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Canarie e Covid/Addio a stagione turistica invernale, la crisi picchia duro

Valle Gran Rey  (La Gomera), 21 Novembre 2020

   Ogni giorno mi sembra di vedere nuovi cartelli "se alquila" o "se vende"  affissi sulle serrande dei negozi. Come in tutte le località turistiche, le Canarie stanno risentendo pesantemente della crisi Covid. Pur non essendoci un lockdown come in alcune aree della Spagna, negozi e ristoranti sono deserti. O meglio, risultano ora decisamente sproporzionati rispetto al numero di residenti. Le isole Canarie hanno cercato in tutti i modi di attirare turisti per la stagione invernale promuovendosi come "destinazione Covid free". Il che non manco vero perché anche qui c'e' stata un'impennata di casi dopo le ferie estive  (ieri si sono contati 119 nuovi positivi e un decesso, in maggior parte tra Tenerife e Gran Canaria). Pur avendo un numero di casi limitati rispetto al resto d'Europa, non c'e' comunque possibilità di riaprire gli hotel perché i potenziali turisti stranieri non possono uscire dalle loro case per andare in vacanza o nelle loro seconde case. Quindi la stagione natalizia, molto redditizia in tempi normali, e' persa con enormi danni a tutto il settore alberghiero e all'indotto che gravita intorno all'industria turistica. 

La foto che pubblico e' stata scattata a Valle Gran Rey, un comune ci circa 4 mila abitanti sulla spettacolare costa sud occidentale de La Gomera, dove vivono stabilmente molti tedeschi che ne hanno fatto una sorta di ecovillaggio con negozi di prodotti biologici e etnici.  

LA FOTO/ Il fruttivendolo e l`economia `cashless`

New Delhi, 28 Febbraio 2018

   Uno degli obiettivi del governo di Narendra Modi e` la `cashless economy`, un`economia che non usa piu` il contante, ma solo transazioni digitali piu` controllabili e sicure della moneta cartacea.
   Anche i fruttivendoli ambulanti, come questo fotografato in una strada del sud di New Delhi, si stanno adeguando alle nuove tendenze accettando pagamenti elettronici da Paytm, una app che offre la possibilita` di pagare le merci con lo smarthphone.

Perche` anche Calcutta non e` diventata come Singapore?

Singapore,  25 ottobre 2017

   Per me Singapore e` un vero enigma. Come e` possibile che una megalopoli di 6 milioni di persone sia cosi` diversa dagli altri conglomerati urbani dell`Asia? La gente e` la stessa, sono immigrati da India, Malesia, Cina. C`e` stata anche una fortissima impronta britannica come a Calcutta, la ex capitale dell`immenso impero anglo indiano. E` un clima tropicale con le annesse malattie, malaria, dengue, ecc. Non ci sono risorse naturali, ma solo capitale umano. E allora, come la mettiamo?
   A Singapore si narra che la differenza l`abbia fatta un uomo, Lee Kuan Yew, lo statista morto nel 2015 che ha governato per tre decenni la citta` stato asiatica. Si dice che ha elevato una nazione del Terzo Mondo a `Primo Mondo` nel corso di una generazione. Ma il vero fondatore di Singapore e` Sir Thomas Stamford Raffles, governatore dell`isola di Java, che nel 1819 sbarco` sull`isolotto di Singapore, all`epoca in maggior parte deserto, `a parte una enorme quantita` di topi e scolopendre` come scrive J.G. Farrell nel suo romanzo storico The Singapore Grip.
   Singapore ha un reddito medio procapite che e` superiore agli Usa, corruzione e criminalita` inesistente e uno standard di vita che fa invidia ai norvegesi. Non altrettanto si puo` dire sulla democrazia, ma questo e` un altro discorso. Io sto parlando di semplice gestione urbana e di amministrazione della res publica, di come sia possibile che a Singapore si beva l`acqua del rubinetto e che in pieno centro si sentano le rane gracidare negli stagni (privi di zanzare). Mentre invece a Calcutta la quantita` di lebbrosi ha prodotto una santa come Madre Teresa.
    Anche l`India ha avuto grandi statisti,  Jawaharlal Nehru o la figlia Indira Gandhi per fare un esempio, ma la miseria e` rimasta. Gandhi non era Lee Kuan Yew, ovviamente, anche se entrambi arrivano da studi giuridici. Mi sto interessando alla biografia di `Harry Lee`, come era conosciuto questo colto avvocato di origine cinese. Tra le sue massime c`e` questa: “If you can select a population and they’re educated and they’re properly brought up, then you don’t have to use too much of the stick because they would already have been trained. It’s like with dogs. You train it in a proper way from small. It will know that it’s got to leave, go outside to pee and to defecate. No, we are not that kind of society. We had to train adult dogs who even today deliberately urinate in the lifts.”

