Lahore, tra inferno e paradiso

Di record in record. Ieri eravamo a 47 gradi. Nella mia guesthouse hanno portato i materassi in terrazza e hanno dormito sotto le stelle. Mi sa che faró anch'io cosí ora, tanto non c'é pericolo di zanzare. Non ci sono altri esseri viventi in giro a questa temperatura. Ma c'é qualcuno ancora piú coraggioso di me. Nel primo pomeriggio stavo andando dal Forte Shahi (una copia piú piccola del Forte Rosso di Delhi) alla bella moschea in stile persiano di Wazir Khan. Il bazar era deserto di domenica, a parte qualche negozio di tabla e una fantastica giostra con i cavalli di legno azionata a mano. A un certo punto incrocio un'altra moschea chiamata Sunheri (dorata), un piccolo capolavoro di arte mughal in marmo bianco e scintillanti cupole dorate. E' li' che é avvenuto il mio primo incontro con un "ulema", uno studioso di Islam. Mi ha detto di chiamarsi Usman. In tunica bianca, con un turbante verde coperto da un velo e un grosso turchese al dito, stava mormorando delle preghiere. Prima di scattare una foto, lo saluto con un "Salam alekum". "Italiana?" mi dice subito. Sorpresa, gli chiedo come ha fatto ad indovinare. "Dal viso e dal colore della tunica". In effetti vado in giro con colori tenui che da queste parti non si usano, anche se sospetto che probabilmente qualcuno lo abbia avvisato. Da quando sono scesa dal risció almeno dieci persone mi hanno chiesto la nazionalitá. "Giornalista?"' mi chiede poi. Due a zero. Gli dico é molto perspicace e che ha un inglese oxfordiano perfetto. "Studiato a Londra?" domando. "No, ma ho molti amici e ho fatto la guida turistica. Adesso sto studiando l'olandese". Osservo le sue mani bianchissime che tiene sempre congiunte davanti a se. Mi racconta la storia della moschea e della devozione religiosa di Aurangzeb che io ho definito il piú crudele dei mughal. "Se i mughal erano cosí feroci allora perché in India c'é ancora una maggioranza di indú?". Incasso il colpo. Non mi ricordo poi perché mi metto a ridere un po' sguaiatamente su una battuta. "Ti ricordo che nelle moschee non si puó ridere". Giusto. Tempo scaduto, penso, ma invece di congedarmi, si offre di accompagnarmi nella moschea di Wazir Khan che é a due minuti. Prima di uscire si spalma sul viso un po' di olio profumato da un flaconcino. Me ne offre anche un po'. E' una fragranza decisamente femminile, glielo faccio notare per scherzo, ma non ride nemmeno un po'. A meta cammino si ferma a comprarmi un lemonsoda. "Perché non ne prendi anche tu?" domando. Mette una mano davanti al petto in segno di scusa: "oggi digiuno per 16 ore, acqua compresa". Continua a salmodiare i nomi di Allah mentre io tracanno in un fiato la bevanda. A 47 gradi mi sembra a dir poco eroico. Penso che anche i cristiani una volta si sottoponevano a simili privazioni. Davanti ai mosaici della moschea di Wazir Khan il suo viso si illumina. "In paradiso vorrei portare con me tre cose, questa moschea, il forte di Lahore e il mio Pir (maestro sufi). Poi si volta e mi chiede cosa io vorrei portare. Esito, davvero non lo so, non ci ho mai pensato. "Non penso di andare in paradiso" rispondo debolmente tra atroci sensi di colpa...

Lahore, tra traspirazione e cospirazione


Sono a Lahore da un paio di giorni. Lo ammetto. A differenza di molti turisti, tra cui anche donne, io non amo viaggiare in Pakistan. Mi da fastidio coprirmi la testa, non sopporto la segregazione sessista sui bus e nei ristoranti, anche se mi evita le resse, mi irrita quando gli uomini mi pagano le cose, mi aiutano ad attraversare la strada, si occupano di me come fossi una demente. Lo so che é solo senso dell'ospitalitá e rispetto per la donna, ma proprio non mi va giú. Sospetto inoltre che come giornalista di sicuro avró qualcuno alle calcagna. Ho giá fatto un errore. Dovendo comprare una carta sim per il telefonino, mi sono lasciata convincere da un tizio a fornire i suoi documenti di identitá per fare prima. Cosi ora il mio telefonino é sotto il nome di Mohammed Naveen. Il quale mi chiama due volte al giorno per premurarsi che tutto vada bene.
Sto cercando malgrado la calura di vedere un po' dei monumenti di Lahore, la cittá-giardino dei mughal, dice la mia guida, forse esagerando un pochino. Come a Delhi, gemella di Lahore ai bei tempi, fatico un po' a ritrovare i fasti del passato. In realtá spesso non mi accorgo neppure di essere in Pakistan. Sembra la vecchia Delhi, nei quartieri mussulmani, oppure il centro di Lucknow o di Hyderabad. Come previsto, anche qui c'é la stessa calura, forse di piú, siamo a 47 gradi, un forno a cielo aperto...o un inferno visto che manca quasi sempre la corrente. E' vero che ci sono i generatori (che contribuiscono ancora di piú a surriscaldare l'aria), ma - mi chiedo -come é possibile che la gente sia disposta ad affrontare circa 10 ore di black out al giorno senza ribellarsi? Mi dicono che la situazione é peggiorata e che con l'uso di condizionatori non c'é abbastanza corrente per tutti. E' lo stesso ritornello in India, a riprova che la religione o il colore del governo non c'entra. Io sono di passaggio, ma per la gente di Lahore deve essere davvero un calvario, forse ancora piú dell'allarme terroristico. A centinaia di chilometri da qui, si spendono miliardi di dollari nel combattere non ho ancora capito bene chi. Leggo ora su un editoriale del settimanale Weekly Pulse che il nemico numero uno Baitullah Mehsud é pagato dalla Cia...che ora lo vuole distruggere. Un ex giornalista, della Human Right Commission of Pakistan, mi ha detto ieri che il Paese é in mano all'esercito che si vende al migliore offerente. Nelle strade, tra la gente grondante di sudore - che pazientemente aspetta l'elettricitá sotto i ventilatori fermi - si tende a dare la colpa a Usa e India per tutto il casino. Piú aumenta la traspirazione e piú si ingigantisce la cospirazione...

