India, quando una scimmia fa piu’ notizia delle elezioni

Gran Canaria, 26 maggio 2019

   Qualcuno dei media italiani si e’ accorto delle elezioni in India che si sono concluse il 23 maggio con la riconferma di Narendra Modi, il leader della destra indu’? Nel fracasso della campagna elettorale per il voto europeo era forse difficile prestare attenzione alle notizie provenienti da New Delhi. Certo l’India e’ distante dalle nostre beghe quotidiane, gli interessi economici sono marginali rispetto alla Cina e per di piu’ la maratona elettorale dura cinque settimane.

   Ma non si puo’ semplicemente ignorare un Paese che e’ il secondo piu’ popoloso al mondo e che e’ anche la piu’ grande democrazia (pur con tutti i limiti, ma di fatto lo e’), senza contare il crescente ruolo dei manager e informatici indiani nella Silicon Valley.
   Mentre l’India eleggeva un nuovo governo nell’ultima tornata di voto, sui social circolava la notizia di una scimmia che aveva ucciso un uomo e ferito altre persone in villaggio nelle foreste del Madhya Pradesh, nel centro del Paese. “Scimmia semina terrore in India” questo il titolo della notizia che informava altresi’ che a Badnawar, dove e’ successo il fattaccio, “non sarebbe disponibile il trattamento anti rabbia”.
   Un macaco inferocito fa piu’ notizia del secondo mandato elettorale di Namo (Narendra Modi) e dell’ennesima sconfitta del suo rivale, Rahul Gandhi, figlio dell’italo indiana Sonia.
   Purtroppo la nostra conoscenza dell’India si ferma alle scimmie, vacche, miseria e santoni coperti di cenere. Piu’ in la’ non si va, non si fa neppure uno sforzo. Non metto in dubbio che l’invasione delle scimmie rappresenta una vera piaga in molti centri urbani, compresa la capitale New Delhi. Mi e’ capitato spesso di essere aggredita nei parchi o negli uffici dei ministeri, o addirittura davanti a casa. Non e’ una forzatura giornalistica. Ma e’ come se invece di dare i risultati delle Europee, si parlasse dei piccioni che imbrattano Venezia.
   Non so come e’ stata trattata la vittoria di Modi sulla carta stampata, ho soltanto fatto una rapida ricerca su Google. L’agenzia Ansa, che l’anno scorso ha chiuso il suo ufficio a New Delhi e che non quindi, a quanto mi risulta, non ha piu’ nessun giornalista nell’area, riportava una notizia in breve, tra l’altro con un vistoso refuso facendo dire a Modi che “ringrazia un miliardo e 300 mila persone”.
    E poi metteva in relazione il successo del leader nazionalista con la paura dei 170 milioni di musulmani, proiettando il clima antislamico prevalente in Italia e in Europa, in una realta’ completamente diversa. I musulmani dell’India del nord sono arrivati mille anni fa e sono parte integrante della societa’ indiana, non sono arrivati con i gommoni dal Pakistan…

