Gomera, il museo di Colombo 'politically correct'

San Sebastian de La Gomera,  8 Ottobre 2019

    L'isola di Gran Canaria e quella de La Gomera rivendicano entrambe il merito di aver ospitato Cristoforo Colombo prima che cominciasse il suo viaggio verso le Indie nel 1492.  A scuola ci insegnano che il grande esploratore salpo' da Palos (attualmente sulla frontiera tra Spagna e Portogallo) alla volta del Nuovo Mondo, ma in realta' da li' si diresse alle isole Canarie, che erano spagnole per gli ultimi  prepararativi prima dell'impresa.  Mentre Tenerife non offriva una buona base, perche' pare la popolazione indigena era ostile agli spagnoli, i porti di Las Palmas di Gran Canaria e quello di San Sebastian de La Gomera garantivano un buon approdo e soprattutto approvigionamenti e abbondante ciurma da arruolare.
   Entrambe le citta' canarie hanno allestito una casa-museo dove l'ammiraglio Cristobal Colon (cosi' lo chiamano qui mettendo in dubbio le sue origini italiane) sarebbe stato ospitato per alcune settimane in attesa che le caravelle fossero pronte per la spedizione. Si tratta di edifici appartenenti a nobili spagnoli che all'epoca amministravano le isole.
    A Las Palmas la "casa di Colon" si trova nel piu' bel complesso del quartiere storico di La Vegueta.  Si dice che era la casa del governatore, in parte poi ricostruita e ampliata e quindi trasformata in uno splendido spazio espositivo dedicato alla conquista delle Americhe. Negli splendidi sotterranei del palazzo, un po' in disparte, c'e' invece una esisbizione di arte pre colombina di oggetti delle antiche civilta' pre-ispaniche, a testimonianza che c'era qualcosa pruima della "scoperta".
   A San Sebastian de La Gomera esiste un'altra "casa de Colon", ma molto piu' piccola e senza nulla che ricordi il famoso esploratore. Non c'e' biglietto di ingresso e gli unici oggetti esposti, a pian terreno, appena si entra, sono delle terracotte dell'epoca pre colombina in particolare della civilta' Chimu' (Peru'), conquistato dall'impero inca prima dell'arrivo dei conquistadores. Una scelta decisamente piu' 'politically correct'.
     La rivalita' con la Gran Canaria e' evidente. Il custode del museo mi ha precisato che Colon si fermo' qui per il suo primo viaggio. A Las Palmas invece sosto' nei viaggi successivi, ma "loro sanno vendersi meglio", sono le sue parole. Il motivo, secondo lui, era che San Sebastian era un porto piu' attrezzato, c'era una caravella da riparare, e poi forniva piu' scorte alimentare e acqua di ottima qualita'. A La Gomera, inoltre l'ammiraglio inoltre aveva una "amica", cosi' l'ha definita il custode, la contessa Beatriz de Bobadilla y Ossorio, nipote della consigliera della regiona Isabella di Castiglia, la sponsor di Colombo.
    La nobildonna era diventata la "signora della Gomera", per lei un 'confino' dato che si narra che sia stata obbligata a sposarsi con un nobile nell'isola piu' remota del regno spagnolo come punizione per una sua presunta "vicinanza" con il marito della stessa regina, re Fernando. Questa e' ovviamente la leggenda...Pare inoltre che la contessa Beatriz, rimasta vedova, sia stata una vera tiranna per la gente de La Gomera.
    Sto leggendo una ricostruzione dei diari di bordo tenuti da Colombo nei suoi quattro viaggi, spero di trovare qualche informazione piu' precisa e di prima mano sulla vera casa di Colon.

Slow Sailing/Da Tenerife a La Gomera


San Sebastian de La Gomera, 3 ottobre 2019

   La traversata da Los Gigantes a San Sebastian de La Gomera (17 miglia nautiche, 241 gradi (C) ) è stata abbastanza dura per via della ´zona di accelerazione' che si incontra poco prima di arrivare a destinazione. Malgrado avessi letto di queste zone e addirittura avevo una descrizione grafica nel mio Portolano (che e' vecchio di 20 anni ma il vento e le correnti non cambiano) ci sono finita dentro e nella maniera peggiore, cioe' impreparata.
E´come quando in casa la corrente d'aria fa sbattere violentemente una finestra. Quando te ne accorgi che sei in mezzo a uno di questi 'spifferi' che si creano tra le imponenti montagne vulcaniche di queste isole e' troppo tardi.
Di fatti sono stata sorpresa in bikini, con 30 metri di lenza (stavo pescando) e un genoa troppo grande per i 25-30 nodi di vento. Ho lottato per una ora con la barca sbandata e senza poter scendere a prendermi una giacca o almeno il giubbotto di salvataggio.  Sono riuscita a recuperare la lenza, mentre tenevo il timone con una gamba (il pilota automatico non era in grado di tenere la barca dritta). Poi per fortuna, cambiando un po' rotta e avvicinandomi alla costa, sono uscita dalla zona "maledetta".
Arrivata al porto di San Sebastian (nella foto presa dall'alto), l'unica marina dell'isola, il vento era del tutto cessato e anche l'onda. Sono entrata trionfalmente scattando pure delle foto, contenta della mia seconda traversata. 

Slow Sailing/Los Gigantes, il porto sotto i 'giganti' di pietra

Los Gigantes (Tenerife), 28 Settembre 2019

   Il mio primo impatto con Tenerife non e´stato molto positivo. La marina dove sono approdata, San Miguel, all`estremita`sud-est, non ha nulla di esaltante, mentre la popolare spiaggia di San Cristianos, la "Las Vegas di Tenerife", e' un ghetto turístico low budget. Addirittura malfamato: mi hanno sconsigliato di lasciare incustodito  il kayak sulla Playa de Las Vista. Ho messo l'ancora nella baia, riconoscibile da una sorta di monumento-fontana su uno spuntone roccioso al centro, abbastanza brutto per la verita', e comunque non funzionante. Sono scesa a terra solo di giorno per esplorare il porto dove arrivano anche i traghetti dalla vicina isola de La Gomera. Ma al cinema serale ho dovuto rinunciare perche' appunto mi hanno vivamente sconsigliato di 'parcheggiare' il kayak sulla riva.
Dopo un paio di giorni sono ripartita per l'esplorazione della costa sud occidentale. Sono arrivata fino a Los Gigantes, "ultima spiaggia' dove la  costa diventa piu' selvaggia e decisamente meno cementificata. Da Los Cristianos sono circa 9 miglia marine, in assenza quasi sempre di vento. Tutto questo tratto di costa e'  al riparo dagli alisei del Nord-Ovest.
    Il porticciolo di Los Gigantes sorge a lato di una serie di impressionanti scogliere di 800 metri di altezza. i 'giganti' appunti ed e`praticamente semideserto. Ho visto solo 4 o 5 barche a vela, la maggior parte chárter. Penso di essere stata la sola a stare sulla barca nel mio pontone. Una tranquillita' assoluta e gradita dopo le notti assordanti a Los Cristianos.

