Gli scaffali di Armani e l'India moderna


Ogni tanto mi chiedo se veramente l’India sia riuscita ad imboccare la strada del benessere e dello sviluppo che la porterà nei prossimi decenni a essere tra le prime potenze economiche mondiali. Gli economisti dicono che si tratta ormai di un processo ineluttabile. Per molti la svolta è iniziata nel 1991, anno di gravissima crisi finanziaria e politica, ma anche l’anno in cui sono iniziate le riforme suggerite da Manmohan Singh, all’epoca semplice consulente del governo. Per me che sono qui da sette anni ormai, la pagina è svoltata circa 4 anni fa quando l’India ha iniziato a correre al ritmo dell’8-9 per cento all’anno grazie alla crescita del settore terziario e manifatturiero. Ho assistito al ribaltamento di una percezione comune non solo da parte dell’Italia che ha scoperto o in certi casi ri-scoperto l’India, ma anche da parte degli indiani stessi. Tutti quelli che vengono qui per la prima volta dicono che in questo Paese si respira un’aria di ottimismo e entusiasmo. Sarà anche per la popolazione giovane, ma è soprattutto perchè esiste una nuova consapevolezza di “avercela fatta". L’ho avvertito molto bene, per esempio, circa due anni fa, quando è stata inaugurata la “linea gialla” della metropolitana, quella interamente sotterranea che attraversa la vecchia città dei moghul. Ho osservato i passeggeri seduti davanti a me, imbarazzati e compiaciuti nello stesso tempo, guardarsi intorno nelle carrozze nuove di zecca, con le insegne luminose e una voce soave che avvisava l’arrivo alle fermate in inglese e hindi. Mi sono accorta che qualcosa stava cambiando intorno a me. La stessa netta sensazione l’ho avuta in coda al check-in di Deccan Airways, la prima compagnia aerea privata low-cost. E poi a gennaio, nei giorni successivi il lancio della Tata Nano, la mini car da 2000 dollari che però non è ancora nei concessionari. Almeno a New Delhi e nelle metropoli, dove sono arrivati i soldi in grande quantità, la gente non ti chiede più cosa pensi dell’India. Non c’è più bisogno di avere il parere o l’approvazione di uno straniero. Le cose stanno cambiando in fretta, forse troppo. C’è stato nell’ultimo anno una rincorsa ai prezzi che non è assolutamente riflessa nei dati dell’inflazione che secondo il governo è sul 7-8%. Ci sono alcuni generi alimentari e medicine che sono aumentate del 20 o 30 per cento. Più che scarsità penso sia speculazione, che è inevitabile quando aumenta il potere di acquisto e l’economia si surriscalda. I pochi negozi moderni di generi alimentari sono presi d’assalto. Vicino a casa mia c’è un supermercato della catena Reliance Fresh, il colosso industriale indiano di Mukesh Ambani, l’ex benzinaio che ha creato un impero poi ereditato e diviso dai due figli. Alla sera il bancone della frutta e verdura è vuoto e se c’è un offerta tipo due per tre il traffico blocca mezzo quartiere. Mi piacerebbe sapere però se ad incrementare le vendite sono anche i venditori ambulanti che ogni mattina e sera attraversano le “colonie” urlando a squarciagola. Secondo Kamal Nath, il super ottimista e instancabile ministro del commercio, che ha scritto un libro “India’s Century” dove esalta l’imprenditorialità e “l’arte di arrangiarsi” (conosciuta come Juggad), gli indiani hanno un “vantaggio competitivo” sugli altri popoli una volta che si libera l’economia dai “lacci e lacciuoli” dello stato. Le multinazionali, se vogliono vendere, dovranno adeguarsi ai gusti locali e non il contrario. Se davvero sarà così, forse si potrà evitare il dilagare di stili di vita tipici del consumismo occidentale che hanno stravolto i Paese del Sud est asiatico. Gli orrendi mall che stanno sorgendo in periferia in realtà fanno pensare il contrario. L’altro giorno, in uno di questi mostri di cemento sorti dal nulla nella zona di Vasant Kunj per volontà del gruppo DLF, i palazzinari di Gurgaon, ho incontrato un paio di operai italiani addetti a montare le scaffalature per i nuovi negozi di Giorgio Armani. Erano abbastanza delusi in generale dall’India. Erano erano stati letteralmente spennati nei ristoranti e dai tassisti. Erano poi scioccati dai poveri indiani che accovacciati a terra pulivano i pavimenti della boutique con un minuscolo scopino e poi con uno straccetto lurido smacchiavano i pavimenti. Certo non è il concetto di pulizia a cui siamo abituati. “Sono quelli che abitano nelle baracche dietro il mall, penso siano analfabeti, forse anche fuori casta e sono pagati alla giornata” ho detto. Loro mi hanno dato ragione. Glielo avevano già chiesto. Prendevano circa 100 rupie al giorno a spolverare i costosissimi e delicatissimi scaffali con inserti in pelle della boutique Armani. Penso che solo con il costo degli arredi si possa sistemare per la vita un’intera famiglia o dare acqua e elettricità a un villaggio o costruire una scuola. Lo so, probabilmente capitava così anche per i lavapiatti italiani che sono immigrati negli Stati Uniti all’inizio del secolo. Ma onestamente penso che nel duemila e nell’India nel libro di Kamal Nath, questo stato di coose non sia sostenibile dal punto di vista etico ma anche politico perchè è inevitabile che prima o poi si ribellino. Chissà cosa avrebbe detto poi Nehru a vedere i “nipoti della mezzanotte” chini a lustrare i pavimenti di Armani!