Elezioni Europee, riflessioni sulla cabina elettorale

Puerto de Mogan (Gran Canaria) , 27 Maggio 2019

    Erano anni che non votavo più in una ‘cabina’ elettorale e l’emozione, se devo essere sincera, è stata forte. Per gli italiani che, come me, risiedevano in un Paese extra europeo come l’India non c’era la possibilità di votare per il Parlamento di Bruxelles. E’ una distorsione assurda che deriva da una vecchia legge secondo la quale si può votare per il Parlamento europeo solo dall’Italia o se si è residenti nella Unione Europea.
    Per quanto riguarda invece le elezioni politiche e i referendum (ma non le amministrative e regionali) esiste invece la possibilità del voto per corrispondenza (la famosa legge Tremaglia del 2001). Quindi quando stavo in India, ho sempre votato seduta comodamente nel mio salotto o in cucina dopo aver ricevuto con giorni di anticipo dal consolato di New Delhi una busta con le schede e le istruzioni.
   La prima volta che ho ricevuto le schede è stato un po’ uno shock, avere tra le mani un oggetto che in Italia è quasi sacro. Guai se una scheda esce dal seggio elettorale, ci sono le forze dell’ordine a vigilare sulle urne e su tutto il materiale elettorale. Per non parlare della celeberrima matita copiativa. Per noi all’estero invece bastava una semplice biro e voilà, poi si imbucava il plico con la busta già affrancata e lo si affidava alle poste locali, quelle indiane nel mio caso, Ammetto che in un paio di occasioni sono andata personalmente a recapitare al consolato la busta con la mia scheda. Non si sa mai…pensavo.
    Invece domenica sono andata a Las Palmas (capitale della Gran Canaria) dove esiste un consolato onorario, un paio di stanzette nel centro storico di La Vegueta, con tanto di bandiera tricolore che sventolava dal balcone. Avevano allestito un seggio (addirittura due sezioni), con una sfilza di scrutatori seduti ai tavoli ingombri di registri elettorali, i manifestoni con i candidati alle pareti, l’urna in bella mostra e ovviamente la mitica cabina elettorale.
    La comunità italiana alle Canarie è la più grande da un anno a questa parte, si sa che qui è il paradiso di molti pensionati vuoi per il clima, vuoi perché la vita è un po’ meno cara. Quindi c’era la fila di connazionali, pur essendo già quasi alla chiusura del seggio. Per di più ho dovuto chiedere il duplicato del certificato elettorale che non mi è arrivato, o meglio è arrivato un indirizzo sbagliato e io non ho fatto in tempo a recuperarlo alla posta. Ma tutto è filato liscio.
    Quando è toccato il mio turno ho avuto un ‘flashback’, sono tornata forse a 20 o 30 anni fa, quando votavo nella mia scuola elementare alla periferia di Chivasso. Stesso rituale burocratico, la tipica gestualità nel dare la scheda e la matita copiativa, il momento in cui si ha la scheda tra le mani, l’ingresso nella cabina chiusa da tendine nere ma solo a mezzo busto, quel momento unico di solitudine totale in cui si mette la fatidica croce sul partito e pensi, che bello, mi chiedono la mia opinione. Oppure è venuto il momento in cui posso dire la mia, posso mandare a casa qualcuno o posso far arrivare qualcun altro. Insomma ‘ci sono’, come cittadino o come cittadina.
    E’ un emozione diversa dal voto per corrispondenza, forse perché il seggio ha una sua sacralità. Un po’ come pregare a casa e pregare in chiesa, nel secondo caso c’è un’altra atmosfera, a parte l’eventuale presenza del Divino. Ecco nel seggio si sente la presenza della Democrazia, se mi permettete il paragone un po’ azzardato.
   Quando ho raccontato la mia esperienza elettorale, un mio amico mi ha ricordato una canzone di Giorgio Gaber, Le Elezioni (1967): “Mi danno in mano un paio di schede/e una bellissima matita/lunga sottile marroncina/perfettamente temperata/E vado verso la cabina/volutamente disinvolto/per non tradire le emozioni/E faccio un segno/sul mio segno/come son giuste le elezioni/ E’ proprio vero che fa bene/un po' di partecipazione/con cura piego le due schede/e guardo ancora la matita/così perfetta e temperata/io quasi quasi me la porto via/democrazia".

Immigrazione, si e' riaperta la 'via delle Canarie" ?

