SH08, un po’ di folklore al monastero di Pyangh


Spedizione Himalaya 2008, giorno trentacinque, Leh-Pyangh

Prima o poi doveva succedere che finissi ad uno spettacolo folkloristico di danze religiose ladakho-tibetane. Siccome mi avevano detto che questo tipo di eventi attirano di solito folle di turisti, avevo cercato di evitare. Ma un viaggio in Ladakh non è completo senza uno ‘tsechu’, un festival che ogni monastero tiene ogni anno di solito in estate per due giorni con un elaborato programma di danze rituali accompagnate dal suono di lunghi corni, tamburi e cimbali.
Grazie al passaparola dei turisti a Leh ho saputo che oggi la festa iniziava a Phyang, a 20 km, che è un gompa minore, non particolarmente attraente dal punto di vista culturale, ma che sorge su un cucuzzolo al centro di una bella vallata verde. Ci sono dei lavori in corso per costruire nuove strade e nuovi edifici, non sempre consoni con quelli vecchi. Una colata di cemento che avevo già visto nel mio precedente viaggio in Ladakh in particolare a Chemrey, il monastero del film Samsara. E’il solito dilemma tra progresso e conservazione del passato. Ovviamente il punto di vista di un occidentale in vacanza non coincide con quello della gente che vuole avere strade e una vita più facile.
Come succede in questi casi, le viuzze del monastero erano stracolme di bancarelle, mendicanti e venditori di albicocche. Mi sarei aspettata una sorta di biglietto di ingresso per entrare nel cortile dove c’era lo spettacolo. Invece no, a differenza dell’ingresso nel tempio, era gratuito. La gente era assiepata intorno e nelle loggia al primo piano. Alcuni erano anche saliti sul tetto e avevano piazzato il cavalletto per fotografare o filmare. E` impressionante vedere lo sfoggio di tecnologia fotodigitale. Molti turisti, soprattutto francesi e italiani, hanno teleobiettivi professionali. A vederli così impegnati e concentrati sulle riprese mi sembrava di essere ad un evento mediatico straordinario…
I danzatori, di solito quattro o cinque, con maschere e pesanti costumi broccati, sono guidati da un monaco che li segue a pochi metri. Anche loro sono monaci. Semplificando rappresentano la lotta tra le forze del bene e del male in una complessa simbologia che io, nella mia ignoranza, non sono assolutamente in grado di capire. Ogni danza era però preceduta da una breve spiegazione sull’origine del mito che intendeva rappresentare.
Ammetto che data la lentezza dei movimenti e la monotonia dei passi, dopo mezzora lo spettacolo diventa noiosissimo. E di fatti non ho resistito oltre, anche perché mi stavo beccando un’insolazione. Sono scesa dalla mulattiera che costeggia una fila di chorten e poi da li al fiume che non sono riuscita a guadare. Attraversando i campi di grano e orzo protetti da fasci di ginepro secco che è quasi come il filo spinato, mi sono ritrovata nel cortile di una casa privata dove giovani e vecchi stavano pranzando all’aperto su una tavola imbandita. Mi ha ricordato le nostre feste di paese, le sagre estive e le processioni con il santo locale e la banda. Anche se mancano le costine alla griglia e il barbera, è la stessa cosa anche qui a Pyangh. No, non è solo uno show per turisti.

SH08, Leh, l’ospizio degli asinelli

Spedizione Himalaya 2008, giorno trentaquattro, Leh-villaggio di Sankar (4 km)

Come prevedibile in queste settimane Leh è affollatissima. Il Ladakh è la destinazione turistica per eccellenza durante la stagione monsonica. La temperatura perfetta, i trekking e la cornice buddista-tibetana, più la facilità di accesso per via dell’aeroporto, attirano turisti da tutto il mondo. Ho perfino l’impressione camminando per strada che gli stranieri siano in numero superiore ai locali.
Dopo un po’ di vasche nel “main bazar” ho deciso di esplorare la valle a monte di Leh, dove sorge il villaggio di Sankar. Il paesaggio è bucolico fatto di ruscelli, campi di fiori e di grano, frutteti e case in impeccabile stile ladakho. C`è anche un monastero dove ci sono due stanze completamente affrescate. A fianco c’è una sontuosa residenza che è quella del lama capo del Ladahk, Kushok Bakula Rinpoche.
Ma in realtà la mia meta era il “Donkey’s Sanctuary”, l’ospizio degli asini, di cui avevo visto e fotografato un manifesto affisso su un muro in città. Non è stato facile trovarlo, alla fine una contadina mi ci ha portato a passo agile attraverso i campi. Si tratta di un appezzamento di terra dedicato a “asini di strada” o “randagi”. Quando ero venuta a Leh due anni fa avevo notato che di notte, quando le strade erano vuote, c’erano decine di asinelli che si contendevano la spazzatura con mute di cani e qualche mucca. Con la disponibilità di auto e camioncini molte di queste bestie da soma sono diventate “disoccupate” oppure sono troppo vecchie per essere usate nei trekking. Come mi ha spiegato il responsabile del rifugio, Stany Wangchuk, che in realtà è un tour operator che lavora con molti gruppi italiani, i proprietari li hanno semplicemente abbandonati in strada quando non gli servivano più. I piccoli asinelli in particolari sono frequentemente attaccati dai cani randagi. Circa un anno fa, una giornalista e vignettista di Capetown si è impietosita e insieme a Stany ha deciso di fare qualcosa.

Hanno raccolto i soldi per affittare il terreno e hanno assunto. Un mese fa hanno aperto il rifugio. Come (quasi) sempre in India, c’è sempre un input straniero dietro questo tipo di iniziative. Lo so, come afferma il mio amico e architetto italo-elvetico Andreas, che lavora da tre anni a Leh, prima dei quadrupedi bisognerebbe occuparsi dei bipedi che nei villaggi remoti se la passano abbastanza male. Ma l’asinello fa tenerezza e anch’io mi sono commossa di fronte ai piccoli di 5 o 10 giorni saltellare dietro la madre o all’asino zoppo che finalmente ha trovato un posto riparato e biada tutti i giorni. Ho visto poi i poveri animali sotto il peso di enormi carichi su per le mulattiere dei percorsi dei trekking. Insomma ho fatto la mia donazione di 100 rupie, scattato un sacco di foto e divertita ad accarezzare il ciuffo dei piccoli somarelli. Mi sono beccata pure una morsicata ad un gomito, probabilmente della madre infastidita. Ho cacciato un urlo, spaventata, ma per fortuna la ferita non era profonda, ma sono uscita in fretta dal recinto. I muri delle stalle e il cancello è pitturato con simpatiche caricature. C’è anche una citazione del Mahatma Gandhi che non so se è autentica, ma fa un certo effetto: “The greatness of a nation can be determined by the way its animals are treated”.

SH08, Sumda, un tesoro salvato dai discendenti reali del Ladakh

Spedizione Himalaya 2008, giorno trentatre, Leh-Sumda Chung

E` come da noi quando si trovano certe chiesette isolate che nascondono dei tesori d’arte. Sumda Chung è un villaggio di 12 anime, una cinquantina se si conta la diaspora, arroccato al fondo di una stretta vallata per ora ancora senza strada che confina con la catena dello Zanskar. E` un punto di sosta di un popolare trekking di sei giorni che va da Lamaruyu ad Alchi. Io sono arrivata dopo un’ora di auto da Leh e tre ore circa di cammino da Chiling. Una bella passeggiata solo lievemente in salita che fiancheggia un piccolo torrente intorno a cui crescono diversi tipi di fiori e bacche arancione.
Il motivo della mia visita era di vedere come il monastero, che risale all’XI secolo e che era in semirovina, è stato salvato grazie all’intervento di un’organizzazione non governativa gestita dal discendente della famiglia reale del Ladakh, Jigmed Namgyal. Un architetto di Delhi, Ajaydeep Singh Jamwal è uno dei responsabili dei lavori che sono ora concentrati sulla struttura. Stanno rifacendo il tetto che in parte era crollato dopo un anno particolarmente piovoso e in parte era stato riparato con dei materiali di fortuna. Con gli anni si erano anche accumulati quintali di fango e detriti che prima o poi avrebbero creato il collasso dei muri perimetrali. Il tesoro di questo piccolo gompa, che presenta una base rettangolare e due piccole “cappelle” laterali, come molti altri monasteri tibetano -buddista , sono gli stucchi che occupano tre pareti al fondo nel sancta santorum. Per estensione e per elaboratezza sono un pezzo unico di arte ladaco-hashimira. Mi hanno detto che non c`è nulla di equivalente negli altri monasteri. Gli stucchi rappresentano le varie reincarnazioni del Buddha, la cosmologia e diversi simbolismi che si trovano dei dipinti murali e nelle thangka. I colori sono accesi e risono mantenuti ancora bene, per quanto ho potuto vedere nella semi oscurità.
Sumda fa parte di una triade di monasteri, gli altri due sono Alchi e Mangyu, che ancora oggi sono meta di un famoso pellegrinaggio. Si potrebbe spiegare cosí la presenza di questo complesso di stucchi frutto del lavoro di artisti di passaggio. Ci sarebbe diversa letteratura a proposito, ma io non sono un’esperta di arte tibetana buddista e quindi mi sento abbastanza ignorante a proposito. Purtroppo qualche conoscenza in piú mi sarebbe utile a capire di più le cose che vedo nei monasteri che molti, io compresa, liquidano come “tutti uguali” . E’ evidentemente un giudizio molto semplicistico.
Lungo il cammino ho anche visto una macina in pietra azionata dall’acqua del ruscello. Era chiusa in un piccola costruzione, ho sbirciato dalle fessure della porticina. Intorno a Sumda ci sono campi di grano. E’ la loro sopravvivenza per l’inverno. Mi sarebbe piaciuto restare con il team dei restauratori accampato in un paio di stanze sotto il monastero e assaporare anche solo per un giorno la vita degli abitanti di Sumda, fuori dal mondo, eccetto che per due o tre mesi estivi. Ho incontrato anche due ragazzi francesi provenienti da Lamaruyu e diretti ad Alchi a cui si arriva attraversando il passo Stapski, uno dei tanti “cinquemila”. Si sale e scende in un giorno. Per due persone avevano ben cinque muli sovraccarichi di casse di legno, fornelli e cibarie varie. Comincio a pensare che tutto sommati questi trekking non siano così difficili…
Ritornando a Leh sono ritornata nella prima homestay, in campagna, che come prezzo (150 rupie per la singola) e pulizia è ottima. Nella guesthouse MoonLand dove sono stata per tre giorni allo stesso costo c’erano strani insetti rossi, tipo zecche, che mi hanno martoriato, a tal punto che sono stata costretta a prendere antistaminici. Da qualche giorno sono in compagnia di una mia cara amica italiana che vive a Delhi e che è arrivata in aereo con conseguente mal di altitudine che sembra inevitabile per chi arriva direttamente dalla pianura. Ma è solo questione di abitudine.

SH08, croissantes e quotidiani a Leh

Spedizione Himalaya 2008, giorno trenta, trentuno e trentadue, sempre a Leh

La prima cosa che ho fatto a Leh è stata quella di andare a una delle tante “German Bakery” a strafogarmi di croissantes al cioccolato. Poi ho cercato i giornali che qui arrivano il giorno stesso con gli aerei del mattino. Leh è la capitale del Ladakh e per due o tre mesi all’anno si anima come una metropoli, compreso l’inquinamento che qui a oltre 3 mila metri si sente tantissimo. Per quelli che partono e arrivano dai trekking è una base per prendere o riprendere le forze. Si mangia benissimo, si trova l’attrezzatura, i cybercafè, anche se le connessioni non funzionano quasi mai e guest house pulite e confortevoli. Io ho finalmente recuperato una sim card Airtel così che ho ripristinato il mio telefonino e mi sono comprata qualche nuovo libro da leggere .
Mi piace al mattino fare colazione con i quotidiani al Dolphin Restaurant, lungo un ruscello oppure alla storica Pumperknickel german bachery dove mettono musica jazz e che è a due passi dall’edicola. Un altro piacere è Dzomsa, una sorta di cooperativa ecologico-organica dove si puó riempiree le bottiglie di acqua e bere succo di albiccoca o lassi. Mi faccio delle passeggiate nella vallata e allo Tsemo , che è il costone di montagna che domina Leh, sopra il palazzo dei re Namgyal,che è chiamato “mini Potala’’ per la sua somiglianza con quello di Lhasa. In cima sorge un monastero, gompa e anche le rovine di un precedente castello da cui si gode una vista superba al tramonto.
Insomma è relax totale, ho incontrato anche una famiglia francese che abita a Delhi, una coppia di friulani che volevano affittare una Royal Enfield e un napoletano che fa volontariato per una ong locale. Le prime due notti sono stata in un homestay a Chubi, fuori città nel verde, proprio sotto il dirupo su cui sorge Tzemo Gompa. La mia finestra dava su una fila di chorten. Fuori c’erano due asinelli, tipo quelli del presepe, che pascolavano. E’ gestita da una coppia di ragazzi, lui un informatico di Bangalore e lei inglese che ama la natura e i cani. D’inverno si trasferiscono ad Arambol. Hanno rimesso in sesto il primo piano della casa che ha quattro stanze da letto molto ben arredato e una bella cucina. Quando arriva alla sera, lui si siede ai piedi del letto e si prepara uno spinello.
Tanto per variare un po’ oggi mi sono spostata nella guesthouse Moonland a conduzione familiare, che è nella parte vecchia di Leh, in basso, sotto il palazzo. Qui non ci sono turisti, la guest house è vuota. Appena si esce ci saranno una decina di sarti e poi inizia il mercato. Mi piace l’atmosfera, ma ho sco-perto che nel mio letto ci sono strani insetti che mi hanno gonfiato braccia e piedi di bolle.