Amritsar, alla mensa del Golden Temple



Sono in viaggio verso la frontiera con il Pakistan. L'unico valico aperto per gli stranieri é quello di Wagah, in Punjab, a pochi chilometri da Amritsar, la cittá sacra dei sikh. Siccome non l'ho mai visitata, ho deciso di fermarmi una mezza giornata prima di attraversare il confine. Ho preso un treno notturno, di quelli lentissimi e con questo caldo decisamente puzzolente, soprattutto perché come al solito mancava l'acqua nei cessi della mia carrozza. All'alba ero in stazione, un po' stordita, ma pronta a visitare il Tempio d'Oro, famoso monumento icona, una sorta di San Pietro per i barbuti e possenti punjabi. Non sono andata a vedere all'interno, c'éra troppa coda. Ho fatto un paio di giri intorno al laghetto sacro, pieno di giganteschi pesci rossi. Ho fatto anche il bagno, rinfrescante piú che prurificatore, nella sezione chiusa per le donne. Peccato perché avrei fatto volentieri una nuotata, ma temo che non me l'avrebbero permesso i guardiani armati di lancia che fanno la ronda sui bordi della vasca.
Ho visto il museo pieno di scene orride sui massacri di sikh da parte dei mughal. Capisco perché i fedeli sikh portano un pugnale alla cintola.
Ma la vera chicca del Golden Temple é la mensa funzionante 24 ore su 24 che sfama qualcosa come 30 mila persone al giorno! Sono rimasta stupefatta dalla logistica. Incredibile. Una macchina della ristorazione perfetta, una catena di montaggio dell'ospitalitá che si fonda solo sul volontariato. Ci sono quelli che lavano e asciugano i piatti di metallo, quelli che imburrano i ciapati che escono da una macchina che impasta, taglia e cuoce, i cuochi che cucinano il dal, la zuppa di lenticchie, poi quelli che servono le vivande. Ci si siede per terra su tappettini in file di 70-80 persone in uno stanzone. Dopo mezzora le gente esce e lascia al posto a quelli in fila fuori. Una macchina elettrica pulisce il pavimento. Giorno e notte, sette giorni su sette. Mai visto una cosa del genere.

Berlusconi e i segreti della dieta

Oggi stavo chiacchierando con un giovane diplomatico indiano che mi chiedeva della città di L’Aquila siccome dovrà andarci per il G8. Non sapeva che c’era stato il terremoto e quando glielo descritta è rimasto un po’ deluso. “Quindi non è tra le città più belle, è come se noi tenessimo un vertice tra i terremotati del Kutch” mi dice. Rispondo: “Certo, la Sardegna sarebbe stato meglio, ma si vuole esprimere solidarietà con le vittime del disastro”. Incalza: “Ma ci sono abbastanza hotel e dove faranno il vertice?”. “Beh, ci sono delle strutture limitate, certo non lussuose, piazzeranno qualcosa di temporaneo…” dico con un senso di colpa visto che lo vedo rabbuiare in viso. Poi lo sguardo si riaccende e con un sorrisetto ironico mi fa: “Sono sicuro che il vostro premier riserverà una buona accoglienza. E’ uno che ci sa fare. Ho letto di… come si chiama quella ragazza?”. Lo aiuto: “Patrizia, si chiama Patrizia”. Piomba un silenzio imbarazzante. Poi riattacca: “Certo che a 72 anni è ancora in grande forma, è bello robusto (si mette dritto sulla sedia e gonfia i muscoli, sembra imiti il Duce), chissà qual è il suo segreto…avrà una dieta particolare?”. Tento una debole difesa, dicendo che è un peccato che lo scandalo sia scoppiato prima del G8. Ma poi capisco che lui non la considera per nulla una vicenda scandalosa o inappropriata per un capo di governo. Anzi. Siccome “Berlo”, come lo chiama la stampa indiana, anni fa, aveva annullato una visita in India per un semplice mal di pancia, questa prova di machismo quasi quasi lo riabilita. Non era così anche Mussolini, personaggio che (non ho mai capito perché) suscita generale ammirazione qui in India tanto che la sua biografia è spesso esposta in prima fila nelle librerie…

Qudsia, da velina a imperatrice dei mughal


Sfidando i 40 gradi di questi giorni sono andata un pomeriggio a passeggiare al Qudsia Bagh (giardino di Qudsia), nella vecchia Delhi, quella di Shah Jahan, il sovrano che ha costruito il Taj Mahal, per intenderci. E’ vicino a Kashmiri Gate, una delle porte della vecchia cittadella mughal. Per fortuna è stato rimesso in sesto dalla Sovraintendenza indiana e quindi oggi è pulito e curato. Non mi occupo di botanica, ma pare che abbia una grande varietà di piante. Ho anche scoperto che nel mezzo c’è anche vecchio club coloniale, da nome un po’ inquietante il “Masonic Club”, dove mi sono fermata a implorare qualcosa da bere. Sto leggendo in queste settimane “Delhi” di Kushwant Singh, vecchio sporcaccione (con simpatia), ma grande quanto racconta le vicende dei mughal.
La storia è veramente bella. Qudsia era una ballerina, una velina dell’epoca, entrata nell’harem dell’imperatore Mohammed Shah e diventata molto influente tanto che era lei a gestire il malandato regno ormai al tramonto. In un capitolo, Singh descrive benissimo il sovrano dissoluto perso dietro le donne e il narghilè, umiliato dal guerriero persiano Nadir Shah nel 1739 che riuscì anche a sottrargli con un sotterfugio il Kohinoor, il famoso diamante ora di proprietà della Corona britannica, che lui teneva nascosto nel turbante. Nel giardino fatto costruire dall’eunuco-capo di Qudsia ci sono i resti del suo palazzo e la moschea privata. Penso in realtà fosse molto più grande, ma chissà cosa è successo con i lavori della gigantesca fermata della metropolitana che ora lo sovrasta. Anzi è già tanto che il giardino sia riuscito a sopravvivere all’avanzata delle ruspe che stanno trasformando la capitale per i giochi olimpici del Commonwealth del 2010. Certo è un tesoro nascosto e la storia di cortigiane, imperatori, eunuchi e ville mi ricorda qualcosa…

Il 2 Giugno e il parmigiano reggiano


Potere del blog? Mi piace pensarlo. Il nuovo ambasciatore Roberto Toscano ha restituito dignità storica alla Festa della Repubblica Italiana portandola al 2 giugno in sintonia temporale con la madrepatria. Ha rotto una bizzarra e misteriosa tradizione secondo la quale in India la ricorrenza si celebrava il 15 marzo, data che coincide con la battaglia di Montecassino. L’anno scorso avevo scritto un post dopo aver boicottato la festa per protesta (leggete qui). La Repubblica è stata salvata, ma a caro prezzo. Per via della calura estiva il ricevimento non si è tenuto nel giardino dell’ambasciata come d’abitudine, ma in una sala dello storico hotel Imperial sotto un enorme affresco di reali britannici. Immagino l’affitto sia stato costoso e quindi a rimetterci è stato il buffet limitato a pasta al pomodoro e panna-funghi. Niente dessert. Meno male che l’ambasciatore Toscano ha ricevuto in regalo dal consorzio di Parma una forma di parmigiano reggiano che magnanimamente ha messo a disposizione dei compatrioti immigrati. Ai tempi delle vacche grasse alla Farnesina, le feste nazionali del 15 marzo nel giardino della residenza diplomatica traboccavano di stand tricolori con prosciutti, mozzarelle, gamberoni e perfino gelato fatto in casa. Sarà stato un caso che all’epoca, tra gli ospiti indiani, c’erano ministri e anche un ex presidente, mentre lo scorso 2 giugno c’era solo un sottosegretario agli esteri?

