PAKISTAN/Skardu, sulle orme del Duca degli Abruzzi


Ho deciso di lasciare la Karakoram Highway per andare in Baltistan, a sette o otto ore di bus a est, seguendo la valle dell'Indo che poi continua oltre il confine militarizzato con l'India. Il Baltistan é l'equivalente del Ladakh indiano, ma senza i gompa, le bandierine colorate e le preghiere incise sulle pietre. Insomma decisamente piú monotono e meno affascinante. Si parla il balti che non a caso é simile al tiberano. Gli unici colori lungo la strada infinita tra Gilgit e Skardu sono i camion, autentiche opere d'arte che di notte sembrano dei luna park e le albicocche stese sulle rocce ad essicare. Stranamente ho anche visto pochi convogli militari. Ma forse sono impegnati sul fronte afghano. La prima cosa che ho fatto appena arrivata a Skardu é di andare al Museo degli Italiani, un tendone allestito nel giardino dell'hotel governativo PTDC, che racconta le imprese sul K2, la seconda vetta piú alta, definita la "montagna degli italiani" che da qui non si vede, ma da qui partono le spedizioni. Non conosco il perché di questa connessione che risale agli inizi del Novecento con la spedizione del Duca degli Abruzzi e continua con Ardito Desio durante il ventennio fascista, quando qui c'erano gli inglesi. La mostra realizzata nel 2004 da Agostino Da Polenza, in occasione del cinquantenario dell'ascensione, ha delle foto stupende. Peccato peró che l'ho trovata chiusa e solo dopo mia insistenza (sono andata dal manager dell'hotel) sono riuscita a entrare. Gli ospiti dell'hotel non sapevano neppure che ci fosse.
La spedizione del 1909 del Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia, si era imbarcata a Marsiglia. Era composta ovviamente da piemontesi, il marchese Federico Negrotto, il "cavaliere" Vittorio Sella, il "dottore" Filippo De Filippi, il fotografo e poi "tre guide di Courmayeur e da un aiutante fotografo". Doveva essere un'allegra brigata! C'é una foto fantastica di principe e marchese seduti davanti alla tenda insieme alle autoritá britanniche a Srinagar, che ora si trova nel Kashmir indiano. In effetti per andare a Skardu si sale da Srinagar, guardando la mappa. Sono rimasta affascinata dalla descrizione che il Duca fará un anno dopo, esattamente il 16 febbraio 1910, a una conferenza del Cai a Torino:
"Costeggiamo declivi precipitosi di detriti alluvionali, che minacciano rovina, ed incontriamo i ben noti torrenti di fango, che fortunatamente data la stagione, sono asciutti e perció non difficili da attraversare; ma certamente durante l'epoca delle piogge essi possono costituire un ostacolo serio e pericoloso. A Pakoro siamo costretti a passare per la prima volta un ponte di corde di liane. E' un passaggio che fa perdere molto tempo, senza tuttavia recare alcuna emozione a chi non soffra di vertigini; puól bensí diventae difficili durante forti raffiche di vento, che potrebbero imprimere al ponte movimenti di oscillazione inquientante".
Ma ancora di piú mi ha colpito la descrizione del K2:
"Nella sera limpidissima rimanemmo a lungo a contemplare il K2. Mentre la notte scendeva giá sulle valli e sulle cime piú basse per piú ore l'estrema vetta risplendette nel crepuscolo come uno spettro altissimo, di una luce che sembrava emanasse da lui".

PAKISTAN - Alim Abdul, ragazzo di Altit che sogna un lavoro a Dubai


Alim Abdul ha 26 anni, la sua famiglia vive a Altit, un minuscolo villaggio sulle rive dell'Índo dominato da una castello, ora in restauro, che é gemello con quella di Baltit-Karimabad, ma con in piú una cisterna che ora é la piscina del paese. Come quasi tutti nella valle di Hunza é mussulmano ismaelita, una setta nata nell'ottavo secolo da uno scisma tra sciiti e che ha come leader spirituale l'Aga Khan. Gli abitanti dell'altra riva del fiume, valle di Nagyr, sono invece sciiti. Parecchi anni fa tra le diverse comunitá di Gilgit e delle altre vallate della Northern Area ci sono state delle violenze. Gli ismaeliti sono una minoranza non sempre ben vista in Pakistan. Sono considerati eretici dai sunniti e anche dagli sciiti. Non hanno le moschee con muezzin, non si prostrano, non si coprono il capo. Alim Abdul porta i Levis, una T-shirt e una keffia. Potrebbe essere un ragazzo di qualsiasi cittá europea. "E' facile che ci scambiano per pathan (pashtun), dice ridendo e mettendosi la keffia in testa per scherzo.
Lavora come cameriere al Pearl Continental Hotel di Lahore, ma come ogni anno é venuto al paese in occasione dell'"Imam Ali day", una festivitá religiosa che gli ismaeliti celebrano a metá luglio. "Sono ferie non pagate purtroppo peché il mio é un contratto a tempo" si lamenta. "Adesso peró ho fatto domanda per andare a lavorare a Dubai". E' come a Natale per i cristiani, le case sono illuminate e piene di parenti arrivati da fuori. Il culmine della festa era ieri sera, con l'accensione dei fuochi, in realtá coppertoni cosparsi di kerosene, bruciati in cima ai dirupi e poi fatti rotolare a valle. L'effetto é di stelle cadenti dalle montagne.
Alim Abdul e gli altri ragazzi di Altit sono saliti fino al villaggio di Duikar, arroccato sopra uno sperone di roccia e lí hanno acceso i fuochi. La tradizione é che in questa notte scorrano fiumi di arak, la grappa locale fatta con il "mulberry", delle more bianche o nere che insieme alle albicocche sono la specialitá di Hunza. Gli altri giovani di Karimabad, Ganish, Aliabad e gli altri villaggi hanno fatto lo stesso inerpicandosi sui punti piú alti con il loro carico di pneumatici e taniche di kerosene. Alcuni hanno composto delle scritte con i fuochi inneggianti al profera Ali. Dio solo sa come hanno fatto a scendere in piena notte da quei precipizi. Mentre la vallata era punteggiata di roghi, luminarie e stelle Alim Abdul e gli altri sono scesi al loro villaggio sui rimorchi di due trattori urlando a squarciagola le lodi all'Aga Khan Karim e ad "Allah u akbar". Sventolavano una grande bandiera rossoverde che é l'insegna degli ismaeliti. Avevano tutti l'aria di divertirsi un sacco tra l'ebbrezza dell'alcol, il fervore religioso e l'eccitazione di scendere su un viottolo praticamente al buio visto che solo un trattore aveva i fari. Tutta la gente del villaggio era fuori in strada. Anche i genitori di Alim Abdul che stanno per cercare una moglie per il loro figlio. "Chissa se il prossimo anno saró ancora qui" sospira lui pensando al suo futuro a Dubai.

Ps Su quel rimorchio ieri sera c'ero anch'io.