   Arrivando dallo smog di New Delhi, che dopo Diwali e ai massimi, la differenza e` tremendamente scioccante. Ho passato le prime 24 ore in estasi. Tutto mi sembrava semplicemente perfetto. Non ero mai stata a Singapore. E` una citta` che giri in bicicletta passando tra grattacieli e giardini pubblici pieni di opere d`arte, da Botero a Marc Quinn. Dove si puo` fare colazione in strada a Chinatown con pochi soldi e poco dopo essere nei templi del lusso a Orchard Road, o nel futuristico Marina Bay Sands, passeggiare nello storico Raffles Hotel,  oppure assistere allo spettacolo di luci e musica nella baia. E lo si puo` fare anche con un budget limitato, un cappuccino davanti agli spettacolari  Supertrees ( Gardens by the Bay) costa come al Coffee Day di Green Park (chi conosce New Delhi si mettera` a ridere).
   Ma dopo un po`ci si accorge delle magagne. Sono stata quasi contenta a trovare qualche cumulo di spazzatura qua e la`. La cosa mi ha confortato, perche` la perfezione e` sempre sospettosa.  Quando ho visto i resti abbandonati di un pic nic a East Cost Park mi sono perfino fermata a fare una foto. Un po` impaurita perche` la citta` e` piena di telecamere (non vedo mai polizia). Non si sa mai, qui non amano i dissidenti o critici. Ma forse in passato. Ho letto che il partito unico di governo, il People Action Party (PAP) sta scricchiolando dopo le elezioni generali del 2015. In altre occasioni ho `beccato` anche qualcuno a fumare in zone vietate.  Peccatucci ovviamente, nulla al confronto delle altre megalopoli asiatiche.  

Come l'economia indiana si sta suicidando, Pil in picchiata, chiudono i McDonalds e il terrorismo fiscale

New Delhi, 4 settembre 2017  

   Tre anni fa, appena eletto, il premier Narendra Modi aveva promesso degli ‘acchhe din’ per l’India. Ma il 15 agosto nel suo discorso alla nazione nel giorno dell’Indipendenza aveva corretto un po’ il tiro esortando a creare una ‘nuova India entro il 2022’.
   Ma se le cose vanno come stanno andando... anche questo nuovo traguardo potrebbe essere difficilmente raggiungibile. E la colpa questa volta non è la congiuntura internazionale, che - anzi - si sta risollevando seppur lentamente e nella direzione di una ‘jobless growth’. Sembra invece che sia lo stesso governo a suicidarsi, a scavarsi letteralmente la fossa, con una serie di manovre economiche che forse sono troppo in anticipo per un’India che è ancora per il 90% dominata dal settore informale. Insomma non si può immaginare un’economia ‘cashless’, digitalizzata e senza corruzione da un giorno all’altro con un tocco di bacchetta magica. Ovvio che gli ingranaggi si imballano. Esattamente come sta succedendo.
   Tre segnali che mostrano il dimostrare il hara-kiri del governo Modi:

Pil a picco
Nel secondo trimestre la crescita del Pil è piombato sotto la soglia del 6% (5,7% per la precisione da aprile a giugno), il peggiore risultato degli ultimi anni. L’India è tornata al seguito del dragone cinese. Dietro il brusco rallentamento c’è la decisione del novembre 2016 di mettere fuori corso le banconote da 500 e 1000 rupie e l’introduzione dell’Iva il primo luglio. Si è sempre detto che il 20% dell’economia indiana era in ‘nero’. E quindi questo era previsto. Ma c’è un piccolo particolare: che al macero sono arrivate il 99% delle banconote fuori corso secondo un rapporto della Banca centrale indiana RBI. Ciò significa che il sospetto denaro sporco in circolazione si è ripulito rendendo quindi inefficace l’enorme esercizio costato una fortuna allo Stato e anche alla popolazione che per settimane ha dovuto sopportare la penuria di cash e le lunghe file davanti a banche e bancomat.