Cronache dal Parlamento

Oggi primo giorno del nuovo parlamento ed esordio per 543 deputati della camera bassa o Lok Sabha. Anch'io per la prima volta sono entrata nel maestoso edificio circolare di pietra color miele che sorge a fianco della sede del governo. Pensare che non sono neppure mai entrata a Montecitorio. La ressa nella reception era infernale. Giornalisti e pubblico volevano i pass per entrare. Dopo l'attacco del dicembre 2001 c'é un'ossessione per la sicurezza. Superando la coda e e piazzandosi addirittura dietro gli impiegati, un collega mi ha aiutato ad ottenere il lasciapassare. Poi scherzando ha detto in hindi, "qui é peggio che alla stazione di Baraeli!". Rae Baraeli é una cittadina dell'Uttar Pradesh, nonché collegio elettorale di Sonia Gandhi. Non sapevo che fosse anche sinonimo di caos e confusione. "Perché - chiedo - che succede alla stazione di Baraeli?". Il collega non fa in tempo a rispondermi, é giá risucchiato dalla folla oltre le barriere automatiche tipo metropolitana. Lo vedo che ride con altri e mi indica una casupola dove ritirare il mio pass per i prossimi tre giorni .
Nella "press gallery", sopra la poltrona dello speaker, sono vietati i cellulari, macchine fotografiche e borse. Non si accorgono del mio telefonino appeso al collo sotto la kurta, ma tanto dentro é schermato e non c'é campo. Ci metto un po' a capire che nell'aula non sono permesse foto o riprese, ci sono solo le telecamere fisse della Tv di stato che trasmette in diretta la seduta.
La Camera é piccola, mi ricorda quella dei Commons a Westminster solo un po' più sciupata. Ci sono delle infiltrazioni di umiditá sulla cupola. Il tavolino di legno ripiegabile davanti a me sembra un pezzo di antiquariato. Dopo un po' un collega di PTI, l'Ansa indiana, mi fa sloggiare perché dice che quel posto é "riservato" per i giornalisti dell'agenzia. Non ho esperienza di giornalismo parlamentare, ma penso che sia lo stesso anche a Montecitorio. Mi sento un po' osservata, mi dicono che non hanno mai visto giornalisti stranieri nella galleria. Rispondo che molti degli stranieri hanno uno stringer oppure seguono i lavori per TV dall'ufficio o dall'hotel . Ricevo occhiate di approvazione quando dico che certe cose si capiscono meglio dal vivo. Mi viene peró il dubbio, sono una giornalista solerte o solo una scema?
I messi parlamentari hanno dei turbanti bianco-dorati con lunghe code inamidate. La maggior parte degli MP, i Members of Parliament, sono in bianco, con i tradizionali kurta-pijama e delle ciabatte che - senza offesa, ma é cosí - da noi di usano per la doccia. Quelli del Sud, come il Kerala, sono eleganti nei loro "lunghi" (tipo sarongh con il bordo) che devono sollevare mentre scendono verso il centro dell'emiciclo dove avviene il giuramento. Uno dei piú sciccosi, con una sciarpa tricolore al collo, é Shashi Tharoor, aspirante segretario generale delle Nazioni Unite, sconfitto da Ban ki-Moon, poi ritornato in patria e giá diventato sottosegretario agli esteri. L'avevo intervistato l'anno scorso quando non sapeva ancora se doveva correre per il Congresso. "Ed ora eccomi qui" mi dice con un mezzo inchino quando ci siamo incrociati all'ingresso del parlamento. Il suo portaborse Jacob é impressionante, un gigante.
Tra le donne, tutte in abiti tradizionali, la palma spetta a Sonia, in un sari verde chiaro perfettamente inamidato, forse seta di Benares, che nel pomeriggio era seduta da sola al primo banco. Prima, accanto a lei c'erano i fedelissimi ministri Chidambaran e Kamal Nath, poi se ne sono andati, forse per impegni di governo. Ho notato che aveva un tic agli occhi, abbastanza pronunciato e un tremolio alle gambe. Vecchiaia o nervosismo? Batteva la mano sul tavolo (secondo l'usanza anglosassone non ci sono applausi) ogni volta c'éra un deputato del Congresso che giurava. E poi salutava a mani giunte, il namaste indiano. Mai strette di mano come gli altri onorevoli. Pochi le hanno toccato i piedi in segno di reverenza come invece facevano con il suo vecchio rivale sconfitto, L.K. Advani, che - di nuovo seduto sui banchi dell'opposizione - sfogliava nervosamente la lista dei deputati, forse alla ricerca di maggioranze nascoste. Difronte c'era il famoso duo, Laloo Prasad Yadav e Mulayan Singh Yadav, grandi perdenti e silurati, ma sempre pronti a distribuire frizzi e lazzi. Nel soporifero carosello dei giuramenti nel nome di Dio (o di Allah per i mussulmani) gli unici ad attirare l'attenzione erano i deputati del nord est nei loro costumi tradizionali. Quello dell'Arunachal Pradesh, territorio rivendicato dalla Cina, aveva un bizzarro copricapo con un'intelaiatura di bamboo e una piuma di fagiano. Anche l'imperturbabile Sonia ha sorriso.