PAKISTAN - Hunza, oasi felice dell'Aghan Khan


Non ne so molto degli ismaeliti, se non per via del principe Karim Aga Khan che vive a Parigi e che é padrone di mezza Costa Smeralda. Nella valle di Hunza, dove mi trovo, la popolazione é ismaelita. Se faccio il paragone con il resto del Pakistan, mi sembra un altro mondo. Ho perfino smesso di coprirmi la testa. Dopo due settimane di segregazione, é stata una piacevole sorpresa per me sedermi nei tavoli per strada a prendere il té. Ovviamente qui sono abituati ai turisti stranieri che percorrono la Karakoram Highway. Come in Ladakh, ho la sensazione che il "tasso di felicitá" della popolazione locale sia particolarmente alto. Certo il mecenatismo dell'Aga Khan ha contribuito, eccome, ma in maniera diciamo intelligente. Sono andata a visitare un progetto di restauro del forte di Altit, che insieme a Karimabad-Baltit e Ganish, faceva parte delle abitazioni del Mir di Hunza, che ha governato per quasi mille anni é riuscito a resistere anche agli inglesi. Il forte, costruito sopra uno sperone di roccia che si affaccia sul fiume Hunza, stava per piegarsi su un lato. Lo hanno praticamente raddrizzato con intreventi strutturali che sono durati tre anni. Adesso stanno restaurando porte e infissi e penso tra poco sará aperto al pubblico. Le sale hanno delle colonne di legno di albicocca finemente intarsiate. Hanno fatto un bel lavoro, soprattutto cercando il piú possibile di mascherare gli interventi. Per dire hanno nascosto le grondaie all'interno delle travi che sporgono dal muro. Ad accompagnarmi nella visita é il capo progetto Shukurullah Baig (Aga Khan Cultural Service Pakistan), un brillante architetto che il prossimo anno andrá a fare uno stage all'ILO di Torino. Ma il bello é che l'intero progetto é stato digitalizzato da un team di donne locali che lavorano come doceumetariste in un aparte del forte stesso. "Abbiamo insegnato come usare i programmi informatici e ora lavoriamo anche per privati". Intorno il villaggio é stato riabilitato. La fondazione Agha Khan ha pagato il 60 per cento delle spese di ristrutturazione delle case, mentre la geente ha messo il resto. E cosi il borgo di Altit si é ripopolato. Pensavo come sarebbe bello se Aga Khan si occupasse anche degli altri pachistani nelle valle un po' piú a ovest...

PAKISTAN - Karakoram, tra frane e ingegneri cinesi


Dopo 28 epiche ore di bus sono arrivata a Karimabad, che é il fulcro della Valle di Hunza, incuneata nella catena montuosa del Karakoram lungo la strada che va in Cina. Era la via della Seta, ora é diventata 'l'autostrada" del Karakoram, 1200 km dal nord di Islamabad fino al Kashgar, in Cina. L'area si chiama Northern Region e storicamente é sempre stata indipendente. A testimonianza che davvero il Pakistan é un collage di popoli e civilta' che si puó dire un po' volgarmente sono uniti con lo sputo. Piú o meno sono a un terzo della famosa strada, che molti fanno in bici, ma non ho il visto cinese e quindi non posso attraversare il confine.
La strada segue la valle del fiume Indo, che nel corso dei Millenni ha visto il passare di una grande varietá di gente, dagli ariani, ai macedoni di Alessandro il Grande fino alle armate di Gengis Khan. Mi é sembrata quasi piatta. Non mi sono accorta di essere salita piú di tanto. Mi trovo ora a circa 2000 metri, ma sono circondata da alcuni settemila completamente innevati, come il Rakaposhi (7788), mi vengono i brividi solo a guardarlo. Il paesaggio, arido con una complessa stratificazione geologica, é simile a quello del Ladakh. I tratti della gente mi ricordano quelli che ho visto nella valle di Dah, vicino a kargil, non lontano da qui, nel corso superiore dell'Indo. E' impressionante, sembrano italiani, francesi, alcuni anche tedeschi per i capelli biondi.
Il primo tratto di strada, a prevalenza collinare con fondivalle coltivati a frutta e riso, attraversa un'area tribale pashtun famosa non tanto per i talebani, quanto per i briganti. Non ci sono donne per strada e neppure sono gradite penso. Durante una sosta per il té il guidatore del bus, in realtá un pulmino con una trentina di passeggeri, si é fermato proprio davanti alla dhaba (trattoria) in modo che mi potessero passare le cibarie dal finestrino. Ma anche con la testa e il viso coperto ero al centro dell'attenzione. Ho rimesso gli occhiali da sole, perché in questo modo posso guardare in faccia gli uomini senza indurli in tentazione. Ho capito che lo sguardo sovente é l'unica forma di comunicazione per le donne (eccetto per quelle con il burqa...). Ricambiare uno sguardo maschile significa piú o meno "ci sto". L'autista non parla urdu, ma qualcos'altro che é una via di mezzo tra pashtun e cinese. La Via della Seta é una babele di lingue. Nel posto in cui mi trovo ora, ex regno indipendente di Humza, ce ne sono tre. E' bravissimo, come tutti gli autisti che ho incontrato nei miei viaggi sull'Himalaya indiano. L'unico problema é che non spegne mai il motore neppure nelle soste pranzo. Ho provato a spiegargli che é uno spreco di denaro, inquina e surriscalda il motore che é proprio sotto il mio sedere. Mi trovo nel primo posto del pulmino a fianco del posto di guida. Posto panoramico, ma anche il piú pericoloso. L'"autostrada" del Karakoram di tale ha solo il nome. In realtá é un passaggio piú o meno asfaltato tra una gigantesca pietraia frutto della mega collisione tra il continente africano e quello euroasiatico che é ancora in corso visti i frequenti movimenti sismici. Segue la linea di collisione tra le due placche tettoniche. Un bel casino, mi veniva da pensare, guardando quelle montagne sgretolate che sembrano venire giú da un momento all'altro. Non so se mai torneró da qui quando inizieranno le pioggie. Tutta la strada é a rischio frane. Ingegneri cinesi, in divisa di Mao e copricapo di bambú, guidano i lavori di costruzione di una "vera" autostrada, a due corsie e con muri di protezione. Deve essere un lavoro ciclopico, ma alla Cina interessa avere una via di comunicazione veloce verso il porto di Gadwar, che stanno costruendo sull'Oceano Indiano. Il bus é costretto ad andare ai 20 o ai 30 all'ora e spesso é fermato dalle ruspe, nuove di zecca, che stanno scavando il fianco della montagna. Dal finestrino vedo le rocce dilaniate dalla dinamite. Ma alcuni smottamenti sono naturali. Altri, mi dicono, sono stati provocati dal terremoto dell'ottobre 2005. Penso a quanto potrebbero resistere le persone nel pulmino travolto da una frana. Il mio telefonino é fuori campo qui, ma forse le squadre di soccorso possono rintracciare le mie coordinate dai segnali che invia al satellite. Ma ho anche le batterie scariche. Se invece é il ciglio della strada a franare, non penso ci siano speranze. La gola é ripida e profonda qualche centinaia di metri, tanto da ridurre il pulmino a un cartoccio di lamiere. Le rapide di un affluente del fiume Indo, che ne ha viste tante negli ultimi 5 mila anni, poi lo farebbero sparire per sempre.