Shopping mall, storie di perdizione a Delhi


Ebbene sì, lo ammetto, ho passato il week end nei nuovi “mega mall” di New Delhi. Avevo una mezza idea di andare a fare un giro nel bazar di Chandni Chowk, poi la nuova India del consumismo occidentale mi ha attirato come le sirene di Ulisse. Cercando scampo alla calura da 40 gradi di questi giorni e alle incessanti tempeste di sabbia, mi sono rifugiata in uno di questi mostri di vetro e cemento ancora da ultimare, ma che già brulicano di famiglie con passeggini, ragazzine con i jeans alla moda e gruppi di bulli che le inseguono come automi su e giù sulle scale mobili. Pavimenti di marmo lucidi, toilette pulite e profumate, aria condizionata. Insomma una vera figata. Per quanto uno si opponga alla devastante cultura yankee del “mall” non è possibile non apprezzarne i vantaggi. La pensano come me le migliaia di persone che domenica si sono messe in coda per entrare nel parcheggio sotterraneo e anche i costruttori di questi moderni templi dello shopping che sono spuntati come funghi in particolare a Saket, un quartiere periferico della parte meridionale di Delhi che è in piena espansione edilizia. Sono stata al Select Citywalk e nell’adiacente MGF Metropolitan Mall. Giganteschi entrambi, direi perfino troppo, perché per vedere tutto ci vuole almeno un giorno. Molti dicono che il Citywalk sia il migliore. In effetti, si trovano tutte le marche, da Benetton alle catene di abbigliamento indiane come Wills Lifestyle, Pantaloons o Shopper's Stop. Si trova perfino il prosciutto cotto italiano e le mozzarelline di bufala. I negozi sono simili a quelli che si possono trovare a Bangkok o Singapore. Non è che ho scoperto l’acqua calda. E che fino a due anni fa questo tipo di cose era impensabile a Delhi dove esisteva solo un centro commerciale, l'Ansal Plaza, ma decisamente antidiluviano! C’è poi una “food court”, con fast food di cibo regionale indiano. All’ingresso ti danno una sorta di carta di credito che io ho caricato con 300 rupie e che serve per pagare le consumazioni. Io ho preso un “raj kachouri”, buonissimo, e mia figlia invece una pizza margherita, praticamente una focaccia cruda cosparsa di ketchup. Ho poi comprato due “kurte” da Fab India, moda indiana che piace agli stranieri, e un servizio da sei bicchieri da bibita da Home Stop, dove ci sono cose di design un po’ stile Alessi, ma molto più accessibili.
Sabato pomeriggio invece ho preso la nuova tangenziale a pedaggio Delhi- Gurgaon (gli scooter sono esenti) e sono andata all’Ambience Mall, il centro commerciale del colosso immobiliare DLF che vanta un chilometro di superficie calpestabile. Anche qui è stato impossibile vedere tutto, penso sia occupato solo una piccola parte. C’era poca gente, quasi nessuno nei negozi di marca, da Samsonite ai reggiseni francesi Etam. Mi sembrava ancora più luccicante, forse perché è totalmente circondato da cantieri edili. Dalle vetrate dell’ultimo piano si vede una pianura desolata bruciata dal sole che sembra quella del deserto dei Tartari se non fosse per le gru e per le baracche dei manovali. Qui avrò passato un paio di ore senza neppure accorgermene nei mega magazzini di Reliance Trends (abbigliamento), Reliance Digital (elettronica) e Reliance Time Out (libri, musica, video giochi e un bar interno). Va ricordato che il colosso Reliance di Mukesh Ambani (raffinerie) è la più grande società indiana e lui è uno degli uomini più ricchi del mondo, dipende dalla borsa che adesso è giù. Nella sezione video ho comprato un paio di dvd di film di Bollywood in hindi sottotitolati in inglese, tra cui “Krrish”, il Superman indiano. Forse avrei potuto farlo anche a Chandni Chowk tra le zaffate di smog e di spezie, tra lo strombazzare dei clacson e i mendicanti che si aggrappano al tuo braccio, con il sudore che ti cola dalla fronte e i sandali che affondano in una poltiglia di spazzatura, letame e scarti di cibo. Sì avrei potuto fare shopping anche lì, la prossima volta, magari…

Bombay, le meraviglie dello scompartimento per signore


Mumbai o Bombay come la chiamano ancora pochi affezionati è una città che amo molto. Forse perché non ci abito, mi ha detto un giorno un “mumbaite”. Nei tre giorni in cui sono stata per intervistare la direttrice di Grazia India e per visitare Film City, ho avuto occasione di prendere spesso il treno da Church Gate o dal Victoria Terminal, ribattezzato CST ovvero Chattrapatty Shivaj Terminal. Era la prima volta e già temevo di appendermi alla porta dal di fuori come ho visto tante volte alla televisione. Pare che ogni anno a Bombay 4000 pendolari muoiono cadendo tra i binari. Invece nulla di tutto ciò neppure nelle ore di punta. E’ un lusso però riservato solo alle donne. I primi vagoni sono infatti “ladies only”. E’ incredibile che, anche quando nel vagone a fianco sono come sardine, la separazione è rispettata. Come alla toilette, nessuno oserebbe entrare nella parte sbagliata.
Anche gli scompartimenti per sole signore sono affollati a volte, non c’è mai ressa come nel resto del treno. Non c’è la tensione di sentirsi pizzicare il sedere o palpare i seni. Anche quando si sta spalla a spalla, c’è un’atmosfera diversa, fatta di lunghe occhiate curiose e maliziose, ma con un senso di complicità di chi condivide il comune destino di abitare in una incasinatissima metropoli di 15 milioni di abitanti. Ci sono le signore della buona borghesia, studentesse, domestiche che hanno appena finito la giornata di lavoro e impiegate in “sari da ufficio” che tornano a casa da un marito o dai figli e che appena si siedono si addormentano con la testa che ciondola in avanti. Ai muri ci sono manifesti di corsi di arte domestica e di cucina dove si insegnano tutti i piatti regionali. Dopo un po’ il vagone profuma di gelsomino e di spezie. Ogni tanto sale una venditrice ambulante di fermagli per capelli e bindi che diventa subito preda dell’attenzione generale. Nessuno guarda dal finestrino un panorama che forse hanno già visto migliaia di volte. Non ho mai conosciuto donne più vezzose che le indiane. Nessuna di loro uscirebbe mai senza trucco o gioielli, come invece faccio io. Mentre andavo all’aeroporto (mezzora da Colaba a Santa Cruz e poi 15 minuti di risciò) è salito un cieco che vendeva astucci e kit per il cucito. Era da solo e teneva la sua mercanzia stretta sul petto. Con le mani ogni tanto controllava che ci fosse tutto. Le signore sembravano molto interessate. Due di loro hanno esaminato una bustina, controllato la cerniera, mentre altre frugavano tra la mercanzia. Sempre con l’aiuto delle mani, il venditore individuava l’oggetto richiesto e diceva quanto costava. Prima di scendere, ho visto una donna infilare nelle sue mani due banconote da 10 rupie in cambio dell’ astuccio che aveva esaminato prima. Lui le ha prese e lentamente le ha infilate nella camicia. L’ho osservato estasiata anche quando ero ormai scesa dal vagone per signore. Ladies only….

ULTIME: wi-fi all'ostello dell'Esercito della Salvezza a Bombay



Non ci credevo nemmeno io. Nell’ostello dell’Esercito della Salvezza di Bombay c’è internet wi fi. Nei dormitori, puliti e sicuri, a 150 rupie (meno di tre euro), colazione inclusa, c’è quello che secondo me non esiste neppure nel superfigo Hotel Taj Mahal che è qui a cento metri di distanza. Non immagino quante persone ne siano a conoscenza. Sono orgogliosa di dare questa notizia basilare per chi come me non si separa mai dal proprio notebook.
Dopo un viaggio epico di 16 ore da Janshi sono arrivata nell’umidità di Mumbai che devo dire mi piega più le gambe che gli over 40 gradi del nord dell’India. Oggi, di ritorno dall’isola di Elefanta, su una bagnarola che fa da traghetto, mi sono addormentata come un sasso. Mi sono ripresa con un caffè da Barista, che qui a Mumbai è già “Barista Lavazza”, ma che sembrava un congelatore tanto l’aria condizionata era a manetta. Colaba è piacevole, certo di domenica è meno incasinata. E’ veramente diversa l’atmosfera qui rispetto alla frenetica e aggressiva New Delhi. Sarà l’aria molle della baia oppure le foto di Shah Ruk Khan che tappezzano le edicole.

Orchha, dove si mangia la thali senza spezie

Orchha è uno di quei posti sorti dal nulla che vivono quasi esclusivamente di turismo. A pochi chilometri da Jhansi, sulla direttrice ferroviaria tra Delhi e Mumbai e punto di passaggio obbligatorio per la popolarissima Khajuraho, questo villaggio offre una piacevole pausa allo stremato viaggiatore. Internet cafè, massaggi ayuverdici, biciclette in affitto, qualche negozio di souvenir e cibo “continentale”. Ma con tutto il contorno di vacche e di puja nei templi. Tra i palazzi c’è quello dedicato mughal Jahangir, che dalla sua reggia di Agra, è venuto un giorno a Orchha a trovare il maharaja locale Bir Singh Deo, suo alleato favorito. Cosa non si fa per ingraziarsi i potenti! Per compiacere il potente mughal, Bir Singh Deo ha fatto pittare le stanze da letto con affreschi in stile Bundela che sono oggi tra i pochi affreschi rimasti più interessanti, a parte Ajanta.
Orchha è uno di quei posti in cui puoi far trascorrere le giornate senza accorgersi. Si può passeggiare lungo il fiume, dove i bambini si tuffano e gli adulti si insaponano oppure osservare le coppie di sposi giovanissimi che pronunciano il loro sì davanti al tempio rosa-dorato. Mi è capitato perfino di mangiare una thali completamente senza spezie a misura di palato occidentale. I baba ricoperti di fiori e di curcuma rossa davanti al tempio sembrano pagati dall’ufficio turistico del Madhya Pradesh…