L'ascensione di Sonia


Alcuni colleghi mi avevano preso in giro per la mia ossessione su Rahul Gandhi, il figlio di Sonia emerso come la star di queste elezioni che hanno visto il Congresso di sua madre, suo padre, sua nonna e suo bisnonno, ritornare in grande spolvero a governare l’India del boom economico. La maggior parte dei pezzi che ho fatto, compresa un’intervista, erano in effetti su di lui. Non ho mai creduto nel fenomeno Mayawati, la cosiddetta regina degli intoccabili, “inventato dalla stampa occidentale” come mi disse un politico e che di fatto si è sciolto negli oltre 40 gradi della calura di Delhi. Panorama scriveva in un articolo firmato Giovanni Porzio che “mentre la dinastia dei Gandhi imbocca il viale del tramonto, nella democrazia più grande del mondo scendono in campo gli intoccabili e i tecnocrati”. Certo, siamo stati tutti ingannati dai sondaggi che davano in declino Congresso e il rivale Bjp, però è stata una bella cantonata. Altro che viale del tramonto. Sonia Gandhi è ormai avviata verso la santità politica dopo la beatificazione del 2004 quando rinunció al potere. E’ la sua apoteosi. Ha perfino ricevuto come “regalo”, si fa per dire ovviamente, la testa di Velupillai Prabhakaran, il leader delle Tigri Tamil che nel 1991 dalla giungla di Jaffna aveva inviato uno squadrone della morte in Tamil Nadu per uccidere il marito Rajiv e punirlo per il suo sostegno al governo cingalese.
Si può dire quello che si vuole, ma è innegabile che gli oltre 250 comizi in un mese di Rahul nelle roventi campagne dell’India, sono serviti a qualcosa. I giovani, ricchi e poveri, l’hanno premiato. Ieri un collega indiano, mi ha detto che è stata decisiva anche la sua conferenza stampa a New Delhi, la prima seria difronte a centinaia di giornalisti. Era ora, dopo gli incontri “off the record” tra pochi intimi a prendere un tè nel giardino della sua villa di Tuglak Lane. Il ragazzo sarà poco carismatico, ma ce l’ha messa tutta. Peccato che sia un Gandhi, mi verrebbe da dire. Onestamente avrei preferito l’alternanza. Quelli del Bjp, dipinti come i “cattivi” della situazione, non è che sono andati poi così male. Il problema è che hanno pochi amici per via delle loro devianze nazionaliste. Ma non dimentichiamo che sono loro ad avere tirato l’India fuori dal pantano agli inizi del Millennio.
Quello che non mi piace è che giornali e televisioni stanno glorificando i Gandhi in maniera del tutto acritica. Sono piegati a novanta gradi. E’ un delirio con sottofondo di Jai Ho, la musica di Slumdog Millionaire, che ha vinto l’Oscar e ora anche le elezioni. La borsa è andata addirittura in tilt per eccesso di rialzo. Il direttore di Newsweek, Fareed Zakaria, che ho sentito ieri sera TV, dopo elencato i vantaggi di un secondo mandato al Congresso, ha proclamato che Manmohan Singh è il migliore premier che l’India ha avuto dopo Nehru! Insomma da adesso in avanti c’è solo il soglio pontificio. Non a caso, dopo la vittoria, sulla “soglia” di casa a Janpath, Sonia aveva sentenziato con tono evangelico: “La gente ha scelto quello che era giusto”. E così sia.

Hyderabad, in cerca di acqua potabile a Cyderabad


Sono arrivata ad Hyderabad con molte aspettative. Qualcuno aveva detto che era una sorta di Miami indiana, perché rifugio di ricchi pensionati indiani. Altri mi hanno elencato le meraviglie e le ricchezze della città dei Nizam, aristocratici mussulmani stracarichi di perle e diamanti. Io stesso poi l’avevo definita una delle Silicon Valley indiana. Boh. Nei miei tre giorni di peregrinazioni ho trovato veramente straordinario solo il “mutton biryani”, il riso giallo con pezzi agnello, che ho mangiato in una trattoria del quartiere di Abids. E poi le montagne di manghi dolcissimi davanti al Charminar, il monumento simbolo di questa Mecca del Sud dell’India, dove le donne vanno in giro velate come in Arabia Saudita. Forse avrei dovuto leggere il libro The White Mughals di Darlymple prima di venire qui, come mi ha detto un mio collega italiano. Del celebre passato di Hyderabab c’è ancora il forte e la cittadella di Golkonda, che nel Medioevo era la capitale di un regno che era ricchissimo famoso anche in Europa. Il celebre diamante Kohinoor arriva da giacimenti di qui, ora esauriti. Ho letto che l’incazzoso imperatore Aurangzeb ci mise nove mesi prima di espugnare la fortezza e ci riuscì solo grazie al tradimento di un ufficiale dell’esercito nemico.
Chiaramente per rievocare i fasti di Hyderabad, le montagne di perle (quelle ci sono ancora nel bazar), i cortei di elefanti, gli harem pieni di donne bellissime, ecc. ci vuole una buona dose di fantasia quando si viaggia nelle strade trafficatissime dove ho rischiato più volte di farmi mettere sotto.
Ci vuole anche molta immaginazione a cogliere l’aspetto di capitale dell’hi-tech. Il nuovo aeroporto (ho visto solo l’arrivo dei voli domestici) è un gioiello, ultramoderno e con un’architettura all’avanguardia. Sono sprofondata nei sedili dell’aeroexpress – il bus-shuttle – che mi ha portata in città. L’entusiasmo si è esaurito subito dopo. Nessuna sorpresa, sono sempre in India (per fortuna, forse).
Per cercare “Cyberabad”, il polo dei servizi, ho preso un paio di bus e sono andata in periferia a Madhapur. Ho attraversato una zona residenziale, verde e piena di cliniche, forse quella è la “Miami” e poi mi si sono presentati davanti i grattacieli di vetro cemento. Come a Gurgaon, il polo tecnologico di Delhi, gli edifici brillavano nel deserto costellato di baracche e discariche. Davanti al Cyber Towers, il “charminar” dell’altra Hyderabad, c’era una donna e due bambini che raccoglievano acqua pulita da un piccolo buco in terra dove una tubatura si era rotta. La donna mi ha detto che quello era l’unico modo per avere “acqua pulita”. Visitare giganteschi templi dell’IT indiano è impossibile per chi non ha un badge. Inventandomi una scusa sono riuscita a entrare nella mensa del “Cyber Gateway”, un parallelepipedo-monstre, che sorge lì vicino e in cui lavorano 9000 informatici. In quel momento c’erano decine di impiegati con il badge di Oracle, evidentemente in pausa pranzo. Poi ho visto alcuni di Dell e poi di Genpact, penso molti siano call center che lavorano di notte con gli Usa. In effetti non c’era molta gente in giro. Mi sono ricordata che una ragazza che lavora in un call center a Gurgaon mi ha detto che c’è un clima di terrore per via della crisi, nel senso che chi non produce viene sbattuto fuori senza complimenti…

