Il 2 Giugno e il parmigiano reggiano


Potere del blog? Mi piace pensarlo. Il nuovo ambasciatore Roberto Toscano ha restituito dignità storica alla Festa della Repubblica Italiana portandola al 2 giugno in sintonia temporale con la madrepatria. Ha rotto una bizzarra e misteriosa tradizione secondo la quale in India la ricorrenza si celebrava il 15 marzo, data che coincide con la battaglia di Montecassino. L’anno scorso avevo scritto un post dopo aver boicottato la festa per protesta (leggete qui). La Repubblica è stata salvata, ma a caro prezzo. Per via della calura estiva il ricevimento non si è tenuto nel giardino dell’ambasciata come d’abitudine, ma in una sala dello storico hotel Imperial sotto un enorme affresco di reali britannici. Immagino l’affitto sia stato costoso e quindi a rimetterci è stato il buffet limitato a pasta al pomodoro e panna-funghi. Niente dessert. Meno male che l’ambasciatore Toscano ha ricevuto in regalo dal consorzio di Parma una forma di parmigiano reggiano che magnanimamente ha messo a disposizione dei compatrioti immigrati. Ai tempi delle vacche grasse alla Farnesina, le feste nazionali del 15 marzo nel giardino della residenza diplomatica traboccavano di stand tricolori con prosciutti, mozzarelle, gamberoni e perfino gelato fatto in casa. Sarà stato un caso che all’epoca, tra gli ospiti indiani, c’erano ministri e anche un ex presidente, mentre lo scorso 2 giugno c’era solo un sottosegretario agli esteri?

Cronache dal Parlamento

Oggi primo giorno del nuovo parlamento ed esordio per 543 deputati della camera bassa o Lok Sabha. Anch'io per la prima volta sono entrata nel maestoso edificio circolare di pietra color miele che sorge a fianco della sede del governo. Pensare che non sono neppure mai entrata a Montecitorio. La ressa nella reception era infernale. Giornalisti e pubblico volevano i pass per entrare. Dopo l'attacco del dicembre 2001 c'é un'ossessione per la sicurezza. Superando la coda e e piazzandosi addirittura dietro gli impiegati, un collega mi ha aiutato ad ottenere il lasciapassare. Poi scherzando ha detto in hindi, "qui é peggio che alla stazione di Baraeli!". Rae Baraeli é una cittadina dell'Uttar Pradesh, nonché collegio elettorale di Sonia Gandhi. Non sapevo che fosse anche sinonimo di caos e confusione. "Perché - chiedo - che succede alla stazione di Baraeli?". Il collega non fa in tempo a rispondermi, é giá risucchiato dalla folla oltre le barriere automatiche tipo metropolitana. Lo vedo che ride con altri e mi indica una casupola dove ritirare il mio pass per i prossimi tre giorni .
Nella "press gallery", sopra la poltrona dello speaker, sono vietati i cellulari, macchine fotografiche e borse. Non si accorgono del mio telefonino appeso al collo sotto la kurta, ma tanto dentro é schermato e non c'é campo. Ci metto un po' a capire che nell'aula non sono permesse foto o riprese, ci sono solo le telecamere fisse della Tv di stato che trasmette in diretta la seduta.
La Camera é piccola, mi ricorda quella dei Commons a Westminster solo un po' più sciupata. Ci sono delle infiltrazioni di umiditá sulla cupola. Il tavolino di legno ripiegabile davanti a me sembra un pezzo di antiquariato. Dopo un po' un collega di PTI, l'Ansa indiana, mi fa sloggiare perché dice che quel posto é "riservato" per i giornalisti dell'agenzia. Non ho esperienza di giornalismo parlamentare, ma penso che sia lo stesso anche a Montecitorio. Mi sento un po' osservata, mi dicono che non hanno mai visto giornalisti stranieri nella galleria. Rispondo che molti degli stranieri hanno uno stringer oppure seguono i lavori per TV dall'ufficio o dall'hotel . Ricevo occhiate di approvazione quando dico che certe cose si capiscono meglio dal vivo. Mi viene peró il dubbio, sono una giornalista solerte o solo una scema?
I messi parlamentari hanno dei turbanti bianco-dorati con lunghe code inamidate. La maggior parte degli MP, i Members of Parliament, sono in bianco, con i tradizionali kurta-pijama e delle ciabatte che - senza offesa, ma é cosí - da noi di usano per la doccia. Quelli del Sud, come il Kerala, sono eleganti nei loro "lunghi" (tipo sarongh con il bordo) che devono sollevare mentre scendono verso il centro dell'emiciclo dove avviene il giuramento. Uno dei piú sciccosi, con una sciarpa tricolore al collo, é Shashi Tharoor, aspirante segretario generale delle Nazioni Unite, sconfitto da Ban ki-Moon, poi ritornato in patria e giá diventato sottosegretario agli esteri. L'avevo intervistato l'anno scorso quando non sapeva ancora se doveva correre per il Congresso. "Ed ora eccomi qui" mi dice con un mezzo inchino quando ci siamo incrociati all'ingresso del parlamento. Il suo portaborse Jacob é impressionante, un gigante.
Tra le donne, tutte in abiti tradizionali, la palma spetta a Sonia, in un sari verde chiaro perfettamente inamidato, forse seta di Benares, che nel pomeriggio era seduta da sola al primo banco. Prima, accanto a lei c'erano i fedelissimi ministri Chidambaran e Kamal Nath, poi se ne sono andati, forse per impegni di governo. Ho notato che aveva un tic agli occhi, abbastanza pronunciato e un tremolio alle gambe. Vecchiaia o nervosismo? Batteva la mano sul tavolo (secondo l'usanza anglosassone non ci sono applausi) ogni volta c'éra un deputato del Congresso che giurava. E poi salutava a mani giunte, il namaste indiano. Mai strette di mano come gli altri onorevoli. Pochi le hanno toccato i piedi in segno di reverenza come invece facevano con il suo vecchio rivale sconfitto, L.K. Advani, che - di nuovo seduto sui banchi dell'opposizione - sfogliava nervosamente la lista dei deputati, forse alla ricerca di maggioranze nascoste. Difronte c'era il famoso duo, Laloo Prasad Yadav e Mulayan Singh Yadav, grandi perdenti e silurati, ma sempre pronti a distribuire frizzi e lazzi. Nel soporifero carosello dei giuramenti nel nome di Dio (o di Allah per i mussulmani) gli unici ad attirare l'attenzione erano i deputati del nord est nei loro costumi tradizionali. Quello dell'Arunachal Pradesh, territorio rivendicato dalla Cina, aveva un bizzarro copricapo con un'intelaiatura di bamboo e una piuma di fagiano. Anche l'imperturbabile Sonia ha sorriso.