Gwalior, le tigri impagliate e i talibani di Aurangzeb


Ogni tanto ho veramente l’impressione che viaggiare in India sia come entrare in un libro di avventure, come il Kim di Kipling, pieno di luci abbaglianti, di profumi di incensi e di manghi, delle urla della folla e di personaggi dai costumi incredibili come a teatro. Da piccola fantasticavo sull’Oriente misterioso, ma mai avrei creduto di finirci dentro nell’anno 2008.
Ho preso un treno per Gwalior, una delle città nobiliari, nello stato del Madhya Pradesh, ma nei secoli facile preda dei guerrieri islamici venuti dal nord e dei potenti maharaja venuti dal sud. Il suo massiccio forte, 10 chilometri di mura, che sorge su un altipiano, è stato conquistato e riconquistato decine di volte. Il marahaja Man Singh ci ha costruito nel 1500 un bel palazzo 1500 dai colori blu, giallo e verde sgargianti ancora in parte visibili. Sembra uno di quei castelli delle fate di Disneyland. La pietra arenaria, marrone chiaro di qui ben si adatta a essere lavorata. Dentro ci sono due cortili molto graziosi con pavoni, leoni e elefanti scolpiti. Il secondo piano, di sotto, dove c’è un pozzo, è stato trasformato in una prigione dai moghul. La leggenda dice che ci è morto Murad il fratello dell’imperatore Aurangzeb. Adesso è una stanza piena di pipistrelli. Ci sono poi molte rovine suggestive e un paio di templi dedicati a Visnù e Shiva, ma con le teste sfigurate dai “talebani” della “Santa Inquisizione” di Auranzeb che, a quanto pare andavano in giro per il Nord dell’India a demolire templi indù o a coprire con il cemento facce e nudità. Su un costone del forte ci sono delle mega statue di profeti Jain scolpite nella montagna, tipo Bamyam afghano, sfigurati anche quelli. Ad uno hanno ricostruito la faccia, ma con un naso schiacciato da negroide.
Il pezzo forte di Gwalior è il palazzo degli Scindia i signori venuti dal Maharshtra che per ultimi hanno conquistato la città resistendo ai britannici, il che non è poco. Ora sono una dinastia politica del Congresso. Il giovane Scindia è da poco entrato come ministro nel governo e quindi sta a Delhi.
Non ho capito di quali traffici vivevano, ma il palazzo riflette una certa opulenza. A parte i giganteschi candelabri, vetri di Murano, cineserie e una collezione di fucili mascherati da bastoni da passeggio, mi ha fatto un certo effetto la vetrina dei trofei di guerra, con gigantesche tigri imbalsamante e addirittura una testa di rinoceronte. E poi il trenino elettrico con sette vagoni, uno per ogni lettere di “scindia” per portare i brandy e i sigari sul tavolo da pranzo da cento posti.
Ma la chicca di questo primo giorno di viaggio è stato Suresh, un artista che abita a Delhi incontrato sul treno. Era diretto a Goa con la sua compagnia per fare uno spettacolo ad un matrimonio di gente ricca ovviamente. Per inciso Delhi -Goa sono quasi 35 ore di treno, se va bene, e lui si lamentava che non gli avevano pagato il viaggio in Ac, aria condizionata. Comunque la sua performance consiste nel ballare il kathak con nove vasi di terracotta sulla testa. Mi ha fatto vedere le foto di lui truccato come una donna con la pila di anfore, l’ultima con una candela accesa. In un curioso baule cilindrico alto un metro e mezzo, che è rimasto davanti alla mie ginocchia per le 4 ore del viaggio a Gwalior, trasportava gli attrezzi del mestiere. Se non è una favola questa….

Che ci fa una Ferrari tra i risciò?


L’altro ieri mi sono ritrovata con altri giornalisti a girare tra India Gate e il Forte Rosso con una Ferrari 612 Scaglietti. Non ci sono salita, ma sono stata davanti su una jeep scoperta in compagnia di una fotoreporter e due cineoperatori perché volevo vedere lo stupore sulla faccia della gente in strada. Mi sarebbe veramente piaciuto leggere nei pensieri di quelli che si vedevano sfrecciare la Ferrari di fianco. Il cavallino rampante è un marchio popolare anche qui. Lo si trova perfino sulle maglie e giacche contraffatte del mercato di Sarojini.
La casa di Maranello dal 25 febbraio sta facendo un “magic discovery tour” e Delhi era una delle ultime tappe prima di ritornare a Bombay per il gran finale. Di auto non ci capisco nulla, ma penso che la Ferrari non sia esattamente un gippone da Camel Trophy. E’ quindi un gran successo il fatto che finora, a parte qualche bucatura, abbia retto per circa 10 mila chilometri sulle strade indiane. I bolidi da strada di Maranello non hanno proprio nulla a che vedere né con le dissestate e polverose strade indiane, né con la gente che ci vive. Quindi apprezzo anche il coraggio di organizzare un evento promozionale del genere a cui hanno partecipato giornalisti di tutto il mondo a turni di quattro per ogni tappa. Anche se sono ideologicamente contraria alla cultura dell’auto - figuriamoci poi dell’auto come status simbol - non posso non riconoscere il valore della Ferrari come prodotto del made in Italy. Sono visceralmente contro l’automobilismo, la velocità e, in generale, i motori. Ma da quest’anno l’India partecipa alla Formula Uno grazie al re della birra Vijay Mallya che ha assunto il pilota italiano Fisichella. La Tata Nano sarà presto sulle strade, insieme alla Jaguar visto che ora hanno lo stesso padrone. Una settimana fa mentre rincasavo verso mezzanotte un enorme fuoristrada a folle velocità si è ribaltato a Golf Links dopo essersi schiantato contro un palo della luce. Dai finestrini, con i vetri oscurati, sono usciti tre ragazzi ridendo allegramente. Per fortuna non si sono fatti nulla, ma l’andazzo è questo anche qui a Delhi, se non hai un macchinone sotto il culo non sei nessuno.

ULTIME: Primo black out di stagione (durante gli exit polls)

Stavo ascoltando via internet la diretta elettorale su Rai Uno e leggendo di un convegno giovedì prossimo sulla cooperazione tra India e Italia nelle nanotecnologie, quando la corrente ha cominciato a dare di matto. Sembrava la casa degli spiriti, la luce si affievoliva e poi ritornava abbagliante. Gli stabilizzatori di tensione, che per fortuna facevano il loro lavoro, facevano tic tac in continuazione. La voce di Gasparri, intervistato in quel momento, è diventata un rantolio digitale prima di cessare per sempre. Requiem da exit polls. I cani fuori si sono messi a latrare. Una lampadina non ce l’ha fatta ed è scoppiata. Sono riuscita a disconnettere il telefonino dal caricatore appena in tempo. Un ultimo tenue bagliore e come se avesse esalato l’ultimo respiro la casa è sprofondata nel buio e con essa tutto il quartiere. Il silenzio assoluto è durato per pochi istanti poi sono partiti alcuni generatori ma in lontananza.
Per fortuna il caldo è ancora sopportabile. Non ho acceso ancora l’aria condizionata in casa, io sono al piano terra. mentre l’inquilino del secondo piano l’ha già fatto. Però avevo acceso il ventilatore a soffitto e, in effetti, adesso ne sento la mancanza. L’unica fonte di luce è lo schermo azzurro del portatile sui cui continuo a scrivere.
Con l’estate è arrivata anche la stagione dei black-out. Nonostante le promesse, a New Delhi la domanda di corrente continua a superare l’offerta, almeno così si dice, e quindi ogni tanto, scatta il razionamento. Ormai ci siamo abituati, dico “noi” immigrati da lunga data, Chi ha il gruppo elettrogeno, chi un “inverter”, delle grosse batterie che reggono sei o sette ore. La domanda di corrente sta crescendo anche perché cresce la popolazione, anche se molti uffici sono ora nelle città satelliti di Gurgaon e Noida. Sono però convinta che il problema sta nelle infrastrutture, nella rete di distribuzione che è in condizioni penose. E’ un dato di fatto, anche se non se ne parla molto, di certo non ai convegni sulle nanotecnologie, Non so quanto durerà il black-out, forse un’ora o forse due. Così al buio e silenzio cosi alche le elezioni in Italia diventano un fatto del tutto insignificante.