PAKISTAN - Come travestirsi da donna pashtun

Dove mi trovo, a sud della Blue Area di Islamabad, manca la corrente ogni sera dalle sette alle otto e dalle nove alle dieci. Durante il giorno ci sono altre interruzioni di elettricitá, ma non sono programmate. Alcuni negozi hanno i gruppi elettrogeni, altri chiudono le serrande come l'internet cafe dove vado a lavorare. Approfittando di una di queste pause ieri sono andata a mangiare qualcosa in un posto che si chiama Taste and Take, una sorta di fast food frequentato da giovani. Pensavo che proprio per questo potessi sedermi nella parte "aperta" sulla strada. Invece no, mi hanno fatto muovere e mi hanno spedito al piano superiore dietro delle tende che un inserviente si é premurato di sistemare in modo che non mi vedesse nessuno. O forse in modo che il mio sguardo non si posasse su nessuno. La faccenda della segregazione tra donne e uomini crea delle situazioni divertenti. L'altro ieri nel mercato di Aabpara ho visto un capannello di uomini intorno a un venditore che decantava i prodigi di certe erbe medicinali e unguenti. Mi sono fermata ad ascoltare, cercando di carpire qualche parola in urdu. Un tizio si é avvicinato e mi ha detto che non potevo stare li. "Perché?" chiedo abbastanza seccata. "Sono medicine per uomini" mi dice imbarazzatissimo. Preparati contro l'impotenza, viagra organici o forse afrodisiaci? Non lo sapró mai...Ho scattato una foto e me ne sono andata. La sessuofobia raggiunge il suo apice sui mini bus che collegano i vari quartieri di Islamabad. I due posti accanto al guidatore sono riservati alle donne. Se ci sono piú passeggere sono accomodate in una fila di sedili dietro, ma solo se é interamente libera. La regola é di evitare il contatto fisico. Quindi anche se c'é un posto libero, ma vicino c'é un uomo, non si puó salire. Oppure gli si fa cambiare posto. E' una paranoia. Pensare che ho vissuto un lungo periodo in Medio Oriente e un anno intero nella Striscia di Gaza, ma non mi sono mai sentita cosí trattata da monatta.
Il mio collega Tahir Ali che scrive su Weekly Pulse, esperto di talebani, mi ha detto che somiglio ad una donna pathan (pashtun) che hanno la pelle bianca e corporatura robusta. Mi ha dato alcune dritte di come potevo "mascherarmi" tra la folla. A parte la combinazione di pantaloni, tunica e velo che giá indosso, mi ha suggerito di rimuovere dal polso lo Swatch, sostiture i miei sandali da trekking con delle ciabatte ricamate, non usare la borsa a tracolla e non indossare occhiali da sole. E poi non mettermi a leggere i giornali sul bus, abbassare lo sguardo quando cammino e soprattutto non guardare in faccia gli uomini. Insomma mi ha chiesto di annullarmi come giornalista. Ci ho provato, domenica sono andata a fare un giretto verso Peshawar usando diversi bus locali, passando in villaggi a influenza talebana. Funziona certo, mi scambiano per una pashtun, ma é terribilmente frustrante e noioso...Non ha nessun senso. Da oggi riprendo i miei panni di viaggiatrice, con macchina fotografica al collo e sandali impolverati.

PAKISTAN - Islamabad, sarebbe bello andare in giro in bicicletta


Sono da 4 giorni a Islamabad dove c'é una frescura alpina rispetto a Lahore. Mi trovo in una guesthouse di Sitara Market, uno degli anonimi blocchi residenziali della capitale intorno alla Blue Area. Mi sembra di essere a Sud di Delhi, ammasso anonimo di case basse e negozi disposti a rettangolo. Ma é difficile vedere segni di modernitá occidentale. Il maggior problema per me é spostarmi in strade chilometriche. Non ci sono autorisció, ma minibus che peró non arrivano ovunque. In compenso c'é quasi sempre un'auto che ti segue. All'inizio pensavo mi volessero offrire un passaggio,poi ho capito che sono privati cittadini che fanno i tassisti a tempo perso. Code e inquinamento sono inesistenti. Sarebbe ideale per la bicicletta. A differenza di Lahore, la gente é indifferente. C'é piú tensione nell'aria. L'altro ieri un attentatore suicida in motocicletta si é lanciato contro un bus governativo a Rawalpindi, la cittá gemella e sede del governo a una decina di chilometri da dove mi trovo.
Il ricordo del Marriot é ancora bruciante. Dopo tre anni esatti la Moschea Rossa, assediata dai militanti talebani del Waziristan per una ventina di giorni, é ancora in ricostruzione. La vicina madrassa é stata rasa al suolo. Ora c'é uno spiazzo pieno di erbacce. La crisi di Lal Majid del luglio 2007, risolta da Musharraf in un bagno di sangue, aveva segnato l'ínizio dell'insurrezione dei talebani e di una lunga scia di attacchi che continua ancora oggi. L'ambasciatore italiano Vincenzo Prati, che gentilmente mi ha concesso una chiacchierata davanti a un piatto di pasta, mi ha detto che le popolazioni pashtun del nord ovest sono rimaste imprigionate nel passato, come potrebbero essere i pellerossa negli Stati Uniti di oggi. Questo scarto storico é difficilissimo da recuperare a meno di non sviluppare l'economia della regione che ora é scesa nel caos, come scrive (dagli Stati Uniti) il super esperto Ahmed Rashid nel suo ultimo saggio. E l'Italia, grazie agli storici legami con il Pakistan, potrebbe giocare un ruolo importante.

PAKISTAN - Lahore a luci rosse


Il bordello di Lahore sorge appena dietro l'imponente moschea Badshahi Majhid. E' la vecchia cittá fatta di edifici dalla facciate scrostate, groviglio di cavi elettrici e un labirinto di viuzze. Qui sorge il bazar delle calzature. Il Pakistan é il regno del cuoio. In un negozio di sandali trovo Shama, un transessuale con la sua amica, un ragazzo piú piccolo con abiti femminili. Sono gli "hijra", una comunitá che esiste anche in India e fatta di castrati, trans e omossessuali, che si guadagnano da vivere ballando alle feste, matrimoni e nascite soprattutto. Ma probabilmente offrono anche altri servizi. Appena mi vede Shama si scioglie i capelli e comincia a ondeggiare la testa con una serie di movenze caricaturali. Un tizio seduto alla cassa aumenta il volume della musica - indiana come tutta la musica qui - che é memorizzata in un computer. Si mettono a ballare, con movimenti sinuosi, ondeggiando i fianchi e toccandosi continuamente i capelli. Scatto un po' di foto. La scena mi sembra surreale soprattutto perché mi trovo in un negozio di scarpe. La dimostrazione finisce quasi subito, evidentemente per il mio scarso interesse, poi mi offrono il té e parliamo un po'. L'autista di un riksció, che mi ha accompagnato, traduce dall'urdu. Shama ha iniziato a "ballare" quando aveva dieci anni e adesso é diventato una sorta di maestro. Guadagnano bene quando é stagione di matrimoni. Non hanno assolutamente nessun tipo di imbarazzo. L'amica di Shama ha dei seni appena accennati di cui va fiera. Stranamente non é truccata. Non oso chiedere se hanno fatto l'operazione...ma non penso, costa molto per loro.
Poco lontano incontriamo un tizio che dopo aver parlocchiato con l'autista chiede se voglio vedere uno spettacolo di danza al costo di 100 rupie (un euro). Ci porta in una stanza dove ci sono due donne decisamente sovrappeso, potrebbero essere madre e figlia. Mi spiegano che fanno una sorta di strip tease mentre gli uomini lanciano delle banconote. "E' uno spogliarello integrale?" chiedo curiosa. "No, nessuna qui si metterebbe mai nuda" é la risposta. Me ne vado fingendo delusione. Nelle altre vie interne, invece le ragazze sono sedute alla finestra, ma appena mi vedono chiudono in fretta le persiane. La serata finisce in un ristorante, famoso mi dicono, Coco's Den, il cui proprietario Israr Hussein appartiene a una famiglia di cortigiane. Il palazzo, pieno di cimeli, era probabilmente una casa chiusa. Dalla terrazza si gode una vista superba della moschea. Hussain é anche un pittore e ha riempito la sua casa di dipinti di donne alla finestra o languidamente sdraiate sul letto. Non so se le sue opere abbiano mai attraversato la soglia di casa...