   La costa da qui fino a Punta Teno (che e' un parco naturale quindi intatta) e' spettacolare per la maestosita' e i colori del mare. Tra Los Gigantes e il porto di pesca di Santiago c'e' anche una ´piscina naturale', chiamata Charco de Isla Cangrejo, una vasca ricavata nella roccia vulcanica e chiusa da un muretto sul lato del mare aperto.
Facendo un po' attenzione (ci sono stati casi di incidenti mortali) si puo' distendersi sul bordo e lasciarsi colpire dalle onde che riempiono la vasca di schiuma luccicante. Un'esperienza davvero particolare e completamente gratuita.


Slow Sailing/ Da Gran Canaria a Tenerife

Los Cristianos (Sud di Tenerife), 232 settembre 2019

   Ancora non mi rendo conto che ce l’ho fatta ad uscire dalla “gabbia” , come ho soprannominato la costa sottovento di Gran Canaria, dove non arrivano i potenti alisei del Nord-Est che invece si incuneano come in un imbuto tra le isole formando le ‘zone di accelerazione”.
   Sono nel Sud di Tenerife, ancorata davanti alla popolarissima spiaggia di Los Cristianos e sto riflettendo sulla mia prima traversata in solitaria.

   Sono partita da Puerto de Mogan, Gran Canaria, nella notte tra venerdì e sabato approfittando di una finestra meteo di 24 ore, resa possibile dal cambiamento di direzione dei consueti venti da Nord-Est. In quei giorni infatti il vento soffiava da Ovest e quindi la zona di accelerazione era meno potente perché “protetta” dal vulcano di Tenerife (3,700 metri). Invece dei soliti 30-40 nodi di vento e onde di 2-3 metri, c’era un Forza 4-5 (11-16 nodi), che per veleggiare con vele piene (non terzarolate) è un vero piacere. Di fatti la traversata, circa 12 ore, è stata uno sballo per me e per la mia barca. Il vento, indebolito, ma costante, da Nord-Est mi ha permesso di seguire una rotta lineare, senza deviazioni, tutta al traverso, che è l’andatura migliore per la mia barca. 
   Ho usato il motore soltanto un paio di ore quando sono partita di notte per raggiungere il canale tra Gran Canaria e Tenerife e poi nel pomeriggio altre due ore quando ero a circa 15 miglia nautiche dalla Marina San Miguel, mia destinazione finale, ed e’ calato del tutto il vento. Se posso paragonarla con altre attivita’ sportive, è stata come una lunga cavalcata a briglie sciolte. Come se davvero Maneki fosse riuscita a scappare da una gabbia dove era rinchiusa da mesi e che ormai conosceva a menadito. Certo la “gabbia” mi è servita per imparare e allenarmi, ma da un po' cominciava a starmi stretta. 
   Ma – va sottolineato mille volte - ho dovuto aspettare le condizioni favorevoli, che sono una eccezione nel canale tra Gran Canaria e Tenerife dove il vento è quasi sempre Forza 7 con raffiche di oltre 40 nodi nel tratto centrale.
   È la prima volta che sono a Tenerife e non conosco quasi nulla di questa isola a parte il vulcano Telde, la cui silhouette si ammira al tramonto da Gran Canaria e che d’inverno spunta con la cima innevata sulla linea dell’orizzonte.
   Ho scelto la Marina San Miguel perché mi hanno detto che appartiene allo stesso gruppo del Puerto di Mogan ed è simile, ma è stata una delusione. Nulla a che vedere. La marina è molto trascurata e degradata. Curiosamente c’è lo stesso sottomarino giallo, famosa attrazione turistica, che c’è a Mogan. Inoltre è la base di una scuola di vela del brevetto Rya. Anche i dintorni sono un po’ deludenti, vicino c’è il secondo aeroporto di Tenerife Sud, e lo sviluppo edilizio è in piena espansione. La costa è punteggiata di resort con piscina, ma in alcuni tratti ci sono ancora delle belle calette dove si puo’ scendere dal sentiero del lungo mare. Il porticciolo di Los Abrigos è l’unico posto rimasto incolume ed è gradevole anche se soffocato dal cemento. La chiesetta, probabilmente costruita dagli spagnoli, sopravvive tra i palazzi, tra cui un vero ecomostro rimasto incompiuto, c’è solo lo scheletro di cemento.
   Tenerife è come un triangolo. Il lato orientale dove sono sbarcata è quello più ventoso, mentre il lato meridionale è quello piu’ turistico perché è più caldo e non c’è vento.
   Mi hanno consigliato di ancorare nelle baia di Los Cristianos, a sud ovest,  che è tutta sabbiosa. La spiaggia è molto grande in effetti ed è circondata da locali alla moda. Di fianco c’è un porto dove partono i traghetti per la Gomera, l'ultima tappa di Colombo prima del suo viaggio verso le Indie.
   A Tenerife si parla praticamente italiano…i connazionali qui sono la comunità più grande di stranieri. Sara' un caso, ma mi hanno sconsigliato di lasciare il mio kayak in spiaggia, soprattutto di sera.   

In ¨patera´ alle Canarie, la disperazione dei profughi africani

Arguineguin (Gran Canaria), 19 settembre 2019

   Quella che vedete nella foto e´una ¨patera´, un ´´barcone´´ usato dai pescatori sulle coste marocchine  Questa imbarcazione appartenuta a un certo Mbarka, un cognome magrebino forse comune, e´stata avvistata mercoledi´a pochi chilometri dalla costa meridionale di Gran Canaria con a bordo un gruppo di migranti. E´stata intercettata dalla barca arancione del Salvamento Maritimo che l´ha portata al porto di Arguineguin. Leggo sulla stampa locale che sulla ´patera´ viaggiavano 15 disperati, tra cui una donna. Tutti sono stati accolti dalla Crioce Rossa locale e a quanto sembra erano in buona salute. E´ l'ennesimo barcone di migranti che arriva sulle coste dell'arcipelago spagnolo in questa estate. Soltanto dal Primo di settembre 291 profughi sono arrivati su 12 pateras e 3 caiucchi, da agosto sono 613.
   Come avevo gia´ scritto su queste pagine, la chiusura dei porti nel Mediterraneo ha riaperto la via delle Canarie. L'arcipelago e´a 200 km circa dalle coste africane e gli alisei soffiano costantemente in direzione sud-ovest.
    Ho fotografato questa 'patera' perche´ e' stata ormeggiata a una ventina di metri dalla mia barca ancorata vicino all'ingresso  porto di Arguineguin. A guardarla immagino il lungo viaggio per mare, non penso abbiano avuto un motore, non vedo manco un timone. In pratica e´una tinozza dalle sponde molto alte che e' stata gettata  nell'oceano Atlantico sperando che le correnti e i venti la spingano fino a una delle sette isole dell´arcipelago spagnolo. Se si calcola bene la rotta,  grazie alla corrente oceanica caraibica, quella che porto´Colombo, qualsiasi cosa che galleggi prima o poi arriva alle Canarie. Certo non riesco manco ad immaginare l'odissea delle 15 persone stipate a bordo e neppure la abissale disperazione che li ha spinti ad affrontare un simile viaggio. 