PS La corrente è ritornata alle 4 di notte. Sono stata accecata dalle luci che avevo dimenticato di spegnere.

Ho votato davanti all'impiegato delle poste di Lodhi Road


Per una curiosa coincidenza mi sono arrivate nello stesso giorno per posta le schede per le elezioni della Camera e del Senato italiani e l’invito a votare per i membri del comitato del quartiere di Safdarjung Enclave dove abito. Lo so che non c’entra nulla ma è veramente buffo. Innanzitutto continuo a provare un certo imbarazzo a ritrovarmi in casa le schede elettorali anche se, come residente all’estero, avevo già votato per corrispondenza due anni fa quando è stata introdotta la legge Tremaglia. Abituata a votare nell’intimità e segretezza della cabina elettorale, il fatto di poter tenere le schede sul tinello di casa o attaccate al frigorifero mi sconvolge. Quando mi sono arrivate, in una busta dell’ambasciata, c’era con me Vani, una ragazza indiana che sta imparando l’italiano. Le ho mostrato i due pezzi di cartoncino colorato che odoravano ancora di stampa, l’inconfondibile odore delle schede appena uscite dalla Zecca. “Ecco noi votiamo così, facciamo una croce su uno di questi simboli”. In India c’è il voto elettronico, si schiaccia un bottone su una macchinetta che fa “pip” e poi lo scrutinatore ti fa un segno con un inchiostro indelebile all’attaccatura dell’unghia di un dito. Ho visto nei suoi occhi un’espressione di totale stupore. Poi mi ha detto: “ma voi italiani non avete paura che qualcun altro usi le schede?”. Ci ho pensato un po’ su. In effetti non ha tutti i torti.
Io ho votato il giorno dopo davanti all’ignaro impiegato della posta di Lodhi Road e poi seguendo le istruzioni ho messo le schede in una busta bianca e quest’ultima in un'altra busta gialla già affrancata con un francobollo da 10 rupie insieme al tagliando elettorale. Nel collegio elettorale di Delhi hanno votato così 200 connazionali.
Le votazioni dei componenti della Safdarjung Enclave Residents Welfare Association (blocco A2) si terranno invece domenica 27 aprile dalle 10 del mattino all’una a casa del presidente, il signor R.G. Khullar. Si tratta di eleggere un presidente, un vicepresidente, due segretari e un tesoriere. Le candidature dovranno essere presentate in busta chiusa entro il 16 aprile. I residenti che non sono in regola con le quote associative non possono votare. Mi ha poi colpito l’articolo 4 del regolamento elettorale che recita: “Nel giorno del voto gli outsiders e non-membri non potranno entrare nei locali dove si svolge l’elezioni”. Insomma, altro che voto per corrispondenza…

Ritiro tutto, ma non querelatemi!


Minacciata di querela per diffamazione da un legale di Quattroruote, ritiro immediatamente il mio post del 10 febbraio scorso e rivolgo le mie più sentite scuse al Signor Gianluca Pellegrini e a tutti i suoi colleghi della redazione. Oltre che non ho ricevuto il compenso pattuito per un servizio fotografico che mi avevano ordinato, ci mancherebbe solo che adesso debba pure pagare i danni! Però, che bello sarei penso la prima blogger querelata…
Per dovere di informazione, ecco l’ingiunzione ricevuta via e mail da Stefano Benetti Genolini, della Direzione affari legali dell’Editoriale Domus S.p.A.

"Nel merito di quanto da lei pubblicato, ci preme segnalarle quanto segue.
- Gli aggettivi da lei utilizzati nel titolo per qualificare il nostro giornalista Gianluca Pellegrini e nel testo dell’articolo per definire i giornalisti, facilmente identificabili come quelli facenti parte della redazione della nostra testata Quattroruote, sono calunniosi e gravemente diffamatori.
- Da quanto in nostro possesso, si evidenzia come la rappresentazione dei fatti inerenti i suoi contatti con la redazione di Quattroruote da lei descritta nell’intervento non sia reale e sia funzionale unicamente al perseguimento dei suoi fini calunniosi e diffamatori.


Per quanto sopra, riservandoci comunque ogni ulteriore azione, la invitiamo a togliere con la massima urgenza dal titolo la parte “e il fetente di Pellegrini” e dal testo il seguente brano:
“Un tale Gianluca Pellegrini che lavora al mensile Quattroruote me lo aveva richiesto con tanto servizio fotografico che purtroppo ho già pagato. Nonostante le promesse non lo ha mai messo in pagina (sono vent’anni che faccio questo mestiere e mi faccio ancora gabbanare dagli strapagati miei colleghi-culi di pietra)”

Siccome poi - oso pensare - esiste ancora la libertà di espressione vorrei tuttavia ribadire quanto successo: ho inviato un pezzo con foto sui "50 anni dell'Ambassador" al signor Pellegrini che me lo aveva ordinato dopo aver concordato un prezzo di 500 euro. Non è mai stato pubblicato senza alcuna spiegazione e non mi è mai stato retribuito. Purtroppo io non ho avvocati per difendermi. Sono iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio, nell’elenco professionisti, ma sono free-lance e a Delhi. Vivo del mio lavoro e cerco, in linea di massima, di rispettare il lavoro altrui.

Basta con la Festa Nazionale a marzo


Ebbene sì, ho boicottato la Festa Nazionale della Repubblica Italiana che si teneva oggi 27 marzo nel giardino dell’ambasciata italiana di New Delhi. Non me ne abbia l’ambasciatore Armellini, che stimo molto, ma quest’anno ho deciso di dire basta. Dopo 5 anni ho marcato visita. Forse non si è neppure notato. Ho ricevuto una sola telefonata di un invitato che si chiedeva dove ero tra le 12.30 e le 14.30 quando si teneva il ricevimento. Dunque perché questo boicottaggio, tra l’altro condiviso anche da altri connazionali da me sobillati? Ecco: non mi va più di festeggiare a marzo l’anniversario della proclamazione della Repubblica avvenuta il 2 giugno del 1946. Mi sembra completamente fuori luogo e anche difficile da spiegare ai miei compatrioti che non sanno neppure della ricorrenza di giugno…. Avendo chiesto più volte il motivo dell’anticipo di ben tre mesi della Festa Nazionale – caso unico solo in India – ho ottenuto ogni volta una diversa risposta dal diplomatico di turno. La prima ragione è che il 2 giugno “fa troppo caldo”, il che è anche vero perché è il periodo più torrido dell’anno con punte di 45 gradi di giorno e poco meno di sera. Non si spiega però perché gli americani (4 luglio) e i francesi (14 luglio) festeggino le loro indipendenze in sintonia temporale con le rispettive madrepatrie. “Però loro organizzano il ricevimento al chiuso di un hotel e invece noi all’ambasciata abbiamo un bel giardino ed è un peccato non utilizzarlo” mi disse una volta un diplomatico. Ma neppure questo non mi convince. Altra spiegazione è che il 2 giugno “se ne sono andati tutti in Italia per le vacanze estive”. Anche in questo caso è solo parzialmente vero visto che le scuole, come quella francese, sono aperte fino al 15.
Il bello è che quest’anno, per la prima volta, non si è neppure rispettata la tradizione di anticipare al 15 marzo (chissà perché proprio il 15) come gli anni precedenti, almeno per quelli in cui sono qui io. E in più, altra clamorosa innovazione, per la prima volta il ricevimento si è tenuto durante l’ora di pranzo (e non a cena come era consuetudine). Problemi di budget della Farnesina? O forse per l’Italia ora è meglio tenere un profilo basso visto che siamo senza governo? Oppure il personale dell’ambasciata sta facendo le nottate per spedire le schede elettorali in tempo?