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 18 Maggio 2019 

   Mi stavo trastullando nel mio angolo di paradiso terrestre, con la barca all'àncora in una piccola baia, leggendo le storie degli aborigeni australiani di Bruce Chatwin, quando ho visto a poca distanza una imbarcazione di soccorso della Guardia costiera spagnola. Cercavano un bambino africano di un anno e mezzo. Due notti fa era caduto in mare mentre la madre che lo teneva nel tradizionale scialle legato alla schiena cercava di sbarcare da un gommone di clandestini arrivato nel sud di Gran Canaria. Il padre si e' tuffato dall'imbarcazione per cercarlo ma non ci e' riuscito ed e' attualmente disperso. In queste ore l'elicottero dei soccorsi continua a perlustrare la costa, lo sento passare di tanto in tanto.
   Il corpicino e' stato trovato ieri pomeriggio da un turista su una moto d'acqua davanti alla spiaggia di Taurito, un chilometro a est di Mogan. Prima di ancorare, c'ero anche io da quelle parti con la mia barca a vela. Non c'era vento e il mare era piatto, avrei potuto avvistarlo anche io, magari sono passata vicino e non l'ho visto.   
Da La Provincia - 18 maggio2019Trovato h
   Nella notte di mercoledi e giovedi' un po' piu' a nord est, vicino alle famose dune di sabbia di Maspalomas, la Guardia costiera ha trovato il cadavere di una donna immigrata caduta da un barcone.
Leggo su La Provincia, il quotidiano locale, che negli ultimi tre giorni nel sud di Gran Canaria (dove il mare e' piu' calmo e consente l'approdo) sono sbarcati di notte tre gommoni con un totale di 66 persone a bordo. Hanno ricevuto accoglienza, ma non e' noto sapere dove sono finiti, se sono stati rimpatriati o meno.
   Con la chiusura dei porti nel Mediterraneo si sono evidentemente riaperte le altre vie di fuga dal Marocco, Mauritania o Sahara Occidentale attraverso l'Atlantico verso l'arcipelago delle Canarie, facile porta d'ingresso in Europa. Negli ultimi quattro mesi nel famoso arcipelago, buen retiro dei pensionati europei, sono arrivati 243 migranti secondo statistiche ufficiali del Ministero degli Interni di Madrid. Non sono tanti, ma sono quattro volte tanto quelli arrivati lo scorso anno nello stesso periodo. Gia' nel passato le Canarie sono state in prima linea per l'immigrazione clandestina, leggo che nel 2006 erano arrivati 31mila migranti. Poi il governo spagnolo ha adottato una tolleranza zero, in gioco c'e' l'enorme business turistico, oppure i contrabbandieri hanno trovato altre vie piu' facili. La traversata oceanica dura un paio di giorni, penso sia piu' difficile che attraversare il Mediterraneo per via delle forti correnti marine.
   Il ritrovamento del bambino ha attirato l'attenzione dei media locali che in questi giorni sono concentrati sulle elezioni municipali del 26 maggio, in coincidenza con le Europee. Non se ne parla molto di immigrazione clandestina, anzi si preferisce ignorarlo. Si fa finta di non sapere che si e' vicini a un continente di un miliardo di persone, di cui 400 milioni tra i 15 e i 24 anni, la maggior parte disperati e pronti a imbarcarsi sul primo gommone appena riescono a racimolare quei mille o due mila euro necessari per arrivare in Europa.
   La vignetta qui sopra e' tratta da La Provincia di oggi ed e' emblematica del clima dominante di questi giorni.
   Per quanto mi riguarda, non nascondo di provare un certo imbarazzo a 'veleggiare' qui davanti sapendo che molti immigrati rischiano la vita nelle stesse acque. Gli italiani di Lampedusa o di Pantelleria probabilmente sono abituati da anni a convivere con questo dramma. Sembrava un fatto distante che non mi toccava, invece anche qui un giorno potrei trovare a riva un piccolo Alan Kurdi. 

