SH08, Shimla, non c'è la neve ma quasi


Il primo impatto con l’Himalaya è stato traumatico. Ero appena uscita da Chandigarh, delirio urbanistico franco-elvetico di Le Corbusier, che la strada ha iniziato a salire. Dopo una decina di chilometri mi sono apparse le montagne all’orizzonte, con le cima immerse in minacciosi nuvoloni grigi e in uno spesso strato di foschia. Sono andata in panico. Mi sono fermata in un negozio a chiedere una giacche a vento e pantaloni impermeabilizzati. Poi sono andata alla ricerca di pneumatici da pioggia. Le gomme del mio scooter sono lisce, prima o poi bucherò, lo so, a Delhi mi capita una volta alla settimana, figuriamoci sulle strade himalayane! Verso le tre del pomeriggio sono entrata nello stato dell’Himachal Pradesh. Lo si è capito subito dalla quantitá di frutta che vendono a bordo della strada. Mi sono anche fermata a bere il famoso succo di mele. I primi tornanti li ho fatti a venti all’ora con il terrore che il motore non ce la facesse. Devo dire che ha retto benissimo, più di me che dopo mezzora di montagna, quando ha iniziato a piovigginare, avevo già indossato l’intero mio equipaggiamento alpino consistente in una felpa, una giacca di cotone e dei guanti da palestra. Orrendo. Penso di avere rischiato il congelamento quando ero a 20 km da Shimla, che ho scoperto è a oltre 2000 metri e non ‘’in collina’’ come pensavo io. Il dramma è che la gente era tranquillamente in mezze maniche. Forse sono ormai troppo abituata al caldo umidiccio dei 35-40 di questi ultimi due mesi? Può darsi, ma qui a Shimla ho indossato gli scarponi completando così la trasformazione in creatura himalayana o yeti.
La montagna per arrivare a Shimla, che era praticamente la colonia estiva degli inglesi - ci hanno costruito pure un’impervia ferrovia che insieme a quella di Darjeeling, a est, è diventata celebre tra i turisti – è devastata da un’eccessiva antropizzazione come direbbero gli esperti. E’ zozza, perché non viene raccolta la spazzatura, violentata a livello edilizio e senza nessun carattere uniforme, se non quello dei tratti somatici degli uomini e donne dell’Himachal, con i loro “kullu cap”. Non mi ha mai impressionato questa parte dell’Himalaya che somiglia molto a un paesaggio alpino, ma senza mucche con il campanaccio e molto più sovraffollato. A proposito, sembra che a Shimla, ci sia mezza popolazione del Punjab e anche mezza Delhi. E’ il periodo di massimo affollamento. La strada pedonale principale, il Mall, era avvolta in una nuvola di freddo e vapore, ma si faceva fatica a passare. Ci sono migliaia di famiglie con torme di bambini, non riesco a capire dove alloggiano tutti. Ristoranti sono stracolmi e i parcheggi sottostanti l’area pedonale anche. Alle sei quando sono arrivata c’era un grande ingorgo di auto, parcheggiatori, quelli che ti trovano le camere e facchini. Un inferno a 2000 metri. Tanto che la città non ce la fa con l’acqua e i rubinetti in molti hotel sono a secco. Io per fortuna mi sono fatta una doccia calda qui al YMCA, di solito una garanzia, che sorge a fianco della chiesa gotica illuminata di notte. E’ però impressionante il silenzio assoluto, quello della montagna, mi ci devo ancora abituare…

SH08/Chandigarh, ecco dove è la nuova India


Quelli che le spedizioni (SH08 sta per Spedizione Himalaya 2008, adesso farò anche un logo) le fanno sul serio direbbero ‘’oggi ci siamo sparati 200 chilometri”. Invece io dico che dopo essere partita da Panipat e fermata a pranzo a Karnal, dove confluiscono i cereali prodotti in Haryana e in Punjab, mi sono appisolata sul ciglio di una risaia spaparanzata sullo scooter con i piedi sulla ruota di scorta. La scorsa notte non ho dormito a causa di un rumorosissimo generatore sotto la finestra che entrava in azione ogni mezzora e che - non scherzo - faceva tremare il letto. Pensare che avevo rifiutato la camera ‘superdelux”’ perché si affacciava sulla strada e avevo scelto invece la “’delux”’’all'interno che mi sembrava più tranquillo. Nel dormiveglia mi sembrava di viaggiare dietro un camion gigantesco senza poterlo mai sorpassare. La corrente da queste parti è davvero alternata nel senso che va via e ritorna ad intervalli regolari. Come se non bastasse poi la mia vicina di casa a Delhi mi ha chiamata alle 3 e mezza per dirmi che avevo chiuso dentro il cortile un cane di strada, Ringo, che ho recentemente adottato. La povera bestia si era probabilmente messa dietro un vaso per sfuggire alla calura e quando sono partita non me ne sono accorta e l’ho chiuso dentro!!!! Dopo un po’ nella notte lui si è messo ad abbaiare come un matto svegliando l’intero vicinato.
La Trunk Road oggi però era decisamente meno divertente, l'ho lasciata al bivio per Amritzar dove si ferma al confine con il Pakistan. Per chilometri non ho visto altro che campi di riso, pioppeti, alveari, bufali pieni di fango e trattori nuovi di zecca. A differenza del Sud qui l’agricoltura è completamente meccanizzata. Haryana e Punjab, dove sono entrata verso le 5 e mezza dopo la pennichella e svariate soste per il chai e sigaretta, sono i veri granai dell’India. La terra è supersfruttata e piena di pesticidi. Qui c’è un’incidenza di tumori da far paura, ogni tanto la stampa fa qualche inchiesta, ma non sembra interessare più di tanto. L’autostrada è ben asfaltata e ci sono siepi di oleandri tra le carreggiate. Se non ci fosse ogni tanto qualche camion che ti arriva in contromano e risciò stipati di gente con il turbante, potrebbe somigliare a un’autostrada europea.
Mi trovo ora a Chandigarh, la capitale costruita da Le Corbusier che secondo me era un grande appassionato di Lego. È la negazione di qualsiasi cosa indiana. Geometrica, armoniosa anche se non mi piacciono tutti 'sti casermoni di mattoni, e poi pulita e ordinata. Pazzesco. E’ pure smoking free, vfoetato fumare nei luoghi pubblici, come avverte un cartello all’ingresso della città dove campeggia sopra la strada un cartello ''Welcome to Chandigarh, the ciy beautiful". Chissà se è voluta quell'inversione di aggettivo. Non ci sono neppure gli autorisciò. Non ho visto una vacca o un cane randagio. Il settore 17, che è il “centro”, dove ho trovato un hotel abbastanza decente,è ancora più impressionante. I marciapiedi sono puliti, ci sono negozi di tutte le marche compreso un megastore Benetton, la gente fa il passeggio serale senza rischiare di essere stirata sotto un'auto. Non si sente neppure una clacsonata, ma solo le risate dei bambini intorno a delle fontane-sculture luminose. E’ la giovane classe media, vestita all’occidentale, con il portafoglio pieno e tanta voglia di fare le cose che prima poteva fare solo a Londra. Addirittura ho visto un supermercato con la cantinetta dei vini!!! A Delhi se lo sognano….Mi chiedevo mentre camminavo a bocca aperta, e se non ci fosse stato Le Corbusier?

Spedizione Himalaya 2008, prima tappa Panipat


Esattamente un anno dopo mi ritrovo on-the-road-again per i prossimi due mesi. Ho deciso di salire a Nord verso quell’Himalaya che continua ad affascinarmi con le sue leggende di Shangri-la perdute, di superstiti tra gli ariani e di pseudo tombe di Gesú Cristo. Se poi ci aggiungi i tibetani con il loro corollario di mantra e di stupe e il paesaggio lunare del Ladakh, beh…non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Sono stata l’ultima volta due anni fa in autostop, questa volta però ho voluto aggiungere un po’ più di avventura. Sono partita con il mio scooter, un Honda Activa automatico, di seconda mano che conosco come le mie tasche e a cui sono anche un po’ affezionata. Se non ce la fa vuol dire che l’avrò portato a morire nell’Himalaya, che per uno banale scooter targato Delhi non è poi così male…Dopo aver visto la deludente partita della nazionale al ‘Bar Sport”’ dell’ambasciata, uno dei ghiotti piaceri della vita di noi “emigranti” e aver scritto un pezzo sul tifone delle Filippine, ho caricato uno zaino e preso uno stradario dell’India. Ho fatto il pieno e sono partita per la spedizione Himalaya 2008. Senza nessuno che mi salutasse se non i vicini che mi guardavano perplessi scrutare la cartina geografica seduta sullo scooter fuori il cancello. Ahimé dopo sei anni e passa a Delhi, non ci so ancora uscire. Andando a naso a Nord, mi sono diretta verso il Forte Rosso e poi da lì mi sono persa nel campus della Delhi University. Ridendo tra me e me pensando alle mie ambizioni himalayane, a forza di chiedere indicazioni sono riuscita a imboccare la famigerata Trunk Road, la nazionale numero uno che attraversa uno degli hinterland più devastati al mondo. Non c’è immaginazione dantesca capace a spiegare l’accozzaglia di bipedi, quadrupedi, sgangheratissimi autorisciò, baracche di lamiera e cartelloni pubblicitari di whisky. Sì, perché una delle immagini più frequenti della Trunk Road, TR per i locali, sono i wine shop anzi gli “English Wine Shop”. Il tutto su una strada che mi ha preparato ad affrontare la fatidica Manali Leh, per metà sterrata, tra vallate a 4-5 mila metri. Sono poi rimasta sconvolta dall’’avanzamento dei lavori della nuova linea della metro, lo sky line, che corre come un serpentone di cemento in mezzo alla strada contorniato da migliaia di omini dal casco giallo. Giuro che fino a pochi mesi fa non c’era nulla. E’’ lo stesso che a Gurgaon, è emersa da un giorno all’’altro, come se i suoi pilastri sbucassero dal sottosuolo. Avrei voluto fermarmi per vedere se ne vedevo emergere uno.
Dopo un paio d’ore sono finalmente uscita dalla metropoli e ho superato la soglia di non ritorno, ovvero quel limite in cui hai non ha più senso tornare a casa. E’ lì che inizia il viaggio, come quando la barca lascia gli ormeggi. Sei giá in navigazione anche se vedi ancora la costa. Lo scooter, la moto in generale, ti permette di vedere un sacco di cose che non puoi vedere con il bus troppo veloce o a piedi, troppo piano. Per esempio sono passata da Azadpur che è il gigantesco mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Delhi, non me ne ero mairesa conto che era qui. Passando vicino ai cancelli si sentiva nell’aria il profumo delle cipolle e dei manghi.
Comunque nei miei primi eroici 65 chilometri lo scooter ha tenuto bene anche all’ultima mezzora di strada di notte con trattori e biciclette contro mano. Mi trovo ora a Panipat, nello stato dell’Haryana, che si studia sui libri di storia per una celebre battaglia contro gli inglesi. La corrente va via ogni mezzora più o meno. “È colpa di Delhi che se la piglia tutta” mi spiega abbastanza irritato un ristoratore dopo avermi servito shish kebab di pollo e butter naan. Mah, mi piacerebbe scrivere di questa rivalità tra stati indiani. Invece domani dovrò scrivere dei gorkha e di Darjeeling, dove ero l’anno scorso e di cui non interessava nulla a nessuno. Da lá mi ricordo mi occupavo di Pakistan. Ma verrá mai il momento in cui riusciró a scrivere sui posti dove mi trovo e non essere perennemente dissociata nella dimensione spaziale?

BREAKING NEWS - E' arrivato il monsone!


