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LIBRI/ L'"altro lato" del Pakistan che non fa paura agli indiani

Gran Canaria, 13 marzo 2020
    Ho ricevuto una richiesta dalla sede di Penguin Random House di New Delhi di recensire un libro del giornalista indiano Sameer Arshad Khatlani, “The Other Side of Divide. A journey Into The Hearth of Pakistan” (Eburi Press by Penguin Random House India 2020, 264 pagine).
   Il saggio contiene un ricco excursus nella storia, cultura e tradizioni dei due eterni rivali, India e Pakistan, “separati” in casa dopo la sanguinosa divisione del subcontinente indiano alla fine del colonialismo britannico nel 1947. La “partition” ha generato finora quattro conflitti armati e un fronte costante di guerra nel Kashmir, la regione himalayana a maggioranza mussulmana contesa dalle due potenze nucleari.
    Khatlani - che ha lavorato per i più prestigiosi quotidiani indiani in lingua inglese, dal Times of India all’Hindustan Times dove si trova ora – arriva proprio dalla valle del Kashmir e conosce bene il fardello di vessazioni quotidiane e restrizioni a cui è sottoposta la popolazione kashmira. “Kashmir have been the proverbial grass that has suffered in the elephants fight” scrive nel secondo capitolo dove ricorda anche un episodio della sua gioventù, quando a 19 anni fu fermato dalla polizia davanti a un famoso stadio di cricket di Jaipur, in Rajasthan, soltanto perché voleva scattare una foto della leggendaria arena sportiva.
    Il saggio ruota attorno a un suo viaggio a Lahore, nel dicembre 2013, per partecipare al “World Punjab Congress”. Dopo aver ottenuto l’agognato visto pachistano (della durata di una settimana e ristretto solo a Lahore) e scampato alla nebbia che d’inverno spesso blocca l’aeroporto di Delhi, il giornalista si trova ad attraversare con una certa trepidazione il valico di frontiera Wagah, a pochi chilometri dalla città sacra ai sikh di Amritsar per andare, dall’”altro lato” .
   Tuttavia “l’altro lato” del confine esiste solo nell'immaginario dei pachistani, ma non in quello degli indiani abituati a vedere i loro cugini separati con la lente del terrorismo e dell’estremismo islamico purtroppo dominante nel “Paese dei Puri”: “There is no other side to Pakistan. It is different to the other way around. India “soft power”, the reach and impact of Bollywood, helps offset anti-India sentiments in Pakistan. It humanizes India among Pakistani masses”. (pagina 2).
La tradizionale cerimonia al valico di frontiera di Wagah (Maria Grazia Coggiola) 

    Il tentativo dell’autore è appunto di trovare un “altro lato" del Pakistan, oltre gli stereotipi dominanti in India, spulciando meticolosamente ogni episodio storico, aneddoto, leggenda o personaggi le cui vite sono sospese tra i due lati della frontiera. Il tutto densamente farcito con un continuo richiamo ai giorni del massacro e dell’esodo di proporzioni bibliche che seguì la Partition. Un quarto della popolazione di Delhi, ben 3.3 milioni di mussulmani, furono costretti a fuggire a causa delle violenze etniche e religiose. Ma furono molti anche quelli che scelsero di rimanere in India, come il padre dello suocero di Khatlani, Sadiq, che si ritrovò come sfollato ad occupare gli immensi i campi profughi montati davanti al Forte Rosso.
   Per i mussulmani indiani, la colpa di tutto ciò è di Mohammed Ali Jinnah, il raffinato e sempre elegante leader musulmano che volle una nazione separata per i musulmani.”Jinnah, however, continues to remain a convenient punching bag; the main villain” (pagina 6)”.
   Centrale nell’intero libro è la città di Lahore, ex capitale dell’impero Mughal (prima di Agra e Delhi) e polo culturale (e laico) del Pakistan. Lahore è la gemella di New Delhi. I suoi monumenti, come la moschea Badshahi o il Forte Rosso, i bazar e ora anche i nuovi shopping mall frequentati dalla erudita ‘middle-class’ del Punjab, hanno una loro ‘copia’ a Delhi.
   Le conoscenze di Khatlani, basate su una ricchissima bibliografia di saggi e articoli, conducono il lettore alla scoperta di Lahore, dei suoi simboli e dei suoi tesori nascosti. Come un bravissimo cicerone, snocciola una serie impressionanti di aneddoti curiosi e anche divertenti come quelli su Cyril Radcliffe, il giurista britannico che tracciò la linea di separazione tra i due nascenti Stati chiuso per cinque settimane in un bungalow di Delhi “struggling with heat and humidity”.
    Nel capitolo 5 “Beyond The Walls” dedica alcune pagine a una disquisizione sui raffinati bordelli di Heera Mandi e dalla generalessa Rani, amante e musa del dittatore Yahya Khan (1969-1971). Non può mancare una tappa alla terrazza del ristorante Cooco’s Den, di cui traccia la storia del suo proprietario Iqbal Hussain, figlio di una prostituta e ora artista affermato.
   L’appartenenza comune alla regione del Punjab, il sincretismo tra la religione sikh e quella sufi, la ricca eredità dei mughal, il cinema di Bollywood e i suoi idoli, il cricket… la lista delle connessioni e parentele con l’India è lunghissima. Alcuni statisti come l’ex premier Atal Bihari Vajpayee, del partito della destra del Bjp oggi al potere, e anche lo stesso generale Pervez Musharraf hanno sperimentato in diverse occasioni la diplomazia del “people to people” e sono anche riusciti a generare momenti di reciproca simpatia. Ma puntualmente i loro tentativi sono stati vanificati dagli attacchi terroristici dei talebani e dei gruppi estremisti islamici come quello agli hotel di Mumbai del novembre 2008.
    Durante il suo soggiorno a Lahore , l’autore è quasi spiazzato dall'ospitalità e dalle attenzioni che gli vengono riservate. Così come è meravigliato di trovare nella libreria Liberty una ampia scelta di scrittori indiani, tra cui l’attivista Arundhati Roi.
   Nel capitolo 8, “Down Memory Lane” racconta del nonno, Abbaji, che studiò medicina tradizionale a Lahore negli anni 1930 e che conobbe il famoso poeta Iqbal. I ricordi sono intrecciate a lunghe divagazioni sul carattere cosmopolita della città. Prima dell’esodo degli hindu e dei sikh durante la Partition, Lahore era una vibrante città multiculturale e multireligiosa: “ The markers of Lahore’s multi religious past are strewn all over the place” . E tra questi ci sono anche i luoghi frequentati da Rudyard Kipling, il cannone Zam Zammah (ruggito del leone), all'ingresso del museo, citato in “Kim” e il Panorama Shopping Center, dove aveva il suo ufficio.
   Grazie ai suoi contatti, molti dei quali coltivati negli anni a Delhi, Khatlani riesce anche farsi invitare a un fastoso party natalizio a casa di una famosa attrice e star di Youtube, Juggan, dove può osservare da vicino l’alta società di Lahore. È un’occasione per affrontare un argomento delicato, quello dell’alcol, a cui dedica diverse pagine piene di divertenti aneddoti su dittatori e statisti abituati ad alzare il gomito. In Pakistan ufficialmente vige il proibizionismo, ma solo per i mussulmani. Ma c’è un ricco mercato nero e anche una fiorente distilleria, la Murree, appartenente a una famiglia parsi, che produce whisky di grande qualità. Da Jinnah a Zulfikar Ali Bhutto, sembra che molti fossero stati dei forti bevitori. Il divieto fu introdotto nel 1971 su pressione dei partiti conservatori che poi appoggiarono il dittatore Zia al Haq.
   Soltanto nell’ultimo capitolo, the Last Day, c’è un accenno alla stagione del terrore culminata con l’attacco al bus dei giocatori di cricket dello Sri Lanka nel marzo 2009, che ha colpito al cuore lo sport più amato in Pakistan (e anche India). I sanguinosi attentati sono soltanto tratteggiati marginalmente nel libro, così come non compare nulla sull’arsenale nucleare segreto che tanto preoccupa gli Stati Uniti.
   Il libro di di Khatlani si distingue proprio perché tratteggia un’immagine del Pakistan diversa dalla comune narrativa di Paese che ha dato rifugio ai talebani e a Osama Bin Laden. È un tentativo di raccontare la gente, in particolare l’intellighenzia di Lahore e quel cordone ombelicale con “l’altro lato” del Punjab che non si può e mai si potrà mai recidere.

