L'arte di mettere le pezze


Approfittando della prima giornata di caldo dopo settimane di brezza himalayana, sono andata oggi ad un mercatino vicino a casa mia sulla Ring Road nei pressi del grande ospedale di Safdarjung Enclave. Non è un posto per lo shopping, diciamo tipo suq arabo, come il mercato di Sarojini, dove si trovano le firme della moda taroccate e che è proprio lì vicino. Ma è una sorta di centro commerciale ante litteram dove puoi trovare tutto o quasi tutto. Per esempio io ho cambiato l’olio allo scooter, poi ho comprato un copri-telefonino, ho fatto la ceretta alle gambe e per finire ho fatto mettere una toppa a dei vecchi jeans di mia figlia. Ecco, è sulla toppa che forse gli economisti potrebbero ispirarsi per capire come è possibile, per esempio, che con un bikini usato di Nicole Kidman siano riusciti a comprare ben nove vacche per altrettante famiglie indiane povere. C’è evidentemente qualcosa che non funziona.
Gli indiani sono accusati spesso di essere confusionari e approssimativi, eccetto quando programmano i computer, dove paradossalmente è richiesta proprio una precisione matematica. Nella “sartoria” dove sono stata lavoravano quattro persone, il “titolare” che stava tagliando la stoffa per delle camicie, un giovane aiutante, forse suo figlio e due impiegati chini su vecchie macchine da cucire a pedali, forse un modello ancora precedente a quello che ho visto usare da mia nonna. Dopo aver visionato i jeans strappati al ginocchio e la pezza da inserire, il sarto ha ordinato a uno dei due “cucitori” di eseguire il rappezzo e mi ha fatto sedere su uno sgabello lì vicino. Il ragazzo era magrissimo, forse un immigrato del Tamil Nadu perché era molto scuro di pelle. Non penso sapesse l’inglese e probabilmente nemmeno l’hindi. Mi ha colpito l’attenzione estrema con cui maneggiava il tessuto e l’abilità nello scucire i pantaloni su un lato per far passare il tessuto sotto l’ago e cucire tutt’intorno la pezza. Era concentratissimo. L’operazione è durata un quarto d’ora ed è stata a regola d’arte. Perfetta. Ha sollevato la testa solo quando ha finito, ma appena un istante, poi ha cambiato il filo nella spoletta e ha ripreso il lavoro interrotto prima. Il “padrone” mi ha fatto notare un orrendo rammendo sul didietro fatto da me un po’ di tempo fa e poi mi ha chiesto 20 rupie (35 centesimi di euro circa). Me ne sono andata con i miei jeans rattoppati e la sensazione di aver assistito a qualcosa di straordinario. Boh, non saprei. Forse perché la mia generazione di baby boomers non ha mai imparato a usare la macchina da cucire o forse perché in Italia i “sarti del quartiere” non c’erano più quando sono nata. Oggi i sarti italiani non mettono le pezze. Ma gli indiani sì, e sono anche bravi.

I 50 anni dell 'Ambassador, un mio pezzo inedito


Questo è il racconto inedito di un mio viaggio nel sud dell’India al volante di una Ambassador, la mitica auto indiana che l’anno scorso ha compiuto i 50 anni di produzione. E' la più longeva al mondo. Il pezzo scritto nel marzo del 2007 non è mai stato pubblicato da Quattroruote che me lo aveva richiesto.

Da 50 anni è la regina delle strade dell’India. L’Ambassador, l’auto nata da un modello dell’inglese Morris Oxford, continua a essere il simbolo su quattro ruote nella terra dei Maharaja. Come il Taj Mahal e le vacche sacre la vecchia “Amby” è parte dell’identità nazionale che sopravvive nei taxi e nelle auto governative. Viaggiare al volante di un’Ambassador è un po’ come andare a ritroso nel tempo di un’India appena emersa dal colonialismo britannico. Uscita dalla fabbrica bengalese dell’Hindustan Motors nel 1957, la prima casa automobilistica voluta dal pioniere dell’industrializzazione Birla, con il nome di Landmaster, oggi è una delle auto più longeve al mondo. All’inizio fu definita la “Roll Royce dei poveri” o “la limousine dell’India”. Adesso con la concorrenza straniera e l’arrivo dei nuovi yuppies, è come un aristocratico dinosauro con le ruote, ma ancora agile e potente sulle polverose e sconnesse strade indiane. In circolazione ce ne sono ancora 600 mila, mentre le vendite annue si assestano sulle 15 mila, per il 65% destinate al trasporto pubblico, per il 20% al governo e per il resto ai privati. Gli ultimi modelli hanno accentuato ancora di più gli elementi “retrò”, aggiungendo alcune innovazioni come il motore giapponese Isuzu o il servosterzo. Ma nella realtà quotidiana l’Ambassador è ancora quella con il sedile unico davanti, dove ci si siede comodamente in tre e con le immancabili tendine di pizzo ai finestrini.
In occasione delle celebrazioni del Cinquantenario, l’Hindustan Motors ci ha invitato ad una “prova su strada” in un viaggio di 9 giorni e oltre 2000 chilometri alla scoperta del Sud dell’India al volante di un modello Grand, 2000 cc, versione diesel. L’avventura è partita da Cochin, antico porto del Kerala, famoso fin dai tempi di Vasco de Gama. Attraverso le backwaters, 900 chilometri di canali navigabili, abbiamo esplorato i villaggi dove la vita ruota intorno alla lavorazione delle fibre di cocco e dove le strade sono strisce di terra battuta costeggiate dalle “chinese fishing nets” e da piantagioni di banane, manghi, caucciù e risaie. Dove chiese, moschee e templi induisti sorgono uno accanto all’altro in armonia. Non a caso questo è il God’s Own Country, il Paese che appartiene a Dio, come è scritto sui cartelli stradali. Lasciando la costa e proseguendo a est siamo entrati nel Karnataka attraverso la catena del Western Ghats. E’ stato il primo test in salita per la
“Golden Jubilee Car”. Ondeggiando e clacsonando lungo un tornante dopo l’altro, tra carretti trainati da buoi con le corna colorate, scimmie e processioni di sadhu, siamo giunti a Mysore, la capitale dell’incenso e del legno di sandalo. Dopo una sosta davanti al palazzo indo saraceno del Maharaja locale, “Amby”, come è affettuosamente chiamata dagli indiani, ci ha portato buca dopo buca nell’India “profonda” delle campagne, al di fuori delle rotte turistiche, dove il tempo si è fermato nelle immagini delle danzatrici scolpite nei templi di Belur e Halebid. Alla media dei 60 chilometri orari e mettendo a dura prova gli ammortizzatori, uno dei punti forti dell’Ambassador, siamo finiti quasi per caso nel luogo più sacro ai giainisti, una setta contemporanea al buddismo che segue uno stile di vita in pieno rispetto con la natura. E’ Sravanabelagola dove si trova la gigantesca statua monolite del dio Gomateshvara che risale al III secolo DC. Dopo una giornata di viaggio e alcune soste nei “chai wala”, rudimentali negozi dove si beve il tè aromatico con il latte e si mastica “paan”, un involucro di foglie di betel e spezie inebrianti, l’Ambassador può finalmente ingranare la quinta. Siamo di nuovo sulla costa del mar Arabico sulle spiagge dorate di Gokarna, città sacra per i bagni rituali ed ex meta degli hippies negli anni Settanta, ancora oggi paradiso dei fricchettoni di tutto il mondo. Per l’Ambassador è arrivata l’ora della “puja”, la cerimonia di benedizione con fiori, curcuma rossa e latte di cocco prima di raggiungere la tappa finale a Goa, ex colonia portoghese, oggi la Rimini di un’India che sta cambiando velocemente. Ma dove la cinquantenne Ambassador è ancora la protagonista.