L'ascensione di Sonia


Alcuni colleghi mi avevano preso in giro per la mia ossessione su Rahul Gandhi, il figlio di Sonia emerso come la star di queste elezioni che hanno visto il Congresso di sua madre, suo padre, sua nonna e suo bisnonno, ritornare in grande spolvero a governare l’India del boom economico. La maggior parte dei pezzi che ho fatto, compresa un’intervista, erano in effetti su di lui. Non ho mai creduto nel fenomeno Mayawati, la cosiddetta regina degli intoccabili, “inventato dalla stampa occidentale” come mi disse un politico e che di fatto si è sciolto negli oltre 40 gradi della calura di Delhi. Panorama scriveva in un articolo firmato Giovanni Porzio che “mentre la dinastia dei Gandhi imbocca il viale del tramonto, nella democrazia più grande del mondo scendono in campo gli intoccabili e i tecnocrati”. Certo, siamo stati tutti ingannati dai sondaggi che davano in declino Congresso e il rivale Bjp, però è stata una bella cantonata. Altro che viale del tramonto. Sonia Gandhi è ormai avviata verso la santità politica dopo la beatificazione del 2004 quando rinunció al potere. E’ la sua apoteosi. Ha perfino ricevuto come “regalo”, si fa per dire ovviamente, la testa di Velupillai Prabhakaran, il leader delle Tigri Tamil che nel 1991 dalla giungla di Jaffna aveva inviato uno squadrone della morte in Tamil Nadu per uccidere il marito Rajiv e punirlo per il suo sostegno al governo cingalese.
Si può dire quello che si vuole, ma è innegabile che gli oltre 250 comizi in un mese di Rahul nelle roventi campagne dell’India, sono serviti a qualcosa. I giovani, ricchi e poveri, l’hanno premiato. Ieri un collega indiano, mi ha detto che è stata decisiva anche la sua conferenza stampa a New Delhi, la prima seria difronte a centinaia di giornalisti. Era ora, dopo gli incontri “off the record” tra pochi intimi a prendere un tè nel giardino della sua villa di Tuglak Lane. Il ragazzo sarà poco carismatico, ma ce l’ha messa tutta. Peccato che sia un Gandhi, mi verrebbe da dire. Onestamente avrei preferito l’alternanza. Quelli del Bjp, dipinti come i “cattivi” della situazione, non è che sono andati poi così male. Il problema è che hanno pochi amici per via delle loro devianze nazionaliste. Ma non dimentichiamo che sono loro ad avere tirato l’India fuori dal pantano agli inizi del Millennio.
Quello che non mi piace è che giornali e televisioni stanno glorificando i Gandhi in maniera del tutto acritica. Sono piegati a novanta gradi. E’ un delirio con sottofondo di Jai Ho, la musica di Slumdog Millionaire, che ha vinto l’Oscar e ora anche le elezioni. La borsa è andata addirittura in tilt per eccesso di rialzo. Il direttore di Newsweek, Fareed Zakaria, che ho sentito ieri sera TV, dopo elencato i vantaggi di un secondo mandato al Congresso, ha proclamato che Manmohan Singh è il migliore premier che l’India ha avuto dopo Nehru! Insomma da adesso in avanti c’è solo il soglio pontificio. Non a caso, dopo la vittoria, sulla “soglia” di casa a Janpath, Sonia aveva sentenziato con tono evangelico: “La gente ha scelto quello che era giusto”. E così sia.

Hyderabad, in cerca di acqua potabile a Cyderabad


Sono arrivata ad Hyderabad con molte aspettative. Qualcuno aveva detto che era una sorta di Miami indiana, perché rifugio di ricchi pensionati indiani. Altri mi hanno elencato le meraviglie e le ricchezze della città dei Nizam, aristocratici mussulmani stracarichi di perle e diamanti. Io stesso poi l’avevo definita una delle Silicon Valley indiana. Boh. Nei miei tre giorni di peregrinazioni ho trovato veramente straordinario solo il “mutton biryani”, il riso giallo con pezzi agnello, che ho mangiato in una trattoria del quartiere di Abids. E poi le montagne di manghi dolcissimi davanti al Charminar, il monumento simbolo di questa Mecca del Sud dell’India, dove le donne vanno in giro velate come in Arabia Saudita. Forse avrei dovuto leggere il libro The White Mughals di Darlymple prima di venire qui, come mi ha detto un mio collega italiano. Del celebre passato di Hyderabab c’è ancora il forte e la cittadella di Golkonda, che nel Medioevo era la capitale di un regno che era ricchissimo famoso anche in Europa. Il celebre diamante Kohinoor arriva da giacimenti di qui, ora esauriti. Ho letto che l’incazzoso imperatore Aurangzeb ci mise nove mesi prima di espugnare la fortezza e ci riuscì solo grazie al tradimento di un ufficiale dell’esercito nemico.
Chiaramente per rievocare i fasti di Hyderabad, le montagne di perle (quelle ci sono ancora nel bazar), i cortei di elefanti, gli harem pieni di donne bellissime, ecc. ci vuole una buona dose di fantasia quando si viaggia nelle strade trafficatissime dove ho rischiato più volte di farmi mettere sotto.
Ci vuole anche molta immaginazione a cogliere l’aspetto di capitale dell’hi-tech. Il nuovo aeroporto (ho visto solo l’arrivo dei voli domestici) è un gioiello, ultramoderno e con un’architettura all’avanguardia. Sono sprofondata nei sedili dell’aeroexpress – il bus-shuttle – che mi ha portata in città. L’entusiasmo si è esaurito subito dopo. Nessuna sorpresa, sono sempre in India (per fortuna, forse).
Per cercare “Cyberabad”, il polo dei servizi, ho preso un paio di bus e sono andata in periferia a Madhapur. Ho attraversato una zona residenziale, verde e piena di cliniche, forse quella è la “Miami” e poi mi si sono presentati davanti i grattacieli di vetro cemento. Come a Gurgaon, il polo tecnologico di Delhi, gli edifici brillavano nel deserto costellato di baracche e discariche. Davanti al Cyber Towers, il “charminar” dell’altra Hyderabad, c’era una donna e due bambini che raccoglievano acqua pulita da un piccolo buco in terra dove una tubatura si era rotta. La donna mi ha detto che quello era l’unico modo per avere “acqua pulita”. Visitare giganteschi templi dell’IT indiano è impossibile per chi non ha un badge. Inventandomi una scusa sono riuscita a entrare nella mensa del “Cyber Gateway”, un parallelepipedo-monstre, che sorge lì vicino e in cui lavorano 9000 informatici. In quel momento c’erano decine di impiegati con il badge di Oracle, evidentemente in pausa pranzo. Poi ho visto alcuni di Dell e poi di Genpact, penso molti siano call center che lavorano di notte con gli Usa. In effetti non c’era molta gente in giro. Mi sono ricordata che una ragazza che lavora in un call center a Gurgaon mi ha detto che c’è un clima di terrore per via della crisi, nel senso che chi non produce viene sbattuto fuori senza complimenti…