BREAKING NEWS - Una balena in putrefazione sulla spiaggia di Palolem


Rimarrá per sempre un mistero. E' stato qualche pescatore burlone a trascinare una balena in putrefazione all'ingresso della spiaggia di Palolem oppure il destino ha voluto che il grosso cetaceo venisse trasportato dalle correnti proprio su uno dei piú pittoreschi litorali di Goa in un caldo pomeriggio di fine stagione? Fatto sta che verso le 4 del pomeriggio, quando i pochi bagnanti sono ancora immersi nella pennicchella, un insopportabile fetore pervade l'atmosfera. Io sono una habituee di questa spiaggia e negli anni mi é capitato di vedere di tutto. Ricordo ancora una cremazione sul bagnasciuga, tra i turisti che giocavano a freesby, e l'odore di arrosto bruciato che é rimasto per diverse ore. Ma la balena, questa é stata davvero una sorpresa. Ci ho messo a capire un bel po' che la puzza di marcio arrivava dal centro della spiaggia dove si stava radunando una folla. Dall'acqua spuntava una enorme chiazza nero-marrone che a prima vista sembrava una roccia. Una barca stava trascinanando la carcassa a riva. Sul dorso del cetaceo erano saliti una decina di ragazzi che esultavano come a una partita di cricket. Piú il cetaceo, in evidente stato di decomposizione, avanzava, piú il fetore aumentava. Mi sono resa conto che ero controvento. Quando ho raggiunto il posto la folla era enorme, mi ricordava un Capodanno di qualche anno fa quando a Goa non c'erano ancora gli allarmi antiterrorismo e il turismo andava a gonfie vele. Un bagnino - non sapevo neppure ce ne fosse uno - é intervenuto per chiedere alla gente di uscire dall'acqua putrida. Qualcuno ha toccato il cetaceo e poi si e' benedetto. Lo squame, nero, era quasi completamente sparito. Dalla coda uscivano le budella. Le onde ogni tanto aprivano la lunga mascella mostrando la gola. Mi é venuta in mente la storia di Pinocchio. Sará stata di 15 metri o forse piú. Mai visto una roba del genere, mi ha detto un pescatore. Ci sono volute due gru per trascinarla fuori dall'acqua. Per entrare in spiaggia hanno dovuto distruggere degli scalini di cemento e allargare un passaggio. Dei buldoozer hanno fatto una buca di 5 metri vicino alla riva. La balena é stata seppellita a tarda sera con sollievo di tutti quanti. La puzza, che aveva raggiunto anche la strada principale, é scomparsa, ma scommetto che per un bel po' il pesce é sparito dai menú.

India al voto, ma è davvero democrazia?

L’altro ieri quando sono iniziate le elezioni mi trovavo davanti alla stazione nuova, quella vicino a Connaught Place. Erano le due del pomeriggio, sotto il sole a picco ci saranno stati 40 gradi. E c’era il solito ingorgo di bus, risciò, biciclette, coolies e motociclisti che come me cercavano qualsiasi varco disponibile pur di uscire dalla camera a gas dei tubi di scappamento. C’era un uomo magrissimo, scalzo, con il dhoti intorno ai fianchi che stava tirando piegato in due un carretto pieno di sacchi di yuta. Dietro c’erano due bambini, sui 6 o 7 anni, sudatissimi, che spingevano con il capo chino e lo sguardo assente. Molto probabilmente erano i suoi figli e lui era arrivato dai villaggi a vendere chissà quale mercanzia nella città. Ho pensato alle cose che avevo appena scritto sulle elezioni. “La più grande democrazia del mondo va al voto, 714 milioni alle urne per eleggere il parlamento, il più vasto esercizio democratico al mondo, la democrazia indiana si rimette in marcia, ecc,ecc”. Se è così quell’uomo chissà cosa voterà. Di sicuro qualcuno che gli promette un po’ più di soldi per comprarsi un paio di scarpe e mandare i figli a scuola. E non voterà quelli di 5 anni prima che non hanno mantenuto le promesse. Nutro forti dubbi che i 300-400 milioni di indiani (dipende dall’affluenza) vadano a votare secondo questo criterio. Forse lo fa l’1 per cento. Quelli che leggono i quotidiani inglesi come il Times of India, che da settimana martella con la campagna “Lead India” per sensibilizzare gli elettori sull’importanza del loro voto per cambiare il Paese…
Il mio amico Arjun, maestro di tennis, che considera la Tata Nano ancora “troppo cara”, arriva da un villaggio dell’Uttar Pradesh. Appartiene alla super casta dei Yadav (pare siano l’11% della popolazione indiana concentrati in UP e Bihar). Quando gli ho chiesto chi votava mi ha risposto senza esitazione Mulayam Singh Yadav, potente leader dell’Uttar Pradesh. “Of course, I am a Yadav” ha aggiunto. Lo so. Ho scoperto l’acqua calda. La politica indiana è dominata dagli equilibri di casta. Ma allora io smetto di chiamarla democrazia.

Rahul Gandhi e il caffè off the record


Quando l’altro pomeriggio il portaborse di Rahul Gandhi mi ha invitata ad un caffè con il suo capo insieme ad una decina di altri giornalisti ha subito precisato che era “off-the-record”. Non penso che il blog rientri nella censura. Non mi è mai piaciuta la pratica della chiacchierata informale esclusiva per pochi eletti. La potevo concepire forse quando facevo cronaca nera e c’erano informazioni che non si potevano diffondere senza pregiudicare le indagini. Nel caso di RG, come lo chiamano, non capisco cosa ci sia di tanto riservato e perché non possa tenere una bella conferenza stampa come fanno tutti i politici in campagna elettorale.
Comunque era la prima volta in tanti anni e dopo innumerevoli richieste di interviste cadute nel nulla che riuscivo ad avvicinare un Gandhi anche se off-the-record (sono davvero curiosa di sapere se i miei colleghi hanno rispettato le consegne). Anche se temo che ci fosse poco da scrivere. RG non ha detto nulla di quanto non si sapesse già. Che lui il premier non lo vuole fare, ma che sarà costretto prima o poi. Che il suo lavoro ora è quello di riformare il Congresso eliminando nepotismo e corruzione. “Come si entra oggi nel partito secondo voi?” ci ha chiesto in tono provocatorio. Pare che per fare il politico bisogna avere qualche parente o dei soldi. In pratica il Congresso non è democratico e lo ha ripetuto più volte. Quello che sta cercando di fare è di tenere elezioni per rinnovare i direttivi delle sedi locali dello Youth Congress, cosa che non è mai stata fatta. Secondo me è un lavoro davvero ostico e, come ha ammesso, solo lui “che porta quel cognome ha l’autorità per farlo”. “Datemi due anni di tempo e creerò il più grande movimento giovanile del mondo” ha promesso RG. Dopo i due anni non è escluso forse che assuma un ministero.
Non so quanto può interessare a dei lettori stranieri la democratizzazione della base del Congresso. Molto poco, immagino. Ma quando gli ho chiesto se si sposava mi ha risposto che “non lo sapeva”.
La chiacchierata si è tenuta nel giardino di casa, seduti in cerchio, mentre i camerieri ci offrivano il caffè e dolcetti. Si è presentato con la divisa di ordinanza, casacca e pantaloni bianchi e sandali di cuoio. Visto da vicino, ho notato che la sua carnagione è decisamente chiara, non è quella di un indiano (e neppure degli italiani che sono tutti abbronzati). Prima di congedarsi mi ha parlato in italiano. Mi ha chiesto se ero italiana, forse l’avrà capito dal mio accento. Per un istante mi è venuta voglia di rispondergli in inglese...poi mi sono ricordata che eravamo off–the-record.

