Martin Luther King III, il sogno della non violenza


I have a dream…oggi sono andata a sentire una lecture di Martin Luther King III, il figlio della leggendaria icona dei diritti dei neri americani. E’ venuto qui in India con la moglie per visitare i luoghi del Mahatma Gandhi come ha fatto il padre esattamente 50 anni fa. Martin Luther King non ha conosciuto il Mahatma, ma è stato profondamente influenzato come Nelson Mandela. Devo dire che è stato emozionante vederlo perché un po’ gli somiglia, anche se è più grasso, e poi è un bravissimo oratore. Ci sarebbe stata bene un po’ di musica soul in sottofondo. Ha detto che se vogliamo davvero seguire gli insegnamenti del Mahatma e di suo padre, bisogna lanciare una “rivoluzione non violenta” e che bisogna coinvolgere i “terroristi nel dialogo e nella riconciliazione”. Già… come se qui fosse facile con le macerie del Taj Mahal di Mumbai ancora fumanti. Il Mahatma diceva “che occhio per occhio e il mondo diventerà cieco”. Proprio come il vicolo cieco in cui si trovano i conflitti in Iraq, Afghanistan, Sri Lanka, Palestina e Darfur. Il “sogno” di Martin Luther King jr si è materializzato alla Casa Bianca dove da gennaio siede per la prima volta un afroamericano, ma non nel resto del mondo. Il concetto di non violenza rimane una semplice utopia. Nel 1959 c’era la corsa al riarmo di Usa e Unione Sovietica oggi c’è la guerra contro l’integralismo islamico.
“Il nostro secolo non è meno violento dello scorso secolo” ha detto King nello stesso palazzo dove 50 anni fa suo padre incontrò uno stanco e invecchiato Jawaharlal Nehru. C’è una bella fotografia li ritrae insieme e che gli è stata regalata come ricordo.
Quando il reverendo King, morto di morte violenta come il Mahatma, arrivò in India per il suo pellegrinaggio spirituale proclamò in un discorso (ascolta qui) che in India "lo spirito di Gandhi era più grande di quanto si credeva"…non so se Martin Luther King III oggi può dire lo stesso.

Poste Indiane, il mistero dell’affrancatura

Oggi voglio sollevare un problema che probabilmente interessa solo me qui in India. Primo, perché penso di essere l’unica che si reca di persona all’Ufficio Postale per spedire la corrispondenza, invece di inviare autisti, valletti, cuochi, domestici che qui sono disponibili in larga quantità e a basso costo. Secondo, perché penso di essere forse una delle poche utenti superstiti di questo vecchio sistema di social networking nell’era di Facebook.
Di solito vado nell’ufficio centrale in Lodhi Road che ha il vantaggio di essere sempre deserto e di rimanere aperto fino alle 18.
Il quesito che vorrei tanto fare al direttore delle Poste Indiane è il seguente: “Perché non mettete a disposizione dell’utenza dei tamponi per inumidire la colla dei francobolli?”. Sono ormai sette anni che cerco di carpire i misteri dell’affrancatura e delle buste indiane che sono prive di striscia incollante o adesiva. Quello che fanno tutti è di usare la colla disponibile di fianco allo sportello. Si trova dentro un barattolino appiccicoso e per prenderla c’è di solito una biro rotta oppure un bastoncino di legno. Molti usano i bordi bianchi dei francobolli dopo averli staccati, liste di cartoncino o semplicemente quello che capita comprese le cartacce in terra. I più disperati come me usano le dita. E’ come pescare nel barattolo della marmellata e poi spalmarla sulla busta. Premi i francobolli e spunta colla ovunque. Cerchi di pulire e si leva il francobollo. E ricominci da capo. Siccome il ripiano non è mai pulito e neppure le tue dita, alla fine rimangono delle larghe chiazze di sporco grigiastro. Ogni volta penso a chi riceve la busta zozza e appiccicosa dall’India…
Visto che i francobolli indiani hanno ora la colla, possibile che nessuno abbia mai pensato di mettere a disposizione un tampone umido? Lo confesso: siccome non so mai dove pulirmi le dita (usare i tovagliolini di carta è ancora peggio, si incolla tutto) a volte per bagnare il francobollo uso la saliva. Una bella leccata e via. Ma devo stare attenta a che nessuno mi veda. Una volta la funzionaria dietro lo sportello ha fatto una faccia disgustata quando mi ha visto mettere sulla lingua i francobolli che mi aveva appena dato. “La colla è dietro di lei” mi ha detto con un tono tra il perentorio e il compatimento che di solito si riserva ai “bianchi”, ai “gora”, che hanno strane manie, tra cui quella altrettanto disgustosa di usare la carta igienica in bagno invece di sciacquarsi con l'acqua. Con tutto rispetto per le differenze culturali, però un tampone umido….

Summit sul clima a Delhi, perché non cominciamo a spegnere l’aria condizionata?


Sto seguendo in questi giorni a Delhi un forum mondiale sul cambiamento climatico pre Copenhagen organizzato dall’indiano R.K Pachauri, la barbuta Cassandra delle sciagure ecologiche prossime venture e per questo anche Nobel per la pace nel 2006 insieme ad Al Gore. Il riscaldamento terrestre, che ai miei tempi si chiamava inquinamento, è oggi l’ultimo dei pensieri a turbare i sonni dei leader mondiali. Lo scioglimento dei ghiacciai himalayani e l’inabissamento delle Maldive non sono poi così gravi rispetto al fallimento delle banche di tutto il mondo, cosa che di fatto sarebbe avvenuta senza l’intervento pubblico.
L’ecologia non va più tanto di moda. A Delhi è arrivato anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon per ricordare i doveri del trattato di Kyoto, ma nessuno se n’è accorto.
Per fortuna la recessione mondiale farà respirare un po’ il pianeta. La pressione sulle risorse si è allentata. Si consuma meno petrolio, meno acciaio e a quanto pare si mangia e si beve anche di meno. Ma per quanto? Pachauri dice che appena ci sarà la ripresa i prezzi del greggio torneranno come prima e allora le tecnologie “pulite” (tra cui ora ci mettono anche il nucleare), saranno di nuovo attuali. Il ritornello dominante delle varie sessioni del forum, di una noia mortale (nonostante gli sforzi di Nick Gowing, l’anchorman della Bbc, che davvero vorrei sapere quanto prende per moderare i dibattiti), è che la lotta al cambiamento climatico è “un’opportunità” per rilanciare l’economia mondiale e creare posti di lavoro. E’ l’idea lanciata da Barak Obama nel suo new deal ecologico. Convertire le economie dipendenti dal carbone a economie pulite o verdi sembra essere la bacchetta magica in grado di salvare il capitalismo mondiale. Al forum di Delhi ci sono le grandi industrie del settore, francesi, tedesche, americane, purtroppo nessun italiano a parte il direttore dell’Enea, Luigi Paganetto. Pannelli solari, marmitte catalitiche, batterie ricaricabili, c’è tutto un mondo da inventare appena la lobby del petrolio molla la presa. Io ho perfino comprato oggi in uno stand di un’azienda indiana una torcia elettrica ricaricabile con la manovella. Lo so, sono caduta nella trappola del neoconsumismo ambientalista. Ma se serve a garantire la pagnotta ben venga. Il problema è che la garantisce solo ad alcuni e non ad altri. Non si può parlare di ambiente quando per esempio si consumano centinaia di bottigliette di plastica per l’acqua come ho visto oggi sui tavoli. Oppure quando si tiene l’aria condizionata a manetta nella sala della conferenza quando fuori non ci sono neppure 20 gradi. Facendo appello alla coscienza ecologica dei presenti, ieri ho proposto a Nick Gowing di spegnere l’impianto di condizionamento che oltretutto è anche dannoso per la salute. Nessuna reazione, piatta totale, nessuno si è risvegliato dal torpore pomeridiano post buffet.