La spocchia di Padoa Schioppa




E’ da un po’ di giorni che mi ronzano in testa le parole dette dal portavoce dell’ex ministro delle finanze Tommaso Padoa Schioppa il quale si trova a New Delhi nella sua veste di capo del comitato più importante del Fondo Monetario Internazionale. Volevo sapere del programma e del perché della visita. Quindi ho chiamato al telefonino Carlo Maria Fenu, il suo portavoce, il quale mi aveva già scritto abbastanza perentoriamente in una mail che “il ministro di solito non rilascia dichiarazioni ufficiali al di fuori delle occasioni ufficiali e non rilascia dichiarazioni a margine degli incontri”. Quindi “escludeva che vi potessero essere occasioni di incontro”. Va beh. Però, ho pensato io, magari può interessare ai lettori italiani perché Padoa Schioppa o ancora meglio il moribondo FMI abbia deciso in questo momento di venire a consultarsi con il ministro delle finanze indiano Chidambaram, che - per inciso – era candidato a ricoprire lo stesso incarico, ma è stato silurato perché troppo scuro di pelle. Quindi ho chiesto il motivo della venuta. Evidentemente seccato da tanta stupidità, Fenu mi ha risposto: “ma lei non parla con i suoi colleghi italiani?”. E’ vero, io non ho mai scritto di Padoa Schioppa (non so neppure se ci vuole il trattino) e non leggo regolarmente i giornali italiani, anche perché non ho la fortuna di avere la “mazzetta” come i miei colleghi in redazione. E poi comunque preferisco leggere i quotidiani indiani per fare bene il mio lavoro. E purtroppo con i colleghi ci parlo anche poco, vuoi perché loro sono sempre di fretta o per via del fuso orario. Sono arci-sicura che in Italia tutti sanno che Padoa Schioppa, come presidente del Comitato Monetario e Finanziario, si consulta regolarmente con i responsabili delle finanze di tutto il mondo. E magari sanno anche il perché.
Ma arrivo al punto. Dopo sei anni in India, comincio ad avere la netta sensazione di allontanarmi dal mio Paese. Continua a rimbombarmi la frase: “Ma lei non parla con i suoi…”. Non vedo tra i leader e i decision-makers indiani tutta questa spocchia e arroganza. In questi giorni a Delhi, ci sono quattro o cinque premier, un paio di premi nobel, tra cui il nostro Rubbia, giornalisti della BBC del calibro di Nik Gowing e una valanga di altre personalità. Oggi ho parlato con il portavoce del presidente delle Maldive, che non saranno nel G8, ma qualcosa contano se non altro perché stanno per affondare e poi con la scrittrice Taslima Nasreen, isolata in una località segreta per le minacce degli integralisti. Domani ho un appuntamento per intervistare l’ex presidente elvetico Moritz Leuenberger. Lo stesso Chidambaram, un po’ di giorni fa, ha invitato a casa sua i giornalisti ed è uno dei leader indiani più accessibili (magari poi non dichiara nulla). L’unica, nella sua torre d’avorio, inespugnabile dal punto di vista mediatico, è l’italiana Sonia Gandhi. Chissà perché.

E se il Mahatma avesse avuto un blog?




Al Gandhi National Museum, tra i denti cariati e le sputacchiere del Mahatma, ci sono in una bacheca anche i proiettili sparati il 30 gennaio del 1948 dalla pistola del militante estremista Nathuram Godse. Un cartello recita: “One of the bullets who took away Bapu from us”.
Bapu, papà in dialetto, è come chiamano gli indiani l’apostolo della non violenza. Oggi in India si è celebrato con la solita retorica il 60esimo anniversario della morte di Mohandas Karamchand Gandhi. A parte essere un “dry day”, niente alcol, l’evento è stato ricordato celebrato con una valanga di editoriali e trasmissioni televisive.
Stasera il canale CNN-IBN chiedeva ai suoi telespettatori di rispondere via sms al quesito: il Martirio di Gandhi è stato inutile? Sì per il 60% dei telespettatori che pensano che l’India moderna abbia dimenticato gli ideali gandhiani di convivenza religiosa, di rispetto dei più deboli e di vita frugale. I moti del Gujarat, l’arrivo delle multinazionali, il consumismo e perfino il recentissimo scandalo del racket dei reni dimostrano che Bapu non è riuscito insegnare proprio nulla ai suoi concittadini. La televisione intitolava il suo speciale “In cerca di Gandhi” e, significativamente, mostrava in diretta la famiglia Godse riunita in salotto intorno alle ceneri dell’assassino del Mahatma che fu poi condannato e impiccato. Perché lo uccise? Perché non poteva sopportare che la Madre India perdesse la costola del Pakistan e perché, da bramino rappresentante della classe media, non sopportava le prediche di quel “fachiro mezzo nudo” come lo chiamava Churchill. In un editoriale oggi leggevo che anche oggi la nuova classe emergente indiana guarda con ostilità al Mahatma. La sua visione profondamente anti global, di autosufficienza economica e di rifiuto del progresso non avrebbe permesso certo all’India di tirarsi fuori dalla miseria. La filosofia gandhiana è dunque utopica. Ma rimane intatta la forza rivoluzionaria del suo messaggio sulla non violenza e ricerca della verità come guida per l’essere umano. In fondo era dal “porgi l’altra guancia” di Gesù Cristo che nessuno diceva cose del genere: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. Chissà se Bapu avesse avuto un blog….

