Visualizzazione post con etichetta thailandia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta thailandia. Mostra tutti i post

A EST DELLE INDIE - A Photo Journey

New Delhi, 21 novembre 2016 

                                                               CLICCA QUI 

A EST DELLE INDIE/ Thailandia in lutto, ovunque foto di re Bhumibol

Chiang Mai, 27 ottobre 2016 

   Sono rientrata in Thailandia (da Laos) dopo una ventina di settimane e mi ritrovo l`intero Paese a lutto per la scomparsa di re Bhumibol, il sovrano piu` longevo da 70 anni sul trono dell`ex regno di Siam. Quando ero a Bangkok l`88enne monarca aveva avuto una crisi, ma i medici avevano detto che le sue condizioni si erano `stabilizzate`. Poi il 13 ottobre quando ero gia`in Cambogia ho letto la notizia della morte.
  Il lutto, che mi sembra durera` un anno, e` visibile ovunque davanti ai palazzi pubblici, nelle pagode, scuole e perfino negli schermi dei bancomat.  Immagini del re, quasi tutte risalenti a decenni fa, sovrastano i palazzi e le strade. Sono dei grandi ritratti con la cornice dorata e ornati di drappi bianchi e neri.  Appena si entra alla frontiera di Nong Khai, dopo il ponte dell`amicizia Thai Lao sul Mekong, si vede subito un ritratto di Bhumibol.  Anche il villaggio piu` isolato ha il suo tabernacolo con l`immagine del sovrano a lutto.  A  Chiang Mai, che e` l`equivalente di Bangkok per inquinamento e traffico, non si suona piu` nei locali. Mi sembra perfino ci siano meno turisti.
   Su un autobus locale (sono riuscita ad evitare i bus turistici) ho chiesto a un passeggero cosa ne pensava della successione che tocca al figlio, il principe Maha Vajralongkorn, soprannominato il Playboy Prince.  Raramente i thailandesi esprimono opinioni politiche anche perche` rischiano la galera.  Invece quando ho citato l`erede al trono, ha fatto una smorfia di disgusto. Nessuno vuole il `principe scandalo` infatti e per questo la successione e` stata sospesa. 

A EST DELLE INDIE/ Bangkok, speriamo che Delhi non faccia la stessa fine

Bangkok, 3 ottobre 2016

   Sono convinta che a Bangkok una volta c’erano gli alberi come a New Delhi. Mi piacerebbe vedere le foto di mezzo secolo fa. Probabilmente c’erano anche casette di legno come quella dove viveva Tiziano Terzani con la tartaruga nello stagno e un giardino rigoglioso.
   Adesso Bangkok e’ una citta’ violentata dal cemento e dal traffico, come molte metropoli del sud-est asiatico. I grattacieli hanno sostituito le palazzine, i cavalcavia hanno eliminato i viali alberati e lo ‘sky train’ ha oscurato l'unico pezzo di cielo che era rimasto. Cosi' e' diventato il quartiere residenziale di Sukhumvit, quello dei ricchi e delle ambasciate.
   Ma poco a poco la colata di cemento si sta allargando e adesso arriva fino alle sponde del fiume Chao Phraya. E' come un virus. Si moltiplicano mega complessi residenziali, hotel, shopping mall. Si continua a costruire ad oltranza anche se la Thailandia non e’ piu’ una “Tigre”. Anche se ci sono un po’ ovunque i cartelli affittasi o vendesi.
   Ogni volta che vengo a Bangkok penso (con orrore) che questa sara’ la fine che fara’ New Delhi tra un paio di decenni. Da alcuni anni, il trend edilizio nella capitale indiana e’ questo. Sembra un destino segnato. Ma poi penso che, per fortuna in India, la societa' civile e' piu' libera  e (si spera) qualcuno si opporra’ alla cementficazione selvaggia, come e'gia' avvenuto. E meno male che gli alberi sono sacri per gli indu’e i buddisti, compresi quelli thailandesi. E’ sotto un albero, un banyam, che Siddharta Gautama e’ diventato Buddha. 
   Anche la religione in questa citta’ sembra finta. Non si vedono manco piu’ i monaci in strada. Ho visitato la casa-museo di Jim Thompson, un imprenditore e megalomane americano legato al business della seta e morto misteriosamente in Malaysia.  Una giovane guida ha spiegato che vicino a ogni nuovo edificio i Thai piazzano la”casa degli spiriti” (in lingua locale “san phra phuum”) per onorare coloro che sono vissuti sul luogo. Infatti un po’ ovunque ci sono delle piccole casette con statuine degli ‘antenati’a cui si offrono incensi, bibiti e cibo ogni giorno. Ci sono anche vicino ai grattacieli. Mi chiedo se davvero basta una casetta per tenere a bada l’incazzatura degli "spiriti" sfrattati per far posto agli ecomostri.