PS Due giorni dopo sono ritornata al convegno. Erano tutti in manica di camicia, compreso Nick. Avevano spento i condizionatori

Sri lanka, quando di giornalismo si muore

Ho ritrovato questa poesia nell'editoriale postumo del direttore di "The Sunday Leader", Lasatha Wickramatunga, che è stato assassinato a Colombo il 9 gennaio.

Prima vennero per i comunisti, e non alzai la voce, perché non ero un comunista.
Quindi vennero per gli Ebrei, e non alzai la voce, perché non ero un Ebreo.
Quindi vennero per i sindacalisti, e non alzai la voce, perché non ero un sindacalista
Quindi vennero per me, e a quel punto non vi era rimasto più nessuno che potesse alzare la voce per me.

Martin Niemoller (1892-1984)



La mummia di Jaipur


Approfittando del lungo ponte del Republic Day sono andata a fare un giro a Jaipur, la città rosa del Rajasthan che sta lentamente emergendo dallo choc delle bombe dello scorso maggio. Sono stata sorpresa dal pienone di turisti indiani venuti qui per il finesettimana. Sono solo 250 km circa dalla fredda e nebbiosa Delhi, ma sembrava di essere ai tropici. Non avevo una meta precisa, sono andata un po’ in giro approfittando della compagnia di Calogero, orafo siciliano cresciuto a Valenza che ha fatto di Jaipur la sua seconda casa e fonte di ispirazione per la sua arte. Ho assistito a un paio di serate al Festival della Letteratura, salotto intellettuale anglo-indiano, e poi anche ad una finale di polo sponsorizzata dall’onnipresente Vodafone e presenziata dal vecchio maharaja di Jaipur. Poi sono andata a zonzo per musei e palazzi. Mi sono ritrovata quasi per caso all’Albert Hall Museum, un palazzo in stile saraceno con le cupole mughal che è stato restaurato e riaperto lo scorso anno. E’ stato creato come museo privato dall’allora maharaja Ram Singh nel 1876 che, per ingraziarsi i nuovi padroni, lo dedicò al marito della regina Vittoria e padre del futuro Edoardo VII, a cui è toccato posare la prima pietra. So queste cose perché all’ingresso ho affittato una guida audio con auricolari.
Un po’ dappertutto, da Calcutta fino a Mysore mi è capitato di vedere le collezioni private di maharaja e nawab, spesso un trionfo del kitsch e di improbabili bizzarrie come il trenino elettrico da tavola per servire i digestivi che ho visto nel palazzo di Gwalior.
Questa volta però sono rimasta a bocca aperta. Nella sala “dedicata” all’Egitto c’era una mummia! Era dentro un sarcofago protetto da una bacheca abbastanza ordinaria per un contenuto così prezioso. Pare risalga a 2300 anni fa e secondo alcuni è una delle più vecchie mummie esistenti. Sul sarcofago sono dipinti geroglifici e un‘immagine di Anubis, dio dei morti. Era stata comprata dal maharaja nel 1887 direttamente al Cairo dove il “commercio di mummie era cosa abbastanza normale” come ha precisato la voce dell’audio guida mentre osservavo incredula il corpo fasciato, pare di una donna, affiancato da due enormi statue, anche quelle, penso, importate dall’Egitto. Immagino il lungo viaggio del sarcofago via mare e poi l’arrivo nel museo a Jaipur chissà come….Penso ai bambini indiani che vedono per la prima volta una mummia in carne e ossa…dopo avere visto l’interminabile serie dei film The Mummy. Ma penso soprattutto agli indiani e al loro rapporto con la morte, la cremazione, la dispersione delle ceneri e la reincarnazione. Chissà cosa pensano di quel cadavere rimasto intatto per 2300 anni…

PUBBLICITA’: Baba Gosh, il guaritore di Palolem


Ammetto che ho sempre considerato Baba Gosh, il santone guaritore di Palolem, un fenomeno da baraccone. Dopo tanti anni in India e dopo aver ascoltato pazientemente decine di sadhu, yogini, sanyasi, la mia fede nella scienza occidentale non si è scalfita nemmeno di un millimetro. Ora però comincia a scricchiolare. Ero a Palolem per la fine dell’anno. E’ la spiaggia più bella di Goa. Si trova all’estremità meridionale dell’ex colonia portoghese. E’ una spiaggia tropicale da cartolina, una mezzaluna lunga un paio di chilometri, piena di palme e sabbia dorata, con a lato un isolotto che la ripara dalle turbolente onde del Mar Arabico. A nord dell’insenatura, alla foce di un fiume, in uno spiazzo sopra alcune rocce vive il mio amico Gosh, un olandese di Suriname, che da circa 30 anni esercita la professione di guaritore su questo angolo di spiaggia. In realtà è un ex monaco buddista che ha sviluppato una propria tecnica di Reiki, così ho capito. E' poi specializzato in erbe medicinali e gemmologia. da circa due anni utilizza come suo strumento di guarigione una sorta di pistone di acciaio che contiene all’interno diversi elementi “magici” tra cui anche dell’acqua di Lourdes. Si chiama the “key of life” e ha come sua proprietà principale quella di rendere potabile l’acqua. Nelle trattorie di Palolem, popolate da italiani che svernano qui, si narra che una volta Gosh mise il suo amuleto in un bicchiere di vino acido che diventò buono come del barolo delle Langhe. Purtroppo non ho fonti di prima mano su questo miracolo del vino. Una replica in miniatura del “pistone”, da mettere al collo sottoforma di ciondolo, è anche in vendita. Inoltre Gosh organizza dei corsi collettivi di Vipassana (dieci giorni senza parlare) nella giungla sopra la sua abitazione e vari ritiri spirituali in cui bisogna muoversi lentamente, come al rallentatore. Lo so che detto così è irriverente, ma sono completamente ignorante in materia e purtroppo non ho ancora avuto il coraggio di provare. Anche se sono molto curiosa.
Comunque io lo ammiro. Una volta mi ha detto che a lui “basta leggere i giornali tre volte all’anno per essere informato”. Purtroppo temo abbia ragione.
Quando sono arrivata a Palolem il 29 dicembre avevo un forte mal di stomaco. Non mandavo giù nulla di solido da quattro giorni. Probabilmente avevo mangiato del formaggio avariato dal frigo della mia amica Giorgia che ho aiutato a traslocare. Febbricitante mi sono trascinata all’estremità della spiaggia. Ho trovato Gosh con la sua nuova fidanzata, una splendida tedesca ventenne (“sono innamorati” mi hanno detto tutti) che stava praticamente “celebrando” un matrimonio di un’anziana coppia. La scena era tenerissima, lui in perizoma che benediceva i due nonnetti, probabilmente dei “figli dei fiori” una quarantina di anni fa a Goa. Appena mi ha visto è venuto subito a salutarmi. Ha imposto le mani sull’imboccatura del mio stomaco e poi ha chiuso gli occhi mormorando qualcosa. Poi mi ha somministrato una scodella di acqua e limone dove ha immerso il “pistone” per alcuni secondi. Beh, il giorno dopo il mio apparato digerente ha iniziato a funzionare…Purtroppo non sono ritornata a ringraziarlo. Ricambio con questa pubblicità. Se vi capita, andate da Baba Gosh!

