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Addio giornalismo- L'articolo e' servito

Gran Canaria, 6 Febbraio 2020

   Secondo una esperta citata in una ricerca di NiemanLab, un centro di ricerca di Harvard che studia i nuovi trend nel mondo dell'informazione, nel 2020 "spariranno gli articoli" perche' sono diventati  inadatti a veicolare le notizie. Da tempo ho abbandonato il giornalismo attivo per dedicarmi alla vela, ma non posso non indignarmi di fronte a tali assurdita' riportate purtroppo -  o meglio copiate di peso - dai media italiani.
Dettaglio da Aquatilium Animalium Historia - Ippolito Saviani (1514-1572) 
   Ecco l'antefatto: NiemanLab ha intervistato "the smartest people" nel giornalismo chiedendo loro previsioni sul futuro dell'informazione. Tra questi c'e' tale Emily Withrow,  direttrice R&D di Quartz, un website di info economiche, famoso soprattutto in Asia, che anni fa ha saputo capire che aria tirava sul web diventato oggigiorno un gigante del settore. L'opinione della Withrow e' stata rilanciata, copiata e tradotta, da La Stampa ed e' li' che ne sono venuta a conoscenza.
   Sembra che l'articolo giornalistico, "news article", sia uno strumento obsoleto, che abbia fatto il suo tempo e che non sia piu' adeguato alla nostra epoca digitale ne' per chi lo deve scrivere e pubblicare, ne' per chi lo legge. E' una struttura rigida, che richiede troppa attenzione da parte del lettore, troppo tempo per capirlo, insomma non funziona piu'.
   Quindi? Quindi la Withrow sostiene che i media da quest'anno opteranno per "format" piu' dinamici che "pongono l'individuo al centro della storia e della notizia" (definita come "prodotto"). Queste le sue parole: "This year, we’ll continue to see forward-thinking outlets discard the news article in favor of more dynamic formats that place the individual at the center of the story and news product".
   Come si fa? Se ho ben capito si tratta di "plasmare l'articolo a seconda dei gusti del lettore" e dei suoi bisogni "nel corso della giornata". Come dire che la notizia viene servita zuccherata a colazione, poi con un po' di vinaigrette a pranzo, arrostita la sera. Oppure aggiustata su misura come un abito di buona sartoria o una scarpa fatta a mano. "We’ll better understand a person’s shifting needs throughout the day and mold our stories and story selection to those moments".
   Come non ci si puo' indignare nel vedere cosi' maltrattato il giornalismo? Non solo lo si vuole azzerare con l'informazione fai-da-te che imperversa - vera e falsa - sulla Rete. Ma anche si arriva a negare la sua stessa natura. La notizia non e' piu' un fatto da raccontare obiettivamente (dopo averlo possibilmente verificato) e divulgata sottoforma di articolo da leggere, ma una storia personalizzata, che ci sta comoda, che ci piace e soprattutto che non ci fa pensare. 