   Per dare una parvenza ecologica, ho notato che hanno creato dei 'giardini pensili" per mascherare gli orrendi piloni di cemento dello “sky train”. E’ patetico il tentativo,ma non c'e' altra scelta perche' non esiste spazio per piantare qualcosa che non sia di plastica. Sono andata nell’unico “polmone verde” della citta’, il Lumphini Park. E’ un fazzoletto di prato con un laghetto in mezzo. Un ‘Central Park’ in miniatura per una citta’ di 10 milioni di abitanti.
    L’unico verde rimasto, dove ci si ricorda che siamo ai Tropici, e’ lungo i canali, i klongs che in passato hanno reso famosa Bangkok come la “Venezia dell’Est”. Li’c’e’ ancora un po’ della vecchia citta’, nelle botteghe familiari, nelle verande con le gabbiette degli uccelli e nei venditori ambulanti. Su alcuni di questi 'navigli' ci passano i ‘water taxi’,lunghe barche pilotate da un guidatore con un volante simile a quello dei bus.
    Il mio ostello e’ vicino al Khlong Saen Saep, uno dei pochi canali navigabili. In realta’ e’ una fogna navigabile, ma e’ utilissimi per arrivare velocemente dal centro storico o dalla famigerata Kao San Road agli shopping mall di Sukhumvit. Spesso mi imbarco a Phalfa Bridge per andare al National Stadium dove arriva lo 'skytrain'.
    Ma non e' solo l'aspetto ecologico che mi urta di Bangkok. La trovo una citta’ volgare. Non e’ solo per il business della prostituzione, che (mi sembra) e’ un po’ meno sfacciato rispetto al passato, ma per il tipo di consumismo. Sembra che alla gente non interessi altro che mangiare, scopare e fare shopping. Difficile andare oltre questo livello.

  Grazie agli smartphone, che si possono spiare facilmente da chi ci sta accanto, oggi e’ molto facile entrare nella vita di sconosciuti incontrati per strada. E' quasi come leggere nel pensiero. All’aeroporto ero in fila per l’immigration e un uomo davanti a me stava scorrendo sul suo Samsung delle foto di escort. Stava organizzando la serata. In metropolitana, invece, ho assistito alla caccia in diretta di un mostriciattolo del Pokemon. Un uomo, gia’oltre i trentanni, stava “pattugliando” virtualmente la zona e ogni tanto scovava qualche nemico da eliminare.
   Sto leggendo "Bangkok Days" di Lawrence Osborne. La sua definizione e' celebre: “Because Bangkok is where some people go when they feel that they can not longer to be loved, when they give up”.





Back to Delhi, per fortuna non e' come Bangkok

   Sono tornata a Delhi. Come benvenuto il mio taxi, una sgangherata Ambassador, ha tamponato appena fuori dall'aeroporto. Un pazzo aveva attraverso la strada costringendo un altro taxi che ci precedeva a inchiodare di colpo. Non ci siamo fatti male, ma e' stata una bella botta. Il muso dell'Ambassador si e' accartocciato. Ma il tassista e' riuscito con il cric a sollevare la lamiera e a liberare la ruota che era bloccata. Una controllatina ed e' ripartito come se nulla fosse. Non aveva assicurazione. Ognuno paga i propri danni, mi ha detto.
   Back to India, terra dalle mille contraddizioni, ma tenace e paziente come un elefante. Sono contenta di essere tornata. La Thailandia non mi attira. E' un Paese affascinante e ricco di storia come l'India, ma si e' prostituito troppo. Mi sono chiesta piu' volte se davvero mai New Delhi potra' diventare come Bangkok. Perdere i propri ''jinn'' (spiriti) come la capitale thailandese ha ormai perso i suoi ''pii''. Spero tanto di no, anche se sembra che i palazzinari indiani non vedano l'ora di asfaltare tutto e sradicare inutili alberi. I nuovi shopping mall, i palazzoni, le mega strade fatte solo per le auto, sembrano suggerire che Delhi insegua il modello consumistico di Bangkok. Mi auguro davvero che non sia cosi', che scoiattoli e uccellini continuino a vivere davanti alle case.
Bangkok - Sexy shop ambulante davanti a negozio di materiale elettrico  
   Di sicuro non diventera' mai un bordello low cost per i vecchi sporcaccioni europei che vengono qui a cercare sesso e finti sentimenti. Invece di fare i nonni e stare con i loro nipotini e cercare di recuperare una briciola di valori umani nei loro Paesi, vengono a spendere le loro ricche pensioni (le ultime...) con le puttane thailandesi. Le quali ovviamente stanno al gioco e si attaccano come sanguisughe ai vegliardi rincoglioniti fingendosi pure innamorate. In tre settimane purtroppo ho visto molte scene patetiche di questi ''fidanzatini''. Mi e' stato detto che e' normale per le ragazze cercare guadagni alternativi anche se non sono povere in canna come le indiane. Come e' possibile che le famiglie thai permettano alle loro figlie di prostituirsi con vecchi bavosi e pieni di Viagra? Tutto e' iniziato con i bordelli per i reduci Usa in Vietnam, ho letto. Ma non mi basta come spiegazione.
   Girando per Sukhumvit, il popolare quartiere commerciale e residenziale, alla ricerca della casa di Terzani, ho visto decine di lupanari (i saloni di massaggio) con le ragazze fuori, sorridenti e ammiccanti. Non e' la zona a luce rosse, ma ormai l'intera citta' e' trasformata in un puttanaio, almeno sembra. C'erano anche degli occidentali soli, gli ''ex baby boomers'' miei coetanei, seduti fuori nei bar o sulle terrazze degli hotel inglobati nei centri commerciali. Mi sento ancora addosso lo sguardo laido e schifoso di alcuni di loro, abituati ormai a vedere ogni donna che gli passa davanti come un oggetto per il loro piacere. Probabilmente imbottiti di Viagra, o sex alcholic come si dice, sono forse l'esempio concreto del declino morale (e economico?) dell'Occidente. Forse esagero, ma questa e' stata la mia sensazione.