Pannella e i sigari all’aroma di grappa

Il comunicato era: “Marco Pannella, deputato europeo, e Matteo Mecacci, Deputato, (con la maiuscola, ndr) incontreranno i corrispondenti italiani a New Delhi sabato 27 dicembre alle 10.30 presso l’hotel Radisson..”. Io sono arrivata alle 11, perché sono rimasta senza benzina con lo scooter e poi ho dovuto lottare con la sicurezza paranoica dell’hotel che dopo l’attacco di Mumbai crede che tutti i clienti nascondano bombe a mano e AK47 nelle borsette. Ma non penso ci fossero stati altri giornalisti prima di me. Dei miei quattro colleghi qui in India, uno è in Bangladesh e gli altri non lo so, forse in Italia per Natale. Quindi ho avuto il piacere di fare una chiacchierata a tu per tu con Pannella, il grande vecchio della politica italiana e instancabile difensore della non violenza e dei diritti delle minoranze e degli oppressi. Se non avesse i capelli bianchi lunghi e non fumasse i toscani alla grappa, me lo potrei immaginare davvero come un Mahatma versione globe trotter che va in giro per il mondo a diffondere il satyagraha. E’ un’icona vivente e vedermelo nella patria di Gandhi - anche se era qui solo per andare dai tibetani a Dharamsala - mi ha fatto un certo effetto. Ho perfino dimenticato di scattargli una foto, mentre il registratore è rimasto spento sul tavolino della piscina dove è uscito a fumare sfidando la nuova legge indiana antifumo introdotta il 2 ottobre, guarda caso compleanno del Mahatma.
La prima cosa che mi ha detto è “ma lo sa che noi siamo rimasti il partito più vecchio in Italia?”. Sono almeno 13 anni che non seguo più la politica italiana, ho fatto un rapido excursus storico, Democrazia Cristiana, PRI, PLI, PSI …è vero, dove sono finiti? Poi abbiamo parlato praticamente a ruota libera, passando dai Montagnard del Vietnam, agli Iuguri che sono tesserati radicali, attraverso un parallelismo tra Manifesto di Ventotene di Spinelli e la “via di mezzo” del Dalai Lama, per finire al libro “Il gusto di essere felici” di Matthieu Ricard e alle attrazioni pedofile di cui sono stata accusata quando ho detto che il Dalai Lama a volte mi sembra un fanciullo gioioso. Incredibilmente la conversazione finisce dove era iniziata, la longevità dei Radicali. “Ci hanno suonato la campana a morto molte volte, ma poi siamo sempre andati ai funerali del campanaro” proclama.
Poi prima di congedarsi mi manda una puffata di sigaro. “Non hai sentito che gusto ha?” mi chiede meravigliato della mia evidente ignoranza in materia. “E’ un toscano al distillato di grappa” risponde prontamente il suo giovane collaboratore. Imbarazzata tento una battuta spiritosa: “Dopo tanti anni in India ormai posso solo riconoscere le fragranze dell’incenso e non perché frequento assiduamente le chiese …” dico mentre lo accompagno all’uscita. Sorride e poi mi saluta come una vecchia amica con due baci sulle guance.

Taj Hotel, vernice fresca e puzza di bruciato


Dopo tre settimane sono tornata sul luogo del delitto a Colaba. Il lungomare di fronte al Taj Mahal Hotel è ancora transennato. I finestroni al primo piano della facciata veneziana sono stati chiusi con compensato dipinto di beige. Cosí sembra ancora piú finto, uno scenario di cartapesta tipo Disneyland. Le strade laterali sono bloccate dal servizio di sicurezza privato che abbastanza rudemente tiene alla larga i curiosi. Ci passano solo le auto con un pass e i pedoni con una prenotazione al ristorante. Spacciandomi per una turista e coinvolgendo come mio cavaliere un simpatico e distinto ebreo francese, sono riuscita a entrare ieri sera verso le 22 nella “tower”, che è la parte moderna del Taj costruita di fianco all’edificio del 1903.
La hall profumava di fresco, qui si è tenuto il ricevimento domenica con qualche centinaio di “belli e famosi” di Mumbai accolti da un Ratan Tata in versione “non-ci faremo-mettere-al-tappeto”. Ho visto la lapide con i 31 nomi delle vittime esposta nella hall accanto ad una scultura di bronzo di un albero. Pare sia l’unico pezzo della collezione di arte dell’hotel non danneggiata dal rogo scoppiato al quinto piano sotto la cupola. Nel pomeriggio fuori ho visto gli operai che buttavano fuori sacchi di macerie annerite e scheletri di tavoli e sedie. Deve essere successo di tutto là dentro nelle 60 ore dell’assedio. Dalla tower si passa all’ala storica attraverso un corridoio dove ci sono le boutique di moda. Lí si sente ancora un odore acre, di bruciato, misto alla vernice fresca e alla colla. Alcuni negozi sono chiusi per lavori, ma la pasticceria in fondo alla galleria è rimasta intatta. Ho cercato qualche segno dell’attacco, anche solo un graffio, ma è stato ripulito tutto con cura. Da una portafinestra chiusa si scorge l’atrio dello storico hotel e in particolare il busto di Jamsedji Tata, il fondatore della dinastia industriale. A farmelo notare è un signore indiano che è insieme alla nipotina, vestita da prima comunione, e che mi ricorda anche l’aneddoto legato al Taj. Siccome Jamsedji non poteva entrare negli hotel di Mumbai riservati ai ‘bianchi’, allora decise di costruirsene uno. “Ed eccolo qui” mi fa segno con ampio gesto delle braccia.
Fingendo di voler andare a cena, sono andata poi a curiosare nel ristorante-caffetteria Shamiana, vicino all’ingresso e nello sciccosissimo libanese Suq all’ultimo piano dove c’è un vista mozzafiato. I tavoli erano occupati a metà. Il giorno prima mi avevano detto che era tutto prenotato per giorni. No non era vero.
Una volta fuori davanti al Gateway of India, piú tetro che mai per via di lavori di restauro, un altro cliente, vero penso - non finto come me - un sikh con la famiglia, mi fa notare che “si sentono le onde del mare”. Il piazzale è deserto e silenzioso. E’anche buio. Mi chiedo perché mai hanno spento i fari gialli che ieri durante la cerimonia di riapertura illuminavano la facciata dell’ hotel. Forse per risparmiare? Riaprire il palazzo costerá a Ratan Tata una barca di soldi e il suo gruppo è giá pesantemente indebitato per via dell’acquisizione della Jaguar, un altro simbolo di prestigio e ricchezza che lotta per la sopravvivenza.