Con circa tre settimane di anticipo oggi è arrivato il monsone a New Delhi. Un temporale all’alba e poi pioggerella costante ininterrotta da domenica uggiosa. Questo è il mio settimo monsone indiano e devo ammettere che ormai ho iniziato a capire i segni del suo arrivo. Senti come se il cielo ti schiacciasse, ti prende uno strano nervosismo e irritabilità, non è solo l’umidità appiccicaticcia che ti blocca il respiro, ma una sensazione soffocante, claustrofobica. Stanotte ho dormito con la porta aperta sul cortile. Mi sentivo schiacciata dalle mura, dalle case del quartiere e dall’intera città. Mi ricordo un po’ di anni fa, ero sempre a Delhi, sono corsa in strada per cercare da qualche parte la linea dell’orizzonte, come una via di fuga.
L’anno scorso invece quando è arrivato il monsone mi trovavo sul Gange, a Varanasi. Mi ricordo il cielo che si è oscurato, per qualche istante sembrava che l’intero pianeta trattenesse il respiro. Poi un leggero vento, già fresco, ha cominciato ad agitare il fuoco delle pire e i lembi delle vesti bianche delle famiglie in lutto. Pochi istanti un boato, il primo tuono. Il volto dei becchini, di solito assente, ha cominciato ad assumere un’espressione divertita. Fuggi fuggi di turisti sotto le tettoie dove si tiene la legna per le cremazioni. Sono rimasta sulla terrazza a lasciare che quel vento elettrico mi penetrasse. Che energia. Poi le prime gocce, piene di sabbia e cenere. Sempre più grosse. Lasciavano una grossa chiazza sulle pietre bollenti dei ghat. L’eccitazione era ormai palpabile tra le decine di becchini e bramini impegnati nella loro incessante e millenaria catena di montaggio della sepoltura. Disponi i ceppi, immergi il cadavere nel fiume, aggiungi altri ceppi, riprendi il corpo e adagialo sulla pira, ricoprilo di altri ceppi, accendi il fuoco, fai i rituali, sposta i ceppi mano mano che bruciano, riattizza il fuoco se si spegne…sempre così giorno e notte.
Quando si aprono le cateratte del cielo, un grido di gioia si è levato intorno alle pire. “Piove!!!!” hanno esultato con un boato da stadio. Liberandosi degli stracci che tengono intorno alla testa correvano felici sotto la pioggia fino a una casupola. Li vedevo accendersi i bidi, le sigarette indiane fatte a mano, ridendo come bambini. Penso anche ai milioni di indiani che oggi a Delhi hanno salutato allo stesso modo il nuovo monsone che quest’anno si prospetta abbondante. Un sollievo anche per l’economia, che al contrario di quanto si pensa non dipende dai computer di Bangalore, ma dal cielo…e da un buon raccolto.

Non è che forse il Taj Mahal è stato costruito dai marziani?


La scorsa settimana ho preso un treno e sono andata ad Agra, l’ex capitale del regno mughal e città del Taj Mahal. Il viaggio dura solo tre ore, ma è più che sufficiente a ricordarti che l’India non è esattamente quella che Armani o Louis Vuitton si aspettano di trovare, almeno per ora. Agra è sempre uguale, come quella descritta nel 1965 dallo scrittore indiano Ruskin Bond in un suo diario di viaggio. Sono andata a rileggere quel passo in cui si ferma a parlare con un bambino che è figlio di un giardiniere e che da quando è nato ogni giorno vede il celebre mausoleo. “Io lo vedo per la prima volta, tu sei molto fortunato” gli dice. E lui risponde: “Se tu vieni qui una volta o cento volte è lo stesso, non cambia”. E poi: “Mi piace vedere le persone che vengono qui. Loro sono sempre differenti”.
In effetti, anch’io che l’ho visto tante volte, non mi fa più lo stesso effetto. Però mi colpisce sempre la sua totale estraneità con il paesaggio circostante. Ancor di più ora, che i suoi marmi sono stati sbiancati e lucidati e hanno perso la patina del tempo. Sembra costruito appena ieri e non oltre 350 anni fa. Seduta sui gradini di una delle due moschee laterali , mentre il cielo diventava violaceo per l’arrivo dell’ennesima bufera di vento, ho pensato perfino che non poteva essere un’opera umana. E’ troppo perfetto anche per la cristallina astrazione islamica. Di sicuro è agli antipodi di tutto quello che è indiano o induista. E’ veramente l’opposto del caos colorato e chiassoso dei templi, delle divinità unte di burro e olio di cocco e delle immagini del kamasutra. E’ un edificio tombale, insomma, in un Paese, dove i cadaveri rientrano senza alcuna barriera marmorea nell’ecosistema naturale, come mi ricorda un crematorio che sorge a poche centinaia di metri sulle rive della Jamuna. Non è forse strano che non si conoscano neppure gli architetti? E questa leggenda degli scalpellini che sono stati poi mutilati, raccontata dalle guide turistiche, avrà pur un qualche elemento di verità! Qual è il suo mistero? Più lo guardavo e più mi sembrava completamente fuori luogo, come fosse stato calato dal cielo con un’astronave tipo film di Spielberg. Forse…un regalo (o stazione di spionaggio) dei marziani ? “Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo” l’ha definito il poeta Rabrindranath Tagore pensando al dolore eterno per la caducità umana. Mi è venuto in mente anche Pasolini, nel suo celebre “L’odore dell’India”, 1961, dove scriveva a proposito del mausoleo di Muntaz Mahal: “Un vero gelo. La poesia mussulmana, pratica e insieme antifigurativa, pragmatica e insieme antirealistica, si trova in India come in un mondo non suo. La cadaverica sensualità del paesaggio indiano regge come corpi estranei, nelle sue salgariane radure, i monumenti dei dominatori mussulmani. Chiusi nella loro astratta geometria funzionale, come prigioni ricamate”. Bello eh? Tanto che sui gradini di arenaria bollente mi sono perfino addormentata. Quando ho riaperto gli occhi si era levato un vento fortissimo e mi sembrava che la base del Taj Mahal con i suoi quattro minareti si stesse per sollevare…

Gli scaffali di Armani e l'India moderna


Ogni tanto mi chiedo se veramente l’India sia riuscita ad imboccare la strada del benessere e dello sviluppo che la porterà nei prossimi decenni a essere tra le prime potenze economiche mondiali. Gli economisti dicono che si tratta ormai di un processo ineluttabile. Per molti la svolta è iniziata nel 1991, anno di gravissima crisi finanziaria e politica, ma anche l’anno in cui sono iniziate le riforme suggerite da Manmohan Singh, all’epoca semplice consulente del governo. Per me che sono qui da sette anni ormai, la pagina è svoltata circa 4 anni fa quando l’India ha iniziato a correre al ritmo dell’8-9 per cento all’anno grazie alla crescita del settore terziario e manifatturiero. Ho assistito al ribaltamento di una percezione comune non solo da parte dell’Italia che ha scoperto o in certi casi ri-scoperto l’India, ma anche da parte degli indiani stessi. Tutti quelli che vengono qui per la prima volta dicono che in questo Paese si respira un’aria di ottimismo e entusiasmo. Sarà anche per la popolazione giovane, ma è soprattutto perchè esiste una nuova consapevolezza di “avercela fatta". L’ho avvertito molto bene, per esempio, circa due anni fa, quando è stata inaugurata la “linea gialla” della metropolitana, quella interamente sotterranea che attraversa la vecchia città dei moghul. Ho osservato i passeggeri seduti davanti a me, imbarazzati e compiaciuti nello stesso tempo, guardarsi intorno nelle carrozze nuove di zecca, con le insegne luminose e una voce soave che avvisava l’arrivo alle fermate in inglese e hindi. Mi sono accorta che qualcosa stava cambiando intorno a me. La stessa netta sensazione l’ho avuta in coda al check-in di Deccan Airways, la prima compagnia aerea privata low-cost. E poi a gennaio, nei giorni successivi il lancio della Tata Nano, la mini car da 2000 dollari che però non è ancora nei concessionari. Almeno a New Delhi e nelle metropoli, dove sono arrivati i soldi in grande quantità, la gente non ti chiede più cosa pensi dell’India. Non c’è più bisogno di avere il parere o l’approvazione di uno straniero. Le cose stanno cambiando in fretta, forse troppo. C’è stato nell’ultimo anno una rincorsa ai prezzi che non è assolutamente riflessa nei dati dell’inflazione che secondo il governo è sul 7-8%. Ci sono alcuni generi alimentari e medicine che sono aumentate del 20 o 30 per cento. Più che scarsità penso sia speculazione, che è inevitabile quando aumenta il potere di acquisto e l’economia si surriscalda. I pochi negozi moderni di generi alimentari sono presi d’assalto. Vicino a casa mia c’è un supermercato della catena Reliance Fresh, il colosso industriale indiano di Mukesh Ambani, l’ex benzinaio che ha creato un impero poi ereditato e diviso dai due figli. Alla sera il bancone della frutta e verdura è vuoto e se c’è un offerta tipo due per tre il traffico blocca mezzo quartiere. Mi piacerebbe sapere però se ad incrementare le vendite sono anche i venditori ambulanti che ogni mattina e sera attraversano le “colonie” urlando a squarciagola. Secondo Kamal Nath, il super ottimista e instancabile ministro del commercio, che ha scritto un libro “India’s Century” dove esalta l’imprenditorialità e “l’arte di arrangiarsi” (conosciuta come Juggad), gli indiani hanno un “vantaggio competitivo” sugli altri popoli una volta che si libera l’economia dai “lacci e lacciuoli” dello stato. Le multinazionali, se vogliono vendere, dovranno adeguarsi ai gusti locali e non il contrario. Se davvero sarà così, forse si potrà evitare il dilagare di stili di vita tipici del consumismo occidentale che hanno stravolto i Paese del Sud est asiatico. Gli orrendi mall che stanno sorgendo in periferia in realtà fanno pensare il contrario. L’altro giorno, in uno di questi mostri di cemento sorti dal nulla nella zona di Vasant Kunj per volontà del gruppo DLF, i palazzinari di Gurgaon, ho incontrato un paio di operai italiani addetti a montare le scaffalature per i nuovi negozi di Giorgio Armani. Erano abbastanza delusi in generale dall’India. Erano erano stati letteralmente spennati nei ristoranti e dai tassisti. Erano poi scioccati dai poveri indiani che accovacciati a terra pulivano i pavimenti della boutique con un minuscolo scopino e poi con uno straccetto lurido smacchiavano i pavimenti. Certo non è il concetto di pulizia a cui siamo abituati. “Sono quelli che abitano nelle baracche dietro il mall, penso siano analfabeti, forse anche fuori casta e sono pagati alla giornata” ho detto. Loro mi hanno dato ragione. Glielo avevano già chiesto. Prendevano circa 100 rupie al giorno a spolverare i costosissimi e delicatissimi scaffali con inserti in pelle della boutique Armani. Penso che solo con il costo degli arredi si possa sistemare per la vita un’intera famiglia o dare acqua e elettricità a un villaggio o costruire una scuola. Lo so, probabilmente capitava così anche per i lavapiatti italiani che sono immigrati negli Stati Uniti all’inizio del secolo. Ma onestamente penso che nel duemila e nell’India nel libro di Kamal Nath, questo stato di coose non sia sostenibile dal punto di vista etico ma anche politico perchè è inevitabile che prima o poi si ribellino. Chissà cosa avrebbe detto poi Nehru a vedere i “nipoti della mezzanotte” chini a lustrare i pavimenti di Armani!