Lahore, tra inferno e paradiso

Di record in record. Ieri eravamo a 47 gradi. Nella mia guesthouse hanno portato i materassi in terrazza e hanno dormito sotto le stelle. Mi sa che faró anch'io cosí ora, tanto non c'é pericolo di zanzare. Non ci sono altri esseri viventi in giro a questa temperatura. Ma c'é qualcuno ancora piú coraggioso di me. Nel primo pomeriggio stavo andando dal Forte Shahi (una copia piú piccola del Forte Rosso di Delhi) alla bella moschea in stile persiano di Wazir Khan. Il bazar era deserto di domenica, a parte qualche negozio di tabla e una fantastica giostra con i cavalli di legno azionata a mano. A un certo punto incrocio un'altra moschea chiamata Sunheri (dorata), un piccolo capolavoro di arte mughal in marmo bianco e scintillanti cupole dorate. E' li' che é avvenuto il mio primo incontro con un "ulema", uno studioso di Islam. Mi ha detto di chiamarsi Usman. In tunica bianca, con un turbante verde coperto da un velo e un grosso turchese al dito, stava mormorando delle preghiere. Prima di scattare una foto, lo saluto con un "Salam alekum". "Italiana?" mi dice subito. Sorpresa, gli chiedo come ha fatto ad indovinare. "Dal viso e dal colore della tunica". In effetti vado in giro con colori tenui che da queste parti non si usano, anche se sospetto che probabilmente qualcuno lo abbia avvisato. Da quando sono scesa dal risció almeno dieci persone mi hanno chiesto la nazionalitá. "Giornalista?"' mi chiede poi. Due a zero. Gli dico é molto perspicace e che ha un inglese oxfordiano perfetto. "Studiato a Londra?" domando. "No, ma ho molti amici e ho fatto la guida turistica. Adesso sto studiando l'olandese". Osservo le sue mani bianchissime che tiene sempre congiunte davanti a se. Mi racconta la storia della moschea e della devozione religiosa di Aurangzeb che io ho definito il piú crudele dei mughal. "Se i mughal erano cosí feroci allora perché in India c'é ancora una maggioranza di indú?". Incasso il colpo. Non mi ricordo poi perché mi metto a ridere un po' sguaiatamente su una battuta. "Ti ricordo che nelle moschee non si puó ridere". Giusto. Tempo scaduto, penso, ma invece di congedarmi, si offre di accompagnarmi nella moschea di Wazir Khan che é a due minuti. Prima di uscire si spalma sul viso un po' di olio profumato da un flaconcino. Me ne offre anche un po'. E' una fragranza decisamente femminile, glielo faccio notare per scherzo, ma non ride nemmeno un po'. A meta cammino si ferma a comprarmi un lemonsoda. "Perché non ne prendi anche tu?" domando. Mette una mano davanti al petto in segno di scusa: "oggi digiuno per 16 ore, acqua compresa". Continua a salmodiare i nomi di Allah mentre io tracanno in un fiato la bevanda. A 47 gradi mi sembra a dir poco eroico. Penso che anche i cristiani una volta si sottoponevano a simili privazioni. Davanti ai mosaici della moschea di Wazir Khan il suo viso si illumina. "In paradiso vorrei portare con me tre cose, questa moschea, il forte di Lahore e il mio Pir (maestro sufi). Poi si volta e mi chiede cosa io vorrei portare. Esito, davvero non lo so, non ci ho mai pensato. "Non penso di andare in paradiso" rispondo debolmente tra atroci sensi di colpa...

Lahore, tra traspirazione e cospirazione


Sono a Lahore da un paio di giorni. Lo ammetto. A differenza di molti turisti, tra cui anche donne, io non amo viaggiare in Pakistan. Mi da fastidio coprirmi la testa, non sopporto la segregazione sessista sui bus e nei ristoranti, anche se mi evita le resse, mi irrita quando gli uomini mi pagano le cose, mi aiutano ad attraversare la strada, si occupano di me come fossi una demente. Lo so che é solo senso dell'ospitalitá e rispetto per la donna, ma proprio non mi va giú. Sospetto inoltre che come giornalista di sicuro avró qualcuno alle calcagna. Ho giá fatto un errore. Dovendo comprare una carta sim per il telefonino, mi sono lasciata convincere da un tizio a fornire i suoi documenti di identitá per fare prima. Cosi ora il mio telefonino é sotto il nome di Mohammed Naveen. Il quale mi chiama due volte al giorno per premurarsi che tutto vada bene.
Sto cercando malgrado la calura di vedere un po' dei monumenti di Lahore, la cittá-giardino dei mughal, dice la mia guida, forse esagerando un pochino. Come a Delhi, gemella di Lahore ai bei tempi, fatico un po' a ritrovare i fasti del passato. In realtá spesso non mi accorgo neppure di essere in Pakistan. Sembra la vecchia Delhi, nei quartieri mussulmani, oppure il centro di Lucknow o di Hyderabad. Come previsto, anche qui c'é la stessa calura, forse di piú, siamo a 47 gradi, un forno a cielo aperto...o un inferno visto che manca quasi sempre la corrente. E' vero che ci sono i generatori (che contribuiscono ancora di piú a surriscaldare l'aria), ma - mi chiedo -come é possibile che la gente sia disposta ad affrontare circa 10 ore di black out al giorno senza ribellarsi? Mi dicono che la situazione é peggiorata e che con l'uso di condizionatori non c'é abbastanza corrente per tutti. E' lo stesso ritornello in India, a riprova che la religione o il colore del governo non c'entra. Io sono di passaggio, ma per la gente di Lahore deve essere davvero un calvario, forse ancora piú dell'allarme terroristico. A centinaia di chilometri da qui, si spendono miliardi di dollari nel combattere non ho ancora capito bene chi. Leggo ora su un editoriale del settimanale Weekly Pulse che il nemico numero uno Baitullah Mehsud é pagato dalla Cia...che ora lo vuole distruggere. Un ex giornalista, della Human Right Commission of Pakistan, mi ha detto ieri che il Paese é in mano all'esercito che si vende al migliore offerente. Nelle strade, tra la gente grondante di sudore - che pazientemente aspetta l'elettricitá sotto i ventilatori fermi - si tende a dare la colpa a Usa e India per tutto il casino. Piú aumenta la traspirazione e piú si ingigantisce la cospirazione...

Amritsar, alla mensa del Golden Temple



Sono in viaggio verso la frontiera con il Pakistan. L'unico valico aperto per gli stranieri é quello di Wagah, in Punjab, a pochi chilometri da Amritsar, la cittá sacra dei sikh. Siccome non l'ho mai visitata, ho deciso di fermarmi una mezza giornata prima di attraversare il confine. Ho preso un treno notturno, di quelli lentissimi e con questo caldo decisamente puzzolente, soprattutto perché come al solito mancava l'acqua nei cessi della mia carrozza. All'alba ero in stazione, un po' stordita, ma pronta a visitare il Tempio d'Oro, famoso monumento icona, una sorta di San Pietro per i barbuti e possenti punjabi. Non sono andata a vedere all'interno, c'éra troppa coda. Ho fatto un paio di giri intorno al laghetto sacro, pieno di giganteschi pesci rossi. Ho fatto anche il bagno, rinfrescante piú che prurificatore, nella sezione chiusa per le donne. Peccato perché avrei fatto volentieri una nuotata, ma temo che non me l'avrebbero permesso i guardiani armati di lancia che fanno la ronda sui bordi della vasca.
Ho visto il museo pieno di scene orride sui massacri di sikh da parte dei mughal. Capisco perché i fedeli sikh portano un pugnale alla cintola.
Ma la vera chicca del Golden Temple é la mensa funzionante 24 ore su 24 che sfama qualcosa come 30 mila persone al giorno! Sono rimasta stupefatta dalla logistica. Incredibile. Una macchina della ristorazione perfetta, una catena di montaggio dell'ospitalitá che si fonda solo sul volontariato. Ci sono quelli che lavano e asciugano i piatti di metallo, quelli che imburrano i ciapati che escono da una macchina che impasta, taglia e cuoce, i cuochi che cucinano il dal, la zuppa di lenticchie, poi quelli che servono le vivande. Ci si siede per terra su tappettini in file di 70-80 persone in uno stanzone. Dopo mezzora le gente esce e lascia al posto a quelli in fila fuori. Una macchina elettrica pulisce il pavimento. Giorno e notte, sette giorni su sette. Mai visto una cosa del genere.