BREAKING NEWS - Una balena in putrefazione sulla spiaggia di Palolem


Rimarrá per sempre un mistero. E' stato qualche pescatore burlone a trascinare una balena in putrefazione all'ingresso della spiaggia di Palolem oppure il destino ha voluto che il grosso cetaceo venisse trasportato dalle correnti proprio su uno dei piú pittoreschi litorali di Goa in un caldo pomeriggio di fine stagione? Fatto sta che verso le 4 del pomeriggio, quando i pochi bagnanti sono ancora immersi nella pennicchella, un insopportabile fetore pervade l'atmosfera. Io sono una habituee di questa spiaggia e negli anni mi é capitato di vedere di tutto. Ricordo ancora una cremazione sul bagnasciuga, tra i turisti che giocavano a freesby, e l'odore di arrosto bruciato che é rimasto per diverse ore. Ma la balena, questa é stata davvero una sorpresa. Ci ho messo a capire un bel po' che la puzza di marcio arrivava dal centro della spiaggia dove si stava radunando una folla. Dall'acqua spuntava una enorme chiazza nero-marrone che a prima vista sembrava una roccia. Una barca stava trascinanando la carcassa a riva. Sul dorso del cetaceo erano saliti una decina di ragazzi che esultavano come a una partita di cricket. Piú il cetaceo, in evidente stato di decomposizione, avanzava, piú il fetore aumentava. Mi sono resa conto che ero controvento. Quando ho raggiunto il posto la folla era enorme, mi ricordava un Capodanno di qualche anno fa quando a Goa non c'erano ancora gli allarmi antiterrorismo e il turismo andava a gonfie vele. Un bagnino - non sapevo neppure ce ne fosse uno - é intervenuto per chiedere alla gente di uscire dall'acqua putrida. Qualcuno ha toccato il cetaceo e poi si e' benedetto. Lo squame, nero, era quasi completamente sparito. Dalla coda uscivano le budella. Le onde ogni tanto aprivano la lunga mascella mostrando la gola. Mi é venuta in mente la storia di Pinocchio. Sará stata di 15 metri o forse piú. Mai visto una roba del genere, mi ha detto un pescatore. Ci sono volute due gru per trascinarla fuori dall'acqua. Per entrare in spiaggia hanno dovuto distruggere degli scalini di cemento e allargare un passaggio. Dei buldoozer hanno fatto una buca di 5 metri vicino alla riva. La balena é stata seppellita a tarda sera con sollievo di tutti quanti. La puzza, che aveva raggiunto anche la strada principale, é scomparsa, ma scommetto che per un bel po' il pesce é sparito dai menú.

India al voto, ma è davvero democrazia?

L’altro ieri quando sono iniziate le elezioni mi trovavo davanti alla stazione nuova, quella vicino a Connaught Place. Erano le due del pomeriggio, sotto il sole a picco ci saranno stati 40 gradi. E c’era il solito ingorgo di bus, risciò, biciclette, coolies e motociclisti che come me cercavano qualsiasi varco disponibile pur di uscire dalla camera a gas dei tubi di scappamento. C’era un uomo magrissimo, scalzo, con il dhoti intorno ai fianchi che stava tirando piegato in due un carretto pieno di sacchi di yuta. Dietro c’erano due bambini, sui 6 o 7 anni, sudatissimi, che spingevano con il capo chino e lo sguardo assente. Molto probabilmente erano i suoi figli e lui era arrivato dai villaggi a vendere chissà quale mercanzia nella città. Ho pensato alle cose che avevo appena scritto sulle elezioni. “La più grande democrazia del mondo va al voto, 714 milioni alle urne per eleggere il parlamento, il più vasto esercizio democratico al mondo, la democrazia indiana si rimette in marcia, ecc,ecc”. Se è così quell’uomo chissà cosa voterà. Di sicuro qualcuno che gli promette un po’ più di soldi per comprarsi un paio di scarpe e mandare i figli a scuola. E non voterà quelli di 5 anni prima che non hanno mantenuto le promesse. Nutro forti dubbi che i 300-400 milioni di indiani (dipende dall’affluenza) vadano a votare secondo questo criterio. Forse lo fa l’1 per cento. Quelli che leggono i quotidiani inglesi come il Times of India, che da settimana martella con la campagna “Lead India” per sensibilizzare gli elettori sull’importanza del loro voto per cambiare il Paese…
Il mio amico Arjun, maestro di tennis, che considera la Tata Nano ancora “troppo cara”, arriva da un villaggio dell’Uttar Pradesh. Appartiene alla super casta dei Yadav (pare siano l’11% della popolazione indiana concentrati in UP e Bihar). Quando gli ho chiesto chi votava mi ha risposto senza esitazione Mulayam Singh Yadav, potente leader dell’Uttar Pradesh. “Of course, I am a Yadav” ha aggiunto. Lo so. Ho scoperto l’acqua calda. La politica indiana è dominata dagli equilibri di casta. Ma allora io smetto di chiamarla democrazia.

Rahul Gandhi e il caffè off the record


Quando l’altro pomeriggio il portaborse di Rahul Gandhi mi ha invitata ad un caffè con il suo capo insieme ad una decina di altri giornalisti ha subito precisato che era “off-the-record”. Non penso che il blog rientri nella censura. Non mi è mai piaciuta la pratica della chiacchierata informale esclusiva per pochi eletti. La potevo concepire forse quando facevo cronaca nera e c’erano informazioni che non si potevano diffondere senza pregiudicare le indagini. Nel caso di RG, come lo chiamano, non capisco cosa ci sia di tanto riservato e perché non possa tenere una bella conferenza stampa come fanno tutti i politici in campagna elettorale.
Comunque era la prima volta in tanti anni e dopo innumerevoli richieste di interviste cadute nel nulla che riuscivo ad avvicinare un Gandhi anche se off-the-record (sono davvero curiosa di sapere se i miei colleghi hanno rispettato le consegne). Anche se temo che ci fosse poco da scrivere. RG non ha detto nulla di quanto non si sapesse già. Che lui il premier non lo vuole fare, ma che sarà costretto prima o poi. Che il suo lavoro ora è quello di riformare il Congresso eliminando nepotismo e corruzione. “Come si entra oggi nel partito secondo voi?” ci ha chiesto in tono provocatorio. Pare che per fare il politico bisogna avere qualche parente o dei soldi. In pratica il Congresso non è democratico e lo ha ripetuto più volte. Quello che sta cercando di fare è di tenere elezioni per rinnovare i direttivi delle sedi locali dello Youth Congress, cosa che non è mai stata fatta. Secondo me è un lavoro davvero ostico e, come ha ammesso, solo lui “che porta quel cognome ha l’autorità per farlo”. “Datemi due anni di tempo e creerò il più grande movimento giovanile del mondo” ha promesso RG. Dopo i due anni non è escluso forse che assuma un ministero.
Non so quanto può interessare a dei lettori stranieri la democratizzazione della base del Congresso. Molto poco, immagino. Ma quando gli ho chiesto se si sposava mi ha risposto che “non lo sapeva”.
La chiacchierata si è tenuta nel giardino di casa, seduti in cerchio, mentre i camerieri ci offrivano il caffè e dolcetti. Si è presentato con la divisa di ordinanza, casacca e pantaloni bianchi e sandali di cuoio. Visto da vicino, ho notato che la sua carnagione è decisamente chiara, non è quella di un indiano (e neppure degli italiani che sono tutti abbronzati). Prima di congedarsi mi ha parlato in italiano. Mi ha chiesto se ero italiana, forse l’avrà capito dal mio accento. Per un istante mi è venuta voglia di rispondergli in inglese...poi mi sono ricordata che eravamo off–the-record.