Shopping mall, storie di perdizione a Delhi


Ebbene sì, lo ammetto, ho passato il week end nei nuovi “mega mall” di New Delhi. Avevo una mezza idea di andare a fare un giro nel bazar di Chandni Chowk, poi la nuova India del consumismo occidentale mi ha attirato come le sirene di Ulisse. Cercando scampo alla calura da 40 gradi di questi giorni e alle incessanti tempeste di sabbia, mi sono rifugiata in uno di questi mostri di vetro e cemento ancora da ultimare, ma che già brulicano di famiglie con passeggini, ragazzine con i jeans alla moda e gruppi di bulli che le inseguono come automi su e giù sulle scale mobili. Pavimenti di marmo lucidi, toilette pulite e profumate, aria condizionata. Insomma una vera figata. Per quanto uno si opponga alla devastante cultura yankee del “mall” non è possibile non apprezzarne i vantaggi. La pensano come me le migliaia di persone che domenica si sono messe in coda per entrare nel parcheggio sotterraneo e anche i costruttori di questi moderni templi dello shopping che sono spuntati come funghi in particolare a Saket, un quartiere periferico della parte meridionale di Delhi che è in piena espansione edilizia. Sono stata al Select Citywalk e nell’adiacente MGF Metropolitan Mall. Giganteschi entrambi, direi perfino troppo, perché per vedere tutto ci vuole almeno un giorno. Molti dicono che il Citywalk sia il migliore. In effetti, si trovano tutte le marche, da Benetton alle catene di abbigliamento indiane come Wills Lifestyle, Pantaloons o Shopper's Stop. Si trova perfino il prosciutto cotto italiano e le mozzarelline di bufala. I negozi sono simili a quelli che si possono trovare a Bangkok o Singapore. Non è che ho scoperto l’acqua calda. E che fino a due anni fa questo tipo di cose era impensabile a Delhi dove esisteva solo un centro commerciale, l'Ansal Plaza, ma decisamente antidiluviano! C’è poi una “food court”, con fast food di cibo regionale indiano. All’ingresso ti danno una sorta di carta di credito che io ho caricato con 300 rupie e che serve per pagare le consumazioni. Io ho preso un “raj kachouri”, buonissimo, e mia figlia invece una pizza margherita, praticamente una focaccia cruda cosparsa di ketchup. Ho poi comprato due “kurte” da Fab India, moda indiana che piace agli stranieri, e un servizio da sei bicchieri da bibita da Home Stop, dove ci sono cose di design un po’ stile Alessi, ma molto più accessibili.
Sabato pomeriggio invece ho preso la nuova tangenziale a pedaggio Delhi- Gurgaon (gli scooter sono esenti) e sono andata all’Ambience Mall, il centro commerciale del colosso immobiliare DLF che vanta un chilometro di superficie calpestabile. Anche qui è stato impossibile vedere tutto, penso sia occupato solo una piccola parte. C’era poca gente, quasi nessuno nei negozi di marca, da Samsonite ai reggiseni francesi Etam. Mi sembrava ancora più luccicante, forse perché è totalmente circondato da cantieri edili. Dalle vetrate dell’ultimo piano si vede una pianura desolata bruciata dal sole che sembra quella del deserto dei Tartari se non fosse per le gru e per le baracche dei manovali. Qui avrò passato un paio di ore senza neppure accorgermene nei mega magazzini di Reliance Trends (abbigliamento), Reliance Digital (elettronica) e Reliance Time Out (libri, musica, video giochi e un bar interno). Va ricordato che il colosso Reliance di Mukesh Ambani (raffinerie) è la più grande società indiana e lui è uno degli uomini più ricchi del mondo, dipende dalla borsa che adesso è giù. Nella sezione video ho comprato un paio di dvd di film di Bollywood in hindi sottotitolati in inglese, tra cui “Krrish”, il Superman indiano. Forse avrei potuto farlo anche a Chandni Chowk tra le zaffate di smog e di spezie, tra lo strombazzare dei clacson e i mendicanti che si aggrappano al tuo braccio, con il sudore che ti cola dalla fronte e i sandali che affondano in una poltiglia di spazzatura, letame e scarti di cibo. Sì avrei potuto fare shopping anche lì, la prossima volta, magari…

Bombay, le meraviglie dello scompartimento per signore


Mumbai o Bombay come la chiamano ancora pochi affezionati è una città che amo molto. Forse perché non ci abito, mi ha detto un giorno un “mumbaite”. Nei tre giorni in cui sono stata per intervistare la direttrice di Grazia India e per visitare Film City, ho avuto occasione di prendere spesso il treno da Church Gate o dal Victoria Terminal, ribattezzato CST ovvero Chattrapatty Shivaj Terminal. Era la prima volta e già temevo di appendermi alla porta dal di fuori come ho visto tante volte alla televisione. Pare che ogni anno a Bombay 4000 pendolari muoiono cadendo tra i binari. Invece nulla di tutto ciò neppure nelle ore di punta. E’ un lusso però riservato solo alle donne. I primi vagoni sono infatti “ladies only”. E’ incredibile che, anche quando nel vagone a fianco sono come sardine, la separazione è rispettata. Come alla toilette, nessuno oserebbe entrare nella parte sbagliata.
Anche gli scompartimenti per sole signore sono affollati a volte, non c’è mai ressa come nel resto del treno. Non c’è la tensione di sentirsi pizzicare il sedere o palpare i seni. Anche quando si sta spalla a spalla, c’è un’atmosfera diversa, fatta di lunghe occhiate curiose e maliziose, ma con un senso di complicità di chi condivide il comune destino di abitare in una incasinatissima metropoli di 15 milioni di abitanti. Ci sono le signore della buona borghesia, studentesse, domestiche che hanno appena finito la giornata di lavoro e impiegate in “sari da ufficio” che tornano a casa da un marito o dai figli e che appena si siedono si addormentano con la testa che ciondola in avanti. Ai muri ci sono manifesti di corsi di arte domestica e di cucina dove si insegnano tutti i piatti regionali. Dopo un po’ il vagone profuma di gelsomino e di spezie. Ogni tanto sale una venditrice ambulante di fermagli per capelli e bindi che diventa subito preda dell’attenzione generale. Nessuno guarda dal finestrino un panorama che forse hanno già visto migliaia di volte. Non ho mai conosciuto donne più vezzose che le indiane. Nessuna di loro uscirebbe mai senza trucco o gioielli, come invece faccio io. Mentre andavo all’aeroporto (mezzora da Colaba a Santa Cruz e poi 15 minuti di risciò) è salito un cieco che vendeva astucci e kit per il cucito. Era da solo e teneva la sua mercanzia stretta sul petto. Con le mani ogni tanto controllava che ci fosse tutto. Le signore sembravano molto interessate. Due di loro hanno esaminato una bustina, controllato la cerniera, mentre altre frugavano tra la mercanzia. Sempre con l’aiuto delle mani, il venditore individuava l’oggetto richiesto e diceva quanto costava. Prima di scendere, ho visto una donna infilare nelle sue mani due banconote da 10 rupie in cambio dell’ astuccio che aveva esaminato prima. Lui le ha prese e lentamente le ha infilate nella camicia. L’ho osservato estasiata anche quando ero ormai scesa dal vagone per signore. Ladies only….

ULTIME: wi-fi all'ostello dell'Esercito della Salvezza a Bombay



Non ci credevo nemmeno io. Nell’ostello dell’Esercito della Salvezza di Bombay c’è internet wi fi. Nei dormitori, puliti e sicuri, a 150 rupie (meno di tre euro), colazione inclusa, c’è quello che secondo me non esiste neppure nel superfigo Hotel Taj Mahal che è qui a cento metri di distanza. Non immagino quante persone ne siano a conoscenza. Sono orgogliosa di dare questa notizia basilare per chi come me non si separa mai dal proprio notebook.
Dopo un viaggio epico di 16 ore da Janshi sono arrivata nell’umidità di Mumbai che devo dire mi piega più le gambe che gli over 40 gradi del nord dell’India. Oggi, di ritorno dall’isola di Elefanta, su una bagnarola che fa da traghetto, mi sono addormentata come un sasso. Mi sono ripresa con un caffè da Barista, che qui a Mumbai è già “Barista Lavazza”, ma che sembrava un congelatore tanto l’aria condizionata era a manetta. Colaba è piacevole, certo di domenica è meno incasinata. E’ veramente diversa l’atmosfera qui rispetto alla frenetica e aggressiva New Delhi. Sarà l’aria molle della baia oppure le foto di Shah Ruk Khan che tappezzano le edicole.

Orchha, dove si mangia la thali senza spezie

Orchha è uno di quei posti sorti dal nulla che vivono quasi esclusivamente di turismo. A pochi chilometri da Jhansi, sulla direttrice ferroviaria tra Delhi e Mumbai e punto di passaggio obbligatorio per la popolarissima Khajuraho, questo villaggio offre una piacevole pausa allo stremato viaggiatore. Internet cafè, massaggi ayuverdici, biciclette in affitto, qualche negozio di souvenir e cibo “continentale”. Ma con tutto il contorno di vacche e di puja nei templi. Tra i palazzi c’è quello dedicato mughal Jahangir, che dalla sua reggia di Agra, è venuto un giorno a Orchha a trovare il maharaja locale Bir Singh Deo, suo alleato favorito. Cosa non si fa per ingraziarsi i potenti! Per compiacere il potente mughal, Bir Singh Deo ha fatto pittare le stanze da letto con affreschi in stile Bundela che sono oggi tra i pochi affreschi rimasti più interessanti, a parte Ajanta.
Orchha è uno di quei posti in cui puoi far trascorrere le giornate senza accorgersi. Si può passeggiare lungo il fiume, dove i bambini si tuffano e gli adulti si insaponano oppure osservare le coppie di sposi giovanissimi che pronunciano il loro sì davanti al tempio rosa-dorato. Mi è capitato perfino di mangiare una thali completamente senza spezie a misura di palato occidentale. I baba ricoperti di fiori e di curcuma rossa davanti al tempio sembrano pagati dall’ufficio turistico del Madhya Pradesh…

Gwalior, le tigri impagliate e i talibani di Aurangzeb


Ogni tanto ho veramente l’impressione che viaggiare in India sia come entrare in un libro di avventure, come il Kim di Kipling, pieno di luci abbaglianti, di profumi di incensi e di manghi, delle urla della folla e di personaggi dai costumi incredibili come a teatro. Da piccola fantasticavo sull’Oriente misterioso, ma mai avrei creduto di finirci dentro nell’anno 2008.
Ho preso un treno per Gwalior, una delle città nobiliari, nello stato del Madhya Pradesh, ma nei secoli facile preda dei guerrieri islamici venuti dal nord e dei potenti maharaja venuti dal sud. Il suo massiccio forte, 10 chilometri di mura, che sorge su un altipiano, è stato conquistato e riconquistato decine di volte. Il marahaja Man Singh ci ha costruito nel 1500 un bel palazzo 1500 dai colori blu, giallo e verde sgargianti ancora in parte visibili. Sembra uno di quei castelli delle fate di Disneyland. La pietra arenaria, marrone chiaro di qui ben si adatta a essere lavorata. Dentro ci sono due cortili molto graziosi con pavoni, leoni e elefanti scolpiti. Il secondo piano, di sotto, dove c’è un pozzo, è stato trasformato in una prigione dai moghul. La leggenda dice che ci è morto Murad il fratello dell’imperatore Aurangzeb. Adesso è una stanza piena di pipistrelli. Ci sono poi molte rovine suggestive e un paio di templi dedicati a Visnù e Shiva, ma con le teste sfigurate dai “talebani” della “Santa Inquisizione” di Auranzeb che, a quanto pare andavano in giro per il Nord dell’India a demolire templi indù o a coprire con il cemento facce e nudità. Su un costone del forte ci sono delle mega statue di profeti Jain scolpite nella montagna, tipo Bamyam afghano, sfigurati anche quelli. Ad uno hanno ricostruito la faccia, ma con un naso schiacciato da negroide.
Il pezzo forte di Gwalior è il palazzo degli Scindia i signori venuti dal Maharshtra che per ultimi hanno conquistato la città resistendo ai britannici, il che non è poco. Ora sono una dinastia politica del Congresso. Il giovane Scindia è da poco entrato come ministro nel governo e quindi sta a Delhi.
Non ho capito di quali traffici vivevano, ma il palazzo riflette una certa opulenza. A parte i giganteschi candelabri, vetri di Murano, cineserie e una collezione di fucili mascherati da bastoni da passeggio, mi ha fatto un certo effetto la vetrina dei trofei di guerra, con gigantesche tigri imbalsamante e addirittura una testa di rinoceronte. E poi il trenino elettrico con sette vagoni, uno per ogni lettere di “scindia” per portare i brandy e i sigari sul tavolo da pranzo da cento posti.
Ma la chicca di questo primo giorno di viaggio è stato Suresh, un artista che abita a Delhi incontrato sul treno. Era diretto a Goa con la sua compagnia per fare uno spettacolo ad un matrimonio di gente ricca ovviamente. Per inciso Delhi -Goa sono quasi 35 ore di treno, se va bene, e lui si lamentava che non gli avevano pagato il viaggio in Ac, aria condizionata. Comunque la sua performance consiste nel ballare il kathak con nove vasi di terracotta sulla testa. Mi ha fatto vedere le foto di lui truccato come una donna con la pila di anfore, l’ultima con una candela accesa. In un curioso baule cilindrico alto un metro e mezzo, che è rimasto davanti alla mie ginocchia per le 4 ore del viaggio a Gwalior, trasportava gli attrezzi del mestiere. Se non è una favola questa….

