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CANARIE/Una zona protetta per le balene tra Tenerife e Gomera

San Sebastian de la Gomera, 20 marzo 2020

   Il tratto di mare tra l’isola di Tenerife e la Gomera, largo circa 80 chilometri, è uno dei più suggestivi dell’arcipelago spagnolo delle Canarie. Non solo per la maestosità del vulcano Teide di Tenerife (3.715 m) che si specchia nel blu dell’oceano, ma anche per la presenza di delfini e balene. Lo scorso gennaio, un’associazione britannica nata nel 2015 che si chiama World Cetacean Alliance (WCA) ha riconosciuto la fascia di mare davanti alla costa occidentale di Tenerife come “Patrimonio per la Salvaguardia delle Balene”. È il primo luogo di questo genere in Europa dichiarato dalla WCA e il quarto al mondo (dopo Hervey Bay in Australia, The Bluff (Sudafrica) e Dana Point (Stati Uniti) (leggi qui).


   Nei 20 chilometri di costa tenerifina che va da punta Teno al porticciolo di La Galleta vivono circa 200 esemplari di “balena pilota” o globicefalo, un grosso delfino (5 o 6 metri), di pelle scura e con pinne corte. I “calderon”, come vengono chiamati in spagnolo, sono creature un po’ bizzarre. Stanno immobili sulla superficie, in larghi gruppi, con la massiccia testa a “uovo” fuori dall'acqua. Non hanno paura delle barche, non si spostano anche quando si è molto vicini. Poi improvvisamente scendono negli abissi a mangiare molluschi cefalopodi rimanendo sotto per lunghissimo tempo.
   Da anni sono una delle principali attrazioni turistiche nel sud di Tenerife e anche una buona fonte di reddito per decine di barcaioli che organizzano i tour di avvistamento balene (1,4 milioni di turisti nel 2019). Il globicefalo non è una specie rara da proteggere, a differenza di altri tipi di cetacei che popolano o che transitano nel canale tra Tenerife e La Gomera. L’attività di avvistamento è già regolamentata dalle autorità locali per non disturbare troppo i branchi che pacificamente “pascolano” nel tratto di mare. Ma non sempre sono rispettate le distanze di sicurezza, si spera che ora con questo riconoscimento ci sia più attenzione. Di sicuro, con la pandemia e il crollo del turismo, i “calderon” possono ora stare tranquilli. Devono solo fare attenzione ai ferries che collegano Tenerife e Gomera.
   L’area era già entrata a fare parte delle “zone speciali di conservazione”, secondo le direttive della Ue, e quindi è esclusa dal traffico dei cargo. C’è chi vorrebbe una vera e propria riserva marina con divieto di pesca e anche del passaggio degli traghetti superveloci che connettono le isole e che talvolta travolgono le pigre balene pilota sulla loro rotta.

Canarie/A caccia di gomme usate sui fondali de La Gomera

 San Sebastian de La Gomera, 7 marzo 2021

   Un classico esempio di come le buone intenzioni possano rivelarsi con il tempo dei disastri ambientali. Nei fondali marini di tutto il mondo, comprese le Canarie, giacciono milioni di pneumatici usati di tutte le marche e dimensioni. Erano stati deliberatamente buttati in mare a partire degli anni 70 con lo scopo di creare delle barriere artificiali lungo le coste per generare un ecosistema marino e favorire la pesca. La "pensata", supportata da ricercatori americani, come quelli della Osborne Reef in Florida, e naturalmente dai produttori di gomme si e' rivelata del tutto fallimentare con gli anni. A causa degli uragani tropicali e delle correnti marine oceaniche le gomme sono finite ovunque e quello che e' peggio si e' scoperto che erano inquinanti e non biodegradabili a causa della mescola di colle e sostanze chimiche necessarie per la lavorazione del caucciu'. 

   Non e' chiaro se le discariche di gomme sui fondali delle Canarie siano frutto degli infausti progetti di favorire la pesca costiera oppure siano stati trasportati qui dalle correnti atlantiche. Da alcuni anni il problema e' venuto a galla anche nell'arcipelago spagnolo. Ci sono dei progetti di recupero delle gomme con l'aiuto di università, associazioni ambientaliste e subacquei specializzati. Si' perché questo tipo di pulizia richiede una certa expertise ed e' ovviamente costosa. 

Volontari dell'associazione Sebadal (Foto Sebadal)

All'isola de La Gomera, una delle più piccole delle Canarie,  la pulizia e' iniziata soltanto quest'anno grazie a un accordo con una piccola associazione ambientalista locale, Aglayma e il club subacqueo El Sebadal. Lo scorso venerdì i volontari hanno effettuato la loro seconda uscita nei pressi del porto di San Sebastian (leggi qui la notizia) a cui ho partecipato anche io.  Avevano già individuato il tratto di fondale da ripulire e si trattava solo di recuperare le gomme. Il compito e' abbastanza complicato. Si tratta di sollevare i pneumatici, che spesso sono tra le rocce o sommersi nella sabbia e attaccarli a un pallone gonfiabile che li porta fino alla superficie. Quindi il materiale viene issato a bordo da altri volontari sulla barca di appoggio. In due ore di lavoro sono state recuperate mezza dozzina di gomme da auto e una più grande, probabilmente di un escavatore. Ovviamente più e' pesante la gomma e più grande deve essere il pollone gonfiabile. Il materiale e' stato poi preso in consegna da addetti municipali e inviato ad un impianto di riciclo dei pneumatici (tra i vari usi c'e' quello di farne del catrame per il manto stradale). 

Con i volontari di Aglayma e Sebadal (Foto Aglayma)

  Non ci sono statistiche su quanti pneumatici possano esserci sui fondali delle Canarie.  Circa 40 anni fa, vicino a Fort Lauderdale, in Florida, le autorità locali e i pescatori diedero vita alla costruzione di una barriera artificiale, la Broward Artificial Reef,  buttando circa due milioni di gomme a una ventina di metri di profondità. I pneumatici erano tenuti insieme da cavi metallici che pero' evidentemente non furono abbastanza resistenti alle intemperie. Al progetto partecipo' anche la marina americana e la industria Goodyear, tutti convinti di fare un ottimo lavoro e nel contempo anche di sbarazzarsi di tonnellate di gomme usate.  Negli anni, e con costi enormi, ne sono stati recuperati solo un terzo (leggo da Wikipedia).

   Il progetto fu imitato in tutto il mondo, e analoghe barriere "pneumatiche" (tires reefs) furono create nel Golfo del Messico, Indonesia, Malaysia e lungo le coste africane. Addirittura "l'esperimento" americano fu replicato in Costa Azzurra dove il governo francese ha speso una fortuna per ripulire il fondale.  