Mumbai, quando le teste di cuoio arrivano con il bus “Marol Depot”


Non sono in grado di dire se il blitz delle teste di cuoio a Mumbai sia stato un successo. Non lo è stato di sicuro per gli ostaggi israeliani e per i genitori del piccolo Moshe di 2 anni rimasto orfano. Ma forse lo è stato per i sette italiani usciti vivi e per la moglie e bambina di Manuele, il cuoco dell’Oberoi diventato un eroe, suo malgrado. Voglio solo raccontare un episodio che la dice lunga sulla scarsità dei mezzi della polizia e dell’esercito indiani. Non è colpa loro, certo, anzi molti ci hanno rimesso le penne. Sabato mattina decine di teste di cuoio della National Security Guard (NSG), uno dei reparti d’elite dell’esercito detti “Energy” o anche “Black Cats” sono arrivati di supporto nell’operazione “Cyclone”, quella per la “riconquista” del Taj Mahal, avvenuta dopo 60 ore quando hanno fatto fuori gli ultimi tre “cattivi” del commando pachistano arrivato dal mare. Detto così sembrava la trama di un film d’azione, e pare che un regista di Bollywood ci abbia già pensato. Ma c’è un retroscena. Ero con le decine di fotografi e cameramen quando i Black Cats, con la loro bandana nera in testa, sono arrivati a bordo di…..bus di linea urbani. Ebbene sì, una ventina di bus rossi, alcuni diretti a “Marol Depot” e con le scritte pubblicitarie lungo i fianchi, tipo “In the cinema on 20th November” oppure “Absolute Sensation” (riferito a una moto Honda) e via dicendo. Dai finestrini si vedeva che aprivano delle vecchie casse di metallo dove c’erano granate, revolver e coltelli. Ognuno prendeva un kit di armi, lo sistemava nelle tasche interne sotto il giubbotto antiproiettile e poi scendeva dal bus tra le telecamere e fotografi. Qualcuno ha tirato fuori un microfono per un’intervista in diretta facendo domande del genere “Sono stati ammazzati i terroristi?”, “Quanti ne hai uccisi?”, “Dove pensate di entrare?”. Mi immaginavo gli attentatori dentro l’hotel che sui loro palmari o molto più semplicemente nelle televisioni vedevano la scena…

Rahul, la fatica di chiamarsi Gandhi


Oggi sono andata a vedere un comizio di Rahul “baba”, come chiamano qui il figlio di Sonia Gandhi, segretario generale del Congresso ed erede designato della storica dinastia che ha dominato la storia dell’India. Mi piace questo nomignolo, “baba”, che è quello che le mamme usano affettuosamente con i figli maschi. Rahul, che ha 37 anni, scapolone d’oro, è cresciuto a Janpath 10 con una nonna, Indira, prima e poi il padre Rajiv, entrambi assassinati. La politica, ma anche il terrore, ce l’ha nel sangue. Almeno così dovrebbe essere. Invece, secondo me, Rahul fa una fatica bestiale a ricoprire il suo ruolo. E si vede anche. Oggi l’ho osservato mentre con ore di ritardo alle 17 è arrivato al suo primo comizio elettorale a Delhi, in un prato in mezzo alle bidonville a Tahilpur Village, gli immensi rioni popolari nati al di la del fiume Jamuna. La gente che vive qui è stata “spostata”, per usare un eufemismo, dal centro della capitale per far posto ai palazzi del governo. Pur essendo una roccaforte del Congresso non c’era tanta ressa. Al massimo 2 mila persone che sono state strategicamente ammassate davanti alle telecamere per dare un effetto di “folla assiepata”. Una vecchia tattica usata dai politici e dittatori di tutto il mondo. Mi aspettavo decisamente più gente. Ho saputo poi che molti erano stati pagati. “Ma certo che ricevono denaro!” ha detto una collega di CNN-IBN che stremata dall’attesa di 4 ore si è addirittura addormentata per qualche minuto durante il comizio. Rahul è arrivato su un fuoristrada coperto di fiori. Appena sceso è stato omaggiato e ossequiato da una una fila di venti politici locali, tra cui la chief minister Shila Dikshit, che governa lo stato di New Delhi da dieci anni. Con un passo deciso è andato in un tendone seguito da un nugolo di guardie del corpo in giacca nera e occhiali da sole in stile James Bond, non le solite casacche cachi che circondano i vip indiani. Poi è montato sul palco e si è levato gli occhiali da vista, forse per pulirli o forse perché c’era qualche problema. Ho visto la signora Dikshit, che con la premura di una mamma, lo ha aiutato. Il suo discorso, di una quindicina di minuti, era su un paio di pagine, ma lui è andato a braccio, facendo delle pause ad effetto. Di sicuro ha preso qualche lezione. I miei colleghi indiani hanno detto che è stato un “bel discorso”, ma che ha ripetuto quello già detto ieri a Bhopal dove ha attaccato il Bjp sull’agenda antipovertà. Anche a me non è sembrato nulla di originale, ma forse è quello che la gente ci si aspetta. E comunque raramente i miei colleghi indiani criticano i loro leader…mentre parlava Rahul aveva alle spalle una gigantografia della madre da una parte, mentre sullo sfondo campeggiava la siluette di un enorme ospedale pubblico dedicato a Rajiv Gandhi, praticamente l’unico edificio moderno della zona. Segno tangibile dello “sviluppo” promesso dal Congresso. Davanti a lui aveva delle gigantografie di Indira, del padre Rajiv, ancora della madre e poi più lontano di Manmohan Singh, il premier scelto da Sonia. Prima di andare via Rahul ha stretto un po’ di mani dietro le transenne tra le urla dei sostenitori. Nessuno dei giornalisti ha osato lanciare delle domande. Quando ho chiesto se non erano interessati a incontrarlo per una chiacchierata, mi hanno lanciato uno sguardo compassionevole, tipo ti-perdoniamo-la-cazzata-perchè-sei-straniera-e-non-capisci-nulla-dell'India. "Non lo si può incontrare - mi ha detto pazientemente il collega al mio fianco - ma puoi citare il suo discorso...".