La chiusura dei McDonalds
Per una disputa con il partner indiano che ha il franchising, 43 McDonalds a New Delhi hanno chiuso i battenti. Tutti i 169 fast food esistenti nel nord e nord est dell’India potrebbero chiudere presto.
Non sono entrata nei dettagli della lite che dura da anni e che ora è nei tribunali, ma ovvio che c’è qualche problema in questo Paese se anche un colosso come un McDonalds non riesce a stare sul mercato. Curiosamente la notizia della chiusura però è passata abbastanza inosservata, anzi è stata accolta persino con una certa soddisfazione...del tipo, non abbiamo bisogno del ‘junk food’ degli yenkee, abbiamo già i nostri.


Multa di 5 miliardi di dollari alla cinese Hutchinson
Il Fisco indiano è tornato alla carica sulle tasse da pagare per l’acquisto da parte di Vodafone della filiale indiana di Hutchinson dieci anni fa (quando sono arrivata in India avevo infatti una sim card Hutc, che poi è diventata Vodafone). Si tratta di un conteggio totale di 320 miliardi di rupie, tra cui 164 miliardi di interessi e 79 miliardi di multa. Una cosa inverosimile, terrorismo fiscale, soprattutto perché (dicono) è basata su una legge entrata in vigore dopo l'acquisizione, quindi la tassa sarebbe retroattiva. Il Fisco aveva già tentato di multare Vodafone senza successo, ora se la prende con l’allora venditore. Io non me ne intendo di questioni fiscali…ma pare che l’accordo era avvenuto tra due società straniere con sede all’estero e quindi l’India non avrebbe diritto a tassare la transazione del 2007 all'epoca del valore di 11 miliardi.

I casi McDonald e Vodafone sono emblematici per capire quanto può essere insidioso il terreno per un investitore straniero nonostante i recenti incentivi del programma Make in India.
Un po’ di tempo fa il governo indiano ha dichiarato di voler far avanzare l'India di ben 40 posti entro il 2020 nella classifica della Banca Mondiale dei Paesi dove è più facile investire (Doing Business survey). Adesso è al 130esimo posto e l’anno scorso è salita di un gradino. Un target decisamente ambizioso.

Confindustria indiana, la prima donna presidente e il mito dell'eterna crescita

New Delhi, 4 maggio 2017

    Per la prima volta una donna è alla guida della Confindustria Indiana (Cii).  Shobana Kamineni, vicepresidente della catena di ospedali Apollo, è infatti stata eletta a guidare lo storico club degli industriali indiani nato nel 1895. E'  la conferna della crescente importanza del ruolo delle donne nella società indiana. Per questo sono andata a sentire la sua prima confererenza stampa in cui ha presentato il programma per l'anno in cui rimarrà in carica.
   A parte un accenno all'inclusione e all'ingresso delle donne nel mondo del lavoro, non ho sentito purtroppo nulla di sensato. Gli industriali indiani e (con loro l'India) stanno seguendo un modello di sviluppo che non è chiaramente sostenibile. Nel suo intervento, che ha letto tra uno starnuto e l'altro (le donne sono molto meno resistenti all'aria condizionata degli hotel a 5 stelle), ha elencato la solita litania di percentuali di crescita.  Cose da vecchia economia che da noi non fuzionano più, e forse manco in India visto che negli ultinmi anni si è assistito a un modello di 'jobless growth' che scompiglia tutte le classiche teorie dello sviluppo.
   La signora Kamimeni è convinta che nei prossimi tre anni l'India possa facilmente aggiungere un punto percentuale alla sua attuale crescita del pil (7.5-8%) che è già la più veloce al mondo.  In questo modo nel giro di tre anni l'India potrebbe toccare il mitico traguardo di un pil al 10%. Ovviamente se tutto va bene,  se il monsone è regolare, se il Pakistan non fa la guerra e se non ci sono calamità. Neppure il superpremier Narendra Modi, che molti considerano un megalomane, osa scommettere su questo obiettivo.
    Tra le condizioni 'virtuose' elencate dalla neo presidente della Cii, c'è l'urbanizzazione.  Decine di milioni di contadini si riverseranno nelle città dove potranno guadagnare 2,5 volte di più che nelle campagne.   'Solo il 33% della popolazione vive oggi nei centri urbani contro il doppio della Cina' ha detto.  Nel 2031 ben 600 milioni di indiani vivranno in città.
   Secondo la signora Kamineni questo significa un boom delle costruzioni, settore altamente 'labour intensive' con forti vantaggi sull'occupazione. Si prevede che le costruzioni, grazie anche al progetto del governo di realizzare 20 milioni di case popolari, porteranno 30 milioni di posti di lavoro. Gia` oggi le metropoli sono dei cantieri edili permanenti, enormi complessi terziari e residenziali (nella foto Gurgaon) stanno spuntando come funghi.  `
    Ovviamente in questo mondo idilliaco della Cii non esistono acquedotti, fognature, rifiuti da smaltire, aria inquinata, ospedali, scuole, verde pubblico....Non c'è una parola dei suoi 40 minuti di intervento che si riferisce alla questione ambientale che è fondamentale per parlare di sviluppo urbano.
    Mi chiedo quindi se la neo leader della Cii non abbia mai attraversato un ponte sulla Jamuna, possibilmente con i finestrini aperti, o sia passata all'ora di punta per Rani Jansi Road nel centro storico, o anche solo sia stata a Ghaziabad, dove c'è la discarica nell'hinterland di Delhi. E dopo dicono che le donne hanno un maggiore senso pratico.  