Le labbra di Roberto Cavalli e i riccioli di Lapo Elkann


Siccome mio malgrado ogni tanto mi tocca di occuparmi di moda sono andata ieri a seguire un seminario sul lusso, diventato “Sustainable luxury” in questi tempi di magra. E’ una di quelle conferenze a pagamento organizzate dall’International Herald Tribune. L’anno scorso era a Mosca e quest’anno in India, ultima frontiera per le griffe in crisi. In realtà doveva essere a novembre poi è slittato per via gli attentati di Mumbai. Tra le star della moda c’era Roberto Cavalli, uno dei mostri sacri, che qui in India è particolarmente idolatrato. Siccome non avevo l’accredito (e neppure me lo potevo permettere) mi sono intrufolata nella sala della conferenza passando dal giardino dell’Imperial, l’hotel dove si teneva l’evento e che è uno dei più belli di Delhi (ripago con questa marchetta il pranzo scroccato).
Cavalli era seduto sul palco davanti alla vetriolica giornalista di moda Suzy Menkes, con la sua solita frangia a bigodino. Al suo fianco la moglie Eva, che è anche la sua assistente. C’era anche un altro collaboratore di Cavalli che teoricamente doveva fare da interprete. Ho notato che a forza di lampade Cavalli era più scuro che gli indiani in sala e le sue labbra erano troppo grandi e lisce per la sua età. Più tardi dopo pranzo, quando mi ha invitato a sedere al suo tavolo, l’ho visto più da vicino. Le labbra sembravano prese da un altro volto. Il tema della conversazione con la Menkes era Hollywood versus Bollywood. Purtroppo non ha usato l’interprete e il risultato è stato abbastanza disastroso. Ma secondo me non era solo un problema di lingua, ma di contenuti, purtroppo. L’unica cosa che mi ha colpito è quando ha ammesso che “il migliore designer è Dio” riferendosi alla bellezza della natura indiana. Condivido. E poi che le star di Hollywood sono pagate dagli stilisti per mettersi gli abiti firmati sulla passerella degli Oscar, mentre lui, “se lo chiamano bene”, se no, “ne fa anche a meno”. Viva la sincerità, anche se penso che senza passerelle rosse e circo mediatico lui sarebbe un semplice sarto fiorentino con le labbra di un sessantenne.

PS Ho avuto l’occasione di incontrare anche Lapo Elkann, che sotto la cascata di riccioli biondi, non mi è sembrato quel mostro di perversione che tutti conoscono. Nella sua eleganza da Uomo Vogue, seduto fuori su dei gradini di cemento a fumare, mi ha confessato di essere “un privilegiato” mentre "gli indiani e altri popoli come gli africani, ebrei o armeni che hanno sofferto posseggono i controcoglioni”. Condivido pienamente, come anche il suo patriottismo, cosa rara in questi momenti di totale pessimismo sulle capacità di ripresa del nostro Paese. “Sono fiero di essere italiano e ebreo, scrivilo pure".

"Jai Ho" Sonia, ma lasciamo stare i bambini


Non ho idea di cosa Sonia Gandhi abbia promesso ad Azhar e Rubina Ali, i baby attori di Slumdog Millionaire, ma trovo che quello accaduto oggi sia davvero una caduta di stile per la presidente del Congresso e indiscussa primadonna della politica indiana. I due piccoli artisti sono usciti dal numero dieci di Janpath agitando un santino di Sonia e cantando “Jai Ho”, il motivetto da Oscar che è diventata la colonna sonora della campagna elettorale del Congresso. Jai Ho è quello che l’inno Forza Italia è stato per Berlusconi. Non so se dietro ci siano gli spin doctor della Famiglia o se è un’idea dei genitori dei bambini che hanno chiesto a Sonia un alloggio in muratura al posto della baracca di lamiera in cui vivono a Dharavi. Capisco la macchina di Hollywood che non si fa molti scrupoli a divorare tutto quello che trova sul suo cammino, ma non me lo aspettavo dal Congresso. E non mi si venga a dire che almeno i due bambini hanno goduto di una giornata da sogno a Delhi tra shopping, leccornie e un bagno in piscina nella farm-house della coppia di stiliste Ashima-Leena, le autrici di questa trovata pubblicitaria. Stasera sono andata alla loro sfilata, alla Fashion Week (quella sponsorizzata da Wills Lifestyle, non l’altra concorrente dell’Emporio) e ho visto Azhar e Rubina con le loro faccette sorridenti nella bolgia infernale delle telecamere e microfoni dove mi sono fatta largo a furia di spintoni per rubare almeno uno scatto. Ma perché invece della pubblicità a dei costosissimi pezzi di stoffa, non parliamo di dove vivono e di dove vanno a scuola?

Holi, festa dei colori e palpeggiamenti


Sto viaggiando in direzione nord di Delhi attraverso una strada non battuta dell’Uttar Pradesh, di quelle dove per chilometri non si vedono null’altro che piramidi di cacche essicate e fornaci di mattoni. Ho visto moltissime donne e bambini a “impastare” mucchi di cacca per farne delle formelle rotonde. Devo dire che mi é sembrato di vedere anche uno certo senso artistico, ma non vorrei essere irriverente. Forse é questa la stagione dove si accumula questo prezioso combustibile per cucinare e scaldarsi.
Oggi é una giornata particolare, é la vigilia di Holi, la festa dei colori, una sorta di carnevale dove ci si tira addosso polvere e acqua colorata. Una giornata all’insegna del "semel in anno licet insanire". La battaglia dei gavettoni é giá iniziata oggi. Mentre ero in scooter lungo la strada per Saharapur dove mi trovo ora sono stata bersagliata da ragazzi con pistole ad acqua, dai palloncini pieni di colori e perfino dale immancabili cacche. I bambini si divertivano a centrare i finestrini dei bus. Ma oggi é anche la giornata in cui ci si ubriaca con superalcolici e ci si fa di “bang lassi”, marijuana che si prende sottoforma di beverone allo yougurt. Ieri sera a Delhi, davanti a un liquor shop vicino a Defence Colony, c’era la coda in strada per entrare. La gente in giro é decisamente su di giri, fin troppo direi, soprattutto gli uomini. Il mio amico Jinu, comunista keralese e ex leader studentesco, dice che Holi é l’unico giorno in cui i ragazzi possono “toccare” le ragazze con la scusa di colorarle. Palpeggiamenti a libertá, pare, “seno soprattutto” precisa lui che quando era nel campus universitario ne avrebbe “colorate parecchie”. A quanto pare anche le ragazze aspetterebbero Holi per farsi “colorare”. Ma la cosa si ferma lí, “sopra la cintola”, mi mostra Jinu che probabilmente, ne sono quasi sicura, rimpiange quei bei tempi…