Ma Sarkozy era brillo?



Il presidente Nicolas Sarkozy ha parlato oggi alla CII, la Confindustria Indiana, da una sala di un hotel talmente piena che hanno dovuto “trasmettere” il discorso in un altro locale adiacente per ospitare tutti. Sarko viaggia con una mega delegazione di 300 persone, tra cui decine di giornalisti. Ma anche quando era venuto Ciampi non si scherzava in quanto a italiani. Mentre stamane, con il premier Manmohan Singh, Sarkò aveva il viso un po’ stanco e decisamente annoiato, nel pomeriggio davanti alla platea degli industriali era frizzante come una bottiglia di champagne appena stappata. E’ vero che aveva davanti a se in platea Lakshmi Mittal, il re dell’acciaio e al fianco Kamal Nath, il dinamico ministro del commercio degli esteri indiano tornato apposta da Davos per qualche ora (ritorna stasera al forum).
Consegnando con un gesto plateale il foglio con un discorso ad un collaboratore prima di salire sul palco, Monsiuer le President ha parlato a braccio, in francese ovviamente. Sarà un' impressione, ma a me pareva perfino un po’ brillo. Ogni tanto la bocca si contorceva in una smorfia e gesticolava troppo per un francese. E’ la prima volta che lo sento dal vivo, ma mi sembrava che alcune uscite fossero un po’ azzardate, più da comizio o meglio da osteria. Sarkò ha toccato le corde degli indiani quando ha detto che l’India merita “giustizia” perché non fa parte del G8 e del Consiglio di Sicurezza Onu e che la Francia si batterà al suo fianco contro l’ingiustizia dell’esclusione indiana, cinese, sudafricana e messicana…Applauso scrosciante. Nessuno si era mai spinto tanto con l’India, nemmeno gli ex colonialisti britannici - Gordon Brown era qui solo tre giorni fa - o i nuovi “amici” americani.
Boh, che vorrà in cambio Sarkò che l’ex presidente della CII ha maliziosamente definito “pieno di vigore giovanile”? Il mio vicino di posto, un consulente indiano di Carrefour, lo ha scrutato per tutto il tempo, anche perché forse non capiva il francese. Poi ha detto ammirato: “si tiene davvero in forma, sembra più giovane dei suoi anni…”. Inutile, Sarkò può dire quello che vuole, tutti vedono in lui solo il riflesso di Carla Bruni, il cui fantasma aleggiava nella sala in versione desnuda con stivali di cuoio come la foto pubblicata ironicamente oggi sui giornali.

OBITUARY - Pierino Coggiola, pescatore e anti global

Voglio fare il necrologio di mio zio, Pierino Coggiola, che è mancato all’età di 91 anni all’ospedale di Chivasso dopo un’agonia di alcuni giorni. Da alcuni anni si trovava in ospizio di lusso che si pagava grazie alla pensione e ai risparmi di una vita di stenti e di rinunce. Sua moglie, una donna bellissima con un viso un po’ alla Greta Garbo, era morta giovane e senza figli. Dopo una breve esperienza come operaio alla carrozzeria Pininfarina di Torino si era licenziato, pare per le sue convinzioni comuniste. Mio zio non aveva né Dio né padrone per dirla alla Bakunin che forse conosceva anche. Con me si sforzava di parlare in italiano, anche se ogni tanto gli scappava qualche parola in dialetto. Quando ero bambina, ogni volta che mi vedeva cercava di “sfilarmi” il naso tra le dita e poi me lo “mostrava” facendomi vedere il suo pollice tra le dita: “Eccolo qui!” . Io subito mi toccavo il naso per sentire se era al suo posto. Era un gesto scherzoso che me lo ha sempre reso simpatico. Grande bevitore di barbera, me lo ricordo in appassionate discussioni di politica in dialetto con suo fratello maggiore, mio nonno Ignazio, che sono sicura lo ha sempre considerato un fannullone e mangiapane a tradimento. In effetti era un tipo strambo. Dopo aver lasciato l’impiego, era diventato un pescatore forse per hobby o forse perché il suo appartamento a Chivasso era vicino al fiume Po. Me lo ricordo con un bastone sulla spalla da cui pendeva un fagotto con il cibo che gli regalavano oppure con le carpe e tinche appena pescate. Un po’ le vendeva e un po’ le dava ai parenti in cambio di inviti a pranzo a cena. Estate e inverno portava gli stessi calzoni legati da una corda di sacco, una camicia a scacchi e un fazzoletto al collo. Portava sempre un cappello che teneva in grembo quando era seduto a casa dei miei nonni, sempre sulla stessa seggiola. Andava quasi sempre a piedi, non aveva acqua calda in casa e penso non abbia mai comprato nulla che non fosse per l’esclusivo scopo di sussistenza. Metteva i soldi in buoni postali oppure, non scherzo, sotto il materasso. A casa sua hanno trovato ancora le vecchie banconote di mille lire, quelle della canzone “Se potessi avere mille lire al mese..”, arrotolate in alcuni vasi in cucina. Non era follia o avarizia, ma un rifiuto di un mondo che sicuramente non gli piaceva già allora. Ecco perché ha passato metà della sua vita in compagnia della sua canna da pesca anche quando il Po è diventato un fiume senza vita. Purtroppo non gli ho mai chiesto di cosa pensava dei nostri tempi. Mi sarebbe piaciuto sapere la sua opinione sul cambiamento del clima, sulla Tata Nano e sulla recessione americana. Chissà cosa ci avrebbe consigliato lo zio Pierino.

