L'India misteriosa e il miracolo informatico

Tra le mie ultime sfighe c'e' quella del collasso del mio laptop, forse per i 46 gradi massimi che New Delhi ha toccato un pomeriggio o per le continue fluttuazioni della corrente elettrica. Il portatile, fatto per il mercato italiano, non ci e' abituato. Come, forse, non ci sono abituati gli speaker Ubs Logitech improvvisamente ammutoliti.
L'emergenza digitale mi ha fatto conoscere quello che e' uno dei piu' grandi misteri dell'India. Non i fachiri o il sesso tantrico, ma il boom informatico! Continuo infatti a non comprendere come l'India possa promuovere se stessa come paradiso dell'high-tech. Qualcuno me lo spieghi, per favore.
Se avessi una telecamera vorrei filmare il Service Center dell'HP dove ho portato il cadavere del mio laptop. Ho scoperto che e' a pochi passi da casa mia, ma non l'avevo mai notato. Pensavo fosse un rigattiere o quei posti dove si portano a macerare la carta. Non esiste insegna, ma solo una sbiadita fotocopia su un muro scrostato dove c'e' scritto SERVICE CENTER. Le vetrine sembrano abbandonate da secoli, i muri sporchi e le poltroncine bisunte. Manco la sala d'aspetto della stazione piu' povera dell'India e' ridotta a un simile degrado. Se ci si guarda bene intorno, si capisce che il centro e' nato in origine come Compaq. Poi deve essere successo qualcosa di tremendo. Il tizio alla reception sembra rinchiuso nel braccio della morte tanto e' depresso. Eppure di gente ne arrivava, ognuno con un laptop sotto braccio e tante aspettative come me.
Il responso e' arrivato dopo due giorni. Un ragazzo mi ha mostrato l'hard disk che aveva appena estratto su un bancone da calzolaio. ''Lo senti questo ronzio?''. Io ho fatto segno di si credendo che fosse la risposta giusta. ''E' danneggiato'' ha sentenziato il tecnico senza variare espressione facciale. Non volevo solidarieta', ma almeno due parole di condoglianze. Nulla.
Il giorno dopo ho affrontato il girone infernale di Nehru Place, una serie di palazzoni decadenti dove migliaia persone ogni giorno entrano e escono con ogni tipo di attrezzatura elettronica sulla testa, sulle spalle, in braccio e in mano. Se Dante l'avesse vista, avrebbe aggiunto Nehru Place all'elenco delle bolge magari confinandoci Bill Gates.
Lo show room Dell sembrava un mercato del pesce, quello HP invece va un po' meglio. Ed e' li che il mio nuovo desktop da cui scrivo e' stato portato via sulla testa di un facchino che come Pollicino ha segnato il suo tragitto con ampi sputi rosso-arancioni.
Visto che c'ero, a Nehru Place, sono andata anche a fare una capatina al service center della Logiteck. Trovarlo in fondo a un corridoio dove vendono programmi piratati come alal fiera del paese, e' gia' stata un'impresa. Entrarci sgomitando tra la gente che agita circuiti elettronici come fossero pagnotte, e' stato un miracolo. Il centro e' uno sgabuzzino buio, per giunta maleodorante, con un ''buco'' per ricevere i pezzi difettosi e l'altro per consegnare quelli riparati. Siccome ero gia' abbastanza incazzata, i miei speaker sono passati sopra le teste e finiti direttamente sul bancone pieno di computer che, secondo me, sono fatti con gli e-waste della periferia est di Delhi. Non erano guasti, il problema era il cavetto di collegamento. Ma come si fa a rompere un cavetto dopo un mese? L'unica risposta dal tecnico-robot e' stato: ''i cavi non sono in garanzia, non possiamo sostituirli''. Avanti un altro. E questo sarebbe il ''back office'' del mondo

Tagore, io l'ho scoperto solo in India

L'India ha deciso di dedicare il 2010 a celebrare Rabindranath Tagore, poeta e intellettuale bengalese, nonche' premio nobel per la letteratura nato nel 1861. Da quest'anno si celebra il 150esimo anniversario della nascita. Sono stata nella casa-museo di Tagore a Calcutta in un giorno in cui era allagata per il monsone. Mi ricordo ancora che ero stata costretta a prendere un riscio', gli ''uomini cavallo'' come ci sono ancora a Calcutta. C'era oltre mezzo metro d'acqua e mi sarei bagnata troppo. Sono state solo poche decine di metri fino davanti alla cancellata, ma mi rimarra' per sempre impresso il poveretto che mi ha guadato fino a un posto all'asciutto. A Santiniketan, la citta' d'origine, dove c'era l'ashram, non sono andata, e me ne pento.
Ho scoperto Tagore in India perche' non l'avevo mai studiato al liceo. Per caso una delle prime poesie che ho letto e' anche diventata la mia preferita:

LUNGO MOLTI ANNI
A GRANDE PREZZO
VIAGGIANDO ATTRAVERSO MOLTI PAESI
ANDAI A VEDERE ALTE MONTAGNE
ANDAI A VEDERE OCEANI
SOLTANTO NON VIDI
DALLO SCALINO DELLA MIA PORTA
LA GOCCIA DI RUGIADA SCONTILLANTE
SULLA SPIGA DI GRANO