Sri Lanka, meglio parlare di surf


Sono appena arrivata dallo Sri Lanka, la “lacrima” dell’India come la chiamano qui, che mai come in queste settimane gronda di sofferenze e di miseria. E ora anche di fame. Leggo che tra la popolazione tamil intrappolata nella guerra ci sono stati i primi morti di stenti. Volevo raccontare la storia dei profughi della regione di Vanni, ma non mi è stato possibile entrare in contatto con loro. Il governo del nazionalista Rajapaksa, sostenuto dal clero buddista, ha imposto una rigida censura sulle informazioni che arrivano dal nord. Sono riuscita ad arrivare fino a Trincomalee, il posto più vicino al fronte e quello aperto ai turisti (sono entrata con un visto turistico). L’autista della macchina a noleggio che ho preso a Colombo non ci andava da quasi 20 anni, da quando era adolescente. All’inizio era eccitato da questo suo amarcord, poi quando ha visto i posti di blocco e ha incrociato con gli occhi l’odio dei tamil per strada, ha cominciato ad implorarmi di tornare. Pensare che ha girato il mondo, come marinaio sulle navi cargo, sa perfino il greco, ma a cento chilometri da casa sua si sente un pesce fuor d’acqua. Non parla e legge il tamil, non mangia il loro cibo e trova perfino l’acqua “diversa” da quella di Colombo. La coppia di romani, Loredana e Luca, che gestiscono il “Palm Beach Resort”, dove mi sono fermata a mangiare fettuccine all’astice (“di un tipo che si pesca solo qui”) in effetti lo guardavano con estremo sospetto. “Se vieni senza di lui possiamo dirti cosa sta succedendo qui”. La loro cuoca è rimasta orfana da piccola. I suoi genitori sono stati massacrati dai soldati cingalesi. Le spiagge bianche di Nilaveli, a nord di Trincomalee, le più belle dell’isola, trasudano ancora dell’orrore dello tsunami. Nessuno le ha ancora ripulite, sono piene di ciabatte come 4 anni fa quando sono venuta qui per la prima volta a raccontare il disastro. I pescatori non possono uscire con le barche. All’orizzonte si vedono le motovedette della marina militare. Ogni notte da questo tratto di mare arrivano centinaia di profughi con orribili mutilazioni. Sono curati nell’ospedale di Trinco, ma nessuno, a parte Onu e Croce Rossa e qualche ong come quella del San Raffaele di Milano , può avvicinarli. “Sono come prigionieri” mi dice un ragazzo tamil che gestisce i progetti della ong francese Agrisud e che non ha più notizie di suo cognato da un mese. Circolano voci di atrocità commesse dai militari cingalesi sulla popolazione civile, di stupri e aborti forzati. I giornalisti locali qui rischiano la vita e non ci vengono, quelli stranieri della Bbc e Cnn non ottengono il visto per entrare. Comunque questo conflitto non è “sexy” per i giornali, per usare un’espressione del mio ex caporedattore de Il Giornale. E non ci sono immagini da mostrare, aggiungo io, perché l’oscuramento del governo è totale.
L’attentato a Lahore, in Pakistan, alla nazionale di cricket srilankese l’altro ieri ha ottenuto più spazio che le decine di migliaia di sfollati o “desaparecidos” di questa guerra che va avanti da oltre un anno.
Bastano sei o sette ore di auto in direzione sud per dimenticare questi orrori invisibili. Ad Hikkaduwa, paradiso delle testuggini e del surf, non ti accorgi di nulla se non che ci sono pochi turisti intorno, ma è perfino meglio, i prezzi sono calati. La gente è ospitale e ti dice che la guerra è quasi finita, “c’è solo un piccolo problema su al nord”. La settimana prima un ultraleggero delle Tigri Tamil si era schiantato sul palazzo delle imposte di Colombo e un altro era stato abbattuto dalla contraerea. Agli ospiti stranieri, bloccati negli hotel nell’oscurità totale, avevano detto che era “un’esercitazione mensile”….

Martin Luther King III, il sogno della non violenza


I have a dream…oggi sono andata a sentire una lecture di Martin Luther King III, il figlio della leggendaria icona dei diritti dei neri americani. E’ venuto qui in India con la moglie per visitare i luoghi del Mahatma Gandhi come ha fatto il padre esattamente 50 anni fa. Martin Luther King non ha conosciuto il Mahatma, ma è stato profondamente influenzato come Nelson Mandela. Devo dire che è stato emozionante vederlo perché un po’ gli somiglia, anche se è più grasso, e poi è un bravissimo oratore. Ci sarebbe stata bene un po’ di musica soul in sottofondo. Ha detto che se vogliamo davvero seguire gli insegnamenti del Mahatma e di suo padre, bisogna lanciare una “rivoluzione non violenta” e che bisogna coinvolgere i “terroristi nel dialogo e nella riconciliazione”. Già… come se qui fosse facile con le macerie del Taj Mahal di Mumbai ancora fumanti. Il Mahatma diceva “che occhio per occhio e il mondo diventerà cieco”. Proprio come il vicolo cieco in cui si trovano i conflitti in Iraq, Afghanistan, Sri Lanka, Palestina e Darfur. Il “sogno” di Martin Luther King jr si è materializzato alla Casa Bianca dove da gennaio siede per la prima volta un afroamericano, ma non nel resto del mondo. Il concetto di non violenza rimane una semplice utopia. Nel 1959 c’era la corsa al riarmo di Usa e Unione Sovietica oggi c’è la guerra contro l’integralismo islamico.
“Il nostro secolo non è meno violento dello scorso secolo” ha detto King nello stesso palazzo dove 50 anni fa suo padre incontrò uno stanco e invecchiato Jawaharlal Nehru. C’è una bella fotografia li ritrae insieme e che gli è stata regalata come ricordo.
Quando il reverendo King, morto di morte violenta come il Mahatma, arrivò in India per il suo pellegrinaggio spirituale proclamò in un discorso (ascolta qui) che in India "lo spirito di Gandhi era più grande di quanto si credeva"…non so se Martin Luther King III oggi può dire lo stesso.