SH08, arrivo trionfale a Leh su cabina di un camion

Spedizione Himalaya 2008, giorno ventinove, Lamaruyu-Leh

Era veramente un’avventura che da anni sognavo. Viaggiare sul tetto di un bus o di un camion in Ladakh. Ebbene è avvenuto. Per oltre 100 km mi sono goduta uno dei panorami più affascinanti al mondo seduta o meglio sballottata sul cassone sopra la cabina di un camion. Esaltante. Fantastico. Mi sembrava di sfilare in parata. Con me c’erano un padre e un figlio francesi, un monaco buddista e un manovale del Chattisgargh che è rimasto con me fino a Leh, mentre gli altri sono scesi all’incrocio per Alchi che anch’io volevo andare a vedere, ma che poi ho rinunciato perché volevo fare un entrata trionfale a a Leh sul camion, visto che non è stato possibile con il mio povero scooter, che si trova ancora a Srinagar in attesa della parte di ricambio.
Dopo Lamaruyu la strada scende con un zig e zag da brivido in mezzo a un canyon fino a Khalsi, dove dopo un po’ ricompare il fiume Indus e la sua verde vallata pieno di alberi di albicocche. Ogni tanto mi devo abbassare per non essere colpita dai rami. Sono anche riuscita ad afferrare qualche frutto, ma ancora acerbo. Da qui è quasi tutto un immenso altipiano fino a Leh che si vede fin da lontano. Stanno asfaltando la strada, tra gli operai vedo anche delle donne ladakhi con le loro pesanti abiti e le trecce legate sulla schiena. La monotonia del paesaggio e la lentezza del camion mi fanno venire sonno. Smetto di fare fotografie a raffica e mi metto un fazzoletto davanti alla bocca. Per il sole – ho finalmente seminato il monsone – e per il vento ho le labbra completamente screpolate. Devo essermi appisolata per un po’ nel caldo del cassone perché sento l’autista chiamarmi. “Madam, come down, we are in Leh!”.

SH08, Buddha si e' fermato a Lamaruyu

Spedizione Himalaya 2008, giorno ventotto, Lamaruyu

Lamaruyu è uno dei più importanti e grandi monasteri del Ladakh. Ma in questi giorni è vuoto perchè i monaci sono andati in una gompa qui vicino a Bodh Kharbu e la grande festa annuale è appena terminato. Questo è uno di quei pochissimi posti in cui riesco a leggere un libro intero in un solo giorno tutto di un fiato. Sono senza telefono, senza internet e sia le batterie del computer che quelle della macchina fotografica sono scariche. La corrente elettrica arriva solo alla sera. Non ci sono negozi, librerie, musei o altre attrazioni, a parte la puja delle cinque che però è tenuta da un solo monaco e quindi risulta un po’ desolante. Intorno a me ci sono solo montagne di sabbia attraversate da una striscia di asfalto da cui proviene ogni tanto qualche veicolo. Gli altri rumori sono le campanelle delle ruote delle preghiere e i ragli degli asini.
La mattinata la passo più in basso in un posto aridissimo che chiamano, a ragione, Moon Land, poi m’incammino per mezzora su uno dei sentieri del trekking, pieno di orme di muli e di scarponi, evidentemente era appena passata una spedizione, di quelle serie. Dopo un po’ che cammino in mezzo a una vallata, senza nulla che possa rompere la monotonia della pietra e della sabbia color miele, sento delle mosche che mi ronzano intorno. Mi sembra un frastuono insopportabile. Mi immagino a camminare per ore in uno di questi trekking di 10 o 20 giorni che sono popolarissimi qui. “No, grazie” dico tra me e me, potrei impazzire non dalla fatica, ma dalla noia. Giro sui miei tacchi e rifaccio il percorso per poi terminare la mia lettura nel ristorante dell’hotel a quattro piani che sovrasta la gompa e che per fortuna è della stesso stile
Lamaruyu è un posto fuori dal mondo, proprio come il paesaggio lunare che lo circonda. Il telefono fisso è arrivato un anno fa e la corrente elettrica c’è solo dalle sette alle 11 di sera, tanto che la mia stanza alla guesthouse Shangrila, non ha neppure l’interruttore della luce. “Si spegne da sola” mi dice il proprietario che io avevo scambiato per un camionista ubriaco che ieri sera mi aveva mostrato la stanza e con cui avevo anche contrattato il prezzo. Quando stamane mi sono presentata a colazione sulla tetto della casa da cui c’è una splendida vista della gompa, mi ha chiesto cosa ci facevo li, poi l’equivoco si è chiarito.
Alla sera, dopo cena, chiacchiero con un ragazzo locale di 26 anni, che fa la guida, e che mi racconta come solo l’anno scorso per la prima volta è andato a Goa a vedere il mare. Si sposerà tra un mese. Ci mettiamo a parlare dei turisti che vengono in Ladakh. Si lamenta degli indiani arroganti che lo trattano come un servitore e pretendono di trovare la varietà di cibo disponibile in pianura. Mi parla poi degli occidentali di cui ha una pessima opinione, come penso ce l’abbiano in molti qui. E’ il solito discorso, siamo fonti di reddito, ma nulla di più.

SH08, in camion tra le montagne del Ladakh

Spedizione Himalaya 2008, giorno ventisette, Kargil-Mulbek-Lamaruyu

Da oggi sono veramente in Ladakh, quello dei paesaggi lunari, delle rocce color melanzana e dei monasteri buddisti. Ho lasciato Kargil senza rimpianto dopo una notte insonne a causa di un rumoroso generatore sotto la mia finestra. Ci sono posti che a fior di pelle sento ostili e Kargil è uno di questi. Vista la mancanza di autobus, di domenica il servizio è limitato, ho deciso di riprendere la vecchia abitudine dell’autostop che qui in Ladakh funziona quasi sempre visto che c’è un'unica strada per Leh e da questa dipende la sopravvivenza di migliaia di abitanti e soldati. Mi ha caricato un camion che trasportava vasetti di marmellata da Jammu a Leh. C’era solo l’autista e il co pilota. Mi hanno sistemato in mezzo. La cabina è grande e confortevole, piena di ogni tipo di ammennicoli, da fiori di plastica a elaborati festoni in pizzo che ricoprono cruscotto e parabrezza riducendo la visuale a poche decine di centimetri. Ci sono decine di cose che ballano davanti. Mi veniva da ridere perché quando guidavo mi dava fastidio qualsiasi cosa sul cruscotto. A passo d’uomo e con il motore sotto massimo sforzo tanto che dove appoggiavo i piedi era bollente, dopo un paio di ore sono arrivata a Mulbek dove sono scesa perché mi interessava vedere una statua di Buddha scolpita nella roccia e un paio di gompa che però erano chiuse. Mulbek è in una verde vallata circondate da aride montagne, ma non è ancora il tipico paesaggio del Ladakh, che io stessa non ricordavo più. Dopo la sosta, sono passate un paio di ore prima di trovare un altro camion, questa volta vuoto e diretto a Leh. In mezzo alla strada, con la pioggia - che ormai mi perseguita anche qui - stavo per dare forfait e fermarmi a dormire quando ho trovato questo miracoloso passaggio. E’ qui che ho avuto la sorpresa di trovarmi davanti una distesa infinita di montagne di sabbia. La strada si arrotola e si srotola per oltre cento chilometri praticamente nel nulla. Ci sono due passi da superare, il Namika-L e il Fotu-La - che non posso pronunciare senza mettermi a ridere.
In alcuni tratti c’è una sottile striscia di asfalto, in altri è sabbia e pietrisco. L’autista è un giovane di Jammu, secondo me alle prime armi, perché guida con molta cautela e alla fine di ogni salita ordina al suo compagno di scendere e controllare i pneumatici. Quando siamo in prossimità della cima del Fotu-La si mette da parte sul sedile e lascia il volante al suo amico. “Vuole imparare a fare il camionista” mi fa capire come può in inglese. Per mezzora il camion va a zig e zag tra un tornante e l’altro mentre volano scappellotti e bruschi rimproveri ad ogni errore. Arrivati in cima, dopo l’ennesima controllata alle ruote, l’autista per fortuna riprende il controllo del mezzo che ora va spedito. Arrivo a Lamaruyu al tramonto, il cielo dietro la gompa è rosso fuoco, mentre stanno sorgendo le stelle nell’anfiteatro di montagne viola.

SH08, la benedizione dello Shiva di ghiaccio (sciolto)

Spedizione Himalaya 2008, giorno venticinque, trekking Baltal- Grotta di Armanath (28 km)

“ Da quando è iniziato il pellegrinaggio abbiamo a avuto solo 22 morti per collasso cardiaco e 25 per cadute o frane” è stata la risposta dell’ex colonnello K.N. Rani, che dirige il campo, quando gli ho chiesto ieri sera se c’erano stati incidenti. Mi sono svegliata alle sei con queste parole in testa e con la voglia di rimanere nel caldo del sacco a pelo invece di arrampicarmi su per la montagna per vedere il “miracolo” della stalattite di ghiaccio a forma di fallo, ormai completamente sciolta da una decina di giorni. Ormai però ci sono dentro questa storia di Armanath che mi frullava in testa da mesi. Quindi sono partita con un po’ di timore, ma anche con la certezza che non doveva essere un trekking difficile visto che lo fanno decine di migliaia di persone al giorno. Di fatti si è rilavato tale, per la maggior parte è uno sentiero sterrato in salita e largo un paio di metri. L’unico vero pericolo sono i ponies (sono “cavalli” non muli mi hanno detto) che ingombrano tutto il cammino e ti schizzano di fango e di urina. La maggior parte dei pellegrini usano gli animali per andare su, ma molti vanno a piedi, alcuni perfino scalzi in segno di rispetto ripetendo ossessivamente litanie sacre, tipo “Jai bole”, “Bom bom bole””, “Shankar bole” che sono alcuni degli appellativi del potente dio Shiva. Anch’io dopo un po’ ho cominciato a rispondere così ad ogni pellegrino che incrociavo. Quando la via della processione proveniente da Baltal si unisce con quella più lunga (tre giorni di cammino) che arriva da Pahalgam, a sud di Srinagar, l’intera vallata risuona di un solo grido. E` un delirio collettivo, ma divertente. La fatica fisica c. è stata, eccome, sono 14 km ad andare e 14 a tornare. In un alcuni momenti pioveva. Purtroppo il cielo non è stato mai limpido, ma per fortuna non ci sono state nevicate come mi avevano detto degli “yatris”, i pellegrini, incontrati in Punjab.
Nei primi giorni di apertura del pellegrinaggio, quando salivano 20 o 30 mila persone insieme, doveva essere incredibile. Posso capire gli incidenti mortali, negli ultimi 3 km il sentiero è molto stretto e scosceso. Immagino le folle di invasati e i portatori che salgono con ogni tipo di masserizia e che raramente cedono il passo. La parete della montagna è franosa e scende giu a picco per centinaia di metri fino al torrente, che corre lungo la vallata e che in alcune parti è ricoperto dai ghiacciai. Si è a oltre 3 mila metri e a volte si stente la mancanza di ossigeno. Quando salivo ho visto un uomo portato in barella che aveva difficoltà di respirazione, cosa che mi ha messo ancora più ansia. Però alla fine la mia preoccupazione si è rivelata del tutto infondata e comunque anche avessi avuto dei problemi, c’erano decine di portatori con una sedia legata a due bastoni di bambù che mi avrebbero volentieri offerto i loro servigi fino alla grotta. Me lo hanno chiesto decine di volte e io seccata rispondevo se mi vedevano cosi vecchia…In India non è assolutamente chiaro il concetto di camminare o di andare in bicicletta per puro piacere o come attività fisica.
Un'altra costante delle otto e passa ore di camminata è stato il rumore costante dei tre elicotteri che incessantemente hanno fatto la spola dal campo di Baltal all’eliporto costruito proprio sotto il santuario. Come ha riconosciuto anche il colonnello Rana, quando davanti ad una cena luculliana in mio onore gli ho raccontato la mia esperienza, non è proprio l’ideale per la santità del luogo. Ma è un buon business, gli elicotteri hanno trasportato finora 20 mila persone, più che altro facoltosi di Delhi o del Punjub che volevano dare un tocco di brivido all’esperienza mistica. Che per me è stata abbastanza traumatica per un semplice e banale motivo. Prima di entrare nel tempio della grotta, dove dietro una grata “c’era” la grande stalattite, bisogna ovviamente levarsi le scarpe. I miei piedi sulle pietre gelide non hanno resistito che per il tempo di una foto, di nascosto, e per ricevere la benedizione del bramino, un segno rosso sulla fronte e una manciata di riso soffiato.