Non solo Indie 9 - Thailandia, la casa di Terzani a Bangkok c'e' ancora!

    Ebbene si', anche io sono andata in pellegrinaggio alla Turtle House di Tiziano Terzani. Dallo scorso anno e' diventato un ristorante, Lal Thai ("Thai Cuisine & Art Gallery'' recita il biglietto da visita),  ma senza perdere l'aspetto familiare di abitazione. E' davvero incredibile come un posto del genere, una villetta in legno con davanti uno stagno e una vegetazione lussureggiante, sia rimasto pressoche' intatto tra i palazzoni e i bordelli di Sukhumvit. Davvero un miracolo.
    Purtroppo  ci sono arrivata di lunedi', giorno della pausa settimanale. Ma penso sia diventato ormai meta di pellegrinaggio per i fans di Terzani. Vedendomi sostare fuori dal cancello,  alcuni hanno chiamato il giardiniere  (ma e' davvero ancora Kamsingh, di cui parla Terzani in un ''Indovino mi Disse''?) e come se fosse la cosa piu' naturale mi ha aperto la porta e mi ha fatto fare il giro dello stagno. Purtroppo non parlava inglese, ma mi sembra di aver capito che mi dicesse di chiamarsi Singh o qualcosa di simile... Ho visto perfino la tartaruga, ma era piccola, non quella enorme di Terzani. E' stato lui a batezzare la casa dove ha vissuto, credo dal 1990  fino al 1994, come ''Turtle House''.
    Ma non c'e' neppure un riferimento o un ricordo allo scrittore. Basterebbe soltanto una piccola targhetta o una fotina. Penso che uno dei gazebi dove vedo una tavola apparecchiata sia stato il suo studio (in un Indovino scrive: ''Essendomi costruito una stanza per lavorare dall'altra parte dello stagno, ero uno dei pochi abitanti di Bangkok che aveva bisogno solo di pochi secondi per andare da casa all'ufficio''). Mi sarebbe piaciuto cenare nella casa ''fatata'', peccato che il giorno avevo l'aereo per Delhi.

PS Arrivata a casa ho subito riletto le pagine di ''Un indovino Mi Disse'' dove parla della Turtle House. Il libro e' del 1995 e descrive le vicende del 1993, e' quindi probabile che sia stato scritto proprio qui ''....nella casa piu' bella e fatata in cui abbiamo mai vissuto, un'oasi di vecchio Siam in mezzo all'orrore del cemento''.
   La casa, con il suo ecosistema, e' anche oggetto di una saggia riflessione: ''Le vicende dello stagno, del giardino e degli animali erano una grande distrazione, ma anche la continua constatazione di quanto e' importante per l'uomo aver attorno a se' un po' di natura, osservarla, impararne la logica e goderne" . E poi va avanti a denunciare l'urbanizzazione eccessiva e come l'Asia ''pensa solo a diventare come l'Occidente, sta facendo terra bruciata intorno alla sua gente''.  Parole sacrosante.  