Incendio Gran Canaria, addio pineta di Tamadaba


,




Gran Canaria, 20 agosto 2019 

   Una settimana fa sembrava circoscritto il fuoco nel centro-ovest di Gran Canaria, poi qualche giorno fa e´ripartito complice un grande vento e il caldo rovente. Da quanto ho capito, il rogo avanza cosi´velocemente che é impossibile fermarlo. La chiamano "tormenta di fuoco" e corre lungo i "barrio", le profonde vallate che scendono a raggiera dal centro dell´isola fino alla costa. In questa stagione i "barrio" sono ricoperti da cespugli rinsecchiti, agavi e cactus. Poca cosa da bruciale, eppure le fiamme continuano ad avanzare verso ovest e sud nonostante il dispiegamento di elicotteri, idrovolanti e centinaia di persone, tra volontari, "bomberos" (i vigili del fuoco) e altro personale inviato dalla "peninsula".
   A farne le spese e´stata la `pineta´di Tamadaba (la foto e' stata scattata da me qualche mese fa nel punto piu' alto dove si vede Tenerife), sul lato occidentale, autentico polmone verde dell'isola che ha una scarsissima vegetazione a causa della mancanza di piogge. La foresta. popolare meta di picnic e trekking, si estende per 7.500 ettari ed e´stata dichiarata Riserva della Biosfera dall´Unesco. E' quasi tutta ridotta in cenere. Gli esperti dicono che ci vorra´almeno dieci anni per riportarla alle condizioni precedenti il rogo.
    Poi ci sono i disagi per la popolazione, finora sono 9 mila gli evacuati dai villaggi sperduti nelle vallate, sono agricoltori e pastori che abitano nelle meravigliose "finca" in stile canario, delle abitazioni scavate nelle rocce vulcaniche, di cui e´visibile solo la facciata.
    Da ieri mattina una nube di fuliggine nera e' arrivata sulla costa, anche al puerto de Mogan, mentre il calore e´insopportabile. Non e´ il caldo normale di agosto, e´ quello del fuoco che arde a circa 80 km di distanza con fiamme che toccano i 50 metri di altezza. Ieri notte si vedeva una cortina di fumo  arancione dietro le cime rocciose.
    Ovviamente In questi giorni non si parla d´altro. La gente e´ costantemente con gli occhi alla televisione e ai social, preoccupata per parenti e amici che abitano nelle zone colpite.
    In un bar, ottimo posto per sondare i sentimenti della gente , ho visto in diretta la conferenza stampa del presidente canario Angel Victor Torres, in camicia bianca senza cravatta, circondato dai tecnici. Le ultimissime notizie sembrano buone, il vento non soffia piú da stamane e nei prossimi giorni le temperature dovrebbero scendere. A quanto pare solo un cambio nelle condizioni meteo puo' fermare il disastro, non l'azione umana. Come dire che si e' nelle mani di Dio.
    Sui giornali intanto si da´ la colpa al cambiamento climatico, ragione facile e comoda da sostenere. In realta´come mi hanno spiegato, la colpa e´del progressivo svuotamento demografico delle montagne a favore della costa dove domina la ricca industria turistica. Cosi´ i ¨"barrio" sono rimasti incolti e pieni di sterpaglie. Basta una scintilla, come quella di uno smerigliatore che secondo i giornali avrebbe causato il primo focolaio due settimane fa, per scatenare un inferno di fuoco soprattutto quando il vento soffia forte dall´oceano Atlatico.    

Kashmir, la grande industria dietro la decisione di Modi di revocare l'autonomia?

Gran Canaria, 9 agosto 2019
   Il 5 agosto il Parlamento indiano ha sospeso la legge che garantiva uno speciale statuto autonomo alla regione del Kashmir, il territorio che per il diritto internazionale è ‘conteso’ tra India e Pakistan (e Cina se vogliamo essere precisi) e dove si sono combattute quattro guerre. Per New Delhi la regione faceva parte amministrativamente dello Stato di Jammu e Kashmir, che comprendeva la valle di Jammu (a maggioranza indù), il Kashmir (musulmano) e più a nord est il Ladakh (buddista). Nello stesso tempo con una nuova legge sono state create due nuove entità (‘Union Territories’), Jammu e Kashmir e il Ladakh. Si tratta di un “downgrade” da Stato a Union Territory che non ha precedenti nella storia moderna indiana.
   La decisione, presa dal governo indù nazionalista del Bjp, era nell’aria da parecchio tempo. Lo stesso premier Narendra Modi, rieletto lo scorso maggio con largo consenso popolare, lo aveva promesso nella sua agenda elettorale. Perfino in certi ambienti dell’opposizione del Congresso, il partito della famiglia dei Gandhi, erano d’accordo, tanto che alcuni parlamentari hanno votato a favore creando una nuova frattura, forse mortale, nello storico partito dell’italo indiana Sonia e di suo figlio Rahul.
   L’articolo della Costituzione indiana che è stato abolito è il 370 e appartiene alle ‘norme temporanee e provvisorie’ della carta costituzionale del 1947. All'epoca doveva essere sostituito da qualcosa altro, che non c’è mai stato. È quindi diventato lo status quo. Come lo è la cosiddetta Linea di Controllo (Loc), il fronte su cui sono schierati gli eserciti, che serve di fatto come frontiera. Sono quelle situazioni così ingarbugliate e così sensibili in cui per il quieto vivere nessuno osa toccare nulla.
   Ma il leader Modi, che passa per un decisionista, ha voluto alterare questo equilibrio precario. Che succederà ora? Come quando si getta un sasso nello stagno le conseguenze possono essere a catena.

- Il Pakistan è andato su tutte le furie, ma a livello internazionale gode di scarsissimo appoggio soprattutto con l’amministrazione Trump e con l’alleato cinese interessato piuttosto a stabilizzare la regione a vantaggio della sua nuova via della Seta. Non so fino a che punto la Cina puo’ spendere energia per sostenere la causa del Kashmir.
- I kashmiri, che sono i diretti interessati, non sono stati interpellati. Anzi New Delhi ha bloccato telefoni e internet e schierato l’esercito in strada. Cosa che l’India è abituata a fare da decenni quando intende riportare l’ordine o fermare le rivolte nella regione. Sono stata molte volte a Srinagar e ogni volta ho avuto la netta sensazione che la gente era ostaggio del conflitto con l’India alimentato dai vari movimenti separatisti. Ho avuto il sospetto che la gente comune non desiderasse altro che vivere una vita normale senza blocchi stradali e senza continui scioperi, spesso ‘imposti’ dagli attivisti kashmiri. I musulmani del Kashmir, forse, non sono molto diversi dalla minoranza mussulmana (20 per cento della popolazione indiana ovvero 250 milioni di persone) che vive pacificamente nel resto del subcontinente. Senza contare che i kashmiri nel resto dell’India e all’estero hanno dei ricchi business grazie alle loro doti di commercianti.
- Cosa significa per l’India? Su molta stampa internazionale, la revoca dell’articolo 370 è stata spiegata come l’intenzione di ‘colonizzare’ il Kashmir e creare uno stato basato sulla religione indu’ e non piu’ laico come voluto dal padre della nazione Mahatma Gandhi. Puo’ essere vero, ma penso che nelle intenzioni del governo c’è piuttosto la volonta’ di mettere le mani sopra un territorio ancora ‘vergine’ con grosse potenzialita’ turistiche. Una delle piu’ importanti norme che derivavano dall’articolo 370 era quello di impedire la compravendita di immobili a non kashmiri. Da ora in poi un investitore di New Delhi o di Mumbai potra’ comprare terreni o alloggi nella valle. Il che significa quindi dare il via alla cementificazione del Kashmir, il “paradiso terrestre’ come lo chiamo’ nel XV secolo l’imperatore mugal Jahangir. Molti sponsor del premier Modi sono industriali del Gujarat, e molti altri si sono aggiunti nella sua crociata per ammodernare l’India. Non so quindi fino a che punto ci siano motivazioni religiose o ideologiche dietro questa mossa. Ci vedo piuttosto la rapacità del grande capitale.