Boom dell'e-commerce, Flipkart dice di aver venduto un milione di prodotti in 10 ore

New Delhi, 19 ottobre 2015

Se uno non ha ancora capito dove sta andando il mondo, ecco qui un esempio.
Flipkart, l’Amazon indiana, ha lanciato una super promozione per le festività di questi giorni riempiendo i giornali di pubblicità. Nel primo giorno della campagna “The Big Billion Days” il 13 ottobre Flipkart, Amazon e altri e-tailers avevano comprato 4 o 5 prime pagine dei principali quotidiani. E così fino al 18 ottobre quando si è conclusa la stagione di sconti. Significa che per leggere la prima del Times of India bisognava sfogliare cinque pagine piene di offerte di telefonici, tv, cibo, abiti eccetera.
    La società dice di aver avuto 6 milioni di contatti nelle prime dieci ore e di aver venduti un milione di prodotti, vale a dire 25 ogni secondo. Immagino il lavoro di backoffice! Addirittura, da quanto leggo qui, hanno posato 50 km di fibre ottiche! Solo in elettronica avrebbe incassato 100 milioni di dollari in 10 ore.
Mettiamo pure che questi numeri siano gonfiati, ma è ormai certo che questo è il futuro. Le offerte erano limitate, se ho ben capito, alle app. Anche questo è il trend, tutto si fa sugli smarthphone o sui tablet. Anche se poi i server si inceppano facilmente e le connessioni sono sempre più lente perché non riescono a gestire il traffico.
    La battaglia in corso in India tra Amazon, Flipkart e altri emergenti come Snapdeal, è uno scontro tra titani. L’e-commerce, come un po’ ovunque, è in enorme crescita, ma penso che in India lo sia di più dato che il settore retail è all’età della pietra.
    A New Delhi non esistono supermercati…ci sono un paio di shopping mall, ma non si trova certo la varietà di prodotti che ci sono on line.
Insomma questo per dire, che se uno vuole aprire un negozio in India, ci dovrebbe pensare un bel po’….

Modi e l'industrializzazione dell'India

New Delhi, 26 settembre 2014

Il primo ministro Narendra Modi, attorniato da una schiera di potenti industriali e suoi sponsor elettorali, tra cui Mukesh Ambani e Tata (rappresentato da Cyrus Mistry), ha illustrato oggi la sua idea di India nei prossimi anni in cui sara’ al potere. (qui il video integrale)
Piu’ fabbriche per creare lavoro, piu’ strade e “corridoi” industriali per trasportare le merci e meno burocrazia per attirare gli investitori stranieri che negli ultimi anni sono scappati a gambe levate.
Il nuovo mantra e’ "Make in India", che lui stesso ha lanciato il 15 agosto quando con indosso un turbante del Gujarat ha parlato dal Forte Rosso per il giorno dell’Indipendenza. "Make in India" e’ la campagna del governo che si concentra su 25 settori dove le porte saranno spalancate per tutti gli imprenditori.