Poste Indiane, il mistero dell’affrancatura

Oggi voglio sollevare un problema che probabilmente interessa solo me qui in India. Primo, perché penso di essere l’unica che si reca di persona all’Ufficio Postale per spedire la corrispondenza, invece di inviare autisti, valletti, cuochi, domestici che qui sono disponibili in larga quantità e a basso costo. Secondo, perché penso di essere forse una delle poche utenti superstiti di questo vecchio sistema di social networking nell’era di Facebook.
Di solito vado nell’ufficio centrale in Lodhi Road che ha il vantaggio di essere sempre deserto e di rimanere aperto fino alle 18.
Il quesito che vorrei tanto fare al direttore delle Poste Indiane è il seguente: “Perché non mettete a disposizione dell’utenza dei tamponi per inumidire la colla dei francobolli?”. Sono ormai sette anni che cerco di carpire i misteri dell’affrancatura e delle buste indiane che sono prive di striscia incollante o adesiva. Quello che fanno tutti è di usare la colla disponibile di fianco allo sportello. Si trova dentro un barattolino appiccicoso e per prenderla c’è di solito una biro rotta oppure un bastoncino di legno. Molti usano i bordi bianchi dei francobolli dopo averli staccati, liste di cartoncino o semplicemente quello che capita comprese le cartacce in terra. I più disperati come me usano le dita. E’ come pescare nel barattolo della marmellata e poi spalmarla sulla busta. Premi i francobolli e spunta colla ovunque. Cerchi di pulire e si leva il francobollo. E ricominci da capo. Siccome il ripiano non è mai pulito e neppure le tue dita, alla fine rimangono delle larghe chiazze di sporco grigiastro. Ogni volta penso a chi riceve la busta zozza e appiccicosa dall’India…
Visto che i francobolli indiani hanno ora la colla, possibile che nessuno abbia mai pensato di mettere a disposizione un tampone umido? Lo confesso: siccome non so mai dove pulirmi le dita (usare i tovagliolini di carta è ancora peggio, si incolla tutto) a volte per bagnare il francobollo uso la saliva. Una bella leccata e via. Ma devo stare attenta a che nessuno mi veda. Una volta la funzionaria dietro lo sportello ha fatto una faccia disgustata quando mi ha visto mettere sulla lingua i francobolli che mi aveva appena dato. “La colla è dietro di lei” mi ha detto con un tono tra il perentorio e il compatimento che di solito si riserva ai “bianchi”, ai “gora”, che hanno strane manie, tra cui quella altrettanto disgustosa di usare la carta igienica in bagno invece di sciacquarsi con l'acqua. Con tutto rispetto per le differenze culturali, però un tampone umido….

Summit sul clima a Delhi, perché non cominciamo a spegnere l’aria condizionata?


Sto seguendo in questi giorni a Delhi un forum mondiale sul cambiamento climatico pre Copenhagen organizzato dall’indiano R.K Pachauri, la barbuta Cassandra delle sciagure ecologiche prossime venture e per questo anche Nobel per la pace nel 2006 insieme ad Al Gore. Il riscaldamento terrestre, che ai miei tempi si chiamava inquinamento, è oggi l’ultimo dei pensieri a turbare i sonni dei leader mondiali. Lo scioglimento dei ghiacciai himalayani e l’inabissamento delle Maldive non sono poi così gravi rispetto al fallimento delle banche di tutto il mondo, cosa che di fatto sarebbe avvenuta senza l’intervento pubblico.
L’ecologia non va più tanto di moda. A Delhi è arrivato anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon per ricordare i doveri del trattato di Kyoto, ma nessuno se n’è accorto.
Per fortuna la recessione mondiale farà respirare un po’ il pianeta. La pressione sulle risorse si è allentata. Si consuma meno petrolio, meno acciaio e a quanto pare si mangia e si beve anche di meno. Ma per quanto? Pachauri dice che appena ci sarà la ripresa i prezzi del greggio torneranno come prima e allora le tecnologie “pulite” (tra cui ora ci mettono anche il nucleare), saranno di nuovo attuali. Il ritornello dominante delle varie sessioni del forum, di una noia mortale (nonostante gli sforzi di Nick Gowing, l’anchorman della Bbc, che davvero vorrei sapere quanto prende per moderare i dibattiti), è che la lotta al cambiamento climatico è “un’opportunità” per rilanciare l’economia mondiale e creare posti di lavoro. E’ l’idea lanciata da Barak Obama nel suo new deal ecologico. Convertire le economie dipendenti dal carbone a economie pulite o verdi sembra essere la bacchetta magica in grado di salvare il capitalismo mondiale. Al forum di Delhi ci sono le grandi industrie del settore, francesi, tedesche, americane, purtroppo nessun italiano a parte il direttore dell’Enea, Luigi Paganetto. Pannelli solari, marmitte catalitiche, batterie ricaricabili, c’è tutto un mondo da inventare appena la lobby del petrolio molla la presa. Io ho perfino comprato oggi in uno stand di un’azienda indiana una torcia elettrica ricaricabile con la manovella. Lo so, sono caduta nella trappola del neoconsumismo ambientalista. Ma se serve a garantire la pagnotta ben venga. Il problema è che la garantisce solo ad alcuni e non ad altri. Non si può parlare di ambiente quando per esempio si consumano centinaia di bottigliette di plastica per l’acqua come ho visto oggi sui tavoli. Oppure quando si tiene l’aria condizionata a manetta nella sala della conferenza quando fuori non ci sono neppure 20 gradi. Facendo appello alla coscienza ecologica dei presenti, ieri ho proposto a Nick Gowing di spegnere l’impianto di condizionamento che oltretutto è anche dannoso per la salute. Nessuna reazione, piatta totale, nessuno si è risvegliato dal torpore pomeridiano post buffet.

PS Due giorni dopo sono ritornata al convegno. Erano tutti in manica di camicia, compreso Nick. Avevano spento i condizionatori

Sri lanka, quando di giornalismo si muore

Ho ritrovato questa poesia nell'editoriale postumo del direttore di "The Sunday Leader", Lasatha Wickramatunga, che è stato assassinato a Colombo il 9 gennaio.

Prima vennero per i comunisti, e non alzai la voce, perché non ero un comunista.
Quindi vennero per gli Ebrei, e non alzai la voce, perché non ero un Ebreo.
Quindi vennero per i sindacalisti, e non alzai la voce, perché non ero un sindacalista
Quindi vennero per me, e a quel punto non vi era rimasto più nessuno che potesse alzare la voce per me.

Martin Niemoller (1892-1984)