FAKE NEWS/Quando i giornalisti diventano `fact checker`

Gran Canaria, 5 maggio 2018

    Ho appena concluso un corso on line gratuito sulle `fake news` messo a disposizione dal Knight Center for Journalism in the Americas (Universita` del Texas), una fondazione statunitense che si occupa di promuovere eccellenze nel giornalismo, in particolare digitale. Il corso si intitola "Trust and Verification in the Age of Misinformation" (questo il link) ed e` tenuto da un `cacciatore` di fake news che si chiama Craig Silverman, che lavora per BuzzFeed News, sito di informazione americano che vende contenuti alle piattaforme. E` l`uomo del momento in  materia di `fact checking` e `debunking`, due attivita` che stanno andando per la maggiore negli ultimi tempi, soprattutto negli Stati Uniti.
    Le `fake news`, salite alla ribalta dell`attenzione con la presidenza Trump, sono al centro del dibattito sui media negli Usa oltre a essere una reale minaccia alla democrazia, come si e` visto nella campagna elettorale e anche recentemente con lo scandalo di Cambridge Analityca/Facebook.
    Quindi negli Stati Uniti se ne fa un gran parlare e si cerca anche di correre ai ripari creando nuove figure professionali, i `fact checkers` come Silverman, che passa le proprie giornate al desk a spulciare foto, video e website e a cercare i falsi account sui Facebook e Twitter.
    L`oggetto del corso era infatti di dare ai giornalisti degli strumenti (open source e perfettamente legali)  per controllare l`autenticita` di tutta la marea di informazioni che passano sullo schermo. Sono tools usati anche per fare investigazioni private. Si tratta di verificare l`identita` di nomi o indirizzi mail sul web, soprattutto Facebook o Twitter, vedere cosa e come postano, smascherare bot e algoritmi.  Tra i suggerimenti ci sono Inteltecnique.com, Peekyou, Webmii e altri dedicati a Twitter o Linkedin. Li ho provati, ma ho riscontrato grossi limiti, primo bisogna essere iscritti a Facebook e secondo sono efficaci per lo piu` per ricerche di gente che vive negli Usa.  Molti poi sono a pagamento, quindi e` gia` nato un businss intiorno alla fake news.
    Altri strumenti sono invece dedicati a controllare se foto o video sono stati truccati o manipolati. Per esempio una extension di Google Chrome, InVid, offre tutti i tools su una piattaforma per risalire all`originale di una foto o vedere dove o quando e` stata pubblicata .
   Una altra extension di Chrome, CrowdTangle, permette invece di vedere da chi e quante volte una pagina e` stata condivisa su Facebook.
    Insomma il corso e` stato utilissimo perche` mi ha aperto gli occhi su una realta` che finora avevo solo osservato da lontano, come se non mi appartenesse.  In Italia poi non ci si pone manco il problema, i media italiani sono sempre piu` ripiegati su se stessi a causa della crisi e delle redazioni che sono sottodimensionate. Allo  Spiegel hanno una redazione di 70 `fact checkers` (leggi qui), noi non abbiamo manco piu` i correttori di bozze.
   Se e` stato utile per aggiornarmi su cosa succede nel mondo del giornalismo, d`altro canto mi sono speventata a pensare alle conseguenze di questo nuovo ruolo della stampa. Nel caos generale dei social media, fake news, propaganda politica, bot, hacker russi, ecc, c`e` piu` che mai bisogno di recuperare i `sani` valori del giornalismo e di riallacciare un rapporto di fiducia con i lettori che oggi vanno su Facebook a informarsi.
   Questo percorso di recupero della `funzione` giornalistica passa sostanzialmente attraverso il `fact cheking`.  Il giornalista e` oggi chiamato a `rovistare` dentro la melma del web e cercare di capire cosa e` vero e cosa e` `fake`.  Ecco un esempio di lavoro che Craig Silverman fa nella sua redazione (leggi qui)
   Un giornalista oggigiorno e` quindi colui che mette i bollini rossi o verde, falso o vero, su notizie che circolano sul web. Un lavoro immane tra l`altro data la vastita`di pagine c he ogni secondo vengono caricate in rete. Certo ci vuole qualcuno che mette ordine al caos e che - in teoria - sia qualificato a farlo (un giornalista appunto che ossrve un codice deontologico) , pero` se questo e` il futuro della professione sono molto perplessa e soprattutto non sono pronta a trasformarmi in una `fact checker`.  

Marò- Le 'post verità' del Giornale riemergono misteriosamente 2 anni dopo su Facebook