Non solo Indie 8 - Thailandia, 1.272 gradini per avvicinarsi a Buddha


    In una giornata di caldo umido mi sono fatta i 1.272 gradini del Wat Tham Sua, il tempio della ''grotta della tigre'', che sorge vicino a Krabi, e che e' uno dei piu' curiosi del sud della Thailandia. I monaci, ancora ora, vivono in spelonche in un anfratto di giungla che sembra uscito da Jurassic Park. Il tempio e' meta obbligata per i turisti di Krabi ed e' infatti frequentatissimo. Ma io ero da sola nella tremenda salita verso su un picco dove c'e' una ''orma di Buddha'' oltre che a un panorama mozzafiato e a una mega statua dorata del Buddha contornata da antenne dei telefonini (VEDI FOTO). Divinita' e operatori telefonici ormai sono una cosa sola.
    La scalinata e' mostruosamente ripida con gradini che a volte sono alti mezzo metro. Lentamente, contandoli uno per uno, ce l'ho fatta. E' stata come una lunga via crucis. In cima ho trovato un gruppetto di occidentali e una coppia di indiani. Dopo un po' - era il tramonto - e' arrivato anche un simpatico monaco (non ce ne sono molti di simpatici) a svuotare le cassette delle offerte. Mi sono chiesta se lo facesse tutte le sere. Anche con le nuvole il panorama era esaltante. Era come essere sull'aereo. Una panorama a 360 gradi l'avevo visto solo dai monasteri delle ''meteore'', quelle del nord della Grecia o forse dalla Sacra di San Michele, all'imbocco della Val di Susa. I monaci  stanno in alto per essere piu'  vicini al creatore?      
   Secondo la leggenda una caverna di questa fitta giungla,  nascosta da pareti verticali di roccia ricoperta di vegetazione, viveva una tigre. Come in altri templi della zona, si pratica diverse ''vipassana'' e altre forme di meditazione che prevedono un completo isolamento dal mondo. Per me e' bastata la salita a mettermi alla prova.

Non solo Indie 7 - Thailandia, gli eco mostri di Railay Beach

Me lo avevano detto di evitare Railay Beach, a Krabi, perche' devastata, non dallo tsunami, ma dall'aggressiva cementificazione. Io ci sono voluta andare lo stesso ed e' stato uno shock. Il problema non e' il sovraffollamento dei turisti che sbarcano ogni giorno con le ''tail boat'' da Ao Nang oppure dal piu' discreto e meno caro porticciolo di Nam Mao.
   Il problema vero sono i resort che ricreano a loro uso e consumo piccoli e brutti paradisi artificiali distruggendo i grandi e fantastici paradisi creati dalla natura. 
   Mi sono quasi messa a piangere vedendo il marciapiede di cemento che si snoda sull'arenile e tra le mangrovie di Railay Est (VEDI FOTO), dove sono arrivata con la barca, per circa mezzo chilometro fino a raggiungere un eco-mostro sull'estremita' della baia. L'insenatura e' circondata da un impenetrabile anfiteatro di rocce carsiche ricoperte da una folta vegetazione tropicale. Sull'altra estremita' invece dopo ristoranti e negozi (c'e' anche un ottico!) c'e' un enorme cantiere, come se dovessero tirare su' un grattacielo.
   Railay e' una penisoletta, una lingua minuscola di terra, a cui si arriva solo in barca e che si attraversa da lato a lato in due minuti. E' un vero bijou di Madre Natura, forse uno dei posti piu' affascinanti della Thailandia, per gli scogli, le grotte nascoste, la sabbia bianca e il mare cristallino. Una classica cartolina insomma. Cosa da mettere in un museo come fosse la Gioconda o il David di Raffaello.
   Invece per arrivare alla spiaggetta di Railay West, quella piu' scenica, con le rocce da arrampicare e la famosa grotta della principessa  indiana Phra Nang  (legata a una  leggenda popolare e piena di simboli fallici del dio Shiva), bisogna passare lungo un alto muro di cemento, per fortuna ricoperto di bambu', dell'enorme e invadente resort Rayavadee. Non contenti dello scempio, l'hotel ha pure costruito un brutto un muretto in spiaggia per separare i preziosi clienti dalla plebe che grazie-a -Dio ha ancora il diritto di usare il litorale. Un diritto che spero nessuno mettera' mai in discussione.

Ma la cosa piu' assurda sono i rumorosi trattori diesel con rimorchio che entrano in mare (dove forse c'erano i coralli!!!!!) per deporre i turisti sulle barche senza che si bagnino i piedi (VEDI FOTO).  Manca infatti un pontile e le imbarcazioni non possono arrivare a riva quando c'e' bassa marea. Non potevo credere ai miei occhi. 
Ancor piu' drammatico e' che nessuno si rende conto dello scempio generale di Railay, anzi ho perfino trovato dei cartelli   che inneggiano alla sostenibilita' ambientale in mezzo al delirio di cemento. Che tristezza.  

Non solo Indie 6 - Thailandia, famiglia francese in giro del mondo!

    Stasera mi trovavo al ''night market'' di Krabi, quello davanti al fiume, quando ho visto una famigliola di francesi, una coppia e due bambini con degli amici. Erano in attesa di un pancake alla nutella da un ambulante. Il tipico e buonissimo ''street food'' di cui vado pazza a tal punto che dopo due settimane di Thailandia non ho ancora messo piede in un ristorante.
    Aspetto il mio turno, ordino anche io un pancake, lo prendo, pago e mi metto a mangiarlo seduta sul motorino in strada. E' li' che vedo i francesi entrare in un grande camper Laika posteggiato proprio di fianco a me. Su una fiancata c'era un disegno di una famiglia con la scritta ''Akili family world tour''. Poi l'indicazione di un sito: http://www.akilifamily.com/
 
    Li' per li' pensavo fosse una marca di un tour operator. Poi per curiosita' ho controllato sul web con il telefonino e ho scoperto di aver incontrato una famiglia in tour mondiale per tre anni. Straordinario!!! Peccato davvero non averci parlato. Prima che realizzassi che era davvero la famiglia che avevo visto, erano gia' partiti... L'unica cosa che ho fatto e' di scrivere loro una mail e chiedere di ricevere la loro newsletter!