SH08, la tendopoli dei pellegrini di Amarnath

Spedizione Himalaya 2008, giorno ventiquattro, Srinagar-Baltal

Mi trovo in una sorta di gigantesca tendopoli ai piedi del ghiacciaio di sulla strada da Srinagar a Kargil. Da lontano è impressionante sembra un campo profughi dell’Unhcr , invece è il punto di partenza per il pellegrinaggio allo Shiva Linga di ghiaccio nella grotta di Amarnath “ In un mese da questo campo sono passate 184 mila persone e non abbiamo avuto un singolo caso di dissenteria” mi spiega con orgoglio il responsabile del Board, la fondazione che gestisce il pellegrinaggio e che è un colonnello in pensione. E lui che mi ha messo a disposizione una baracca con bagno e elettricità. Dopo gli incidenti della scorsa settimana causati dall’assegnazione di terreni alla Fondazione, i pellegrini si sono ridotti a 2 mila al giorno. All’inizio erano 25 mila, in parte in tende, in porte in prefabbricati e capannoni di lamiere. Le cucine sono una cinquanta e i pasti sono gratuiti, si lascia di solito una donazione. C’è un vegetarianesimo rigido, niente uova. E’citato anche nei libri vedici, le sacre scritture dell’induismo. A quattro ore di cammino da qui su un costone della montagna c’é una grotta dove si forma estate una sorta di gigantesca stalattite di ghiaccio che secondo la tradizione induista sarebbe uno Shiva Linga (simbolo fallico). Una sorta di miracolo di San Gennaro che attira fedeli da tutta l’India. Da alcuni anni ci sono anche elicotteri per i più facoltosi. Ne ho visti tre parcheggiati in un piazzale. Alla frotta si arriva anche da una altra via, più lunga, che parte dalla località turistica di Pehalgam.
Il problema è che siamo nel cuore del Kashmir e nonostante lo yatra sia una enorme fonte di reddito, ad alcuno non piace che folle di indiani vengano qui ad adorare un simbolo fallico di ghiaccio che, tra l’altro si è si gia sciolto. Mi hanno detto che è rimasto un moncherino, ma ormai sono qui e se non altro mi faccio una camminata anche se un po’ affollata. Il problema della sicurezza fa si che l’intero campo sia circondato da filo spinato e da trincee con soldati con fucile spianato che fanno un certo effetto. I bus e le auto che vengono qui devono essere scortati dall’esercito e ogni bagaglio è passato al metal detector. Ci sono qualcosa come 16 mila soldati e poliziotti a protezione del pellegrinaggio che dura per due mesi e che certo darà fastidio ai più conservatori tra i mussulmani, ma è veramente una miniera d’oro viste le dimensioni.
Non ci sono altri stranieri, e penso forse non ce ne sono mai stati quindi ho catalizzato l’attenzione generale. Durante la sosta del bus lungo la strada per Sonamarg, un giovane ha tentato di convincermi che Dio non aveva figli e che Issa, Gesu, è un profeta non il figlio di Dio.
La mia meta era in realtà Sonamarg, a 17 km più a valle, dove è incorso una gara di rafting, ma quando ci sono arrivata ho avuto una pessima impressione e dopo che mi sono arrabbiata perchè un tizio che mi voleva affittare una tenda a un prezzo esorbitante mi ha mandato affankulo. Ci sono rimasta male. La gente mi sembrava molto ostile gli stranieri o comune pronti a spremerli e basta. Ho avvertito una brutta atmosfera e quindi ho chiesto passaggio a un furgone che portava dei cavoli e cipolle a Baltal. La strada è trafficatissima, penso non ci siano problemi a viaggiare in autostop. Un ragazzo, dagli occhi blu, che ha un negozio e che di inverno organizza sci alpinismo a Gulmark mi ha dato qualche dritta su trekking facili da Lamayuru. Boh, vedrò, intanto domani levataccia per andare alla grotta sacra tra elicotteri, muli e portantine.

SH08, grazie all’esercito sono arrivata a Srinagar

Spedizione Himalaya 2008, giorno ventidue, Anantnag-Srinagar

Avevo immaginato che prima o poi dovesse accadere. Sono stata soccorsa da uno squadrone di militari che hanno caricato lo scooter sul camion e portato dal primo meccanico disponibile sulla strada nazionale per Srinagar. Come temevo, ci sono dei problemi seri di compressione, forse il pistone. Dopo colazione e uno show all’incrocio di Anantnag per cercare dei giornali in inglese, non sono riuscita a metterlo in moto. Ho spinto per un po’ fino a un concessionario Hero Honda, che però trattano solo le moto e non ci capivano nulla. Poi ho visto una decina di soldati che stavano caricando il rancio da portare ad altri commilitoni. Ho chiesto aiuto e loro insieme ai pentoloni hanno caricato sul camion anche lo scooter.
Con un dispiegamento militare come quello che c’è ora sulla strada per Srinagar, frequentata da pellegrini indù diretti allo Shiva di ghiaccio della grotta di Amarnath, è abbastanza difficile passare inosservata. In una società mussulmana abbastanza conservatrice come quella kashmira, una donna sola che guida è vista come un fenomeno da circo. A parte le contadine, che indossano un fazzoletto tipo donne dell’Asia Centrale, la maggior parte hanno la faccia coperta da un velo nero. Non è burka, perché sono vestite con la normale tunica, la salwar kamise, ma è solo un cappuccio con un ricamo davanti agli occhi. Non capisco come fanno a vedere. Confesso chr mi piacerebbe provare
Il meccanico, in consulto con altri due colleghi, ci ha trafficato un paio di ore, ma l’ha fatto partire, poi ho percorso una quarantina di chilometri ai 20 all’ora, perché non va di più. La giornata era splendida e il verde della vallata era accecante.
A Srinagar sono arrivata verso le sei e mi ha accolto un intasamento disumano. Di nuovo, come mi capita ogni tanto a Delhi, mi sono chiesta perché dobbiamo ridurre le nostre città in questi inferni di lamiere, smog e chiasso assordante. Non c’è posto per camminare, per parlare, per sedersi all’ombra di una pianta, per guardare l’altro lato della strada. Quasi tutti i cani randagi sono azzoppati. C’è solo una continua colonna di camion, bus e jeep con il clacson premuto costantemente. Non è solo in India, ovviamente, il problema del traffico urbano è mondiale, mi chiedo però perchè non c’è nessuno che si ribella o che protesta. Probabilmente sono talmente assuefatti che non se ne accorgono nemmeno.
Da quando sono stata nel 2002, Srinagar è un po’ cambiata, gli ultimi anni sono stati anni di pace, i separatisti sono diventati “moderati” e sono tornati i turisti. Ci sono segni della globalizzazione, banche, telefonini, nuovi hotel. E’ anche arrivato il collegamento internet broadband di cui ho subito approfittato per aggiornare il blog. Rimangono però sempre gli stessi gli uomini kashmiri che non si fanno scrupoli a proporsi come gigolò. Verso le dieci di ritorno dal ristorante Mughal Dhaba, dove ho mangiato degli strani involtini di agnello per festeggiare il mio arrivo a Srinagar, ho preso un auto-risciò per ritornare in hotel che è a Zero Bridge. Il guidatore, dopo avermi chiesto se viaggiavo sola, mi ha proposto una “notte di piacere’. Gli ho detto di chiederlo a sua sorella, ma non si è neppure arrabbiato…

SH08, la luce in fondo al tunnel del Pir Panjal


Spedizione Himalaya 2008, giorno ventuno, Batota-Anantnag

Mi trovo a una cinquantina di chilometri da Srinagar e per arrivarci c’è una larga strada in discesa che passa in mezzo a un vallata enorme. Ormai è fatta. E’ veramente “the valley”, la valle, come la chiamano. Il primo scorcio lo si vede fin da subito il tunnel del Pir Panjal, la catena montuosa che separa la regione di Jammu, induista, con quella del Kashmir, a netta maggioranza mussulmana. Non c’è un confine vero e proprio ma è come se ci fosse una frontiera. Per quelli a Sud questo è il Kashmir. Prima del tunnel gli stranieri devono registrarsi. L’ho fatto anch’io e quando ho detto che ero giornalista mi hanno dato il numero di telefonino di un militare da chiamare ogni volta mi fermo in una nuova guest house. Non so se è per controllare i miei movimenti o per la mia sicurezza. Comunque io ho già comunicato la mia presenza in questo posto, Universal Hotel, che è una vera topaia, ma mi hanno fatto mettere lo scooter dentro la reception e in stanza c’è la tv che prende Al Jazeera in inglese (dove mi sono vista una diretta su una conferenza stampa del vicepresidente del Sudan).
Nei giorni scorsi in Kashmir ci sono stati disordini per via dell’assegnazione di appezzamenti di terra alla fondazione indù che si occupa dei pellegrini che vanno alla grotta di Armanath, famosa per lo Shiva linga di ghiaccio, che è a tre giorni di cammino. E’ perfino caduto il governo locale, adesso in Jammu e Kashmir governa il prefetto in attesa delle elezioni di ottobre. Lungo la strada ci sono decine di punti sosta per i pellegrini che sono migliaia ogni giorno. C’è anche un ingente dispiegamento di polizia e militari per garantire la sicurezza dei fedeli induisti in questi due mesi. In passato questo “yatra” era stato obiettivo degli integralisti islamici.
Comune oggi è stata davvero una giornata ricca di emozioni e di adrenalina. Sapevo che le condizioni dello scooter erano precarie, perchè non teneva il minimo e faceva fatica a partire. Stamattina però sono riuscita a metterlo in moto, ma dopo 10 km mi sono fermata per una foto (sto fotografando tutti i cartelli gialli di Beacon, l’impresa che mantiene la manutenzione stradale e che ha costellato la nazionale numero di scritte spiritose sulla guida pericolosa). Si è ingolfato e non sono riuscita a farlo ripartire. La strada per un po’ scendeva, poi ho cercato aiuto in una delle tante piazzole di sosta dei camionisti. Ho trovato un meccanico che non aveva mai visto uno scooter e che era allibito dal fatto di non trovare il cambio . Come capita in questi casi si è formato un capannello di una ventina di persone, tra camionisti, soldati, cuochi, manovali e anche qualche pastore. Ognuno ha detto la sua, fino a che un tizio, che conosceva un certa Mariangela, camionista donna italiana, gli è venuta la brillante idea di controllare l’olio. Lo so, sarebbe dovuta venire a me, ma siccome l’avevo appena cambiato, non ci pensavo affatto. Ebbene non ce n’era più! Se l’era mangiato tutto nei 300 km precedenti. Evidentemente c’é qualcosa che non va nel motore e l’ho visto anche dopo perchè non aveva più potenza, scaldava un casino e in salita non andava più che ai 10 all'ora, che comunque è la velocità di un camion quando te lo trovi davanti.
Insomma incrociando le dita e pregando i santi del paradiso, dietro i convogli di camion, fermandomi ogni tanto per lasciarlo raffreddare, sono riuscita miracolosamente a salire fino al fatidico tunnel (dopo ci sarebbe stata un’unica discesa fino a Srinagar). Quello è stato il momento da incubo della giornata, perchè in realtà si tratta di due buchi nella montagna, penso scavati a mano, lunghi tre km, praticamente della dimensione di un automezzo pesante di medie dimensioni. Quando sono stata dentro, non vedevo nulla, la lucina dello scooter non riusciva assolutamente a penetrate l’oscurità totale. Non c’era nessun tipo di segnaletica né in basso né di fianco o in alto. Io soffro di claustrofobia e per me queste situazioni sono da panico. Ho accelerato tutto quello che potevo, pregando che non ci fossero buche e che il motore reggesse ancora. Per fortuna era in discesa quindi sono andata spedita. A circa a meta è arrivato dietro un camion che credevo mi stirasse sotto, invece se ne è stato pazientemente dietro e mi ha anche aiutato con i suoi fari. Quando ho visto la cosiddetta “luce in fondo al tunnel” mi sono venute le lacrime agli occhi. Il puntino luminoso si faceva sempre più grande fino a che ho sentito l’aria calda e fino a che sono stata espulsa dalle viscere della terra. Ho alzato il braccio in segno di trionfo come se avessi vinto il motomondiale. Sotto di me vedevo la ‘valle” del Kashmir, piena di risaie e campi di zafferano, che in oltre mezzo secolo ha scatenato 4 guerre. Uaahu che giornata!