La mummia di Jaipur


Approfittando del lungo ponte del Republic Day sono andata a fare un giro a Jaipur, la città rosa del Rajasthan che sta lentamente emergendo dallo choc delle bombe dello scorso maggio. Sono stata sorpresa dal pienone di turisti indiani venuti qui per il finesettimana. Sono solo 250 km circa dalla fredda e nebbiosa Delhi, ma sembrava di essere ai tropici. Non avevo una meta precisa, sono andata un po’ in giro approfittando della compagnia di Calogero, orafo siciliano cresciuto a Valenza che ha fatto di Jaipur la sua seconda casa e fonte di ispirazione per la sua arte. Ho assistito a un paio di serate al Festival della Letteratura, salotto intellettuale anglo-indiano, e poi anche ad una finale di polo sponsorizzata dall’onnipresente Vodafone e presenziata dal vecchio maharaja di Jaipur. Poi sono andata a zonzo per musei e palazzi. Mi sono ritrovata quasi per caso all’Albert Hall Museum, un palazzo in stile saraceno con le cupole mughal che è stato restaurato e riaperto lo scorso anno. E’ stato creato come museo privato dall’allora maharaja Ram Singh nel 1876 che, per ingraziarsi i nuovi padroni, lo dedicò al marito della regina Vittoria e padre del futuro Edoardo VII, a cui è toccato posare la prima pietra. So queste cose perché all’ingresso ho affittato una guida audio con auricolari.
Un po’ dappertutto, da Calcutta fino a Mysore mi è capitato di vedere le collezioni private di maharaja e nawab, spesso un trionfo del kitsch e di improbabili bizzarrie come il trenino elettrico da tavola per servire i digestivi che ho visto nel palazzo di Gwalior.
Questa volta però sono rimasta a bocca aperta. Nella sala “dedicata” all’Egitto c’era una mummia! Era dentro un sarcofago protetto da una bacheca abbastanza ordinaria per un contenuto così prezioso. Pare risalga a 2300 anni fa e secondo alcuni è una delle più vecchie mummie esistenti. Sul sarcofago sono dipinti geroglifici e un‘immagine di Anubis, dio dei morti. Era stata comprata dal maharaja nel 1887 direttamente al Cairo dove il “commercio di mummie era cosa abbastanza normale” come ha precisato la voce dell’audio guida mentre osservavo incredula il corpo fasciato, pare di una donna, affiancato da due enormi statue, anche quelle, penso, importate dall’Egitto. Immagino il lungo viaggio del sarcofago via mare e poi l’arrivo nel museo a Jaipur chissà come….Penso ai bambini indiani che vedono per la prima volta una mummia in carne e ossa…dopo avere visto l’interminabile serie dei film The Mummy. Ma penso soprattutto agli indiani e al loro rapporto con la morte, la cremazione, la dispersione delle ceneri e la reincarnazione. Chissà cosa pensano di quel cadavere rimasto intatto per 2300 anni…

PUBBLICITA’: Baba Gosh, il guaritore di Palolem


Ammetto che ho sempre considerato Baba Gosh, il santone guaritore di Palolem, un fenomeno da baraccone. Dopo tanti anni in India e dopo aver ascoltato pazientemente decine di sadhu, yogini, sanyasi, la mia fede nella scienza occidentale non si è scalfita nemmeno di un millimetro. Ora però comincia a scricchiolare. Ero a Palolem per la fine dell’anno. E’ la spiaggia più bella di Goa. Si trova all’estremità meridionale dell’ex colonia portoghese. E’ una spiaggia tropicale da cartolina, una mezzaluna lunga un paio di chilometri, piena di palme e sabbia dorata, con a lato un isolotto che la ripara dalle turbolente onde del Mar Arabico. A nord dell’insenatura, alla foce di un fiume, in uno spiazzo sopra alcune rocce vive il mio amico Gosh, un olandese di Suriname, che da circa 30 anni esercita la professione di guaritore su questo angolo di spiaggia. In realtà è un ex monaco buddista che ha sviluppato una propria tecnica di Reiki, così ho capito. E' poi specializzato in erbe medicinali e gemmologia. da circa due anni utilizza come suo strumento di guarigione una sorta di pistone di acciaio che contiene all’interno diversi elementi “magici” tra cui anche dell’acqua di Lourdes. Si chiama the “key of life” e ha come sua proprietà principale quella di rendere potabile l’acqua. Nelle trattorie di Palolem, popolate da italiani che svernano qui, si narra che una volta Gosh mise il suo amuleto in un bicchiere di vino acido che diventò buono come del barolo delle Langhe. Purtroppo non ho fonti di prima mano su questo miracolo del vino. Una replica in miniatura del “pistone”, da mettere al collo sottoforma di ciondolo, è anche in vendita. Inoltre Gosh organizza dei corsi collettivi di Vipassana (dieci giorni senza parlare) nella giungla sopra la sua abitazione e vari ritiri spirituali in cui bisogna muoversi lentamente, come al rallentatore. Lo so che detto così è irriverente, ma sono completamente ignorante in materia e purtroppo non ho ancora avuto il coraggio di provare. Anche se sono molto curiosa.
Comunque io lo ammiro. Una volta mi ha detto che a lui “basta leggere i giornali tre volte all’anno per essere informato”. Purtroppo temo abbia ragione.
Quando sono arrivata a Palolem il 29 dicembre avevo un forte mal di stomaco. Non mandavo giù nulla di solido da quattro giorni. Probabilmente avevo mangiato del formaggio avariato dal frigo della mia amica Giorgia che ho aiutato a traslocare. Febbricitante mi sono trascinata all’estremità della spiaggia. Ho trovato Gosh con la sua nuova fidanzata, una splendida tedesca ventenne (“sono innamorati” mi hanno detto tutti) che stava praticamente “celebrando” un matrimonio di un’anziana coppia. La scena era tenerissima, lui in perizoma che benediceva i due nonnetti, probabilmente dei “figli dei fiori” una quarantina di anni fa a Goa. Appena mi ha visto è venuto subito a salutarmi. Ha imposto le mani sull’imboccatura del mio stomaco e poi ha chiuso gli occhi mormorando qualcosa. Poi mi ha somministrato una scodella di acqua e limone dove ha immerso il “pistone” per alcuni secondi. Beh, il giorno dopo il mio apparato digerente ha iniziato a funzionare…Purtroppo non sono ritornata a ringraziarlo. Ricambio con questa pubblicità. Se vi capita, andate da Baba Gosh!

Pannella e i sigari all’aroma di grappa

Il comunicato era: “Marco Pannella, deputato europeo, e Matteo Mecacci, Deputato, (con la maiuscola, ndr) incontreranno i corrispondenti italiani a New Delhi sabato 27 dicembre alle 10.30 presso l’hotel Radisson..”. Io sono arrivata alle 11, perché sono rimasta senza benzina con lo scooter e poi ho dovuto lottare con la sicurezza paranoica dell’hotel che dopo l’attacco di Mumbai crede che tutti i clienti nascondano bombe a mano e AK47 nelle borsette. Ma non penso ci fossero stati altri giornalisti prima di me. Dei miei quattro colleghi qui in India, uno è in Bangladesh e gli altri non lo so, forse in Italia per Natale. Quindi ho avuto il piacere di fare una chiacchierata a tu per tu con Pannella, il grande vecchio della politica italiana e instancabile difensore della non violenza e dei diritti delle minoranze e degli oppressi. Se non avesse i capelli bianchi lunghi e non fumasse i toscani alla grappa, me lo potrei immaginare davvero come un Mahatma versione globe trotter che va in giro per il mondo a diffondere il satyagraha. E’ un’icona vivente e vedermelo nella patria di Gandhi - anche se era qui solo per andare dai tibetani a Dharamsala - mi ha fatto un certo effetto. Ho perfino dimenticato di scattargli una foto, mentre il registratore è rimasto spento sul tavolino della piscina dove è uscito a fumare sfidando la nuova legge indiana antifumo introdotta il 2 ottobre, guarda caso compleanno del Mahatma.
La prima cosa che mi ha detto è “ma lo sa che noi siamo rimasti il partito più vecchio in Italia?”. Sono almeno 13 anni che non seguo più la politica italiana, ho fatto un rapido excursus storico, Democrazia Cristiana, PRI, PLI, PSI …è vero, dove sono finiti? Poi abbiamo parlato praticamente a ruota libera, passando dai Montagnard del Vietnam, agli Iuguri che sono tesserati radicali, attraverso un parallelismo tra Manifesto di Ventotene di Spinelli e la “via di mezzo” del Dalai Lama, per finire al libro “Il gusto di essere felici” di Matthieu Ricard e alle attrazioni pedofile di cui sono stata accusata quando ho detto che il Dalai Lama a volte mi sembra un fanciullo gioioso. Incredibilmente la conversazione finisce dove era iniziata, la longevità dei Radicali. “Ci hanno suonato la campana a morto molte volte, ma poi siamo sempre andati ai funerali del campanaro” proclama.
Poi prima di congedarsi mi manda una puffata di sigaro. “Non hai sentito che gusto ha?” mi chiede meravigliato della mia evidente ignoranza in materia. “E’ un toscano al distillato di grappa” risponde prontamente il suo giovane collaboratore. Imbarazzata tento una battuta spiritosa: “Dopo tanti anni in India ormai posso solo riconoscere le fragranze dell’incenso e non perché frequento assiduamente le chiese …” dico mentre lo accompagno all’uscita. Sorride e poi mi saluta come una vecchia amica con due baci sulle guance.