Quelle dolci nebbie autunnali che avvolgono Delhi


Da ormai settimane New Delhi è avvolta da una coltre di foschia che i raggi solari non riescono a penetrare nemmeno nelle ore più calde del giorno. Alcuni dicono che sia un fenomeno stagionale, le famose nebbie autunnali di Delhi appunto…altri invece lo chiamano con il suo nome “smog”, che se ben ricordo è un neologismo londinese derivante da smoke e fog. Io sarei più propensa a pensare a questa ultima spiegazione visto il traffico folle di questi giorni, causato da migliaia di matrimoni, celebrazioni di vari santi e divinità e l’abnorme arrivo di diverse personalità da Henry Kissinger fino a Hosni Mubarak, passando per Bill Gates, l’ex compagno maoista Prachanda e il premier pachistano Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto. Tutti attirati dalla romantica bruma di Delhi.
L’odore dell’India sta decisamente cambiando. Le mie narici ne sanno qualcosa quando con lo scooter attraverso il famigerato tratto della tangenziale a South Extension, aggravato dai lavori della metropolitana, l’unica ancora di salvezza per chi riuscirà a sopravvivere in questi anni.
Dopo giorni di “nebbia” (senza rugiada perché siamo nella stagione secca) il Times of India è stato il primo a rompere il silenzio una settimana fa con un articolo in cui diceva che “le condizioni dell’aria erano ritornate a quelle dell’era pre metano”, ovvero a prima del 2002 quando a suon di sentenze giudiziarie il governo locale ha obbligato i taxi, autorisciò e mezzi pubblici a convertirsi al gas naturale. L’inquinamento è calato da allora, soprattutto quello del CO2. Ma con un ritmo di mille immatricolazioni di veicoli al giorno, l’emergere di nuovi yuppies con il culo sulle Mercedes, il moltiplicarsi dei cantieri e anche degli aerei che volano sopra la mia testa, beh, il cielo non ce la fa più di nuovo. Il problema sono ora le particelle inquinanti, ovvero polvere e pulviscoli vari mischiati con altri non precisati veleni per i polmoni. Il problema è che non esistono dei sistemi di misurazione, le famose centraline incubo di Milano, e quindi ognuno può dire quello che vuole. L’Unep (United Nations Environmental Programme), in uno dei tanti rapporti che avranno richiesto la distruzione di chissà quanti ettari di foresta, dice che la colpa è della “nube marrone” che vaga sopra sopra l’Asia. Non siamo solo noi a Delhi a soffrire della coltre fumosa, che tra l’altro toglie anche luminosità e caldo - quindi “compensando” il riscaldamento terrestre - ma anche altre metropoli come Mumbai, Karachi, Teheran e Pechino, dove secondo me ci sono ancora degli atleti delle Olimpiadi persi nella “nebbia”…

Obama, perché non assumi l’elettricista del Khan Market?

Poco dopo la notizia della vittoria di Barack Hussein Obama, sono andata al Khan Market, uno dei posti preferiti dagli stranieri, per comprare una lampadina. Il negozietto di materiale elettrico è ancora di quelli vecchio stampo, sopravissuto all’invasione delle firme occidentali e ristoranti alla moda. Mi chiedo fino a quando potrà resistere visto che in questo mercato gli affitti commerciali sono alle stelle. L’occhialuto proprietario, era come al solito nascosto dietro al bancone ricoperto di varie cianfrusaglie. Stava ascoltando le notizie da una vecchia radio a transistor. Non ho capito tutto perché era in hindi e gracchiava un casino, ma mi è sembrato che stesse parlando del messaggio di congratulazioni del primo ministro Singh per il successo di Obama. Dopo aver finito di ascoltare, mentre mi stava dando il resto, mi lancia uno sguardo interrogativo, come per dire, lo-sai-chi-ha-vinto?. Visto che raramente è loquace, io ne approfitto subito e lancio: “Allora ha vinto Obama, sei contento?”. Mi guarda perplesso e poi ciondola la testa… all’indiana. Parto all’attacco: “Penso però per l’India non sia poi così una bella notizia…o no?”. Silenzio. Lancio un altro affondo: “Forse McCain era meglio vero? Almeno lui avrebbe seguito la politica di Bush, invece con Obama cambia tutto e per l’India è un’incognita…che ne dici pensi davvero sia una buona cosa per il tuo Paese?”. Pausa di pochi secondi e poi una risposta che mi ha steso: “If you are good with somebody, he will be good with you”. Se tu sei buono con qualcuno, questi sarà buono con te. Non so davvero da dove sia uscita questa frase, probabilmente da qualche saggio indiano, magari Osho, ma potrebbe anche essere il Mahatma. Certo che vale più di tonnellate di analisi e commenti politici. Forse Obama dovrebbe reclutare anche l’elettricista del Khan Market nella sua squadra.

Mezzo miliardo di cessi o di telefonini?