Che ci fa una Ferrari tra i risciò?


L’altro ieri mi sono ritrovata con altri giornalisti a girare tra India Gate e il Forte Rosso con una Ferrari 612 Scaglietti. Non ci sono salita, ma sono stata davanti su una jeep scoperta in compagnia di una fotoreporter e due cineoperatori perché volevo vedere lo stupore sulla faccia della gente in strada. Mi sarebbe veramente piaciuto leggere nei pensieri di quelli che si vedevano sfrecciare la Ferrari di fianco. Il cavallino rampante è un marchio popolare anche qui. Lo si trova perfino sulle maglie e giacche contraffatte del mercato di Sarojini.
La casa di Maranello dal 25 febbraio sta facendo un “magic discovery tour” e Delhi era una delle ultime tappe prima di ritornare a Bombay per il gran finale. Di auto non ci capisco nulla, ma penso che la Ferrari non sia esattamente un gippone da Camel Trophy. E’ quindi un gran successo il fatto che finora, a parte qualche bucatura, abbia retto per circa 10 mila chilometri sulle strade indiane. I bolidi da strada di Maranello non hanno proprio nulla a che vedere né con le dissestate e polverose strade indiane, né con la gente che ci vive. Quindi apprezzo anche il coraggio di organizzare un evento promozionale del genere a cui hanno partecipato giornalisti di tutto il mondo a turni di quattro per ogni tappa. Anche se sono ideologicamente contraria alla cultura dell’auto - figuriamoci poi dell’auto come status simbol - non posso non riconoscere il valore della Ferrari come prodotto del made in Italy. Sono visceralmente contro l’automobilismo, la velocità e, in generale, i motori. Ma da quest’anno l’India partecipa alla Formula Uno grazie al re della birra Vijay Mallya che ha assunto il pilota italiano Fisichella. La Tata Nano sarà presto sulle strade, insieme alla Jaguar visto che ora hanno lo stesso padrone. Una settimana fa mentre rincasavo verso mezzanotte un enorme fuoristrada a folle velocità si è ribaltato a Golf Links dopo essersi schiantato contro un palo della luce. Dai finestrini, con i vetri oscurati, sono usciti tre ragazzi ridendo allegramente. Per fortuna non si sono fatti nulla, ma l’andazzo è questo anche qui a Delhi, se non hai un macchinone sotto il culo non sei nessuno.

ULTIME: Primo black out di stagione (durante gli exit polls)

Stavo ascoltando via internet la diretta elettorale su Rai Uno e leggendo di un convegno giovedì prossimo sulla cooperazione tra India e Italia nelle nanotecnologie, quando la corrente ha cominciato a dare di matto. Sembrava la casa degli spiriti, la luce si affievoliva e poi ritornava abbagliante. Gli stabilizzatori di tensione, che per fortuna facevano il loro lavoro, facevano tic tac in continuazione. La voce di Gasparri, intervistato in quel momento, è diventata un rantolio digitale prima di cessare per sempre. Requiem da exit polls. I cani fuori si sono messi a latrare. Una lampadina non ce l’ha fatta ed è scoppiata. Sono riuscita a disconnettere il telefonino dal caricatore appena in tempo. Un ultimo tenue bagliore e come se avesse esalato l’ultimo respiro la casa è sprofondata nel buio e con essa tutto il quartiere. Il silenzio assoluto è durato per pochi istanti poi sono partiti alcuni generatori ma in lontananza.
Per fortuna il caldo è ancora sopportabile. Non ho acceso ancora l’aria condizionata in casa, io sono al piano terra. mentre l’inquilino del secondo piano l’ha già fatto. Però avevo acceso il ventilatore a soffitto e, in effetti, adesso ne sento la mancanza. L’unica fonte di luce è lo schermo azzurro del portatile sui cui continuo a scrivere.
Con l’estate è arrivata anche la stagione dei black-out. Nonostante le promesse, a New Delhi la domanda di corrente continua a superare l’offerta, almeno così si dice, e quindi ogni tanto, scatta il razionamento. Ormai ci siamo abituati, dico “noi” immigrati da lunga data, Chi ha il gruppo elettrogeno, chi un “inverter”, delle grosse batterie che reggono sei o sette ore. La domanda di corrente sta crescendo anche perché cresce la popolazione, anche se molti uffici sono ora nelle città satelliti di Gurgaon e Noida. Sono però convinta che il problema sta nelle infrastrutture, nella rete di distribuzione che è in condizioni penose. E’ un dato di fatto, anche se non se ne parla molto, di certo non ai convegni sulle nanotecnologie, Non so quanto durerà il black-out, forse un’ora o forse due. Così al buio e silenzio cosi alche le elezioni in Italia diventano un fatto del tutto insignificante.

PS La corrente è ritornata alle 4 di notte. Sono stata accecata dalle luci che avevo dimenticato di spegnere.

Ho votato davanti all'impiegato delle poste di Lodhi Road


Per una curiosa coincidenza mi sono arrivate nello stesso giorno per posta le schede per le elezioni della Camera e del Senato italiani e l’invito a votare per i membri del comitato del quartiere di Safdarjung Enclave dove abito. Lo so che non c’entra nulla ma è veramente buffo. Innanzitutto continuo a provare un certo imbarazzo a ritrovarmi in casa le schede elettorali anche se, come residente all’estero, avevo già votato per corrispondenza due anni fa quando è stata introdotta la legge Tremaglia. Abituata a votare nell’intimità e segretezza della cabina elettorale, il fatto di poter tenere le schede sul tinello di casa o attaccate al frigorifero mi sconvolge. Quando mi sono arrivate, in una busta dell’ambasciata, c’era con me Vani, una ragazza indiana che sta imparando l’italiano. Le ho mostrato i due pezzi di cartoncino colorato che odoravano ancora di stampa, l’inconfondibile odore delle schede appena uscite dalla Zecca. “Ecco noi votiamo così, facciamo una croce su uno di questi simboli”. In India c’è il voto elettronico, si schiaccia un bottone su una macchinetta che fa “pip” e poi lo scrutinatore ti fa un segno con un inchiostro indelebile all’attaccatura dell’unghia di un dito. Ho visto nei suoi occhi un’espressione di totale stupore. Poi mi ha detto: “ma voi italiani non avete paura che qualcun altro usi le schede?”. Ci ho pensato un po’ su. In effetti non ha tutti i torti.
Io ho votato il giorno dopo davanti all’ignaro impiegato della posta di Lodhi Road e poi seguendo le istruzioni ho messo le schede in una busta bianca e quest’ultima in un'altra busta gialla già affrancata con un francobollo da 10 rupie insieme al tagliando elettorale. Nel collegio elettorale di Delhi hanno votato così 200 connazionali.
Le votazioni dei componenti della Safdarjung Enclave Residents Welfare Association (blocco A2) si terranno invece domenica 27 aprile dalle 10 del mattino all’una a casa del presidente, il signor R.G. Khullar. Si tratta di eleggere un presidente, un vicepresidente, due segretari e un tesoriere. Le candidature dovranno essere presentate in busta chiusa entro il 16 aprile. I residenti che non sono in regola con le quote associative non possono votare. Mi ha poi colpito l’articolo 4 del regolamento elettorale che recita: “Nel giorno del voto gli outsiders e non-membri non potranno entrare nei locali dove si svolge l’elezioni”. Insomma, altro che voto per corrispondenza…

Ritiro tutto, ma non querelatemi!


Minacciata di querela per diffamazione da un legale di Quattroruote, ritiro immediatamente il mio post del 10 febbraio scorso e rivolgo le mie più sentite scuse al Signor Gianluca Pellegrini e a tutti i suoi colleghi della redazione. Oltre che non ho ricevuto il compenso pattuito per un servizio fotografico che mi avevano ordinato, ci mancherebbe solo che adesso debba pure pagare i danni! Però, che bello sarei penso la prima blogger querelata…
Per dovere di informazione, ecco l’ingiunzione ricevuta via e mail da Stefano Benetti Genolini, della Direzione affari legali dell’Editoriale Domus S.p.A.

"Nel merito di quanto da lei pubblicato, ci preme segnalarle quanto segue.
- Gli aggettivi da lei utilizzati nel titolo per qualificare il nostro giornalista Gianluca Pellegrini e nel testo dell’articolo per definire i giornalisti, facilmente identificabili come quelli facenti parte della redazione della nostra testata Quattroruote, sono calunniosi e gravemente diffamatori.
- Da quanto in nostro possesso, si evidenzia come la rappresentazione dei fatti inerenti i suoi contatti con la redazione di Quattroruote da lei descritta nell’intervento non sia reale e sia funzionale unicamente al perseguimento dei suoi fini calunniosi e diffamatori.


Per quanto sopra, riservandoci comunque ogni ulteriore azione, la invitiamo a togliere con la massima urgenza dal titolo la parte “e il fetente di Pellegrini” e dal testo il seguente brano:
“Un tale Gianluca Pellegrini che lavora al mensile Quattroruote me lo aveva richiesto con tanto servizio fotografico che purtroppo ho già pagato. Nonostante le promesse non lo ha mai messo in pagina (sono vent’anni che faccio questo mestiere e mi faccio ancora gabbanare dagli strapagati miei colleghi-culi di pietra)”

Siccome poi - oso pensare - esiste ancora la libertà di espressione vorrei tuttavia ribadire quanto successo: ho inviato un pezzo con foto sui "50 anni dell'Ambassador" al signor Pellegrini che me lo aveva ordinato dopo aver concordato un prezzo di 500 euro. Non è mai stato pubblicato senza alcuna spiegazione e non mi è mai stato retribuito. Purtroppo io non ho avvocati per difendermi. Sono iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio, nell’elenco professionisti, ma sono free-lance e a Delhi. Vivo del mio lavoro e cerco, in linea di massima, di rispettare il lavoro altrui.

Basta con la Festa Nazionale a marzo


Ebbene sì, ho boicottato la Festa Nazionale della Repubblica Italiana che si teneva oggi 27 marzo nel giardino dell’ambasciata italiana di New Delhi. Non me ne abbia l’ambasciatore Armellini, che stimo molto, ma quest’anno ho deciso di dire basta. Dopo 5 anni ho marcato visita. Forse non si è neppure notato. Ho ricevuto una sola telefonata di un invitato che si chiedeva dove ero tra le 12.30 e le 14.30 quando si teneva il ricevimento. Dunque perché questo boicottaggio, tra l’altro condiviso anche da altri connazionali da me sobillati? Ecco: non mi va più di festeggiare a marzo l’anniversario della proclamazione della Repubblica avvenuta il 2 giugno del 1946. Mi sembra completamente fuori luogo e anche difficile da spiegare ai miei compatrioti che non sanno neppure della ricorrenza di giugno…. Avendo chiesto più volte il motivo dell’anticipo di ben tre mesi della Festa Nazionale – caso unico solo in India – ho ottenuto ogni volta una diversa risposta dal diplomatico di turno. La prima ragione è che il 2 giugno “fa troppo caldo”, il che è anche vero perché è il periodo più torrido dell’anno con punte di 45 gradi di giorno e poco meno di sera. Non si spiega però perché gli americani (4 luglio) e i francesi (14 luglio) festeggino le loro indipendenze in sintonia temporale con le rispettive madrepatrie. “Però loro organizzano il ricevimento al chiuso di un hotel e invece noi all’ambasciata abbiamo un bel giardino ed è un peccato non utilizzarlo” mi disse una volta un diplomatico. Ma neppure questo non mi convince. Altra spiegazione è che il 2 giugno “se ne sono andati tutti in Italia per le vacanze estive”. Anche in questo caso è solo parzialmente vero visto che le scuole, come quella francese, sono aperte fino al 15.
Il bello è che quest’anno, per la prima volta, non si è neppure rispettata la tradizione di anticipare al 15 marzo (chissà perché proprio il 15) come gli anni precedenti, almeno per quelli in cui sono qui io. E in più, altra clamorosa innovazione, per la prima volta il ricevimento si è tenuto durante l’ora di pranzo (e non a cena come era consuetudine). Problemi di budget della Farnesina? O forse per l’Italia ora è meglio tenere un profilo basso visto che siamo senza governo? Oppure il personale dell’ambasciata sta facendo le nottate per spedire le schede elettorali in tempo?