Trappole per topi


Questa che si vede qui a fianco e’ una trappola per topi ‘Made in India’. E’ una gabbietta (ci sono diverse dimensioni a seconda della preda) con una porta a scatto collegata con una bacchetta a cui si attacca l’esca. Dall’altro lato c’e’ una porta per l’ ‘uscita’. Per catturare il topolino che si e’ intrufolato in cucina ieri sera rovinandomi la serata e’ bastato un pezzo di pane. I topi indiani non vanno a formaggio. Pero’ sono considerati ‘sacri’, almeno dicono. Una volta sono finita anche in un tempio dedicato ai topi a sud di Bikaner, una delle esperienze piu’ traumatiche della mia vita. In effetti, spesso nei negozi mi capita di vederne e nessuno sembra curarsene. Una volta ero al ministero degli esteri e ce n’era uno che faceva capolino dal condizionatore sopra l’impiegato. Nelle fogne si vedono quelli grossi, pelosi e neri, come i maiali che qui non hanno nulla delle rosee tenerezze a cui siamo abituati.
Non ho idea se esistano altre trappole per topi simili nel mondo. Anzi mi verrebbe voglia di fare una ricerca, potrebbe essere interessante anche se magari qualcuno lo ha gia’ fatto.
Comunque e’ abbastanza intrigante la gabbietta acchiappa topi. La domanda che viene spontanea e’: che se ne fa del topo dopo? La risposta l’ho trovata osservando un vicino che una volta e’ uscito di casa e ha liberato il topo in strada. Io non ho mai avuto il coraggio di aprire la porticina di uscita. Una volta ho chiesto aiuto al chowkidar (la guardia di quartiere). Oggi invece, andavo di fretta, e dopo aver spinto fuori la gabbietta me la sono dimenticata sotto il sole. Sono tornata dopo un paio di ore e il topo era stecchito.

Anche l'Onu si e' accorto che ci sono piu' telefoni che cessi

L'altra settimana i grandi pensatori delle Nazioni Unite sono venuti fuori con una notizia banale, ma mediaticamente forte. In India ci sono piu' telefonini che gabinetti. Bella scoperta. Io ci avevo fatto ben due anni fa un post (leggete qui) partendo pero' dal fatto che secondo me c'erano troppi cellulari. Loro dicono invece che ci sono pochi cessi e che bisogna farne di piu'. Come se fosse piu' facile fare una fognatura che comprare una scheda Sim. Propongo di importare qui le vecchie cabine telefoniche da noi obsolete e trasformarle in cessi con il telefono. Provocazione? Vediamo cosa dice il prossimo rapporto Onu...

Ultime notizie dal paese della Tata Nano

Ecco qualche notiziola degli ultimi giorni da questo paese che non finisce mai di stupire

Le Tata Nano stanno invadendo Delhi. Ebbene si’, a due anni dal commovente lancio della topolino che esaudira’ i sogni degli indiani, la Nano ha cominciato a occupare il suo (piccolo) posto nel mostruoso traffico della capitale. Piu’ o meno ogni volta che esco mi capita di vederne una. Segno che le consegne stanno avvenendo, anche se qualcuna ha preso fuoco appena uscita dal concessionario, ma questo e’ un dettaglio…Mentre andavo nella zona diplomatica in scooter, ieri, sono stata superata da una Nano gialla, ancora con i segni della ‘puja’ sul cofano e i sedili incellofanati. Come me, anche gli altri automobilisti curiosi la stavano osservando avidamente. Ho notato anche una certa reverenza. Nel senso che le e’ stata data la precedenza e si sono anche mantenuti a una certa distanza (non so se per via del rischio che prenda fuoco come e’ successo…). Secondo me la Nano, almeno per ora, gode di un certo rispetto nella giungla d’asfalto.

Fa caldo come non faceva da 50 anni ad aprile. E’ quello che ho letto sui giornali oggi mentre stoicamente mi imponevo di fare colazione fuori sotto il sole ‘primaverile’. E’ vero. Delhi ribolle a 42 gradi o piu’ a seconda di dove si misura la temperatura. Qualche grado in meno la notte. A me piace questo calore, non uso nemmeno l’aria condizionata, ma solo il ventilatore. L’unico problema e’ surriscaldamento del laptop che cerco di ridurre con del ghiaccio sintetico, rimasuglio di una vecchia borsa frigo che usavo per la Pasquetta. In citta’ e’ chizzata la vendita di angurie e anche purtroppo la frequenza delle interruzioni di corrente (che pero’ permettono al mio laptop di raffreddarsi).

Il flop del vettore con motore criogenico. L’altro giorno gli scienziati indiani hanno lanciato un razzo con un sistema di propulsione fatto da loro con tanta fatica perche’ non e’ facile reperire certa tecnologia con pochi soldi (e senza spie). Il ‘Cape Canaveral’’ indiano e’ un isola sulla Baia del Bengala. Avevo scritto una notizia e stavo seguendo la partenza in diretta sul canale CNN IBN. Il razzo era uno di quelli giganteschi e portava un grosso satellite per le comunicazioni, anche quello orgoglio della scienza indiana. Quando e’ partito ha lasciato dietro una enorme scia di fuoco e fumo. Dalla sala di Cape Canaveral tutti si sono alzati in piedi e hanno applaudito. Dopo un paio di minuti vedo pero’ che la scia di fumo in cielo prende una piega storta. La Tv inquadra gli scienziati chini sui computer. Qualcuno scrolla la testa, altri confabulano. La commentatrice televisiva ipotizza che ci puo’ essere un problema. Sotto le immagini compare una scritta BREAKING NEWS: TROUBLES? Tutti quanti, me compresa, tratteniamo il fiato. La scia e’ sempre piu’ storta. Uno scienziato parla di ‘deviazione’, poi subito dopo dice che ‘’e’ stato perso il controllo’’. A quel punto vado in panico. Dove cadra’? Un collega che mi chiama al telefono mi dice di guardare fuori dalla finestra…Intanto gli scienziati confermano di aver perso il controllo del razzo a causa del malfunzionamento di due motori. E poi annunciano che il test sara’ compiuto di nuovo tra anno!
Dopo parecchie ore scopro finalmente che il costoso razzo con il suo altrettanto costoso satellite e’ finito in mare. Immagino lo splash, spero non abbia centrato nulla. Immagino si trovi negli abissi dell’oceano con il suo decantato motore criogenico e le altre diavolerie elettroniche. Un tesoro negli abissi. Chissa’ se qualcuno lo andra’ a recuperare? Per i riciclatori di e-waste vale un fortuna. La stampa indiana naturalmente tace anche su quanti soldi sono stati buttati a mare.