Canarie e Covid/Le fontanelle magiche de La Gomera sono rimaste a secco

La Gomera (Canarie occidentali), 25 Novembre 2020

   Tra i tanti luoghi magici dell'isola della Gomera, una delle più piccole e meno turistiche dell'arcipelago delle Canarie, ci sette fontanelle, chiamate Chorros de Epina, che secondo la leggenda hanno poteri curativi e anche divinatori. Si trovano in un bosco di lauri nella località di Epina a cui si accede attraverso un breve sentiero di 10 minuti che parte dalla strada principale per Vallehermoso. Il posto sembra una fiaba incantata, ti aspetti di veder uscire i folletti dagli anfratti rocciosi. La fontana e' composta da sette canalette di legno di erica da cui sgorga, o meglio "sgorgava" la preziosa acqua.


Uso il passato perché quando ci sono arrivata le fontanelle erano completamente asciutte e quindi non si poteva ottenere alcun vaticinio da questa "Sibilla" liquida. C'era solo un po' di acqua stagnante nella vasca sottostante. Forse la fonte era stata chiusa e l'acqua deviata verso usi meno fiabeschi. So che quest'anno la Gomera e' stata colpita  da una grave crisi idrica per via delle scarse  piogge. Oppure le autorità locali hanno forse deciso di chiudere i rubinetti per paura di assembramenti vietati per il Covid19?  Fatto sta che non usciva neppure una goccia.

   E' rimasto il cartello dell'ente turistico con le istruzioni: per ottenere l'amore di una persona bisogna bere dalle fontanelle pari (per le donne) o dispari (uomini) da sinistra a destra. Anticamente i chorros erano solo quattro ed erano attribuiti nell'ordine alla salute, amore, ricchezza e per il quarto non si sa...forse l'allegria (che deriva dalle prime tre). Nulla si conosce sugli altri tre aggiunti in seguito. Si dice che il settimo sia riservato alle donne incinte. Una cannella e' quella delle fattucchiere. 

   Leggo poi che nell'antichità la fontana dispensava anche vaticini alla gente del posto che voleva sapere la propria sorte. Se sgorgava acqua limpida, tutto andava bene, mentre se era torbida bisogna stare attenti alle disgrazie in agguato. Nulla e' dato sapere in caso in cui sia completamente asciutta. Neppure le divinità del bosco si sanno pronunciare sul futuro di questo "annus horribilis".

Canarie e Covid/ Il contrappasso degli ecomostri

Lanzarote, 30 luglio 2020

   All'ombra del suo cactus, nel cimitero di Haria, il buon Cèsar Manrique, artista e paladino ecologista di Lanzarote, se la ride sotto i baffi. Il coronavirus ha messo in ginocchio l'industria turistica delle Canarie (e di tutto il mondo).  Nonostante la riapertura dei voli low cost e il marketing che invita alla "vacanza sicura" l'arcipelago spagnolo tarda a riprendersi dalla botta. Pur avendo avuto meno infezioni rispetto alla "peninsula", sono ancora pochi gli stranieri che affollano gli alveari di alberghi e residence.  E' vero che l'estate e' considerata bassa stagione per le Canarie in quanto deve fronteggiare la concorrenza di altri paradisi vacanzieri nel Mediterraneo, pero' rispetto agli altri anni c'e' stato un crollo verticale dei flussi dall'estero. 
Complesso in costruzione a Playa Blanca (sud di Lanzarote)
   I mega resort, ristoranti, parchi del divertimento rimangono chiusi. Villaggi vacanza fantasmi, la polvere che si accumula sui tavolini e gli ombrelloni che sbiadiscono. Cosi' vuote nessuno aveva mai visto le Canarie. E tra gli isolani c'e' anche chi e' contento di rimpossessarsi del proprio paradiso. C'e' quasi un aria di complicità' quando alla sera la gente di Arrecife si raduna nei baretti del charco e parla dialetto. Per altri ovviamente e' una catastrofe, soprattutto i grandi alberghi legati al tour operator. L'ultima tegola e' stata la decisione della Gran Bretagna di imporre la quarantena per chi proviene Spagna, isole comprese. 
Dal quotidiano La Provincia del 10 luglio 

    Il risultato insomma e'che molti ecomostri, costruiti all'epoca di Manrique (morto nel 1992 in un incidente stradale) e soprattutto dopo la sua scomparsa, come quelli di Playa Blanca o Puerto del Carmen, sono deserti. E chissà' se mai si riempiranno, si chiede qualcuno. Come sono deserti i centri commerciali costruiti intorno ai grandi complessi, ristoranti, fast food e parchi giochi. Proprio quelli contro cui si batteva l'artista di Lanzarote.  

COVID19/Diario di una quarantena in barca 6 - Quando anche la plastica diventerà una pandemia?