Mentre in passato, le imprese avevano enormi difficolta’, si pensi ai permessi ambientali che hanno rallentato mega progetti, come quello dell’acciaieria Posco in Orissa, adesso Modi promette di stendere un tappeto rosso.
L’India polo mondiale manufatturiero come la Cina . Il logo della campagna e’ un leone, il simbolo preferito di Modi, che arriva dal Gujarat, guarda caso dove sorge la riserva di Gir, l’unico posto dove ci sono i leoni asiatici.
Il video promozionale mostra ingranagggi, ciminiere, treni che sfrecciano e razzi che vanno nello spazio, come Mangalayaan, che e’ arrivata come una ciliegina sulla torta. Cosa ci voleva di piu’ per ripristinare la fiducia nelle proprie capacita’?
Gia’ mi immagino colate di cemento e paurosi scempi ambientali. Nessuno al Vigyan Bhawan, dove si e’ tenuto il convegno, ha pronunciato nemmeno per un attimo il problema gigantesco del trattamento delle acque, la tutela delle coste e del mare, la preservazione di ecosistemi. Senza citare l’inquinamento atmosferico delle metropoli, i pesticidi e i fiumi fogna tipo la Yamuna.
L’obiettivo della campagna Make in India e’ di far crescere il settore manufatturiero dal 16% al 25% del Pil. Possibile, ma sostenibile? Un accelerazione del genere, in un Paese cosi’ grande, avrebbe un costo enorme in termini ambientali.
In Occidente questo disastro lo abbiamo gia’ sperimentato e ne stiamo pagando ora il prezzo sul clima del pianeta.
Questi sono i pensieri che mi frullavano per la testa quando sono uscita dal Vigyan Bhawan. Poi, mentre tornavo al parcheggio, ho visto una grossa scimmia che indisturbata passeggiava tra la folla. Ho sorriso e tra me e me ho pensato che niente paura... sono ancora in India.

Il Titanic europeo visto dalla scialuppa indiana


Vedere l'Italia da qui e' come vedere il Titanic che affonda mentre si e' su una scialuppa di salvataggio. Non scherzo, questa e' l'impressione qui in India. Forse il barchino con 1,2 miliardi di persone a bordo sballonzollera' un po' per via del risucchio e ci sara' un po' di paura a bordo, ma si e' sicuri di stare a galla. La crisi dell'euro ha gia' picchiato duro sull'economia indiana che e' in frenata. Il ministro delle Finanze ha corretto al ribasso le stime del Pil che ora sono al 7,5%, sempre un'enormita' per i nostri livelli, ma distante dall'ambizioso traguardo del 9% dichiarato all'inizio dell'anno.  

Ma non e' certo questo parametro, tra l'altro molto discutibile per misurare la ricchezza di un Paese, che conta in questa terra che in 5 mila anni di storia e' rimasta piu' o meno uguale a se stessa nonostante catastrofi naturali, invasioni armate e l'influenza di religioni come buddismo, nato qui, il cristianesimo e da ultimo l'Islam.  Nulla, tutto scivolato via come una goccia di rugida su una foglia di banano.

Da qui si riesce anche a capire qualcosa di piu' sulla crisi finanziaria in Europa. L'India insieme ai colleghi del Bric (Brasile, Russia e Cina) ha fatto capire fin da subito che non ci sarebbe stato nessun salvataggio. ''Che si aggiustino'', e' stata piu' o meno questa la risposta dei Paesi emergenti che fanno parte del G20.

Il fatto che qui - giocoforza - si leggano poco i giornali italiani, e' poi un vantaggio per comprendere un po' di cose.

Per esempio The Hindu ospita la colonna di Paul Krugman, premio Nobel per l'Economia nel 2008, quindi non l'ultimo dei fessi. Nel suo ultimo intervento ''Killing the Euro'' critica i governi europei per introdurre le draconiane manovre di austerity che inevitabilmente rischiano di scatenare la recessione e quindi deprimere ancora di piu' la fiducia degli investitori sull'euro. Per caso qualcuno in Italia ha mai detto cio'?  Invece di prosciugare come delle sanguisughe i portafogli dei cittadini per salvare dallo spauracchio di  ''dafault'' improvvisamente saltati fuori, non sarebbe meglio dare la priorita' alla ricerca, scuola e innovazione aziendale?

