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Taj Hotel, vernice fresca e puzza di bruciato


Dopo tre settimane sono tornata sul luogo del delitto a Colaba. Il lungomare di fronte al Taj Mahal Hotel è ancora transennato. I finestroni al primo piano della facciata veneziana sono stati chiusi con compensato dipinto di beige. Cosí sembra ancora piú finto, uno scenario di cartapesta tipo Disneyland. Le strade laterali sono bloccate dal servizio di sicurezza privato che abbastanza rudemente tiene alla larga i curiosi. Ci passano solo le auto con un pass e i pedoni con una prenotazione al ristorante. Spacciandomi per una turista e coinvolgendo come mio cavaliere un simpatico e distinto ebreo francese, sono riuscita a entrare ieri sera verso le 22 nella “tower”, che è la parte moderna del Taj costruita di fianco all’edificio del 1903.
La hall profumava di fresco, qui si è tenuto il ricevimento domenica con qualche centinaio di “belli e famosi” di Mumbai accolti da un Ratan Tata in versione “non-ci faremo-mettere-al-tappeto”. Ho visto la lapide con i 31 nomi delle vittime esposta nella hall accanto ad una scultura di bronzo di un albero. Pare sia l’unico pezzo della collezione di arte dell’hotel non danneggiata dal rogo scoppiato al quinto piano sotto la cupola. Nel pomeriggio fuori ho visto gli operai che buttavano fuori sacchi di macerie annerite e scheletri di tavoli e sedie. Deve essere successo di tutto là dentro nelle 60 ore dell’assedio. Dalla tower si passa all’ala storica attraverso un corridoio dove ci sono le boutique di moda. Lí si sente ancora un odore acre, di bruciato, misto alla vernice fresca e alla colla. Alcuni negozi sono chiusi per lavori, ma la pasticceria in fondo alla galleria è rimasta intatta. Ho cercato qualche segno dell’attacco, anche solo un graffio, ma è stato ripulito tutto con cura. Da una portafinestra chiusa si scorge l’atrio dello storico hotel e in particolare il busto di Jamsedji Tata, il fondatore della dinastia industriale. A farmelo notare è un signore indiano che è insieme alla nipotina, vestita da prima comunione, e che mi ricorda anche l’aneddoto legato al Taj. Siccome Jamsedji non poteva entrare negli hotel di Mumbai riservati ai ‘bianchi’, allora decise di costruirsene uno. “Ed eccolo qui” mi fa segno con ampio gesto delle braccia.
Fingendo di voler andare a cena, sono andata poi a curiosare nel ristorante-caffetteria Shamiana, vicino all’ingresso e nello sciccosissimo libanese Suq all’ultimo piano dove c’è un vista mozzafiato. I tavoli erano occupati a metà. Il giorno prima mi avevano detto che era tutto prenotato per giorni. No non era vero.
Una volta fuori davanti al Gateway of India, piú tetro che mai per via di lavori di restauro, un altro cliente, vero penso - non finto come me - un sikh con la famiglia, mi fa notare che “si sentono le onde del mare”. Il piazzale è deserto e silenzioso. E’anche buio. Mi chiedo perché mai hanno spento i fari gialli che ieri durante la cerimonia di riapertura illuminavano la facciata dell’ hotel. Forse per risparmiare? Riaprire il palazzo costerá a Ratan Tata una barca di soldi e il suo gruppo è giá pesantemente indebitato per via dell’acquisizione della Jaguar, un altro simbolo di prestigio e ricchezza che lotta per la sopravvivenza.

Mumbai, quando le teste di cuoio arrivano con il bus “Marol Depot”


Non sono in grado di dire se il blitz delle teste di cuoio a Mumbai sia stato un successo. Non lo è stato di sicuro per gli ostaggi israeliani e per i genitori del piccolo Moshe di 2 anni rimasto orfano. Ma forse lo è stato per i sette italiani usciti vivi e per la moglie e bambina di Manuele, il cuoco dell’Oberoi diventato un eroe, suo malgrado. Voglio solo raccontare un episodio che la dice lunga sulla scarsità dei mezzi della polizia e dell’esercito indiani. Non è colpa loro, certo, anzi molti ci hanno rimesso le penne. Sabato mattina decine di teste di cuoio della National Security Guard (NSG), uno dei reparti d’elite dell’esercito detti “Energy” o anche “Black Cats” sono arrivati di supporto nell’operazione “Cyclone”, quella per la “riconquista” del Taj Mahal, avvenuta dopo 60 ore quando hanno fatto fuori gli ultimi tre “cattivi” del commando pachistano arrivato dal mare. Detto così sembrava la trama di un film d’azione, e pare che un regista di Bollywood ci abbia già pensato. Ma c’è un retroscena. Ero con le decine di fotografi e cameramen quando i Black Cats, con la loro bandana nera in testa, sono arrivati a bordo di…..bus di linea urbani. Ebbene sì, una ventina di bus rossi, alcuni diretti a “Marol Depot” e con le scritte pubblicitarie lungo i fianchi, tipo “In the cinema on 20th November” oppure “Absolute Sensation” (riferito a una moto Honda) e via dicendo. Dai finestrini si vedeva che aprivano delle vecchie casse di metallo dove c’erano granate, revolver e coltelli. Ognuno prendeva un kit di armi, lo sistemava nelle tasche interne sotto il giubbotto antiproiettile e poi scendeva dal bus tra le telecamere e fotografi. Qualcuno ha tirato fuori un microfono per un’intervista in diretta facendo domande del genere “Sono stati ammazzati i terroristi?”, “Quanti ne hai uccisi?”, “Dove pensate di entrare?”. Mi immaginavo gli attentatori dentro l’hotel che sui loro palmari o molto più semplicemente nelle televisioni vedevano la scena…