Kashmir, quando i generali arrivano nella sala stampa

New Delhi, 29 settembre 2016

   Sono diverse settimane che l'India usa un tono durissimo nei confronti del Pakistan, L'attacco contro la base militare di Uri (Kashmir) del 18  settembre che ha causato la morte di 19 soldati e' stata la classica goccia che ha fatto traboccare  il vaso.  New Delhi dice di avere diverse 'pistole fumanti' che provano il coinvolgimento di gruppi terroristici situati in Pakistan, tra cui la 'solita' Jaish e Muhammed, l'Armata di Maometto, che avrebbe organizzato anche l'attacco alla base aerea di Patankhot, nel Punjab indiano.  L'India accusa il Pakistan di combattere il terrorismo dei talebani, come sta facendo, ma di ignorare consapevolmente i gruppi che operano sul confine orientale del Kashmir.
    Dopo la cattura ad agosto di un sospetto militante pachistano vivo infiltrato in Kashmir, il premier Narendra Modi, uno che si vanta di avere un "56 inches chest" (un torace da 174 cm!) aveva su di se' la pressione di un miliardo e passa di indiani. Quindi qualcosa doveva fare se non altro per difendere la sua immagine pubblica.
   Gli attacchi "chirurgici" contro diverse postazioni sospette dei terroristi lungo la linea di demarcazione in Kashmir di giovedi' notte sono la risposta,  Non e' la prima volta che i caccia di New Delhi si alzano in volo per colpire il  confine. Ma questa volta il governo ha mediatizzato l'iniziativa.
   Sara' che ormai siamo abituati ai briefing di guerra da Washington, ma nelle sale stampa di New Delhi raramente ci sono i generali. Invece oggi in un briefing convocato d'urgenza dal portavoce Vikas Swarup, il  famoso diplomatico che ha scritto il romanzo del film Slumdog Millionaire, c'era appunto il generale Ranbir Singh, impeccabile nel suo turbante rosso, che ha 'illustrato' l'operazione.  Poteva farlo anche Vikas, secondo, me, ma cosi' mediaticamente e'  molto piu' efficace, Ho notato poi che il generale Singh, che e' il Direttore delle Operazioni Militari (Dgmo) ha letto perfettamente il comunicato guardando il pubblico come fanno gli oratori di professione.
   Spero davvero che sua presenza non sia frequente. In Italia come al solito, i media hanno ignorato la notizia. Vanno piu' di moda i bombardamenti di Aleppo di questi tempi, ma la cosa secondo me e' molto preoccupante. Un'escalation tra India e Pakistan, i due Paesi con un pesante arsenale nucleare segreto, non e' certo da prendere sottogamba. Vero e' che ci sono gli Usa che 'vigilano' su entrambi i Paesi, ma fa sempre paura.
  

Diario da Islamabad/5 - LA FOTO - Passeggiando a Rawalpindi...

Islamabad, 9 giugno 2016

    Ho scattato questa foto a Rawalpindi davanti a un supermercato che pero' confina con il quartiere generale dell'esercito. I due uomini sono due agenti in borghese che dopo la foto mi hanno fermato e controllato la mia identita'. Dopo aver detto loro che ho preso solo una foto al cartello "Love Pakistan" e che non sapevo che era vietato, mi hanno lasciato andare,

Diario da Islamabad/4 - Supermarket, brasserie per Vip e vetrine di libri su terrorismo

Islamabad, 8 giugno 2016

   Sono andata a cena nel prestigioso Supermarket, nel settore F6, un luogo di ritrovo per la "Islamabad che conta". Ai tavoli della brasserie Table Talks, dove servono una ottima insalata mista con olive e arance,  ci sono ministri, politici, giornalisti, diplomatici e industriali.
   Grazie al mio collega Tahir Ali ho conosciuto una parlamentare pashtun, Musarrat Ahmed Zaib, una principessa della casa reale di Swat, che ho poi intervistato per la Radio Svizzera.
    Poi ho incontrato il ministro dell'Istruzione della provincia di Khyber Pakhtunkhwa Atif  Khan  e un famoso anchorman televisivo. Nel parcheggio c'erano diverse scorte armate e una Porche Carrera.  Insomma...e' il ritrovo dei vip.  A differenza di New Delhi, la 'social life'  a Islamabad e' veramente concentrata in pochissimi posti.  Immagino che, abitando qui, dopo un po' si incontra sempre la stessa gente.
  Adiacente al ristorante c'e' una libreria, London Book co, aperta anche di sera. In vetrina ha una serie impressionante di libri su terrorismo islamico, Isis, talebani, jihad, spionaggio e altre tematiche legate alla sicurezza, arsenale nucleare e esercito,  Se uno per caso si dimentica dove e' capitato, questa selezione di libri ricorda perfettamente che si e' in Pakistan... Io ho comprato un saggio di un giornalista, Babar Ayaz, che si intitola emblematicamente "What's wrong with Pakistan" in cui si cerca di capire le radici di tutti i mali che affliggono questa parte del subcontinente indiano,
    Il Pakistan e' anche il Paese dei complotti e delle cospirazioni. Penso che come giornalista sia difficilissimo, se non impossibile, capire cosa succede veramente. Al mio tavolo si parlava di Malala, che non e' molto amata dalla sua stessa gente perche' considerata "strumento' dell'Occidente. Si diceva che il suo cognome non e' Yusafzai, una delle comunita' tribali di Swat.  La sua famiglia, mi hanno detto, arriva da una classe piu' umile e il padre che gestiva delle scuole private lo ha cambiato per darsi piu' importanza, Vero o falso? Ovviamente e' impossibile da verificare. Ancora oggi dopo sei anni dall'operazione militaare a Swat non si puo' neppure andare...

Diario da Islamabad/3 - Per la prima volta un 'consenso' sull'inizio del Ramadan

Islamabad, 7 giugno 2016

   Il primo spicchio di luna crescente era visibile ieri sera in tutto il Pakistan e quindi i diversi comitati religiosi hanno potuto annunciare il digiuno del Ramadan a partire da oggi in tutta la nazione.
   La notizia del 'consenso' sull'avvistamento del pianeta campeggia oggi in prima pagina. Leggo che e' la  prima volta "in tanti anni" che tutti i pachistani, da Karachi a Khyber potranno finalmente celebrare l'inizio (e la fine) del Ramadan nello stesso giorno. Era ora!
   In passato invece c'era sempre un giorno (o addirittura due) di scarto perche' un comitato "di avvistamento della luna' nelle regioni pashtun non concordava con quanto stabilito dal comitato ufficiale. Quest'anno, invece, miracolosamente tutti i leader religiosi sono stati d'accordo a dichiarare da oggi l'inizio dei 30 giorni di digiuno.  Sara' forse per via del cielo sereno o per spirito di collaborazione, fatto sta che per tutti questa e' una bella notizia.
    La brutta notizia e' che il Ramadan coincide con il mese piu' afoso dell'anno. Secondo il calendario, l'Iftar (pasto serale) ogggi e' alle 19.15 (mentre il Sehr e' alle 3.15 di notte). Immagino quindi sia particolarmente faticoso. Nessuno si lamenta, ma posso vedere la sofferenza dai visi stravolti dei negozianti nel tardo pomeriggio quando i ristoranti iniziano a cuocere i polli allo spiedo e a preparare i succhi di mango.