Prove di asfalto. Con i giochi del Commonwealth, che saranno a ottobre. La citta’ e’ un inferno di cumuli di terra, macerie, cantieri edilizi e polvere, tipo quella vulcanica islandese, ma piu’ bassa. Una devastazione da cui solo un paese come l’India - dove tutto (ma proprio tutto) e’ possibile - puo’ venirne fuori. Qualcosa pero’ e’ gia’ cambiato. Da casa mia al Khan Market, noto posto di ritrovo per stranieri a sud Delhi, non ci sono quasi piu’ buche. Me ne sono accorta l’altro ieri quando mi sono stupita di come lo scooter filasse liscio sull’asfalto. Ovviamente, e lo sottolineo dieci volte, sto parlando della parte ricca di Sud Delhi, che non e’ nemmeno il 10 % della capitale (del resto non so nulla perche’ ci vado raramente). In effetti il manto stradale era quasi perfetto. Ma che davvero Delhi stia per diventare una ‘first class city’ come vorrebbe la governatrice Sheila Diskhit?

Lezione di futuro con il sesto senso di Pranav Mistry

L’altro giorno mia figlia, che fa la terza media, e’ arrivata a casa piena di entusiasmo per un video che aveva visto in classe. ‘Mamma devi assolutamente vederlo, e’ scioccante’. Io credevo qualche cosa di horror. Invece era un video tratto da un sito, Ted.com, a me sconosciuto che parla di invenzioni e nuove idee.
Il filmato e’ una dimostrazione di un aggeggio che pretende di essere il nostro ‘Sesto Senso’. L’inventore, e’ manco a dirlo, un giovane indiano. Si chiama Pranav Mistry, uscito dalla fucina di cervelli dell’IIT che lavora per il Mit. E’ partito dal concetto di collegare il mondo fisico con quello virtuale di internet. E ha inventato un sistema che in parole povere permette di avere sempre un computer proiettato davanti a noi e che possiamo muovere con l’uso delle dita. Se guardiamo un libro, ci fornisce la recensione. Facciamo un riquadro con le mani e viene fuori una foto. Proiettiamo sulle mani una tastiera numerica e telefoniamo. Chiaramente e’ necessaria una connessione internet mobile (e un pacco di soldi visto che costa tantissimo collegarsi alla rete con telefonino).
Non sara’ forse troppo praticabile ora, ma potrebbe essere il futuro della tecnologia informatica e anche del nostro modo di vita. Il sistema ‘touch’ che nel giro di pochi anni ha trasformato telefonini e i-pod, in effetti, indica che stiamo andando in quella direzione.
Io sono un po’ turbata da questo ‘sesto senso’ che secondo me ci impedira’ di usare i primi cinque e soprattutto ci impedira’ di usare il cervello. Ma cosi’ e’. Purtroppo temo che il mio gap tecnologico sia ormai incolmabile.
Il bello pero’ deve ancora arrivare. Quando ho chiesto in quale materia era stato mostrato il video mi ha risposto: ‘e’ stata la professoressa di storia’. ‘E che cosa c’entra la storia con la scienza?’’ domando io ingenua. La replica mi ha lasciato senza fiato: ‘La storia l’abbiamo finita, in questo trimestre studiamo il futuro’’.

I funerali di Gesu’Cristo visti da Goa


Ho trascorso il Venerdi’ Santo curiosando tra le chiese della cattolicissima Goa per vedere se trovavo una passione vivente. Come quelle che, con attori macchiati di ketchup, si fanno nella citta’ vecchia di Gerusalemme dove c’e la via Crucis ‘originale’. Le feste comandate a Goa, come il Natale o la Pasqua, hanno un sapore di tempo passato, con i colori tropicali e gli odori del mare. Potrebbe essere come nel Meridione tanti anni fa o forse ancora adesso quando si portano in processione i santi e le madonne. Le donne mettono i vestiti della festa, gli uomini indossano camicie che profumano di bucato, i ragazzi che sbirciano di sottocchio le ragazze nei banchi di fianco. Le messe, in lingua concani, sono interminabili. Cosi come lo sono i canti. Le chiese, intonacate di un bianco cangiante con i bordi dei cornicioni di un azzurro cielo, sono di solito gli edifici piu’ imponenti del villaggio. A Galgibagh, la spiaggia delle testuggini protette, dove mi trovavo, alcuni dei fedeli sono arrivati su un traballante guscio di legno, un pezzo da museo, che li ha traghettati attraverso un fiume tipo Laguna Blu.
Pensavo che la tradizione del Venerdi’ fosse una processione con le classiche soste nelle 24 stazioni della Via Crucis. Invece ho assistito al funerale di Gesu’ Cristo. La statua a grandezza naturale viene ‘schiodata’ dalla croce, messa in una sorta di bara aperta, coperta con un lenzuolo ricamato e portata in giro da tutto il villaggio proprio come un defunto, ma con dietro la statua della Madonna. Il ‘’morto’’ ritorna poi in chiesa dove riceve l’ultima benedizione dai preti prima di essere sistemato in un angolo dell’altare per la veglia funebre.
Purtroppo per Pasqua sono ritornata a New Delhi e sono finita in un’austera e sobria messa alla Nunziatura Apostolica in spagnolo. Peccato,mi sarebbe piaciuto vedere come i goani fanno resuscitare Gesu’ e come poi lo rimettono sul crocefisso.