Berlusconi e i segreti della dieta

Oggi stavo chiacchierando con un giovane diplomatico indiano che mi chiedeva della città di L’Aquila siccome dovrà andarci per il G8. Non sapeva che c’era stato il terremoto e quando glielo descritta è rimasto un po’ deluso. “Quindi non è tra le città più belle, è come se noi tenessimo un vertice tra i terremotati del Kutch” mi dice. Rispondo: “Certo, la Sardegna sarebbe stato meglio, ma si vuole esprimere solidarietà con le vittime del disastro”. Incalza: “Ma ci sono abbastanza hotel e dove faranno il vertice?”. “Beh, ci sono delle strutture limitate, certo non lussuose, piazzeranno qualcosa di temporaneo…” dico con un senso di colpa visto che lo vedo rabbuiare in viso. Poi lo sguardo si riaccende e con un sorrisetto ironico mi fa: “Sono sicuro che il vostro premier riserverà una buona accoglienza. E’ uno che ci sa fare. Ho letto di… come si chiama quella ragazza?”. Lo aiuto: “Patrizia, si chiama Patrizia”. Piomba un silenzio imbarazzante. Poi riattacca: “Certo che a 72 anni è ancora in grande forma, è bello robusto (si mette dritto sulla sedia e gonfia i muscoli, sembra imiti il Duce), chissà qual è il suo segreto…avrà una dieta particolare?”. Tento una debole difesa, dicendo che è un peccato che lo scandalo sia scoppiato prima del G8. Ma poi capisco che lui non la considera per nulla una vicenda scandalosa o inappropriata per un capo di governo. Anzi. Siccome “Berlo”, come lo chiama la stampa indiana, anni fa, aveva annullato una visita in India per un semplice mal di pancia, questa prova di machismo quasi quasi lo riabilita. Non era così anche Mussolini, personaggio che (non ho mai capito perché) suscita generale ammirazione qui in India tanto che la sua biografia è spesso esposta in prima fila nelle librerie…

Qudsia, da velina a imperatrice dei mughal


Sfidando i 40 gradi di questi giorni sono andata un pomeriggio a passeggiare al Qudsia Bagh (giardino di Qudsia), nella vecchia Delhi, quella di Shah Jahan, il sovrano che ha costruito il Taj Mahal, per intenderci. E’ vicino a Kashmiri Gate, una delle porte della vecchia cittadella mughal. Per fortuna è stato rimesso in sesto dalla Sovraintendenza indiana e quindi oggi è pulito e curato. Non mi occupo di botanica, ma pare che abbia una grande varietà di piante. Ho anche scoperto che nel mezzo c’è anche vecchio club coloniale, da nome un po’ inquietante il “Masonic Club”, dove mi sono fermata a implorare qualcosa da bere. Sto leggendo in queste settimane “Delhi” di Kushwant Singh, vecchio sporcaccione (con simpatia), ma grande quanto racconta le vicende dei mughal.
La storia è veramente bella. Qudsia era una ballerina, una velina dell’epoca, entrata nell’harem dell’imperatore Mohammed Shah e diventata molto influente tanto che era lei a gestire il malandato regno ormai al tramonto. In un capitolo, Singh descrive benissimo il sovrano dissoluto perso dietro le donne e il narghilè, umiliato dal guerriero persiano Nadir Shah nel 1739 che riuscì anche a sottrargli con un sotterfugio il Kohinoor, il famoso diamante ora di proprietà della Corona britannica, che lui teneva nascosto nel turbante. Nel giardino fatto costruire dall’eunuco-capo di Qudsia ci sono i resti del suo palazzo e la moschea privata. Penso in realtà fosse molto più grande, ma chissà cosa è successo con i lavori della gigantesca fermata della metropolitana che ora lo sovrasta. Anzi è già tanto che il giardino sia riuscito a sopravvivere all’avanzata delle ruspe che stanno trasformando la capitale per i giochi olimpici del Commonwealth del 2010. Certo è un tesoro nascosto e la storia di cortigiane, imperatori, eunuchi e ville mi ricorda qualcosa…

Il 2 Giugno e il parmigiano reggiano


Potere del blog? Mi piace pensarlo. Il nuovo ambasciatore Roberto Toscano ha restituito dignità storica alla Festa della Repubblica Italiana portandola al 2 giugno in sintonia temporale con la madrepatria. Ha rotto una bizzarra e misteriosa tradizione secondo la quale in India la ricorrenza si celebrava il 15 marzo, data che coincide con la battaglia di Montecassino. L’anno scorso avevo scritto un post dopo aver boicottato la festa per protesta (leggete qui). La Repubblica è stata salvata, ma a caro prezzo. Per via della calura estiva il ricevimento non si è tenuto nel giardino dell’ambasciata come d’abitudine, ma in una sala dello storico hotel Imperial sotto un enorme affresco di reali britannici. Immagino l’affitto sia stato costoso e quindi a rimetterci è stato il buffet limitato a pasta al pomodoro e panna-funghi. Niente dessert. Meno male che l’ambasciatore Toscano ha ricevuto in regalo dal consorzio di Parma una forma di parmigiano reggiano che magnanimamente ha messo a disposizione dei compatrioti immigrati. Ai tempi delle vacche grasse alla Farnesina, le feste nazionali del 15 marzo nel giardino della residenza diplomatica traboccavano di stand tricolori con prosciutti, mozzarelle, gamberoni e perfino gelato fatto in casa. Sarà stato un caso che all’epoca, tra gli ospiti indiani, c’erano ministri e anche un ex presidente, mentre lo scorso 2 giugno c’era solo un sottosegretario agli esteri?

Cronache dal Parlamento

Oggi primo giorno del nuovo parlamento ed esordio per 543 deputati della camera bassa o Lok Sabha. Anch'io per la prima volta sono entrata nel maestoso edificio circolare di pietra color miele che sorge a fianco della sede del governo. Pensare che non sono neppure mai entrata a Montecitorio. La ressa nella reception era infernale. Giornalisti e pubblico volevano i pass per entrare. Dopo l'attacco del dicembre 2001 c'é un'ossessione per la sicurezza. Superando la coda e e piazzandosi addirittura dietro gli impiegati, un collega mi ha aiutato ad ottenere il lasciapassare. Poi scherzando ha detto in hindi, "qui é peggio che alla stazione di Baraeli!". Rae Baraeli é una cittadina dell'Uttar Pradesh, nonché collegio elettorale di Sonia Gandhi. Non sapevo che fosse anche sinonimo di caos e confusione. "Perché - chiedo - che succede alla stazione di Baraeli?". Il collega non fa in tempo a rispondermi, é giá risucchiato dalla folla oltre le barriere automatiche tipo metropolitana. Lo vedo che ride con altri e mi indica una casupola dove ritirare il mio pass per i prossimi tre giorni .
Nella "press gallery", sopra la poltrona dello speaker, sono vietati i cellulari, macchine fotografiche e borse. Non si accorgono del mio telefonino appeso al collo sotto la kurta, ma tanto dentro é schermato e non c'é campo. Ci metto un po' a capire che nell'aula non sono permesse foto o riprese, ci sono solo le telecamere fisse della Tv di stato che trasmette in diretta la seduta.
La Camera é piccola, mi ricorda quella dei Commons a Westminster solo un po' più sciupata. Ci sono delle infiltrazioni di umiditá sulla cupola. Il tavolino di legno ripiegabile davanti a me sembra un pezzo di antiquariato. Dopo un po' un collega di PTI, l'Ansa indiana, mi fa sloggiare perché dice che quel posto é "riservato" per i giornalisti dell'agenzia. Non ho esperienza di giornalismo parlamentare, ma penso che sia lo stesso anche a Montecitorio. Mi sento un po' osservata, mi dicono che non hanno mai visto giornalisti stranieri nella galleria. Rispondo che molti degli stranieri hanno uno stringer oppure seguono i lavori per TV dall'ufficio o dall'hotel . Ricevo occhiate di approvazione quando dico che certe cose si capiscono meglio dal vivo. Mi viene peró il dubbio, sono una giornalista solerte o solo una scema?
I messi parlamentari hanno dei turbanti bianco-dorati con lunghe code inamidate. La maggior parte degli MP, i Members of Parliament, sono in bianco, con i tradizionali kurta-pijama e delle ciabatte che - senza offesa, ma é cosí - da noi di usano per la doccia. Quelli del Sud, come il Kerala, sono eleganti nei loro "lunghi" (tipo sarongh con il bordo) che devono sollevare mentre scendono verso il centro dell'emiciclo dove avviene il giuramento. Uno dei piú sciccosi, con una sciarpa tricolore al collo, é Shashi Tharoor, aspirante segretario generale delle Nazioni Unite, sconfitto da Ban ki-Moon, poi ritornato in patria e giá diventato sottosegretario agli esteri. L'avevo intervistato l'anno scorso quando non sapeva ancora se doveva correre per il Congresso. "Ed ora eccomi qui" mi dice con un mezzo inchino quando ci siamo incrociati all'ingresso del parlamento. Il suo portaborse Jacob é impressionante, un gigante.
Tra le donne, tutte in abiti tradizionali, la palma spetta a Sonia, in un sari verde chiaro perfettamente inamidato, forse seta di Benares, che nel pomeriggio era seduta da sola al primo banco. Prima, accanto a lei c'erano i fedelissimi ministri Chidambaran e Kamal Nath, poi se ne sono andati, forse per impegni di governo. Ho notato che aveva un tic agli occhi, abbastanza pronunciato e un tremolio alle gambe. Vecchiaia o nervosismo? Batteva la mano sul tavolo (secondo l'usanza anglosassone non ci sono applausi) ogni volta c'éra un deputato del Congresso che giurava. E poi salutava a mani giunte, il namaste indiano. Mai strette di mano come gli altri onorevoli. Pochi le hanno toccato i piedi in segno di reverenza come invece facevano con il suo vecchio rivale sconfitto, L.K. Advani, che - di nuovo seduto sui banchi dell'opposizione - sfogliava nervosamente la lista dei deputati, forse alla ricerca di maggioranze nascoste. Difronte c'era il famoso duo, Laloo Prasad Yadav e Mulayan Singh Yadav, grandi perdenti e silurati, ma sempre pronti a distribuire frizzi e lazzi. Nel soporifero carosello dei giuramenti nel nome di Dio (o di Allah per i mussulmani) gli unici ad attirare l'attenzione erano i deputati del nord est nei loro costumi tradizionali. Quello dell'Arunachal Pradesh, territorio rivendicato dalla Cina, aveva un bizzarro copricapo con un'intelaiatura di bamboo e una piuma di fagiano. Anche l'imperturbabile Sonia ha sorriso.