SH08, verso Srinagar tra camion, soldati e pioggia


Spedizione Himalaya 2008, giorno venti, Pathankot-Patnitop

Anche oggi ho fatto una bella tirata di 150 chilometri. Sono entrata nello stato di Jammu e Kashmir verso le 10.30 e da allora sono stata praticamente incolonnata in un unico serpentone di camion, bus e colonne militari. Dicono che in Kashmir ci siano un milione di soldati dispiegati e si vedono! Come previsto il mio telefonino Vodafone non prende più e neppure il collegamento internet Reliance del laptop.
La strada è larga e bene asfaltata, è la strada nazionale numero 1A ed è costellata come al solito da ciai shop, trattorie, wine shop e baracche varie più le basi militari. Non è certo un bel panorama. Curiosamente poi sul ciglio e sullo spartitraffico, per decine di chilometri, ci sono enormi cespugli di ganja profumata. Spontanea? Mah, ho visto un tizio che la mieteva…
Ho preso però una piacevole scorciatoia che mi ha evitato di andare a Jammu. Sono passata nella zona turistica del lago Mansor, il classico laghetto per picnic e pedalò dove ho visto delle carpe gigantesche che sono nutrite dai visitatori con delle pagnottine che vendono a caro prezzo.
Da Udhampur, dove ora arriva la nuova ferrovia che dovrebbe chissà quando raggiungere Srinagar, la strada si inerpica su per la valle, tra posti di blocco – nessuno mi ha però fermata – e pattuglie di soldati in mimetica. Sulla cima, in una pineta, c’è Patnitop, che deve essere un posto per turismo invernale visto la quantità di alberghi. Adesso era avvolto dalla nebbia. Mi sono fermata in una guest house gestita da simpatici sikh in un villaggio piú in basso che si chiama Batote e dove penso veramente non abbiano mai visto un turista. Di sicuro non una turista sola.
Oggi ho cambiato il display dello scooter. Ho messo in una busta di plastica il sacco a pelo e la giacca a vento e li ho legati alla ruota di scorta. Così mi si è liberato più spazio per le gambe davanti dove tengo lo zaino. Rimane però l’incognita su come proteggermi dalla pioggia. Finora le diverse soluzioni adottate hanno sempre fallito.

SH08, la pioggia e il tempio tantrico di Kotla

Spedizione Himalaya 2008, diciannovesimo giorno, Palampur-Pathankot

Oggi sono di nuovo entrata nel limbo della Lonely Planet, il mondo non menzionato dalle guide turistiche dove i ristoranti non hanno le forchette e coltelli. Sotto il solito diluvio monsonico sono scesa per la Kangra Valley, di cui non ho visto nulla talmente ero concentrata a non scivolare sull’asfalto bagnato. Sono ridiscesa in pianura fino ad entrare con una certa sorpresa in Punjab. Praticamente non sono più in Himalaya, ma in un paesone terrificante che confina con lo stato di Jammu e Kashmir, “’JK”’ come lo chiamano. Pathankot è il solito ammasso di casupole e negozi lungo un paio di strade tutte buche e intasate di auto, carretti, moto, bici, vacche, cani e passanti disperati che cercano di attraversare la strada o schivare le pozzanghere o voragini di perenni lavori in corso. Andando alla cieca sono riuscita a trovare una guest-house decente dove volevano che prendessi una stanza con l’aria condizionata (con tutta la pioggia gelida che ho preso oggi, mi serve piuttosto una stufa!). Poi, sempre per caso, sono finita a cenare alla Khalsa Hindi Dhaba, dove ho mangiato del pollo tanduri eccellente, anzi uno dei più buoni degli ultimi tempi.
La giornata oggi era iniziata dal meccanico a Palampur. Di nuovo lo scooter non teneva il minimo, ma questa volta era un altro problema che davvero non ho capito, ma che Bindu, il meccanico raccomandatomi da un tizio fuori il concessionario della Honda, ha risolto dopo un’ora di tentativi. Non è stato facile trovare il suo garage che reca l’assurda scritta ‘’Bindu, Flower Decoration”. Gli ho chiesto perché e si è messo a ridere come se gli avessi domandato chissà che cosa.
Un altro incontro curioso è stato quattro ore dopo quando finalmente è uscito il sole e ho fatto una tappa-merenda a Kotla, un bel villaggio ricco di storia. C`era un palazzo del maharaja locale che era quello che governava anche il Punjab. Uno studioso di filosofia e attivista dello Shiv Sena, che sono i fascisti indù, mi ha accompagnato a vedere le rovine che sorgono su una collinetta a cui si arriva guadando un torrente e salendo su per una scivolosissima mulattiera. Rudra Ravan, che ha fondato anche una NGO che si occupa di malati Aids, mi ha detto che lui va li a meditare. Mi ha anche mostrato un tempietto, Bagla Murkhi Temple, che è di una divinità tantrica, che non ho mai capito in realtà cosa sia al di la dello stereotipo occidentale di orge sessuali. Mi ha detto che ci viene con amici e sadhus a “meditare”, che accendono un fuoco e “cucinano”. Mi è venuto il sospetto che forse appartiene ad una setta di estremisti neri. Poi abbiamo parlato della perdita di valori in Occidente e anche in India. Mi sembrava molto colpito dal fatto che noi in Italia non abbiamo posti per “meditare”. “Abbiamo le chiese ma servono per pregare” gli ho spiegato, ma non sembrava molto convinto. Mi ha consigliato un nuovo centro di Osho a Dharamsala e poi si è offerto di spiegarmi la filosofia del Vedanta. A quel punto i miei jeans si erano asciugati, l’ho ringraziato della compagnia e mi sono rimessa in sella.

SH08, pioggia e cipolle sulla strada per il Kashmir

Spedizione Himalaya 2008, diciottesimo giorno, Bhuntar-Palampur

Passando di nuovo dall’afosa Mandi oggi ho cambiato vallata. Sono nella Kangra Valley che porta a Dharamsala, la piccola Lhasa dei tibetani in esilio e del Dalai Lama. Ho deciso di andare in Kashmir e quindi mi sto dirigendo a ovest dell'Himachal Pradesh.
Siccome è venuto giù il diluvio nel tardo pomeriggio che mi ha costretto a una sosta “chai” di oltre un’ora mi sono fermata a 30 chilometri prima di Dharamsala, a Palampur, un posto dove si coltiva il tè e il riso e che è menzionato dalla Lonely Planet come meta per facili passeggiate. Lungo la strada, che è la strada nazionale numero 20, quindi interamente asfaltata per la gioia del mio scooter, ho visto le piantagioni di tè. Alcune fiancate della montagna erano fatte a scaloni, come fossero state costruite con i pezzi del Lego. Erano le terrazze delle risaie. Peccato che la pioggia mi ha guastato il panorama, oltre che a inzuppare zaino e scarponi che avevo legato alla ruota di scorta. Devo trovare un modo per impermeabilizzare i bagagli. Purtroppo le previsioni non sono buone neppure per il Kashmir dove mi sto dirigendo e per chissà quanti giorni mi beccherò il monsone. Di buono c’è che stranamente da queste parti ci sono un sacco di scooter come il mio, quindi abbondano i meccanici specializzati. Stamattina a Mandi mi sono fatta cambiare l’olio e sistemare il freno posteriore che dopo la mega discesa di 200 km si era allentato.
Qui a Palampur penso di essere l’unica straniera e di fatti mi guardano come una marziana. Sono in una guesthouse, tutto sommato decente, con vista su vallata, televisione a colori con Bbc e Cnn, acqua calda e ventilatore, utilissimo per asciugare gli abiti umidi per la pioggia. Ho comprato dei manghi al mercato e li ho mangiati in un ristorante dopo un piccantissimo panir (ricotta) con cipolle e peperoni. Una cenetta leggera insomma.

SH08, l’Himalaya in punta di piedi


Spedizione Himalaya 2008, diciassettesimo giorno, Keylong-Bhuntar

Notte insonne a pensare al Baralacha La (4883 m), al Lachlung La (5060 m) e al Taglang La (5328 m) , allo scooter smarmittato e alle decine di chilometri di sterrato ghiaioso. Volevo abbandonarlo qui e fare l’autostop per Leh. Peró non è giusto e poi non ho trovato nessuno che potesse garantirmi un parcheggio coperto. Ma forse non l’ho nemmeno cercato. E` una storia tra me e lui ormai, è il classico binomio uomo-motore, nel mio caso donna-motore, che a molti farà storcere il naso ma è così. Alcuni mi dicevano che di difficile c’erano solo i primi 100 chilometri fino a Sarchu perchè la strada è in “costruzione’. Altri dicevano invece che il pezzo più duro l’avevo già fatto, in effetti, peggio di così…. Però io non mi ci vedevo a salire ai 5000, anche se la Manali-Leh ora è piena zeppa di gente che va su con ogni mezzo - anzi direi che è fin troppo frequentata per i miei gusti – e quindi qualche buon samaritano l’avrei trovato, magari anche un meccanico per scooter.
Ogni volta che sentivo il rombo delle Royal Enfield e vedevo quelle facce da duri, le scritte sui giubbotti, i paraginocchi, la bandierina appesa dietro, le casse di metallo piene di pezzi di ricambio e enormi taniche di benzina, mi veniva male.
Insomma, dopo una notte insonne a pensare a guadi di torrente e al gelo delle tende dove si fa sosta, ho deciso di ridiscendere. E sono scesa, eccome. Anche in fretta, forse perché temevo la pioggia. E stata la tratta più lunga che ho fatto, 200 km, dal mattino fino al tardo pomeriggio quando mi sono fermata a Bhuntar, a 10 km dopo Kullu. Non mi sono fermata neppure per mangiare, solo sei soste, tre per il chai e tre per la sigaretta. Ho rifatto tutto lo sterrato da incubo lungo il fiume Chandra e sono ri-passata nel famoso guado che mi ha tormentato tutta la notte. La discesa dal Rohtang è stata ancora più faticosa, mi sa che la pioggia ha creato ancora più melma. Praticamente è per un terzo non asfaltata, in alcuni tratti affondavo con tutte le ruotine, allora cercavo di andare sul pietrisco per venirne fuori mentre mi tenevo in equilibrio con gli scarponi. Per evitare i salti e buche ho fatto un zig zag continuo alcune volte pericoloso perchè invadevo la corsia opposta. Ho cercato di rimanere in equilibrio sui pochi centimetri di asfalto rimasto. Quando c’erano troppe pietre allora mi spostavo sul bordo della strada, vicino al precipizio, dove c’era uno strato di terra liscia. Ho aspettato pazientemente che decine di jeep, camion e bus passassero davanti a me perchè così battevano il fango e grazie ai loro solchi mi segnavano il passaggio. Poi gli ultimi 30 chilometri ho spento il motore perchè non avevo più benzina, ma anche per sentire il suono della montagna gonfia di acqua della neve sciolta e di pioggia. L’ho fatta in punta di piedi. L’Himalaya in punta di piedi. Mi piacerebbe intitolarla cosi questa avventura.

SH08, ho superato il Rohtang Pass (3978m)


Spedizione Himalaya 2008, quindicesimo giorno, Manali-Keylong

Ce l’ho fatta. Ho attraversato i 4 mila metri e sono al riparo dal monsone. E`stata durissima, un paio di volte credevo che lo scooter non ce la facesse. La strada è peggiore di quanto m’immaginassi per via di lavori di allargamento della strada. ‘Tra un paio di anni sarà un’autostrada’ mi ha detto un ragazzo che sta nella guesthouse qui a Keylong, paesino in mezzo alla vallata dove c’è tutto a parte il segnale del mio telefonino Vodafone. I 54 chilometri del passo del Rohtang tutto sommato sono stati domabili, a parte gli ultimi dieci di sterrato e un paio di punti in cui si sprofondava nel fango di frane create dalla pioggia. Ero talmente concentrata sulla serpentina di tornanti - che vista dal basso mi sembrava impossibile a superare - che non ho sentito neppure il freddo. Il passo era avvolto, come sempre, dalla nebbia. Ci saranno state centinaia di famiglie con assurde pellicce affittate nella miriade di negozi lungo la strada. Qualcuno aveva anche gli sci, non so dove andasse, ma il pensiero che ci fosse la neve in cima mi aveva tormentato per tutta la salita.
Non mi sono fermata che per una foto davanti al cartello ‘Rohtang Top’ anche perché mi scappava la pipì e in quel gran casino di auto, cavalli e ponies, venditori ambulanti e affitta-pellicce, non sapevo dove andare.
La discesa è stata molto tranquilla, quasi senza buche e completamente asciutta. Come avevo previsto il sole è comparso appena dopo la barriera di montagne che fa da scudo anti monsone. Da Gramphu si raggiunge il fiume Chandra e da li sono una quarantina di chilometri per Keylong. Mi ricordavo una strada nel verde della vallata, invece ho trovato uno sterrato di pietre aguzze su un fianco scosceso di uno stretto canyon che ha già i colori e la conformazione delle montagne del Ladakh . Era come se avessero appena tracciato la strada con una ruspa. L’ho fatta ai 5 km orari, impossibile andare più veloce con le ruotine dello scooter. In un punto si era formato un minitorrente che non so come ho fatto a superare senza danni.
In attesa dell’”autostrada’, penso proprio che per ora non sia possibile per lo scooter andare oltre. Piú avanti ci sono tre passi a cinquemila metri e non ci sono più villaggi, ma solo campi sosta con tende.
E` pur vero che la Manali-Leh è frequentatissima in questa stagione. Insomma a piedi non ci rimango, ma dopo questa impresa mi sono affezionata al mio scooter e non posso abbandonarlo. Boh, intanto domani mi faccio una bella camminata ad una gompa tibetana. Il Ladakh può aspettare.