Gran Canaria, 1 Aprile 2020

    Sono andata al Mercadona, un megastore molto popolare che si trova lungo la statale GC500 a un paio di chilometri circa da dove mi trovo all'ancoraggio con la mia barca Maneki. In teoria per fare la spesa ci sarebbe il piccolo Spar, nella marina di Pasito Blanco, che e' più vicino, pero' la varietà e' molto limitata ed e' molto costoso, soprattutto per i prodotti freschi.  Non so quindi se ho rischiato una multa. Di sicuro ho aumentato il mio rischio di contagio dato che il supermercato e' molto più affollato.
Dettaglio da Trittico delle Tentazioni di Sant'Antonio, Hieronymus Bosh   
    Per raggiungere il Mercadona ho percorso un tratto di mare con il kayak fino alla spiaggia di Meloneras e da qui circa 500 metri a piedi tra un campo da golf e un complesso residenziale turistico. Mentre camminavo ho incrociato un furgone della Guardia Civil, parcheggiato senza nessuno a bordo davanti alla spiaggia, penso per semplice dissuasione, e poi una pattuglia di poliziotti con cui ci siamo scambiati un veloce saluto. Avevo un paio di buste della spesa vuote ed era quindi abbastanza chiara la ragione della mia uscita.  La camminata, nelle strade deserte e sotto il sole ormai estivo, mi e' servita per un paio di riflessioni.
    La prima e' sul terrore di essere fermata o addirittura caricata su un furgone, come quello che avevo visto,  e portata in una localita' segreta, tipo Guantanamo del coronavirus.  Mi e' venuto in mente il romanzo distopico di Margaret Atwood, "Il racconto dell'ancella", dove la protagonista tentava di sfuggire alle telecamere nascoste per strada dal regime teocratico. Ma potrebbero essere anche le sensazioni degli ebrei durante l'Olocausto, oppure in tempi più recenti, degli abitanti di Mosul o di Aleppo quando uscivano di casa per cercare cibo sotto il tiro dei cecchini o sotto i bombardamenti. Le guerre non si sono fermate con il Covid19 (o forse si', nessuno lo sa perché i media sono concentrati sull'epidemia).
   La seconda sensazione e' di rabbia perché l'emergenza sanitaria ha provocato una reazione immediata a livello globale, una mobilitazione planetaria senza precedenti, praticamente simultanea. Altre emergenze, molto più gravi perché destinate a durare di più e con conseguenze devastanti per il pianeta, invece non hanno ricevuto nemmeno una minima percentuale di tutta l'attenzione dedicata alla lotta contro la pandemia. Certo il virus mette a rischio le nostre vite, il bene più' prezioso, ma anche le misure per combatterlo sono devastanti per la nostra sopravvivenza. Leggo oggi un rapporto di Human Right Watch sugli operai tessili in Bangladesh, Cambogia e negli altri Paesi asiatici dove si produce la moda low cost per le grandi catene di abbigliamento occidentali. Gli ordini sono stati cancellati, i pagamenti bloccati e milioni di persone rischiano la fame.
   Nel parcheggio del Mercadona c'era la coda perché gli ingressi erano limitati. C'era un poliziotto per dirigere gli accessi e controllare che tutti si mettessero i guanti di plastica. Quasi tutti avevano una mascherina o una sciarpa davanti alla bocca e stavano a quattro o più metri di distanza l'uno dall'altro. Una signora dietro di me si lamentava ad alta voce, "Es una locura" , e' una follia, non so se riferendosi alla situazione o al virus.
     A un certo punto mi sono trovata a un metro di distanza dal tubo di scappamento di un auto con il bagagliaio strapieno di rotoli di carta igienica. Quando si e' messa in moto mi e' arrivata una zaffata di gas che e' finita direttamente nei miei polmoni. Decenni di smog nelle nostre città  trasformate in camere a gas non ci hanno mai preoccupato seriamente, a parte qualche misura sporadica di blocco del traffico. Non c'e' stata nessuna allerta generale nonostante i malati per tumori, infezioni respiratorie e allergie causate dall'inquinamento. Nessun allarme per la contaminazione dell'acqua e suolo. Nessuna quarantena per la plastica che sta contagiando l'intero pianeta.

ECONOMIA CIRCOLARE / Il free shop di Mogan

Mogan (Gran Canaria), 24 febbraio 2020



    Questo e' il "free shop" di Mogan, (Sud di Gran Canaria),  un luogo dove e' esposta in una vetrina naturale diversa merce usata, da vestiario a giocattolini di plastica. Si possono prendere e se si vuole lasciare una donazione in una apposita ciotola. Non so chi sia a gestire il 'business', penso uno degli hippies che ogni tanto vedo fare capolino da qualche grotta li' intorno.
    Il "free shop' sorge su una strada costiera chiusa (per frana) che collega il puerto de Mogan con quello di Taurito. E' una strada panoramica frequentata da joggers e camminatori, nonostante le recinzioni di sicurezza costantemente scardinate. Un bell'esempio di economia circolare. Ogni tanto ci porto anche io qualche indumento o altri oggetti ancora in buono stato che trovo vicino ai cassonetti o in mare. E poi prendo quello che mi serve. Ieri ho trovato delle flip flop del mio numero, buone per rimpiazzare le mie che si erano lacerate.
    Siamo circondati da cosi' tante "cose" che ormai non serve piu' produrre nulla, basta riciclare quello che abbiamo. Se vogliamo fare qualcosa per il pianeta partiamo da qui.

Mostre/ La bellezza della biodiversita'

Miami (Florida), 7 gennaio 2010
   In un'epoca in cui si parla con sempre piu’ enfasi della distruzione della biodiversita’ da parte dell’Homo Sapiens mi ha colpito particolarmente una mostra allestita al Frost Museum od Science di Miami. L’esibizione si chiama “Opulent Oceans: Extraordinary Scientific Illustrations” e comprende 55 ingrandimenti di illustrazioni scientifiche in maggior parte dell’Ottocento riguardanti la classificazione della fauna ittica. Sono disegni ad acquarello o carboncino (non esisteva ancora la fotografia...) di creature marine “scoperte’” durante le esplorazioni del pianeta. Le esplorazioni geografiche erano infatti accompagnate anche dall'avvistamento di nuove specie di pesci, molluschi, alghe e altri esseri ‘esotici’. A catalogare questo patrimonio, che oggigiorno viene definito biodiversita’, sono stati soprattutto biologi, zoologi e naturalisti europei, in particolare tedeschi, francesi e inglesi. Le prime collezioni risalgono a circa 4 secoli fa. In alcuni casi erano gli stessi studiosi ad illustrare i “campioni” raccolti nelle spedizioni, in altri casi si affidavano a degli artisti. 
   Ed è questo che mi ha affascinato, che molte illustrazioni sono delle vere e proprie opere d’arte, dei capolavori che mi ricordano le opere dei monaci amanuensi. È straordinario questo sforzo di riprodurre la biodiversita’ marina e mi incuriosisce molto anche l’aspetto della pubblicazione, che non è trattato dalla mostra. Molti dei volumi da cui sono tratte le illustrazioni sono conservati nei musei americani. Mi chiedo se all’epoca questi trattati di ittiologia o i resoconti delle esplorazioni oceaniche come quella di Charles Darwin erano stampati in piu’ copie e a disposizione del largo pubblico o circolavano soltanto nella ristretta cerchia degli studiosi.
    Ecco alcuni esempi di disegni, quelli che mi hanno colpito di piu’, con una breve descrizione dell’autore. Sopra:  Ippolito Salviani (1514-1572), italiano, medico di tanti Papi, e’ uno dei padri dell’ittiologia. La sua opera è l'Aquatilium Animalium Histioria, da cui è tratto questo squalo martello.
Qui sotto: il divertente polpo vampiro (Vampyroteuthis infernalis) qui sotto e’ invece presente in uno studio del francese Louis Joubin (1861-1935), “Cefalopodi dalle spedizioni scientifiche del principe Alberto I di Monaco”.
   Il biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919), esperto di protozoi e plankton, e’ invece autore di fantastici disegni che sono dei capolavori non solo dal punto scientifico.
Un altro tedesco, Johannes Muller, documento’ 214 specie di squalo nella sua “Systematische Beschreibung der Plagiostomen” .
   E poi c’e’ Charles Darwin (1809-1882), il padre dell’evoluzionismo, che - ho scoperto - colleziono’ una quantita’ impressionante di cirripedi, le conchiglie parassite che si attaccano alla carena delle barche (A Monograph on the Sub-class Cirripedia, 1851-54). Ne fu cosi’ affascinato che ci dedico’ alcuni anni della sua vita.
Questo pesce remo (regaleco), un rarissimo esemplare che abita gli abissi oceanici, che è diventato lo screensaver del mio laptop, è dell’artista svizzero Karl Joseph Brodtmann (1787-1862).
      