Dharamsala, i tibetani guerriglieri e i monaci con l'I-phone


Ogni volta che vado a Dharamsala c’è qualcosa che non mi convince. Questa ex guarnigione britannica e meta vacanziera alle pendici dell’Himalaya, è da ormai mezzo secolo la capitale amministrativa del Tibet dopo che l’India ha dato rifugio e assistenza al Dalai Lama fuggito nel 1959 alla repressione cinese a Lhasa. “Sua Santità” vive sul punto più alto della vallata, nella borgata di McLeoganj, dove sorge anche il tempio principale. Per tutti i tre giorni della mia permanenza, le strade del paese sono state percorse da mattina a sera da monaci e residenti che urlavano a squarciagola in hindi “Free Tibet”, “Viva il Dalai Lama”, “Abbasso Hu Jintao”. Tutti i negozianti e i ristoranti gestiti da tibetani erano chiusi. Sui muri e appesi ai balconi c’erano le immagini abbastanza raccapriccianti di corpi insanguinati traforati da proiettili. Le prove tangibili della repressione cinese. Mi sembrava la “Via Crucis dei tibetani”, visto che era anche il periodo pasquale.
Il Venerdì santo erano anche comparse le bandierine americane perché arrivava la speaker democratica Nancy Pelosi. Penso sia l’unico posto al mondo, al di fuori degli Stati Uniti, in cui qualcuno spontaneamente, senza doveri di protocollo diplomatico, abbia sventolato la bandiera a stelle e strisce. Si sa che gli americani, Hollywood e Richard Gere, sono tra i primi supporter della causa tibetana. La cosa insospettisce un po’. Però, d’altra parte, meno male che ci sono almeno loro. Sul “Times of India" di oggi un lettore, commentando un editoriale critico verso il Dalai Lama, scrive: “Il Mahatma Gandhi non è andato negli Stati Uniti o in nessun altro Paese per lottare per l’indipendenza dell’India. Qui in India i tibetani sono rifugiati da decenni. Hanno tutto gratis alle spese degli indiani. Soltanto non hanno il diritto di contestare la Cina. Se vogliono, lasciamoli andare in Tibet a continuare da lì la loro lotta per la libertà”. Non so se questi sono i sentimenti della maggior parte degli indiani, certo che fa riflettere.
Una di queste sere a McLeoganj, in un affollato ristorante indiano, stavo aspettando un pollo tanduri, quando al mio tavolo si è seduto un giovane che era appena arrivato da Delhi. Mi ha detto che due giorni prima mi aveva visto fare delle foto a una manifestazione davanti al Jantar Mantar. Vive a Pokara, in Nepal, ed è un medico. Era scosso. Mi ha confessato che la sua ragazza, che abita a Dharamsala, l’aveva piantato dopo 4 anni. Poi abbiamo parlato del supporto degli Usa al Dalai Lama. “Mio padre era un guerrigliero negli anni Sessanta – mi ha detto – quando la Cia ci dava soldi e armi per combattere. Vogliamo lo stesso adesso dall’Europa o dagli Stati Uniti. Vogliamo fare cosa quelli di Al Qaeda fanno contro gli americani”. Interessante, eh? Povero Dalai Lama, vecchio monaco ridanciano, e il suo appello alla non violenza e al diritto di Pechino di ospitare le Olimpiadi. Già quando ero andata a Dharamsala l’ultima volta, due anni, fa avevo avuto la sensazione che i giovani fossero stufi del famoso “middle path”, l’approccio moderato che non rivendica l’indipendenza del Tibet, ma solo “autonomia”. Adesso ne ho avuto la conferma.
Ci sono anche altre cose che non mi convincono. I monaci che per esempio hanno gli ultimi modelli di telefonini e di I-Pod. Ma come fanno a permetterseli e a cosa servono? Mentre eravamo sul bus di ritorno a Delhi, mia figlia, che ne capisce qualcosa più di me, mi faceva notare un i-Touch Phone che un monaco aveva tirato fuori furtivamente da sotto la tonaca.
Un altro elemento che mi lascia perplessa è la presenza sulle bancarelle di McLeoganj di prodotti “Made in China”, tipo souvenir, scarpe e giocattoli. Ma come è possibile??? Capisco che oggi è impossibile boicottare i prodotti cinesi…richiamo di andare in giro come Adamo e Eva…ma almeno un po’ di decenza!

Chiamami Peroni...ecco la Delhi da bere


Due giorni fa mi trovavo a sorseggiare una birra Peroni Nastro Azzurro alla fashion week di Delhi. La birra ex italiana figura tra gli sponsor delle sfilate che si tengono nella fiera del Pragati Maidan. La si trova nello spazio allestito dal ristorante “Olive Beach”, uno dei più trendy della capitale che è di solito frequentato dai belli e famosi di Delhi. Mentre parlavo con lo chef Giuliano Tassinari mi sono ricordata della Milano da bere degli anni Ottanta, quella dei nani e delle ballerine, delle mutande griffate e dei “lei non sa chi sono io” davanti ai locali di Brera.
I nouveaux riches sono uno dei sottoprodotti della nuova India emergente e sono oggi i più coccolati dalle multinazionali del lusso che dopo la sbornia consumistica in Occidente puntano ai grandi mercati di Cina e India. La fashion week di Delhi è in teoria un evento di business, dove gli stilisti indiani mostrano le loro collezioni ai buyers internazionali, ma in realtà è anche una vetrina per il bel mondo. Intorno a me c’erano raffinate ragazze in fuseaux e tacchi a spillo, non bellissime, ma decisamente sofisticate nella scelta degli accessori. Purtroppo non sono più a Milano da tempo e temo di essere fuori dal giro dei modaioli. Però ho notato un’invasione di occhiali Dolce e Gabbana e una varietà di strane e coloratissime scarpe maschili. C’era anche qualche straniero estroso, un sudafricano vestito con un sari che davanti alle telecamere decantava la comodità degli abiti senza cuciture. Chiaramente tutti con i telefonini ben in vista e pronti a fare dei grandi cenni con le mani per richiamare lo sguardo di persone all’altro capo della sala. L’importante è “esserci”, non “essere” in queste occasioni che sono seguite da decine di televisioni e giornali per i cinque giorni delle sfilate. Quest’anno poi c’è stato anche il mini scandalo del seno scoperto della modella straniera Debbie, a cui è scivolata una spallina di un abito da sera di Rajesh Pratab Singh. Non penso altro evento abbia una così vasta copertura sui media indiani a parte Bollywood, il cinema indiano che è anche questo completamente staccato dalla realtà. La fashion week, come Bollywood vende sogni alla maggioranza degli indiani fuori dalle passerelle del Pragati Maidan e che con una birra Peroni campano per un mese. A proposito. Non mi ricordavo più il suo gusto, un po’ amarognolo, per chi come me è abituato alla Kingfisher, l’onnipresente birra del magnate Vijay Mallya, proprietario di una compagnia aerea e ora anche di una scuderia di Formula Uno che ha ingaggiato Fisichella. Chissà che il martin pescatore Kingfisher non arrivi prima o poi alla fashion week di Milano….

Le capanne di Carlito e le testuggini di Galgibaga

Sono stata negli ultimi dieci giorni a zonzo tra le spiagge di Goa, ex colonia portoghese, ex ritrovo degli hippies e purtroppo ex paradiso naturalistico. Oddio, non tutto è andato perduto. L’impronta portoghese è ancora evidente nelle chiese immacolate, negli stretti tailleur delle signore e nell’atmosfera un po’ retrò che penso neppure a Lisbona si trovi più. Non è raro trovare anche qualche goano nostalgico che afferma che si stava meglio quando si stava peggio, ovvero sotto il Portogallo che ha perso le sue colonie indiane solo nel 1961. Sono rimasti anche i figli dei fiori tra Anjuna e Vagator con il corollario di chilum, falò sulla spiaggia e i racconti sciamanici di Castaneda. E, per fortuna, la spazzatura non ha completamente ricoperto spiagge e fiumi. C’è ancora qualche angolo tropicale incontaminato.
Goa rimane il posto di mare più bello dell’India e devo ammettere che sta resistendo bene anche all’onda d’urto del boom economico. Forse per poco, dicono alcuni, che temono la cementificazione delle coste e l’arrivo del turismo di massa. Si narra che la mafia russa abbia comprato intere baie per riciclare il denaro sporco. Si narra anche che i tour operators e le grandi catene alberghiere vogliano aprire mega resorts con campi da golf e piscine stile caraibico. Per ora non è avvenuto nulla di tutto ciò. L’ultimo cinque stelle è l’Intercontinental Hotel, aperto 4 o 5 anni fa e che occupa un intero litorale. Più a sud del complesso, dopo il villaggio di pescatori di Talpona, c’è Galgibaga, o Turtle Beach, così chiamata perché è una delle spiagge dove nidificano le testuggini Olive Ridley, che sono in via di estinzione. Da novembre a marzo queste testuggini giganti nottetempo depongono dalle 40 alle 50 uova in buche che scavano sulla spiaggia. Sono piccole come quelle delle galline, ma più gelatinose. I nidi sono poi recintati e sorvegliati da alcuni guardiani pagati dalla municipalità e qualche volta anche da volontari del WWF. Mentre l’anno scorso c’erano 18 nidi, quest’anno ce ne sono solo tre. L’ultima testuggine è arrivata il 26 febbraio. Perché? Azzardo una spiegazione. Approfittando dell’arrivo di nuovi turisti, in “fuga” dalle ormai troppo affollate spiagge di Palolem e di Agonda, alcuni pescatori hanno costruito delle capanne di bambù, dei “coco-hut” come vengono chiamate, nella pineta davanti al litorale. Anche se molto discrete, sono aumentate le presenze sulla spiaggia “protetta. Con un po’ di senso di colpa anch’io ho passato un paio di giorni da Carlito, un simpatico ometto, che abita davanti al mare e che gestisce un piccolo ristorante. Di fianco a casa sua ha costruito un paio di capanne che affittava a 300-400 rupie. Quando sono tornata a trovarlo, una settimana fa, Carlito stava smontando i suoi coco-huts. Le autorità locali, il “panchayat”, gli aveva revocato l’autorizzazione stagionale. Lui dice che un nuovo componente del consiglio di villaggio, appartenente al partito Bjp (la destra indiana) si era opposto a questo nuovo "business alberghiero". “Non capisco – mi ha detto Carlito che ha già presentato ricorso – perché noi di Galgibaga non possiamo avere huts mentre quelli di Morjin o di Agonda hanno i permessi. Anche quelle sono spiagge dove nidificano le tartarughe”. Mi dispiace per Carlito, che ha perso una fonte di reddito, ma per Goa e per le testuggini forse è meglio così. Ed è anche la dimostrazione che in India, tutto sommato, funziona un sistema di regole e di controlli. Goa non diventerà la Thailandia, almeno per ora.