SH08, il migliore carburatorista di Manali

Spedizione Himalaya 2008, quattordicesimo giorno, sempre a Vashisht.

Sfiorando il ridicolo oggi ho fatto tre o quattro volte i 3 chilometri da Vashisht a Manali per provare lo scooter in previsione del Rohtang Pass che – se non piove – affronterò domani. Tra un test e l’altro ho anche comprato una giacca a vento taroccata e dei mutandoni di lana unisex con la patta davanti. Se non lo dico troppo presto, penso di aver trovato il migliore carburatorista sulla piazza. I suoi due fedelissimi aiutanti lo chiamano con riverenza “Ustad ji”, è mussulmano come la maggior parte dei meccanici. Dopo avermi visto arrivare spingendo lo scooter, ha subito impartito un paio di ordini secchi ai suoi due ragazzi. Uno si è messo subito in un angolo a preparare il chai e l’altro ha cominciato a sbullonare il carburatore. “No English” mi ha detto dopo che avevo passato cinque minuti a spiegargli come si ingolfava da freddo. Mi ha fatto gesto di sedersi accanto a lui su una panca. E’rimasto a fissare il carburatore per mezzo minuto, ha mescolato un po’ di hashish con il tabacco di una sigaretta e si è fatto una canna. Io ero allibita. Poi è stato servito il tè che tutti e quattro abbiamo sorseggiato lentamente davanti al motore aperto dello scooter. Quindi ho avuto l’onore di vedere Ustadji all’opera. Prima si è lavato le mani nella benzina e poi con un fare da chirurgo si è fatto passare pinza e cacciavite e ha cominciato ad aprire il carburatore. Ha esaminato attentamente sul suo palmo la benzina rimasta dentro, l’ha annusata e poi ha cominciato a soffiare ed aspirare come un compressore su ogni pezzo che smontava. Praticamente ogni parte è passata dalla sua bocca, ripulita nella benzina e di nuovo in bocca. A volte per il disgusto non riuscivo neppure a guardare. Comunque dopo una buona ora di sciacqui e risciacqui tra saliva e benzina, sempre con estrema precisione, ha rimontato tutti i pezzi e rimesso il carburatore al suo posto. A quel punto, dopo una seconda canna, ha iniziato la fase della regolazione, un’altra oretta con il cacciavite in mano ad ascoltare impercettibili variazioni di suono del motore. Insomma, alla fine, per 150 rupie, 3 euro, il mio scooter parte al primo colpo e tiene alla meraviglia il minimo, tanto che non lo sento neppure. Prima di lasciarmi Ustadji, come il Messia, mi ha indicato la punta innevata del Rohtang Pass come per dire “ora puoi andare…”.

SH08, Vashisht, la perfetta vacanza agrituristica

Spedizione Himalaya 2008, quattordicesimo giorno, sosta a Vashisht

Piove, tantissimo, e lo scooter ha anche problemi di batteria. Se voglio proseguire, anche solo per attraversare il Rohtang La, 3900 metri, devo farlo sistemare. A parte il maltempo, Vashist è però uno dei posti ideali per la vacanza agrituristica. Costa pochissimo, si mangia bene, dalla pizza ai panini con il formaggio di yak e croissantes al cioccolato, arrivano i quotidiani in inglese e ieri sera ho perfino visto parte della mega finale di Wimbledon su un megaschermo. Ogni tanto si va a fare le terme al tempio e se non piove ci sono delle belle camminate lungo cascate e alpeggi. Insomma una sorta di club Mediterranée, ma inserito in uno scenario bucolico da presepe.
Non ho mai visto così tante vacche come a Vashisht. Vivono nei cortili e nelle stalle delle baite in legno. Ogni tanto vanno ad abbeverarsi nelle fontane di acqua calde dove le donne battono i panni con il tipico bastone di legno. Gli uomini seduti nei cortili aggiustano gli attrezzi o intrecciano le gerle di vimini. Sulle mulattiere, coperte di letame e circondate da piante di marijuana, incontri le contadine con enormi fasci di erba sulle spalle. Insomma uno scenario di vita agreste ideale da documentario. La sera poi le donne vanno a lavarsi nelle vasche di acqua calda nel tempio. C’ero anch’io l’altra sera. Si spogliano fino a rimanere in mutande e si siedono in fila sotto i tubi delle acqua calda a insaponarsi e a raccontarsi chissà che cosa. C’è un dialetto locale qui in Himachal Pradesh, molto simile all’hindi, ma non riesco a capire. Ogni tanto scoppiano in una risata forte che si sente anche dalla strada.
Non riesco a immaginare come ci vedono, noi “foreigns”, stranieri e estranei, forse solo come fonte di guadagno e nulla più. Sono due realtà completamente impermeabili. Come in altri posti vacanzieri dell’India, tipo Goa, dove si respira un clima simile, non c’è nessun rapporto al di la di quello prettamente commerciale. D’altronde ci sono troppe barriere linguistiche, culturali e anche religiose per permettere un’interazione che però potrebbe alterare l’autenticità del luogo. Comunque è solo questione di tempo, i ragazzi di Vashisht sono sempre più simili ai giovani turisti che paradossalmente vengono qui per cercare un mondo che in Occidente non c’e più.

SH08, Naggar, la storia di Nikolai e Devika


Spedizione Himalaya 2008, tredicesimo giorno, Naggar-Manali

Ho fatto tappa a Naggar, un paesino a pochi chilometri dalla strada principale Kullu-Manali, perché questa era la residenza del maharaja locale. Di fatti ci sono dei reperti archeologici di un palazzo e un nuovo ‘castello’’ in legno scolpito che però è stato trasformato in un hotel statale dell’Himachal Pradesh e che purtroppo non reca alcuna traccia del suo passato regale. Però il nome di Naggar è anche legato alla famiglia russa dei Roerick, di cui non sapevo assolutamente nulla soprattutto del pittore Svetoslav Roerich. In cima al Paese, più pulito e ordinato degli altri (ho visto perfino in tetti in pietra invece del solito ondulato di alluminio), c’è una vasta area che appartiene alla Fondazione della famiglia e dove ci sono alcuni musei, la galleria d’arte e dei memoriali. In pratica dal 1925 al 1928, un eccentrico russo e fervente ortodosso, Nikolai Roerich, ha compiuto una spedizione nell’Asia Centrale attraverso l’Himalaya. Un giro pazzesco, a piedi ed a cavallo, passando da decine di valichi a 5-6 mila metri, possibile allora perché gran parte dell’area himalayana, a parte Tibet e Mongolia, erano sotto controllo britannico. Oggi non sarebbe possibile andare a nord del Sikkim o uscire dal Ladakh. Le barriere politiche hanno sostituito quelle geografiche. Per me non è neppure possibile andare dal Pakistan alla Cina attraverso la Karakoran Highway, l’autostrada della pace (non mi hanno dato il visto per il nord del Pakistan). Comunque Roerich, dopo questo epico viaggio, forse perché non poteva tornare in patria, si piazza con la famiglia in India e esattamente qui a Naggar dove muore nel 1947. Penso avesse non pochi soldi visto la casa che costruisce e l’arredo che è ancora intatto e si può vedere dalle finestre della veranda. Tra l’altro ho letto che ha promosso una sorta di trattato internazionale noto come Roerich Pact per salvare i monumenti durante la guerra e che oggi è stato firmato dai principali Paesi. Uno dei tre figli, Svetoslav, un uomo bellissimo, che ti immagini in un ambientazione stile dottor Zivago, ha raccolto la sua eredità artistica e intellettuale. Ha dipinto un famoso ritratto di Nehru. Poi ha sposato una delle star del cinema in bianco nero, Devika Rani, bengalese e nipote del poeta Tagore, famossima tra gli indiani per lo storico film Karma del 1933 dove gira una scena di un bacio di 4 minuti. Quando ha incontrato il russo era vedova e da allora abbandonò la carriera. Ho passato la mattinata a guardare le foto d’epoca di questa coppia, straordinaria, lui altissimo con uno sguardo profondo, lei in sari, civettuola, il viso dolcissimo. Ho visto il loro invecchiamento in altre foto, con i Gorbachov e poi nel loro possedimento a Bangalore dove lui è seduto in giardino, non ha più la fierezza negli occhi, e lei in piedi in un atteggiamento tenero. Lei è morta nel 1994, lui un anno prima. Che bella storia…

SH08, pausa forzata tra Royal Enfield e urinoterapia

Spedizione Himalaya 2008, dodicesimo giorno, Manikaran-Naggar.

Prima o poi doveva succedere. Stamattina lo scooter si è rifiutato di partire. I vapori sulfurei, in cui mi sono immersa di nuovo dopo colazione, evidentemente non fanno bene al carburatore. Meno male che la strada, 3 chilometri, verso il primo meccanico era in discesa. Però si trattava di meccanici di Royal Enfield che alla vista del mio scooter hanno fatto una faccia disgustata. Mi hanno degnato di uno sguardo solo quando hanno saputo che arrivavo da Delhi. Non avevano neppure idea su come aprire il motore. La prima cosa che hanno fatto è mettere sotto carica la batteria, che nelle Enfield è il punto debole. Poi si è messo a piovere e quindi hanno smesso di lavorare perché il loro garage è un semplice pezzo di prato. Dopo un paio di ore per fortuna l’hanno fatto partire, ma secondo me perché si era semplicemente disingolfato. Comunque mentre aspettavo ho fatto un curioso incontro di un tizio strambo, tal Lot Rama Thakur, che propaganda l’identitá e i valori della terra dell’Himachal Pradesh su un website (www.hariomadventures.com) in cui propone nello stesso tempo trekking e un piano di investimenti con la nuova società finanziaria di Reliance. Mentre sorseggiavo l’ennesimo chai mi ha spiegato il kundalini yoga e poi, non so come, è passato a parlarmi dei pregi dell’urinoterapia che molti indiani praticano, a partire dall’ex primo ministro Moraji Desai, ora scomparso. Sostiene che la nostra urina è fatta da Dio e che quindi funziona come pozione miracolosa per qualsiasi problema, dalla pelle alla gastroenterite. Per non essere da meno, mi sono vantata che anche in Italia qualcuno la pratica - non era stato forse Pannella? - e che mio nonno mi diceva che durante la guerra mettevano la pipì sulle ferite in mancanza di disinfettante. Alla fine, prima di salutarmi, mi ha fatto una commossa dedica sul mio taccuino in cui si è firmato come direttore di Hariomadventures specificando il numero e la data di registrazione della sua società.

SH08, Parvati Valley, il biliardo di Khirganga


Spedizione Himalaya 2008, undicesimo giorno, trekking Manikaram- Khirganga

La strada della Parvati Valley termina una decina di chilometri dopo Manikaran, poi si prosegue a piedi. Ho fatto oggi una bella camminata di 20 chilometri, andata e ritorno, verso Khirganga, altro posto legato alle vicende di Parvati e anche questo ricco di acque sulfuree. La passeggiata attraversa un villaggio, costeggia il fiume e poi sale per un paio di ore in una foresta di pini. E’un trekking facile, con me c’erano anche due anziani sikh che andavano scalzi. “Non sono abituati alle scarpe” mi ha detto una ragazza che invece era vestita con un salwar kamise fucsia dai bordi argentati con paillettes come andasse ad una festa. Esattamente come i film di Bollywood dove vedi le attrici ballare con tuniche di chiffon svolazzanti in mezzo al boschi. Il posto è popolare tra gli israeliani, penso solo tra di loro, perché non ho visto altri occidentali. Molti di loro ci vanno per passare qualche giorno o per proseguire il trekking che finisce poi nella Spiti Valley. Usano i portatori o anche i cavalli per le cose pesanti. Il paesaggio è bello, fatto di cascate e ruscelli, ponticelli di tronchi, pinete e fragoline di bosco, di cui ho fatto una scorpacciata. Però non è molto diverso da quello delle nostre Alpi con l’aggravio che qui forse c’è più spazzatura e non ci sono degli chalet, ma orrende baracche ricoperte di latta e teli di plastica blu.