Diario da Islamabad/1 – La “metro bus” che va a Rawalpindi

Islamabad, 4 giugno

    Tra India e Pakistan no c’e’ solo rivalita’ militare, ma anche una gelosia quasi infantile. Dai test nucleari alle opere pubbliche, tutto e' “se lo fai tu allora lo faccio anche io”.
  Sono rimasta sorpresa a vedere la “metropolitana” di circa 22 km inaugurata lo scorso luglio che collega Islamabad con la sua citta’ gemella Rawalpindi. Come quella di New Delhi e’ un gioiello di efficienza e orgoglio nazionale che stride con il resto del tessuto urbano. Qualcosa piombato da un altro pianeta.
   In realta’ non e’ una vera metropolitana su rotaia come a Delhi ma una ‘Metrobus’. C’e’ una carreggiata, in parte sopraelevata, che e' dedicata a un autobus, che passa ogni tre o quattro minuti. L’aspetto della struttura e’ quello di una metro, ci sono anche delle porte automatiche e una lunga pensilina, ma poi si sale su un normale mezzo con autista.
   La stazioni hanno un look ultra moderno, sembrano disegnate per una citta’ nord europea, tipo Zurigo. Tutte di vetro, con tetto ondulato di un rosso Ferrari. Il pavimento e’ in marmo lucido, ci sono comode sedie per l’attesa, fontanelle d’acqua e piante di felci. Impeccabilmente linde e pulite. Nei sottopassi e lungo il percorso che a tratti e’ sopraelevato e a tratti  in una galleria aperta, ci sono delle fioriere con fiori finti.
   Sono salita allo Stock Exchange, nella parte piu’ ricca di Islamabad, e sono scesa al capolinea a Saddar bazar di Rawalpindi. Ero nella parte davanti, riservata alle donne. L’autista aveva un fazzoletto per proteggere il colletto della divisa grigia della Punjab Development Authority.
   Mi ricordo sei anni fa, l’ultima volta sono stata qui, per andare a ‘Pindi’ in autobus era un vero inferno. Il paesaggio urbano, da ‘day after’, e’ rimasto le stesse, con case fatiscenti  e strade a buche . Il contrasto con il metro bus rosso che “sfreccia” (per ora solo a 40 km all’ora) e’ quindi ancor piu' sconvolgente. Sembra un film di fantascienza.
  Lungo il tragitto ho fatto amicizia con una studentessa di arte che mi ha detto: “non ce lo aspettavamo manco noi un servizio cosi’”. E ‘la stessa cosa che hanno detto gli abitanti di Delhi quando qualche anno fa sono saliti sulla metro per la prima volta.
   Le cose stanno cambiando anche in Pakistan anche se piu’ lentamente. Una delle fermate e’ di fianco al nuovo shopping mall “Centauro”, che e’ il posto piu’ in voga del momento. Due torri ultra moderne con tutti i marchi della moda internazionale con i fast food all’ultimo piano. Come quella indiana, la classe media pachistana sta crescendo in fretta a ritmo di hamburger e coca cola. E’ lo sviluppo che va avanti nonostante gli estremisti islamici e i governi corrotti.

Pakistan, il 2 giugno visto da Islamabad

Islamabad, 2 giugno 2016

   Vista dall'altra parte del confine, la Festa della Repubblica ha tutto un altro aspetto.  Ormai abituata a quattro anni di 'guerra fredda' con l'India per via dell'arresto dei due maro' sulla petroliera Enrica Lexie, avevo dimenticato della simpatia che l'Italia gode all'estero. A New Delhi le celebrazioni ufficiali sono state sospese, E' rimasto solo un 'vin d'honneur' nella residenza dell'ambasciatore per la comunita' italiana.
   Invece alla "grand reception" organizzata dall'ambasciata al Serena Hotel di Islamabad per il  2 giugno c'erano centinaia di invitati, tra cui quattro ministri pachistani e diversi politici stipati in due sale. Ad allietare la serata c'era una brava cantante italiana,  Silvia Boreale, che si e' esibita in un repertorio di classici, compreso il 'ballo del tuca tuca', un po' azzardato ma pocho pachistani penso abbiano compreso le parole.  Il buffet era ovviamente di cucina italiana con vini rossi e bianchi.  Nelle sale c'erano anche alcuni sponsor,  tra cui Piaggio, con delle Vespe d'epoca e Renato Balestra con dei manichini. In un angolo anche dei pannelli su progetti di cooperazione allo sviluppo.  E poi anche un carabiniere in alta uniforme molto ricercato dalle signore per i selfie.
    Il neo ambasciatore Stefano Pontecorvo, che aveva seguito tutta la vicenda maro' nella sua veste di consigliere diplomatico del ministero della Difesa, era su un palco a salutare gli ospiti e a posare per le foto. Sembrava anche lui molto orgoglioso di tanta accoglienza.
Purtroppo sono arrivata tardi per il taglio della torta, ma ho trovato una foto in questo articolo dove si evidenza anche l'abito verde della moglie dell'ambasciatore in omaggio al Paese mussulmano.
    Un organizzatore mi ha detto che rispetto agli anni precedenti questa reception era "un po' sottotono'per numero di invitati .  A me e' sembrata una mega celebrazione come era a Delhi dieci annii fa in tempi di 'vacche grasse' quando si faceva venire anche una banda militare da Roma...ma altri tempi.
 In coincidenza con il 2 giugno, come penso sia abitudine in tutti i Paesi, l'ambasciata ha comprato anche una speciale sul quotidiano The Dawn in cui leggo del progetto di coltivazione delle olive nei distretti tribali del nord ovest e in Baluchistan, una bella idea per portare lavoro e soprattutto pace nelle terre dei talebani. Peccato che come al solito questi progetti non trovino alcun spazio sui media italiani che si ricordano dl Pakistan soltanto quando ci sono gli attentati.

Wagah Border, il 'check point Charlie' dell'Asia

Islamabad, 1 giugno 2016

   Attraversare a piedi il valico di confine di Wagah, tra India e Pakistan,  mi fa sempre un grande effetto,  E' una delle frontiere  piu' militarizzate del mondo. Una cortina di ferro che divide anche i ghiacciai dell'Himalaya  e questo e' l'unico punto di contatto fisico  tra due Stati che hanno combattuto quattro guerre.
    E'  il 'check point Charlie' dell'Asia.  Mi vengono in mente storie di spie e di scambi di ostaggi. Qui il clima non e' da guerra fredda perche' il contesto e' diverso. Ma l'antagonismo c'e' e lo si vede ogni sera alla cerimonia della 'chiusura' del confine e dell'ammainabandiera dove i soldati del corpo dei  Pakistani Rangers e della Border Security Force  si esibiscono tra il tifo da stadio di migliaia di persone giunte da entrambi i lati del confine. Per alcuni sara' anche una comica pantomina, ma non bisogna mai dimenticare che India e Pakistan hannoo le armi atomiche puntate l'uno contro l'altra.
    Quando sono passata c'erano com me una decina di persone, alcune famiglie, una ambulanza uno straniero in giacca e cravatta e valigetta 24ore, che sembrava appena sbarcato da Milano o Zurigo.
    Dall'ultima volta che sono passata, sette anni fa, sono cambiate un po' di cose. Anche qui ci sono lavori in corso, stanno costruendo degli spalti piu' grandi per la cerimonia serale!
   Sono stati ridotti gli spostamenti a piedi sia da una parte che dall'altra. Da parte indiana c'e' un bus con a bordo musica rap-punjabi  che ci ha portati all'immigration, A piedi si fanno i  circa 200 metri tra i due cancelli di ingresso, la terra di nessuno, dove avviene lo spettacolo degli eserciti.
   Quindi si entra in territorio pachistano dove un soldato baffuto ti accoglie con un caloroso 'Salaamalekku".  Dopo le formalita', siamo  saliti tutti  su un curioso trenino elettrico, che ci ha portato all'uscita.