- Il Ladakh, il ‘piccolo Tibet indiano” è per me uno dei posti più affascinanti dell’India e mi sembrava ingiusto che non avesse alcuna rappresentazione politica. Lo stato di Jammu e Kashmir ha da sempre ignorato l’esistenza della regione, vuoi perché è isolata vuoi perché è popolata da appena 270 mila persone, per di più buddiste. Il Ladakh quindi guadagna la propria autonomia e di fatti a Leh, la capitale, hanno esultato, in quanto era da tempo che lo chiedevano. Va precisato che diventare Union Territory (senza parlamento locale) significa essere amministrato direttamente dal Centro. A maggior ragione in Ladakh si apriranno le porte per i grandi investimenti in particolare nel turismo, che è già una delle risorse principali. Lo stesso Modi, nel discorso alla nazione ieri sera, lo ha detto chiaramente: “ Ladakh has the potential to become the biggest center of Spiritual Tourism, Adventure Tourism and Ecotourism”. 
Voila’ il Kashmir è servito su un piatto d'argento.

Due ore di canoa, due chili di plastica

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 5 agosto 2019

   Questa e' la fotografia della plastica che ho raccolto in mare ieri pomeriggio in due ore di canoa da Puerto di Mogan alla spiaggetta di Perchel. Lo chiamano "plogging", si tratta di raccogliere spazzatura mentre si pratica uno sport e a quanto pare e' molto trendy, tanto  che stanno nascendo associazioni un po' ovunque.
Io lo faccio da sempre per amore del mare, ma e' la prima volta che mi capita di raccogliere cosi' tanta plastica qui nell'oceano Atlantico. Si tratta di rifiuti lasciati dalle barche dei turisti e dai pescatori, non penso arrivi da molto distante. In questi giorni c'e' un gran vento e quindi forse si formano delle 'correnti' di spazzatura, potrebbe essere una spiegazione. Oppure, cosa che temo, sono aumentati gli scarti plastici. 
   Facendo una analisi di cosa ho trovato prevalgono i sacchetti di plastica, purtroppo quelli pseudo "riciclabili" che si disintegrano in mille pezzi impossibili da raccogliere, bicchieri monouso e tappi di bottiglia. E poi involucri plastificati per il cibo, preservativi, giocattoli, accendini, una palla da tennis e una ciabatta infradito. In totale un paio di chili che ho sistemato in un grande sacco trovato anche quello in acqua.
   Ovviamente la mia raccolta e' l'equivalente di una goccia....nell'oceano. Comincio a dubitare che se anche tutti gli esseri umani si mettessero a raccogliere la plastica liberata nell'ambiente, non ce la farebbero a raccoglierla tutta.
   L'unica soluzione e' non produrre piu' plastica, ma si preferisce invece inventare nuova 'plastica biodegradabile", come se fosse possibile, o trovare nuovi modi di distruggerla, sapendo benissimo che non e' possibile.
   Purtroppo l'attenzione del mondo e' oggi sul cambiamento climatico, problema grave certo, ma nulla al confronto delle tonnellate di plastica che ogni giorno compriamo e  che inevitabilmente finiscono nella terra e nei mari.     

Slow Travelling/ Alla scoperta della via Emilia


Parma, 28 luglio 2019

   Ammetto di conoscere poco l’Italia, di sicuro ho viaggiato più in Tamil Nadu che nell’Emilia Romagna. Ma la mia passione per lo ‘slow travelling’ fa sì che qualsiasi posto che attraversi, anche la parte più industrializzata della Pianura Padana, si trasformi in una affascinante scoperta di luoghi e di persone.

   Si prenda la via Emilia, per esempio. Una delle famose strade consolari romane che va da Piacenza a Rimini. Già contraddice il famoso detto “tutte le strade portano a Roma” perché inizia dall’avamposto romano di Ariminum (Rimini), dove finisce la Flaminia, che è di qualche decennio prima. E poi, a leggere la storia, sembra essere stata determinante per il successo dell’impero romano perché’ ha segnato la conquista del bacino del fiume Po, quello che era la Gallia Cisalpina. Il che ha significato terra fertile e acqua in abbondanza per l’espansione colonialistica di Roma.
   Sto leggendo in questi giorni “Prisoners of Geography” del giornalista Tim Marshall, dove la storia del successo (o insuccesso) degli Stati viene letta attraverso la lente della geografia, cioè della presenza di montagne, fiumi o terre fertili. E si capiscono molte cose del mondo di oggi.
   La stessa lettura la si puo' applicare alla arteria fatta costruire nel primo secolo avanti Cristo dal console Marcus Aemilius Lepidus. L’anno di completamento sarebbe stato esattamente il 187 AC. In quella data sono state fondate anche le principali città lungo la strada, come Imola, Bologna, Modena, Reggio nell'Emilia, Parma, Fidenza e Piacenza Come è ben noto, i romani spedivano coloni a prendere possesso delle nuove terre, o semplicemente ci mettevano i soldati che le avevano conquistate, dopo aver costruito le infrastrutture di base, ovvero strade, ponti e acquedotti.
    La via Emilia, che sullo stradario e' la SS9, ancora oggi ripercorre lo stesso tracciato per 260 km. Tutta in pianura, costeggia l’Appennino, attraversa diversi affluenti del Po. C’è ancora un ponte in piedi, il ponte di Tiberio a Rimini, mentre un altro, il ponte di Teodorico, è venuto alla luce durante scavi in una via di Parma.
    Dopo 2 mila anni il tracciato della via Emilia è servito per costruire nell’Ottocento la ferrovia Milano-Bologna e poi l’autostrada A1. Il territorio che attraversa, l’Emilia Romagna, è la più ricca regione italiana insieme alla Lombardia. Ed e' anche una mecca eno-gastronomica. Chissà se una analoga strada consolare tra Salerno e Reggio Calabria avrebbe potuto cambiare i destini del Meridione.
   Oggi nessun automobilista o motociclista si sogna di percorrere tutta la via Emilia quando con l’autostrada di fianco si risparmia tempo e anche le multe degli autovelox dei centri urbani. Io l’ho fatta in moto alla media di 50-60 km all’ora, nei picchi dell’ondata di caldo africano di questi giorni, fermandomi a ogni bar Sport per una sosta rinfrescante, ed è stato abbastanza avventuroso. Oltre che affascinante per l’idea di percorrere fisicamente su due ruote un pezzo di storia millenaria.

SENTIERI PERDUTI/La mulattiera da Bracchiello a Ceres


Val d’Ala (Torino), 15 luglio 2019

   Sono anni che sento il solito ritornello  che “le mulattiere della valle di Lanzo sono abbandonate” e che la ‘montagna stava morendo”. Sara’ la crisi oppure un moto d’orgoglio del Cai piemontese, fatto sta che i percorsi sono stati ora riaperti e ripristinati a beneficio degli escursionisti.  