L'arte di mettere le pezze


Approfittando della prima giornata di caldo dopo settimane di brezza himalayana, sono andata oggi ad un mercatino vicino a casa mia sulla Ring Road nei pressi del grande ospedale di Safdarjung Enclave. Non è un posto per lo shopping, diciamo tipo suq arabo, come il mercato di Sarojini, dove si trovano le firme della moda taroccate e che è proprio lì vicino. Ma è una sorta di centro commerciale ante litteram dove puoi trovare tutto o quasi tutto. Per esempio io ho cambiato l’olio allo scooter, poi ho comprato un copri-telefonino, ho fatto la ceretta alle gambe e per finire ho fatto mettere una toppa a dei vecchi jeans di mia figlia. Ecco, è sulla toppa che forse gli economisti potrebbero ispirarsi per capire come è possibile, per esempio, che con un bikini usato di Nicole Kidman siano riusciti a comprare ben nove vacche per altrettante famiglie indiane povere. C’è evidentemente qualcosa che non funziona.
Gli indiani sono accusati spesso di essere confusionari e approssimativi, eccetto quando programmano i computer, dove paradossalmente è richiesta proprio una precisione matematica. Nella “sartoria” dove sono stata lavoravano quattro persone, il “titolare” che stava tagliando la stoffa per delle camicie, un giovane aiutante, forse suo figlio e due impiegati chini su vecchie macchine da cucire a pedali, forse un modello ancora precedente a quello che ho visto usare da mia nonna. Dopo aver visionato i jeans strappati al ginocchio e la pezza da inserire, il sarto ha ordinato a uno dei due “cucitori” di eseguire il rappezzo e mi ha fatto sedere su uno sgabello lì vicino. Il ragazzo era magrissimo, forse un immigrato del Tamil Nadu perché era molto scuro di pelle. Non penso sapesse l’inglese e probabilmente nemmeno l’hindi. Mi ha colpito l’attenzione estrema con cui maneggiava il tessuto e l’abilità nello scucire i pantaloni su un lato per far passare il tessuto sotto l’ago e cucire tutt’intorno la pezza. Era concentratissimo. L’operazione è durata un quarto d’ora ed è stata a regola d’arte. Perfetta. Ha sollevato la testa solo quando ha finito, ma appena un istante, poi ha cambiato il filo nella spoletta e ha ripreso il lavoro interrotto prima. Il “padrone” mi ha fatto notare un orrendo rammendo sul didietro fatto da me un po’ di tempo fa e poi mi ha chiesto 20 rupie (35 centesimi di euro circa). Me ne sono andata con i miei jeans rattoppati e la sensazione di aver assistito a qualcosa di straordinario. Boh, non saprei. Forse perché la mia generazione di baby boomers non ha mai imparato a usare la macchina da cucire o forse perché in Italia i “sarti del quartiere” non c’erano più quando sono nata. Oggi i sarti italiani non mettono le pezze. Ma gli indiani sì, e sono anche bravi.

I 50 anni dell 'Ambassador, un mio pezzo inedito


Questo è il racconto inedito di un mio viaggio nel sud dell’India al volante di una Ambassador, la mitica auto indiana che l’anno scorso ha compiuto i 50 anni di produzione. E' la più longeva al mondo. Il pezzo scritto nel marzo del 2007 non è mai stato pubblicato da Quattroruote che me lo aveva richiesto.

Da 50 anni è la regina delle strade dell’India. L’Ambassador, l’auto nata da un modello dell’inglese Morris Oxford, continua a essere il simbolo su quattro ruote nella terra dei Maharaja. Come il Taj Mahal e le vacche sacre la vecchia “Amby” è parte dell’identità nazionale che sopravvive nei taxi e nelle auto governative. Viaggiare al volante di un’Ambassador è un po’ come andare a ritroso nel tempo di un’India appena emersa dal colonialismo britannico. Uscita dalla fabbrica bengalese dell’Hindustan Motors nel 1957, la prima casa automobilistica voluta dal pioniere dell’industrializzazione Birla, con il nome di Landmaster, oggi è una delle auto più longeve al mondo. All’inizio fu definita la “Roll Royce dei poveri” o “la limousine dell’India”. Adesso con la concorrenza straniera e l’arrivo dei nuovi yuppies, è come un aristocratico dinosauro con le ruote, ma ancora agile e potente sulle polverose e sconnesse strade indiane. In circolazione ce ne sono ancora 600 mila, mentre le vendite annue si assestano sulle 15 mila, per il 65% destinate al trasporto pubblico, per il 20% al governo e per il resto ai privati. Gli ultimi modelli hanno accentuato ancora di più gli elementi “retrò”, aggiungendo alcune innovazioni come il motore giapponese Isuzu o il servosterzo. Ma nella realtà quotidiana l’Ambassador è ancora quella con il sedile unico davanti, dove ci si siede comodamente in tre e con le immancabili tendine di pizzo ai finestrini.
In occasione delle celebrazioni del Cinquantenario, l’Hindustan Motors ci ha invitato ad una “prova su strada” in un viaggio di 9 giorni e oltre 2000 chilometri alla scoperta del Sud dell’India al volante di un modello Grand, 2000 cc, versione diesel. L’avventura è partita da Cochin, antico porto del Kerala, famoso fin dai tempi di Vasco de Gama. Attraverso le backwaters, 900 chilometri di canali navigabili, abbiamo esplorato i villaggi dove la vita ruota intorno alla lavorazione delle fibre di cocco e dove le strade sono strisce di terra battuta costeggiate dalle “chinese fishing nets” e da piantagioni di banane, manghi, caucciù e risaie. Dove chiese, moschee e templi induisti sorgono uno accanto all’altro in armonia. Non a caso questo è il God’s Own Country, il Paese che appartiene a Dio, come è scritto sui cartelli stradali. Lasciando la costa e proseguendo a est siamo entrati nel Karnataka attraverso la catena del Western Ghats. E’ stato il primo test in salita per la
“Golden Jubilee Car”. Ondeggiando e clacsonando lungo un tornante dopo l’altro, tra carretti trainati da buoi con le corna colorate, scimmie e processioni di sadhu, siamo giunti a Mysore, la capitale dell’incenso e del legno di sandalo. Dopo una sosta davanti al palazzo indo saraceno del Maharaja locale, “Amby”, come è affettuosamente chiamata dagli indiani, ci ha portato buca dopo buca nell’India “profonda” delle campagne, al di fuori delle rotte turistiche, dove il tempo si è fermato nelle immagini delle danzatrici scolpite nei templi di Belur e Halebid. Alla media dei 60 chilometri orari e mettendo a dura prova gli ammortizzatori, uno dei punti forti dell’Ambassador, siamo finiti quasi per caso nel luogo più sacro ai giainisti, una setta contemporanea al buddismo che segue uno stile di vita in pieno rispetto con la natura. E’ Sravanabelagola dove si trova la gigantesca statua monolite del dio Gomateshvara che risale al III secolo DC. Dopo una giornata di viaggio e alcune soste nei “chai wala”, rudimentali negozi dove si beve il tè aromatico con il latte e si mastica “paan”, un involucro di foglie di betel e spezie inebrianti, l’Ambassador può finalmente ingranare la quinta. Siamo di nuovo sulla costa del mar Arabico sulle spiagge dorate di Gokarna, città sacra per i bagni rituali ed ex meta degli hippies negli anni Settanta, ancora oggi paradiso dei fricchettoni di tutto il mondo. Per l’Ambassador è arrivata l’ora della “puja”, la cerimonia di benedizione con fiori, curcuma rossa e latte di cocco prima di raggiungere la tappa finale a Goa, ex colonia portoghese, oggi la Rimini di un’India che sta cambiando velocemente. Ma dove la cinquantenne Ambassador è ancora la protagonista.





La spocchia di Padoa Schioppa




E’ da un po’ di giorni che mi ronzano in testa le parole dette dal portavoce dell’ex ministro delle finanze Tommaso Padoa Schioppa il quale si trova a New Delhi nella sua veste di capo del comitato più importante del Fondo Monetario Internazionale. Volevo sapere del programma e del perché della visita. Quindi ho chiamato al telefonino Carlo Maria Fenu, il suo portavoce, il quale mi aveva già scritto abbastanza perentoriamente in una mail che “il ministro di solito non rilascia dichiarazioni ufficiali al di fuori delle occasioni ufficiali e non rilascia dichiarazioni a margine degli incontri”. Quindi “escludeva che vi potessero essere occasioni di incontro”. Va beh. Però, ho pensato io, magari può interessare ai lettori italiani perché Padoa Schioppa o ancora meglio il moribondo FMI abbia deciso in questo momento di venire a consultarsi con il ministro delle finanze indiano Chidambaram, che - per inciso – era candidato a ricoprire lo stesso incarico, ma è stato silurato perché troppo scuro di pelle. Quindi ho chiesto il motivo della venuta. Evidentemente seccato da tanta stupidità, Fenu mi ha risposto: “ma lei non parla con i suoi colleghi italiani?”. E’ vero, io non ho mai scritto di Padoa Schioppa (non so neppure se ci vuole il trattino) e non leggo regolarmente i giornali italiani, anche perché non ho la fortuna di avere la “mazzetta” come i miei colleghi in redazione. E poi comunque preferisco leggere i quotidiani indiani per fare bene il mio lavoro. E purtroppo con i colleghi ci parlo anche poco, vuoi perché loro sono sempre di fretta o per via del fuso orario. Sono arci-sicura che in Italia tutti sanno che Padoa Schioppa, come presidente del Comitato Monetario e Finanziario, si consulta regolarmente con i responsabili delle finanze di tutto il mondo. E magari sanno anche il perché.
Ma arrivo al punto. Dopo sei anni in India, comincio ad avere la netta sensazione di allontanarmi dal mio Paese. Continua a rimbombarmi la frase: “Ma lei non parla con i suoi…”. Non vedo tra i leader e i decision-makers indiani tutta questa spocchia e arroganza. In questi giorni a Delhi, ci sono quattro o cinque premier, un paio di premi nobel, tra cui il nostro Rubbia, giornalisti della BBC del calibro di Nik Gowing e una valanga di altre personalità. Oggi ho parlato con il portavoce del presidente delle Maldive, che non saranno nel G8, ma qualcosa contano se non altro perché stanno per affondare e poi con la scrittrice Taslima Nasreen, isolata in una località segreta per le minacce degli integralisti. Domani ho un appuntamento per intervistare l’ex presidente elvetico Moritz Leuenberger. Lo stesso Chidambaram, un po’ di giorni fa, ha invitato a casa sua i giornalisti ed è uno dei leader indiani più accessibili (magari poi non dichiara nulla). L’unica, nella sua torre d’avorio, inespugnabile dal punto di vista mediatico, è l’italiana Sonia Gandhi. Chissà perché.

E se il Mahatma avesse avuto un blog?




Al Gandhi National Museum, tra i denti cariati e le sputacchiere del Mahatma, ci sono in una bacheca anche i proiettili sparati il 30 gennaio del 1948 dalla pistola del militante estremista Nathuram Godse. Un cartello recita: “One of the bullets who took away Bapu from us”.
Bapu, papà in dialetto, è come chiamano gli indiani l’apostolo della non violenza. Oggi in India si è celebrato con la solita retorica il 60esimo anniversario della morte di Mohandas Karamchand Gandhi. A parte essere un “dry day”, niente alcol, l’evento è stato ricordato celebrato con una valanga di editoriali e trasmissioni televisive.
Stasera il canale CNN-IBN chiedeva ai suoi telespettatori di rispondere via sms al quesito: il Martirio di Gandhi è stato inutile? Sì per il 60% dei telespettatori che pensano che l’India moderna abbia dimenticato gli ideali gandhiani di convivenza religiosa, di rispetto dei più deboli e di vita frugale. I moti del Gujarat, l’arrivo delle multinazionali, il consumismo e perfino il recentissimo scandalo del racket dei reni dimostrano che Bapu non è riuscito insegnare proprio nulla ai suoi concittadini. La televisione intitolava il suo speciale “In cerca di Gandhi” e, significativamente, mostrava in diretta la famiglia Godse riunita in salotto intorno alle ceneri dell’assassino del Mahatma che fu poi condannato e impiccato. Perché lo uccise? Perché non poteva sopportare che la Madre India perdesse la costola del Pakistan e perché, da bramino rappresentante della classe media, non sopportava le prediche di quel “fachiro mezzo nudo” come lo chiamava Churchill. In un editoriale oggi leggevo che anche oggi la nuova classe emergente indiana guarda con ostilità al Mahatma. La sua visione profondamente anti global, di autosufficienza economica e di rifiuto del progresso non avrebbe permesso certo all’India di tirarsi fuori dalla miseria. La filosofia gandhiana è dunque utopica. Ma rimane intatta la forza rivoluzionaria del suo messaggio sulla non violenza e ricerca della verità come guida per l’essere umano. In fondo era dal “porgi l’altra guancia” di Gesù Cristo che nessuno diceva cose del genere: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. Chissà se Bapu avesse avuto un blog….