L'ascensione di Sonia


Alcuni colleghi mi avevano preso in giro per la mia ossessione su Rahul Gandhi, il figlio di Sonia emerso come la star di queste elezioni che hanno visto il Congresso di sua madre, suo padre, sua nonna e suo bisnonno, ritornare in grande spolvero a governare l’India del boom economico. La maggior parte dei pezzi che ho fatto, compresa un’intervista, erano in effetti su di lui. Non ho mai creduto nel fenomeno Mayawati, la cosiddetta regina degli intoccabili, “inventato dalla stampa occidentale” come mi disse un politico e che di fatto si è sciolto negli oltre 40 gradi della calura di Delhi. Panorama scriveva in un articolo firmato Giovanni Porzio che “mentre la dinastia dei Gandhi imbocca il viale del tramonto, nella democrazia più grande del mondo scendono in campo gli intoccabili e i tecnocrati”. Certo, siamo stati tutti ingannati dai sondaggi che davano in declino Congresso e il rivale Bjp, però è stata una bella cantonata. Altro che viale del tramonto. Sonia Gandhi è ormai avviata verso la santità politica dopo la beatificazione del 2004 quando rinunció al potere. E’ la sua apoteosi. Ha perfino ricevuto come “regalo”, si fa per dire ovviamente, la testa di Velupillai Prabhakaran, il leader delle Tigri Tamil che nel 1991 dalla giungla di Jaffna aveva inviato uno squadrone della morte in Tamil Nadu per uccidere il marito Rajiv e punirlo per il suo sostegno al governo cingalese.
Si può dire quello che si vuole, ma è innegabile che gli oltre 250 comizi in un mese di Rahul nelle roventi campagne dell’India, sono serviti a qualcosa. I giovani, ricchi e poveri, l’hanno premiato. Ieri un collega indiano, mi ha detto che è stata decisiva anche la sua conferenza stampa a New Delhi, la prima seria difronte a centinaia di giornalisti. Era ora, dopo gli incontri “off the record” tra pochi intimi a prendere un tè nel giardino della sua villa di Tuglak Lane. Il ragazzo sarà poco carismatico, ma ce l’ha messa tutta. Peccato che sia un Gandhi, mi verrebbe da dire. Onestamente avrei preferito l’alternanza. Quelli del Bjp, dipinti come i “cattivi” della situazione, non è che sono andati poi così male. Il problema è che hanno pochi amici per via delle loro devianze nazionaliste. Ma non dimentichiamo che sono loro ad avere tirato l’India fuori dal pantano agli inizi del Millennio.
Quello che non mi piace è che giornali e televisioni stanno glorificando i Gandhi in maniera del tutto acritica. Sono piegati a novanta gradi. E’ un delirio con sottofondo di Jai Ho, la musica di Slumdog Millionaire, che ha vinto l’Oscar e ora anche le elezioni. La borsa è andata addirittura in tilt per eccesso di rialzo. Il direttore di Newsweek, Fareed Zakaria, che ho sentito ieri sera TV, dopo elencato i vantaggi di un secondo mandato al Congresso, ha proclamato che Manmohan Singh è il migliore premier che l’India ha avuto dopo Nehru! Insomma da adesso in avanti c’è solo il soglio pontificio. Non a caso, dopo la vittoria, sulla “soglia” di casa a Janpath, Sonia aveva sentenziato con tono evangelico: “La gente ha scelto quello che era giusto”. E così sia.

Hyderabad, in cerca di acqua potabile a Cyderabad


Sono arrivata ad Hyderabad con molte aspettative. Qualcuno aveva detto che era una sorta di Miami indiana, perché rifugio di ricchi pensionati indiani. Altri mi hanno elencato le meraviglie e le ricchezze della città dei Nizam, aristocratici mussulmani stracarichi di perle e diamanti. Io stesso poi l’avevo definita una delle Silicon Valley indiana. Boh. Nei miei tre giorni di peregrinazioni ho trovato veramente straordinario solo il “mutton biryani”, il riso giallo con pezzi agnello, che ho mangiato in una trattoria del quartiere di Abids. E poi le montagne di manghi dolcissimi davanti al Charminar, il monumento simbolo di questa Mecca del Sud dell’India, dove le donne vanno in giro velate come in Arabia Saudita. Forse avrei dovuto leggere il libro The White Mughals di Darlymple prima di venire qui, come mi ha detto un mio collega italiano. Del celebre passato di Hyderabab c’è ancora il forte e la cittadella di Golkonda, che nel Medioevo era la capitale di un regno che era ricchissimo famoso anche in Europa. Il celebre diamante Kohinoor arriva da giacimenti di qui, ora esauriti. Ho letto che l’incazzoso imperatore Aurangzeb ci mise nove mesi prima di espugnare la fortezza e ci riuscì solo grazie al tradimento di un ufficiale dell’esercito nemico.
Chiaramente per rievocare i fasti di Hyderabad, le montagne di perle (quelle ci sono ancora nel bazar), i cortei di elefanti, gli harem pieni di donne bellissime, ecc. ci vuole una buona dose di fantasia quando si viaggia nelle strade trafficatissime dove ho rischiato più volte di farmi mettere sotto.
Ci vuole anche molta immaginazione a cogliere l’aspetto di capitale dell’hi-tech. Il nuovo aeroporto (ho visto solo l’arrivo dei voli domestici) è un gioiello, ultramoderno e con un’architettura all’avanguardia. Sono sprofondata nei sedili dell’aeroexpress – il bus-shuttle – che mi ha portata in città. L’entusiasmo si è esaurito subito dopo. Nessuna sorpresa, sono sempre in India (per fortuna, forse).
Per cercare “Cyberabad”, il polo dei servizi, ho preso un paio di bus e sono andata in periferia a Madhapur. Ho attraversato una zona residenziale, verde e piena di cliniche, forse quella è la “Miami” e poi mi si sono presentati davanti i grattacieli di vetro cemento. Come a Gurgaon, il polo tecnologico di Delhi, gli edifici brillavano nel deserto costellato di baracche e discariche. Davanti al Cyber Towers, il “charminar” dell’altra Hyderabad, c’era una donna e due bambini che raccoglievano acqua pulita da un piccolo buco in terra dove una tubatura si era rotta. La donna mi ha detto che quello era l’unico modo per avere “acqua pulita”. Visitare giganteschi templi dell’IT indiano è impossibile per chi non ha un badge. Inventandomi una scusa sono riuscita a entrare nella mensa del “Cyber Gateway”, un parallelepipedo-monstre, che sorge lì vicino e in cui lavorano 9000 informatici. In quel momento c’erano decine di impiegati con il badge di Oracle, evidentemente in pausa pranzo. Poi ho visto alcuni di Dell e poi di Genpact, penso molti siano call center che lavorano di notte con gli Usa. In effetti non c’era molta gente in giro. Mi sono ricordata che una ragazza che lavora in un call center a Gurgaon mi ha detto che c’è un clima di terrore per via della crisi, nel senso che chi non produce viene sbattuto fuori senza complimenti…