   Ho percorso il sentiero 261, riaperto questa estate dagli alpinisti del Cai di Lanzo, che va da Bracchiello a Ceres (in realta’ da Monti Di Voragno diventa 241). Circa un paio di ore andando piano, quasi tutto al medesimo livello, eccetto quando si scende da Monti di Voragno (973 metri) a Ceres (730 m). Si tratta di una passeggiata facile, ma che in alcuni tratti richiede un po’ di attenzione in quanto si costeggiano dei dirupi e il sentiero a volte è occupato da grossi tronchi caduti da sopra.
   Per la maggior parte si cammina in un fitto bosco di castani, dove la luce filtra a mala pena, che si apre di tanto in tanto su degli alpeggi dove si trovano diverse baite. Con mia ulteriore sorpresa, e per sfatare il ritornello di cui sopra, molte sono state ristrutturate e pare ci abiti qualcuno.

 Il villaggio di Monti di Voragno (990 m) per esempio, sembra una cartolina. Una vecchia grangia, l’Aran, è abitata da ragazzi. E poi piu’ o meno a meta’ si trova una meravigliosa scala intagliata nella roccia. Quando quelle montagne erano ancora produttive era stata forse stata realizzata dai pastori o agricoltori che usavano il sentiero come via di comunicazione, non a scopo ricreativo come ai giorni nostri.
Lungo il percorso si trovano anche altre curiosità come una cava di calce. A quanto pare fino a pochi anni fa l’estrazione della calce era una attività lucrativa da queste parti.
   Prima di arrivare a Pian di Ceres si trova la cappella degli Appestati, detta così perché si riunivano i valligiani all’epoca dell’epidemia. All’interno c’è un bell’affresco di una Madonna e di un Cristo in croce realizzato da un frate dell’abbazia di Novalesa. Lì vicino c’è anche una vecchia grangia restaurata sempre dal Cai Lanzo.

    Volendo con il sentiero 241 si sale al Monte di Santa Cristina (1342), dove sorge un santuario dedicato alla santa martirizzata a Bolsena. Il 24 luglio si tiene la processione lungo la mulattiera a gradini.

Slow Travelling, il kebab di Parma

Parma, 30 luglio 2019

    Nel mio lento viaggio lungo la via Emilia mi sono fermata a Parma per la notte. Non c'ero mai stata. Nel mio immaginario da emigrata, Parma avrebbe dovuto essere una 'top destination" per il palato.  Il prosciutto di Parma, il parmigiano...la genuinita' piu' assoluta. E' pure la sede dell'Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa). Mi aspettavo salumerie traboccanti di prosciutti e formaggi.  Un profumo di 'crudo' appena tagliato che pervadeva le strade. Insomma appena ho visto il cartello stradale "Parma" mi e' venuta subito l'acquolina in bocca.
    Ho parcheggiato la moto nelle vicinanze della stazione, che e' a due passi dal centro storico pedonale.  E li' ho cominciato ad accorgermi della grande fregatura. Di prosciutto manco l'ombra, neppure in foto. Ho visto solo fast food di kebab e pizza al taglio. Quelli che si trovano in ogni citta' del mondo.  Almeno a Genova vendevano la focaccia genovese. Invece qui solo kebab e al massimo pollo. Nessun ristorante tipico e assolutamente nessuna salumeria.
    Per carita' non ho nulla contro le kebaberie. Mi sono fermata a mangiare un panino e ho avuto una piacevole conversazione con il gestore tunisino sul caldo africano. "Manco in Africa c'e' questo caldo" mi ha detto ridendo. Poi sono entrati altri clienti, africani e asiatici, un gruppo di turisti russi che voleva a tutti i costi delle birre, mettendo in imbarazzo il gestore, probabilmente un pio mussulmano oppure semplicemente senza licenza per le bevande alcoliche. Ero a mio agio in questo ambiente internazionale fino a quando non mi sono ricordata che ero a Parma...la Parma delle mie fantasie gastronomiche.
    Che e' successo? ho chiesto a chi ci abita. "Parma e' da tempo in degrado" e' stata la laconica risposta.  Anche nel centro storico, dove c'e' l'iconico battistero di Domenico Antelami (ingresso a pagamento), non ho visto nulla che richiamasse le ghiottonerie per cui la citta' e' famosa nel mondo. Ma era domenica e per di piu' pioveva. In un bar sotto i portici ho preso un cappuccino e una brioche. Su un muro c'era un cartello che avvisava i clienti di non tenere l'unico giornale (La Stampa)  per piu' di 15 minuti. E manco un salatino con il famoso prosciutto.

Maro', si avvicina l'ora della verita'. Corte arbitrale si riunisce l'8 luglio all'Aja

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 26 giugno 2019

E' arrivata l'ora della verita' per i due maro' coinvolti sette anni fa in una complessa vicenda giudiziaria in India scaturita dall'uccisione di due pescatori scambiati per pirati al largo delle coste del Kerala e sfociata in una gravissima crisi diplomatica tra Roma e New Delhi.
   La Corte arbitrale italo-indiana, creata nel 2015 all'Aja per dirimere la disputa, si riunira' a partire dall'8 luglio per decidere sulla giurisdizione del caso avvenuto al di fuori delle acque territoriali indiane. I giudici dovranno stabilire a chi tocchera' celebrare il processo a carico dei due Fucilieri italiani accusati di omicidio. Se ho ben capito la Corte avra' fino a sei mesi di tempo per emettere la sentenza una volta che si e' chiuso il dibattimento. I lavori della prima giornata in cui le due parti esporanmo le proprie ragioni sono in diretta streaming (vedi qui il comunicato pubblicato ieri in francese e inglese sul sito della  Pca) a partire dalle 9 del mattino ora locale. Poi le udienze si terranno a porte chiuse.
   La Corte arbitrale era stata formata nel settembre 2015 in seguito alla strategia di "internazionalizzazione" del caso decisa dall'allora governo Renzi con il ricorso alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che da' la possibilita' agli Stati membri di ricorrere alla Corte Permanente dell'Aja per risolvere le dispute relative agli incidenti che avvengono in acque internazionali.
   E' composta da un giudice nominato da Italia (il professore Francesco Francioni), un giudice indiano (Pemmaraju Sreenivasa Rao), dall'attuale presidente del Tribunale Internazionale del Mare (Ilos), il sudcoreano Paik Jin-Hyun, e due arbitri, il giamaicano Patrick Robinson, ex presidente del Tribunale per i Crimini nella ex Jugoslavia e il russo Vladimir Golitsyn, ex presidente Itlos.
L'udienza era attesa nell'autunno del 2018, ma la morte del giudice nominato da New Delhi ne ha causato lo slittamento.
   Nel caso in cui la Corte decidesse che tocca all'India giudicare i due militari italiani, in teoria Latorre e Girone dovrebbero tornare in India. Ora sono entrambi in una sorta di 'liberta' provvisoria' in Italia, Hanno l'obbligo di firmare regolarmente la loro presenza ai Carabinieri, non possono vedersi e non possono viaggiare. Latorre lavora a Roma e di recente si e' risposato, mentre Girone e' a Bari.
Se invece l'arbitrato stabilisce che la competenza e' italiana, entrambi dovreanno essere processati in Italia da un tribunale militare e da uno civile.
   Comunque vada sarebbe la fine di una sfiancante attesa per i due Fucilieri e finalmente una normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. 