Le labbra di Roberto Cavalli e i riccioli di Lapo Elkann


Siccome mio malgrado ogni tanto mi tocca di occuparmi di moda sono andata ieri a seguire un seminario sul lusso, diventato “Sustainable luxury” in questi tempi di magra. E’ una di quelle conferenze a pagamento organizzate dall’International Herald Tribune. L’anno scorso era a Mosca e quest’anno in India, ultima frontiera per le griffe in crisi. In realtà doveva essere a novembre poi è slittato per via gli attentati di Mumbai. Tra le star della moda c’era Roberto Cavalli, uno dei mostri sacri, che qui in India è particolarmente idolatrato. Siccome non avevo l’accredito (e neppure me lo potevo permettere) mi sono intrufolata nella sala della conferenza passando dal giardino dell’Imperial, l’hotel dove si teneva l’evento e che è uno dei più belli di Delhi (ripago con questa marchetta il pranzo scroccato).
Cavalli era seduto sul palco davanti alla vetriolica giornalista di moda Suzy Menkes, con la sua solita frangia a bigodino. Al suo fianco la moglie Eva, che è anche la sua assistente. C’era anche un altro collaboratore di Cavalli che teoricamente doveva fare da interprete. Ho notato che a forza di lampade Cavalli era più scuro che gli indiani in sala e le sue labbra erano troppo grandi e lisce per la sua età. Più tardi dopo pranzo, quando mi ha invitato a sedere al suo tavolo, l’ho visto più da vicino. Le labbra sembravano prese da un altro volto. Il tema della conversazione con la Menkes era Hollywood versus Bollywood. Purtroppo non ha usato l’interprete e il risultato è stato abbastanza disastroso. Ma secondo me non era solo un problema di lingua, ma di contenuti, purtroppo. L’unica cosa che mi ha colpito è quando ha ammesso che “il migliore designer è Dio” riferendosi alla bellezza della natura indiana. Condivido. E poi che le star di Hollywood sono pagate dagli stilisti per mettersi gli abiti firmati sulla passerella degli Oscar, mentre lui, “se lo chiamano bene”, se no, “ne fa anche a meno”. Viva la sincerità, anche se penso che senza passerelle rosse e circo mediatico lui sarebbe un semplice sarto fiorentino con le labbra di un sessantenne.

PS Ho avuto l’occasione di incontrare anche Lapo Elkann, che sotto la cascata di riccioli biondi, non mi è sembrato quel mostro di perversione che tutti conoscono. Nella sua eleganza da Uomo Vogue, seduto fuori su dei gradini di cemento a fumare, mi ha confessato di essere “un privilegiato” mentre "gli indiani e altri popoli come gli africani, ebrei o armeni che hanno sofferto posseggono i controcoglioni”. Condivido pienamente, come anche il suo patriottismo, cosa rara in questi momenti di totale pessimismo sulle capacità di ripresa del nostro Paese. “Sono fiero di essere italiano e ebreo, scrivilo pure".

"Jai Ho" Sonia, ma lasciamo stare i bambini


Non ho idea di cosa Sonia Gandhi abbia promesso ad Azhar e Rubina Ali, i baby attori di Slumdog Millionaire, ma trovo che quello accaduto oggi sia davvero una caduta di stile per la presidente del Congresso e indiscussa primadonna della politica indiana. I due piccoli artisti sono usciti dal numero dieci di Janpath agitando un santino di Sonia e cantando “Jai Ho”, il motivetto da Oscar che è diventata la colonna sonora della campagna elettorale del Congresso. Jai Ho è quello che l’inno Forza Italia è stato per Berlusconi. Non so se dietro ci siano gli spin doctor della Famiglia o se è un’idea dei genitori dei bambini che hanno chiesto a Sonia un alloggio in muratura al posto della baracca di lamiera in cui vivono a Dharavi. Capisco la macchina di Hollywood che non si fa molti scrupoli a divorare tutto quello che trova sul suo cammino, ma non me lo aspettavo dal Congresso. E non mi si venga a dire che almeno i due bambini hanno goduto di una giornata da sogno a Delhi tra shopping, leccornie e un bagno in piscina nella farm-house della coppia di stiliste Ashima-Leena, le autrici di questa trovata pubblicitaria. Stasera sono andata alla loro sfilata, alla Fashion Week (quella sponsorizzata da Wills Lifestyle, non l’altra concorrente dell’Emporio) e ho visto Azhar e Rubina con le loro faccette sorridenti nella bolgia infernale delle telecamere e microfoni dove mi sono fatta largo a furia di spintoni per rubare almeno uno scatto. Ma perché invece della pubblicità a dei costosissimi pezzi di stoffa, non parliamo di dove vivono e di dove vanno a scuola?

Holi, festa dei colori e palpeggiamenti


Sto viaggiando in direzione nord di Delhi attraverso una strada non battuta dell’Uttar Pradesh, di quelle dove per chilometri non si vedono null’altro che piramidi di cacche essicate e fornaci di mattoni. Ho visto moltissime donne e bambini a “impastare” mucchi di cacca per farne delle formelle rotonde. Devo dire che mi é sembrato di vedere anche uno certo senso artistico, ma non vorrei essere irriverente. Forse é questa la stagione dove si accumula questo prezioso combustibile per cucinare e scaldarsi.
Oggi é una giornata particolare, é la vigilia di Holi, la festa dei colori, una sorta di carnevale dove ci si tira addosso polvere e acqua colorata. Una giornata all’insegna del "semel in anno licet insanire". La battaglia dei gavettoni é giá iniziata oggi. Mentre ero in scooter lungo la strada per Saharapur dove mi trovo ora sono stata bersagliata da ragazzi con pistole ad acqua, dai palloncini pieni di colori e perfino dale immancabili cacche. I bambini si divertivano a centrare i finestrini dei bus. Ma oggi é anche la giornata in cui ci si ubriaca con superalcolici e ci si fa di “bang lassi”, marijuana che si prende sottoforma di beverone allo yougurt. Ieri sera a Delhi, davanti a un liquor shop vicino a Defence Colony, c’era la coda in strada per entrare. La gente in giro é decisamente su di giri, fin troppo direi, soprattutto gli uomini. Il mio amico Jinu, comunista keralese e ex leader studentesco, dice che Holi é l’unico giorno in cui i ragazzi possono “toccare” le ragazze con la scusa di colorarle. Palpeggiamenti a libertá, pare, “seno soprattutto” precisa lui che quando era nel campus universitario ne avrebbe “colorate parecchie”. A quanto pare anche le ragazze aspetterebbero Holi per farsi “colorare”. Ma la cosa si ferma lí, “sopra la cintola”, mi mostra Jinu che probabilmente, ne sono quasi sicura, rimpiange quei bei tempi…