Le virtù dell’immigrazione, la scuola americana e Friedman

Siccome mia figlia ha cambiato scuola, da un po’ di tempo vado a fare colazione all’American School, nel quartiere diplomatico di Chanyakiapuri. Ho abbandonato il Barista-Lavazza di Khan Market e purtroppo anche il Lodhi Garden. Dico purtroppo perché adesso vado a fare jogging a Nehru Park che ha un percorso più lungo che mi spacca le gambe.
Il campus della scuola americana è il sogno di ogni studente. Sembra quasi finta per me che ho fatto la terza media in una scuola di periferia, di quelle costruite in fretta e furia per contenere la spinta d’urto dei baby boomers e dove ogni giorno alla ricreazione c’era un pestaggio. Gli studenti mi sembrano comparse di un telefilm americano. Vedo i ragazzi, di tutte le razze, colori e lingue, camminare con il laptop sottobraccio. In biblioteca sono seduti a leggere sui divani. In piscina sono a fare vasche con davanti il cronometro. I professori che ti sorridono. Insomma, un mondo perfetto. Mi sale la depressione a pensare a come ho fatto io le medie in Italia. Per non parlare dell’Università a Torino. Va anche detto che tutto cio’ si paga salato e che i ragazzi appartengono a una fortunata elite. Ma non sembrano montarsi la testa e soprattutto sono determinati a sfruttare l’opportunità unica di studiare in un ambiente internazionale. Questo succede in India, ma penso capiti anche nei college degli Usa.
L’altro giorno mentre ero persa in queste considerazioni davanti a un caffelatte, mi è capitato sottocchio proprio a fagiolo un editoriale di Thomas L. Friedman sul New Yok Times in cui si esaltano le virtù dell’immigrazione e del melting pot. Friedman è uno dei miei preferiti. E’ anni luce in avanti quello che si scrive sui giornali italiani (che leggo ormai solo raramente). Questo pezzo in particolare, ne farei una lettura obbligatoria in Italia, dove gli immigrati sono ancora i “vu cumpra” e i bambini stranieri a scuola sono visti come un pericolo e non come una risorsa.

Quando le donne indiane evirano i mariti…

Essendo il mio nome nella lista dei giornalisti accreditati in India che è pubblica, mi capita a volte di ricevere lettere di cittadini arrabbiati contro il governo oppure altri che denunciano episodi di corruzione. Il classico “lo farò sapere ai giornali” funziona anche qui. Ogni tanto però mi capita di ricevere lettere strampalate come questa inviata da un certo Sig. Nirav di Vadovara (in Gujarat) che in un inglese un po’ maccheronico propone una legge per la prevenzione delle “offese sessuali maschili” e specificamente contro l’evirazione. Allega anche la bozza di legge da lui scritta da presentare al Parlamento e alcune fotocopie di articoli di cronaca nera con atroci racconti di evirazioni da parte di mogli, sorelle, amanti o zie in diverse parti dell’India. Un articolo è anche corredato da un disegno di una donna in sari che brandisce un coltello in direzione di un uomo seminudo. Molti dei malcapitati ci hanno anche lasciato le penne, oltre che il pene.
Secondo quanto scrive il sig.Nirav, “i reati criminosi di taglio del pene (“penis-cutting of men”) sono in aumento e quindi ci vuole una legge severa per punire questi reati che sono contro natura e che distruggono la sessualità e le capacità sessuali (“against nature to destroyed sexuality and sexual abilities, sic)”.
Per ribadire il concetto sul frontespizio della lettera sono disegnate alcune gocce di sangue che rende il tutto ancora più orrido. Sotto compare la firma anche della moglie che si unisce all’appello. Mah…e io che pensavo che in India fossero le donne le vittime della violenza maschile…

Corbett Park, più sciacalli che tigri

Disavventure del turismo fai da te

Per Holi, la festa dei colori, sono andata al Corbett Park, una delle più popolari riserve per le tigri, a una notte di treno a nord di Delhi, nello stato settentrionale dell’Uttarkhand. A Corbett, dicono ci sono ancora 164 tigri su un totale di 1411 sopravissute al bracconaggio, alla cementificazione e anche alla corruzione degli enti forestali. In occasione della festività, il parco era pieno di vacanzieri indiani, o almeno così mi hanno detto dall’ufficio informazioni di Ramnagar, città a 40 km dall’ingresso della riserva, dove c’è la stazione più vicina.
Dopo oltre 8 anni di viaggi in India, poche volte sono tornata delusa. Ma con Corbett è successo. Probabilmente avrei dovuto prendere un pacchetto tutto compreso per evitare i ricatti e l’arroganza degli addetti del parco e di tutti gli altri maneggioni che ti puntano fin da quando metti piedi giù dal treno e che tentano di mungerti il più possibile. La mia intenzione era di prenotare una camera o un letto in uno delle guesthouse governative e comprare un ingresso al parco più un safari con jeep o elefante. Come sempre, anche a Corbett gli stranieri pagano il doppio degli indiani. Per esempio l’ingresso (due giorni) è 900 rupie per gli stranieri e la metà per coloro che hanno nazionalità indiana. Stessa differenza per i safari con jeep o elefante. Il “listino prezzi” - che mi è stato fornito da un tizio per strada ancora prima che arrivassi all’ufficio - conteneva diverse opzioni, ma quando sono riuscita a parlare con un addetto dell’Information Center (che ha aperto con un’ora di ritardo) sono stata raggelata. Con estrema arroganza da dietro lo sportello mi ha detto che l’unica possibilità era il safari con il bus (6 ore) al costo di 2000 rupie a testa. Non è stato neppure a sentire quando gli ho detto che volevo stare 2 o 3 giorni e se c’erano altre sistemazioni disponibili. Niente, come se avessi parlato a un muro. Non ho ricevuto il minimo aiuto o consiglio. L’unica soluzione era accettare l’offerta degli sciacalli che mi circondavano e che a caro prezzo mi avrebbero trovato una soluzione e - sono sicura - anche un biglietto di ingresso. Ho girato i tacchi e dopo tre ore di bus ero a Nainital, località montana a due mila metri con uno splendido lago color smeraldo. Però - mi chiedo - se è così che in India gestiscono i parchi, povere tigri…