India, quando una scimmia fa piu’ notizia delle elezioni

Gran Canaria, 26 maggio 2019

   Qualcuno dei media italiani si e’ accorto delle elezioni in India che si sono concluse il 23 maggio con la riconferma di Narendra Modi, il leader della destra indu’? Nel fracasso della campagna elettorale per il voto europeo era forse difficile prestare attenzione alle notizie provenienti da New Delhi. Certo l’India e’ distante dalle nostre beghe quotidiane, gli interessi economici sono marginali rispetto alla Cina e per di piu’ la maratona elettorale dura cinque settimane.

   Ma non si puo’ semplicemente ignorare un Paese che e’ il secondo piu’ popoloso al mondo e che e’ anche la piu’ grande democrazia (pur con tutti i limiti, ma di fatto lo e’), senza contare il crescente ruolo dei manager e informatici indiani nella Silicon Valley.
   Mentre l’India eleggeva un nuovo governo nell’ultima tornata di voto, sui social circolava la notizia di una scimmia che aveva ucciso un uomo e ferito altre persone in villaggio nelle foreste del Madhya Pradesh, nel centro del Paese. “Scimmia semina terrore in India” questo il titolo della notizia che informava altresi’ che a Badnawar, dove e’ successo il fattaccio, “non sarebbe disponibile il trattamento anti rabbia”.
   Un macaco inferocito fa piu’ notizia del secondo mandato elettorale di Namo (Narendra Modi) e dell’ennesima sconfitta del suo rivale, Rahul Gandhi, figlio dell’italo indiana Sonia.
   Purtroppo la nostra conoscenza dell’India si ferma alle scimmie, vacche, miseria e santoni coperti di cenere. Piu’ in la’ non si va, non si fa neppure uno sforzo. Non metto in dubbio che l’invasione delle scimmie rappresenta una vera piaga in molti centri urbani, compresa la capitale New Delhi. Mi e’ capitato spesso di essere aggredita nei parchi o negli uffici dei ministeri, o addirittura davanti a casa. Non e’ una forzatura giornalistica. Ma e’ come se invece di dare i risultati delle Europee, si parlasse dei piccioni che imbrattano Venezia.
   Non so come e’ stata trattata la vittoria di Modi sulla carta stampata, ho soltanto fatto una rapida ricerca su Google. L’agenzia Ansa, che l’anno scorso ha chiuso il suo ufficio a New Delhi e che non quindi, a quanto mi risulta, non ha piu’ nessun giornalista nell’area, riportava una notizia in breve, tra l’altro con un vistoso refuso facendo dire a Modi che “ringrazia un miliardo e 300 mila persone”.
    E poi metteva in relazione il successo del leader nazionalista con la paura dei 170 milioni di musulmani, proiettando il clima antislamico prevalente in Italia e in Europa, in una realta’ completamente diversa. I musulmani dell’India del nord sono arrivati mille anni fa e sono parte integrante della societa’ indiana, non sono arrivati con i gommoni dal Pakistan…

Elezioni Europee, riflessioni sulla cabina elettorale

Puerto de Mogan (Gran Canaria) , 27 Maggio 2019

    Erano anni che non votavo più in una ‘cabina’ elettorale e l’emozione, se devo essere sincera, è stata forte. Per gli italiani che, come me, risiedevano in un Paese extra europeo come l’India non c’era la possibilità di votare per il Parlamento di Bruxelles. E’ una distorsione assurda che deriva da una vecchia legge secondo la quale si può votare per il Parlamento europeo solo dall’Italia o se si è residenti nella Unione Europea.
    Per quanto riguarda invece le elezioni politiche e i referendum (ma non le amministrative e regionali) esiste invece la possibilità del voto per corrispondenza (la famosa legge Tremaglia del 2001). Quindi quando stavo in India, ho sempre votato seduta comodamente nel mio salotto o in cucina dopo aver ricevuto con giorni di anticipo dal consolato di New Delhi una busta con le schede e le istruzioni.
   La prima volta che ho ricevuto le schede è stato un po’ uno shock, avere tra le mani un oggetto che in Italia è quasi sacro. Guai se una scheda esce dal seggio elettorale, ci sono le forze dell’ordine a vigilare sulle urne e su tutto il materiale elettorale. Per non parlare della celeberrima matita copiativa. Per noi all’estero invece bastava una semplice biro e voilà, poi si imbucava il plico con la busta già affrancata e lo si affidava alle poste locali, quelle indiane nel mio caso, Ammetto che in un paio di occasioni sono andata personalmente a recapitare al consolato la busta con la mia scheda. Non si sa mai…pensavo.
    Invece domenica sono andata a Las Palmas (capitale della Gran Canaria) dove esiste un consolato onorario, un paio di stanzette nel centro storico di La Vegueta, con tanto di bandiera tricolore che sventolava dal balcone. Avevano allestito un seggio (addirittura due sezioni), con una sfilza di scrutatori seduti ai tavoli ingombri di registri elettorali, i manifestoni con i candidati alle pareti, l’urna in bella mostra e ovviamente la mitica cabina elettorale.
    La comunità italiana alle Canarie è la più grande da un anno a questa parte, si sa che qui è il paradiso di molti pensionati vuoi per il clima, vuoi perché la vita è un po’ meno cara. Quindi c’era la fila di connazionali, pur essendo già quasi alla chiusura del seggio. Per di più ho dovuto chiedere il duplicato del certificato elettorale che non mi è arrivato, o meglio è arrivato un indirizzo sbagliato e io non ho fatto in tempo a recuperarlo alla posta. Ma tutto è filato liscio.
    Quando è toccato il mio turno ho avuto un ‘flashback’, sono tornata forse a 20 o 30 anni fa, quando votavo nella mia scuola elementare alla periferia di Chivasso. Stesso rituale burocratico, la tipica gestualità nel dare la scheda e la matita copiativa, il momento in cui si ha la scheda tra le mani, l’ingresso nella cabina chiusa da tendine nere ma solo a mezzo busto, quel momento unico di solitudine totale in cui si mette la fatidica croce sul partito e pensi, che bello, mi chiedono la mia opinione. Oppure è venuto il momento in cui posso dire la mia, posso mandare a casa qualcuno o posso far arrivare qualcun altro. Insomma ‘ci sono’, come cittadino o come cittadina.
    E’ un emozione diversa dal voto per corrispondenza, forse perché il seggio ha una sua sacralità. Un po’ come pregare a casa e pregare in chiesa, nel secondo caso c’è un’altra atmosfera, a parte l’eventuale presenza del Divino. Ecco nel seggio si sente la presenza della Democrazia, se mi permettete il paragone un po’ azzardato.
   Quando ho raccontato la mia esperienza elettorale, un mio amico mi ha ricordato una canzone di Giorgio Gaber, Le Elezioni (1967): “Mi danno in mano un paio di schede/e una bellissima matita/lunga sottile marroncina/perfettamente temperata/E vado verso la cabina/volutamente disinvolto/per non tradire le emozioni/E faccio un segno/sul mio segno/come son giuste le elezioni/ E’ proprio vero che fa bene/un po' di partecipazione/con cura piego le due schede/e guardo ancora la matita/così perfetta e temperata/io quasi quasi me la porto via/democrazia".