New Delhi, 2 marzo 2017

   Oggi un paio di amici dall'Italia mi hanno segnalato su FB  un articolo del Giornale datato 11 settembre 2015 che riprende la bufala del calibro dei proiettili misurati nell'autopsia sui cadaveri dei due pescatori Jelastine Valentine e Ajeesh Binki. Nel documento depositato (volontariamente) dagli indiani al Tribunale del mare di Vienna (Itlos)  ci sarebbero delle incongruenze.  L'anatomo patologo indiano ha infatti riscontrato che i due proiettili trovati nel cervello di Binki e nel petto di Jelastine hanno lunghezze e forme diverse.
   Uno, secondo il Giornale (che all'epoca aveva copiato da altre fonti) non sarebbe compatibile con il calibro usato dalle armi Nato in dotazione ai marò. Quindi questo scagionerebbe gli italiani dal sospetto reato di omicidio.
   Questa storia - che circola dai primi giorni dell'incidente perché un collega del Corriere aveva 'visto' i proiettili durante l'autopsia - è un tipico esempio di disinformazione o 'post verità' come si dice oggi. Non so perchè sia riemerso oggi dopo due anni.
   A parte i refusi madornali come i 23 'centimetri' di un proiettile, anche i bambini sanno che i proiettili, soprattutto quelli potenti, si deformano dopo che sono stati sparati. Io sono sono una esperta di balistica ma da quel poco che so è che l'unico modo per capire a chi appartenga un proiettile è di verificare la 'rigatura' impressa dalla canna. Di fatti è quello che hanno  fatto nella perizia balistica (sempre allegata nella stessa documentazione dell'Itlos) trovando che i proiettili trovati nei corpi dei pescatori e altri nello scafo del St Antony coincidono con due mitra sequestrati a bordo della Enrica Lexie. Che poi ci sia un dubbio su A CHI appartengano i due fucili, questo è un altro paio di maniche, come diceva mio nonno.
    Premetto che i due marò non sono mai stati processati e che quindi la loro innocenza o colpevolezza deve ancora essere provata. Tuttavia non posso notare come questo articolo dell'11 settembre 2015, riemerso curiosamente ora, sia veramente un 11 settembre del giornalismo italiano. 

India, il governo `ricorda` quali sono le aree off limits per i giornalisti stranieri