Trecento operai pachistani bruciati vivi, qualcuno si chiede come mai?

La morte di 300 operai in due diversi incendi di fabbriche di abbigliamento in Pakistan ha sollevato l'attenzione sulle precarie condizioni di lavoro nei Paesi emergenti dove si produce ormai la maggior parte dei beni che consumiamo in Occidente.
La  ''Ali Enterprise'' di Karachi era una trappola per topi come lo sono migliaia di altre aziende in India, Bangladesh e Nepal.  Tonnellate di materiale sintetico in stanzoni chiusi pieni di operai. Se succede qualcosa, e' una tragedia inevitabile.
Anzi pare non fosse neppure registrata.  Certo a Karachi, dove i gangster ammazzano a destra e sinistra ogni giorno, risulta un po' difficile far rispettare le norme di prevenzione anti incendio o avanzare rivendicazioni sindacali.
Ma quello che mi ha speventato di questa sciagura e' l'indifferenza totale da parte dell'industria locale e governanti pachistani. I media  hanno strillato un po'  sul ''piu' grave disastro industriale'' nella storia del Paese. L'attenzione e' evaporata dopo un giorno appena.
Ovviamente meglio non parlare di queste ''fabbriche'' dove si producono collezioni per le grandi catene di abbigliamento sempre piu' a caccia di profitti per sopravvivere alla crisi. Io ci ho provato a capire un po', ma i clienti sono segretissimi. Non va bene dire, per esempio,  che un costoso capo di una griffe italiana  e' stato confezionato alla periferia di Karachi. Non e' molto trendy. E poi forse chi piazza gli ordini e' spesso un intermediario, quindi e' difficile risalire all'''utilizzatore finale'' per  usare un espressione che va di moda in Italia.   

India-Pakistan: diplomazia del cricket, questa volta funzionera'?

Approfittando del cricket, i due leader di India e Pakistan si incontrano oggi in uno stadio vicino a Chandigarh per parlare di pace. E’ un déjà-vu, perche’ ci avevano gia’ provato il dittatore Zia-ul-Haq con Rajiv Gandhi nel 1987 e poi un altro generale, Pervez Musharraf, con l’indu nazionalista Atal Behari Vajpaye nel 2005. In entrambe le occasioni, la cosidetta diplomazia del cricket ha fallito.

Pero’ questa strano connubio sport-pace e’ indicativo della natura delle relazioni tra indiani e pachistani, fratelli separati dalla nascita, divisi dalla religione, ma pur sempre uniti da un legame di sangue. In questi giorni, dopo che l’India ha passato il turno nel campionato del mondo di cricket (nessuno se n’e’ accorto, forse, ma c’e’ il mondiale in India) ed e’ entrata in semifinale con il Pakistan , sembra che i due governi abbiano completamente dimenticato tre guerre, minacce di attacchi atomici e complicita’ in attentati terroristici. E’ tutto un tubare come due fidanzatini che fanno la pace dopo un brutto litigio.

Il cricket ha un'enorme presa nel Sud dell’Asia, paragonabile a quella del calcio in Italia, e inevitabilmente produce deliranti euforie collettive. Oggi oltre un miliardo di persone staranno incollate davanti alle televisioni (molti in strada) a guardare uno degli sport, che per noi italiani, e’ uno dei piu’ noiosi al mondo. Non mi stupisce che nelle ore (5, 6 …10? non si sa) di gioco, i due leader trovino il tempo di fare un vertice di pace, schiacciare un pisolino e poi cenare insieme allo stadio. Anzi, sembra che l’anziano Manmohan Singh probabilmente tornera’ a Delhi in serata, e magari prima della fine della partita, mentre Yosuf Raza Gilani forse si ferma a dormire in Punjab (regione oggi divisa tra lo stato indiano del Punjab e la provincia pachistana del Punjab).

Nonostante i miei sforzi, il cricket rimane ancora un grande sconosciuto e per questo mi crea notevoli complessi di inferiorita’. Il problema e’ duplice, capire le regole e capire il linguaggio in inglese. E poi avere pazienza. Non e’ un gioco dove si vede subito il risultato. Proprio come il processo di pace tra India e Pakistan, un match che dura da oltre 60 anni.

PAKISTAN, ma chi sono i talebani?


Lo ammetto. Questo mese in Pakistan, è stato logorante. Sono stata a Lahore, Islamabad-Rawalpindi, Peshawar, Baltistan e valle di Hunza. Quando ho attraversato il posto di frontiera di Wagah ho tirato un sospiro di sollievo. La maggior parte dei viaggiatori che ho incontrato sulla mia strada hanno invece provato la stessa gioia a mettere piede in Pakistan. Come ho già scritto la difficoltà per me era di essere donna e di girare da sola, con lo sguardo curioso e la sfrontatezza di fare le cose che fanno gli uomini. Probabilmente non era molto diverso l’ambiente in Italia all’epoca di mia madre. Ne ho parlato con molti pachistani che mi hanno detto semplicemente che è la loro cultura. E’ però difficile pensare che nel paese di Benazir Bhutto ci sia un tale oscurantismo verso le donne. Temo piuttosto che sia una conseguenza di un’islamizzazione o talebanizzazione che sta dilagando dalle regioni nord occidentali abitate dai pashtun verso le metropoli tradizionalmente più laiche. Dopo lunga insistenza alcune ragazze a Skardu mi hanno detto che “non andavano al bazar perché si sentivano osservate”. Lo stato di allerta, con i posti di blocco, le perquisizioni, le squadre antiterrorismo, certo non favoriscono le passeggiate o le vasche sotto i portici. A cento chilometri da Islamabad, nella valle di Swat, i talebani hanno distrutto decine di scuole femminili, cacciato i barbieri e chiuso i negozi di dvd di Bollywood che qui sono molto popolari. E non è così sicuro che siano stati eliminati fisicamente. Non bisogna dimenticare che il Pakistan, come aveva detto il presidente Zardari, sta lottando per la “sua sopravvivenza” e quindi anche per una società meno misogina. Una delle mie domande più frequenti agli intellettuali, politici e militari che ho incontrato era “chi sono i talebani?”. Non sono un movimento guerrigliero, come le Tigri Tamil o i maoisti nepalesi, non hanno un’uniforme o un governo locale. Certo sono armati, ma nella Regione di Frontiera Nord Occidentale le armi sono legali, non ci vuole la licenza, anzi le fabbricano perfino. E’ un po’ come nel Far West con tanti cattivi, le carovane (della Nato) da assaltare e la corsa all’oro (traffico di eroina). Le risposte al mio quesito sono state diverse. Alcuni mi hanno detto che sono gli ex mujaheddin che il Pakistan e gli Stati Uniti hanno addestrato contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, altri mi hanno detto che sono dei signori della guerra o capimafia in lotta per il controllo del territorio e di traffici di droga. Moltissimi ritengono che Baitullah Mehsud, a capo della tribù dei Mehsud in Waziristan e super ricercato sia pagato e protetto dalla Cia. Il ministro degli interni Rehman Malik mi ha detto invece che “sono stranieri, per il 90 per cento sono afghani” dimenticandosi però che il confine tra Afghanistan e Pakistan non esiste nemmeno.
Non ho avuto occasione di incontrare i talebani, o forse ne ho incontrati, ma non lo sapevo. Quelli di Mehsud hanno il turbante nero, dicono. Il mio collega Taher che è in contatto con i portavoce e mi voleva portare da qualcuno di loro nel distretto di Dir. Gli ho detto che non mi fidavo di lui perché mi poteva vendere. C’è rimasto male. Ci sono stati degli stranieri sequestrati (non si sa bene da chi) su cui esiste un silenzio stampa. Il poliziotto che coordina la sicurezza del ministro Malik (il ministero degli interni è pieno di militari…), Mohammed Farhan Zahid mi ha detto che gli unici posti sicuri dove sarei dovuta stare erano il Serena Hotel o il Marriot (saltato in aria lo scorso settembre!). “Non devi uscire dall’hotel” mi ha intimato in tono per nulla scherzoso. Chiaramente non gli ho detto che stavo a Saddar Market, zona militare di Rawalpindi e che in un mese ho scorrazzato nei bassifondi di mezzo Pakistan…ma tanto penso lo sapesse, se davvero i servizi segreti pachistani sono potenti, come dicono.