Non solo Indie 5 - Thailandia, i connazionali di Koh Yao Noi

    Mi era capitato nella finale dei Mondiali del 2006 di essere a Leh, in Ladakh, a 3.500 metri di quota e di ritrovarmi a fare festa con gli unici 4 o 5 italiani presenti.       
   Questa volta invece la finale degli Europei l'ho vista nell'isoletta di Koh Yao Noi. A ormai notte fonda, quando tutti i 3 mila isolani dormivano gia'  sonni profondi , l'appuntamento era davanti all'unica televisione accesa in un baretto sulla strada che era anche la camera da letto della coppia di proprietari. Sull'isola c'erano al momento quattro italiani, ma all'1,45 (il fuso orario...) siamo sopravissuti solo in due, io e Grabriele, un esperto viaggiatore solitario come me.  Oltre ai proprietari del locale, c'erano altri due o tre isolani sonnambuli e amanti del calcio.
    Il segnale ogni tanto si indeboliva, ma qualcuno si alzava e andava fuori a toccare qualche cavo. Il telecronista thailandese  metteva l'accento al fondo dei nomi dei giocatori e non pronunciava le erre con effetto comico.
     La partita e' andata come e' andata. Dopo i primi due goal, il piu' anziano se n'e' andato rivolgendoci uno sguardo di compassione. Si sa che per i thailandesi fare brutta figura e' la peggiore cosa che possa capitare.
    Dicevo prima dei quattro italiani su Koh Yao Noi. Gli altri due sono ''residenti''. Una e' Manuela,  la proprietaria del Sebai Corner,  splendido angolo intatto di giungla, che e' sposata con un thailandese e ha messo da tempo le radici (e figli) in questa isola. E' come stare in un ''resort'' al costo di una pensione low cost. I bungalow in legno di tek sono fantastici (io stavo in quello della foto qui sopra), cosi' come lo sono la veranda sulla baietta omonima di Sebai e il ristorantino. Manuela gestisce perfettamente il locale, uno dei superstiti della mia Lonely Planet di annata 1999. In piu' cerca anche di fare qualcosa per l'ambiente, per esempio usare bottiglie di vetro per l'acqua.
E' lei che mi ha parlato dello sfruttamento irresponsabile dei resort che spianano la giungla, la rimpiazzano con verde artificiale e in piu' sfruttano anche la manodopera a basso prezzo birmana. E poi mettono l'etichetta ''eco resort''. Di Manuela parla anche un curioso libro reportage ''Farfalle sul Mekong" del giornalista Corrado Ruggeri (1994), anche questo ormai archeologia turistica. Dice che il Sebai Corner era accessibile soltanto da una strada sterrata! Ora e' circondato da lussuosi resort e ristoranti chic gestiti quasi tutti da stranieri.
L'altro italiano, invece e' piu' giovane sia di eta' che di esperienza. Romano Frosio,  un biondo trentenne, e' arrivato tre anni fa e ha aperto La Luna, trattoria italiana con forno a legna a qualche chilometro dal Sebai Corner, diventata ovviamente la piu' apprezzata e gettonata dell'isola. Capelli lunghi e stile alla Di Caprio (The Beach), si muove perfettamente a suo agio tra i thailandesi. Lascia intendere che ha deciso di mollare tutto e cambiare radicalmente vita. La sua e' una sfida insomma che tanti italiani forse vorrebbero fare e non hanno il coraggio. E lo ha fatto da solo, senza aiuto, forte soltanto della sua esperienza maturata in altri locali in India e Thailandia come dipendente. Quando l'ho incontrato stava mettendo in sesto il locale, chiuso per ferie (adesso e' bassa stagione). Mi ha parlato di come si e' innamorato della Thailandia, quando a 16 anni e' sbarcato a Ao Nang, la spiaggia di Krabi, a un'ora da Koh Yao Noi.
Anche lui come Manuela conservano ricordi nostalgici di posti bucolici in Thailandia che non esistono piu' per l'invasione del turismo di massa, del cemento e dell'industria del divertimento. Per quello forse entrambi hanno scelto Koh Yao Noi, ultimo paradiso tropicale al riparo da bordelli e dagli pseudo eco-resort.