Taj Hotel, vernice fresca e puzza di bruciato


Dopo tre settimane sono tornata sul luogo del delitto a Colaba. Il lungomare di fronte al Taj Mahal Hotel è ancora transennato. I finestroni al primo piano della facciata veneziana sono stati chiusi con compensato dipinto di beige. Cosí sembra ancora piú finto, uno scenario di cartapesta tipo Disneyland. Le strade laterali sono bloccate dal servizio di sicurezza privato che abbastanza rudemente tiene alla larga i curiosi. Ci passano solo le auto con un pass e i pedoni con una prenotazione al ristorante. Spacciandomi per una turista e coinvolgendo come mio cavaliere un simpatico e distinto ebreo francese, sono riuscita a entrare ieri sera verso le 22 nella “tower”, che è la parte moderna del Taj costruita di fianco all’edificio del 1903.
La hall profumava di fresco, qui si è tenuto il ricevimento domenica con qualche centinaio di “belli e famosi” di Mumbai accolti da un Ratan Tata in versione “non-ci faremo-mettere-al-tappeto”. Ho visto la lapide con i 31 nomi delle vittime esposta nella hall accanto ad una scultura di bronzo di un albero. Pare sia l’unico pezzo della collezione di arte dell’hotel non danneggiata dal rogo scoppiato al quinto piano sotto la cupola. Nel pomeriggio fuori ho visto gli operai che buttavano fuori sacchi di macerie annerite e scheletri di tavoli e sedie. Deve essere successo di tutto là dentro nelle 60 ore dell’assedio. Dalla tower si passa all’ala storica attraverso un corridoio dove ci sono le boutique di moda. Lí si sente ancora un odore acre, di bruciato, misto alla vernice fresca e alla colla. Alcuni negozi sono chiusi per lavori, ma la pasticceria in fondo alla galleria è rimasta intatta. Ho cercato qualche segno dell’attacco, anche solo un graffio, ma è stato ripulito tutto con cura. Da una portafinestra chiusa si scorge l’atrio dello storico hotel e in particolare il busto di Jamsedji Tata, il fondatore della dinastia industriale. A farmelo notare è un signore indiano che è insieme alla nipotina, vestita da prima comunione, e che mi ricorda anche l’aneddoto legato al Taj. Siccome Jamsedji non poteva entrare negli hotel di Mumbai riservati ai ‘bianchi’, allora decise di costruirsene uno. “Ed eccolo qui” mi fa segno con ampio gesto delle braccia.
Fingendo di voler andare a cena, sono andata poi a curiosare nel ristorante-caffetteria Shamiana, vicino all’ingresso e nello sciccosissimo libanese Suq all’ultimo piano dove c’è un vista mozzafiato. I tavoli erano occupati a metà. Il giorno prima mi avevano detto che era tutto prenotato per giorni. No non era vero.
Una volta fuori davanti al Gateway of India, piú tetro che mai per via di lavori di restauro, un altro cliente, vero penso - non finto come me - un sikh con la famiglia, mi fa notare che “si sentono le onde del mare”. Il piazzale è deserto e silenzioso. E’anche buio. Mi chiedo perché mai hanno spento i fari gialli che ieri durante la cerimonia di riapertura illuminavano la facciata dell’ hotel. Forse per risparmiare? Riaprire il palazzo costerá a Ratan Tata una barca di soldi e il suo gruppo è giá pesantemente indebitato per via dell’acquisizione della Jaguar, un altro simbolo di prestigio e ricchezza che lotta per la sopravvivenza.

Mumbai, quando le teste di cuoio arrivano con il bus “Marol Depot”


Non sono in grado di dire se il blitz delle teste di cuoio a Mumbai sia stato un successo. Non lo è stato di sicuro per gli ostaggi israeliani e per i genitori del piccolo Moshe di 2 anni rimasto orfano. Ma forse lo è stato per i sette italiani usciti vivi e per la moglie e bambina di Manuele, il cuoco dell’Oberoi diventato un eroe, suo malgrado. Voglio solo raccontare un episodio che la dice lunga sulla scarsità dei mezzi della polizia e dell’esercito indiani. Non è colpa loro, certo, anzi molti ci hanno rimesso le penne. Sabato mattina decine di teste di cuoio della National Security Guard (NSG), uno dei reparti d’elite dell’esercito detti “Energy” o anche “Black Cats” sono arrivati di supporto nell’operazione “Cyclone”, quella per la “riconquista” del Taj Mahal, avvenuta dopo 60 ore quando hanno fatto fuori gli ultimi tre “cattivi” del commando pachistano arrivato dal mare. Detto così sembrava la trama di un film d’azione, e pare che un regista di Bollywood ci abbia già pensato. Ma c’è un retroscena. Ero con le decine di fotografi e cameramen quando i Black Cats, con la loro bandana nera in testa, sono arrivati a bordo di…..bus di linea urbani. Ebbene sì, una ventina di bus rossi, alcuni diretti a “Marol Depot” e con le scritte pubblicitarie lungo i fianchi, tipo “In the cinema on 20th November” oppure “Absolute Sensation” (riferito a una moto Honda) e via dicendo. Dai finestrini si vedeva che aprivano delle vecchie casse di metallo dove c’erano granate, revolver e coltelli. Ognuno prendeva un kit di armi, lo sistemava nelle tasche interne sotto il giubbotto antiproiettile e poi scendeva dal bus tra le telecamere e fotografi. Qualcuno ha tirato fuori un microfono per un’intervista in diretta facendo domande del genere “Sono stati ammazzati i terroristi?”, “Quanti ne hai uccisi?”, “Dove pensate di entrare?”. Mi immaginavo gli attentatori dentro l’hotel che sui loro palmari o molto più semplicemente nelle televisioni vedevano la scena…