PAKISTAN – La corriera Natco e il Daewoo bus


Il volo da Skardu a Islamabad – ammesso che uno riesca a prenderlo perché non c’è mai posto – dura 45 minuti. L’autobus, Natco VIP express air condition, invece ci mette 30 ore e come succede spesso, di VIP e aria condizionata c’è solo la scritta sulla fiancata. Natco sta per Northern Areas Transport Corporation, sono i più affidabili sulla Karakoram Highway, dicono. E’ già tanto che abbia il sedile reclinabile. Il vantaggio però è che a differenza dell’India, qui in Pakistan i prezzi sono fissi, quindi non si perde tempo a negoziare. In quanto donna e single io ho avuto il privilegio di avere il posto singolo di fianco all’autista. Che è più comodo perché si allungano le gambe, ma non altrettanto tranquillo perché è vicino alla porta. Dopo un’ora il “Vip Express” si trasforma infatti in un bus locale, carica chiunque trovi, qualsiasi tipo di mercanzia, polli e capre compresi, militari, pastori, venditori ambulanti e amici dell’autista. Più quello che c’è sul tetto e che non vedo. A differenza dell’andata verso Skardu, in cui ero incassata nei sedili posteriori di un pulmino, ho potuto ammirare il canyon dell’Indo che si snoda per chilometri sormontato da varietà incredibile di rocce e sedimenti alluvionali. Guardando giù nel dirupo dalla parte del mio finestrino vedevo correre le sue acque sabbiose cercando di capire se andavano più veloci del bus. L’asfalto è irregolare e per evitare le buche l’autista (in realtà erano in due che si alternavano ogni 6 o 7 ore) era costretto a un continuo zigzag. Nonostante il continuo sbandare a destra e sinistra sono riuscita a leggere per intero un libro di Kiran Desai, “Gli Eredi della Sconfitta”, vincitore del Booker Prize, che parla di altre vette e vallate, in Sikkim, Himalaya orientale, all’ombra del Kanchenjunga, la terza montagna più alta del mondo. Un libro amaro, che non lascia vie di uscite, nessun happy end. Quando sono arrivata a Islamabad ero stravolta più dalla storia che dalle 30 ore di sobbalzi, per di più a digiuno. Siccome abbiamo avuto un guaio con lo sterzo durato due o tre ore e siamo stati fermi per diverse ore ai posti di blocco dei militari, gli autisti hanno infatti deciso di saltare le soste per mangiare.
Tre giorni dopo però i trasporti pubblici pachistani si sono completamente riscattati. Il viaggio di 4 ore e mezzo da Islamabad a Lahore è stato uno dei più belli, in assoluto, per me. Si tratta dei noti “Daewoo bus”, che molti mi avevano decantato come i migliori in Pakistan. Verissimo, anzi di più, sembra di prendere l’aereo. A bordo c’è una hostess che serve da bere, snack e bevande calde. Per sicurezza, i passeggeri vengono filmati uno per uno con una videocamera da un tizio che sale quando siamo al casello dell’autostrada. In una busta di plastica trovi delle cuffiette che attacchi al bracciolo per sentire musica o un film sullo schermo comune. Sembra di viaggiare sui cuscinetti d’aria, puoi metterti a giocare a Mikado sul tavolino. E poi è silenzioso, si sente il chiacchiericcio sommesso dei passeggeri, qualcuno al telefono, altri che scrivono sul portatile, pachistani ricchi, immagino, disposti a sborsare per il biglietto ben 450 rupie (neppure 10 euro), il doppio di un bus di linea che non prendono l’autostrada. Quando la hostess fa il primo annuncio in cui augura buon viaggio, la sua voce esce in stereofonia con l’eco, mi sembra una voce celestiale…quasi soprannaturale. Forse il bus Natco da Skardu è finito in un burrone mentre leggevo e ora sono in viaggio verso l’aldilà?

PAKISTAN- Peshawar, tra trafficoni e trafficanti


Ci sono cittá che pur essendo deturpate da incuria, colate di cemento e sovraffollamento conservano nel tempo il loro fascino. Una di queste é Peshawar, piú afghana che pachistana, da secoli crocevia di contrabbandieri, spioni, banditi e rifugiati. Oggi é una delle cittá piú pericolose in Pakistan per attentati, bombe e rapimenti. Peshawar é la retrovia delle guerra americana in Afghanistan e ora é diventata l'avamposto della guerra pachistana contro i talebani di Swat e del Waziristan. Ma é da secoli al centro di manovre e intrighi internazionali. Ed é cosciente di questo suo ruolo. I pashtun sono degli incredibili trafficoni. Si potrebbero paragonare ai napoletani per la creativitá e l'arte di arrangiarsi. Nel bazar della vecchia Peshawar si vedono ancora personaggi che sembrano usciti dalle pagine del Kim di Kipling. Dal guaritore che vende preparati contro l'impotenza a base di ramarro, con tanto di lucertolone in bella mostra tra i flaconcini, ai venditori di té che fanno bollire l'acqua in cisterne di ottone che sembrano pezzi da museo fino a quelli che riciclano pneumatici lisci e ne fanno delle taniche per l'acqua.
Un po' fuori Peshawar vicino alla tomba del santo-poeta pashtun Rahman Baba (dove alcuni fumatori di hashish mi hanno recitato qualche sonetto...) c'é un "polo" del riciclaggio di camion e bus. Comprano rottami di mezzi pesanti da tutto il mondo e li ricostruiscono pezzo dopo pezzo. La decorazione é stupefacente e anche costosissima. Spesso sono i bambini a incollare le striscioline colorate di carta fosforescente componendo diverse scritte del Corano, ghirlande di fiori, pavoni e pappagalli e intricati disegni e ghirigori. Alcuni cassoni sono dipinti con figure di cascate, astronavi, cavalli o uomini dallo sguardo truculento con coltelli insanguinati tra i denti . Poi ci attaccano girandole, bandierine, piume di pavone, fiori finti e una cortina di campanelli al paraurti. Gli interni anche sono dei salotti rococó. Mai visto in vita mia una pacchianeria piú folle di quella dei bus e camion di Peshawar.
A mostrarmi i segreti della cittá é un personaggio bizzarro, Prince Mahir Ullah Khan, che dice di provenire dalla famiglia reale di Chitral e che incontro all'hotel Rose, nel caotico Khyber Bazar dove ho deciso di alloggiare perché è vicino al quartiere di Qissa Kawani (la strada dei cantastorie). Fa la guida turistica, sul suo "book" ci sono centinaia di commenti di stranieri entusiasti per le visite alla fabbrica d'armi di Darra Adam Khel (ora chiusa) e al mitico Khyber Pass (anche quello chiuso agli stranieri e comunque poco raccomandabile). Prince é un vero trafficone pasthun, ma con un grande cuore. Gestisce una ong che offre servizi legali gratuiti alle famiglie povere e che usa per facilitare il rilascio di visti e permessi a turisti stranieri. Ma ha una miriade di altre attivitá e "alte conoscenze" nella polizia e nel ministero del turismo della North West Frontier Province. Si sta impegnando - cosa veramente lodevole - per il restauro delle porte d'ingresso alla cinta muraria di Peshawar e di alcuni palazzi signorili ricchi di stucchi e di intarsi lignei, ma ora in completo stato di fatiscenza. Nel bel giardino del Ghor Katri, che era il caravanserraglio di Peshawar, una delle poche aree verdi, c'é un tempio indu e uno scavo archeologico. Prince ha un ufficio qui pieno di cimeli, di tipici strumenti musicali che lui suona e di vecchie foto di lui con diversi personaggi politici. Rimango letteralmente esterrefatta quando mi mostra in un vicino garage un mezzo dei pompieri dell'epoca coloniale con tanto di campana. Un pezzo che farebbe impazzire i collezionisti. "Voglio che rimanga qui a Peshawar, la esporremmo qui" mi dice mostrandomi il porticato dell'antico caravanserraglio usato come guarnigione dagli inglesi e che ancora oggi ospita un ufficio dei vigili del fuoco. "Sto anche cercando di creare un museo etnografico" aggiunge mentre mi invita a posare per una foto davanti alla fantastica autopompa degli Anni 20, modello Merryweather, London.