TREKKING/ La antica torre di Mogan

Puerto de Mogan, 5 maggio 2019

  Il trekking piu' popolare della Gran Canaria e' di sicuro quello della valle di Guigui, nel 'selvaggio' ovest dell'isola dell'oceano Atlantico, che termina in una delle piu' belle e remote spiagge. Ma ci sono anche altre camminate, meno conosciute, che garantiscono panorami mozzafiato e anche qualche piacevole sorpresa.
   Ho scoperto un sentiero che si inerpica da Puerto del Mogan e sale su un costone della montagna per finire a una torretta di pietra, probabilmente resto di un insediamento indigeno oppure resto di una postazione militare. L'intera vallata era abitata fin dal VII secolo come dimostra il parco archeologico di Canada de Los Gatos, a ovest della spiaggia di Mogan.
   E' una facile passeggiata, ma un po' ripida. Ci si impiega 30-40 minuti per arrivare in cima del costone che divide due 'barranco' (i 'canyon' delle Canarie). E' ben segnalato da una fila di cippi di confine bianchi con le lettere CP.
   Il cammino parte circa a meta' dalla strada provinciale che porta a Taurito, la spiaggia a ovest di Mogan, e che e' chiusa al traffico da alcuni anni a causa di una frana che ha distrutto un tornante. E'
pero' accessibile a piedi anche se le autorita' fanno di tutto per bloccare il passaggio. La strada di per se' offre dei panorami mozzafiato sull'oceano.
   Il sentiero inizia in un tornante, all'incirca a un chilometro da Mogan. Non e' indicato, ma e' visibile dalla strada asfaltata. Si inerpica in una stretta vallata e segue il letto di un torrente. Sembra strano che ci sia stato un torrente in un luogo dove piove in media sei giorni all'anno, eppure dalla forma della roccia si capisce che scorreva dell'acqua. Forse c'era una sorgente che non esiste piu' o che e' stata deviata.
    Dal fondo della picccola vallata, dove si cammina, si vedono una serie di grotte naturali. Alcune sembrano abitate perche' ci sono dei teli di plastica e varie masserizie. Ci sono degli "hippies" che vivono nella zona.  La vegetazione e' quasi assente, soltanto arbusti spinosi e qualche cactus e agave, e' quello che si trova in tutta l'isola eccetto nel Nord dove arrivano le piogge delle perturbazioni atlantiche.
    L'ultimo tratto e' a zig zag, un po' piu' ripido, poi si arriva sullaltipioano in cima al costone e il panorama fa dimenticare la fatica. Il sentiero costeggia la rupe, che sembra quella del famoso cartone animato di Re Leone, piena di 'piramidi' di pietre come si usa nei monasteri del Tibet. Non ha sbocco perche' ci sono precipizi tutto intorno, ma sulla destra dopo un avvallamento si intravede la torretta.       La costruzione, probabilmente, e' stata rifatta su un vecchio sito abitato. C'e' anche una panchina davanti e in un incavo del muro un contenitore di plastica dal coperchio blu. Contiene un quaderno e una penna per registrare la presenza come si fa quando gli alpinisti raggiungono le cime o come si faceva una volta per i pellegrinaggi. E' simpatico vedere i commenti e i disegni di chi e' arrivato quassu'. 

LIBRI\ Internet e clima visti da due scrittori::Baricco e Gosh

Madrid, 11 aprile 2019
   Mi sono trovata per caso a leggere due libri di scrittori famosi che trattano di due questioni di urgente attualita’. Uno e’ The Game di Alessandro Baricco sulla rivoluzione di internet e l’altro e’ La Grande Siccita’ di Amitav Ghosh sul cambiamento climatico. Due corposi saggi scritti da due romanzieri. E due altrettanti corposi soggetti che di solito sono di pertinenza della scienza e non della letteratura.
Ma se e’ vero che ‘lo scrittore non e’ una persona che risolve i problemi ma che li pone’ (Cechov citato da Murukami Haruku in 1Q84) allora non c’e’ nulla di anomalo, anzi direi che ci stanno bene.
   Le trasformazioni sociali di internet e quelle ambientali causate dall’inquinamento sono forse le piu’ grosse sfide che l’umanita’ si trova a dover affrontare all’inizio del terzo Millennio.
   Ci siamo dentro e le stiamo vivendo ogni giorno, e proprio per questo e’ difficile avere una visione chiara della loro portata. Un romanziere, abituato a raccontare le storie e a scavare negli animi, ha forse qualche elemento in piu’ di comprensione e riesce meglio a spiegare eventi di portata rivoluzionaria come questi due. Almeno cosi’ mi e’ sembrato, considerando che non si tratta di scrittori ’impegnati’ nel sociale, soprattutto l’indiano (emigrato negli Usa) Amitav Ghosh, studioso dell’epoca coloniale e autore di una famosa trilogia ambientata nell’India britannica. Entrambi mi hanno sorpreso per la mole di ricerca e lo sforzo di vedere ‘oltre’ la narrativa dominante su questi due temi.
   In ‘The Game’, Baricco scrive che la rivoluzione digitale non e` solo tecnologica, ma e’ mentale, ha la capacita` di 'generare una nuova idea di umanita`. Ed e’ proprio questo che ci fa paura. E’ la paura di essere di fronte a ‘una mutazione radicale, la generazione di un uomo nuovo scaturito casualmente da una trovata tecnologica irresistibile’. Ipotizza quindi che l’era digitale e‘ una evoluzione darwiniana dell’umanita’, addirittura una ‘modificazione genetica’, in perenne ricerca di innovazioni e che opporre resistenza e’ quindi inutile. Non bisogna avere paura, dice, e bisogna agire in fretta, perche’ nel frattempo in California ‘altri’ stanno ‘inventando il nostro futuro’.
   Anche se preferisco schierarmi dalla parte di chi resiste al cambiamento, non sono del tutto convinta sugli effetti benefici della rivoluzione digitale in futuro. Il ‘gioco’ si e’ fatto davvero pesante perche’, come scrive, il cambiamento in corso e’ culturale. Come ipotizza negli ultimi capitoli ’autore di Sapiens, Yuval Noah Harari, siamo a una svolta determinante in cui l’uomo che ne uscira’ sara’ irriconoscibile, proprio come lo e’ oggi per il primitivo Neandertal.
   Sul piano del cambiamento climatico, invece, Amitav Ghosh, figlio di ‘rifugiati ambientali’ dal Bangladesh quando ancora non esisteva la definizione, offre una visione diversa, di uno che appartiene a un Paese emergente, l’India, dove il 40% non e’ connesso alla rete elettrica e dove il 90% non possiede un auto (ma entro pochi anni non sara’ piu’ cosi’).
   Il suo punto di vista ‘non occidentale’, capovolge le responsabilita dell’Occidente che non solo hanno inquinato per primi il pianeta con l’espansione della economia fossile ma hanno anche impedito che le nazioni povere si sviluppassero (e paradossalmente inquinassero) mantenendo il monopolio sulle tecnologie inquinanti dell’industrializzazione e quindi della ricchezza.
   Nel suo libro di non fiction “La Grande Cecita’ – Il cambiamento climatico e l’impensabile” si chiede se "l’imperialismo abbia forse ritardato l’avvento della crisi climatica tenendo a freno l’espansione delle economie asiatiche e africane".
    E’ paradossale ma e’ vero. Solo pochi hanno avuto quindi il “diritto” a inquinare. Interessante poi il raffronto che fa Gosh tra l’Accordo di Parigi, un “capolavoro di vertiginoso vituosismo”, come lo definsce e la Enciclica del Papa, Laudato si’, dove si criticano apertamente alcuni paradigmi, come la crescita infinita o illimitata, che sono alla base del problema ambientale.
   Problema che nel 1928 il Mahatma Gandhi (in Young India) mise a fuoco con queste famose parole ” Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’Occidente. Se una intera nazione di trecento milioni di persone dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse. Il mondo ne resterebbe spogliato come da una invasione di cavallette”.