Dharamsala, i tibetani guerriglieri e i monaci con l'I-phone


Ogni volta che vado a Dharamsala c’è qualcosa che non mi convince. Questa ex guarnigione britannica e meta vacanziera alle pendici dell’Himalaya, è da ormai mezzo secolo la capitale amministrativa del Tibet dopo che l’India ha dato rifugio e assistenza al Dalai Lama fuggito nel 1959 alla repressione cinese a Lhasa. “Sua Santità” vive sul punto più alto della vallata, nella borgata di McLeoganj, dove sorge anche il tempio principale. Per tutti i tre giorni della mia permanenza, le strade del paese sono state percorse da mattina a sera da monaci e residenti che urlavano a squarciagola in hindi “Free Tibet”, “Viva il Dalai Lama”, “Abbasso Hu Jintao”. Tutti i negozianti e i ristoranti gestiti da tibetani erano chiusi. Sui muri e appesi ai balconi c’erano le immagini abbastanza raccapriccianti di corpi insanguinati traforati da proiettili. Le prove tangibili della repressione cinese. Mi sembrava la “Via Crucis dei tibetani”, visto che era anche il periodo pasquale.
Il Venerdì santo erano anche comparse le bandierine americane perché arrivava la speaker democratica Nancy Pelosi. Penso sia l’unico posto al mondo, al di fuori degli Stati Uniti, in cui qualcuno spontaneamente, senza doveri di protocollo diplomatico, abbia sventolato la bandiera a stelle e strisce. Si sa che gli americani, Hollywood e Richard Gere, sono tra i primi supporter della causa tibetana. La cosa insospettisce un po’. Però, d’altra parte, meno male che ci sono almeno loro. Sul “Times of India" di oggi un lettore, commentando un editoriale critico verso il Dalai Lama, scrive: “Il Mahatma Gandhi non è andato negli Stati Uniti o in nessun altro Paese per lottare per l’indipendenza dell’India. Qui in India i tibetani sono rifugiati da decenni. Hanno tutto gratis alle spese degli indiani. Soltanto non hanno il diritto di contestare la Cina. Se vogliono, lasciamoli andare in Tibet a continuare da lì la loro lotta per la libertà”. Non so se questi sono i sentimenti della maggior parte degli indiani, certo che fa riflettere.
Una di queste sere a McLeoganj, in un affollato ristorante indiano, stavo aspettando un pollo tanduri, quando al mio tavolo si è seduto un giovane che era appena arrivato da Delhi. Mi ha detto che due giorni prima mi aveva visto fare delle foto a una manifestazione davanti al Jantar Mantar. Vive a Pokara, in Nepal, ed è un medico. Era scosso. Mi ha confessato che la sua ragazza, che abita a Dharamsala, l’aveva piantato dopo 4 anni. Poi abbiamo parlato del supporto degli Usa al Dalai Lama. “Mio padre era un guerrigliero negli anni Sessanta – mi ha detto – quando la Cia ci dava soldi e armi per combattere. Vogliamo lo stesso adesso dall’Europa o dagli Stati Uniti. Vogliamo fare cosa quelli di Al Qaeda fanno contro gli americani”. Interessante, eh? Povero Dalai Lama, vecchio monaco ridanciano, e il suo appello alla non violenza e al diritto di Pechino di ospitare le Olimpiadi. Già quando ero andata a Dharamsala l’ultima volta, due anni, fa avevo avuto la sensazione che i giovani fossero stufi del famoso “middle path”, l’approccio moderato che non rivendica l’indipendenza del Tibet, ma solo “autonomia”. Adesso ne ho avuto la conferma.
Ci sono anche altre cose che non mi convincono. I monaci che per esempio hanno gli ultimi modelli di telefonini e di I-Pod. Ma come fanno a permetterseli e a cosa servono? Mentre eravamo sul bus di ritorno a Delhi, mia figlia, che ne capisce qualcosa più di me, mi faceva notare un i-Touch Phone che un monaco aveva tirato fuori furtivamente da sotto la tonaca.
Un altro elemento che mi lascia perplessa è la presenza sulle bancarelle di McLeoganj di prodotti “Made in China”, tipo souvenir, scarpe e giocattoli. Ma come è possibile??? Capisco che oggi è impossibile boicottare i prodotti cinesi…richiamo di andare in giro come Adamo e Eva…ma almeno un po’ di decenza!

Chiamami Peroni...ecco la Delhi da bere


Due giorni fa mi trovavo a sorseggiare una birra Peroni Nastro Azzurro alla fashion week di Delhi. La birra ex italiana figura tra gli sponsor delle sfilate che si tengono nella fiera del Pragati Maidan. La si trova nello spazio allestito dal ristorante “Olive Beach”, uno dei più trendy della capitale che è di solito frequentato dai belli e famosi di Delhi. Mentre parlavo con lo chef Giuliano Tassinari mi sono ricordata della Milano da bere degli anni Ottanta, quella dei nani e delle ballerine, delle mutande griffate e dei “lei non sa chi sono io” davanti ai locali di Brera.
I nouveaux riches sono uno dei sottoprodotti della nuova India emergente e sono oggi i più coccolati dalle multinazionali del lusso che dopo la sbornia consumistica in Occidente puntano ai grandi mercati di Cina e India. La fashion week di Delhi è in teoria un evento di business, dove gli stilisti indiani mostrano le loro collezioni ai buyers internazionali, ma in realtà è anche una vetrina per il bel mondo. Intorno a me c’erano raffinate ragazze in fuseaux e tacchi a spillo, non bellissime, ma decisamente sofisticate nella scelta degli accessori. Purtroppo non sono più a Milano da tempo e temo di essere fuori dal giro dei modaioli. Però ho notato un’invasione di occhiali Dolce e Gabbana e una varietà di strane e coloratissime scarpe maschili. C’era anche qualche straniero estroso, un sudafricano vestito con un sari che davanti alle telecamere decantava la comodità degli abiti senza cuciture. Chiaramente tutti con i telefonini ben in vista e pronti a fare dei grandi cenni con le mani per richiamare lo sguardo di persone all’altro capo della sala. L’importante è “esserci”, non “essere” in queste occasioni che sono seguite da decine di televisioni e giornali per i cinque giorni delle sfilate. Quest’anno poi c’è stato anche il mini scandalo del seno scoperto della modella straniera Debbie, a cui è scivolata una spallina di un abito da sera di Rajesh Pratab Singh. Non penso altro evento abbia una così vasta copertura sui media indiani a parte Bollywood, il cinema indiano che è anche questo completamente staccato dalla realtà. La fashion week, come Bollywood vende sogni alla maggioranza degli indiani fuori dalle passerelle del Pragati Maidan e che con una birra Peroni campano per un mese. A proposito. Non mi ricordavo più il suo gusto, un po’ amarognolo, per chi come me è abituato alla Kingfisher, l’onnipresente birra del magnate Vijay Mallya, proprietario di una compagnia aerea e ora anche di una scuderia di Formula Uno che ha ingaggiato Fisichella. Chissà che il martin pescatore Kingfisher non arrivi prima o poi alla fashion week di Milano….