Ps Se per caso avete bisogno di Prince Mahir Ullak Khan lo trovate ai numero 0092 0301 8814007 o 0300 5860071

PAKISTAN, Skardu, ma dove sono le donne e il K2?


Dopo un'ora a Skardu avevo giá voglia di scappare. Mi sembra che da queste parti non abbiano mai visto una donna per strada in vita loro. Nel bazar dove si trova la mia guesthouse ci sono negozi di idraulica e di ferramenta, ma anche qualcuno che vende tessuti e bigiotteria. Ma non si vede mai nessuna donna. Al massimo stanno in macchina mentre l'uomo compra da bere o gelati per i bambini. Ci sono solo uomini che ciondolano sui marciapiedi o accovacciati mentre fumano o bevono il té. Alcuni si tengono per mano. E si grattano ripetutamente i genitali, abitudine che condividono con gli indiani. Quando passi ti scrutano come un marziano. Alcuni guardano con curiositá, altri con uno sguardo davvero lurido e alcuni con gli occhi pieni di disprezzo. Qualcuno sputa. Penso che Skardu, insieme a Kargil - nel Baltistan "indiano", oltre il fronte di guerra - abbia la palma di posto piú misogino. Almeno per quanto riguarda questa parte di Asia che in sette anni ho cominciato a conoscere un po'. Eppure qui di turisti ne vedono. E' la base di di partenza per le spedizioni al K2 e per il famoso trekking sul mitico ghiacciao del Baltoro. A parte un taciturno e scontroso turista svedese e una coppia di cinesi che stanno sempre in camera, penso di essere l'unica straniera, almeno l'unica che cammina per strada. Ci saranno anche altri, probabilmente alpinisti, ma per loro Skardu é solo una tappa dove salire su una jeep per uno di quei trekking-tutto-organizzato, compreso l'asse del cesso come ho visto una volta su un mulo di una carovana in Ladakh. Dalla quantitá di costosissimi fuoristrada si capisce che da queste parti circola un turismo ricco. Non ho neppure capito dove si va per scorgere il K2. Penso sia una giornata di auto e poi tre giorni di trekking solo per vedere la vetta da lontano...Poi inizia quello che chiamano "l'avvicinamento".
Skardu sorge in un'immensa spianata formata dal fiume Indo, non a caso c'é perfino l'aeroporto e diverse basi militari, da qui vanno sul ghiacciaio di Siachen dove sono ancora schierati gli eserciti. Le montagne si vedono solo da lontano, quasi come a Torino con le Alpi. Il paese non ha nulla di bello. Non c'e internet (c'é un guasto nel cavo a causa di una frana, mi hanno detto), ma in compenso c'é elettricitá 24 ore su 24 (per via delle basi militari). E' l'unico posto che conosco dove vendono gli assorbenti sciolti nelle farmacie "Quanti ne vuole?" mi hanno chiesto rovistando da una confezione di marca cinese.
Ho notato la gente in strada non sa nulla di alpinismo o trekking. Se non quelli che sono legati alle spedizioni per le quali sono necessari costosi permessi. Il funzionario che mi ha rinnovato un visto (un mese, non credevo ai miei occhi), in un ufficio arredato in abete chiaro come una baita alpina, mi ha fatto giurare che non sarei andata a scalare. "Ma veramente ho l'aria di una che fa alpinismo?" gli ho chiesto io sotto la coltre della dupatta e mostrando i sandali di plastica che ora indosso con calzini neri, perché ho le dita dei piedi rovinate.
Il proprietario del Baltistan Tourism Cottage, ex Kashmiri hotel, Mohammed Iqbal, ha cercato invano di convincermi che Skardu é una cittá "moderna" e che alcuni posti sono pieni di donne che fanno shopping. "Dimmi dove, che ci vado, perché ho bisogno di un reggiseno" gli ho detto in tono provocatorio. Mi ha indicato un "centro commerciale' in Saptara Road, "frequentato solo da donne". Ci sono andata. In un seminterrato pieno di vestiti da festa e di cose per bambini c'erano due commesse gentili. Una parlava inglese. Ma non c'erano donne né dentro né fuori. Avevano solo due tipi di reggiseno, uno classico con le coppe e l'altro piú sportivo a fascia. Ho comprato quest'ultimo. Di altre donne neppure l'ombra, a parte un gruppo di studentesse e una mendicante con un bambino in braccio. Passando davanti a file di uomini con gli occhi fuori dalle orbite, mi veniva in mente una famosa foto dell'Italia anni Sessanta, penso, con degli uomini seduti a un bar tutti girati a guardare una ragazza in gonnellina...oppure certi film sulla Sicilia nel dopo guerra... Anche qui portano la coppola e il mantello ...Non penso che questa misogenia sia una questione religiosa. Qui sono sciiti, non sono i sunniti deobandi della Regione di frontiera Nord Occidentale o i talebani di Kabul. "Secondo me é perché vai in giro vestita da pachistana, prova a essere te stessa e a far finta di nulla se ti guardano" mi ha suggerito Mohammed che mi ha anche raccontato di coreane che andavano in giro con i pantaloncini e una ventenne norvegese che "di cui si parla ancora nel baazar". "Mai visto una bionda del genere, fianchi e seno possenti come le nostre donne...andava in giro in jeans..." aggiunge mentre disegna con le mani la larghezza del sedere.

PAKISTAN/Skardu, sulle orme del Duca degli Abruzzi


Ho deciso di lasciare la Karakoram Highway per andare in Baltistan, a sette o otto ore di bus a est, seguendo la valle dell'Indo che poi continua oltre il confine militarizzato con l'India. Il Baltistan é l'equivalente del Ladakh indiano, ma senza i gompa, le bandierine colorate e le preghiere incise sulle pietre. Insomma decisamente piú monotono e meno affascinante. Si parla il balti che non a caso é simile al tiberano. Gli unici colori lungo la strada infinita tra Gilgit e Skardu sono i camion, autentiche opere d'arte che di notte sembrano dei luna park e le albicocche stese sulle rocce ad essicare. Stranamente ho anche visto pochi convogli militari. Ma forse sono impegnati sul fronte afghano. La prima cosa che ho fatto appena arrivata a Skardu é di andare al Museo degli Italiani, un tendone allestito nel giardino dell'hotel governativo PTDC, che racconta le imprese sul K2, la seconda vetta piú alta, definita la "montagna degli italiani" che da qui non si vede, ma da qui partono le spedizioni. Non conosco il perché di questa connessione che risale agli inizi del Novecento con la spedizione del Duca degli Abruzzi e continua con Ardito Desio durante il ventennio fascista, quando qui c'erano gli inglesi. La mostra realizzata nel 2004 da Agostino Da Polenza, in occasione del cinquantenario dell'ascensione, ha delle foto stupende. Peccato peró che l'ho trovata chiusa e solo dopo mia insistenza (sono andata dal manager dell'hotel) sono riuscita a entrare. Gli ospiti dell'hotel non sapevano neppure che ci fosse.
La spedizione del 1909 del Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia, si era imbarcata a Marsiglia. Era composta ovviamente da piemontesi, il marchese Federico Negrotto, il "cavaliere" Vittorio Sella, il "dottore" Filippo De Filippi, il fotografo e poi "tre guide di Courmayeur e da un aiutante fotografo". Doveva essere un'allegra brigata! C'é una foto fantastica di principe e marchese seduti davanti alla tenda insieme alle autoritá britanniche a Srinagar, che ora si trova nel Kashmir indiano. In effetti per andare a Skardu si sale da Srinagar, guardando la mappa. Sono rimasta affascinata dalla descrizione che il Duca fará un anno dopo, esattamente il 16 febbraio 1910, a una conferenza del Cai a Torino:
"Costeggiamo declivi precipitosi di detriti alluvionali, che minacciano rovina, ed incontriamo i ben noti torrenti di fango, che fortunatamente data la stagione, sono asciutti e perció non difficili da attraversare; ma certamente durante l'epoca delle piogge essi possono costituire un ostacolo serio e pericoloso. A Pakoro siamo costretti a passare per la prima volta un ponte di corde di liane. E' un passaggio che fa perdere molto tempo, senza tuttavia recare alcuna emozione a chi non soffra di vertigini; puól bensí diventae difficili durante forti raffiche di vento, che potrebbero imprimere al ponte movimenti di oscillazione inquientante".
Ma ancora di piú mi ha colpito la descrizione del K2:
"Nella sera limpidissima rimanemmo a lungo a contemplare il K2. Mentre la notte scendeva giá sulle valli e sulle cime piú basse per piú ore l'estrema vetta risplendette nel crepuscolo come uno spettro altissimo, di una luce che sembrava emanasse da lui".