Aiuto! Un nano su quattroruote sta invadendo l'India


L’invasione dei nani della Tata è iniziata oggi all’Autoexpo di Delhi. Il settantenne Ratan Tata, con la voce spezzata dall’emozione o semplicemente dagli acciacchi dell’età, è arrivato al volante di una scatoletta di lamiera a quattro ruote tra un tripudio di luci e suoni. Un delirio mediatico simile a quello di una finale di cricket tra India e Pakistan. Il presidente di Tata Motors è sceso dall’utilitaria e ha cominciato a elencarne i pregi. Quattro porte, grande spazio all’interno, venti chilometri con litro e motore Euro 4 molto di più di quanto richiesto dalle normative indiane. Unico neo: non c’è l’aria condizionata. Il prezzo: un lakh, ovvero 100 mila rupie che al cambio attuale sono 2500 dollari. All’annuncio è partito l’applauso della platea. Promessa mantenuta con la nazione che da quattro anni attende che il prototipo diventi realtà. Come Mr. Tata sia riuscito a contenere i costi non se lo spiega nessuno. E’ un miracolo oppure un’opera di bene al servizio di un miliardo e passa di indiani che potranno realizzare (finalmente) i loro sogni di mettersi in coda ai caselli delle autostrade (che per ora non esistono)? Siccome si tratta in fin dei conti di un industriale, anche se ha quell’aura di puro alla Giovanni Agnelli, Tata avrà comunque fatto i suoi conti. Con questo prezzo è sicuro conquisterà la classe media che ora viaggia in scooter e che, magari con una buona rateizzazione, si potrà permettere le quattroruote. Attualmente solo sette indiano su 1000 possiedono un’auto. I conti sono presto fatti. Se poi si aggiunge che Tata vuole, tra un paio di anni, sbarcare su altri mercati emergenti, beh, allora siamo di fronte a un gigante mascherato da nano.
Che fine faranno le città indiane, africane o latino americane quando saranno invasi dai finti nani della Tata? Boh, non voglio fare scenari catastrofici, ma a me si accappona la pelle solo a pensarci. Smog, rumore, clacson, asfalto e serpenti di lamiera davanti a un semaforo. Poi un rombo, scariche di fumo e via verso un'altra lampadina rossa in attesa che diventi verde. Io che vado in scooter faccio parte della stessa famiglia anche se ogni tanto non bado al colore delle lampadine. Che succederà ai nani e ai loro padroni, o meglio agli esseri umani schiavi dei loro padroni nani? Ratan Tata, che è un zoroastriano, e che ha ammesso di essere stato traumatizzato dalla ressa di fotografi all’Autoexpo, ha detto “che non si può negare il diritto delle famiglie indiane ad avere un mezzo di trasporto privato”. Verità sacrosanta ma perché vogliamo privarle anche del diritto ad un ambiente sano e pulito?

Quando gli indiani vanno a passare il Natale in gondola a Venezia


Quest'anno per natale ho deciso di regalare a mia figlia una giornata in gondola a Venezia che non ha mai visto. Lasciando l'umido grigiore di Delhi sono atterrata nella città della laguna in una splendida giornata il 22 dicembre. Anch'io erano anni che non visitavo Venezia e nel sole d'inverno non l'avevo mai ammirata. I palazzi sul Canal Grande avevano colori sgargianti e nel freddo pungente anche la laguna mi sembrava limpida come acqua sorgiva. Boh, saranno gli effetti dell'India che quando arrivi nel Primo Mondo ti sembra un paradiso. Con sopresa ho anche trovato una città vuota di turisti e di veneziani. I negozi mega addobbati per Natale erano deserti . Tra le bancarelle delle piazze e delle calli fuori dal circuito turistico c'erano pochi passanti frettolosi e intirizziti . Sarà la crisi ho pensato. Poi mi è venuta l'idea di fare il classico giro in gondola concedendomi un lusso che solo giapponesi e americani possono permettersi. Mentre parlavo con il barcaiolo ho sentito un accento inglese familiare. Ho guardato in basso e cosa ti vedo? Una coppia di indiani, sulla cinquantina, che stavano per attraccare. Scendevano dalla gondola con un po' di apprensione, ma avevano la felicità dipinta sul viso. Erano di Noida, ovviamente esponenti della middle class per permettersi una gita a Venezia e anche i 90 euro della gondola. Ci siamo sorpresi entrambi. Loro a trovare me con un cappotto fuori moda da vent'anni che vivo a Safdarjung Enclave e che mostro Venezia a mia figlia come mostrassi il Taj Mahal. E io che per la prima volta vedo gli indiani sotto la veste di turisti stranieri. Ma non erano i soli. E' la nuova India, bellezza. Gli indiani hanno quasi rimpiazzato i giapponesi in laguna...

Per favore ridateci i risciò in Chandni Chowk


Era da un po’ di tempo che non andavo nella “città vecchia”, come chi abita nella “nuova” Delhi chiama la storica Shahjahanabad, quella del Forte Rosso e della Grande Moschea, le due principali attrazioni turistiche della capitale. Il bazar di Chandni Chowk, che all’epoca di Shah Jahan, era la “via Montenapoleone” dell’impero mughal, adesso è quello che si può immaginare. Tuttavia conserva il suo fascino con le sue haveli semi-diroccate e le viuzze ricolme di sete, pietre preziose e spezie.
Preso da una furia modernizzatrice, il Municipio da qualche anno sta cercando di cambiare il volto della metropoli in vista delle Olimpiadi del Commonwealth del 2010. Prima c’è stata l’offensiva contro le mucche, macachi e cani randagi, tutte fallite. Poi la guerra all’abusivismo a colpi di demolizioni e sigilli alle serrande. Adesso la sindachessa Sheila Dikshit, da oltre 10 anni al potere, ce l’ha con i risciò a pedali colpevoli di creare ingorghi nelle strade, di sostare selvaggiamente negli incroci e di rallentare il passo delle mega auto che l’industria indiana intende vendere alla middle classe. Circa un anno fa ha messo al bando i pedalatori di risciò dalla strada principale di Chandni Chowk sostituendoli con dei minibus (non tanto mini) a metano di colore verde che fanno la navetta su e giù al costo di 5 rupie per corsa. Il problema è che sono tantissimi e il risultato è che finiscono per provocare ulteriori intasamenti soprattutto quando sostano in doppia fila per aspettare i passeggeri. Almeno prima era possibile fare lo slalom tra i risciò a pedali che saranno “disumani”, è vero, ma almeno non avevano il clacson e non ti stiravano sotto.