Le capanne di Carlito e le testuggini di Galgibaga

Sono stata negli ultimi dieci giorni a zonzo tra le spiagge di Goa, ex colonia portoghese, ex ritrovo degli hippies e purtroppo ex paradiso naturalistico. Oddio, non tutto è andato perduto. L’impronta portoghese è ancora evidente nelle chiese immacolate, negli stretti tailleur delle signore e nell’atmosfera un po’ retrò che penso neppure a Lisbona si trovi più. Non è raro trovare anche qualche goano nostalgico che afferma che si stava meglio quando si stava peggio, ovvero sotto il Portogallo che ha perso le sue colonie indiane solo nel 1961. Sono rimasti anche i figli dei fiori tra Anjuna e Vagator con il corollario di chilum, falò sulla spiaggia e i racconti sciamanici di Castaneda. E, per fortuna, la spazzatura non ha completamente ricoperto spiagge e fiumi. C’è ancora qualche angolo tropicale incontaminato.
Goa rimane il posto di mare più bello dell’India e devo ammettere che sta resistendo bene anche all’onda d’urto del boom economico. Forse per poco, dicono alcuni, che temono la cementificazione delle coste e l’arrivo del turismo di massa. Si narra che la mafia russa abbia comprato intere baie per riciclare il denaro sporco. Si narra anche che i tour operators e le grandi catene alberghiere vogliano aprire mega resorts con campi da golf e piscine stile caraibico. Per ora non è avvenuto nulla di tutto ciò. L’ultimo cinque stelle è l’Intercontinental Hotel, aperto 4 o 5 anni fa e che occupa un intero litorale. Più a sud del complesso, dopo il villaggio di pescatori di Talpona, c’è Galgibaga, o Turtle Beach, così chiamata perché è una delle spiagge dove nidificano le testuggini Olive Ridley, che sono in via di estinzione. Da novembre a marzo queste testuggini giganti nottetempo depongono dalle 40 alle 50 uova in buche che scavano sulla spiaggia. Sono piccole come quelle delle galline, ma più gelatinose. I nidi sono poi recintati e sorvegliati da alcuni guardiani pagati dalla municipalità e qualche volta anche da volontari del WWF. Mentre l’anno scorso c’erano 18 nidi, quest’anno ce ne sono solo tre. L’ultima testuggine è arrivata il 26 febbraio. Perché? Azzardo una spiegazione. Approfittando dell’arrivo di nuovi turisti, in “fuga” dalle ormai troppo affollate spiagge di Palolem e di Agonda, alcuni pescatori hanno costruito delle capanne di bambù, dei “coco-hut” come vengono chiamate, nella pineta davanti al litorale. Anche se molto discrete, sono aumentate le presenze sulla spiaggia “protetta. Con un po’ di senso di colpa anch’io ho passato un paio di giorni da Carlito, un simpatico ometto, che abita davanti al mare e che gestisce un piccolo ristorante. Di fianco a casa sua ha costruito un paio di capanne che affittava a 300-400 rupie. Quando sono tornata a trovarlo, una settimana fa, Carlito stava smontando i suoi coco-huts. Le autorità locali, il “panchayat”, gli aveva revocato l’autorizzazione stagionale. Lui dice che un nuovo componente del consiglio di villaggio, appartenente al partito Bjp (la destra indiana) si era opposto a questo nuovo "business alberghiero". “Non capisco – mi ha detto Carlito che ha già presentato ricorso – perché noi di Galgibaga non possiamo avere huts mentre quelli di Morjin o di Agonda hanno i permessi. Anche quelle sono spiagge dove nidificano le tartarughe”. Mi dispiace per Carlito, che ha perso una fonte di reddito, ma per Goa e per le testuggini forse è meglio così. Ed è anche la dimostrazione che in India, tutto sommato, funziona un sistema di regole e di controlli. Goa non diventerà la Thailandia, almeno per ora.

L'arte di mettere le pezze


Approfittando della prima giornata di caldo dopo settimane di brezza himalayana, sono andata oggi ad un mercatino vicino a casa mia sulla Ring Road nei pressi del grande ospedale di Safdarjung Enclave. Non è un posto per lo shopping, diciamo tipo suq arabo, come il mercato di Sarojini, dove si trovano le firme della moda taroccate e che è proprio lì vicino. Ma è una sorta di centro commerciale ante litteram dove puoi trovare tutto o quasi tutto. Per esempio io ho cambiato l’olio allo scooter, poi ho comprato un copri-telefonino, ho fatto la ceretta alle gambe e per finire ho fatto mettere una toppa a dei vecchi jeans di mia figlia. Ecco, è sulla toppa che forse gli economisti potrebbero ispirarsi per capire come è possibile, per esempio, che con un bikini usato di Nicole Kidman siano riusciti a comprare ben nove vacche per altrettante famiglie indiane povere. C’è evidentemente qualcosa che non funziona.
Gli indiani sono accusati spesso di essere confusionari e approssimativi, eccetto quando programmano i computer, dove paradossalmente è richiesta proprio una precisione matematica. Nella “sartoria” dove sono stata lavoravano quattro persone, il “titolare” che stava tagliando la stoffa per delle camicie, un giovane aiutante, forse suo figlio e due impiegati chini su vecchie macchine da cucire a pedali, forse un modello ancora precedente a quello che ho visto usare da mia nonna. Dopo aver visionato i jeans strappati al ginocchio e la pezza da inserire, il sarto ha ordinato a uno dei due “cucitori” di eseguire il rappezzo e mi ha fatto sedere su uno sgabello lì vicino. Il ragazzo era magrissimo, forse un immigrato del Tamil Nadu perché era molto scuro di pelle. Non penso sapesse l’inglese e probabilmente nemmeno l’hindi. Mi ha colpito l’attenzione estrema con cui maneggiava il tessuto e l’abilità nello scucire i pantaloni su un lato per far passare il tessuto sotto l’ago e cucire tutt’intorno la pezza. Era concentratissimo. L’operazione è durata un quarto d’ora ed è stata a regola d’arte. Perfetta. Ha sollevato la testa solo quando ha finito, ma appena un istante, poi ha cambiato il filo nella spoletta e ha ripreso il lavoro interrotto prima. Il “padrone” mi ha fatto notare un orrendo rammendo sul didietro fatto da me un po’ di tempo fa e poi mi ha chiesto 20 rupie (35 centesimi di euro circa). Me ne sono andata con i miei jeans rattoppati e la sensazione di aver assistito a qualcosa di straordinario. Boh, non saprei. Forse perché la mia generazione di baby boomers non ha mai imparato a usare la macchina da cucire o forse perché in Italia i “sarti del quartiere” non c’erano più quando sono nata. Oggi i sarti italiani non mettono le pezze. Ma gli indiani sì, e sono anche bravi.

I 50 anni dell 'Ambassador, un mio pezzo inedito


Questo è il racconto inedito di un mio viaggio nel sud dell’India al volante di una Ambassador, la mitica auto indiana che l’anno scorso ha compiuto i 50 anni di produzione. E' la più longeva al mondo. Il pezzo scritto nel marzo del 2007 non è mai stato pubblicato da Quattroruote che me lo aveva richiesto.

