tra Uttar Pradesh e Bihar, dove c'é piú povertá. A Riyadh non ci passano turisti e meno che mai diretti a Mumbai su un volo della compagnia di bandiera indiana. la mia presenza quindi ha incuriosito. C'erano solo altre due o tre donne, indiane, che viaggiavano insieme. E' stato un viaggio divertente. Era la prima volta che viaggiavo con “emigranti” indiani, quelli poveri e analfabeti, non gli ingegneri della Silicon Valley californiana. Per caso stavo poi leggendo il saggio di Vittorio Zucconi, Il caratteraccio, dove mette a nudo gli Italiani e l'Italianitá, ripercorrendo la storia recente. Non é passato poi tanto tempo quando i 'terroni" (per i lombardi) o i "Napuli" (per i piemontesi) arrivavano con il treno dal Mezzogiorno d’Italia con le valigie piene di olio di oliva e salumi. La stessa famiglia di Zucconi, emigrata a Milano dalla "lontana" Modena, si portava perfino la farina per fare i tortelli.
Il fatto che fossi da sola ha subito fatto scattare un allarme tra le hostess che mi hanno assegnato un posto vicino al finestrino in una fila a tre, vuota. Un malcapitato che doveva sedersi al mio fianco é stato immediatamente spostato, senza fiatare, in un altro posto. Nemmeno avessi la rogna. Mi ricordava il Pakistan quando nessun uomo osava sedersi vicino a me nei bus. Le hostess erano visibilmente irritate. Davano ordini come delle kapó naziste. Quando abbiamo lasciato lo spazio aereo saudita (dove vige il divieto di servire l'alcol) hanno portato la cena. Ho preso dei vino bianco (francese). Poi é iniziata una strana questua. Un passeggero mi ha dato il suo passaporto e mi chiesto a gesti di compilare la sua carta dell'immigrazione che era in Inglese, nome, cognome, residenza, numero del volo, eccetera. Quasi tutti erano mussulmani. Poi facevo una crocetta dove c'era da firmare. Per il resto del viaggio sono stata impegnata a compilare le schede e farle firmare. Mi sono guadagnata la gratitudine di mezzo aereo. All'arrivo a Mumbai molti di loro sono scesi con la coperta della compagnia aerea avvolta intorno alla testa, come fanno a Delhi la notte quando fa molto freddo. Una hostess, indiana, con la carnagione molto chiara, ha tentato di protestare. Uno di loro se l'é levata e lei l'ha raccolta con due dita con una smorfia di vero disgusto dipinta in viso.

Galgibaga, primi nati tra le Olive Ridley Turtles!


Fiocco azzurro (o rosa?) per le testuggini di Galgibaga, piccola spiaggia a sud di Goa, riserva naturale protetta per le Olive Ridley Turtles, la piú piccola specie di testuggine, purtroppo oggi in via di estinzione. Dopo la mezzanotte del 5 gennaio circa 60 uova sepolte sotto la sabbia si sono schiuse e i piccoli di circa 15 centimentri di lunghezza, hanno raggiunto subito il mare grazie al loro istinto naturale. All'evento hanno assistito una trentina di persone tra cui i guardiani che per due mesi hanno sorvegliato giorno e notte il nido (attualmente ci sono una mezza dozzina di nidi). Non tutte le uova deposte nella sabbia si sono schiuse. Sono rimaste 16 "ritardatarie" che hanno rotto il guscio solo dopo un giorno di "incubatrice". Le tartarughine sono state messe prima in una vasca e poi accompagnate in mare. Ma probabilmente erano un po' disorientate e c'é voluto un po' di tempo prima che capissero quale direzione prendere. Una forte onda le ha travolte e sono sparite. Chissá quante di loro saranno sopravissute all'oceano (e alle reti dei pescatori) e tra un anno ritorneranno su quella stessa spiaggia a nidificare.