Traffico a New Delhi, fino a quando vogliamo andare avanti?


Vorrei ritornare sul problema urbano del traffico a New Delhi e in genere nelle nuove metropoli indiane e asiatiche. Lo so che è risaputo e anche un po’ banale e poco “sexy” dal punto di vista giornalistico, ma ho l’impressione che non si abbia purtroppo presente la gravità della questione. O meglio la si preferisce evitare. Inutile mettersi i paraocchi o far finta di nulla comodamente seduti nella propria auto con aria condizionata e portiere blindate. Ogni santo giorno che passa a New Delhi ci sono mille immatricolazioni in più. I veicoli che circolano quotidianamente nella capitale sono 4 milioni e mezzo su una popolazione di 12 o 13 milioni di abitanti. In certe ore le strade, anche ora che sono più grandi e scorrevoli grazie alle decine di sopraelevate, sono impraticabili. Il groviglio disumano di lamiere e di smog inghiotte ogni essere vivente come un orribile mostro puzzolente e assordante. A causa della mancanza di marciapiedi e sottopassi pedonali è praticamente impossibile avventurarsi a piedi. Non parliamo poi dei ciclisti.
Per favore fermiamoci un attimo e chiediamoci: vogliamo veramente andare avanti così? Almeno per Delhi (ma è lo stesso per Mumbai o Karachi) la viabilità non potrà che peggiorare. Milioni di famiglie non aspettano altro che comprare un’auto per infilarsi in un ingorgo. La Tata Motors al salone dell’auto a gennaio presenta la sua minicar da 2000 dollari. E’ la Topolino degli indiani. Il sogno delle quattroruote che innamorerà le famiglie della classe borghese. Che cosa succederà? Ogni giorno che passa a Delhi ci sono tre morti per incidenti. Dall’inizio dell’anno gli autobus guidati da autisti “impazziti” hanno messo sotto un centinaio di persone. La città sta diventando invivibile. Il sindaco Shila Dikshit, che mi sembra una persona sensata e che è da oltre dieci anni al potere, ha suggerito di bloccare l’accesso ai veicoli a diesel che sono circa il 20% del traffico totale. E’ chiaro che non potrà farlo. Tra di loro ci sono i furgoncini che garantiscono l’approvvigionamento alimentare della capitale. Fermarli alle porte di New Delhi scatenerebbe una corsa al rialzo dei prezzi che sono già alle stelle (l’inflazione è al 6%).
Capisco il diritto dei Paesi emergenti ad avere uno sviluppo industriale ed un innalzamento della qualità della vita. Ma è proprio questo che non può avvenire. Mi dispiace e mi sento in colpa perché appartengo a una categoria di persone che in Occidente ha inquinato per decenni. La coperta purtroppo non si può allargare. Il pianeta è solo questo qui e non ce la fa per tutti. Inutile recriminare sulle colpe passate come è avvenuto alla conferenza di Bali. Siamo tutti nella merda, anche gli indiani con i loro sogni di motorizzazione. Per favore cercate di capirlo e non trasformate le città in gironi infernali.

Sonia Gandhi mangia la polenta con formaggio Asiago


In queste settimane New Delhi è avvolta da una cappa di smog e foschia che rende l’aria irrespirabile e trasforma il sole ad un pallido lumicino visibile solo due o tre ore al giorno. Pochi sanno che quando comincia a nevicare sulle pendici dell’Himalaya, l’aria della capitale si fa tagliente e per molti senzatetto purtroppo anche letale. La mancanza di luce e il freddo fanno precipitare il mio morale sotto i tacchi. Lunedì sera mi trovavo a un ricevimento in occasione del concerto tenuto dall’orchestra Teatro Regio di Parma, definita dai giornali indiani “una delle migliori orchestre al mondo”. Che sarà sicuramente vero. Come italiana sono anche orgogliosa di tanta ammirazione.
Ad un certo punto mi sono avvicinata a Paola Maino, una simpatica nonnina veneta che per caso è anche la mamma di Sonia Gandhi e che usa “svernare” a Delhi a casa della figlia. Della vita privata della presidente del Congresso, considerata tra le dieci donne più potenti al mondo, non si sa praticamente nulla. Pochissimi e fortunatissimi giornalisti sono riusciti a intervistarla. Di lei esiste solo una biografia, non autorizzata, che in realtà è basata su un suo libro di memorie dedicato al marito Rajiv e su qualche aneddoto curioso che negli anni è riuscito a superare la spessa cortina di riserbo in cui si è avvolta da quando è scesa in campo per salvare lo storico partito di Nehru e di sua suocera Indira Gandhi. C’è gente che sarebbe pronta a fare carte false per avere qualche pettegolezzo su Sonia.
Non riesco neppure ad immaginare le sue serate in compagnia dell’anziana madre, dei figli e dei nipoti. Di che cosa parleranno? Delle elezioni in Gujarat oppure dell’accordo tra Usa e India sul nucleare pacifico? Domenica Sonia ha festeggiato 62 anni e di sicuro avranno celebrato in famiglia, mentre fuori la residenza ufficiale al numero 10 di Janpat c’era un’intera nazione ad osannarla.
Dopo i soliti convenevoli sulla cena e sui cambi di stagione che affliggono gola e bronchi, un’amica della First Mother si rivolge a me con un tono declamatorio: “vede signora Paola, questa che vede qui è una giornalista, ma in tutti questi anni non mi ha mai chiesto nulla di lei o di sua figlia. Mai una domanda o una curiosità su di voi. Quindi si deve fidare di lei, non è come gli altri giornalisti”. E’ vero. Nonostante la curiosità che mi rode lo stomaco sono sempre stata corretta e non ho mai cercato di carpire da nonna Paola qualcosa sulla sua illustre figlia. Se non delle bazzecole. Per esempio che ogni tanto mangiano la polenta con il formaggio Asiago portato ovviamente dall'Italia. Sono veneti, che male c’è? L’episodio però mi ha lasciato un velo di tristezza che, sommato agli effetti climatici deleteri, si è trasformata in depressione quando sono giunta nel freddo e buio del mio appartamento. Forse avrei dovuto scegliere un altro mestiere.