Da 50 anni è la regina delle strade dell’India. L’Ambassador, l’auto nata da un modello dell’inglese Morris Oxford, continua a essere il simbolo su quattro ruote nella terra dei Maharaja. Come il Taj Mahal e le vacche sacre la vecchia “Amby” è parte dell’identità nazionale che sopravvive nei taxi e nelle auto governative. Viaggiare al volante di un’Ambassador è un po’ come andare a ritroso nel tempo di un’India appena emersa dal colonialismo britannico. Uscita dalla fabbrica bengalese dell’Hindustan Motors nel 1957, la prima casa automobilistica voluta dal pioniere dell’industrializzazione Birla, con il nome di Landmaster, oggi è una delle auto più longeve al mondo. All’inizio fu definita la “Roll Royce dei poveri” o “la limousine dell’India”. Adesso con la concorrenza straniera e l’arrivo dei nuovi yuppies, è come un aristocratico dinosauro con le ruote, ma ancora agile e potente sulle polverose e sconnesse strade indiane. In circolazione ce ne sono ancora 600 mila, mentre le vendite annue si assestano sulle 15 mila, per il 65% destinate al trasporto pubblico, per il 20% al governo e per il resto ai privati. Gli ultimi modelli hanno accentuato ancora di più gli elementi “retrò”, aggiungendo alcune innovazioni come il motore giapponese Isuzu o il servosterzo. Ma nella realtà quotidiana l’Ambassador è ancora quella con il sedile unico davanti, dove ci si siede comodamente in tre e con le immancabili tendine di pizzo ai finestrini.
In occasione delle celebrazioni del Cinquantenario, l’Hindustan Motors ci ha invitato ad una “prova su strada” in un viaggio di 9 giorni e oltre 2000 chilometri alla scoperta del Sud dell’India al volante di un modello Grand, 2000 cc, versione diesel. L’avventura è partita da Cochin, antico porto del Kerala, famoso fin dai tempi di Vasco de Gama. Attraverso le backwaters, 900 chilometri di canali navigabili, abbiamo esplorato i villaggi dove la vita ruota intorno alla lavorazione delle fibre di cocco e dove le strade sono strisce di terra battuta costeggiate dalle “chinese fishing nets” e da piantagioni di banane, manghi, caucciù e risaie. Dove chiese, moschee e templi induisti sorgono uno accanto all’altro in armonia. Non a caso questo è il God’s Own Country, il Paese che appartiene a Dio, come è scritto sui cartelli stradali. Lasciando la costa e proseguendo a est siamo entrati nel Karnataka attraverso la catena del Western Ghats. E’ stato il primo test in salita per la
“Golden Jubilee Car”. Ondeggiando e clacsonando lungo un tornante dopo l’altro, tra carretti trainati da buoi con le corna colorate, scimmie e processioni di sadhu, siamo giunti a Mysore, la capitale dell’incenso e del legno di sandalo. Dopo una sosta davanti al palazzo indo saraceno del Maharaja locale, “Amby”, come è affettuosamente chiamata dagli indiani, ci ha portato buca dopo buca nell’India “profonda” delle campagne, al di fuori delle rotte turistiche, dove il tempo si è fermato nelle immagini delle danzatrici scolpite nei templi di Belur e Halebid. Alla media dei 60 chilometri orari e mettendo a dura prova gli ammortizzatori, uno dei punti forti dell’Ambassador, siamo finiti quasi per caso nel luogo più sacro ai giainisti, una setta contemporanea al buddismo che segue uno stile di vita in pieno rispetto con la natura. E’ Sravanabelagola dove si trova la gigantesca statua monolite del dio Gomateshvara che risale al III secolo DC. Dopo una giornata di viaggio e alcune soste nei “chai wala”, rudimentali negozi dove si beve il tè aromatico con il latte e si mastica “paan”, un involucro di foglie di betel e spezie inebrianti, l’Ambassador può finalmente ingranare la quinta. Siamo di nuovo sulla costa del mar Arabico sulle spiagge dorate di Gokarna, città sacra per i bagni rituali ed ex meta degli hippies negli anni Settanta, ancora oggi paradiso dei fricchettoni di tutto il mondo. Per l’Ambassador è arrivata l’ora della “puja”, la cerimonia di benedizione con fiori, curcuma rossa e latte di cocco prima di raggiungere la tappa finale a Goa, ex colonia portoghese, oggi la Rimini di un’India che sta cambiando velocemente. Ma dove la cinquantenne Ambassador è ancora la protagonista.





La spocchia di Padoa Schioppa




E’ da un po’ di giorni che mi ronzano in testa le parole dette dal portavoce dell’ex ministro delle finanze Tommaso Padoa Schioppa il quale si trova a New Delhi nella sua veste di capo del comitato più importante del Fondo Monetario Internazionale. Volevo sapere del programma e del perché della visita. Quindi ho chiamato al telefonino Carlo Maria Fenu, il suo portavoce, il quale mi aveva già scritto abbastanza perentoriamente in una mail che “il ministro di solito non rilascia dichiarazioni ufficiali al di fuori delle occasioni ufficiali e non rilascia dichiarazioni a margine degli incontri”. Quindi “escludeva che vi potessero essere occasioni di incontro”. Va beh. Però, ho pensato io, magari può interessare ai lettori italiani perché Padoa Schioppa o ancora meglio il moribondo FMI abbia deciso in questo momento di venire a consultarsi con il ministro delle finanze indiano Chidambaram, che - per inciso – era candidato a ricoprire lo stesso incarico, ma è stato silurato perché troppo scuro di pelle. Quindi ho chiesto il motivo della venuta. Evidentemente seccato da tanta stupidità, Fenu mi ha risposto: “ma lei non parla con i suoi colleghi italiani?”. E’ vero, io non ho mai scritto di Padoa Schioppa (non so neppure se ci vuole il trattino) e non leggo regolarmente i giornali italiani, anche perché non ho la fortuna di avere la “mazzetta” come i miei colleghi in redazione. E poi comunque preferisco leggere i quotidiani indiani per fare bene il mio lavoro. E purtroppo con i colleghi ci parlo anche poco, vuoi perché loro sono sempre di fretta o per via del fuso orario. Sono arci-sicura che in Italia tutti sanno che Padoa Schioppa, come presidente del Comitato Monetario e Finanziario, si consulta regolarmente con i responsabili delle finanze di tutto il mondo. E magari sanno anche il perché.
Ma arrivo al punto. Dopo sei anni in India, comincio ad avere la netta sensazione di allontanarmi dal mio Paese. Continua a rimbombarmi la frase: “Ma lei non parla con i suoi…”. Non vedo tra i leader e i decision-makers indiani tutta questa spocchia e arroganza. In questi giorni a Delhi, ci sono quattro o cinque premier, un paio di premi nobel, tra cui il nostro Rubbia, giornalisti della BBC del calibro di Nik Gowing e una valanga di altre personalità. Oggi ho parlato con il portavoce del presidente delle Maldive, che non saranno nel G8, ma qualcosa contano se non altro perché stanno per affondare e poi con la scrittrice Taslima Nasreen, isolata in una località segreta per le minacce degli integralisti. Domani ho un appuntamento per intervistare l’ex presidente elvetico Moritz Leuenberger. Lo stesso Chidambaram, un po’ di giorni fa, ha invitato a casa sua i giornalisti ed è uno dei leader indiani più accessibili (magari poi non dichiara nulla). L’unica, nella sua torre d’avorio, inespugnabile dal punto di vista mediatico, è l’italiana Sonia Gandhi. Chissà perché.

E se il Mahatma avesse avuto un blog?