PAKISTAN - Alim Abdul, ragazzo di Altit che sogna un lavoro a Dubai


Alim Abdul ha 26 anni, la sua famiglia vive a Altit, un minuscolo villaggio sulle rive dell'Índo dominato da una castello, ora in restauro, che é gemello con quella di Baltit-Karimabad, ma con in piú una cisterna che ora é la piscina del paese. Come quasi tutti nella valle di Hunza é mussulmano ismaelita, una setta nata nell'ottavo secolo da uno scisma tra sciiti e che ha come leader spirituale l'Aga Khan. Gli abitanti dell'altra riva del fiume, valle di Nagyr, sono invece sciiti. Parecchi anni fa tra le diverse comunitá di Gilgit e delle altre vallate della Northern Area ci sono state delle violenze. Gli ismaeliti sono una minoranza non sempre ben vista in Pakistan. Sono considerati eretici dai sunniti e anche dagli sciiti. Non hanno le moschee con muezzin, non si prostrano, non si coprono il capo. Alim Abdul porta i Levis, una T-shirt e una keffia. Potrebbe essere un ragazzo di qualsiasi cittá europea. "E' facile che ci scambiano per pathan (pashtun), dice ridendo e mettendosi la keffia in testa per scherzo.
Lavora come cameriere al Pearl Continental Hotel di Lahore, ma come ogni anno é venuto al paese in occasione dell'"Imam Ali day", una festivitá religiosa che gli ismaeliti celebrano a metá luglio. "Sono ferie non pagate purtroppo peché il mio é un contratto a tempo" si lamenta. "Adesso peró ho fatto domanda per andare a lavorare a Dubai". E' come a Natale per i cristiani, le case sono illuminate e piene di parenti arrivati da fuori. Il culmine della festa era ieri sera, con l'accensione dei fuochi, in realtá coppertoni cosparsi di kerosene, bruciati in cima ai dirupi e poi fatti rotolare a valle. L'effetto é di stelle cadenti dalle montagne.
Alim Abdul e gli altri ragazzi di Altit sono saliti fino al villaggio di Duikar, arroccato sopra uno sperone di roccia e lí hanno acceso i fuochi. La tradizione é che in questa notte scorrano fiumi di arak, la grappa locale fatta con il "mulberry", delle more bianche o nere che insieme alle albicocche sono la specialitá di Hunza. Gli altri giovani di Karimabad, Ganish, Aliabad e gli altri villaggi hanno fatto lo stesso inerpicandosi sui punti piú alti con il loro carico di pneumatici e taniche di kerosene. Alcuni hanno composto delle scritte con i fuochi inneggianti al profera Ali. Dio solo sa come hanno fatto a scendere in piena notte da quei precipizi. Mentre la vallata era punteggiata di roghi, luminarie e stelle Alim Abdul e gli altri sono scesi al loro villaggio sui rimorchi di due trattori urlando a squarciagola le lodi all'Aga Khan Karim e ad "Allah u akbar". Sventolavano una grande bandiera rossoverde che é l'insegna degli ismaeliti. Avevano tutti l'aria di divertirsi un sacco tra l'ebbrezza dell'alcol, il fervore religioso e l'eccitazione di scendere su un viottolo praticamente al buio visto che solo un trattore aveva i fari. Tutta la gente del villaggio era fuori in strada. Anche i genitori di Alim Abdul che stanno per cercare una moglie per il loro figlio. "Chissa se il prossimo anno saró ancora qui" sospira lui pensando al suo futuro a Dubai.

Ps Su quel rimorchio ieri sera c'ero anch'io.

PAKISTAN - Hunza, oasi felice dell'Aghan Khan


Non ne so molto degli ismaeliti, se non per via del principe Karim Aga Khan che vive a Parigi e che é padrone di mezza Costa Smeralda. Nella valle di Hunza, dove mi trovo, la popolazione é ismaelita. Se faccio il paragone con il resto del Pakistan, mi sembra un altro mondo. Ho perfino smesso di coprirmi la testa. Dopo due settimane di segregazione, é stata una piacevole sorpresa per me sedermi nei tavoli per strada a prendere il té. Ovviamente qui sono abituati ai turisti stranieri che percorrono la Karakoram Highway. Come in Ladakh, ho la sensazione che il "tasso di felicitá" della popolazione locale sia particolarmente alto. Certo il mecenatismo dell'Aga Khan ha contribuito, eccome, ma in maniera diciamo intelligente. Sono andata a visitare un progetto di restauro del forte di Altit, che insieme a Karimabad-Baltit e Ganish, faceva parte delle abitazioni del Mir di Hunza, che ha governato per quasi mille anni é riuscito a resistere anche agli inglesi. Il forte, costruito sopra uno sperone di roccia che si affaccia sul fiume Hunza, stava per piegarsi su un lato. Lo hanno praticamente raddrizzato con intreventi strutturali che sono durati tre anni. Adesso stanno restaurando porte e infissi e penso tra poco sará aperto al pubblico. Le sale hanno delle colonne di legno di albicocca finemente intarsiate. Hanno fatto un bel lavoro, soprattutto cercando il piú possibile di mascherare gli interventi. Per dire hanno nascosto le grondaie all'interno delle travi che sporgono dal muro. Ad accompagnarmi nella visita é il capo progetto Shukurullah Baig (Aga Khan Cultural Service Pakistan), un brillante architetto che il prossimo anno andrá a fare uno stage all'ILO di Torino. Ma il bello é che l'intero progetto é stato digitalizzato da un team di donne locali che lavorano come doceumetariste in un aparte del forte stesso. "Abbiamo insegnato come usare i programmi informatici e ora lavoriamo anche per privati". Intorno il villaggio é stato riabilitato. La fondazione Agha Khan ha pagato il 60 per cento delle spese di ristrutturazione delle case, mentre la geente ha messo il resto. E cosi il borgo di Altit si é ripopolato. Pensavo come sarebbe bello se Aga Khan si occupasse anche degli altri pachistani nelle valle un po' piú a ovest...