Il cellulare del capo maoista? Eccolo qui

“Il mio telefonino è 9734695789, chiamami se vuoi la tregua”. Il super ricercato maoista Mallojula Koteshwar Rao, nome di battaglia compagno Kishenji, che sta dando del filo da torcere all’esercito indiano, ha proposto al ministro degli interni PK Chidambaram di chiamarlo al cellulare. Siamo decisamente entrati nell’era della comunicazione globale. E’ già tanto che il capo guerrigliero, in clandestinità da ben 23 anni, non abbia proposto a Chidambaram di chattare su Hotmail. Così vanno le cose nella “misteriosa” quanto controversa operazione militare “Green Hunt” lanciata dal battagliero ministro degli interni contro i maoisti che si nascondono nelle foreste del centro e nord est dell’India (da qui il nome green, non certo perché difende l’ambiente). Di questa guerra interna che l’India sta conducendo, si sa ben poco. Alcuni dicono addirittura che l’offensiva non sia mai stata lanciata. Intanto però i maoisti continuano ad attaccare basi e guarnigioni militari. Poco si sa anche dei maoisti, o naxaliti come sono chiamati, e per quale causa combattono. Sono rivoluzionari Robin Hood che lottano per i contadini senza terra e contro le multinazionali delle ricche miniere dell’Orissa e Jharkhand? Oppure sono dei semplici briganti? O ancora sono dei comunisti più radicali che ce l’hanno con i compagni bengalesi che sono al potere? Comunque sia Mao c’entrerebbe ben poco.
Il bello è che prima che Kishenji fornisse il suo numero di telefonino pregando di chiamare alle 17 di mercoledì, il ministro Chidambaram a sua volta aveva dato il suo numero di fax invitando i maoisti ad arrendersi.

Super elicotteri italiani per Sonia Gandhi?


A Defexpo 2010 ancora in suspense la fornitura degli Agusta VVIP
Fa sempre un certo effetto andare alla fiera degli armamenti di Delhi, diventata ormai una dei più importanti appuntamenti dell’Asia per la quantità enorme di soldi che il Paese del Mahatma Gandhi intende spendere nei prossimi dieci anni. Si parla, infatti, di 200 miliardi di dollari. Non oso neppure immaginare che cosa si potrebbe fare per la povera gente con quella somma. Ma l’esercito qui ci vuole, non solo per combattere il Pakistan, ma soprattutto per resistere alla Cina che preme ai confini himalayani. L’India ha uno degli eserciti più grandi del mondo, ma anche il più smandruppato. Le caserme sono delle tendopoli protette da recinzioni di bambù come quell’assaltata mercoledì in Bengala Occidentale dai maoisti che hanno ammazzato 24 soldati praticamente senza incontrare resistenza. I giornali hanno detto che la base era un “picnic spot”. Il dramma è che in realtà sono tutte così.
A Defexpo 2010, quest’anno un po’ disorganizzato per via dei lavori di ristrutturazione della fiera Pragati Maidan, hanno partecipato come sempre tutti i big dell’industria mondiale della difesa per far vedere il fior fiore dell’ultima tecnologia in fatto di cannoni, carri armati, razzi e mitragliatori. C’erano persino i pacifici svizzeri con i loro coltelli Victorinox. Grande protagonista del salone, l’elettronica con tutta una serie di aggeggi per il “soldato del futuro”, tipo i marines in Iraq o Afghanistan. Mi venivano in mente in poveri “jawans” in ciabatte massacrati dai guerriglieri maoisti, anche loro in ciabatte, naturalmente. Certo, qui c’è parecchio da fare e da vendere.
L’Italia era presente in grande spolvero con un mega stand di Finmeccanica e delle sue controllare tra cui gli elicotteri AgustaWestland. I manager italiani avrebbero voluto ufficializzare la vendita di 12 elicotteri AW 101 VVIP, ma a quanto pare il governo indiano non ha voluto. Perché? Nessuno lo sa….Secondo me è perché il super elicottero (gli americani lo volevano per rimpiazzare il Marine One di Obama, ma poi è arrivata la crisi…) serve a trasportare il premier, la presidente e molto probabilmente anche Sonia Gandhi, che è quella che ha più esigenze in materia di sicurezza. La faccenda è quindi sensibile…Madam che viaggia su costosissimi elicotteri italiani….mmm. Meglio aspettare che si spengano i riflettori della stampa su Defexpo 2010…
Intanto per la felicità degli aspiranti top gun, il consorzio italo-francese-spagnolo-austriaco-britannico e saudita di Eurofighter ha portato al salone un simulatore di volo che è una versione semplificata di quello usato per l'addestramento dei piloti. In ballo, si sa c’è la “madre di tutte le commesse”, 126 cacciabombardieri, che da ormai circa 8 anni devono essere aggiudicati. Il caccia europeo Typhoon è ben piazzato. Me l’hanno fatto provare. Non vorrei dire una bestialità, ma sembra di guidare uno scooter talmente è maneggevole. Avrei dovuto centrare con un missile una portaerei al largo delle coste britanniche, ma l’ho mancata per un pelo. L’atterraggio è però difficile, quasi tutti, me compresa, si sono schiantati appena toccata terra…

Quanto inquinano i salatini all’asparago?