Non solo Indie 4 - Thailandia, il paradiso di Koh Yao Noi

Se non vi interessano i famigerati bordelli tailandesi, Koh Yao Noi e' l'isola che fa per voi. Ci sono arrivata per caso, perche' sono diretta a Krabi, il paradiso dell'arrampicata sul mar delle Andamane (costa ovest) e se ci vai via mare, e' esattamente a meta' strada.
Prendendo una long tail boat (le tipiche barche dalla ''lunga coda'' e con una elica del motore esterna quasi orizzontale) si arrivava a Koh Yao Noi in un'ora dal Phuket (Bang Roh Pier) e dopo una breve sosta alla gemella Koh Yao Yai.
Siccome ho caricato in barca anche lo scooter e' stato facile esplorare subito l'isola. Il giro completo, una ventina di chilometri, non e' possibile perche' l'estremita' settentrionale e' un promontorio roccioso tipico della baia di Phang Nga. In pratica qui le isole sono degli spuntoni di roccia con un pezzetto di jungla, una spiaggetta e spesso una laguna al centro. Dei micro paradisi tropicali insomma, come l'isolotto di Koh Du Yai nella foto.  Uno di questi ''faraglioni'' e' famoso come ''James Bond Island" per un film del 1974, l'Uomo dalla Pistola d'Oro, della famosa serie dell'agente segreto di Sua Maesta'. Un'altra isola Phi Phi, e' invece arcinota per ''The Beach'' con Di Caprio, oltre che per le vittime del disastroso tsunami del dicembre 2006.
Entrambe le destinazioni sono diventate troppo di moda per i miei gusti e quindi le ho evitate.
Koh Yao Noi, invece, e' rimasta abbastanza integra, nel senso che il turismo e' rimasta un'attivita' marginale rispetto all'economia dell'isola fatta di alberi di caucciu' (gomma) e di pesca dei granchi. Ci sono resort, ma molto discreti. L'isola e' mussulmana, 3 mila abitanti, e quindi non c'e' una vita notturna tipica di Phuket. In questo periodo di ''bassa stagione'', con monsone di sud est che rende il cielo meno blu' e il mare meno limpido, non c'e' quasi nessun turista. Pace e tranquillita' assoluta.
Cose da fare? Camminate nella giungla tra le piantagioni di caucciu' e l'odore forte del lattice che viene pressato in specie di tappetini. Nuotate al largo, meduse permettendo, in un mare quasi sempre piatto (niente snorkelling pero'). E escursioni in kayak nelle isolette vicino alla scoperta di spiagge bianche e anfratti rocciosi nascosti dove riposare osservando martin pescatori e pesci volanti....