   Franc Mace MacFarland (1869-1951), esperto di nudibranchi, ha documentato questa splendida lumachina di mare.

   Dagli studi sui fossili marini di Alcide Dessalines d'Orbigny - (1802-1857) è nata la micropaleontologia.



Henri de Lakaze-Duthier (1821-1901), francese, si è invece dedicato ai coralli.



Questo verme marino è uno dei disegni di “A monograph of the British marine Annelids “ dello scozzese William Carmichael M'intosh (1838-1931)










George Henry Ford (1808-1876 ) è l’illustratore di questo drago marino.


Questa creatura degli abissi (che sembra prodotto di fantasia) è una delle specie documentate da August Bernhard Brauer, ittiologo (illustrazione di Fritz Winter) che fece parte della spedizione Valdivia (1898-1899) guidata da Karl Chun e dedicata allo studio abissi oceanici. 




Infine di Marc Catesby (1683-1749), naturalista, è il famoso cancer terrestri, granchio di terra.

LA FOTO/ La super scopa e l'economia circolare

Gran Canaria, 14 febbraio 2020


    Mettendo in opera il concetto di economia circolare, gli operatori ecologici nel sud di Gran Canaria ormai da anni usano le foglie delle palme per spazzare le strade: efficace, ecologico ed economico. Come i loro colleghi in India (loro pero' lo fanno per mancanza di scope!)

Incendio Gran Canaria, addio pineta di Tamadaba


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Gran Canaria, 20 agosto 2019 

   Una settimana fa sembrava circoscritto il fuoco nel centro-ovest di Gran Canaria, poi qualche giorno fa e´ripartito complice un grande vento e il caldo rovente. Da quanto ho capito, il rogo avanza cosi´velocemente che é impossibile fermarlo. La chiamano "tormenta di fuoco" e corre lungo i "barrio", le profonde vallate che scendono a raggiera dal centro dell´isola fino alla costa. In questa stagione i "barrio" sono ricoperti da cespugli rinsecchiti, agavi e cactus. Poca cosa da bruciale, eppure le fiamme continuano ad avanzare verso ovest e sud nonostante il dispiegamento di elicotteri, idrovolanti e centinaia di persone, tra volontari, "bomberos" (i vigili del fuoco) e altro personale inviato dalla "peninsula".
   A farne le spese e´stata la `pineta´di Tamadaba (la foto e' stata scattata da me qualche mese fa nel punto piu' alto dove si vede Tenerife), sul lato occidentale, autentico polmone verde dell'isola che ha una scarsissima vegetazione a causa della mancanza di piogge. La foresta. popolare meta di picnic e trekking, si estende per 7.500 ettari ed e´stata dichiarata Riserva della Biosfera dall´Unesco. E' quasi tutta ridotta in cenere. Gli esperti dicono che ci vorra´almeno dieci anni per riportarla alle condizioni precedenti il rogo.
    Poi ci sono i disagi per la popolazione, finora sono 9 mila gli evacuati dai villaggi sperduti nelle vallate, sono agricoltori e pastori che abitano nelle meravigliose "finca" in stile canario, delle abitazioni scavate nelle rocce vulcaniche, di cui e´visibile solo la facciata.
    Da ieri mattina una nube di fuliggine nera e' arrivata sulla costa, anche al puerto de Mogan, mentre il calore e´insopportabile. Non e´ il caldo normale di agosto, e´ quello del fuoco che arde a circa 80 km di distanza con fiamme che toccano i 50 metri di altezza. Ieri notte si vedeva una cortina di fumo  arancione dietro le cime rocciose.
    Ovviamente In questi giorni non si parla d´altro. La gente e´ costantemente con gli occhi alla televisione e ai social, preoccupata per parenti e amici che abitano nelle zone colpite.
    In un bar, ottimo posto per sondare i sentimenti della gente , ho visto in diretta la conferenza stampa del presidente canario Angel Victor Torres, in camicia bianca senza cravatta, circondato dai tecnici. Le ultimissime notizie sembrano buone, il vento non soffia piú da stamane e nei prossimi giorni le temperature dovrebbero scendere. A quanto pare solo un cambio nelle condizioni meteo puo' fermare il disastro, non l'azione umana. Come dire che si e' nelle mani di Dio.
    Sui giornali intanto si da´ la colpa al cambiamento climatico, ragione facile e comoda da sostenere. In realta´come mi hanno spiegato, la colpa e´del progressivo svuotamento demografico delle montagne a favore della costa dove domina la ricca industria turistica. Cosi´ i ¨"barrio" sono rimasti incolti e pieni di sterpaglie. Basta una scintilla, come quella di uno smerigliatore che secondo i giornali avrebbe causato il primo focolaio due settimane fa, per scatenare un inferno di fuoco soprattutto quando il vento soffia forte dall´oceano Atlatico.    

Due ore di canoa, due chili di plastica

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 5 agosto 2019

   Questa e' la fotografia della plastica che ho raccolto in mare ieri pomeriggio in due ore di canoa da Puerto di Mogan alla spiaggetta di Perchel. Lo chiamano "plogging", si tratta di raccogliere spazzatura mentre si pratica uno sport e a quanto pare e' molto trendy, tanto  che stanno nascendo associazioni un po' ovunque.
Io lo faccio da sempre per amore del mare, ma e' la prima volta che mi capita di raccogliere cosi' tanta plastica qui nell'oceano Atlantico. Si tratta di rifiuti lasciati dalle barche dei turisti e dai pescatori, non penso arrivi da molto distante. In questi giorni c'e' un gran vento e quindi forse si formano delle 'correnti' di spazzatura, potrebbe essere una spiegazione. Oppure, cosa che temo, sono aumentati gli scarti plastici. 
   Facendo una analisi di cosa ho trovato prevalgono i sacchetti di plastica, purtroppo quelli pseudo "riciclabili" che si disintegrano in mille pezzi impossibili da raccogliere, bicchieri monouso e tappi di bottiglia. E poi involucri plastificati per il cibo, preservativi, giocattoli, accendini, una palla da tennis e una ciabatta infradito. In totale un paio di chili che ho sistemato in un grande sacco trovato anche quello in acqua.
   Ovviamente la mia raccolta e' l'equivalente di una goccia....nell'oceano. Comincio a dubitare che se anche tutti gli esseri umani si mettessero a raccogliere la plastica liberata nell'ambiente, non ce la farebbero a raccoglierla tutta.
   L'unica soluzione e' non produrre piu' plastica, ma si preferisce invece inventare nuova 'plastica biodegradabile", come se fosse possibile, o trovare nuovi modi di distruggerla, sapendo benissimo che non e' possibile.
   Purtroppo l'attenzione del mondo e' oggi sul cambiamento climatico, problema grave certo, ma nulla al confronto delle tonnellate di plastica che ogni giorno compriamo e  che inevitabilmente finiscono nella terra e nei mari.     