Mumbai, 13 dicembre 2016
   Ieri il ministero degli Esteri ha diffuso via mail una lista di Stati indiani e aree che sono `off limits` per i giornalisti stranieri. Tra questi ci sono alcuni Stati del Nord-Est (Nagaland, Mizoram, Manipur Sikkim e Arunachal Pradesh) dove sono attivi gruppi separatisti, e ovviamente il Jammu e Kashmir. In piu` ci sono `alcune aree` del Rajasthan e dell`Uttaranchal,  Il primo, penso, che sia una zona `sensibile` per via del poligono militare di Pokhran dove sono avvenuti i due test nucleari del 1974 e del 1998, mentre nel secondo c`e` il confine conteso con la Cina-Tibet. Al comunicato e` allegato un formulario da compilare per ottenere `uno special permit` se uno vuole andare in quelle zone.
   La email, indirizzata a tutti i corrispondenti stranieri, ha destato sorpresa e anche un po` di preoccupazione tra i colleghi. Tanto che dopo cinque ore, lo stesso ministero (sezione dell`External Publicity Division)  ha inviato una `chiarimento` per dire che non si tratta di un `nuovo` regolamento del ministero degli Interni, ma di uno in vigore da `molti anni`. Le normative sono state ricordate perche`, si legge, `some foreign journalists were unaware of the regulations and faced inconvenience when entering those areas without the appropriate permits`.    Segue poi una diversa lista di aree dove emerge che solo `alcune parti` degli Stati citati nella precedente mail sono chiuse agli stranieri. Il Sikkim e Nagaland, tuttavia, sono interamente proibiti, e anche le Andamane.
    Poi si specifica che le restrizioni valgono non solo per i giornalisti stranieri, ma per tutti gli stranieri e che la `XP Division will be happy to facilitate bona-fide visits to Restricted & Protected Areas if applications are received in the prescribed format`.
   Evidentemente io appartengo alla categoria dei giornalisti stranieri che non sapevano di queste restrizioni, almeno non in tutti gli Stati citati.
   Io sapevo che nel 2011 il governo aveva rimosso le restrizioni in tre Stati del Nord-Est (Nagaland, Manipur e Mizoram) per favorire il turismo (vedi qui).
    Mentre per quanto riguarda le Andamane e Nicobare, l`arcipelago che ospita basi militari segrete e rare tribu` indigene, sono abbastanza sopresa. Il permesso chiamato `Restricted Area Permit o Rap` e` emesso dall`ufficio Immigrazione all`arrivo a Port Blair (e similarmente in ogni isola tra quelle aperte al turismo). Cosi` e` stato quando ci sono andata nel marzo 2015, e sono stata registrata come giornalista, anche perche` il mio visto e`un j-visa e quindi e` difficile sfuggire.
   Non so cosa abbia indotto il governo a ribadire la lista delle aree ristrette, ma potrebbe sembrare un tentativo di `controllare` la stampa straniera. Non voglio pensare che sia questa l`intenzione, sarebbe la prima volta da quando sono arrivata in India oltre 10 anni fa... Ma se si allarga lo sguardo a livello globale, compresa l`Italia, e` chiaramente visibile uno sforzo da parte dei governi di imbavagliare la stampa, i bloggers o gli attivisti ficcanaso. Uno sforzo che e` reso piu` facile dal controllo dei social network, il cosidetto `quinto potere` che a parere mio presenta una doppia faccia della medaglia, molto inquietante, quella del Grande Fratello.
    Coincidenza vuole poi che a settembre, quando ero nel confinante Myanmar, ho cercato invano di avere dal governo di Yangon un `permesso speciale` per attraversare il confine di Tamu (con l`India). Il governo birmano infatti impone numerose restrizioni agli stranieri perche` non vadano a curiosare nelle aree dove vivono le minoranze oppresse o dove si fanno commerci poco chiari, come droga o pietre preziose.
   L`unico valico con lo stato indiano di Manipur rientra tra queste aree off limits per gli stranierie per le quali ci vuole appunto uno `special permit`. Fino a pochi mesi fa, gli uffici del Turismo e le agenzie di viaggio di Yangon e Mandalay rilasciavano i permessi dietro pagamento di una costosa commissione. Ora non piu` e non ho capito il perche`.
   Dal Myanmar, che non e` ancora uscito dalla dittatura, mi aspetto una simile proibizione, ma non dall`India, che si vanta di essere la piu` grande democrazia del mondo.

Silenzio, si governa. La comunicazione nell'era Modi

New Delhi, 22 luglio 2014

Il neo governo di Narendra Modi sta veramente riscrivendo le regole, anche per quanto riguarda la comunicazione. Appena salito al potere ha subito emanato una circolare a tutti i funzionari vietando qualsiasi rapporto con la stampa.  Me ne sono accorta un giorno quando sono andata al ministero del Turismo, dove di sicuro non ci sono segreti da coprire, per chiedere una dichiarazione su cosa l'India intende fare per incrementare l'arrivo di visitatori stranieri. Una cosa innocente. Mi hanno fatto grandi salamelecchi, offerto chai e salatini, ma niente, tutti con le bocche cucite.
Nel suo viaggio in Brasile, per il vertice Brics, Modi si è preso sull'aereo soltanto i giornalisti della tv governativa Doordashan, rompendo la prassi del precedente premier Singh, che dava conferenze stampe (le uniche) nei lunghi viaggi in giro per il mondo. 
E quando era in Brasile, Modi  non ha detto mezza parola a di fuori degli incontri diplomatici, neppure con la comunità indiana. Ovvio che c'è una certa reticenza a comunicare con i media, molto probabilmente per paura di fare qualche passo falso che possa compromettere l' immagine di "uomo capace" che si è sapientemente creato durante la campagna elettorale. Dopo mesi di sovraesposizione mediatica è calato il silenzio assoluto. 
Queste considerazioni non sono solo mie, ma sono di molti miei colleghi indiani (vedi questo editoriale) che si sentono esclusi, soprattutto quelli che erano "imbeccati" dalle solite "fonti", e mi riferisco soprattutto alle notizie sulla vicenda dei marò... 