Immigrazione, si e' riaperta la 'via delle Canarie" ?

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 18 Maggio 2019 

   Mi stavo trastullando nel mio angolo di paradiso terrestre, con la barca all'àncora in una piccola baia, leggendo le storie degli aborigeni australiani di Bruce Chatwin, quando ho visto a poca distanza una imbarcazione di soccorso della Guardia costiera spagnola. Cercavano un bambino africano di un anno e mezzo. Due notti fa era caduto in mare mentre la madre che lo teneva nel tradizionale scialle legato alla schiena cercava di sbarcare da un gommone di clandestini arrivato nel sud di Gran Canaria. Il padre si e' tuffato dall'imbarcazione per cercarlo ma non ci e' riuscito ed e' attualmente disperso. In queste ore l'elicottero dei soccorsi continua a perlustrare la costa, lo sento passare di tanto in tanto.
   Il corpicino e' stato trovato ieri pomeriggio da un turista su una moto d'acqua davanti alla spiaggia di Taurito, un chilometro a est di Mogan. Prima di ancorare, c'ero anche io da quelle parti con la mia barca a vela. Non c'era vento e il mare era piatto, avrei potuto avvistarlo anche io, magari sono passata vicino e non l'ho visto.   
Da La Provincia - 18 maggio2019Trovato h
   Nella notte di mercoledi e giovedi' un po' piu' a nord est, vicino alle famose dune di sabbia di Maspalomas, la Guardia costiera ha trovato il cadavere di una donna immigrata caduta da un barcone.
Leggo su La Provincia, il quotidiano locale, che negli ultimi tre giorni nel sud di Gran Canaria (dove il mare e' piu' calmo e consente l'approdo) sono sbarcati di notte tre gommoni con un totale di 66 persone a bordo. Hanno ricevuto accoglienza, ma non e' noto sapere dove sono finiti, se sono stati rimpatriati o meno.
   Con la chiusura dei porti nel Mediterraneo si sono evidentemente riaperte le altre vie di fuga dal Marocco, Mauritania o Sahara Occidentale attraverso l'Atlantico verso l'arcipelago delle Canarie, facile porta d'ingresso in Europa. Negli ultimi quattro mesi nel famoso arcipelago, buen retiro dei pensionati europei, sono arrivati 243 migranti secondo statistiche ufficiali del Ministero degli Interni di Madrid. Non sono tanti, ma sono quattro volte tanto quelli arrivati lo scorso anno nello stesso periodo. Gia' nel passato le Canarie sono state in prima linea per l'immigrazione clandestina, leggo che nel 2006 erano arrivati 31mila migranti. Poi il governo spagnolo ha adottato una tolleranza zero, in gioco c'e' l'enorme business turistico, oppure i contrabbandieri hanno trovato altre vie piu' facili. La traversata oceanica dura un paio di giorni, penso sia piu' difficile che attraversare il Mediterraneo per via delle forti correnti marine.
   Il ritrovamento del bambino ha attirato l'attenzione dei media locali che in questi giorni sono concentrati sulle elezioni municipali del 26 maggio, in coincidenza con le Europee. Non se ne parla molto di immigrazione clandestina, anzi si preferisce ignorarlo. Si fa finta di non sapere che si e' vicini a un continente di un miliardo di persone, di cui 400 milioni tra i 15 e i 24 anni, la maggior parte disperati e pronti a imbarcarsi sul primo gommone appena riescono a racimolare quei mille o due mila euro necessari per arrivare in Europa.
   La vignetta qui sopra e' tratta da La Provincia di oggi ed e' emblematica del clima dominante di questi giorni.
   Per quanto mi riguarda, non nascondo di provare un certo imbarazzo a 'veleggiare' qui davanti sapendo che molti immigrati rischiano la vita nelle stesse acque. Gli italiani di Lampedusa o di Pantelleria probabilmente sono abituati da anni a convivere con questo dramma. Sembrava un fatto distante che non mi toccava, invece anche qui un giorno potrei trovare a riva un piccolo Alan Kurdi. 

TREKKING/ La antica torre di Mogan

Puerto de Mogan, 5 maggio 2019

  Il trekking piu' popolare della Gran Canaria e' di sicuro quello della valle di Guigui, nel 'selvaggio' ovest dell'isola dell'oceano Atlantico, che termina in una delle piu' belle e remote spiagge. Ma ci sono anche altre camminate, meno conosciute, che garantiscono panorami mozzafiato e anche qualche piacevole sorpresa.
   Ho scoperto un sentiero che si inerpica da Puerto del Mogan e sale su un costone della montagna per finire a una torretta di pietra, probabilmente resto di un insediamento indigeno oppure resto di una postazione militare. L'intera vallata era abitata fin dal VII secolo come dimostra il parco archeologico di Canada de Los Gatos, a ovest della spiaggia di Mogan.
   E' una facile passeggiata, ma un po' ripida. Ci si impiega 30-40 minuti per arrivare in cima del costone che divide due 'barranco' (i 'canyon' delle Canarie). E' ben segnalato da una fila di cippi di confine bianchi con le lettere CP.
   Il cammino parte circa a meta' dalla strada provinciale che porta a Taurito, la spiaggia a ovest di Mogan, e che e' chiusa al traffico da alcuni anni a causa di una frana che ha distrutto un tornante. E'
pero' accessibile a piedi anche se le autorita' fanno di tutto per bloccare il passaggio. La strada di per se' offre dei panorami mozzafiato sull'oceano.
   Il sentiero inizia in un tornante, all'incirca a un chilometro da Mogan. Non e' indicato, ma e' visibile dalla strada asfaltata. Si inerpica in una stretta vallata e segue il letto di un torrente. Sembra strano che ci sia stato un torrente in un luogo dove piove in media sei giorni all'anno, eppure dalla forma della roccia si capisce che scorreva dell'acqua. Forse c'era una sorgente che non esiste piu' o che e' stata deviata.
    Dal fondo della picccola vallata, dove si cammina, si vedono una serie di grotte naturali. Alcune sembrano abitate perche' ci sono dei teli di plastica e varie masserizie. Ci sono degli "hippies" che vivono nella zona.  La vegetazione e' quasi assente, soltanto arbusti spinosi e qualche cactus e agave, e' quello che si trova in tutta l'isola eccetto nel Nord dove arrivano le piogge delle perturbazioni atlantiche.
    L'ultimo tratto e' a zig zag, un po' piu' ripido, poi si arriva sullaltipioano in cima al costone e il panorama fa dimenticare la fatica. Il sentiero costeggia la rupe, che sembra quella del famoso cartone animato di Re Leone, piena di 'piramidi' di pietre come si usa nei monasteri del Tibet. Non ha sbocco perche' ci sono precipizi tutto intorno, ma sulla destra dopo un avvallamento si intravede la torretta.       La costruzione, probabilmente, e' stata rifatta su un vecchio sito abitato. C'e' anche una panchina davanti e in un incavo del muro un contenitore di plastica dal coperchio blu. Contiene un quaderno e una penna per registrare la presenza come si fa quando gli alpinisti raggiungono le cime o come si faceva una volta per i pellegrinaggi. E' simpatico vedere i commenti e i disegni di chi e' arrivato quassu'. 