Ma Sarkozy era brillo?



Il presidente Nicolas Sarkozy ha parlato oggi alla CII, la Confindustria Indiana, da una sala di un hotel talmente piena che hanno dovuto “trasmettere” il discorso in un altro locale adiacente per ospitare tutti. Sarko viaggia con una mega delegazione di 300 persone, tra cui decine di giornalisti. Ma anche quando era venuto Ciampi non si scherzava in quanto a italiani. Mentre stamane, con il premier Manmohan Singh, Sarkò aveva il viso un po’ stanco e decisamente annoiato, nel pomeriggio davanti alla platea degli industriali era frizzante come una bottiglia di champagne appena stappata. E’ vero che aveva davanti a se in platea Lakshmi Mittal, il re dell’acciaio e al fianco Kamal Nath, il dinamico ministro del commercio degli esteri indiano tornato apposta da Davos per qualche ora (ritorna stasera al forum).
Consegnando con un gesto plateale il foglio con un discorso ad un collaboratore prima di salire sul palco, Monsiuer le President ha parlato a braccio, in francese ovviamente. Sarà un' impressione, ma a me pareva perfino un po’ brillo. Ogni tanto la bocca si contorceva in una smorfia e gesticolava troppo per un francese. E’ la prima volta che lo sento dal vivo, ma mi sembrava che alcune uscite fossero un po’ azzardate, più da comizio o meglio da osteria. Sarkò ha toccato le corde degli indiani quando ha detto che l’India merita “giustizia” perché non fa parte del G8 e del Consiglio di Sicurezza Onu e che la Francia si batterà al suo fianco contro l’ingiustizia dell’esclusione indiana, cinese, sudafricana e messicana…Applauso scrosciante. Nessuno si era mai spinto tanto con l’India, nemmeno gli ex colonialisti britannici - Gordon Brown era qui solo tre giorni fa - o i nuovi “amici” americani.
Boh, che vorrà in cambio Sarkò che l’ex presidente della CII ha maliziosamente definito “pieno di vigore giovanile”? Il mio vicino di posto, un consulente indiano di Carrefour, lo ha scrutato per tutto il tempo, anche perché forse non capiva il francese. Poi ha detto ammirato: “si tiene davvero in forma, sembra più giovane dei suoi anni…”. Inutile, Sarkò può dire quello che vuole, tutti vedono in lui solo il riflesso di Carla Bruni, il cui fantasma aleggiava nella sala in versione desnuda con stivali di cuoio come la foto pubblicata ironicamente oggi sui giornali.

OBITUARY - Pierino Coggiola, pescatore e anti global

Voglio fare il necrologio di mio zio, Pierino Coggiola, che è mancato all’età di 91 anni all’ospedale di Chivasso dopo un’agonia di alcuni giorni. Da alcuni anni si trovava in ospizio di lusso che si pagava grazie alla pensione e ai risparmi di una vita di stenti e di rinunce. Sua moglie, una donna bellissima con un viso un po’ alla Greta Garbo, era morta giovane e senza figli. Dopo una breve esperienza come operaio alla carrozzeria Pininfarina di Torino si era licenziato, pare per le sue convinzioni comuniste. Mio zio non aveva né Dio né padrone per dirla alla Bakunin che forse conosceva anche. Con me si sforzava di parlare in italiano, anche se ogni tanto gli scappava qualche parola in dialetto. Quando ero bambina, ogni volta che mi vedeva cercava di “sfilarmi” il naso tra le dita e poi me lo “mostrava” facendomi vedere il suo pollice tra le dita: “Eccolo qui!” . Io subito mi toccavo il naso per sentire se era al suo posto. Era un gesto scherzoso che me lo ha sempre reso simpatico. Grande bevitore di barbera, me lo ricordo in appassionate discussioni di politica in dialetto con suo fratello maggiore, mio nonno Ignazio, che sono sicura lo ha sempre considerato un fannullone e mangiapane a tradimento. In effetti era un tipo strambo. Dopo aver lasciato l’impiego, era diventato un pescatore forse per hobby o forse perché il suo appartamento a Chivasso era vicino al fiume Po. Me lo ricordo con un bastone sulla spalla da cui pendeva un fagotto con il cibo che gli regalavano oppure con le carpe e tinche appena pescate. Un po’ le vendeva e un po’ le dava ai parenti in cambio di inviti a pranzo a cena. Estate e inverno portava gli stessi calzoni legati da una corda di sacco, una camicia a scacchi e un fazzoletto al collo. Portava sempre un cappello che teneva in grembo quando era seduto a casa dei miei nonni, sempre sulla stessa seggiola. Andava quasi sempre a piedi, non aveva acqua calda in casa e penso non abbia mai comprato nulla che non fosse per l’esclusivo scopo di sussistenza. Metteva i soldi in buoni postali oppure, non scherzo, sotto il materasso. A casa sua hanno trovato ancora le vecchie banconote di mille lire, quelle della canzone “Se potessi avere mille lire al mese..”, arrotolate in alcuni vasi in cucina. Non era follia o avarizia, ma un rifiuto di un mondo che sicuramente non gli piaceva già allora. Ecco perché ha passato metà della sua vita in compagnia della sua canna da pesca anche quando il Po è diventato un fiume senza vita. Purtroppo non gli ho mai chiesto di cosa pensava dei nostri tempi. Mi sarebbe piaciuto sapere la sua opinione sul cambiamento del clima, sulla Tata Nano e sulla recessione americana. Chissà cosa ci avrebbe consigliato lo zio Pierino.

Aiuto! Un nano su quattroruote sta invadendo l'India


L’invasione dei nani della Tata è iniziata oggi all’Autoexpo di Delhi. Il settantenne Ratan Tata, con la voce spezzata dall’emozione o semplicemente dagli acciacchi dell’età, è arrivato al volante di una scatoletta di lamiera a quattro ruote tra un tripudio di luci e suoni. Un delirio mediatico simile a quello di una finale di cricket tra India e Pakistan. Il presidente di Tata Motors è sceso dall’utilitaria e ha cominciato a elencarne i pregi. Quattro porte, grande spazio all’interno, venti chilometri con litro e motore Euro 4 molto di più di quanto richiesto dalle normative indiane. Unico neo: non c’è l’aria condizionata. Il prezzo: un lakh, ovvero 100 mila rupie che al cambio attuale sono 2500 dollari. All’annuncio è partito l’applauso della platea. Promessa mantenuta con la nazione che da quattro anni attende che il prototipo diventi realtà. Come Mr. Tata sia riuscito a contenere i costi non se lo spiega nessuno. E’ un miracolo oppure un’opera di bene al servizio di un miliardo e passa di indiani che potranno realizzare (finalmente) i loro sogni di mettersi in coda ai caselli delle autostrade (che per ora non esistono)? Siccome si tratta in fin dei conti di un industriale, anche se ha quell’aura di puro alla Giovanni Agnelli, Tata avrà comunque fatto i suoi conti. Con questo prezzo è sicuro conquisterà la classe media che ora viaggia in scooter e che, magari con una buona rateizzazione, si potrà permettere le quattroruote. Attualmente solo sette indiano su 1000 possiedono un’auto. I conti sono presto fatti. Se poi si aggiunge che Tata vuole, tra un paio di anni, sbarcare su altri mercati emergenti, beh, allora siamo di fronte a un gigante mascherato da nano.
Che fine faranno le città indiane, africane o latino americane quando saranno invasi dai finti nani della Tata? Boh, non voglio fare scenari catastrofici, ma a me si accappona la pelle solo a pensarci. Smog, rumore, clacson, asfalto e serpenti di lamiera davanti a un semaforo. Poi un rombo, scariche di fumo e via verso un'altra lampadina rossa in attesa che diventi verde. Io che vado in scooter faccio parte della stessa famiglia anche se ogni tanto non bado al colore delle lampadine. Che succederà ai nani e ai loro padroni, o meglio agli esseri umani schiavi dei loro padroni nani? Ratan Tata, che è un zoroastriano, e che ha ammesso di essere stato traumatizzato dalla ressa di fotografi all’Autoexpo, ha detto “che non si può negare il diritto delle famiglie indiane ad avere un mezzo di trasporto privato”. Verità sacrosanta ma perché vogliamo privarle anche del diritto ad un ambiente sano e pulito?

Quando gli indiani vanno a passare il Natale in gondola a Venezia


Quest'anno per natale ho deciso di regalare a mia figlia una giornata in gondola a Venezia che non ha mai visto. Lasciando l'umido grigiore di Delhi sono atterrata nella città della laguna in una splendida giornata il 22 dicembre. Anch'io erano anni che non visitavo Venezia e nel sole d'inverno non l'avevo mai ammirata. I palazzi sul Canal Grande avevano colori sgargianti e nel freddo pungente anche la laguna mi sembrava limpida come acqua sorgiva. Boh, saranno gli effetti dell'India che quando arrivi nel Primo Mondo ti sembra un paradiso. Con sopresa ho anche trovato una città vuota di turisti e di veneziani. I negozi mega addobbati per Natale erano deserti . Tra le bancarelle delle piazze e delle calli fuori dal circuito turistico c'erano pochi passanti frettolosi e intirizziti . Sarà la crisi ho pensato. Poi mi è venuta l'idea di fare il classico giro in gondola concedendomi un lusso che solo giapponesi e americani possono permettersi. Mentre parlavo con il barcaiolo ho sentito un accento inglese familiare. Ho guardato in basso e cosa ti vedo? Una coppia di indiani, sulla cinquantina, che stavano per attraccare. Scendevano dalla gondola con un po' di apprensione, ma avevano la felicità dipinta sul viso. Erano di Noida, ovviamente esponenti della middle class per permettersi una gita a Venezia e anche i 90 euro della gondola. Ci siamo sorpresi entrambi. Loro a trovare me con un cappotto fuori moda da vent'anni che vivo a Safdarjung Enclave e che mostro Venezia a mia figlia come mostrassi il Taj Mahal. E io che per la prima volta vedo gli indiani sotto la veste di turisti stranieri. Ma non erano i soli. E' la nuova India, bellezza. Gli indiani hanno quasi rimpiazzato i giapponesi in laguna...

Per favore ridateci i risciò in Chandni Chowk


Era da un po’ di tempo che non andavo nella “città vecchia”, come chi abita nella “nuova” Delhi chiama la storica Shahjahanabad, quella del Forte Rosso e della Grande Moschea, le due principali attrazioni turistiche della capitale. Il bazar di Chandni Chowk, che all’epoca di Shah Jahan, era la “via Montenapoleone” dell’impero mughal, adesso è quello che si può immaginare. Tuttavia conserva il suo fascino con le sue haveli semi-diroccate e le viuzze ricolme di sete, pietre preziose e spezie.
Preso da una furia modernizzatrice, il Municipio da qualche anno sta cercando di cambiare il volto della metropoli in vista delle Olimpiadi del Commonwealth del 2010. Prima c’è stata l’offensiva contro le mucche, macachi e cani randagi, tutte fallite. Poi la guerra all’abusivismo a colpi di demolizioni e sigilli alle serrande. Adesso la sindachessa Sheila Dikshit, da oltre 10 anni al potere, ce l’ha con i risciò a pedali colpevoli di creare ingorghi nelle strade, di sostare selvaggiamente negli incroci e di rallentare il passo delle mega auto che l’industria indiana intende vendere alla middle classe. Circa un anno fa ha messo al bando i pedalatori di risciò dalla strada principale di Chandni Chowk sostituendoli con dei minibus (non tanto mini) a metano di colore verde che fanno la navetta su e giù al costo di 5 rupie per corsa. Il problema è che sono tantissimi e il risultato è che finiscono per provocare ulteriori intasamenti soprattutto quando sostano in doppia fila per aspettare i passeggeri. Almeno prima era possibile fare lo slalom tra i risciò a pedali che saranno “disumani”, è vero, ma almeno non avevano il clacson e non ti stiravano sotto.