LIBRI\ Internet e clima visti da due scrittori::Baricco e Gosh

Madrid, 11 aprile 2019
   Mi sono trovata per caso a leggere due libri di scrittori famosi che trattano di due questioni di urgente attualita’. Uno e’ The Game di Alessandro Baricco sulla rivoluzione di internet e l’altro e’ La Grande Siccita’ di Amitav Ghosh sul cambiamento climatico. Due corposi saggi scritti da due romanzieri. E due altrettanti corposi soggetti che di solito sono di pertinenza della scienza e non della letteratura.
Ma se e’ vero che ‘lo scrittore non e’ una persona che risolve i problemi ma che li pone’ (Cechov citato da Murukami Haruku in 1Q84) allora non c’e’ nulla di anomalo, anzi direi che ci stanno bene.
   Le trasformazioni sociali di internet e quelle ambientali causate dall’inquinamento sono forse le piu’ grosse sfide che l’umanita’ si trova a dover affrontare all’inizio del terzo Millennio.
   Ci siamo dentro e le stiamo vivendo ogni giorno, e proprio per questo e’ difficile avere una visione chiara della loro portata. Un romanziere, abituato a raccontare le storie e a scavare negli animi, ha forse qualche elemento in piu’ di comprensione e riesce meglio a spiegare eventi di portata rivoluzionaria come questi due. Almeno cosi’ mi e’ sembrato, considerando che non si tratta di scrittori ’impegnati’ nel sociale, soprattutto l’indiano (emigrato negli Usa) Amitav Ghosh, studioso dell’epoca coloniale e autore di una famosa trilogia ambientata nell’India britannica. Entrambi mi hanno sorpreso per la mole di ricerca e lo sforzo di vedere ‘oltre’ la narrativa dominante su questi due temi.
   In ‘The Game’, Baricco scrive che la rivoluzione digitale non e` solo tecnologica, ma e’ mentale, ha la capacita` di 'generare una nuova idea di umanita`. Ed e’ proprio questo che ci fa paura. E’ la paura di essere di fronte a ‘una mutazione radicale, la generazione di un uomo nuovo scaturito casualmente da una trovata tecnologica irresistibile’. Ipotizza quindi che l’era digitale e‘ una evoluzione darwiniana dell’umanita’, addirittura una ‘modificazione genetica’, in perenne ricerca di innovazioni e che opporre resistenza e’ quindi inutile. Non bisogna avere paura, dice, e bisogna agire in fretta, perche’ nel frattempo in California ‘altri’ stanno ‘inventando il nostro futuro’.
   Anche se preferisco schierarmi dalla parte di chi resiste al cambiamento, non sono del tutto convinta sugli effetti benefici della rivoluzione digitale in futuro. Il ‘gioco’ si e’ fatto davvero pesante perche’, come scrive, il cambiamento in corso e’ culturale. Come ipotizza negli ultimi capitoli ’autore di Sapiens, Yuval Noah Harari, siamo a una svolta determinante in cui l’uomo che ne uscira’ sara’ irriconoscibile, proprio come lo e’ oggi per il primitivo Neandertal.
   Sul piano del cambiamento climatico, invece, Amitav Ghosh, figlio di ‘rifugiati ambientali’ dal Bangladesh quando ancora non esisteva la definizione, offre una visione diversa, di uno che appartiene a un Paese emergente, l’India, dove il 40% non e’ connesso alla rete elettrica e dove il 90% non possiede un auto (ma entro pochi anni non sara’ piu’ cosi’).
   Il suo punto di vista ‘non occidentale’, capovolge le responsabilita dell’Occidente che non solo hanno inquinato per primi il pianeta con l’espansione della economia fossile ma hanno anche impedito che le nazioni povere si sviluppassero (e paradossalmente inquinassero) mantenendo il monopolio sulle tecnologie inquinanti dell’industrializzazione e quindi della ricchezza.
   Nel suo libro di non fiction “La Grande Cecita’ – Il cambiamento climatico e l’impensabile” si chiede se "l’imperialismo abbia forse ritardato l’avvento della crisi climatica tenendo a freno l’espansione delle economie asiatiche e africane".
    E’ paradossale ma e’ vero. Solo pochi hanno avuto quindi il “diritto” a inquinare. Interessante poi il raffronto che fa Gosh tra l’Accordo di Parigi, un “capolavoro di vertiginoso vituosismo”, come lo definsce e la Enciclica del Papa, Laudato si’, dove si criticano apertamente alcuni paradigmi, come la crescita infinita o illimitata, che sono alla base del problema ambientale.
   Problema che nel 1928 il Mahatma Gandhi (in Young India) mise a fuoco con queste famose parole ” Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’Occidente. Se una intera nazione di trecento milioni di persone dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse. Il mondo ne resterebbe spogliato come da una invasione di cavallette”.

Chandigarh, il sogno di Le Corbusier svanisce nel traffico

Chandigarh, 24 Settembre 2017

   E` ora di sfatare il mito di Chandigarh, la citta` ideata dall`architetto franco-svizzero Le Corbusier negli Anni Cinquanta dopo i disastri della Partizione tra India e Pakistan e ora capitale degli Stati del Punjab e dell`Haryana.  Il sogno della citta` ideale e` una delle grandi utopie dell`umanita`. Anche Le Corbusier, contattato da Jawarlal Nehru nel suo studio di Parigi dopo la morte dei due originari progettisti americani in un incidente aereo, aveva questo sogno.
 
Lo ha realizzato? Secondo molti si`.  Chandigarh, nota come `The City Bceautiful`, compare in cima alle classifiche delle citta` indiane piu` `felici`.  E` oggetto di mostre in tutto il mondo che celebrano i suoi edifici nello stile del movimento architettonico del momento che era quello di usare tonnellate  di cemento armato. Sullo stile non discuto. E` come il barocco, piace o non piace.
   Invece ho dei dubbi sulla vivibilita` della citta` che e` fatta a a scacchiera, come gia` facevano i romani con i castrum. Quindi ha un certo ordine dal punto di vista urbanistico. Ma la planimetria non basta se manca una gestione del traffico,    
   Invito a fare un giro nelle strade, all`ora di punta, meglio se a piedi o in moto cosi` da esporre i sensi. Non vedo molta differenza da New Delhi, stesso caos, clacson all`impazzata, nessun rispetto per le strisce pedonali.

   Forse l`unica vera differenza e` che non ci sono gli eterni lavori in corso e le strade sono meno dissestate. Ma come poteva prevedere Le Corbusier all`invasione dei SUV?       