Mezzo miliardo di cessi o di telefonini?


Leggo che secondo un rapporto del centro studi Informa Telecoms & Media, entro il settembre 2010 in India ci saranno 500 milioni di telefonini. Una previsione che non so su cosa sia basata e soprattutto se tenga conto dell’attuale recessione mondiale. Mezzo miliardo di telefonini. Non penso ci siano mezzo miliardo di cessi in questo Paese dove la maggior parte della gente fa i bisogni dove capita. Non penso neppure ci siano mezzo miliardo di rubinetti da cui sgorga acqua pulita o mezzo miliardo di banchi di scuola. A Delhi di recente è ritornata la poliomelite, orrenda malattia sconfitta dai vaccini ormai in tutto il mondo, eccetto che in India, Pakistan, Afghanistan e Nigeria. Sempre qui a Delhi in questi giorni che precedono il Diwali, la festa delle luci, nelle strade c’è un’emergenza traffico che è paurosa per gli effetti sulla salute pubblica e sull’ambiente. Ma i telefonini squillano per la gioia delle compagnie telefoniche e anche del governo che adesso sta vendendo le licenze per il G3 che si sostituirà ai vecchi cellulari quando anche qui il mercato sarà saturo. Continuo a stupirmi di quanto i telefonini siano riusciti a penetrare l’India nelle sue pieghe più profonde. Nelle campagne si usa ancora l’aratro trainato dai buoi, le donne fanno chilometri per prendere l’acqua e non ci sono scuole, ma le torri dei ripetitori svettano come moderni totem al dio delle telecomunicazioni. Il servizio pubblico di telefonia fissa, ammesso che ci sia mai stata o abbia mai funzionato, sta per scomparire.
D’altronde questo è un Paese che pochi giorni fa ha lanciato la sua prima missione lunare dalla base spaziale dell’isola di Shriharikota. C’è una bellissima foto d’epoca di Henri Cartier-Bresson del 1966 che ritrae una bicicletta che trasporta un pezzo del primo razzo costruito in Kerala probabilmente dai padri degli scienziati indiani che oggi hanno mandato la sonda Chandrayaan in orbita a scattare foto ravvicinate della luna.
Nel suo coacervo di contraddizioni l’India continua a stupirci e anche a indignarci. Era successo così anche nel 1974 con la bomba atomica che Indira Gandhi aveva fatto scoppiare nel deserto di Pokaran, dove molto probabilmente, c’erano dei villaggi in cui si moriva di fame. Oggi le carestie non ci sono più in India, per fortuna, ma ci sono più poveri. La crescita economica non è una certezza, eccetto che per gli economisti, ma la crescita demografica lo è invece. A meno che non troviamo un modo per partorire telefonini.