BREAKING NEWS - Una balena in putrefazione sulla spiaggia di Palolem


Rimarrá per sempre un mistero. E' stato qualche pescatore burlone a trascinare una balena in putrefazione all'ingresso della spiaggia di Palolem oppure il destino ha voluto che il grosso cetaceo venisse trasportato dalle correnti proprio su uno dei piú pittoreschi litorali di Goa in un caldo pomeriggio di fine stagione? Fatto sta che verso le 4 del pomeriggio, quando i pochi bagnanti sono ancora immersi nella pennicchella, un insopportabile fetore pervade l'atmosfera. Io sono una habituee di questa spiaggia e negli anni mi é capitato di vedere di tutto. Ricordo ancora una cremazione sul bagnasciuga, tra i turisti che giocavano a freesby, e l'odore di arrosto bruciato che é rimasto per diverse ore. Ma la balena, questa é stata davvero una sorpresa. Ci ho messo a capire un bel po' che la puzza di marcio arrivava dal centro della spiaggia dove si stava radunando una folla. Dall'acqua spuntava una enorme chiazza nero-marrone che a prima vista sembrava una roccia. Una barca stava trascinanando la carcassa a riva. Sul dorso del cetaceo erano saliti una decina di ragazzi che esultavano come a una partita di cricket. Piú il cetaceo, in evidente stato di decomposizione, avanzava, piú il fetore aumentava. Mi sono resa conto che ero controvento. Quando ho raggiunto il posto la folla era enorme, mi ricordava un Capodanno di qualche anno fa quando a Goa non c'erano ancora gli allarmi antiterrorismo e il turismo andava a gonfie vele. Un bagnino - non sapevo neppure ce ne fosse uno - é intervenuto per chiedere alla gente di uscire dall'acqua putrida. Qualcuno ha toccato il cetaceo e poi si e' benedetto. Lo squame, nero, era quasi completamente sparito. Dalla coda uscivano le budella. Le onde ogni tanto aprivano la lunga mascella mostrando la gola. Mi é venuta in mente la storia di Pinocchio. Sará stata di 15 metri o forse piú. Mai visto una roba del genere, mi ha detto un pescatore. Ci sono volute due gru per trascinarla fuori dall'acqua. Per entrare in spiaggia hanno dovuto distruggere degli scalini di cemento e allargare un passaggio. Dei buldoozer hanno fatto una buca di 5 metri vicino alla riva. La balena é stata seppellita a tarda sera con sollievo di tutti quanti. La puzza, che aveva raggiunto anche la strada principale, é scomparsa, ma scommetto che per un bel po' il pesce é sparito dai menú.

India al voto, ma è davvero democrazia?

L’altro ieri quando sono iniziate le elezioni mi trovavo davanti alla stazione nuova, quella vicino a Connaught Place. Erano le due del pomeriggio, sotto il sole a picco ci saranno stati 40 gradi. E c’era il solito ingorgo di bus, risciò, biciclette, coolies e motociclisti che come me cercavano qualsiasi varco disponibile pur di uscire dalla camera a gas dei tubi di scappamento. C’era un uomo magrissimo, scalzo, con il dhoti intorno ai fianchi che stava tirando piegato in due un carretto pieno di sacchi di yuta. Dietro c’erano due bambini, sui 6 o 7 anni, sudatissimi, che spingevano con il capo chino e lo sguardo assente. Molto probabilmente erano i suoi figli e lui era arrivato dai villaggi a vendere chissà quale mercanzia nella città. Ho pensato alle cose che avevo appena scritto sulle elezioni. “La più grande democrazia del mondo va al voto, 714 milioni alle urne per eleggere il parlamento, il più vasto esercizio democratico al mondo, la democrazia indiana si rimette in marcia, ecc,ecc”. Se è così quell’uomo chissà cosa voterà. Di sicuro qualcuno che gli promette un po’ più di soldi per comprarsi un paio di scarpe e mandare i figli a scuola. E non voterà quelli di 5 anni prima che non hanno mantenuto le promesse. Nutro forti dubbi che i 300-400 milioni di indiani (dipende dall’affluenza) vadano a votare secondo questo criterio. Forse lo fa l’1 per cento. Quelli che leggono i quotidiani inglesi come il Times of India, che da settimana martella con la campagna “Lead India” per sensibilizzare gli elettori sull’importanza del loro voto per cambiare il Paese…
Il mio amico Arjun, maestro di tennis, che considera la Tata Nano ancora “troppo cara”, arriva da un villaggio dell’Uttar Pradesh. Appartiene alla super casta dei Yadav (pare siano l’11% della popolazione indiana concentrati in UP e Bihar). Quando gli ho chiesto chi votava mi ha risposto senza esitazione Mulayam Singh Yadav, potente leader dell’Uttar Pradesh. “Of course, I am a Yadav” ha aggiunto. Lo so. Ho scoperto l’acqua calda. La politica indiana è dominata dagli equilibri di casta. Ma allora io smetto di chiamarla democrazia.

Rahul Gandhi e il caffè off the record


Quando l’altro pomeriggio il portaborse di Rahul Gandhi mi ha invitata ad un caffè con il suo capo insieme ad una decina di altri giornalisti ha subito precisato che era “off-the-record”. Non penso che il blog rientri nella censura. Non mi è mai piaciuta la pratica della chiacchierata informale esclusiva per pochi eletti. La potevo concepire forse quando facevo cronaca nera e c’erano informazioni che non si potevano diffondere senza pregiudicare le indagini. Nel caso di RG, come lo chiamano, non capisco cosa ci sia di tanto riservato e perché non possa tenere una bella conferenza stampa come fanno tutti i politici in campagna elettorale.
Comunque era la prima volta in tanti anni e dopo innumerevoli richieste di interviste cadute nel nulla che riuscivo ad avvicinare un Gandhi anche se off-the-record (sono davvero curiosa di sapere se i miei colleghi hanno rispettato le consegne). Anche se temo che ci fosse poco da scrivere. RG non ha detto nulla di quanto non si sapesse già. Che lui il premier non lo vuole fare, ma che sarà costretto prima o poi. Che il suo lavoro ora è quello di riformare il Congresso eliminando nepotismo e corruzione. “Come si entra oggi nel partito secondo voi?” ci ha chiesto in tono provocatorio. Pare che per fare il politico bisogna avere qualche parente o dei soldi. In pratica il Congresso non è democratico e lo ha ripetuto più volte. Quello che sta cercando di fare è di tenere elezioni per rinnovare i direttivi delle sedi locali dello Youth Congress, cosa che non è mai stata fatta. Secondo me è un lavoro davvero ostico e, come ha ammesso, solo lui “che porta quel cognome ha l’autorità per farlo”. “Datemi due anni di tempo e creerò il più grande movimento giovanile del mondo” ha promesso RG. Dopo i due anni non è escluso forse che assuma un ministero.
Non so quanto può interessare a dei lettori stranieri la democratizzazione della base del Congresso. Molto poco, immagino. Ma quando gli ho chiesto se si sposava mi ha risposto che “non lo sapeva”.
La chiacchierata si è tenuta nel giardino di casa, seduti in cerchio, mentre i camerieri ci offrivano il caffè e dolcetti. Si è presentato con la divisa di ordinanza, casacca e pantaloni bianchi e sandali di cuoio. Visto da vicino, ho notato che la sua carnagione è decisamente chiara, non è quella di un indiano (e neppure degli italiani che sono tutti abbronzati). Prima di congedarsi mi ha parlato in italiano. Mi ha chiesto se ero italiana, forse l’avrà capito dal mio accento. Per un istante mi è venuta voglia di rispondergli in inglese...poi mi sono ricordata che eravamo off–the-record.