Quando si arriva dopo ore di salita a Khirganga, un plateau con un tempio e delle vasche di acqua sorgiva calda, limpidissima, l’impatto è scioccante. Un piccolo villaggio turistico improvvisato con negozi, bar, ristoranti con televisione e perfino un biliardo!!!

SH08, Parvati valley, i geyser di Manikaran


Spedizione Himalaya 2008, decimo giorno, Kullu –Manikaran.

Approfittando del bel tempo ho deciso di fare una deviazione nella Parvati Valley, la famigerata valle himalaya famosa per la produzione di marijuana. Io non fumo, ma a detta di tutti quelli che si fanno le canne - e qui sono tanti – da queste parti cresce – spontanea? – la migliore ganja dell’Himalaya. Si sentono perfino le zaffate di odore dalla strada. Sarà, però intorno al business dell’erba ci sono storie terrificanti come in tutti i business di droga. Ammetto che non è uno dei posti migliori dove andare, ma la mia curiosità come solito era troppo forte. Me ne sono accorta quando sono arrivata nell’altrettanto famigerato Kasol, ex villaggio agricolo e di pescatori di trote, diventato un’accozzaglia orribile di ristoranti Shiva e guesthouse Shanti e frequentato soprattutto da israeliani come potevo vedere le scritte in ebraico. Ma di turisti non ce n’erano in giro (‘sono ad una festa piú in alto’’, mi hanno detto). In compenso i pochi indiani avevano un aspetto loschissimo. Seguendo i consigli della solita Lonely Planet sono andata a cercare una stanza dove fermarmi visto che era già tardi pomeriggio, ma ho subito capito dagli sguardi allucinati che non era aria. Anche i pochi stranieri che ho incrociato mi sembravano scontrosi. Hanno risposto al mio saluto con uno sguardo desolato che mi ha messo tristezza. Insomma dopo 10 minuti sono scappata da Kasol e ho proseguito per Manikaran (“un posto per indiani”mi hanno detto) che era a due chilometri ma di strada sterrata. Anche qui ho dovuto superare il primo impatto con baracche, scempi edilizi e montagne di spazzatura. E anche subire i soliti pusher indiani che mi volevano vendere hashish appena saputo che ero italiana.
Però questo è un altro posto conosciuto per le acque sulfuree che non sono solo calde, ma sono dei geyser! Ci cuociono il riso, le patate e la verdura. Non scherzo. Ho visto i pentoloni immersi nell’acqua ribollente contenuta in grandi vasche sparse un po’ ovunque lungo le sponde del fiume Parvati, che da il nome alla vallata. A Manikaran, che trae origine da una leggenda relativa all’incazzoso Shiva e a sua moglie Parvati, convivono in perfetta armonia un tempio hindu e una mega gurdwara dedicata a Guru Nanak Dev Ji. Che è un capolavoro, non dal punto di vista architettonico, ma per l’organizzazione. In pratica l’edificio è sospeso sopra il fiume Parvati che ribolle con violenza come l’acqua delle terme, solo che è freddissimo e quindi rinfresca le grandi vasche termali che sorgono quasi allo stesso livello. Altre vasche sono in cunicoli sotterranei dove c’è un effetto sauna, mentre al primo piano ci sono la mensa, le cucine e un enorme stoccaggio di patate, zucche, cipolle e verdure che vengono bollite grazie alle terme. Come è tradizione nelle gurdwara, i templi dei sikh, il cibo è gratuito. Si fa una donazione, che è però volontaria. Anche a me hanno offerto un piatto di thali, ma io ero troppo interessata a cercare la vasca riservata alle donne. L’ho trovata sull’altra riva del fiume coperta da un telone. Era come una piscina ed era deserta! Bellissimo, con l’acqua mitigata da quella fresca del torrente, che bagno…fantastico.

SH08, Kullu, primi dubbi sull'itinerario

Spedizione Himalaya 2008, nono giorno, Mandi-Kullu.

Sto seguendo il fiume Beas che scorre dentro una profonda vallata. La strada per Manali è assolutamente facile e superbattuta. Però ci sono degli scorci e vedute molto suggestive. Mi sono fermata per ben due volte per scrivere un pezzo sull' uccisione di un sacerdote cattolico in Nepal e un altro sul governo indiano in crisi per la questione dell’accordo nucleare con gli Usa. Quindi sono stati 60 km tormentati. È stato però divertente tirare fuori il laptop in una baracca dove mi ero fermata a prendere un chai tra lo sguardo stralunato dei camionisti di passaggio. Dopo un minuto avevo un pubblico di almeno trenta persone. Me ne sono andata su per una mulattiera e ho concluso il lavoro lí davanti a capre e vacche.
Il tempo è decisamente migliorato, c’è un sole cocente come in pianura e l’aria tersa da montagna. Un po’ mi è quasi dispiaciuto lasciare Mandi, con i suoi templi e le sue gurdware. E soprattutto i suoi divertenti sikh. Una ragazza che ho incontrato vicino a un bellissimo tempio scolpito in pietra, stile Karnataka, che si trova in mezzo al fiume, mi ha detto che quelli con il turbante bianco sono di casta alta, quelli con il turbante blu di casta intermedia e gli altri neri-marroni sono i più bassi nella scala sociale. Mi ha stupito che tutti avessero un ottimo inglese.
Sono arrivata a Kullu nel tardo pomeriggio, mi sembra un posto senza nessun tipo di attrattiva. Sono riuscita a trovare una nuova mappa dell’Himachal Pradesh nell’ufficio turistico locale. Come ogni spedizione che si rispetti dovrei prima o poi fare l’itinerario. Piú guardo la Manali-Leh e più mi spaventa l’idea di attraversare i 5000 metri con uno scooter. Vediamo. Oggi intanto vedo un altro italiano che è nei guai con la giustizia.

SH08, la marijuana davanti al carcere di Mandi

Spedizione Himalaya 2008, Mandi, ottavo giorno

Qualcuno me l’aveva detto, ma era veramente difficile crederci. Invece è tutto vero: davanti al carcere di Mandi crescono lussureggianti cespugli di marijuana. E’ forse una sorta di contrappasso per i detenuti che per la maggior parte dei casi sono dentro per storie di droga? Stamattina sono andata alla prigione, una palazzina grigia, tra case e negozi, dove sono rinchiusi da oltre un anno due italiani con l’accusa di traffico di hashish. E’ una storia torbida da cui spero possano uscire il più presto possibile prima che il carcere li segni per sempre nel fisico e nella mente. Ho anche fotografato le pianticelle di ganjia, come viene chiamata in India l’erba da fumare che cresce (spontaneamente?) nelle vallate più a nord verso Manali e nella famosa Parvati Valley.
Mi chiedo spesso, nella mia assoluta ingenuità, perché - pur essendo più che risaputo che queste zone riforniscono mezza India di hashish - nessuno abbia mai avuto il coraggio di fare o dire qualcosa. Per nessuno intendo chiaramente le autorità indiane. Dicono che la polizia è corrotta, che sarà pur vero, ma è un gioco delle parti perché in fondo fa comodo a tutti, spacciatori e consumatori. Certo ci sono grossi giri di soldi e forti interessi, ma non siamo in Colombia, almeno cosi mi sembra, poi magari mi sbaglio. Non conosco la realtà del narcotraffico indiano. Mi è capitato di parlare con dei ragazzi italiani a Goa che si ‘’riforniscono’’all’ingrosso Manali d’estate per poi vendere d’inverno al dettaglio sulle famose spiagge dello sballo. Poi ho parlato con un ragazzo di Manali, che mentre pascolava le vacche, “’faceva’’ l’hashish che si ricava strofinando le foglie di marijuana con le mani e riducendole a dei salamini oliati e marroni. Non avevo mai visto il procedimento e, per curiosità giornalistica, gli avevo chiesto di mostrare come faceva. Ho anche provato, ma non è venuto granchè. Il tizio vendeva poi il prodotto appena fatto e probabilmente non aveva la minima idea che stava facendo qualcosa contro la legge. Ma a parte questi episodi limitati, non ho assolutamente idea se la produzione sia concentrata in cartelli della droga o se ci sian un sistema di piccole imprese, per dirla secondo una terminologia economica.
A Manali la marijana cresce, forse qui spontaneamente, nelle aiuole e sul ciglio delle strade insieme alle ortiche e altre erbacce. Praticamente in tutti i classici posti per turisti fricchettoni, da Paharganj a New Delhi, a Varanasi, per non parlare di Jaipur e di Goa, ti fermano per strada per offrirti la charas (hashish), in particolare quando scoprono che sei italiano. La cosa mi infastidisce tremendamente tanto che di solito reagisco male e gli ricordo che stanno facendo qualcosa di illegale. Ma si mettono a ridere, ovviamente. Evidentemente la domanda c’è eccome e gli italiani sono tra i primi della lista degli acquirenti. Secondo me sarebbe ora di cambiare questa opinione, ma qui rischio di passare per bacchettona.

SH08, Chindi-Mandi, in solitaria per 100 km

Spedizione Himalaya 2008, settimo giorno, Chindi-Mandi

Per un’intera giornata sono stata nel mondo extra Lonely Planet. Non so quante vallate ho attraversato con la stessa sequenza di salite lungo i fianchi della montagna, falsipiani in cima con tempio, discese (che facevo a ruota libera) tra boschi e pinete, poi una piccola cascata, il villaggio, occasionalmente qualche risaia, delle donna con vacche e capre al pascolo e altre donne che stendevano i panni sull’aia di case bianco-blu, operai seduti con i badili infangati e altri intenti a spostare tronchi. Ho esordito con il mio primo passaggio nel fango, con lo scooter che slittava e i miei scarponi completamente affondati nella melma.
La faccenda si fa sempre più difficile mano a mano che salgo a Nord ovviamente, però il mezzo tiene bene come direbbe un campione di rally. Da quando ho poi cambiato la gomma va su che è uno spettacolo. Non so se è per via delle frane in strada o perchè è un tratto decisamente poco battuto dai turisti, ma praticamente ho viaggiato quali sempre in solitudine. Arrivata alla strada nazionale per Mandi, dove mi trovo, non è stato facile abituarsi al fumo e al rumore dei camion.
A Mandi , città punjabi più che himalayana, ho avuto una spiacevole esperienza che mi ha messo di cattivo umore. Stavo per imboccare la stradina privata che porta all’hotel, Raj Mahal Hotel, molto curato e con un bel giardino, quando un gippone mi ha strombazzato dietro. Irritata ho fatto segno di passare. Il tizio si è fermato davanti in segno di sfida nonostante stavo per asfissiare per i gas di scarico. “’Questo e il mio paese”’ ha risposto alle mie proteste con una strafottenza che non avevo mai visto in India. Mah, ci sono rimasta davvero male.

SH08, il meleto del signor Gopal


Spedizione Himalaya 2008, sesto giorno, Tatapani-Chindi

Mi sono svegliata di nuovo con la pioggia. I fumi delle acque sulfuree si confondevano con quelli della foschia con un effetto surreale. Il cielo si è schiarito solo dopo 4 ore quando insieme a Kushal, il nipote del proprietario dello Spring View Hotel sono andata a cercare una gomma nuova nel mercato oltre il fiume per affrontare strade che già mi immaginavo piene di fango e detriti. Mi ha portato a bordo della sua nuova Royal Enfield super opzionata e superammortizzata. Lui affitta anche le moto. Gli ho proposto di organizzare tour in scooter, meno macho della Enfield, ma sicuramente più originale, più divertente e secondo me più comodo.
Quando avevo già il mio pneumatico Ceat (da buona piemontese…) sotto il braccio, si è verificato un curioso e inaspettato fuori programma del mio accompagnatore che mi dice aspetta un attimo e si infila in un bugigattolo che poi ho scoperto essere un dentista. E’ riemerso 40 minuti dopo con la guancia gonfia, si era fatto curare una carie, mi ha detto mentre lo guardavo sbalordita.
Comunque insomma alla fine sono partita e sono entrata ufficialmente nel mondo sconosciuto e misterioso che sta al fuori della Lonely Planet. In effetti è stato un salto nel buio se non altro perché tre cartine geografiche da me consultate indicavano nomi, posti e strade diverse. Come immaginavo la strada in alcuni punti era bloccata dalle frane, ma con la moto si riusciva a passare, per fortuna. Ho visto anche un bus più tardi. Sapevo che c’era una guest house dell’Himachal Pradesh a 40 km, ma era al di sopra del mio budget. A due km, in un posto che si chiama Chindi, ho invece trovato il Gopal “’Apple Valley Resort”, una palazzina a due piani, appena inaugurata, ma molto carina, se non un po’ rumorosa almeno le stanze vicino alla reception. E inserita in un meleto, il proprietario è il fattore, ha una ventina di famiglie alle dipendenze e vive su una collina coltivata a mele che ha battezzato Lovers Hill. Ma il personaggio più curioso è il gestore, un neo pensionato dell’ufficio turistico dell’Himachal Pradesh, che ha preso molto sul serio il suo ruolo di general manager, come si vede da una mega targa all’ingresso. Sette figli, tutti sposati, ora si diverte con un cucciolo di Cocker Spaniard che si tiene in braccio come un cane da passeggio. Dopo avermi presentato la moglie e la cognata, esaltato le virtù del posto e chiesto della mia situazione familiare si è sbottonato: sono la prima turista straniera dell’Apple Valley Resort.