Il Teri ha organizzato il decimo Delhi Sustainable Development Summit

Nei giorni scorsi si e’ tenuto a New Delhi un’importante conferenza internazionale sul clima organizzata dal centro ricerche TERI, che (nessuno sembra ricordarlo) stava per Tata Energy and Resources Institute in quanto creato nel 1974 dal colosso industriale indiano. Da un po’ di anni la “T” e’ diventata solamente “The” nell’acronimo e la prestigiosa organizzazione no-profit ora esclude qualsiasi connessione con il gruppo Tata. A capo del Teri dal 2002 c’e’ Rajendra Pachauri, che e’ anche presidente del Comitato Intergovernativo Onu per il Cambiamento Climatico vincitore del Premio Nobel per la Pace insieme all’ex presidente Al Gore. Pachauri e’ un omone che potrebbe benissino interpretare il cattivo nelle favole per bambini. Dopo anni di popolarita’ quest’anno e’ incappato in una serie di incidenti di percorso e anche in una campagna al vetriolo da parte della stampa britannica che lo ha “accusato” di vivere a Golf Links, ricco quartiere di Delhi e di spendere una fortuna per gli abiti. Per quanto ne capisco di moda – esprimo il giudizio in quanto italiana – io lo vedo sempre vestito malissimo. Sembra Pierrot. La stoffa sara’ pure pregiata, ma il sarto e’ decisamente da cambiare. La sua imagine si e’ decisamente offuscata quando durante il vertice di Copenhagen e’ uscito fuori che i ghiacciai himalayani non si scioglievano nel 2035, ma nel 2235 o giu’ di li. Ci sarebbe stato un errore di stampa nel quarto rapporto del Comitato Intergovernativo da lui presieduto, meglio noto come IPCC. Pachauri ha ammesso l’errore, ha chiesto scusa e ha resistito agli attacchi di chi voleva che si dimettesse. Ha pure incassato la fiducia del primo ministro indiano Manmohan Singh che ha inaugurato il summit di Delhi, chiamato Delhi Sustainable Development Summit e giunto alla decima edizione.
Dato che era la prima occasione di un incontro internazionale, il convegno ha attirato un buon numero di ministri stranieri, tra cui anche la ministra italiana Stefania Prestigiacomo. Dopo il fallimento di Copenhagen e (prima del probabile fallimento di Citta’ del Messico) e’ stata una buona occasione per confrontarsi tra politici e esperti. Ma non so fino a che punto, in quanto i Paesi emergenti, India e Cina, non sembrano abbandonare le loro posizioni. L’Europa e’ senza parole e gli Stati Uniti hanno altri pensieri ora.
Ma negoziati di Kyoto a parte, il vero protagonista di questi convegni e’ ormai l’eco business. Mi sto accorgendo quanto l’ambiente ormai e’ la foglia di fico per coprire enormi interessi in gioco. Sabato pomeriggio ho assistito alla sessione dedicata a finanziare il trasferimento di tecnologia pulita ai paesi poveri. Che, detto cosi’. sembra una cosa buona, diamo i depuratori al Terzo Mondo cosi che non inquinano piu’, ma che nasconde gli stratosferici interessi della grande industria che produce i depuratori, tanto per fare un esempio. In una sala del Taj Palace Hotel, dove e’ stato organizzato il vertice, c’erano appunto le grandi aziende straniere che producono la tecnologia verde e che ovviamente hanno oggi la piu’ potente lobby presso governi, Nazioni Unite e organizzazioni no-profit. Di “verde” ci ho visto poco. Solo per pubblicare il kit dei delegati, su carta patinata, avranno buttato giu’ un pezzo di foresta. Durante il break hanno servito dei salatini all’asparago. Non mi risulta che gli asparagi crescano in India, eccetto forse che a casa di Sonia Gandhi, nel cui orto crescono i finocchi (ho fonti di prima mano, ma non li rivelero’ nemmeno sotto tortura). Quindi sono stati importati, probabilmente in aereo….

Ma quante ceneri del Mahatma esistono ancora?

E' uscito il film The Road to Sangam
La vigilia dell’anniversario dell’uccisione del Mahatma, avvenuta il 30 gennaio, sono andata all’anteprima di un bel film “gandhiano” a metà tra fiction e realtà. Si tratta di “The Road to Sangam” del regista debuttante Amit Rai presentato l’anno scorso a Cannes. La storia è vera: un’urna contenente le ceneri di Bapu era stata “dimenticata” nel caveau di una filiale della State Bank of India nello stato orientale dell’Orissa. Uno dei pronipoti, Tushar Gandhi, che nella pellicola, recita se stesso, riesce dopo una lunga causa giudiziaria a riaverla e la porta ad Allahabad per immergerla alla confluenza del Gange, Yamuna e il mitico Saraswati. Solo che per la cerimonia vuole usare una vecchia Ford, la stessa utilizzata anche nel 1948. Da qui il canovaccio si intreccia con le vicende di un meccanico mussulmano, molto devoto, che deve riparare il vecchio motore e nello stesso tempo lottare contro la propria comunità (e contro un intransigente “maulana” che somiglia un po’ a bin Laden) per avere il diritto ad aprire la propria officina nonostante uno sciopero proclamato dai mussulmani per protestare contro i metodi repressivi della polizia. Un film decisamente patriottico, un po’ caricaturale nel dipingere i mussulmani, ma bello perché reca un forte messaggio di unità e tolleranza, soprattutto in questi tempi in cui l’Islam è spesso associato al terrorismo. Bella la musica e non mancano le battute divertenti. Insomma da vedere.
Alla serata, all’auditorium dell’Indian International Center, c’era anche lo stesso Tushar Gandhi, figlio del giornalista Arun Gandhi che vive negli Stati Uniti, figlio del secondogenito del Mahatma e forse l’unico impegnato a diffondere i principi gandhiani, anche se tra mille polemiche e controversie. I discendenti di Bapu si sono rivelati molto rissosi e purtroppo non all’altezza dell’illustre antenato.
Mi hanno colpito le parole di Tushar, un omone grande e grosso che non ha nulla del bisnonno, che ha raccontato di quando ha aperto la cassa sigillata contenente l’urna. “Di solito sono una persona molto pragmatica – ha detto – ma quando ho toccato l’urna di terracotta ho avuto una forte sensazione e ho capito che quelle ceneri volevano essere liberate. Ho capito che dovevo immergerle subito e così ho fatto”. Era il 1997 e le ceneri sono state immerse ad Allahabad, come si vede nel film.
Mi ricordavo però che due anni fa, per il sessantesimo anniversario della morte, altre ceneri erano state disperse nel Mar Arabico a Mumbai da altri pronipoti e leggo ora che ieri altri resti sono stati immersi in Sudafrica. Dopo la cremazione si dice che le ceneri siano state divise in 20 urne e inviate in ogni stato dell’Unione Indiana. Nel museo davanti al mausoleo del Rajghat a Delhi di fatti sono esposte altrettante urne vuote...ma quante ceneri del Mahatma esistono ancora?