Non solo Indie 3 - Thailandia, velisti per caso alla YachtPro

    Ho fatto un corso di vela nella scuola piu' ''vicina'' all'India tra quelle affiliate al circuito Issa (International Sailing School Association, un'associazione internazionale no profit che dovrebbe garantire un minimo di professionalita'). La scuola di chiama YachtPro ed e' situata in una insenatura di Phuket dove c'e' un porticciolo turistico chiamato Yacht Haven Marina, vicino all'aeroporto. E' stata fondata parecchi anni fa da un australiano, Rob Williams, ora un po' fuori forma fisicamente, e oltre a offrire corsi organizza charter con barche francesi di medio taglio Beneteau tra le isole.
    Il corso di base per principianti di tre giorni costa circa 500 euro. Nel tariffario e' previsto per due studenti, ma siccome non c'e' nessuno ora, mi e' stato fatto lo stesso prezzo anche se ero da sola.
La scuola e' considerata buona, anche se cara. Ma per quanto mi riguarda non hanno fatto per nulla una buona impressione. Ci sono pero' almeno tre premesse:
    1 La vela e' considerata come uno sport d'elite e quindi e' purtroppo circondata da un ambiente di buzzurri arricchiti. Invece dovrebbe essere accessibile a tutti e diffusa soprattutto nei posti di mare, a partire dai bambini
    2 Come altri sport che richiedono un alto grado di capacita' tecniche e attrezzatura specifica, tipo l'alpinismo, e' monopolizzata da ''addetti al mestiere'' di solito poco comunicativi che difficilmente scendono dal loro piedistallo per far partecipi i ''comuni mortali'' delle loro presunte (o reali) conoscenze.
    3 La supponenza e l'arroganza di questi ''stregoni'' di fiocchi, rande e scotte si unisce al ''celodurismo'' maschile. Il mondo degli skipper e' ancora molto ''macho'', come quello dei motori o forse anche di piu'. Decisamente una donna al timone e' piu' sospettosa che una donna al volante.
    I tre punti elencati sopra hanno fatto si' che i super skipper della Yackt Pro, di sicuro gente frustrata perche' gli tocca veleggiare a Phi Phi Island invece che doppiare capo Horn, mi abbiamo trattato come una povera pazza in menopausa che voleva apprendere la vela invece di starsene sul lettino a sdraio di un resort.
    Quindi mi hanno dato uno ''pseudo istruttore'' americano appena arrivato, che ne sapeva meno di me, e che non conosceva affatto la barca e neppure la baietta dove fare lezione. Risultato: durante la bassa marea del mattino ci siamo incagliati per ben due volte in due giorni in una zona di secche non segnalata, perdendo un sacco di tempo. Mentre la prima volta ci siamo disincagliati perche' la marea saliva, la seconda volta e' intervenuto lo skipper ''vero'', un inglese, che all'inizio del corso mi aveva affidato al suo aiutante non volendo perdere ovviamente il suo tempo prezioso con me nonostante la ''barca di soldi'' che gli ho dato. Mostrando la sicurezza tipica del ''celodurista'' ha ammainato le vele e poi ha cercato di inclinare la barca salendo sul boma di traverso. Ma non e' servito a nulla e quindi ha poi chiamato un canotto dal porticciolo che ci ha agevolmente portato fuori dalle secche.
    Dopo questa disavventura, forse preso da vergogna per tanta incompetenza, il terzo e ultimo giorno del corso si e' presentato lui stesso, lo skipper numero uno. Tutto e' filato liscio e io finalmente ho imparato qualcosa. Anche se, va aggiunto, ha tenuto le vele accorciate con  due mani di terzarolo, nonostante la brezza leggera, per non faticare troppo. E forse anche perche' la barca, una Swarbrich S-80 vecchia di una ventina di anni se va bene e veramente maltenuta, forse non avrebbe retto. Mentre le altre barche ormeggiate con la scritta YachPro, usate per i charter, erano in condizioni perfette e - con con cime morbide che non ti spellavano le mani - l'S80 che hanno usato per me, era in condizioni scandalose anche ai miei occhi di novizia del mare. Nel secondo giorno del corso lo pseudo istruttore ha tagliato con un coltello un garroccio della randa perche' rimaneva ''bloccato'', gli strozzascotte erano rigidissimi e le cime ormai consumate.
    Insomma, la sensazione e' che YachtPro sia una buona scuola, ma di sicuro a me hanno riservato un trattamento pessimo. Perche'? Forse ero da sola, forse ero donna o semplicemente non ero da prendere in considerazione visto che neppure sapevo cosa era il jib (fiocco) o il tacking (virare) dato che ero all'oscuro dei termini nautici in inglese. Ma mi e' bastata una sera per memorizzare le parti della barca, vela, manovre e andature. Purtroppo per loro.

Non solo Indie 2 - Thailandia, tesori nascosti di Phuket

Ho scoperto un nuovo passatempo che volendo puo' diventare anche un ramo dell'antropologia culturale. E' l'archeologia turistica. Si prende una Lonely Planet vecchia di 10 o 20 anni e poi si va a vedere quello che e' rimasto. Alla scoperta delle civilta' perdute nel cemento, confini chiusi da guerre, autostrade al posto di sentieri di campagna e ex jungle trasformate in resort.
La mia Lonely della Thailandia e' del 1999, fine millennio, e' utile per gli storici. Ma - e qui e' il bello - qualcosa rimane. E in quel caso allora e' davvero una scoperta della Shangri-La' perduta. Devo ammettere che in India, dove tutto va piu' piano, non c'e' poi una grande differenza a viaggiare con guide vecchie di decenni, spesso neppure i prezzi cambiano. Ma per Phuket il 99% e' storia.
Cercando con il lumicino, ho trovato pero' la chicca. E'  Ao-Sane, una manciata di vecchi bungalow su una spiaggetta minuscola, molto ''vintage'' si direbbe. I bungalow sono pieni di termiti, con tubature che perdono e le pareti scrostate (foto).
Ma il posto e' magico. E' al fondo della spiaggia di Nai Harn (o Nai Han), quella dove c'e' un grande monastero buddista, la piu' bella di Phuket. Non e' facile arrivarci. La strada entra dentro un lussuoso resort, Le Royal Meridien Phuket Yacht Club, ci  passa letteralmente sotto dalla parte delle cucine e poi dopo 100 metri sbuca fuori con i portieri in livrea che ti salutono. Ancora 300 metri di stradina in salita e poi si arriva nella baietta di Ao-Sane.
Ovviamente nessuno ci penserebbe mai ad attraversare il resort (anche se la Lonely lo dice) e quindi e' una perla nascosta. Adesso e' bassa stagione e io ero da sola. Dopo la spiaggetta ci sono altri bungalow piu' nuovi e un sacco di rocce pieni di coralli. Un acquario davanti a casa, insomma, dove ogni mattina in apnea e con la maschera mi divertivo a inseguire pesci palla e pesci pappagallo.

Non solo Indie 1 - Thailandia, ma ce l'hanno con gli indiani?