Leggo che secondo un rapporto del centro studi Informa Telecoms & Media, entro il settembre 2010 in India ci saranno 500 milioni di telefonini. Una previsione che non so su cosa sia basata e soprattutto se tenga conto dell’attuale recessione mondiale. Mezzo miliardo di telefonini. Non penso ci siano mezzo miliardo di cessi in questo Paese dove la maggior parte della gente fa i bisogni dove capita. Non penso neppure ci siano mezzo miliardo di rubinetti da cui sgorga acqua pulita o mezzo miliardo di banchi di scuola. A Delhi di recente è ritornata la poliomelite, orrenda malattia sconfitta dai vaccini ormai in tutto il mondo, eccetto che in India, Pakistan, Afghanistan e Nigeria. Sempre qui a Delhi in questi giorni che precedono il Diwali, la festa delle luci, nelle strade c’è un’emergenza traffico che è paurosa per gli effetti sulla salute pubblica e sull’ambiente. Ma i telefonini squillano per la gioia delle compagnie telefoniche e anche del governo che adesso sta vendendo le licenze per il G3 che si sostituirà ai vecchi cellulari quando anche qui il mercato sarà saturo. Continuo a stupirmi di quanto i telefonini siano riusciti a penetrare l’India nelle sue pieghe più profonde. Nelle campagne si usa ancora l’aratro trainato dai buoi, le donne fanno chilometri per prendere l’acqua e non ci sono scuole, ma le torri dei ripetitori svettano come moderni totem al dio delle telecomunicazioni. Il servizio pubblico di telefonia fissa, ammesso che ci sia mai stata o abbia mai funzionato, sta per scomparire.
D’altronde questo è un Paese che pochi giorni fa ha lanciato la sua prima missione lunare dalla base spaziale dell’isola di Shriharikota. C’è una bellissima foto d’epoca di Henri Cartier-Bresson del 1966 che ritrae una bicicletta che trasporta un pezzo del primo razzo costruito in Kerala probabilmente dai padri degli scienziati indiani che oggi hanno mandato la sonda Chandrayaan in orbita a scattare foto ravvicinate della luna.
Nel suo coacervo di contraddizioni l’India continua a stupirci e anche a indignarci. Era successo così anche nel 1974 con la bomba atomica che Indira Gandhi aveva fatto scoppiare nel deserto di Pokaran, dove molto probabilmente, c’erano dei villaggi in cui si moriva di fame. Oggi le carestie non ci sono più in India, per fortuna, ma ci sono più poveri. La crescita economica non è una certezza, eccetto che per gli economisti, ma la crescita demografica lo è invece. A meno che non troviamo un modo per partorire telefonini.

Ultime dalle passerelle di Delhi



Si dice che quando la borsa sale le gonne si accorciano e viceversa. In una settimana in cui la borsa di Mumbai ha bruciato i risparmi di milioni di azionisti neofiti, sulle passerelle di Delhi dominavano le minigonne.




Gurgaon, il deserto fuori e dentro i “mall”


Sabato scorso, dopo che il direttore del Fondo Monetario Internazionale ha scoperto che il sistema finanziario mondiale si trovava “sull’orlo di un collasso sistemico” ho preso lo scooter e sono andata a Gurgaon, la città satellite alla periferia di Delhi che dovrebbe diventare una sorta di Dubai indiana. Per ora l’unica similitudine è che sorge nel deserto. A parte alcuni striminziti giardini di palazzi signorili, il resto è una gigantesca colata di cemento punteggiata di tendopoli e mega cartelloni pubblicitari di marche di moda.
Folate di vento caldissimo sollevavano nuvole di polvere e sabbia rendendo il paesaggio ancor più surreale. Davanti ai “mall” c’erano decine di risciò che si facevano largo tra imperturbabili vacche. La vecchia India rimane sullo sfondo di quella nuova. Vedendomi ferma a fotografare un grosso bovino che si stagliava su una pubblicità del Sahara Mall, un tizio con una camicia elegante mi ha apostrofato con stizza: “Ma cosa fotografi? Non vedi che qui non c’è nulla!”. Ho tirato dritto seguendo il serpentone della futura metropolitana che taglia in due la strada tipo lo sky train di Bangkok e sono finita in un nuovo centro commerciale, mai visto prima, che si chiama “Gurgaon Central”. Alcuni operai stavano mettendo delle luminarie sulla scritta, forse per la prossima festa di Diwali. Al piano terra c’erano profumi, bigiotteria, borse e un po’ di gadget elettronici, al primo piano l’abbigliamento maschile, al terzo quello femminile e al quarto un supermercato alimentare dove c’erano le stesse cose che trovi nel negozietto di quartiere, solo che erano ben disposte in fila su scaffali lucidi e puliti. Ho comprato due bottiglie di Coca Cola Diet che erano scontate del 30%. Penso di essere stata la sola cliente. I miei passi venivano scrutati da decine di commessi e appena mi fermavo davanti a un articolo subito uno si accostava al mio fianco per assistermi nella scelta. A un certo punto ho avuto un po’ di vergogna perché sapevo che li avrei lasciati a bocca asciutta. Sono uscita cercando di evitare gli sguardi supplicanti dietro la fila delle casse. Con un certo imbarazzo ho sorriso al gruppo di guardie fuori che mi hanno spalancato le porte manco avessi delle borsate di roba.
Da lì, dopo un paio di altre foto a bovini, mendicanti e operai che si insaponavano contenti davanti ai futuristici grattacieli di vetrocemento, sono passata all’Ambience Mall, quello più grande costruito dal gruppo DLF, i “palazzinari” di Gurgaon, che vanta un chilometro di negozi per piano. Per handicappati e anziani hanno messo delle macchinette elettriche tipo quelle dei campi da golf. C’era decisamente più gente, soprattutto bambini che si divertivano come matti nella sala giochi e nel salto con l’elastico. Ho comprato in un posto molto all’americana un “doughnut” ripieno di cioccolata, ma dopo un paio di morsi mi sono accorta che dentro non c’era nulla. Mi sono lamentata e dopo pochi istanti è comparso il manager che si è scusato. “A volte capita” mi ha detto e me ne ha regalato un altro questa volta ripieno.
Ma a parte la zona “food”, anche qui nei negozi c’erano solo i commessi im piedi dietro le vetrine con uno sguardo implorante.
Da Reliance Digital, grande magazzino di hi-fi e elettronica, del colosso industriale di Mukesh Ambani, il più ricco dell’India che si è lanciato nel business dei supermercati, ho incontrato la portavoce del gruppo, Shalini Kumar, che stava cercando un paio di speaker. Dal suo tono ho capito che le cose non stavano andando molto bene, ma non solo a causa del “collasso sistemico” denunciato dal FMI. Non ci sono (ancora) abbastanza consumatori per quel tipo di negozi e di mercanzie che costano quanto metà stipendio di un impiegato indiano. Basta guardare fuori dai “mall” e osservare la gente per strada per capire che c’è qualcosa di sbagliato. Il tipo di clientela non corrisponde assolutamente al tipo di negozi. Quanto potrà durare?