Gli scaffali di Armani e l'India moderna


Ogni tanto mi chiedo se veramente l’India sia riuscita ad imboccare la strada del benessere e dello sviluppo che la porterà nei prossimi decenni a essere tra le prime potenze economiche mondiali. Gli economisti dicono che si tratta ormai di un processo ineluttabile. Per molti la svolta è iniziata nel 1991, anno di gravissima crisi finanziaria e politica, ma anche l’anno in cui sono iniziate le riforme suggerite da Manmohan Singh, all’epoca semplice consulente del governo. Per me che sono qui da sette anni ormai, la pagina è svoltata circa 4 anni fa quando l’India ha iniziato a correre al ritmo dell’8-9 per cento all’anno grazie alla crescita del settore terziario e manifatturiero. Ho assistito al ribaltamento di una percezione comune non solo da parte dell’Italia che ha scoperto o in certi casi ri-scoperto l’India, ma anche da parte degli indiani stessi. Tutti quelli che vengono qui per la prima volta dicono che in questo Paese si respira un’aria di ottimismo e entusiasmo. Sarà anche per la popolazione giovane, ma è soprattutto perchè esiste una nuova consapevolezza di “avercela fatta". L’ho avvertito molto bene, per esempio, circa due anni fa, quando è stata inaugurata la “linea gialla” della metropolitana, quella interamente sotterranea che attraversa la vecchia città dei moghul. Ho osservato i passeggeri seduti davanti a me, imbarazzati e compiaciuti nello stesso tempo, guardarsi intorno nelle carrozze nuove di zecca, con le insegne luminose e una voce soave che avvisava l’arrivo alle fermate in inglese e hindi. Mi sono accorta che qualcosa stava cambiando intorno a me. La stessa netta sensazione l’ho avuta in coda al check-in di Deccan Airways, la prima compagnia aerea privata low-cost. E poi a gennaio, nei giorni successivi il lancio della Tata Nano, la mini car da 2000 dollari che però non è ancora nei concessionari. Almeno a New Delhi e nelle metropoli, dove sono arrivati i soldi in grande quantità, la gente non ti chiede più cosa pensi dell’India. Non c’è più bisogno di avere il parere o l’approvazione di uno straniero. Le cose stanno cambiando in fretta, forse troppo. C’è stato nell’ultimo anno una rincorsa ai prezzi che non è assolutamente riflessa nei dati dell’inflazione che secondo il governo è sul 7-8%. Ci sono alcuni generi alimentari e medicine che sono aumentate del 20 o 30 per cento. Più che scarsità penso sia speculazione, che è inevitabile quando aumenta il potere di acquisto e l’economia si surriscalda. I pochi negozi moderni di generi alimentari sono presi d’assalto. Vicino a casa mia c’è un supermercato della catena Reliance Fresh, il colosso industriale indiano di Mukesh Ambani, l’ex benzinaio che ha creato un impero poi ereditato e diviso dai due figli. Alla sera il bancone della frutta e verdura è vuoto e se c’è un offerta tipo due per tre il traffico blocca mezzo quartiere. Mi piacerebbe sapere però se ad incrementare le vendite sono anche i venditori ambulanti che ogni mattina e sera attraversano le “colonie” urlando a squarciagola. Secondo Kamal Nath, il super ottimista e instancabile ministro del commercio, che ha scritto un libro “India’s Century” dove esalta l’imprenditorialità e “l’arte di arrangiarsi” (conosciuta come Juggad), gli indiani hanno un “vantaggio competitivo” sugli altri popoli una volta che si libera l’economia dai “lacci e lacciuoli” dello stato. Le multinazionali, se vogliono vendere, dovranno adeguarsi ai gusti locali e non il contrario. Se davvero sarà così, forse si potrà evitare il dilagare di stili di vita tipici del consumismo occidentale che hanno stravolto i Paese del Sud est asiatico. Gli orrendi mall che stanno sorgendo in periferia in realtà fanno pensare il contrario. L’altro giorno, in uno di questi mostri di cemento sorti dal nulla nella zona di Vasant Kunj per volontà del gruppo DLF, i palazzinari di Gurgaon, ho incontrato un paio di operai italiani addetti a montare le scaffalature per i nuovi negozi di Giorgio Armani. Erano abbastanza delusi in generale dall’India. Erano erano stati letteralmente spennati nei ristoranti e dai tassisti. Erano poi scioccati dai poveri indiani che accovacciati a terra pulivano i pavimenti della boutique con un minuscolo scopino e poi con uno straccetto lurido smacchiavano i pavimenti. Certo non è il concetto di pulizia a cui siamo abituati. “Sono quelli che abitano nelle baracche dietro il mall, penso siano analfabeti, forse anche fuori casta e sono pagati alla giornata” ho detto. Loro mi hanno dato ragione. Glielo avevano già chiesto. Prendevano circa 100 rupie al giorno a spolverare i costosissimi e delicatissimi scaffali con inserti in pelle della boutique Armani. Penso che solo con il costo degli arredi si possa sistemare per la vita un’intera famiglia o dare acqua e elettricità a un villaggio o costruire una scuola. Lo so, probabilmente capitava così anche per i lavapiatti italiani che sono immigrati negli Stati Uniti all’inizio del secolo. Ma onestamente penso che nel duemila e nell’India nel libro di Kamal Nath, questo stato di coose non sia sostenibile dal punto di vista etico ma anche politico perchè è inevitabile che prima o poi si ribellino. Chissà cosa avrebbe detto poi Nehru a vedere i “nipoti della mezzanotte” chini a lustrare i pavimenti di Armani!