La cultura vista dalla strada

La mostra fotografica Un.it Unescoitalia e quella di uno ex slumdog
Nelle ultime due sere sono andata all’inaugurazione di due mostre fotografiche. Una organizzata dall’Istituto di Cultura Italiana, “Un.It Unescoitalia”, dedicata a 44 monumenti italiani immortalati da 14 famosi fotografi italiani. L’altra organizzata dall’American Center, “WTC: Now”, realizzata da un ex “street children” diventato fotografo grazie a una ong indiana e grazie all’aiuto di una fondazione americana. Entrambe le mostre esaltavano paesaggi, persone e situazioni “nazionali”. Le meraviglie architettoniche dell’Italia in un caso, la costruzione del nuovo grattacielo a Ground Zero e alcuni angoli di Manhattan con un tocco di patriottismo nell’altro caso. A corredo della mostra americana sono stati proiettati anche alcuni cortometraggi sull’11 Settembre realizzati da diversi registi, tra cui Mira Nair, fondatrice di Salaam Balaak. Entrambe le mostre sono state inaugurate dai rispettivi ambasciatori, Roberto Toscano e Timothy Roemer e entrambi gli eventi hanno avuto una buona accoglienza da parte del pubblico.
Bene, dove voglio andare a parare? Che gli americani sono riusciti – come quasi sempre – a emozionare. La storia dell’ex slum dog, Vicky Roy, che fino a pochi anni prima sniffava colla alla stazione e ora espone foto su Manhattan, non può non commuovere. L’appello di Sanjay Roy, produttore cinematografico, anche lui fondatore della Fondazione Salaam Balaak, ad aiutare i suoi 3500 bambini di strada non solo con denaro, ma aiutandoli a realizzare le loro legittime aspirazioni, di sicuro non è caduto del vuoto. Il messaggio è forte. La miseria si vince non con l’elemosina, ma con le idee e aprendo le porte.
Il contrasto con le foto di una mostra italiana itinerante del 2008 su luoghi che solo pochissimi fortunati potranno mai vedere, balza agli occhi. I fotografi italiani, selezionati dal Ministero degli Affari Culturali, non hanno certo bisogno di un’audience indiana. Perché allora non invitare qualche fotografo indiano a fotografare il Belpaese? Forse costava anche di meno.

Sania Mirza, meglio la racchetta che l’altare

La tennista ribelle dice no al matrimonio combinato
Ancora una volta Sania Mirza, la tennista superstar mussulmana, ha mostrato di guadagnarsi il titolo di beniamina delle femministe indiane. Dopo aver annunciato in pompa magna il fidanzamento l’anno scorso con un amico di infanzia di Hyerabad, probabilmente scelto dalle rispettive famiglie, Sania ha cambiato idea. In una conferenza stampa ha detto ieri che ci sono incompatibilità di carattere e poi è partita per le qualificazioni della Fed Cup 2010. Bel colpo, forse il migliore della sua carriera. Ha lasciato a bocca asciutta il fidanzato, rampollo di una famiglia industriale e appartenente alla casta dei Mirza, i genitori che come tutti i genitori, vogliono vedere le figlie piazzate prima che sia troppo tardi e poi tutti i benpensanti mussulmani e non. La ribelle Sania è tornata in azione. E questa volta sarà la fine dei matrimoni combinati in India?

Cala la nebbia sul Republic Day

Sarà per la nebbia, fittissima come non mai, oppure per l’allarme attentati, ma la tradizionale parata della Festa della Repubblica è stata un po’ sottotono. Per la prima volta sono riuscita a ottenere degli inviti dal Ministero della Difesa per un posto da Vip proprio davanti alla tribuna d’onore dai vetri blindati dove sedeva la presidente Pratibha Patil e il suo ospite, il premier sudcoreano Lee Myung Lee.
Alle 10, quando è iniziata la sfilata con le cannonate a salve, non riuscivo nemmeno a vedere al di la della strada, di Rajpath. I carrarmati Arjun e il missile terra terra Agni 3, gioielli della tecnologia militare indiana fai-da-te, comparivano come mostri da una fumosa coltre bianca anticipati dalla patriottica descrizione di uno speaker, sempre il solito, che ha un tono da filmato dell’Istituto Luce. Neppure le pacchianissime truppe cammellate sono riuscite a bucare la nebbia che ha fatto saltare l’esibizione degli elicotteri da combattimento LHC, ma non quella della pattuglia acrobatica che ha disegnato in cielo il “trishul”, il tridente simbolo di Shiva. Per fortuna alla fine si è levato un po’ di vento e ho potuto vedere Manmohan Singh e la moglie accompagnare la presidente Patil, in un cappottino bianco, alla sua macchina accompagnata da 46 guardie presidenziali a cavallo.
Mi è sembrato che la parata è stata un po’ accorciata quest’anno. Pochi i palloncini verde-giallo-arancione- lanciati alla fine (ma forse con la nebbia non li ho visti) e meno entusiasmo tra la folla. Per lavoro, ma anche per curiosità infantile, ogni anno cerco di seguire la parata del 26 gennaio. E’un‘esibizione di muscoli di un’India che per me continua a rimanere quella del Mahatma Gandhi, ma anche una delle rare occasioni di celebrare l’unità nazionale con la sfilata dei cosiddetti “tableau”, i carri allegorici viventi, presentati dagli Stati dell’Unione. Mi è piaciuto quello del Maharastra dedicato ai “dabbawalla”, quelli che a Mumbai ogni giorno portano le gamelle del pranzo dalle case agli uffici e sono diventati un “case study” di management perché fanno un errore su sei milioni di consegne. Mi è sembrato anche di vedere meno folla su Rajpath. Gli indiani, quelli ricchi, hanno fatto il ponte, mentre gli altri forse la vedono per televisione.
Dopo 60 anni di Republic Day, caratterizzati da successi, ma anche da fallimenti come hanno evidenziato alcuni come lo storico Ramachandra Guha su Outlook (vedi), forse subentra una certa stanchezza. D’altronde anche in Italia, repubblica quasi coetanea, chi se lo ricorda il 2 giugno?