Bicicletta selvaggia a Connaught Place


E’ passato del tutto inosservato il primo Delhi Critical Mass Cycling Event (http://en.wikipedia.org/wiki/Critical_Mass), organizzato da un intrepido gruppo di ciclisti che si illudevano forse di essere a New York o Chicago, dove questo genere di proteste ecologiche attirano migliaia di persone. Se non fosse perché sono convinta che qualcosa bisogna pur fare per salvare le nostre città, mi sarei sentita veramente patetica. E anche un po’ irresponsabile perché ho pure coinvolto mia figlia mettendo a repentaglio la sua incolumità fisica. Manco a dirlo era l’unica bambina straniera. C’era solo un altro suo coetaneo indiano. Lo so che quelli che di solito preferiscono viaggiare con fuoristrada giganteschi, che se solo potessero ci mettono i rostri alle ruote, saranno inorriditi. A New Delhi in bici!!! Ebbene sì, in bici, tre volte, TRE, il giro di Connaught Place dalle sei alle sette di venerdì sera. Altro che avventure estreme. Peccato che eravamo solo una cinquantina di intrepidi. Ma il serpentone a pedali che formavamo era sufficiente a perturbare il traffico, non a bloccarlo, ma sicuramente a farli incazzare per bene. Lascio immaginare le clacsonate a spiano, le sgommate, gli improperi degli automobilisti e anche, ahimé, dei motociclisti (categoria di cui faccio parte). Nonostante i cartelli improvvisati e attaccati con il nastro adesivo al manubrio, tipo “This Is Also My Road” o “Burn Fat Not Fuel” e lo scampanellio continuo, penso che pochi abbiano capito perché una cinquantina di pazzi furiosi, alcuni bardati come Pantani, avevano deciso di uscire in bici di venerdi sera. In India la bicicletta è sinonimo di povertà, non di ecologia.
Non ho visto nemmeno un sorriso di solidarietà nel traffico, solo sguardi cattivi o assenti come quelli degli autisti, bestie da soma a motore. Un paio di volte qualcuno di noi, con le bici più veloci, che si era staccato dal gruppo, ha rischiato di essere stirato sotto. Meno male che un paio di organizzatori avevano una paletta luminosa e cercavano di fermare l’orda rombante della rotatoria infernale di Connaught Place. Il traguardo era India Gate, purtroppo non ci sono arrivata perché mi hanno chiamato dal Giornale e dovevo pedalare fino a casa per fare un pezzo. Non so se ci sono mai arrivati…a un certo punto mi è sembrato che il corteo si fosse rimpicciolito. Prima mi era sembrato di vedere anche due bambini biondi con un monopattino, ma forse era una visione provocata dall’asfissia da CO2. Per favore facciamo qualcosa per rendere vivibili le nostre città.

Quando gli operai prendono a martellate il padrone


La vicenda del povero direttore della fabbrica della Graziano Trasmissioni a Greater Noida pestato a morte dai suoi operai mi ha fatto venire in mente il film Barah Aana che ho visto in anteprima a Mumbai. Racconta di un portinaio, di un autista e di un cameriere che si ribellano contro i loro “padroni” e gliela fanno pagare. Un tema nuovo per l’India dove più o meno il sistema castale ha da sempre permesso gigantesche sperequazioni sociali e dove non esiste neppure un proletariato industriale.
Ieri a mezzogiorno, quando 200 operai armati di bastoni e spranghe hanno marciato contro la fabbrica italiana, si è forse aperta una nuova era di rivendicazioni sociali in India dove a prevalere non è più il pacifismo gandhiano, ma una violenza brutale che in nessun modo è giustificabile. La scena mi ricorda chissà perché il celebre Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo che tra l’altro è piemontese come anche la Graziano. Alcuni imprenditori che ho intervistato oggi hanno liquidato l’incidente come una “degenerazione” di una vertenza sindacale che si protraeva ormai da mesi con picchettaggi e scioperi davanti allo stabilimento. Chiaramente gli operai volevano ritornare a lavorare. Non ho ben capito perché erano stati licenziati. Secondo la ditta italiana, si erano “comportati male”. Certo di lavativi ce ne sono anche qui, ma mi sembra strano che una fabbrica mandi via un terzo della sua mano d’opera. I contratti in India esistono ma sono più flessibili, c’è il concetto di minimo sindacale, ma si può licenziare in tronco o quasi. Anche perché se no qual è la convenienza per chi viene a investire qui? E proprio qui il punto. E’ inutile nascondersi sotto una foglia di fico. La Graziano è venuta in India perché qui costa di meno fare i suoi cambi per i motori. I salari sono dieci volte inferiori a quelli europei. Certo, il costo della vita è più basso, anche se l’inflazione nell’ultimo anno ha eroso il potere di acquisto delle famiglie. Ma le aspettative e i sogni della gente sono ormai uguali a Mumbai come a Milano.
Delhi sta diventando una metropoli moderna, piena di negozi luccicanti e lussuosi ristoranti. E’ stato aperto di recente il concessionario della Rolls Royce. I nuovi centri commerciali sono diventati i posti più frequentati dai giovani il finesettimana che li vedono come un paese del Bengodi dove tutto è possibile. Basta avere i soldi. Non dico nulla di nuovo: il consumismo fa leva sui desideri della gente ed è anche bello se tutto funziona. Ovvero finché il direttore della fabbrica in cui lavori, un giorno, non ti dica che sei licenziato.

Bombe a Delhi, la tragicommedia del “bomb defuser”


Ieri sera ero a Connaught Place sul posto dove è esplosa una delle cinque bombe. Il bel giardino nel centro della grande piazza circolare, inaugurato un anno fa e battezzato un po’ pomposamente Central Park, era stato chiuso. Gruppi di poliziotti con i cani stavano rovistano nei cestini della spazzatura. Una delle bombe, fatte in casa con nitrato di ammonio e bilie di ferro, era stata messa in uno dei nuovi cassonetti di plastica verde che solo da poco adornano piazze e strade del sud di Delhi. A differenza degli altri attentati nei mercati di Karol Bagh e GK1, qui non c’è stata alcuna vittima. Il giardino era affollato alle sei del pomeriggio di sabato, ma evidentemente lo scoppio è stato molto debole.
Quando sono arrivata erano passate due ore e la piazza era deserta e silenziosa. Le troupe televisive erano ammassate davanti a uno dei cancelli di ingresso del giardino. C’era ancora un testimone, un ragazzo con la camicia e i jeans inzuppati di sangue, che raccontava di come ha soccorso i feriti con la sua auto.
Mi ricordo delle scene degli attentati nei mercati degli ortodossi a Gerusalemme. La polizia trincerava un’area di un raggio di un chilometro. Anche per i giornalisti era impossibile andare così vicino. Ma qui in India è diverso. Nella vicina Barakamba Road, dove c’è stata un'altra bomba in un cestino, ho visto gli investigatori raccogliere con le pinze degli indizi dal marciapiede su cui sostavano decine di persone chiedendo gentilmente di spostarsi. Mi fa un po’ sorridere e ho dei forti dubbi sull’esito delle indagini. Ma non voglio ridicolizzare gli sforzi della polizia indiana che – lo si vede – ha scarsissimi mezzi. Però mi è capitato di assistere a una scena surreale. A un certo punto a Connaught Place sono arrivate le squadre degli artificieri con un aggeggio a metà strada tra una mini betoniera e un motorino tagliaerba. Forse, io sono abituata a vedere i robot artificieri che pensavo avessero in dotazione anche gli indiani. Il “bomb defuser” è stato scaricato da un camion nell’eccitazione dei giornalisti televisivi che si cimentavano a elencarne i pregi in diretta. C’è stato un parapiglia generale in cui i militari si sono inciampati nei cavi delle telecamere. Ha fatto un po’ di metri e si è spento improvvisamente. I cameramen sudatissimi si azzuffavano per riprendere ogni particolare. Un minuto dopo è arrivato un militare con una bottiglia di plastica piena di benzina. Il motore era a secco. Ma il bello doveva ancora venire. Per salire sul marciapiede ed entrare nel giardino c’è uno scalino di circa 30 centimetri. Qualcuno ha quindi portato una plancia di metallo, ma non era abbastanza larga per far passare le ruote. Passano dieci minuti. Arrivano dei sacchi di sabbia probabilmente prelevati da un vicino posto di blocco. Ma le ruotine del bomb defuser non c’è la fanno, lacerano i sacchi e si insabbiano. C’è un momento di panico in cui anche le telecamere si spengono. Qualcuno dei giornalisti suggerisce di sollevare la macchina. E’ la soluzione. Il bomb defuser entra trionfalmente nel parco dove gli artificieri stanno aspettando con un sacchetto di plastica appeso ad una sorta di canna da pesca. Era una delle nove bombe, non esplose, piazzate dagli Indian Mujahiddin come rivendicato nella loro articolata mail di 13 pagine spedita ai mass media. Ritornando a casa, nelle strade deserte della moderna Delhi, mi chiedevo se non era il caso di dirottare un po’ di soldi dai programmi di riarmo nucleare alla lotta anti terrorismo.