Bicicletta a Delhi, un tema per pochi intimi

New Delhi, 16 Settembre 2017

   Usare la bici per muoversi a New Delhi è una roba così inconsueta (sto parlando di chi la usa per scelta non per necessità) che chi lo fa viene invitato a tenere una conferenza sull'argomento. Ho ricevuto per email un invito da una galleria di arte contemporanea di New Delhi per una 'lecture' intitolata 'the City and the Bicycle'.  Da ciclista non potevo mancare, sono anni che vado in bici a New Delhi (VEDI QUI), penso una delle poche straniere a pedalare in città sfidando traffico e inquinamento.
   Come prevedevo il pubblico era formato da una decina di coraggiosi e intrepidi, di cui metà amici del conferenziere. Lui è Amitabh Pandey, un personaggio bizzarro (come non potrebbe essere per un indiano al di sopra della soglia della povertà che sceglie la bici come mezzo di trasporto?). Amitabh è un esperto di astronomia, lavora con i popoli tribali in una ong e per l'appunto è un ciclista per scelta. Ha quattro bici, una era in bella vista nella sala, tra l'altro piena di opere di S.H. Raza e M.F. Husain.
    Il posto dove si è svolto questo meeting di carbonari è il Kiran Nadar Museum, un museo privato situato in uno shopping mall a Saket, ma che pochissimi frequentano. Arte e shopping sono un binomio difficile da proporre. E lo stesso vale per arte e bicicletta, come ho potuto constatare.
   La 'lecture' è stata in realtà una chiacchierata sullle attività di Amitabh, che ha 60 anni ma ne dimostra almeno dieci di meno, illustrate da fotografie proiettate su uno schermo. Alcune erano curiose, come quelle delle sue bici che tiene nella camera da letto appese al muro. Effettivamente mi ha dato un'idea, anche io che abito al secondo piano, non so dove tenere la mia bicicletta.
   Ovviamente condivido al cento per cento tutto quello che ha detto: la scelta della bici come mezzo ecologico, sostenibile, sano, ecc.  Amitabh ha una 'vision' come si dice in inglese che è di fare la bici un simbolo di indipendenza, autosussistenza e sostenibilità ecologica, come il charkha, l'arcolaio, del Mahatma Gandhi. Idea geniale, tra l'altro sempre di ruote si tratta...Ma come promuovere una 'vision' del genere senza che uno passi per un "visionario" questa volta nel senso italiano del termine?
    In India, come da noi mezzo secolo fa, la bicicletta è vista come simbolo di povertà. Come convincere una famiglia indiana della middle class a rinunciare alla macchina? E' un lusso che soltanto l'Occidente si può permettere dopo che ha per decenni affumicato il pianeta.
   Non è una questione di infrastrutture. Come ha ricordato Amitabh, il 70% delle strade di Delhi hanno le piste ciclabili, le hanno fatte quando la capitale indiana ha ospitato i Giochi del Commonwealth nel 2010.  E c'è pure un servizio di bike sharing, ormai abbandonato al suo destino per mancanza di utenti. Poi ci sono i parchi dove ora si può entrare con la bici. Ma niente di questo serve, è la mentalità che deve cambiare,  è stata l'amara constatazione.  
    Alla fine il discorso si è fermato sulla sicurezza, forse il maggiore ostacolo per i neofiti ciclisti. Qualcuno del 'pubblico'  (un infiltrato?) ha obiettato che le strade a Delhi non sono sicure. Balle, anche i pedoni o le motociclette non sono sicuri a Delhi...Sono interventuta io stessa a smontare l'argomento ricordando che in Italia tirano sotto anche i campioni di ciclismo, figuriamoci quelli che pedalano per una hobby o per una causa.

Il bancomat dell`acqua alla fermata della metro

New Delhi, 7 aprile 2017

   Ieri sono uscita dalla fermata della metropolitana di Mandi House, sulla nuova `violet line`, e ho visto con sorpresa una bella iniziativa. C`e` un `bancomat` dell`acqua potabile, dove si poteva ricaricare la propria bottiglia. Da anni ormai mi batto contro la plastica cercando nei limiti del possibile di non comprare alcun contenitore di plastica, portando sempre con me nella borsa una bottiglia che riempio dove trovo delle fontanelle di acqua potabile, cucchiai e cannucce e, spesso anche un bicchiere. L`obiettivo e` di concludere la giornata con zero rifiuti, Gli amici mi trovano bizzarra, ma io rispondo con le parole del Mahatma Gandhi, `se vuoi cambiare il mondo inizia da te stesso`.
    L`ATM di Mandi House era deserto quando l`ho fotografato, sono stata li` un po` ma non si e` avvicinato nessuno nonostante la calura del pomeriggio. Non so quindi quanto abbia successo, ma almeno qualcuno ci ha provato. E qualcuno come me ha la possibilita` di dissetarsi senza rilasciare plastica nell`ambiente. 

Delhi due mesi dopo, sparito il mio bar preferito e pure l'edicola

New Delhi, 27 Febbraio 2016


    Dopo due mesi a gironzolare in moto nel sud dell'India, sono tornata a New Delhi. Nonostante l'esperimento delle targhe alterne la qualita' dell'aria non è migliorata. Il traffico è sempre li', più che mai aggressivo. Ammetto che ci vuole un certo addestramento per circolare in moto o, peggio, in bici.
    Sono aumentati anche i lavori in corso. Anche al parco di Hauz Khaz, dove vado a correre, hanno divelto un marciapiede e stanno scavando in cerca di non-so-cosa.
    Su un fianco e dietro casa mia hanno demolito due palazzi (che non erano vecchi) pezzo dopo pezzo tra nuvole di polvere. Dalla mia terrazza ho la vista sui cantieri. Una trentina di manovali stanno armando delle colonne portanti. Sono già al secondo piano, sembra che facciano a gara a chi va più in fretta. Hanno eliminato gli alberi e cortiletti davanti per edificare il massimo della superficie. Cosi' che la porta di ingresso sara' in pratica sulla strada.
    Stamattina sono andata al mercato di Green Park per fare colazione e prendere il giornale. Il bar dove andavo di solito, uno della catena Cafe Coffee Day, è completamente sventrato. Hanno rimosso il pavimento, scrostato le pareti, è un guscio vuoto. Mi hanno detto che lo stanno "ristrutturando". Ma io me lo ricordo in ottimo stato, anzi era il posto più accogliente del quartiere!
    Poi sono andata a comprare dei settimanali nell'edicola di fianco che vende anche dvd e musica. Sulla saracinesca chiusa leggo che ha traslocato poco distante vicino a una lavanderia. Mi ci è voluto un po' per trovarlo. E' ora in uno piccolo scantinato e la merce è tutta ammassata. Il proprietario mi ha detto che gli hanno chiesto 350 mila rupie al mese, che è oltre 4.500 euro. Ovviamente il poveretto non ce la fa a pagare vendendo magazine da 30 o 40 rupie. E' il trend di tutti i mercati a Delhi che poco a poco stanno buttando fuori i vecchi commercianti. Non so se è l'avidità dei padroni di casa o dei grandi gruppi che vogliono spostare i consumatori nei mega mall in periferia.
   Questo, insomma, per dire cosa sta succedendo a New Delhi. E sono passati solo due mesi....