Republic Day, la Posco e le foreste dell’Orissa


Il presidente sudcoreano Lee Myung-bak sarà l’ospite d’onore della parata militare di domani
Stamattina "The Indian Express" dedicava un articolo in prima pagina agli "ospiti di onore" della parata che si tiene domani, 26 gennaio, Republic Day, che vede il sessantesimo anniversario della Repubblica indiana. La tesi del giornale é che l'India ha sempre invitato i leader a seconda della propria convenienza del momento. Quest'anno tocca al presidente sudcoreano, Lee Myung-bak, soprannominato Mr. Bulldozer per aver modernizzato la capitale Seul. I coreani sono giá ampiamente presenti con le loro auto,televisori, telefonini e elettrodomestici nelle case delle famiglie indiane e se non lo sono, lo sono sicuramente dei sogni dei futuri consumatori. Ma non si tratta solo di vendere i nuovi gadget Samsung o Lg. La partita é piú grossa e appetitosa per Seul e per New Delhi. Ci sono le centrali nucleari da costruire sgomitando con i francesi e americani, e poi l'acciaio. Per accontentare l'illustre ospite il governo indiano ha promesso di accelerare il controverso progetto della Posco nello stato dell’Orissa. Il gigante coreano dell’acciaio, a caccia di miniere di ferro per aumentare la propria produzione e sfamare la vorace industria automobilistica, è da qualche anno bloccato a causa della resistenza dei contadini dell’Orissa contrari all’esproprio delle terre agricole e anche degli ambientalisti. Il mega progetto Posco, 12 miliardi di dollari, il più grande investimento straniero in India, prevede la costruzione di un impianto siderurgico dalla capacità di 12 milioni di tonnellate di acciaio all’anno e anche un nuovo porto a Jathadari, una costa dove nidificano le rare Olive Ridley Turtley. In termini ambientali, significa abbattere una foresta di 300 mila alberi e muovere decine di villaggi popolati da indigeni dell’Orissa, la “mineral belt” indiana ricca di ferro, bauxite e anche uranio.
Lo scorso 8 gennaio, un po’ in sordina, il Ministero dell’Ambiente e delle Foreste indiano ha dato il suo ok all’impianto evidentemente come “cadeau” di benvenuto per Lee e per la sua partecipazione al Republic Day. Pare che l’”environmental clearence” non sia però sufficiente data la forte opposizione della popolazione locale che deve ancora negoziare il pacchetto di rimborsi per la terra e per il la rilocalizzazione. Insomma Posco potrebbe fare la fine della Tata Motors costretta ad abbandonare i piani di fare la fabbrica della Tata nana su dei terreni confiscati vicini a Calcutta. Ma sarebbe una bella figuraccia di fronte a Lee, oggi accolto con tutti gli onori dalle tre associazioni industriali indiani, la Cii, Ficci e Assocham, che raramente organizzano insieme un evento. Ripeto, non sono io a a dirlo, ma è l’Indian Express (Behind the warm Welcome, a cold strategy)…certo che gli indiani sono maestri di pragmatismo soprattutto quando c’è odore di soldi.

Spose bambine e coccodrilli che mangiano i padri

Come ogni anno in occasione del Republic Day, martedì 26 gennaio, avviene la consegna dei National Brawery Awards a dei bambini che si sono segnalati per il loro coraggio o altruismo nel salvare delle vite umane. Piccoli eroi che sembrano usciti dal libro Cuore. Storie che solo in India, paese ancora aggrappato ad un passato quasi fiabesco, riescono a conquistare le prime pagine dei quotidiani nazionali. Da noi la cosa sarebbe immediatamente bollata come fascista. I 21 bambini, under 16, in uniforme rossa, hanno ricevuto una medaglia e una somma di denaro dal primo ministro Manmohan Singh e martedi avranno l’onore di sfilare alla parata. Fino a due anni fa sfilavano – pensate un po’ – su un palanchino a dorso di elefante. Poi a causa di qualche pachiderma imbizzarrito e anche per le proteste degli animalisti come Maneka Gandhi, la cognata ribelle di Sonia, la tradizione è stata abbandonata. Il Times of India ha dedicato una pagina alle loro imprese. Mi ha colpito quella di Narendrasinh Natwarsihn Solanski che in Gujarat ha affrontato un coccodrillo che si stava per mangiare il padre. Gli ha ficcato un bastone negli occhi e la bestia ha mollato la presa. Afsana Khatun, invece, si è rifiutata di sposarsi all’età di 12 anni. In un piccolo villaggio del Bengala Occidentale, dove vive, ha perfino convinto altre due amiche a non cedere alle pressioni delle famiglie ed ha iniziato un movimento contro i matrimoni infantili. Che coraggio.