Sri Lanka, meglio parlare di surf


Sono appena arrivata dallo Sri Lanka, la “lacrima” dell’India come la chiamano qui, che mai come in queste settimane gronda di sofferenze e di miseria. E ora anche di fame. Leggo che tra la popolazione tamil intrappolata nella guerra ci sono stati i primi morti di stenti. Volevo raccontare la storia dei profughi della regione di Vanni, ma non mi è stato possibile entrare in contatto con loro. Il governo del nazionalista Rajapaksa, sostenuto dal clero buddista, ha imposto una rigida censura sulle informazioni che arrivano dal nord. Sono riuscita ad arrivare fino a Trincomalee, il posto più vicino al fronte e quello aperto ai turisti (sono entrata con un visto turistico). L’autista della macchina a noleggio che ho preso a Colombo non ci andava da quasi 20 anni, da quando era adolescente. All’inizio era eccitato da questo suo amarcord, poi quando ha visto i posti di blocco e ha incrociato con gli occhi l’odio dei tamil per strada, ha cominciato ad implorarmi di tornare. Pensare che ha girato il mondo, come marinaio sulle navi cargo, sa perfino il greco, ma a cento chilometri da casa sua si sente un pesce fuor d’acqua. Non parla e legge il tamil, non mangia il loro cibo e trova perfino l’acqua “diversa” da quella di Colombo. La coppia di romani, Loredana e Luca, che gestiscono il “Palm Beach Resort”, dove mi sono fermata a mangiare fettuccine all’astice (“di un tipo che si pesca solo qui”) in effetti lo guardavano con estremo sospetto. “Se vieni senza di lui possiamo dirti cosa sta succedendo qui”. La loro cuoca è rimasta orfana da piccola. I suoi genitori sono stati massacrati dai soldati cingalesi. Le spiagge bianche di Nilaveli, a nord di Trincomalee, le più belle dell’isola, trasudano ancora dell’orrore dello tsunami. Nessuno le ha ancora ripulite, sono piene di ciabatte come 4 anni fa quando sono venuta qui per la prima volta a raccontare il disastro. I pescatori non possono uscire con le barche. All’orizzonte si vedono le motovedette della marina militare. Ogni notte da questo tratto di mare arrivano centinaia di profughi con orribili mutilazioni. Sono curati nell’ospedale di Trinco, ma nessuno, a parte Onu e Croce Rossa e qualche ong come quella del San Raffaele di Milano , può avvicinarli. “Sono come prigionieri” mi dice un ragazzo tamil che gestisce i progetti della ong francese Agrisud e che non ha più notizie di suo cognato da un mese. Circolano voci di atrocità commesse dai militari cingalesi sulla popolazione civile, di stupri e aborti forzati. I giornalisti locali qui rischiano la vita e non ci vengono, quelli stranieri della Bbc e Cnn non ottengono il visto per entrare. Comunque questo conflitto non è “sexy” per i giornali, per usare un’espressione del mio ex caporedattore de Il Giornale. E non ci sono immagini da mostrare, aggiungo io, perché l’oscuramento del governo è totale.
L’attentato a Lahore, in Pakistan, alla nazionale di cricket srilankese l’altro ieri ha ottenuto più spazio che le decine di migliaia di sfollati o “desaparecidos” di questa guerra che va avanti da oltre un anno.
Bastano sei o sette ore di auto in direzione sud per dimenticare questi orrori invisibili. Ad Hikkaduwa, paradiso delle testuggini e del surf, non ti accorgi di nulla se non che ci sono pochi turisti intorno, ma è perfino meglio, i prezzi sono calati. La gente è ospitale e ti dice che la guerra è quasi finita, “c’è solo un piccolo problema su al nord”. La settimana prima un ultraleggero delle Tigri Tamil si era schiantato sul palazzo delle imposte di Colombo e un altro era stato abbattuto dalla contraerea. Agli ospiti stranieri, bloccati negli hotel nell’oscurità totale, avevano detto che era “un’esercitazione mensile”….

Martin Luther King III, il sogno della non violenza


I have a dream…oggi sono andata a sentire una lecture di Martin Luther King III, il figlio della leggendaria icona dei diritti dei neri americani. E’ venuto qui in India con la moglie per visitare i luoghi del Mahatma Gandhi come ha fatto il padre esattamente 50 anni fa. Martin Luther King non ha conosciuto il Mahatma, ma è stato profondamente influenzato come Nelson Mandela. Devo dire che è stato emozionante vederlo perché un po’ gli somiglia, anche se è più grasso, e poi è un bravissimo oratore. Ci sarebbe stata bene un po’ di musica soul in sottofondo. Ha detto che se vogliamo davvero seguire gli insegnamenti del Mahatma e di suo padre, bisogna lanciare una “rivoluzione non violenta” e che bisogna coinvolgere i “terroristi nel dialogo e nella riconciliazione”. Già… come se qui fosse facile con le macerie del Taj Mahal di Mumbai ancora fumanti. Il Mahatma diceva “che occhio per occhio e il mondo diventerà cieco”. Proprio come il vicolo cieco in cui si trovano i conflitti in Iraq, Afghanistan, Sri Lanka, Palestina e Darfur. Il “sogno” di Martin Luther King jr si è materializzato alla Casa Bianca dove da gennaio siede per la prima volta un afroamericano, ma non nel resto del mondo. Il concetto di non violenza rimane una semplice utopia. Nel 1959 c’era la corsa al riarmo di Usa e Unione Sovietica oggi c’è la guerra contro l’integralismo islamico.
“Il nostro secolo non è meno violento dello scorso secolo” ha detto King nello stesso palazzo dove 50 anni fa suo padre incontrò uno stanco e invecchiato Jawaharlal Nehru. C’è una bella fotografia li ritrae insieme e che gli è stata regalata come ricordo.
Quando il reverendo King, morto di morte violenta come il Mahatma, arrivò in India per il suo pellegrinaggio spirituale proclamò in un discorso (ascolta qui) che in India "lo spirito di Gandhi era più grande di quanto si credeva"…non so se Martin Luther King III oggi può dire lo stesso.