     Sono sempre un po' restia ad andare nel Sud Est asiatico per via del massiccio sviluppo di quelle che un po' di tempo fa erano definito le ''Tigri asiatiche'' e anche - lo ammetto - perche' conosco poco o nulla di quelle civilta'. Spinta dall'insano desiderio di darmi alla vela, sono venuta in Thailandia. 
    Vedere Bangkok e' per me immaginare New Delhi come lo sara' tra una decina d'anni o forse piu' (dipende dalla politica di Sonia Gandhi) meno i bordelli naturalmente. Non penso infatti che l'India diventera'  mai una destinazione per il turismo sessuale.

In attesa di un bus per le isole meridionali, ho alloggiato nel ''ghetto'' dei turisti fai-da-te di Khao San, nella parte storica e anche la piu' divertente, oltre che comoda. Orde di ragazzi stranieri, soprattutto anglosassoni, qualche francese e italiano. A un certo punto ho visto anche un gruppo di giovani indiani e qui ho assistito a una scena sorprendente di intolleranza, abbastanza rara per gli standard asiatici.          
   Avevo appena ordinato un involtino primavera in una bancarella quando si e' avvicinato un gruppo di indiani. ''It is veg? '' ha chiesto una ragazza indicando un vassoio con gli involtini. ''Yes'' ha detto il venditore. La ragazza lo ha guardato sospettosa e poi ha di nuovo indicato l'involtino. ''No meat inside, are you sure?'' ha chiesto con un tono spocchioso che ha visibilmente irritato l'ambulante. Il quale le ha risposto secco con il poco che sapeva d'inglese: ''There is beef...''. Come se avesse visto il diavolo in persona, la ragazza ha fatto un passo indietro ed e' corsa via spaventata. Ho guardato il negoziante che mi ha fatto un sorriso birichino e poi mi ha detto: ''dont worry, only veg...''.
     Mi sono quindi chiesta quale reputazione godano gli indiani in Asia. Per esempio qui i cinesi sono perfettamente integrati, almeno sembra, a tal punto che hanno colonizzato parte del Paese. Forse perche' gli indiani non hanno occhi a mandorla? Non sono buddisti? Ho la netta sensazione che siano meno tollerati degli stranieri....


Che bello sarebbe avere i Seven Eleven in India

Sono tornata da una vacanza in Thailandia, paese che e' decisamente piu' occidentalizzato, nel bene e nel male, dell'India, ma che non e' nemmeno la Svizzera. Bangkok e' una metropoli di 5 o 6 milioni di abitanti, la meta' di New Delhi, con tutti i problemi correlati, tra cui inquinamento, caos, degrado urbano e slum, anche se non sono paragonabili a quelli di Mumbai. Lo sviluppo urbano e' simile a quello che vedo qui nei poli tecnologici di Gurgaon o Noida. Sono rimaste intatte alcune tradizioni, come quella dei mercatini in strada e dello street food. Le guesthouse per turisti budget come me sono appena piu' pulite di quelle indiane a parita' di prezzo.
Mi ha colpito pero' la presenza di una catena di supermercati, Seven Eleven, diventata addirittura un'attrazione turistica, tanto che ci sono le magliette con il logo. La catena appartiene al gruppo Charoen Pokphand Group del miliardario Dhanin Chearavanont, che fa parte dei poteri forti della monarchia thai. Sono dei piccoli supermercati di quartiere in cui si trova tutto, ma davvero tutto, dalle schede sim al disinfettante, poi pasticceria fresca e hot dog e perfino quotidiani. In ogni angolo ce ne uno, che ti rende la vita estremamente facile.
Tornata a New Delhi, sono andata a fare la spesa da Reliance Fresh, supermercati del conglomerato Reliance (anche quelli del miliardario Mukesh Ambani, il piu' ricco industriale indiano), che - in teoria - dovevano diventare i ''seven eleven'' dell'India quando sono stati aperti 4 o 5 anni fa. Non ho mai capito perche' - forse non lo sanno nemmeno loro - e' stato un fallimento. In quello dove vado, tra Green Park e Safdarjung Enclave, uno dei pochi a sud di Delhi, e' un disastro sia per la distribuzione (scaffali sempre vuoti) che per l'igiene (penso di essermi beccata la dengue li' lo scorso anno). Sara' che ero appena arriva dalla Thailandia, ma per la prima volta ho notato i sacchetti di spazzatura maleodorante sul marciapiede, felicita' dei topi, le casse con i display sfasciati, il controsoffitto a pezzi e un caos maggiore del solito nella disposizione dei pochi articoli presenti. Morale: forse meglio cosi' per i piccoli commercianti e ambulanti, pero' quanta strada deve ancora fare l'India nella grande distribuzione!!!


PS Dopo aver raccontato la storia, qualcuno mi ha fatto notare l'efficienza dei supermercati nei grandi shopping mall della periferia, tipo Big Bazar del Future Group, di Kishore Biyani (un commerciante tessuti ora a capo di un impero di grandi magazzini che ha scritto pure un libro sul suo successo) . D'accordo, ma quanti chilometri devo fare?