Non solo Tehelka/ Due terzi delle giornaliste hanno subito molestie sessuali

New Delhi, 2 dicembre 2013

Tanto per confermare quanto detto nell'ultimo post su Tehelka e il maschilismo nelle redazioni, ecco qui un sondaggio in cui si dice che un terzo delle giornaliste hanno subito intimidazioni, abusi o minacce, incluse molestie sessuali sul posto di lavoro:  http://www.iwmf.org/global-research-project-investigates-violence-against-women-journalists/
Ditemi un po' se non e' ora di dire basta.

BREAKING NEWS: Cancellata dall'Ordine di Giornalisti!

   Dopo 18 anni di professione giornalistica, sono stata  espulsa dall'Ordine dei Giornalisti del Lazio perche' non ho pagato le quote di iscrizione degli ultimi tre anni. Il totale delle mie morosita' ammonta a 360 euro compresi gli interessi. Ovvero meta' del mio attuale salario da collaboratrice dell'Ansa.
   Per comunicarmi l'espulsione hanno scomodato la Corte di Appello di Roma (Ufficio Unico degli Ufficiali Giudiziari) e perfino l'ambasciata d'Italia a New Delhi che mi ha consegnato la notifica (03/2011, la terza quindi dell'anno?) datata 25 luglio 2011.

   Leggo: ''il signor (SIC) Coggiola..bla bla non ha adempiuto al dovere di pagare le quote di iscrizione all'Ordine (nonostante i ripetuti solleciti) per gli anni 2009, 2010, 2011; che l'articolo 29 del Regolamento bla bla; che il rifiuto persistente del pagameto delle quote, nonostante....costituisce GRAVE PERICOLO per la vita stessa dell'Ordine che trae esclusivamente i mezzi, per adempiere alla sue funzioni, dalle quote degli iscritti; che tale comportamento costituisce violazione dei doveri professionali e fatto di scorrettezza professionale.

Ecc ecc
Firmato da Filippo Anastasi (Consigliere segretario) e Bruno Tucci (Presidente).
  
   Mi permetto di precisare per dovere di cronaca che ho scritto una mail al presidente Tucci ad agosto spiegandogli che ero free-lance e che si trattava di una somma eccessiva per i miei mezzi che sono molto limitati avendo una retribuzione che i miei colleghi spendono forse in un paio di cene.

   La risposta e' stata quella di ricordarmi i miei doveri e che potevo chiedere una rateizzazione . Non ho replicato perche' mi trovavo in un momento negativo di riflessione sul mio mestiere. Che ovviamente rimane quello di giornalista, anche se non lo sono piu' secondo questi signori.

   A pensare quel 6 giugno 1993, quando ho avuto nelle mie mani il tanto anelato tesserino rosso, non mi viene alcun rimpianto. All'epoca ero con l'Ordine Interregionale del Piemonte e Valle d'Aosta, poi da quando mi sono trasferita all'estero mi avevano detto che era meglio iscriversi all'Ordine del Lazio perche' e' li' che sono iscritti i giornalisti che hanno residenza Aire. E cosi' ho fatto nel 2007. Dubito che qualcuno abbia capito perche' mi sono trasferita e - con orrore - ho anche scoperto che nessuno sapeva che ero all'estero. Non esiste nessun elenco di questo genere e temo non sia neppure previsto. Eppure io lavoro solo per i media italiani come i miei colleghi in Italia.

   Insomma, come quando ero iscritta a Torino, non ho mai ricevuto alcuna comunicazione se non i bollettini annuali per pagare la quota.

   Nessuno si e' accorto che sono all'estero da 16 anni. Nessuno si e' accorto che sono free-lance. Nessuno si e' accorto che non ho la Casagit (la mutua dei giornalisti) e che non ho diritto all'Inpgi (la nostra pensione) anche se voglio pagare le quote di tasca mia. Nessuno si e' mai degnato di farmi sapere di eventuali agevolazioni o comunicazioni di altri iscritti al mio stesso ordine. Nessuno non mi ha mai mandato neppure gli Auguri di Natale.