I pastori sardi e il nuovo libro profetico di Houellebecq

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 11 Febbraio 2019

   Stavo guardando ieri su Rainews 24, unico canale Rai accessibile on line da estero, la protesta dei pastori sardi e il loro latte `versato` in strada per la rabbia di non poterlo vendere a un prezzo dignitoso. Uno di loro diceva, in lacrime, di essere alla fame a causa della concorrenza del latte importato dall'estero. Un altro prometteva azioni piu' violente come quello di sbarrare i camion provenienti dall'Est Europa.
   La scena e' incredibilmente simile a quella del nuovo romanzo distopico di Michel Houellebecq, "Serotonina", appena uscito, ambientato in Francia. A protestare sono gli agricoltori e produttori di formaggio della Normandia, che a causa della globabilizzazione non riescono piu' a sopravvivere. Eppure come dice uno di loro, Aymeric, compagno d'universita' del protagonista, "cerco di fare le cose correttamente, quest'allevamento non ha niente in comune con gli allevamenti industriali, come hai potuto vedere, le mucche hanno spazio, ed escono un po' ogni giorno, anche d'inverno, ma piu' cerco di fare le cose correttamente, meno riesco a cavarmela". Aymeric poi si suicidera' in un gesto estremo durante una protesta violenta dei contadini che impugnando le armi si scontrano con la polizia.  Mentre il protagonista, Florent-Claude, sprofondera' ancor di piu' nella depressione dopo aver constatato l'ineluttabilita' della scomparsa dei piccoli produttori agricoli impotenti di fronte alle regole del commercio internazionale. Proprio lui che da funzionario del Ministero dell'Agricoltura francese aveva tentato invano di proteggere i formaggi locali contro le politiche dell'Unione Europea.
Ancora una volta Houellebecq, controversa Cassandra accusato di islamofobia, ci ha azzeccato con un libro che racconta perfettamente le distorsioni dell'economia liberalista e il lento ma inesorabile declino dei piccoli agricoltori. "Per anni mi ero trovato di fronte a gente pronta a morire per la liberta' dei commerci", e' il de profundis del protagonista davanti a una assemblea di allevatori.