La febbre del sabato sera a New Delhi


In un Paese come l’India dove la metà della popolazione ha meno di 25 anni ci si chiede spesso come vivono i giovani, cosa pensano e dove vanno a divertirsi. Ogni tanto qualche settimanale cerca di fare un identikit della gioventù, ma di solito si limita ai ragazzi di Bangalore, la Sylicon valley indiana, che tutte le sere vanno in birreria o che fanno il filo alle ragazze in discoteca. Ci ha provato anche Bollywood ad inquadrare il fenomeno giovanile indiano con un film “Rang De Basanti” di un paio di anni fa sulla ribellione violenta di un gruppo di ragazzi di Delhi contro un ministro corrotto. Ma è pura fiction perché l’impegno sociale, anche in questo caso, è limitato a un’elite di giovani che di solito arrivano dalle migliori università straniere. Nessuno, che mi risulti, ha mai cercato di fotografare le preferenze elettorali dei teenagers pur essendo in futuro un serbatoio di voti immenso per partiti come il Congresso (che però si sta ringiovanendo con l’ingresso di Rahul Gandhi, primogenito di Sonia e quinto erede della dinastia iniziata da Nehru). Mi era capitato un po’ di tempo fa di scrivere un’inchiesta sui giovani di New Delhi da pubblicare su un inserto de “La Stampa” che tra l’altro ha avuto vita brevissima. Devo dire che non è stato facile descrivere i ragazzi e le ragazze indiane che sono omogenei non solo per i tratti fisici, ma anche per i loro gusti e comportamenti. Innanzitutto i loro margini di libertà, oltre lo studio e il lavoro, sono ristrettissimi. La famiglia è determinante fin dai primi anni di scuola nell’orientare il figlio o la figlia verso una certa professione che nella maggior parte dei casi è quella paterna. Il matrimonio è combinato dai genitori in base allo status sociale della famiglia e al livello di stipendio. E’ la logica della casta anche se per noi non è poi così visibile. Non ci si spiegherebbe altrimenti perchè ci sono così tante coppie sposate di medici, professionisti, stilisti o architetti. Il che funziona benissimo perché oltre che a tramandare la tradizione della famiglia si sfruttano le sinergie professionali. L’amore viene dopo gli interessi e comunque è sempre un option di cui si può anche fare a meno. A guidare i giovani sono quindi i risultati scolastici, le pressioni della famiglia e la carriera. E il tempo libero? Come al solito è una prerogativa di quella percentuale esigua di popolazione concentrata il quel fazzoletto di New Delhi, nella parte sud, dove abitano anche gli stranieri.
Molto spesso mi chiedono dove vado a svagarmi in questa città che penso sia agli ultimi posti al mondo per il divertimento forse appena dopo Islamabad e Kabul. Le altre metropoli come Mumbai e Bangalore hanno la fama di essere più goderecce. Delhi è invece un’austera capitale dove i locali per ballare sono appena una manciata appena e la maggior parte sorgono negli hotel a cinque stelle.
Sabato sera, per esempio, ero nell’unica maxi discoteca, l’Elevate, che è pure fuori, a Noida, polo del terziario avanzato a una ventina di chilometri. Si trova in uno degli orribili parallelepipedi di vetro e cemento destinati a diventare centri commerciali di lusso, ma ora ridotti a scheletri di vetrine vuote e corridoi spogli. Le decine di “malls” in costruzione alla periferia di Noda e Gurgaon cambieranno le abitudini di milioni di persone. Trasformeranno New Delhi in una Bangkok. Per adesso però sono delle polverose cattedrali nel deserto circondate da strade da asfaltare e montagne di detriti.
L’Elevate, celebrato come uno dei migliori e più esclusivi “night-club” è una classica discoteca al massimo di decibel con una pista abbastanza spaziosa sormontata da un megaschermo e circondata da una sorta di balconata superiore che è il “prive”. C’è sicuramente l’impronta di un architetto occidentale che ha fatto una fusion tra arredi da palazzo del maharaja con poltrone e accessori “minimal”. Quindi si vede, per esempio, un prezioso divanetto di metallo argentato con braccioli a forma di elefante con dei pouff di pelle bianca che sembrano delle mezzalune o delle banane. Dopo la mezzanotte il locale si è riempito, anche se nulla al confronto con le nostre discoteche al sabato sera. A parte i turbanti colorati dei sikh, che facevano un po’ esotico, dominava l’ordinarietà. Fino al limite della noia. Le ragazze quasi tutte in jeans tre quarti, sandalo con tacco e top ma non troppo scollato. Nulla di sexy. Nonostante il kamasutra, le indiane non sono sexy, ma solo sensuali, quello sì. E se provano ad esserlo diventano improvvisamente volgari. Quindi prevale il modello acqua e sapone, capello liscio e gambe coperte, che è bello, ma omogeneo appunto. Per i ragazzi invece va forte il tipo balestrato, con i bicipiti e pettorali ben gonfi, ma sempre sotto la maglietta, mai le spalle scoperte. Visto che l’ingresso è supergiù sui 40 euro, una cifra iperbolica per un laureato che guadagna in media dai 200 ai 300 euro mensili, sono sicuramente “figli di papà”. La musica, anche quella, abbastanza ordinaria, un remix dei pezzi classici della disco dance, da Madonna a Jennifer Lopez, scelti da un compostissimo dee-jay. Con qualche inserto di Punjabi Rock e - incredibile – una versione disco del tormentone “Hare Krishna”. Mi sembrava quasi blasfemo usare una preghiera in discoteca. E' come sculettare sul ritmo di un Padre Nostro. Ma penso di essere stata l’unica a pensarlo.