SH08, viva le terme sulfuree di Tatapani


Spedizione Himalaya 2008, giorno quinto. Shimla-Tatapani.
I miei propositi di partire di buon ora si sono infranti con un diluvio che all’alba si è abbattuto su Shimla con una violenza tale che pensavo franasse tutto giù. Ho messo il naso fuori dall’ostello solo alle 12 quando il cielo si è schiarito e finalmente mi sono rimessa in viaggio indossando praticamente tutto quello che avevo nello zaino. Per fortuna sono riuscita a trovare una giacca impermeabile per bambini, taglia forte, che mi sta a pennello. Uscire da Shimla è stato come uscire da Milano la vigilia di Ferragosto. Con l’aggravio di un asfalto lavato via dalla pioggia. Insomma un disastro per orecchie, polmoni e sistema nervoso. Però, poi come spesso succede in India improvvisamente tutto si è risolto nel modo migliore possibile. Gli indiani sono riusciti a negare la legge dell’entropia che se non sbaglio dice in natura tutto tende al caos. No qui l’assioma è che il caos insito nella natura segue una sua direzione e prima o poi si trasforma in ordine. Insomma é uscito il sole e il caldo, ho fatto 50 chilometri fantastici, tra il verde di campi da golf, foreste di pini, paesaggi bucolici, panorami mozzafiato, caprette al pascolo e profumo di giacinti. Incontrando sì o no 4 o 5 veicoli. Per fermarmi poi in un villaggio, segnalato dalla Lonely Planet, ma troppo fuori rotta per i turisti della domenica, che si chiama Tatapani, del tutto anonimo se non fosse perché sorge in una zona termale. Per me - che già non ne potevo più del mio abbigliamento pseudo-himalayano - era un richiamo troppo forte per resistere. Finalmente con le ciabatte e in maglietta mi sono concessa un pomeriggio di bagni nelle acque sulfuree sul greto del Sutlej - che non è un ‘torrente di montagna” come pensavo quando l’ho visto scorrere in fondo alla vallata, ma è uno dei principali tributari dell’Indo. Insomma un signor fiume che nasce in Tibet, attraversa un paio di vallate in India, continua in Pakistan e finisce nel mar arabico. Adesso che si stanno sciogliendole nevi, le sue acque sono di un marrone scuro e posso sentire da qui la sua voce. Mi trovo in una delle due guesthouse di Tatapani, “Spring View Hotel” che è gestita da un ragazzo il cui zio si è accasato a Cremona con un’italiana (che da turista era venuta qui!!!!). Lei fa l’insegnante di ginnastica e lui ha un centro di ayurveda in cui pratica anche il ‘bagno del fieno” come leggo da un biglietto da visita che mi ha prontamente allungato il nipote. Hanno tre figli. Il ragazzo organizza anche viaggi in Enfield per i turisti che lo zio gli manda. “Ma pochissimi italiani vengono qui” mi dice. Scopro poi, con un certa angoscia, che tra pochi mesi il posto in cui mi trovo sarà sommerso dal fiume per via di uno sbarramento più a valle per fare una centrale idroelettrica. Quindi spariranno anche i soffioni che sbucano sulle sponde. ’’Ma non è un problema, qui basta scavare e l’acqua viene su di nuovo’’ mi tranquillizza. A quanto pare l’intera area è caratterizzata da attività geotermica, molto frequente tra l’altro nell’Himalaya. Aggiunge poi che con i soldi del risarcimento statale sta costruendo un hotel ultralusso con spa, piscina, ecc. Avevo visto lo scheletro di cemento da lontano. Insomma Tatapani come le terme di Salsomaggiore. Per ora mi godo l’energia positiva del posto, come direbbero i miei amici fedeli di Osho, che in effetti c’è in questi vapori bollenti che arrivano dalle viscere della terra e che rendono tiepide le gelide acque dei ghiacciai.

SH08, sosta a Shimla, buen retiro degli inglesi


Oggi mi sono dedicata alla preparazione fisica e all’adattamento climatico approfittando che a Shimla fa un freddo cane, è già oltre i 2000 metri e sorge su un ripidissimo costone di montagna. Ho camminato un po’ su e giù con gli scarponi che non indossavo da un anno andando alla ricerca di tutti i simboli coloniali di questo buen retiro degli inglesi. Il tempo è veramente atroce. La città sembra sospesa tra le nuvole. Sei come avvolto in una bolla di vapore acqueo. Veramente deprimente. Il sole è comparso per qualche secondo, troppo breve anche per una foto, quando mi trovavo a visitare il palazzo dei vicerè britannici, il “viceregal lodge”, che forse per nostalgia della foschia londinese avevano scelto questo posto come residenza estiva fin dal 1888 quando fu costruito. Dopo l’indipendenza, è diventato il palazzo estivo del presidente indiano e quindi nel 1964, dopo l’invenzione dei condizionatori, è stato trasformato in un prestigioso istituto di studi sociali e umanistici. Ha un po’ l’aspetto di un castello scozzese e con la nebbiolina di oggi mi ricordava il film Highlander, l’ultimo immortale…. Dentro è tutto in tek con elaborati soffitti in stile kashmiro come spiegava una guida molto in gamba. Qui è stato firmato l’atto della Partition tra India e Pakistan nel 1947. Ci sono delle bellissime foto d’epoca del Mahatma, magrissimo, salutato dalla folla, e di Nehru, a cavallo, davanti all’ingresso. E poi di lord Mountbatten seduto a un tavolo rotondo, che è ancora qui, ma non si sa è l’originale, insieme a Jinnah, allo stesso Nehru (che si era innamorato della moglie di Mountbatten) per la storica firma. Tra queste mura si è svolta anche la “conferenza”’ di Shimla nel 1945.
Visto l’inutilità dei punti panoramici, sono poi andata nel vicino museo statale dell’Himachal Pradesh che contiene la famosa lettera del Mahatma a Herr Hitler, Berlin, Germany, (non so se è veramente l’originale, sembrerebbe) scritta il 27 luglio 1939. “It is quite clear that you are today the one person in the world who can prevent a war which may reduce the humanity to the savage state. Must you pay that price for an object however worthy it may appear to you to be? Will you listen to the appeal of one who has deliberately shunned the method of war not without considerable success? Anyway may I anticipate your forgiveness if I have erred in writing to you”. Impressionante, vero?
Per completare la mia immersione nel Raj britannico, ho preso per divertirmi il trenino e sono andata nella prima stazione in basso a 11 chilometri. Ero nella carrozza “ladies only”’ in coda e quindi dal finestrino vedevo tutto il trenino quando curvava passando degli strapiombi pazzeschi. Peccato che non si vedeva nulla in basso o in alto se non una spessissima coltre di nebbia. Il trenino tra le nuvole con dei minipassaggi a livello, minigallerie, ministazioni che sembrano costruite con il traforo. Immaginavo quando le mogli degli ufficiali e dei funzionari inglesi scendevano con le ampie gonne e l’ombrellino di pizzo…
Per finire il riscaldamento sono salita al tempio del dio scimmia Hanuman, il monkey temple o Jakhu temple, che sovrasta Shimla a 2455 metri. Ho raccolto la sfida di un cartello all’inizio della strada, secondo il quale se uno saliva in 30 minuti era “absolutely fit”. Ce l’ho fatta e quello è stato il momento più esaltante della giornata. Ho perfino fatto un’offerta al bramino che mi ha impresso sulla fronte la benedizione di Hanuman che da ora in poi veglierà sulla spedizione Himalaya 2008.

SH08, Shimla, non c'è la neve ma quasi


Il primo impatto con l’Himalaya è stato traumatico. Ero appena uscita da Chandigarh, delirio urbanistico franco-elvetico di Le Corbusier, che la strada ha iniziato a salire. Dopo una decina di chilometri mi sono apparse le montagne all’orizzonte, con le cima immerse in minacciosi nuvoloni grigi e in uno spesso strato di foschia. Sono andata in panico. Mi sono fermata in un negozio a chiedere una giacche a vento e pantaloni impermeabilizzati. Poi sono andata alla ricerca di pneumatici da pioggia. Le gomme del mio scooter sono lisce, prima o poi bucherò, lo so, a Delhi mi capita una volta alla settimana, figuriamoci sulle strade himalayane! Verso le tre del pomeriggio sono entrata nello stato dell’Himachal Pradesh. Lo si è capito subito dalla quantitá di frutta che vendono a bordo della strada. Mi sono anche fermata a bere il famoso succo di mele. I primi tornanti li ho fatti a venti all’ora con il terrore che il motore non ce la facesse. Devo dire che ha retto benissimo, più di me che dopo mezzora di montagna, quando ha iniziato a piovigginare, avevo già indossato l’intero mio equipaggiamento alpino consistente in una felpa, una giacca di cotone e dei guanti da palestra. Orrendo. Penso di avere rischiato il congelamento quando ero a 20 km da Shimla, che ho scoperto è a oltre 2000 metri e non ‘’in collina’’ come pensavo io. Il dramma è che la gente era tranquillamente in mezze maniche. Forse sono ormai troppo abituata al caldo umidiccio dei 35-40 di questi ultimi due mesi? Può darsi, ma qui a Shimla ho indossato gli scarponi completando così la trasformazione in creatura himalayana o yeti.
La montagna per arrivare a Shimla, che era praticamente la colonia estiva degli inglesi - ci hanno costruito pure un’impervia ferrovia che insieme a quella di Darjeeling, a est, è diventata celebre tra i turisti – è devastata da un’eccessiva antropizzazione come direbbero gli esperti. E’ zozza, perché non viene raccolta la spazzatura, violentata a livello edilizio e senza nessun carattere uniforme, se non quello dei tratti somatici degli uomini e donne dell’Himachal, con i loro “kullu cap”. Non mi ha mai impressionato questa parte dell’Himalaya che somiglia molto a un paesaggio alpino, ma senza mucche con il campanaccio e molto più sovraffollato. A proposito, sembra che a Shimla, ci sia mezza popolazione del Punjab e anche mezza Delhi. E’ il periodo di massimo affollamento. La strada pedonale principale, il Mall, era avvolta in una nuvola di freddo e vapore, ma si faceva fatica a passare. Ci sono migliaia di famiglie con torme di bambini, non riesco a capire dove alloggiano tutti. Ristoranti sono stracolmi e i parcheggi sottostanti l’area pedonale anche. Alle sei quando sono arrivata c’era un grande ingorgo di auto, parcheggiatori, quelli che ti trovano le camere e facchini. Un inferno a 2000 metri. Tanto che la città non ce la fa con l’acqua e i rubinetti in molti hotel sono a secco. Io per fortuna mi sono fatta una doccia calda qui al YMCA, di solito una garanzia, che sorge a fianco della chiesa gotica illuminata di notte. E’ però impressionante il silenzio assoluto, quello della montagna, mi ci devo ancora abituare…