Il maglioncino di Marchionne e l’afa di Delhi


Di solito ammiro gli uomini coerenti con se stessi e di sicuro Sergio Marchionne è uno di questi. L’altra sera al ricevimento organizzato dal nuovo ambasciatore Roberto Toscano, l’amministratore delegato della Fiat si è presentato come d’abitudine con il solito maglioncino di lana blù. E’ la sua divisa di ordinanza che lo rende originale rispetto ai manager in doppio petto, ma penso sia anche una sorta di corazza scaramantica. O forse davvero il numero uno del Lingotto, che è mezzo canadese, soffre il freddo. Comunque nel giardino della residenza ufficiale dell’ambasciatore ci saranno stati 40 gradi con un tasso di umidità record. L’occasione che ha radunato un centinaio di invitati selezionati era la presentazione in anteprima della Linea, la nuova berlina prodotta in India nello stabilimento Fiat-Tata di Ranjangaon. Non potendo evidentemente essere mostrata nel salotto dell’ambasciatore, la vettura è stata esposta all’aperto su un palco con contorno di belle ragazze in tailleur bianco (qualcuno mi deve spiegare perché il lancio di un’auto deve essere obbligatoriamente unito alla presenza di signorine in minigomma). Ritornando al maglioncino di Marchionne, era evidente che non poteva che provocare un’abbondante sudorazione. L’eroico manager nella sua divisa da condottiero dei profitti ha però retto stoicamente il discorso di rito e anche un’intervista con la Rai dopo che il suo portavoce gli ha amorevolmente terso il sudore dalla fronte. “Fa caldo qui in India, vero?” gli ho detto mentre con i miei colleghi della carta stampata stavo aspettando il mio turno per fare le domande. Mi ha fatto un debole sorriso di approvazione, ma anche di sfida, come dire, non sarà certo l’India che mi farà levare il mio maglioncino. Il giorno dopo l’ho incontrato ad un convegno, con abbondante aria condizionata, a fianco di Ratan Tata. Spero non sia stato lo stesso maglioncino perché, si sa, la lana con il sudore…

Bombay, succo di canna da zucchero a Dalal Street

Ero al famoso bar Leopold di Colaba ieri mattina e guardandomi intorno, tra la folla di turisti, mi è sembrato di vedere qualcuno dei loschi personaggi descritti in Shantaram. Mi hanno detto che ogni tanto qui ci ritorna anche l’autore Gregory David Roberts. Sono a Mumbai da un paio di giorni, ma mi sembra di esserci da un secolo. Mi sono accorta quanto New Delhi è una piccola e anonima città di provincia al confronto. Arrivare nel cuore di Mumbai su uno dei treni che ogni giorno trasportano milioni di persone verso i loro destini, mi ha ricordato i brividi di gioia di quando vedevo all’orizzonte i grattacieli e i cartelli pubblicitari di Milano arrivando con l’autostrada dalla grigia Torino.
Come le vere grandi metropoli, Mumbai non dorme mai, forse si appisola un po’ dopo la mezzanotte, ma a Church Gate trovi sempre un’edicola aperta, i tassisti sono sempre svegli e mettono il tassametro, mentre davanti al Gateway of India, che è ancora impacchettato per i restauri, il luccichio dei calessi argentati e lo scampanellio dei cavalli, ti riportano ad una atmosfera da “Vacanze Romane”. Ieri mattina vicino al monumentale Taj Hotel ho incontrato di nuovo Amjad Khan, che come tutti i Khan di Mumbai sono più o meno intrallazzati con Bollywood. Lui fa di mestiere il procacciatore di comparse. Aveva assolutamente bisogno di quattro giovani ‘bianchi’ da trasformare in soldati dell’esercito britannico in un film d’epoca. Stava convincendo quattro ragazzi, un po’ perplessi, soprattutto all’idea di svegliarsi alle sette, ma che poi si sono convinti di fronte all’ipotesi di guadagnare 500 rupie, meno di 10 euro, a testa.
Poi sono andata a Dalal Street, la Wall Street dell'India, sede della borsa che da un po’ di mesi è crollata come le altre borse asiatiche. All’ingresso, sorvegliatissimo, hanno piazzato una scultura di un grosso toro dallo sguardo torvo e minaccioso. I superstiziosi dicono che da quando è arrivato le cose sono iniziate ad andare male. Ho visto qualche operatore che uscendo toccava la statua e poi si portava una mano alla fronte come fosse un ‘Nandi’ di Shiva. Questo è in realtà il tempio della nuova speranza indiana. Sono rimasta a guardare il via vai di professionisti in giacca e cravatta e i pensionati con il naso in su a controllare le azioni che scorrono su un insegna luminosa tipo Time Square. Ma mi ha impressionato di più il venditore di succo di canna da zucchero, con la sua pressa a motore dove tritava grossi fasci di canne depositate sul marciapiede, completamente ignaro del fiume di soldi che scorreva a pochi metri da lui.