PAKISTAN - Karakoram, tra frane e ingegneri cinesi


Dopo 28 epiche ore di bus sono arrivata a Karimabad, che é il fulcro della Valle di Hunza, incuneata nella catena montuosa del Karakoram lungo la strada che va in Cina. Era la via della Seta, ora é diventata 'l'autostrada" del Karakoram, 1200 km dal nord di Islamabad fino al Kashgar, in Cina. L'area si chiama Northern Region e storicamente é sempre stata indipendente. A testimonianza che davvero il Pakistan é un collage di popoli e civilta' che si puó dire un po' volgarmente sono uniti con lo sputo. Piú o meno sono a un terzo della famosa strada, che molti fanno in bici, ma non ho il visto cinese e quindi non posso attraversare il confine.
La strada segue la valle del fiume Indo, che nel corso dei Millenni ha visto il passare di una grande varietá di gente, dagli ariani, ai macedoni di Alessandro il Grande fino alle armate di Gengis Khan. Mi é sembrata quasi piatta. Non mi sono accorta di essere salita piú di tanto. Mi trovo ora a circa 2000 metri, ma sono circondata da alcuni settemila completamente innevati, come il Rakaposhi (7788), mi vengono i brividi solo a guardarlo. Il paesaggio, arido con una complessa stratificazione geologica, é simile a quello del Ladakh. I tratti della gente mi ricordano quelli che ho visto nella valle di Dah, vicino a kargil, non lontano da qui, nel corso superiore dell'Indo. E' impressionante, sembrano italiani, francesi, alcuni anche tedeschi per i capelli biondi.
Il primo tratto di strada, a prevalenza collinare con fondivalle coltivati a frutta e riso, attraversa un'area tribale pashtun famosa non tanto per i talebani, quanto per i briganti. Non ci sono donne per strada e neppure sono gradite penso. Durante una sosta per il té il guidatore del bus, in realtá un pulmino con una trentina di passeggeri, si é fermato proprio davanti alla dhaba (trattoria) in modo che mi potessero passare le cibarie dal finestrino. Ma anche con la testa e il viso coperto ero al centro dell'attenzione. Ho rimesso gli occhiali da sole, perché in questo modo posso guardare in faccia gli uomini senza indurli in tentazione. Ho capito che lo sguardo sovente é l'unica forma di comunicazione per le donne (eccetto per quelle con il burqa...). Ricambiare uno sguardo maschile significa piú o meno "ci sto". L'autista non parla urdu, ma qualcos'altro che é una via di mezzo tra pashtun e cinese. La Via della Seta é una babele di lingue. Nel posto in cui mi trovo ora, ex regno indipendente di Humza, ce ne sono tre. E' bravissimo, come tutti gli autisti che ho incontrato nei miei viaggi sull'Himalaya indiano. L'unico problema é che non spegne mai il motore neppure nelle soste pranzo. Ho provato a spiegargli che é uno spreco di denaro, inquina e surriscalda il motore che é proprio sotto il mio sedere. Mi trovo nel primo posto del pulmino a fianco del posto di guida. Posto panoramico, ma anche il piú pericoloso. L'"autostrada" del Karakoram di tale ha solo il nome. In realtá é un passaggio piú o meno asfaltato tra una gigantesca pietraia frutto della mega collisione tra il continente africano e quello euroasiatico che é ancora in corso visti i frequenti movimenti sismici. Segue la linea di collisione tra le due placche tettoniche. Un bel casino, mi veniva da pensare, guardando quelle montagne sgretolate che sembrano venire giú da un momento all'altro. Non so se mai torneró da qui quando inizieranno le pioggie. Tutta la strada é a rischio frane. Ingegneri cinesi, in divisa di Mao e copricapo di bambú, guidano i lavori di costruzione di una "vera" autostrada, a due corsie e con muri di protezione. Deve essere un lavoro ciclopico, ma alla Cina interessa avere una via di comunicazione veloce verso il porto di Gadwar, che stanno costruendo sull'Oceano Indiano. Il bus é costretto ad andare ai 20 o ai 30 all'ora e spesso é fermato dalle ruspe, nuove di zecca, che stanno scavando il fianco della montagna. Dal finestrino vedo le rocce dilaniate dalla dinamite. Ma alcuni smottamenti sono naturali. Altri, mi dicono, sono stati provocati dal terremoto dell'ottobre 2005. Penso a quanto potrebbero resistere le persone nel pulmino travolto da una frana. Il mio telefonino é fuori campo qui, ma forse le squadre di soccorso possono rintracciare le mie coordinate dai segnali che invia al satellite. Ma ho anche le batterie scariche. Se invece é il ciglio della strada a franare, non penso ci siano speranze. La gola é ripida e profonda qualche centinaia di metri, tanto da ridurre il pulmino a un cartoccio di lamiere. Le rapide di un affluente del fiume Indo, che ne ha viste tante negli ultimi 5 mila anni, poi lo farebbero sparire per sempre.

PAKISTAN - Come travestirsi da donna pashtun

Dove mi trovo, a sud della Blue Area di Islamabad, manca la corrente ogni sera dalle sette alle otto e dalle nove alle dieci. Durante il giorno ci sono altre interruzioni di elettricitá, ma non sono programmate. Alcuni negozi hanno i gruppi elettrogeni, altri chiudono le serrande come l'internet cafe dove vado a lavorare. Approfittando di una di queste pause ieri sono andata a mangiare qualcosa in un posto che si chiama Taste and Take, una sorta di fast food frequentato da giovani. Pensavo che proprio per questo potessi sedermi nella parte "aperta" sulla strada. Invece no, mi hanno fatto muovere e mi hanno spedito al piano superiore dietro delle tende che un inserviente si é premurato di sistemare in modo che non mi vedesse nessuno. O forse in modo che il mio sguardo non si posasse su nessuno. La faccenda della segregazione tra donne e uomini crea delle situazioni divertenti. L'altro ieri nel mercato di Aabpara ho visto un capannello di uomini intorno a un venditore che decantava i prodigi di certe erbe medicinali e unguenti. Mi sono fermata ad ascoltare, cercando di carpire qualche parola in urdu. Un tizio si é avvicinato e mi ha detto che non potevo stare li. "Perché?" chiedo abbastanza seccata. "Sono medicine per uomini" mi dice imbarazzatissimo. Preparati contro l'impotenza, viagra organici o forse afrodisiaci? Non lo sapró mai...Ho scattato una foto e me ne sono andata. La sessuofobia raggiunge il suo apice sui mini bus che collegano i vari quartieri di Islamabad. I due posti accanto al guidatore sono riservati alle donne. Se ci sono piú passeggere sono accomodate in una fila di sedili dietro, ma solo se é interamente libera. La regola é di evitare il contatto fisico. Quindi anche se c'é un posto libero, ma vicino c'é un uomo, non si puó salire. Oppure gli si fa cambiare posto. E' una paranoia. Pensare che ho vissuto un lungo periodo in Medio Oriente e un anno intero nella Striscia di Gaza, ma non mi sono mai sentita cosí trattata da monatta.
Il mio collega Tahir Ali che scrive su Weekly Pulse, esperto di talebani, mi ha detto che somiglio ad una donna pathan (pashtun) che hanno la pelle bianca e corporatura robusta. Mi ha dato alcune dritte di come potevo "mascherarmi" tra la folla. A parte la combinazione di pantaloni, tunica e velo che giá indosso, mi ha suggerito di rimuovere dal polso lo Swatch, sostiture i miei sandali da trekking con delle ciabatte ricamate, non usare la borsa a tracolla e non indossare occhiali da sole. E poi non mettermi a leggere i giornali sul bus, abbassare lo sguardo quando cammino e soprattutto non guardare in faccia gli uomini. Insomma mi ha chiesto di annullarmi come giornalista. Ci ho provato, domenica sono andata a fare un giretto verso Peshawar usando diversi bus locali, passando in villaggi a influenza talebana. Funziona certo, mi scambiano per una pashtun, ma é terribilmente frustrante e noioso...Non ha nessun senso. Da oggi riprendo i miei panni di viaggiatrice, con macchina fotografica al collo e sandali impolverati.