SH08/Chandigarh, ecco dove è la nuova India


Quelli che le spedizioni (SH08 sta per Spedizione Himalaya 2008, adesso farò anche un logo) le fanno sul serio direbbero ‘’oggi ci siamo sparati 200 chilometri”. Invece io dico che dopo essere partita da Panipat e fermata a pranzo a Karnal, dove confluiscono i cereali prodotti in Haryana e in Punjab, mi sono appisolata sul ciglio di una risaia spaparanzata sullo scooter con i piedi sulla ruota di scorta. La scorsa notte non ho dormito a causa di un rumorosissimo generatore sotto la finestra che entrava in azione ogni mezzora e che - non scherzo - faceva tremare il letto. Pensare che avevo rifiutato la camera ‘superdelux”’ perché si affacciava sulla strada e avevo scelto invece la “’delux”’’all'interno che mi sembrava più tranquillo. Nel dormiveglia mi sembrava di viaggiare dietro un camion gigantesco senza poterlo mai sorpassare. La corrente da queste parti è davvero alternata nel senso che va via e ritorna ad intervalli regolari. Come se non bastasse poi la mia vicina di casa a Delhi mi ha chiamata alle 3 e mezza per dirmi che avevo chiuso dentro il cortile un cane di strada, Ringo, che ho recentemente adottato. La povera bestia si era probabilmente messa dietro un vaso per sfuggire alla calura e quando sono partita non me ne sono accorta e l’ho chiuso dentro!!!! Dopo un po’ nella notte lui si è messo ad abbaiare come un matto svegliando l’intero vicinato.
La Trunk Road oggi però era decisamente meno divertente, l'ho lasciata al bivio per Amritzar dove si ferma al confine con il Pakistan. Per chilometri non ho visto altro che campi di riso, pioppeti, alveari, bufali pieni di fango e trattori nuovi di zecca. A differenza del Sud qui l’agricoltura è completamente meccanizzata. Haryana e Punjab, dove sono entrata verso le 5 e mezza dopo la pennichella e svariate soste per il chai e sigaretta, sono i veri granai dell’India. La terra è supersfruttata e piena di pesticidi. Qui c’è un’incidenza di tumori da far paura, ogni tanto la stampa fa qualche inchiesta, ma non sembra interessare più di tanto. L’autostrada è ben asfaltata e ci sono siepi di oleandri tra le carreggiate. Se non ci fosse ogni tanto qualche camion che ti arriva in contromano e risciò stipati di gente con il turbante, potrebbe somigliare a un’autostrada europea.
Mi trovo ora a Chandigarh, la capitale costruita da Le Corbusier che secondo me era un grande appassionato di Lego. È la negazione di qualsiasi cosa indiana. Geometrica, armoniosa anche se non mi piacciono tutti 'sti casermoni di mattoni, e poi pulita e ordinata. Pazzesco. E’ pure smoking free, vfoetato fumare nei luoghi pubblici, come avverte un cartello all’ingresso della città dove campeggia sopra la strada un cartello ''Welcome to Chandigarh, the ciy beautiful". Chissà se è voluta quell'inversione di aggettivo. Non ci sono neppure gli autorisciò. Non ho visto una vacca o un cane randagio. Il settore 17, che è il “centro”, dove ho trovato un hotel abbastanza decente,è ancora più impressionante. I marciapiedi sono puliti, ci sono negozi di tutte le marche compreso un megastore Benetton, la gente fa il passeggio serale senza rischiare di essere stirata sotto un'auto. Non si sente neppure una clacsonata, ma solo le risate dei bambini intorno a delle fontane-sculture luminose. E’ la giovane classe media, vestita all’occidentale, con il portafoglio pieno e tanta voglia di fare le cose che prima poteva fare solo a Londra. Addirittura ho visto un supermercato con la cantinetta dei vini!!! A Delhi se lo sognano….Mi chiedevo mentre camminavo a bocca aperta, e se non ci fosse stato Le Corbusier?

Spedizione Himalaya 2008, prima tappa Panipat


Esattamente un anno dopo mi ritrovo on-the-road-again per i prossimi due mesi. Ho deciso di salire a Nord verso quell’Himalaya che continua ad affascinarmi con le sue leggende di Shangri-la perdute, di superstiti tra gli ariani e di pseudo tombe di Gesú Cristo. Se poi ci aggiungi i tibetani con il loro corollario di mantra e di stupe e il paesaggio lunare del Ladakh, beh…non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Sono stata l’ultima volta due anni fa in autostop, questa volta però ho voluto aggiungere un po’ più di avventura. Sono partita con il mio scooter, un Honda Activa automatico, di seconda mano che conosco come le mie tasche e a cui sono anche un po’ affezionata. Se non ce la fa vuol dire che l’avrò portato a morire nell’Himalaya, che per uno banale scooter targato Delhi non è poi così male…Dopo aver visto la deludente partita della nazionale al ‘Bar Sport”’ dell’ambasciata, uno dei ghiotti piaceri della vita di noi “emigranti” e aver scritto un pezzo sul tifone delle Filippine, ho caricato uno zaino e preso uno stradario dell’India. Ho fatto il pieno e sono partita per la spedizione Himalaya 2008. Senza nessuno che mi salutasse se non i vicini che mi guardavano perplessi scrutare la cartina geografica seduta sullo scooter fuori il cancello. Ahimé dopo sei anni e passa a Delhi, non ci so ancora uscire. Andando a naso a Nord, mi sono diretta verso il Forte Rosso e poi da lì mi sono persa nel campus della Delhi University. Ridendo tra me e me pensando alle mie ambizioni himalayane, a forza di chiedere indicazioni sono riuscita a imboccare la famigerata Trunk Road, la nazionale numero uno che attraversa uno degli hinterland più devastati al mondo. Non c’è immaginazione dantesca capace a spiegare l’accozzaglia di bipedi, quadrupedi, sgangheratissimi autorisciò, baracche di lamiera e cartelloni pubblicitari di whisky. Sì, perché una delle immagini più frequenti della Trunk Road, TR per i locali, sono i wine shop anzi gli “English Wine Shop”. Il tutto su una strada che mi ha preparato ad affrontare la fatidica Manali Leh, per metà sterrata, tra vallate a 4-5 mila metri. Sono poi rimasta sconvolta dall’’avanzamento dei lavori della nuova linea della metro, lo sky line, che corre come un serpentone di cemento in mezzo alla strada contorniato da migliaia di omini dal casco giallo. Giuro che fino a pochi mesi fa non c’era nulla. E’’ lo stesso che a Gurgaon, è emersa da un giorno all’’altro, come se i suoi pilastri sbucassero dal sottosuolo. Avrei voluto fermarmi per vedere se ne vedevo emergere uno.
Dopo un paio d’ore sono finalmente uscita dalla metropoli e ho superato la soglia di non ritorno, ovvero quel limite in cui hai non ha più senso tornare a casa. E’ lì che inizia il viaggio, come quando la barca lascia gli ormeggi. Sei giá in navigazione anche se vedi ancora la costa. Lo scooter, la moto in generale, ti permette di vedere un sacco di cose che non puoi vedere con il bus troppo veloce o a piedi, troppo piano. Per esempio sono passata da Azadpur che è il gigantesco mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Delhi, non me ne ero mairesa conto che era qui. Passando vicino ai cancelli si sentiva nell’aria il profumo delle cipolle e dei manghi.
Comunque nei miei primi eroici 65 chilometri lo scooter ha tenuto bene anche all’ultima mezzora di strada di notte con trattori e biciclette contro mano. Mi trovo ora a Panipat, nello stato dell’Haryana, che si studia sui libri di storia per una celebre battaglia contro gli inglesi. La corrente va via ogni mezzora più o meno. “È colpa di Delhi che se la piglia tutta” mi spiega abbastanza irritato un ristoratore dopo avermi servito shish kebab di pollo e butter naan. Mah, mi piacerebbe scrivere di questa rivalità tra stati indiani. Invece domani dovrò scrivere dei gorkha e di Darjeeling, dove ero l’anno scorso e di cui non interessava nulla a nessuno. Da lá mi ricordo mi occupavo di Pakistan. Ma verrá mai il momento in cui riusciró a scrivere sui posti dove mi trovo e non essere perennemente dissociata nella dimensione spaziale?

BREAKING NEWS - E' arrivato il monsone!


Con circa tre settimane di anticipo oggi è arrivato il monsone a New Delhi. Un temporale all’alba e poi pioggerella costante ininterrotta da domenica uggiosa. Questo è il mio settimo monsone indiano e devo ammettere che ormai ho iniziato a capire i segni del suo arrivo. Senti come se il cielo ti schiacciasse, ti prende uno strano nervosismo e irritabilità, non è solo l’umidità appiccicaticcia che ti blocca il respiro, ma una sensazione soffocante, claustrofobica. Stanotte ho dormito con la porta aperta sul cortile. Mi sentivo schiacciata dalle mura, dalle case del quartiere e dall’intera città. Mi ricordo un po’ di anni fa, ero sempre a Delhi, sono corsa in strada per cercare da qualche parte la linea dell’orizzonte, come una via di fuga.
L’anno scorso invece quando è arrivato il monsone mi trovavo sul Gange, a Varanasi. Mi ricordo il cielo che si è oscurato, per qualche istante sembrava che l’intero pianeta trattenesse il respiro. Poi un leggero vento, già fresco, ha cominciato ad agitare il fuoco delle pire e i lembi delle vesti bianche delle famiglie in lutto. Pochi istanti un boato, il primo tuono. Il volto dei becchini, di solito assente, ha cominciato ad assumere un’espressione divertita. Fuggi fuggi di turisti sotto le tettoie dove si tiene la legna per le cremazioni. Sono rimasta sulla terrazza a lasciare che quel vento elettrico mi penetrasse. Che energia. Poi le prime gocce, piene di sabbia e cenere. Sempre più grosse. Lasciavano una grossa chiazza sulle pietre bollenti dei ghat. L’eccitazione era ormai palpabile tra le decine di becchini e bramini impegnati nella loro incessante e millenaria catena di montaggio della sepoltura. Disponi i ceppi, immergi il cadavere nel fiume, aggiungi altri ceppi, riprendi il corpo e adagialo sulla pira, ricoprilo di altri ceppi, accendi il fuoco, fai i rituali, sposta i ceppi mano mano che bruciano, riattizza il fuoco se si spegne…sempre così giorno e notte.
Quando si aprono le cateratte del cielo, un grido di gioia si è levato intorno alle pire. “Piove!!!!” hanno esultato con un boato da stadio. Liberandosi degli stracci che tengono intorno alla testa correvano felici sotto la pioggia fino a una casupola. Li vedevo accendersi i bidi, le sigarette indiane fatte a mano, ridendo come bambini. Penso anche ai milioni di indiani che oggi a Delhi hanno salutato allo stesso modo il nuovo monsone che quest’anno si prospetta abbondante. Un sollievo anche per l’economia, che al contrario di quanto si pensa non dipende dai computer di Bangalore, ma dal cielo…e da un buon raccolto.

Non è che forse il Taj Mahal è stato costruito dai marziani?


La scorsa settimana ho preso un treno e sono andata ad Agra, l’ex capitale del regno mughal e città del Taj Mahal. Il viaggio dura solo tre ore, ma è più che sufficiente a ricordarti che l’India non è esattamente quella che Armani o Louis Vuitton si aspettano di trovare, almeno per ora. Agra è sempre uguale, come quella descritta nel 1965 dallo scrittore indiano Ruskin Bond in un suo diario di viaggio. Sono andata a rileggere quel passo in cui si ferma a parlare con un bambino che è figlio di un giardiniere e che da quando è nato ogni giorno vede il celebre mausoleo. “Io lo vedo per la prima volta, tu sei molto fortunato” gli dice. E lui risponde: “Se tu vieni qui una volta o cento volte è lo stesso, non cambia”. E poi: “Mi piace vedere le persone che vengono qui. Loro sono sempre differenti”.
In effetti, anch’io che l’ho visto tante volte, non mi fa più lo stesso effetto. Però mi colpisce sempre la sua totale estraneità con il paesaggio circostante. Ancor di più ora, che i suoi marmi sono stati sbiancati e lucidati e hanno perso la patina del tempo. Sembra costruito appena ieri e non oltre 350 anni fa. Seduta sui gradini di una delle due moschee laterali , mentre il cielo diventava violaceo per l’arrivo dell’ennesima bufera di vento, ho pensato perfino che non poteva essere un’opera umana. E’ troppo perfetto anche per la cristallina astrazione islamica. Di sicuro è agli antipodi di tutto quello che è indiano o induista. E’ veramente l’opposto del caos colorato e chiassoso dei templi, delle divinità unte di burro e olio di cocco e delle immagini del kamasutra. E’ un edificio tombale, insomma, in un Paese, dove i cadaveri rientrano senza alcuna barriera marmorea nell’ecosistema naturale, come mi ricorda un crematorio che sorge a poche centinaia di metri sulle rive della Jamuna. Non è forse strano che non si conoscano neppure gli architetti? E questa leggenda degli scalpellini che sono stati poi mutilati, raccontata dalle guide turistiche, avrà pur un qualche elemento di verità! Qual è il suo mistero? Più lo guardavo e più mi sembrava completamente fuori luogo, come fosse stato calato dal cielo con un’astronave tipo film di Spielberg. Forse…un regalo (o stazione di spionaggio) dei marziani ? “Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo” l’ha definito il poeta Rabrindranath Tagore pensando al dolore eterno per la caducità umana. Mi è venuto in mente anche Pasolini, nel suo celebre “L’odore dell’India”, 1961, dove scriveva a proposito del mausoleo di Muntaz Mahal: “Un vero gelo. La poesia mussulmana, pratica e insieme antifigurativa, pragmatica e insieme antirealistica, si trova in India come in un mondo non suo. La cadaverica sensualità del paesaggio indiano regge come corpi estranei, nelle sue salgariane radure, i monumenti dei dominatori mussulmani. Chiusi nella loro astratta geometria funzionale, come prigioni ricamate”. Bello eh? Tanto che sui gradini di arenaria bollente mi sono perfino addormentata. Quando ho riaperto gli occhi si era levato un vento fortissimo e mi sembrava che la base del Taj Mahal con i suoi quattro minareti si stesse per sollevare…