Inquinamento a Delhi/ Pechino chiude le scuole? I 'delhiti' se ne fregano

New Delhi,  8 dicembre 2015

Nel parco vicino a casa mia, Safdarjung Enckave, hanno messo gli attrezzi ginnici. Fin dal primo giorno sono diventati un'attrazione generale.

Di buon mattino, la gente del quartiere ha iniziato ad allzare pesi, pedalare e fare ogni tipo di evoluzioni. Alla faccia dello smog record che  batte anche Pechino, dove proprio oggi hanno chiuso le scuole per l'alto livello di particolato.   

Inquinamento a Delhi, ecco perche’ le ‘targhe alterne’ non servono

New Delhi, 5 dicembre 2015
     Praticamente costretto dai giudici a fare qualcosa, il ‘chief minister’ di Delhi , Arvind Kejriwal, finalmente si e’ accorto che l’aria era irrespirabile. Da alcune settimane le centraline segnavano allarme ’rosso’ per il particolato, ma nessuno faceva nulla....'

     Ha quindi deciso di tirare fuori il vecchio ed estremo metodo delle ‘targhe alterne’ a partire dal 2016 . ‘Estremo’ perche’ significa che si e’ disperati. E ‘vecchio’ perche’ mi ricordo era stato inventato negli anni Settanta in Italia o forse anche altrove. All’epoca si diceva che non c’era petrolio per tutti (gli arabi ci tenevano per le palle) e bisognava risparmiare benzina. Era il periodo dell’Austerity, che detto in inglese sembrava ancora piu’ paurosa.       Da bravo mattatore qual e’ Kejriwal ha saputo spiazzare tutti quanti con un colpo da maestro. Salvo precisare il giorno dopo che la misura sarebbe stata “testata’’ per soli 15 giorni e che “se non piaceva” si poteva rettificare. Ha poi deciso che durante il periodo di prova le scuole saranno chiuse, il che significa gia’ molto traffico in meno. Inoltre ci sono molte eccezioni, tra cui le donne che sono alla guida da sole perche’ si teme che se prendono il bus o il taxi vengono immediatamente stuprate... Non e’ poi stato deciso se la regola si applica anche agli oltre 5 milioni di motocicli. Io come ‘single’ e motociclista avrei doppio diritto a viaggiare. Peccato che di recente vada in bici perche’ e’ ormai l’unico modo per circolare a Delhi.
    Comunque se tutto fila liscio, si levano dalle strade ogni giorno circa un milione di veicoli. Che non e’ poco. Ma temo che non serva granche’ perche’ l’inquinamento e’ solo in minima parte causato dai gas di scarico. 

    Basta guardare le strade per rendersene conto. Nel mio quartiere, Safdarjung Enclave, c’e’ una tale quantita’ di polvere depositata in terra che basta quella a creare un ambiente estremamente malsano. I cigli delle strade non asfaltate, le montagne di sabbia e ghiaia dei cantieri edili, i detriti delle demolizioni, i perenni lavori in corso e i falo’ di rifiuti...questo e’ il vero problema di Delhi. L’unica soluzione vera e’ dal cielo. Non una divinita’ che forse non ce la farebbe nemmeno...ma la pioggia.
    Perche’, per esempio, Kejriwal non chiede ai suoi di pulire le strade come succede nell’enclave diplomatica? La’ non c’e’ polvere che si solleva da terra, ma solo quella dei tubi di scappamento che non sono poi tanti.
  Altro semplice suggerimento, non solo per l’aria che respiriamo, ma anche per rendere la citta’ piu’ vivibile. Perche’ non fare delle isole pedonali chiudendo al traffico le zone centrali o i mercati? Per esempio Connaught Place? o il famigerato Khan Market? Sarebbe molto piu’ semplice che il colossale compito di imporre il divieto di circolazione ogni giorno a un milione di veicoli.
        Detto questo, penso pero’ che sia tutto sbagliato in partenza. Perche’ l’unico modo e’ disincentivare l’uso dell’auto e creare degli spazi dove la gente possa camminare...o andare in bici. Ma questo purtroppo e’ qualcosa che l’Occidente sta capendo solo ora dopo mezzo secolo di orrori ambientali e urbanistici...

A Delhi non si respira più. Il collega del NYT se ne va sbattendo la porta

New Delhi, 29 maggio

Il collega del New York Times, Gardiner Harris, lascia Delhi sbattendo la porta.
Si lamenta per l'inquinamento atmosferico e per il traffico che secondo lui stanno mettendo a repentaglio la salute dei suoi figli. Ecco il suo pezzo d'addio.
Anche se dice che non ce l'ha con l'India, il suo è un pesante 'j'accuse'. Ma se Delhi è ormai invivibile ed è diventata una camera a gas, la colpa non è solo di chi sta nei palazzi del potere. E' anche di chi ci vive in queste condizioni, Non si fa altro che chiudere gli occhi davanti alla povera Yamuna ridotta a una fogna, alle strade perennemente intasate, ai rifiuti in strada e agli infiniti  lavori in corso che sollevano tonnellate di polvere.
In questi 12 anni che vivo qui, l'unica soluzione da tutti auspicata è stata quella coprire i canali puzzolenti,  allargare le strade per facilitare la circolazione (dei ricchi) e aumentare di un piano le case (anche quello per i ricchi). E di fare dei centri commerciali dove uno potesse immaginare di essere a Londra.
Nessuno pensa invece a ridurre il numero di auto e camion, come da tempo vado scrivendo su questo blog. A disincentivare il traffico privato. Oppure a piantare alberi. A fare isole pedonali. O anche solo a parlarne. Invece si continua a  comprare macchine sempre più grandi e purificatori d'aria. Come se tutto quello che c'è fuori dalla nostra auto o casa non ci interessa.
Io arrivo dal Piemonte, che quando io ero bambina, era una delle regioni più inquinate d'Italia o forse anche d'Europa. Se ben ricordo si circolava a targhe alterne. C'era l'atrazina nell'acqua. Gli incidenti stradali erano la prima causa di morte. A 300 metri da casa mia, a Chivasso, l'impianto di verniciatura della Lancia scaricava veleni giorno e notte.
Insomma io, come anche penso Gardiner, non arrivo da un eden incontaminato, ma da posti che hanno visto la rivoluzione industriale, e che forse erano più zozzi che Delhi.
Io qui ci ho allevato mia figlia. Non so come sono i suoi polmoni e non so nemmeno come sono i miei che vado in moto, in bici e talvolta anche ostinatamente a piedi.  Perché voglio dare l'esempio che si possono cambiare le cose, se lo si vuole tutti insieme.  Anche noi stranieri. Anche se non è casa nostra. E' il nostro pianeta.