Al Gandhi National Museum, tra i denti cariati e le sputacchiere del Mahatma, ci sono in una bacheca anche i proiettili sparati il 30 gennaio del 1948 dalla pistola del militante estremista Nathuram Godse. Un cartello recita: “One of the bullets who took away Bapu from us”.
Bapu, papà in dialetto, è come chiamano gli indiani l’apostolo della non violenza. Oggi in India si è celebrato con la solita retorica il 60esimo anniversario della morte di Mohandas Karamchand Gandhi. A parte essere un “dry day”, niente alcol, l’evento è stato ricordato celebrato con una valanga di editoriali e trasmissioni televisive.
Stasera il canale CNN-IBN chiedeva ai suoi telespettatori di rispondere via sms al quesito: il Martirio di Gandhi è stato inutile? Sì per il 60% dei telespettatori che pensano che l’India moderna abbia dimenticato gli ideali gandhiani di convivenza religiosa, di rispetto dei più deboli e di vita frugale. I moti del Gujarat, l’arrivo delle multinazionali, il consumismo e perfino il recentissimo scandalo del racket dei reni dimostrano che Bapu non è riuscito insegnare proprio nulla ai suoi concittadini. La televisione intitolava il suo speciale “In cerca di Gandhi” e, significativamente, mostrava in diretta la famiglia Godse riunita in salotto intorno alle ceneri dell’assassino del Mahatma che fu poi condannato e impiccato. Perché lo uccise? Perché non poteva sopportare che la Madre India perdesse la costola del Pakistan e perché, da bramino rappresentante della classe media, non sopportava le prediche di quel “fachiro mezzo nudo” come lo chiamava Churchill. In un editoriale oggi leggevo che anche oggi la nuova classe emergente indiana guarda con ostilità al Mahatma. La sua visione profondamente anti global, di autosufficienza economica e di rifiuto del progresso non avrebbe permesso certo all’India di tirarsi fuori dalla miseria. La filosofia gandhiana è dunque utopica. Ma rimane intatta la forza rivoluzionaria del suo messaggio sulla non violenza e ricerca della verità come guida per l’essere umano. In fondo era dal “porgi l’altra guancia” di Gesù Cristo che nessuno diceva cose del genere: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. Chissà se Bapu avesse avuto un blog….

Ma Sarkozy era brillo?



Il presidente Nicolas Sarkozy ha parlato oggi alla CII, la Confindustria Indiana, da una sala di un hotel talmente piena che hanno dovuto “trasmettere” il discorso in un altro locale adiacente per ospitare tutti. Sarko viaggia con una mega delegazione di 300 persone, tra cui decine di giornalisti. Ma anche quando era venuto Ciampi non si scherzava in quanto a italiani. Mentre stamane, con il premier Manmohan Singh, Sarkò aveva il viso un po’ stanco e decisamente annoiato, nel pomeriggio davanti alla platea degli industriali era frizzante come una bottiglia di champagne appena stappata. E’ vero che aveva davanti a se in platea Lakshmi Mittal, il re dell’acciaio e al fianco Kamal Nath, il dinamico ministro del commercio degli esteri indiano tornato apposta da Davos per qualche ora (ritorna stasera al forum).
Consegnando con un gesto plateale il foglio con un discorso ad un collaboratore prima di salire sul palco, Monsiuer le President ha parlato a braccio, in francese ovviamente. Sarà un' impressione, ma a me pareva perfino un po’ brillo. Ogni tanto la bocca si contorceva in una smorfia e gesticolava troppo per un francese. E’ la prima volta che lo sento dal vivo, ma mi sembrava che alcune uscite fossero un po’ azzardate, più da comizio o meglio da osteria. Sarkò ha toccato le corde degli indiani quando ha detto che l’India merita “giustizia” perché non fa parte del G8 e del Consiglio di Sicurezza Onu e che la Francia si batterà al suo fianco contro l’ingiustizia dell’esclusione indiana, cinese, sudafricana e messicana…Applauso scrosciante. Nessuno si era mai spinto tanto con l’India, nemmeno gli ex colonialisti britannici - Gordon Brown era qui solo tre giorni fa - o i nuovi “amici” americani.
Boh, che vorrà in cambio Sarkò che l’ex presidente della CII ha maliziosamente definito “pieno di vigore giovanile”? Il mio vicino di posto, un consulente indiano di Carrefour, lo ha scrutato per tutto il tempo, anche perché forse non capiva il francese. Poi ha detto ammirato: “si tiene davvero in forma, sembra più giovane dei suoi anni…”. Inutile, Sarkò può dire quello che vuole, tutti vedono in lui solo il riflesso di Carla Bruni, il cui fantasma aleggiava nella sala in versione desnuda con stivali di cuoio come la foto pubblicata ironicamente oggi sui giornali.

OBITUARY - Pierino Coggiola, pescatore e anti global

Voglio fare il necrologio di mio zio, Pierino Coggiola, che è mancato all’età di 91 anni all’ospedale di Chivasso dopo un’agonia di alcuni giorni. Da alcuni anni si trovava in ospizio di lusso che si pagava grazie alla pensione e ai risparmi di una vita di stenti e di rinunce. Sua moglie, una donna bellissima con un viso un po’ alla Greta Garbo, era morta giovane e senza figli. Dopo una breve esperienza come operaio alla carrozzeria Pininfarina di Torino si era licenziato, pare per le sue convinzioni comuniste. Mio zio non aveva né Dio né padrone per dirla alla Bakunin che forse conosceva anche. Con me si sforzava di parlare in italiano, anche se ogni tanto gli scappava qualche parola in dialetto. Quando ero bambina, ogni volta che mi vedeva cercava di “sfilarmi” il naso tra le dita e poi me lo “mostrava” facendomi vedere il suo pollice tra le dita: “Eccolo qui!” . Io subito mi toccavo il naso per sentire se era al suo posto. Era un gesto scherzoso che me lo ha sempre reso simpatico. Grande bevitore di barbera, me lo ricordo in appassionate discussioni di politica in dialetto con suo fratello maggiore, mio nonno Ignazio, che sono sicura lo ha sempre considerato un fannullone e mangiapane a tradimento. In effetti era un tipo strambo. Dopo aver lasciato l’impiego, era diventato un pescatore forse per hobby o forse perché il suo appartamento a Chivasso era vicino al fiume Po. Me lo ricordo con un bastone sulla spalla da cui pendeva un fagotto con il cibo che gli regalavano oppure con le carpe e tinche appena pescate. Un po’ le vendeva e un po’ le dava ai parenti in cambio di inviti a pranzo a cena. Estate e inverno portava gli stessi calzoni legati da una corda di sacco, una camicia a scacchi e un fazzoletto al collo. Portava sempre un cappello che teneva in grembo quando era seduto a casa dei miei nonni, sempre sulla stessa seggiola. Andava quasi sempre a piedi, non aveva acqua calda in casa e penso non abbia mai comprato nulla che non fosse per l’esclusivo scopo di sussistenza. Metteva i soldi in buoni postali oppure, non scherzo, sotto il materasso. A casa sua hanno trovato ancora le vecchie banconote di mille lire, quelle della canzone “Se potessi avere mille lire al mese..”, arrotolate in alcuni vasi in cucina. Non era follia o avarizia, ma un rifiuto di un mondo che sicuramente non gli piaceva già allora. Ecco perché ha passato metà della sua vita in compagnia della sua canna da pesca anche quando il Po è diventato un fiume senza vita. Purtroppo non gli ho mai chiesto di cosa pensava dei nostri tempi. Mi sarebbe piaciuto sapere la sua opinione sul cambiamento del clima, sulla Tata Nano e sulla recessione americana. Chissà cosa ci avrebbe consigliato lo zio Pierino.