LIBRI\ Internet e clima visti da due scrittori::Baricco e Gosh

Madrid, 11 aprile 2019
   Mi sono trovata per caso a leggere due libri di scrittori famosi che trattano di due questioni di urgente attualita’. Uno e’ The Game di Alessandro Baricco sulla rivoluzione di internet e l’altro e’ La Grande Siccita’ di Amitav Ghosh sul cambiamento climatico. Due corposi saggi scritti da due romanzieri. E due altrettanti corposi soggetti che di solito sono di pertinenza della scienza e non della letteratura.
Ma se e’ vero che ‘lo scrittore non e’ una persona che risolve i problemi ma che li pone’ (Cechov citato da Murukami Haruku in 1Q84) allora non c’e’ nulla di anomalo, anzi direi che ci stanno bene.
   Le trasformazioni sociali di internet e quelle ambientali causate dall’inquinamento sono forse le piu’ grosse sfide che l’umanita’ si trova a dover affrontare all’inizio del terzo Millennio.
   Ci siamo dentro e le stiamo vivendo ogni giorno, e proprio per questo e’ difficile avere una visione chiara della loro portata. Un romanziere, abituato a raccontare le storie e a scavare negli animi, ha forse qualche elemento in piu’ di comprensione e riesce meglio a spiegare eventi di portata rivoluzionaria come questi due. Almeno cosi’ mi e’ sembrato, considerando che non si tratta di scrittori ’impegnati’ nel sociale, soprattutto l’indiano (emigrato negli Usa) Amitav Ghosh, studioso dell’epoca coloniale e autore di una famosa trilogia ambientata nell’India britannica. Entrambi mi hanno sorpreso per la mole di ricerca e lo sforzo di vedere ‘oltre’ la narrativa dominante su questi due temi.
   In ‘The Game’, Baricco scrive che la rivoluzione digitale non e` solo tecnologica, ma e’ mentale, ha la capacita` di 'generare una nuova idea di umanita`. Ed e’ proprio questo che ci fa paura. E’ la paura di essere di fronte a ‘una mutazione radicale, la generazione di un uomo nuovo scaturito casualmente da una trovata tecnologica irresistibile’. Ipotizza quindi che l’era digitale e‘ una evoluzione darwiniana dell’umanita’, addirittura una ‘modificazione genetica’, in perenne ricerca di innovazioni e che opporre resistenza e’ quindi inutile. Non bisogna avere paura, dice, e bisogna agire in fretta, perche’ nel frattempo in California ‘altri’ stanno ‘inventando il nostro futuro’.
   Anche se preferisco schierarmi dalla parte di chi resiste al cambiamento, non sono del tutto convinta sugli effetti benefici della rivoluzione digitale in futuro. Il ‘gioco’ si e’ fatto davvero pesante perche’, come scrive, il cambiamento in corso e’ culturale. Come ipotizza negli ultimi capitoli ’autore di Sapiens, Yuval Noah Harari, siamo a una svolta determinante in cui l’uomo che ne uscira’ sara’ irriconoscibile, proprio come lo e’ oggi per il primitivo Neandertal.
   Sul piano del cambiamento climatico, invece, Amitav Ghosh, figlio di ‘rifugiati ambientali’ dal Bangladesh quando ancora non esisteva la definizione, offre una visione diversa, di uno che appartiene a un Paese emergente, l’India, dove il 40% non e’ connesso alla rete elettrica e dove il 90% non possiede un auto (ma entro pochi anni non sara’ piu’ cosi’).
   Il suo punto di vista ‘non occidentale’, capovolge le responsabilita dell’Occidente che non solo hanno inquinato per primi il pianeta con l’espansione della economia fossile ma hanno anche impedito che le nazioni povere si sviluppassero (e paradossalmente inquinassero) mantenendo il monopolio sulle tecnologie inquinanti dell’industrializzazione e quindi della ricchezza.
   Nel suo libro di non fiction “La Grande Cecita’ – Il cambiamento climatico e l’impensabile” si chiede se "l’imperialismo abbia forse ritardato l’avvento della crisi climatica tenendo a freno l’espansione delle economie asiatiche e africane".
    E’ paradossale ma e’ vero. Solo pochi hanno avuto quindi il “diritto” a inquinare. Interessante poi il raffronto che fa Gosh tra l’Accordo di Parigi, un “capolavoro di vertiginoso vituosismo”, come lo definsce e la Enciclica del Papa, Laudato si’, dove si criticano apertamente alcuni paradigmi, come la crescita infinita o illimitata, che sono alla base del problema ambientale.
   Problema che nel 1928 il Mahatma Gandhi (in Young India) mise a fuoco con queste famose parole ” Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’Occidente. Se una intera nazione di trecento milioni di persone dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse. Il mondo ne resterebbe spogliato come da una invasione di cavallette”.

I pastori sardi e il nuovo libro profetico di Houellebecq

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 11 Febbraio 2019

   Stavo guardando ieri su Rainews 24, unico canale Rai accessibile on line da estero, la protesta dei pastori sardi e il loro latte `versato` in strada per la rabbia di non poterlo vendere a un prezzo dignitoso. Uno di loro diceva, in lacrime, di essere alla fame a causa della concorrenza del latte importato dall'estero. Un altro prometteva azioni piu' violente come quello di sbarrare i camion provenienti dall'Est Europa.
   La scena e' incredibilmente simile a quella del nuovo romanzo distopico di Michel Houellebecq, "Serotonina", appena uscito, ambientato in Francia. A protestare sono gli agricoltori e produttori di formaggio della Normandia, che a causa della globabilizzazione non riescono piu' a sopravvivere. Eppure come dice uno di loro, Aymeric, compagno d'universita' del protagonista, "cerco di fare le cose correttamente, quest'allevamento non ha niente in comune con gli allevamenti industriali, come hai potuto vedere, le mucche hanno spazio, ed escono un po' ogni giorno, anche d'inverno, ma piu' cerco di fare le cose correttamente, meno riesco a cavarmela". Aymeric poi si suicidera' in un gesto estremo durante una protesta violenta dei contadini che impugnando le armi si scontrano con la polizia.  Mentre il protagonista, Florent-Claude, sprofondera' ancor di piu' nella depressione dopo aver constatato l'ineluttabilita' della scomparsa dei piccoli produttori agricoli impotenti di fronte alle regole del commercio internazionale. Proprio lui che da funzionario del Ministero dell'Agricoltura francese aveva tentato invano di proteggere i formaggi locali contro le politiche dell'Unione Europea.
Ancora una volta Houellebecq, controversa Cassandra accusato di islamofobia, ci ha azzeccato con un libro che racconta perfettamente le distorsioni dell'economia liberalista e il lento ma inesorabile declino dei piccoli agricoltori. "Per anni mi ero trovato di fronte a gente pronta a morire per la liberta' dei commerci", e' il de profundis del protagonista davanti a una assemblea di allevatori.