Qualche banalità sul traffico a New Delhi


Quando sono incastrata in quell’ammasso mostruoso di lamiere, pneumatici e carne umana che dopo le sei del pomeriggio si coagula sull’asfalto delle tangenziali di Delhi, penso di avere la certezza dell’esistenza di dio. Perché solo un demonio, un anti Cristo, potrebbe causare una tale devastazione dell’habitat umano. Lamentarsi del traffico cittadino è banale a qualsiasi latitudine uno si trovi. Figuriamoci poi in un paese di un miliardo e oltre cento milioni di abitanti. Anche se per fortuna sono ancora pochi coloro che si muovono su quattroruote. Ma anche un’esigua minoranza di auto è sufficiente a mandare in tilt la circolazione già difficoltosa per la mancanza di segnaletica, per le voragini nella carreggiata e per la massa dei disperati a due, (tre) o quattro gambe.
D’altra parte in questi giorni a Delhi c’è una coincidenza di eventi da far tremare le vene anche alla più efficiente delle polizie municipali. L’altra sera si sono celebrati 20 mila matrimoni. Nel principale stadio della città si svolge uno degli interminabili tornei di cricket con il Pakistan. Al Pragati Maidan, il complesso fieristico di Delhi, è in corso una mostra nazionale sull’artigianato che è richiama fiumi di visitatori. Al quadro vanno aggiunte le delegazioni dall’estero e l’attività diplomatica consueta per una capitale. La prossima settimana per esempio si terrà il summit tra India e Unione Europea. In più era scattato anche l’allerta anti terrorismo dopo gli attentati in Uttar Pradesh.
Ad ogni stagione invernale, dopo le promozioni festive del Diwali, il parco auto cresce in quantità e qualità. Oggi, nei pressi del Lodhi Garden, ho visto due - ben due – Porsche Cayenne che sono sfrecciate davanti al mio scooter Hero Honda, tanto per dare un contentino pubblicitario anche al maggiore produttore di due ruote indiano. Un po’ di tempo fa ho visto un bolide della Ducati sempre nella stessa zona dove è concentrata la “high-class” delhita. Il prossimo anno la Tata inizierà a produrre la sua “mini car” che vorrebbe vendere a 100 mila rupie, meno di 2000 euro e che diventerà la Cinquecento degli indiani. Le vecchie e aristocratiche Ambassador, le “auto blu” dei funzionari statali indiani, andranno in soffitta o serviranno per portare a spasso turisti nostalgici dell’India-che-fu. Le nuove utilitarie intaseranno i mega caselli all’americana che sono in costruzione lungo le strade di accesso a Delhi. Sicuramente inquineranno un po’ - ma non tanto come le nostre vecchie Cinquecento perché vanno già a benzina verde - ma faranno la felicità di milioni di famiglie che non saranno più costrette ad ammassarsi in 4 o 5 su una moto con la testa del neonato che sporge paurosamente dalle braccia della madre.
E’ confortante sapere che cresce l’interesse dell’industria indiana per motori ad energia pulita anche grazie agli investimenti di stranieri che cercano di assicurarsi così i famigerati “carbon credit”. Un po’ di tempo fa ho conosciuto uno svizzero transitato da Delhi con la sua auto “solare”, una sorta di trabiccolo sportivo a tre ruote attaccato ad un carrello con pannelli solari (NELLA FOTO). Lui si chiama Louis Palmer e sta facendo il giro del mondo (http://www.solartaxi.com/). Sempre a Delhi un anno fa hanno iniziato a circolare in via sperimentale delle auto all’idrogeno e da alcuni mesi c’è una promozione battente di scooter elettrici costruiti con tecnologia europea. Proprio oggi ne ho visto uno al Pragati Maidan, realizzato da un gruppo tecnologico indiano che si chiama SAR e che sarà presto in vendita a 29 mila rupie (una rupia oggi è circa 58 euro). Certo il problema è l’autonomia, che è solo di 5 ore. Bisognerebbe creare una sorta di “distributori di corrente” in strada, ma temo che per caricare le batterie ci voglia molto più tempo che fare un pieno.

POST SCRIPTUM:
il giorno dopo aver scritto questo post ho letto che ogni giorno a Delhi ci sono 1000 nuove immatricolazioni di auto!

Cucinotta, tette in mostra contro la fame


La scorsa settimana Maria Grazia Cucinotta, nominata dal Pam, il Programma Alimentare Mondiale “ambasciatrice contro la fame nel mondo”, è arrivata in India per visitare alcuni distretti tribali del Madhya Pradesh dove l’agenzia assiste la popolazione. Benissimo che la fame in India, anche se non è così grave come nell’Africa subsahariana, salga alla ribalta della cronaca grazie all’attrice italiana che gli indiani conoscono soprattutto per la sua partecipazione nel film il Postino. Però si è dimenticata che l’India non è l’Italia, anche se i due Paesi iniziano con la “i”, e che qui non è necessario (non ancora) per le donne mettere in mostra tette e culi per passare sui giornali. Alla conferenza stampa tenuta a Delhi il 16 novembre, la Cucinotta indossava un elegante abito nero con una vistosa scollatura sul seno. Bello, se fosse stata alla Croisette. Invece era in un Paese di un miliardo e passa di persone, di cui un terzo vive con un dollaro il giorno e che con il costo degli orecchini che lei indossava potrebbe vivere un anno intero. Poteva anche andare bene se era ad una festa di Bollywood, tra le dive del cinema indiano che sono altrettanto sensuali. Ma il suo compito qui era di sollevare l’attenzione sulla “fame”. E’ evidente che i quotidiani indiani abbiano parlato molto più del suo sex appeal che della miseria del Madhya Pradesh. Come stupirsi? D’altronde gli uffici del Pam sono a Roma.