Traffico a New Delhi, fino a quando vogliamo andare avanti?


Vorrei ritornare sul problema urbano del traffico a New Delhi e in genere nelle nuove metropoli indiane e asiatiche. Lo so che è risaputo e anche un po’ banale e poco “sexy” dal punto di vista giornalistico, ma ho l’impressione che non si abbia purtroppo presente la gravità della questione. O meglio la si preferisce evitare. Inutile mettersi i paraocchi o far finta di nulla comodamente seduti nella propria auto con aria condizionata e portiere blindate. Ogni santo giorno che passa a New Delhi ci sono mille immatricolazioni in più. I veicoli che circolano quotidianamente nella capitale sono 4 milioni e mezzo su una popolazione di 12 o 13 milioni di abitanti. In certe ore le strade, anche ora che sono più grandi e scorrevoli grazie alle decine di sopraelevate, sono impraticabili. Il groviglio disumano di lamiere e di smog inghiotte ogni essere vivente come un orribile mostro puzzolente e assordante. A causa della mancanza di marciapiedi e sottopassi pedonali è praticamente impossibile avventurarsi a piedi. Non parliamo poi dei ciclisti.
Per favore fermiamoci un attimo e chiediamoci: vogliamo veramente andare avanti così? Almeno per Delhi (ma è lo stesso per Mumbai o Karachi) la viabilità non potrà che peggiorare. Milioni di famiglie non aspettano altro che comprare un’auto per infilarsi in un ingorgo. La Tata Motors al salone dell’auto a gennaio presenta la sua minicar da 2000 dollari. E’ la Topolino degli indiani. Il sogno delle quattroruote che innamorerà le famiglie della classe borghese. Che cosa succederà? Ogni giorno che passa a Delhi ci sono tre morti per incidenti. Dall’inizio dell’anno gli autobus guidati da autisti “impazziti” hanno messo sotto un centinaio di persone. La città sta diventando invivibile. Il sindaco Shila Dikshit, che mi sembra una persona sensata e che è da oltre dieci anni al potere, ha suggerito di bloccare l’accesso ai veicoli a diesel che sono circa il 20% del traffico totale. E’ chiaro che non potrà farlo. Tra di loro ci sono i furgoncini che garantiscono l’approvvigionamento alimentare della capitale. Fermarli alle porte di New Delhi scatenerebbe una corsa al rialzo dei prezzi che sono già alle stelle (l’inflazione è al 6%).
Capisco il diritto dei Paesi emergenti ad avere uno sviluppo industriale ed un innalzamento della qualità della vita. Ma è proprio questo che non può avvenire. Mi dispiace e mi sento in colpa perché appartengo a una categoria di persone che in Occidente ha inquinato per decenni. La coperta purtroppo non si può allargare. Il pianeta è solo questo qui e non ce la fa per tutti. Inutile recriminare sulle colpe passate come è avvenuto alla conferenza di Bali. Siamo tutti nella merda, anche gli indiani con i loro sogni di motorizzazione. Per favore cercate di capirlo e non trasformate le città in gironi infernali.

Sonia Gandhi mangia la polenta con formaggio Asiago


In queste settimane New Delhi è avvolta da una cappa di smog e foschia che rende l’aria irrespirabile e trasforma il sole ad un pallido lumicino visibile solo due o tre ore al giorno. Pochi sanno che quando comincia a nevicare sulle pendici dell’Himalaya, l’aria della capitale si fa tagliente e per molti senzatetto purtroppo anche letale. La mancanza di luce e il freddo fanno precipitare il mio morale sotto i tacchi. Lunedì sera mi trovavo a un ricevimento in occasione del concerto tenuto dall’orchestra Teatro Regio di Parma, definita dai giornali indiani “una delle migliori orchestre al mondo”. Che sarà sicuramente vero. Come italiana sono anche orgogliosa di tanta ammirazione.
Ad un certo punto mi sono avvicinata a Paola Maino, una simpatica nonnina veneta che per caso è anche la mamma di Sonia Gandhi e che usa “svernare” a Delhi a casa della figlia. Della vita privata della presidente del Congresso, considerata tra le dieci donne più potenti al mondo, non si sa praticamente nulla. Pochissimi e fortunatissimi giornalisti sono riusciti a intervistarla. Di lei esiste solo una biografia, non autorizzata, che in realtà è basata su un suo libro di memorie dedicato al marito Rajiv e su qualche aneddoto curioso che negli anni è riuscito a superare la spessa cortina di riserbo in cui si è avvolta da quando è scesa in campo per salvare lo storico partito di Nehru e di sua suocera Indira Gandhi. C’è gente che sarebbe pronta a fare carte false per avere qualche pettegolezzo su Sonia.
Non riesco neppure ad immaginare le sue serate in compagnia dell’anziana madre, dei figli e dei nipoti. Di che cosa parleranno? Delle elezioni in Gujarat oppure dell’accordo tra Usa e India sul nucleare pacifico? Domenica Sonia ha festeggiato 62 anni e di sicuro avranno celebrato in famiglia, mentre fuori la residenza ufficiale al numero 10 di Janpat c’era un’intera nazione ad osannarla.
Dopo i soliti convenevoli sulla cena e sui cambi di stagione che affliggono gola e bronchi, un’amica della First Mother si rivolge a me con un tono declamatorio: “vede signora Paola, questa che vede qui è una giornalista, ma in tutti questi anni non mi ha mai chiesto nulla di lei o di sua figlia. Mai una domanda o una curiosità su di voi. Quindi si deve fidare di lei, non è come gli altri giornalisti”. E’ vero. Nonostante la curiosità che mi rode lo stomaco sono sempre stata corretta e non ho mai cercato di carpire da nonna Paola qualcosa sulla sua illustre figlia. Se non delle bazzecole. Per esempio che ogni tanto mangiano la polenta con il formaggio Asiago portato ovviamente dall'Italia. Sono veneti, che male c’è? L’episodio però mi ha lasciato un velo di tristezza che, sommato agli effetti climatici deleteri, si è trasformata in depressione quando sono giunta nel freddo e buio del mio appartamento. Forse avrei dovuto scegliere un altro mestiere.

La febbre del sabato sera a New Delhi


In un Paese come l’India dove la metà della popolazione ha meno di 25 anni ci si chiede spesso come vivono i giovani, cosa pensano e dove vanno a divertirsi. Ogni tanto qualche settimanale cerca di fare un identikit della gioventù, ma di solito si limita ai ragazzi di Bangalore, la Sylicon valley indiana, che tutte le sere vanno in birreria o che fanno il filo alle ragazze in discoteca. Ci ha provato anche Bollywood ad inquadrare il fenomeno giovanile indiano con un film “Rang De Basanti” di un paio di anni fa sulla ribellione violenta di un gruppo di ragazzi di Delhi contro un ministro corrotto. Ma è pura fiction perché l’impegno sociale, anche in questo caso, è limitato a un’elite di giovani che di solito arrivano dalle migliori università straniere. Nessuno, che mi risulti, ha mai cercato di fotografare le preferenze elettorali dei teenagers pur essendo in futuro un serbatoio di voti immenso per partiti come il Congresso (che però si sta ringiovanendo con l’ingresso di Rahul Gandhi, primogenito di Sonia e quinto erede della dinastia iniziata da Nehru). Mi era capitato un po’ di tempo fa di scrivere un’inchiesta sui giovani di New Delhi da pubblicare su un inserto de “La Stampa” che tra l’altro ha avuto vita brevissima. Devo dire che non è stato facile descrivere i ragazzi e le ragazze indiane che sono omogenei non solo per i tratti fisici, ma anche per i loro gusti e comportamenti. Innanzitutto i loro margini di libertà, oltre lo studio e il lavoro, sono ristrettissimi. La famiglia è determinante fin dai primi anni di scuola nell’orientare il figlio o la figlia verso una certa professione che nella maggior parte dei casi è quella paterna. Il matrimonio è combinato dai genitori in base allo status sociale della famiglia e al livello di stipendio. E’ la logica della casta anche se per noi non è poi così visibile. Non ci si spiegherebbe altrimenti perchè ci sono così tante coppie sposate di medici, professionisti, stilisti o architetti. Il che funziona benissimo perché oltre che a tramandare la tradizione della famiglia si sfruttano le sinergie professionali. L’amore viene dopo gli interessi e comunque è sempre un option di cui si può anche fare a meno. A guidare i giovani sono quindi i risultati scolastici, le pressioni della famiglia e la carriera. E il tempo libero? Come al solito è una prerogativa di quella percentuale esigua di popolazione concentrata il quel fazzoletto di New Delhi, nella parte sud, dove abitano anche gli stranieri.
Molto spesso mi chiedono dove vado a svagarmi in questa città che penso sia agli ultimi posti al mondo per il divertimento forse appena dopo Islamabad e Kabul. Le altre metropoli come Mumbai e Bangalore hanno la fama di essere più goderecce. Delhi è invece un’austera capitale dove i locali per ballare sono appena una manciata appena e la maggior parte sorgono negli hotel a cinque stelle.
Sabato sera, per esempio, ero nell’unica maxi discoteca, l’Elevate, che è pure fuori, a Noida, polo del terziario avanzato a una ventina di chilometri. Si trova in uno degli orribili parallelepipedi di vetro e cemento destinati a diventare centri commerciali di lusso, ma ora ridotti a scheletri di vetrine vuote e corridoi spogli. Le decine di “malls” in costruzione alla periferia di Noda e Gurgaon cambieranno le abitudini di milioni di persone. Trasformeranno New Delhi in una Bangkok. Per adesso però sono delle polverose cattedrali nel deserto circondate da strade da asfaltare e montagne di detriti.
L’Elevate, celebrato come uno dei migliori e più esclusivi “night-club” è una classica discoteca al massimo di decibel con una pista abbastanza spaziosa sormontata da un megaschermo e circondata da una sorta di balconata superiore che è il “prive”. C’è sicuramente l’impronta di un architetto occidentale che ha fatto una fusion tra arredi da palazzo del maharaja con poltrone e accessori “minimal”. Quindi si vede, per esempio, un prezioso divanetto di metallo argentato con braccioli a forma di elefante con dei pouff di pelle bianca che sembrano delle mezzalune o delle banane. Dopo la mezzanotte il locale si è riempito, anche se nulla al confronto con le nostre discoteche al sabato sera. A parte i turbanti colorati dei sikh, che facevano un po’ esotico, dominava l’ordinarietà. Fino al limite della noia. Le ragazze quasi tutte in jeans tre quarti, sandalo con tacco e top ma non troppo scollato. Nulla di sexy. Nonostante il kamasutra, le indiane non sono sexy, ma solo sensuali, quello sì. E se provano ad esserlo diventano improvvisamente volgari. Quindi prevale il modello acqua e sapone, capello liscio e gambe coperte, che è bello, ma omogeneo appunto. Per i ragazzi invece va forte il tipo balestrato, con i bicipiti e pettorali ben gonfi, ma sempre sotto la maglietta, mai le spalle scoperte. Visto che l’ingresso è supergiù sui 40 euro, una cifra iperbolica per un laureato che guadagna in media dai 200 ai 300 euro mensili, sono sicuramente “figli di papà”. La musica, anche quella, abbastanza ordinaria, un remix dei pezzi classici della disco dance, da Madonna a Jennifer Lopez, scelti da un compostissimo dee-jay. Con qualche inserto di Punjabi Rock e - incredibile – una versione disco del tormentone “Hare Krishna”. Mi sembrava quasi blasfemo usare una preghiera in discoteca. E' come sculettare sul ritmo di un Padre Nostro. Ma penso di essere stata l’unica a pensarlo.