Dedicato a chi ogni giorno rovista nella mia spazzatura (e tra i miei assorbenti)

Ogni piccolo pezzo che butto nel cestino della spazzatura in casa e' raccolto, esaminato e selezionato da una signora e dai suoi bambini che abitano nel mio quartiere di Safdarjung Enclave.  Da un po' di anni, il comune di Delhi ha messo i cassonetti, ma solo nei quartieri benestanti, e li ha 'oscurati' dalla vista con dei pannelli .  Ma se si passa a piedi o in bicicletta e' ben visibile l'operazione di riciclaggio e selezione dei rifiuti che avviene dietro il ''sipario''. C'e' sempre una signora, appunto, che a mani nude rovista pazientemente ogni volta qualcuno butta qualcosa. Abita li' in strada con la sua famiglia. E' normale per i ragpickers vivere sul posto di lavoro.
L'ho vista all'opera.  In pratica divide tutto il riciclabile, plastica, metallo, vetro, dal resto dell'immondizia ''umida''.  Pezzettino dopo pezzettino, aprendo ogni sacchetto o ogni scatola. Dai preservativi ai tamponi, dalle bucce dell'anguria fino ai capelli della spazzola o il pesce andato a male. Non ci sono segreti per lei.  
La spazzatura che arriva ha gia' subito un primo screening da parte del ''raccoglitore'' che fa il porta a porta e che prende ovviamente i pezzi migliori. Ogni raccoglitore si occupa di alcuni isolati, passa tra le sette e le otto del mattina con un carretto e avverte con un campanello sulla bici. Ogni tanto chiede qualche soldo ai residenti, ma non e' una tariffa stabilita, e' una sorta di mancia.
In India la raccolta dei rifiuti non e' un servizio pubblico, ma un business, sembra anche lucroso,  dai cui dipendono centinaia di migliaia di persone. E' pazzesco pensare quante persone vivono con i prodotti che una minuscola parte della popolazione consuma e elimina.  Di recente poi, i cassonetti si sono fatti piu' grassi con ll nuova classe media.  Si compra di piu' e si butta di piu'.
 Sapendo di queste pratiche, e' una sofferenza ogni volta getto qualcosa nel cestino. Ho iniziato a dividere il compost da altri rifiuti, tipo i barattoli, che lavo prima di buttare, cosi' almeno non puzzano. La carta dei giornali la vendo. Evito di comprare bottiglie di plastica, non butto mai via cibo e cerco di minimizzare gli scarti.
Sono contenta pero' che qualcuno ne parli. Una ong, che si chiama Chintan, si occupa dei ragpickers e della loro dignita'. Di recente ha fatto circolare questa petizione per la Procter and Gamble, chiedendo che inserisca nelle confezioni degli assorbenti dei sacchetti per quelli usati, come mi sembra si faccia in Europa. L'iniziativa e' lodevole, ma non mi trova del tutto convinta. E se invece provassimo a usare gli assorbenti di stoffa riciclabili, che sono ancora quelli che (per fortuna) usa la maggior parte delle donne indiane?   

II modello Ladakh ci salvera'?

Riflessioni dal documentario Economics of Happiness

www.theeconomicsofhappinesss.org

Sono andata a vedere un documentario dell’attivista Helena Norberg-Hodge, appena uscito, che si chiama the ‘’Economics of Happiness’’ e che obbligherei a proiettare in tutte le scuole del mondo. E' una raccolta, circa un ’ora, di interviste a scienziati, ecologisti e anche a un monaco tibetano, veramente illuminanti accompagnati da immagini e dati. E’ appena uscito in DVD e prevedo avra’ un successone, come lo ha avuto ''The Inconvenient Truth’’ dell'ex presidente Usa Al Gore dedicato all’ambiente. Ha lo stesso ritmo.

Mi ha colpito poi perche’ la regione del Ladakh, che tutti ammirano per la serenita’ della sua gente, e’ preso a modello.

Il documentario e’ stato presentato venerdi’ scorso a New Delhi dall'attivista e scienziata indiana Vandana Shiva, che compare tra le voci narranti. Non so se in Italia se ne e’ parlato, ma anche fosse, siamo cosi’ concentrati sul nostro ombelico, che e' difficile notare queste cose. Ancora una volta l’India con tutte le sue contraddizioni e’ anche capace di offrire soluzioni globali, almeno per quanto riguarda il rapporto con la natura e con se stessi.

La ‘’localizzazione’’ e non piu’ la ‘’globalizzazione’’, questa sara’ la nuova parola d’ordine per il futuro prossimo se vogliamo un pianeta un po’ piu’ vivibile, con meno ingiustizia e soprattutto con uno sviluppo sostenibile. Ormai e’ chiaro che ci sono dei problemi gravi nel nostro modo di produrre e consumare. La crisi finanziaria di due anni fa e il crollo di economie a noi vicine, come Grecia e Irlanda, sono spie di un problema cronico che si fa finta di ignorare. La rivoluzione in Egitto e’ un altro sintomo di un malessere molto profondo che colpisce direttamente la pancia e quindi proprio per questo e' capace di generare terremoti nel corso della storia.

Nessuno lo vuole ammettere, ma la soluzione e’ cambiare il modello economico. Anche quelli che ora ci guadagnano, cioe’ multinazionali e ‘’poteri forti’’ prima o poi dovranno riconoscerlo. Non e’ possibile permettere (e sfruttare) lo sviluppo dei giganti India e Cina secondo i criteri occidentali. Non basta il pianeta, la coperta e’ troppo corta, inutile fare gli struzzi.

La via di uscita passa quindi attraverso la riscrittura della scala di valori con cui siamo cresciuti noi nella parte ricca del mondo. Basta, per esempio, considerare il lavoro manuale come degradante, basta con il consumismo, con l’esasperante ricerca del profitto, della produttivita’ agricola e della mano d'opera a basso costo.

In Bhutan hanno coniato un po’ di anni fa il concetto di economia della felicita’, il documentario lo ricorda.
Ma sono abbastanza pessimista sul fatto che si possa svoltare. E’ dalle Bucoliche di Virgilio che l’umanita’ accarezza il sogno di una vita agreste….