Poste Indiane, il mistero dell’affrancatura

Oggi voglio sollevare un problema che probabilmente interessa solo me qui in India. Primo, perché penso di essere l’unica che si reca di persona all’Ufficio Postale per spedire la corrispondenza, invece di inviare autisti, valletti, cuochi, domestici che qui sono disponibili in larga quantità e a basso costo. Secondo, perché penso di essere forse una delle poche utenti superstiti di questo vecchio sistema di social networking nell’era di Facebook.
Di solito vado nell’ufficio centrale in Lodhi Road che ha il vantaggio di essere sempre deserto e di rimanere aperto fino alle 18.
Il quesito che vorrei tanto fare al direttore delle Poste Indiane è il seguente: “Perché non mettete a disposizione dell’utenza dei tamponi per inumidire la colla dei francobolli?”. Sono ormai sette anni che cerco di carpire i misteri dell’affrancatura e delle buste indiane che sono prive di striscia incollante o adesiva. Quello che fanno tutti è di usare la colla disponibile di fianco allo sportello. Si trova dentro un barattolino appiccicoso e per prenderla c’è di solito una biro rotta oppure un bastoncino di legno. Molti usano i bordi bianchi dei francobolli dopo averli staccati, liste di cartoncino o semplicemente quello che capita comprese le cartacce in terra. I più disperati come me usano le dita. E’ come pescare nel barattolo della marmellata e poi spalmarla sulla busta. Premi i francobolli e spunta colla ovunque. Cerchi di pulire e si leva il francobollo. E ricominci da capo. Siccome il ripiano non è mai pulito e neppure le tue dita, alla fine rimangono delle larghe chiazze di sporco grigiastro. Ogni volta penso a chi riceve la busta zozza e appiccicosa dall’India…
Visto che i francobolli indiani hanno ora la colla, possibile che nessuno abbia mai pensato di mettere a disposizione un tampone umido? Lo confesso: siccome non so mai dove pulirmi le dita (usare i tovagliolini di carta è ancora peggio, si incolla tutto) a volte per bagnare il francobollo uso la saliva. Una bella leccata e via. Ma devo stare attenta a che nessuno mi veda. Una volta la funzionaria dietro lo sportello ha fatto una faccia disgustata quando mi ha visto mettere sulla lingua i francobolli che mi aveva appena dato. “La colla è dietro di lei” mi ha detto con un tono tra il perentorio e il compatimento che di solito si riserva ai “bianchi”, ai “gora”, che hanno strane manie, tra cui quella altrettanto disgustosa di usare la carta igienica in bagno invece di sciacquarsi con l'acqua. Con tutto rispetto per le differenze culturali, però un tampone umido….

Summit sul clima a Delhi, perché non cominciamo a spegnere l’aria condizionata?


Sto seguendo in questi giorni a Delhi un forum mondiale sul cambiamento climatico pre Copenhagen organizzato dall’indiano R.K Pachauri, la barbuta Cassandra delle sciagure ecologiche prossime venture e per questo anche Nobel per la pace nel 2006 insieme ad Al Gore. Il riscaldamento terrestre, che ai miei tempi si chiamava inquinamento, è oggi l’ultimo dei pensieri a turbare i sonni dei leader mondiali. Lo scioglimento dei ghiacciai himalayani e l’inabissamento delle Maldive non sono poi così gravi rispetto al fallimento delle banche di tutto il mondo, cosa che di fatto sarebbe avvenuta senza l’intervento pubblico.
L’ecologia non va più tanto di moda. A Delhi è arrivato anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon per ricordare i doveri del trattato di Kyoto, ma nessuno se n’è accorto.
Per fortuna la recessione mondiale farà respirare un po’ il pianeta. La pressione sulle risorse si è allentata. Si consuma meno petrolio, meno acciaio e a quanto pare si mangia e si beve anche di meno. Ma per quanto? Pachauri dice che appena ci sarà la ripresa i prezzi del greggio torneranno come prima e allora le tecnologie “pulite” (tra cui ora ci mettono anche il nucleare), saranno di nuovo attuali. Il ritornello dominante delle varie sessioni del forum, di una noia mortale (nonostante gli sforzi di Nick Gowing, l’anchorman della Bbc, che davvero vorrei sapere quanto prende per moderare i dibattiti), è che la lotta al cambiamento climatico è “un’opportunità” per rilanciare l’economia mondiale e creare posti di lavoro. E’ l’idea lanciata da Barak Obama nel suo new deal ecologico. Convertire le economie dipendenti dal carbone a economie pulite o verdi sembra essere la bacchetta magica in grado di salvare il capitalismo mondiale. Al forum di Delhi ci sono le grandi industrie del settore, francesi, tedesche, americane, purtroppo nessun italiano a parte il direttore dell’Enea, Luigi Paganetto. Pannelli solari, marmitte catalitiche, batterie ricaricabili, c’è tutto un mondo da inventare appena la lobby del petrolio molla la presa. Io ho perfino comprato oggi in uno stand di un’azienda indiana una torcia elettrica ricaricabile con la manovella. Lo so, sono caduta nella trappola del neoconsumismo ambientalista. Ma se serve a garantire la pagnotta ben venga. Il problema è che la garantisce solo ad alcuni e non ad altri. Non si può parlare di ambiente quando per esempio si consumano centinaia di bottigliette di plastica per l’acqua come ho visto oggi sui tavoli. Oppure quando si tiene l’aria condizionata a manetta nella sala della conferenza quando fuori non ci sono neppure 20 gradi. Facendo appello alla coscienza ecologica dei presenti, ieri ho proposto a Nick Gowing di spegnere l’impianto di condizionamento che oltretutto è anche dannoso per la salute. Nessuna reazione, piatta totale, nessuno si è risvegliato dal torpore pomeridiano post buffet.

PS Due giorni dopo sono ritornata al convegno. Erano tutti in manica di camicia, compreso Nick. Avevano spento i condizionatori

Sri lanka, quando di giornalismo si muore

Ho ritrovato questa poesia nell'editoriale postumo del direttore di "The Sunday Leader", Lasatha Wickramatunga, che è stato assassinato a Colombo il 9 gennaio.

Prima vennero per i comunisti, e non alzai la voce, perché non ero un comunista.
Quindi vennero per gli Ebrei, e non alzai la voce, perché non ero un Ebreo.
Quindi vennero per i sindacalisti, e non alzai la voce, perché non ero un sindacalista
Quindi vennero per me, e a quel punto non vi era rimasto più nessuno che potesse alzare la voce per me.

Martin Niemoller (1892-1984)