Quando il Giornale abolisce la redazione degli esteri

Da qualche tempo ho cominciato a pentirmi di avere scelto il mestiere di giornalista. Dopo quasi tre decenni - ho iniziato che ero ancora minorenne - mi vengono dei dubbi. Ma davvero voglio continuare da grande a fare la pennivendola? “Sempre meglio che lavorare” come disse Luigi Barzini junior, il quale però mi risulta avesse un buon stipendio. Ero appena arrivata in India, quando una sera a casa dell’allora rappresentante della Piaggio, sono stata presentata a Tiziano Terzani, già versione mistica con kurta pijama bianca e barba da profeta. Era venuto giù dalla sua baita di Almore. “Ah, anche tu fai la pennivendola!” mi disse a mo’ di sfottò. Mi ricordo ci rimasi male e lo bollai come un arrogante pallone gonfiato. Ma ora capito il vero significato delle sue parole.
La crisi ha picchiato duro sui free lance che l’internet aveva già reso inutili. Sto parlando della carta stampata, ovviamente. Chiunque da qualsiasi posto può scrivere di qualsiasi cosa senza bisogno di un editore. Qualsiasi tipo di informazione è fruibile gratuitamente o con la sola fatica di tradurre dalla lingua d’origine. Chi è ancora disponibile a pagare per un pezzo a meno che non sei un premio Pulitzer o non hai un’intervista con Osama Bin Laden (meglio se scampato ad un overdose di cocaina in compagnia di un harem di viados)? Non c’è da stupirsi se ricevo ogni tanto proposte di collaborazione non pagate o compensate in maniera irrisoria. Un po’ di tempo fa una testata on line che si occupa di giovani imprenditori fai-da-te mi ha proposto 20 euro ad articolo in inglese “comprensivo delle spese per telefonate”. Ho risposto che questo è il mio mestiere e non un hobby, poi li ho mandati cortesemente a quel paese. Ma forse sono fuori tempo e fuori luogo. Il giornalista si è trasformato in un robot che smista migliaia di notizie al giorno, pesca quelle più sensazionali e le traduce in italiano. Ieri mi hanno comunicato che Il Giornale ha abolito la redazione degli esteri. Povero Montanelli. “E’ confluita nelle cronache italiane” mi ha scritto Angelo Allegri, il mio (ex) caporedattore degli esteri. Non so se anche altri quotidiani abbiano fatto già la stessa cosa. Non so neppure se lo si sa che al Giornale non c’è più una redazione esteri. Regalo lo scoop agli amici del Barbiere della Sera.
Mentre le cronache dalla provincia hanno ancora senso perché nessuno trova su internet il resoconto del consiglio comunale di Biandrate, le corrispondenze dall’estero sono in via di estinzione soprattutto per Paesi “lontani” dall’Italia, come lo è appunto l’India, scomparsa da tempo dal periscopio della Farnesina. Un po’ di anni fa un altro mio ex caporedattore, Marcello Foa, oggi famoso bloggista, mi disse che il quotidiano così come l’abbiamo conosciuto ha fatto il suo tempo. Si trasformerà in qualcos’altro, non più un foglio di informazione. In effetti non ha più senso e di fatto le vendite dei quotidiani nazionali sono a picco. Mi sento obsoleta, come una macchina da scrivere accanto a un computer.

Sri lanka, quando di giornalismo si muore

Ho ritrovato questa poesia nell'editoriale postumo del direttore di "The Sunday Leader", Lasatha Wickramatunga, che è stato assassinato a Colombo il 9 gennaio.

Prima vennero per i comunisti, e non alzai la voce, perché non ero un comunista.
Quindi vennero per gli Ebrei, e non alzai la voce, perché non ero un Ebreo.
Quindi vennero per i sindacalisti, e non alzai la voce, perché non ero un sindacalista
Quindi vennero per me, e a quel punto non vi era rimasto più nessuno che potesse alzare la voce per me.

Martin Niemoller (1892-1984)