Delhi, metti una sera a Jorbagh


Gli italiani che vivono in pianta stabile a New Delhi sono circa 200 ed è quindi relativamente facile incontrarsi. Una delle occasioni più frequenti in cui si ritrova sono i ricevimenti, banchetti e feste comandate celebrate di solito nel bel prato circondato da bouganville davanti alla residenza in stile coloniale dell’ambasciatore italiano. E’ uno dei lati positivi della vita da espatriati in India. Le signore, con la pashmina ricamata di ordinanza, si scambiano le ultime dritte su dove trovare lo speck al miele o i prodotti per sgrassare i pavimenti. I rispettivi mariti discutono amabilmente con i calici in mano degli ultimi eventi politici nella madrepatria. Gli invitati indiani, con le signore in sontuosi sari, distribuiscono a piene mani biglietti da visita e raccontano i loro aneddoti di viaggio davanti alla Fontana di Trevi o sotto il Vesuvio. Il buffet è rigorosamente italiano con prelibatezze tipo mozzarella di bufala fresca o parmigiano reggiano.
Ieri sera mi trovavo in una di queste riunioni conviviali organizzate da una giovane diplomatica per inaugurare la sua nuova casa che si trova a Jorbagh, uno dei quartieri più aristocratici e anche più cari del Sud di Delhi. In passato era l’unico posto dove risiedevano gli stranieri, adesso è diventato un po’ decadente. La casa, molto accogliente, con un piccolo giardino davanti, è stata ristrutturata con parquet e serramenti moderni. Dopo una certa ora erano arrivati così tanti invitati che si faceva fatica a passare per andare a prendere il cibo cucinato sul momento nel retro dello stabile sotto un tendone bianco. Il “catering” arrivava da un noto ristorante di Delhi gestito da un’amabile signora, Ritu, che ha passato una decina di anni in Italia e che ora si è ricavata un lucroso business gastronomico con gli italiani. Ha perfino aperto un ristorante all’interno del centro culturale italiano. Gli invitati erano vari e così anche gli argomenti di discussione. Con un sacerdote polacco diplomatico della Santa Sede ho parlato di un viaggio in auto che ha fatto in comitiva da Kathmandu a Lhasa. A fianco un ex generale indiano in pensione, che aveva combattuto due guerre contro il Pakistan, stava scambiando opinioni su Musharraf con un diplomatico italiano a suo agio in un salwar kamize chiaro con gilè di khadi. Davanti al prosciutto cotto affumicato al miele ho invece parlato di medicina omeopatica con la moglie di un altro diplomatico che ora si trova a Roma, ma che è stato in India per tre anni. Un quarantenne impiegato dell’ambasciata mi ha poi raccontato della sua nuova vita di coppia con una modella africana conosciuta qui e sposata la primavera scorsa. Ho quindi concluso la serata gustando salsa calda di cioccolato sul gelato vaniglia e discettando di fotografia digitale con un amico sikh che insegna italiano e che occasionalmente lavora come interprete quando ci sono le delegazioni dall’Italia. Tornando a casa con lo scooter, rabbrividendo nella prima foschia invernale, ho imboccato l’Aurobindo Marg, deserta e costeggiata dai cantieri della nuova metropolitana. Ho cercato le sagome nere distese lungo il marciapiede davanti al mercato INA. Erano là come sempre.

Diwali in rosa shocking a Jaipur


Per la festa induista delle luci, il Diwali, sono stata a Jaipur, la "città rosa" alle porte del deserto del Rajasthan, una delle mete turistiche indiane più sfruttate per la sua vicinanza con New Delhi, "appena" sei ore di auto e per il suo nobile passato. Il Rajasthan è la terra dei Maharaja ed è la cartolina per eccellenza dell'India con tutti gli stereotipi a cui siamo abituati. Vacche sacre, elefanti, incantatori di serpenti e tessuti dai colori sgargianti. Tutto ancora autentico, per carità, sapori e odori compresi. Solo che ci si chiede come Jaipur e le altre città faranno a resistere al rapido avanzare del nuovo progresso indiano, ai mega centri commerciali, alle nuove arterie stradali e all'improvvisa ricchezza che ha fatto esplodere i consumi e le aspirazioni di una minoranza di fortunati.
Da una terrazza dei nuovi palazzi residenziali con ascensore e mega vasche da bagno angolari, ho ammirato lo skyline illuminato di Jaipur la sera dei Diwali quando migliaia di botti, mortaretti e fuochi di artificio illuminavano il cielo. Oltre alla torre del vecchio ristorante girevole, spiccavano i nuovi simboli di vetro cemento del boom indiano. L'India sta recuperando in fretta l'abissale divario esistente con i suoi vicini del Sud-est e con la Cina. Tra una decina di anni il volto di New Delhi e di Mumbai sarà irriconoscibile. "L'appuntamento con il destino" citato 60 anni fa da Jawaharlal Nehru nel suo discorso della mezzanotte davanti all'Assemblea Costituente è ormai sotto gli occhi di tutti. Anche della grande massa degli emarginati che dormono sui marciapiedi o mendicano davanti ai bus "deluxe" che scaricano le comitive di stranieri davanti al forte di Amber. Qualcosa sta cambiando anche per loro, certo più lentamente, ma la ruota sta "girando" anche per costoro.
Il celebre ed ultra publicizzato Palazzo dei Venti, il Maha Mahal, è stato ridipinto di fresco di un rosa shocking. Un po' troppo pacchiano si direbbe, tanto che sembra un fondale di cartapesta come quello che sormonta la strada di Tripolia Bazar sponsorizzato dai commercianti per la festa di Diwali. Sul marciapiede opposto, dove è obbligatorio spostarsi per scattare le foto, i negozianti parlano in perfetto italiano e sanno imitare ogni inflessione dialettale nostrana. Anni di esperienza e furbesca indole asiatica. "Non ti preoccupare, qualche giorno e diventerà rosa antico" rassicura uno di loro che mi ha venduto per 50 rupie una t-shirt con la scritta Rajasthan sotto una caravana di cammelli.

Diario indiano


Sono sei anni che respiro gli odori dell'India, per ricordare il famoso libro-diario di Pasolini. A parte la mia città natale, Chivasso, la città piemontese della Lancia, questa è la mia permanenza più lunga sullo stesso lembo di suolo di questo pianeta.
Con New Delhi condivido un rapporto di odio amore. Adoro il giallo dei suoi laburni nelle strade che fanno pendant con i manghi sulle bancarelle. Ma non sopporto più i continui black out, i commercianti disonesti che tentano di fregarti e gli enormi sputi di pan che ricoprono muri e marciapiedi.
L'India non mi è più tanto misteriosa, ma mi stupisce e mi incuriosisce ancora ogni giorno. E' un mosaico difficile da comprendere, ho collezionato tante tessere, ma non riesco ancora a mettere a fuoco l'immagine. Come il venditore di perline nella foto che ho scattato nel bazar di Chandi Chowk - quello che rimane del giardino creato dalla principessa moghul Jahanara - anch'io ogni giorno raccolgo in un sacco i frammenti di colore di questo Paese. Senza mai riempirlo. All'infinito.