Le labbra di Roberto Cavalli e i riccioli di Lapo Elkann


Siccome mio malgrado ogni tanto mi tocca di occuparmi di moda sono andata ieri a seguire un seminario sul lusso, diventato “Sustainable luxury” in questi tempi di magra. E’ una di quelle conferenze a pagamento organizzate dall’International Herald Tribune. L’anno scorso era a Mosca e quest’anno in India, ultima frontiera per le griffe in crisi. In realtà doveva essere a novembre poi è slittato per via gli attentati di Mumbai. Tra le star della moda c’era Roberto Cavalli, uno dei mostri sacri, che qui in India è particolarmente idolatrato. Siccome non avevo l’accredito (e neppure me lo potevo permettere) mi sono intrufolata nella sala della conferenza passando dal giardino dell’Imperial, l’hotel dove si teneva l’evento e che è uno dei più belli di Delhi (ripago con questa marchetta il pranzo scroccato).
Cavalli era seduto sul palco davanti alla vetriolica giornalista di moda Suzy Menkes, con la sua solita frangia a bigodino. Al suo fianco la moglie Eva, che è anche la sua assistente. C’era anche un altro collaboratore di Cavalli che teoricamente doveva fare da interprete. Ho notato che a forza di lampade Cavalli era più scuro che gli indiani in sala e le sue labbra erano troppo grandi e lisce per la sua età. Più tardi dopo pranzo, quando mi ha invitato a sedere al suo tavolo, l’ho visto più da vicino. Le labbra sembravano prese da un altro volto. Il tema della conversazione con la Menkes era Hollywood versus Bollywood. Purtroppo non ha usato l’interprete e il risultato è stato abbastanza disastroso. Ma secondo me non era solo un problema di lingua, ma di contenuti, purtroppo. L’unica cosa che mi ha colpito è quando ha ammesso che “il migliore designer è Dio” riferendosi alla bellezza della natura indiana. Condivido. E poi che le star di Hollywood sono pagate dagli stilisti per mettersi gli abiti firmati sulla passerella degli Oscar, mentre lui, “se lo chiamano bene”, se no, “ne fa anche a meno”. Viva la sincerità, anche se penso che senza passerelle rosse e circo mediatico lui sarebbe un semplice sarto fiorentino con le labbra di un sessantenne.

PS Ho avuto l’occasione di incontrare anche Lapo Elkann, che sotto la cascata di riccioli biondi, non mi è sembrato quel mostro di perversione che tutti conoscono. Nella sua eleganza da Uomo Vogue, seduto fuori su dei gradini di cemento a fumare, mi ha confessato di essere “un privilegiato” mentre "gli indiani e altri popoli come gli africani, ebrei o armeni che hanno sofferto posseggono i controcoglioni”. Condivido pienamente, come anche il suo patriottismo, cosa rara in questi momenti di totale pessimismo sulle capacità di ripresa del nostro Paese. “Sono fiero di essere italiano e ebreo, scrivilo pure".

"Jai Ho" Sonia, ma lasciamo stare i bambini


Non ho idea di cosa Sonia Gandhi abbia promesso ad Azhar e Rubina Ali, i baby attori di Slumdog Millionaire, ma trovo che quello accaduto oggi sia davvero una caduta di stile per la presidente del Congresso e indiscussa primadonna della politica indiana. I due piccoli artisti sono usciti dal numero dieci di Janpath agitando un santino di Sonia e cantando “Jai Ho”, il motivetto da Oscar che è diventata la colonna sonora della campagna elettorale del Congresso. Jai Ho è quello che l’inno Forza Italia è stato per Berlusconi. Non so se dietro ci siano gli spin doctor della Famiglia o se è un’idea dei genitori dei bambini che hanno chiesto a Sonia un alloggio in muratura al posto della baracca di lamiera in cui vivono a Dharavi. Capisco la macchina di Hollywood che non si fa molti scrupoli a divorare tutto quello che trova sul suo cammino, ma non me lo aspettavo dal Congresso. E non mi si venga a dire che almeno i due bambini hanno goduto di una giornata da sogno a Delhi tra shopping, leccornie e un bagno in piscina nella farm-house della coppia di stiliste Ashima-Leena, le autrici di questa trovata pubblicitaria. Stasera sono andata alla loro sfilata, alla Fashion Week (quella sponsorizzata da Wills Lifestyle, non l’altra concorrente dell’Emporio) e ho visto Azhar e Rubina con le loro faccette sorridenti nella bolgia infernale delle telecamere e microfoni dove mi sono fatta largo a furia di spintoni per rubare almeno uno scatto. Ma perché invece della pubblicità a dei costosissimi pezzi di stoffa, non parliamo di dove vivono e di dove vanno a scuola?

Holi, festa dei colori e palpeggiamenti


Sto viaggiando in direzione nord di Delhi attraverso una strada non battuta dell’Uttar Pradesh, di quelle dove per chilometri non si vedono null’altro che piramidi di cacche essicate e fornaci di mattoni. Ho visto moltissime donne e bambini a “impastare” mucchi di cacca per farne delle formelle rotonde. Devo dire che mi é sembrato di vedere anche uno certo senso artistico, ma non vorrei essere irriverente. Forse é questa la stagione dove si accumula questo prezioso combustibile per cucinare e scaldarsi.
Oggi é una giornata particolare, é la vigilia di Holi, la festa dei colori, una sorta di carnevale dove ci si tira addosso polvere e acqua colorata. Una giornata all’insegna del "semel in anno licet insanire". La battaglia dei gavettoni é giá iniziata oggi. Mentre ero in scooter lungo la strada per Saharapur dove mi trovo ora sono stata bersagliata da ragazzi con pistole ad acqua, dai palloncini pieni di colori e perfino dale immancabili cacche. I bambini si divertivano a centrare i finestrini dei bus. Ma oggi é anche la giornata in cui ci si ubriaca con superalcolici e ci si fa di “bang lassi”, marijuana che si prende sottoforma di beverone allo yougurt. Ieri sera a Delhi, davanti a un liquor shop vicino a Defence Colony, c’era la coda in strada per entrare. La gente in giro é decisamente su di giri, fin troppo direi, soprattutto gli uomini. Il mio amico Jinu, comunista keralese e ex leader studentesco, dice che Holi é l’unico giorno in cui i ragazzi possono “toccare” le ragazze con la scusa di colorarle. Palpeggiamenti a libertá, pare, “seno soprattutto” precisa lui che quando era nel campus universitario ne avrebbe “colorate parecchie”. A quanto pare anche le ragazze aspetterebbero Holi per farsi “colorare”. Ma la cosa si ferma lí, “sopra la cintola”, mi mostra Jinu che probabilmente, ne sono quasi sicura, rimpiange quei bei tempi…

Sri Lanka, meglio parlare di surf


Sono appena arrivata dallo Sri Lanka, la “lacrima” dell’India come la chiamano qui, che mai come in queste settimane gronda di sofferenze e di miseria. E ora anche di fame. Leggo che tra la popolazione tamil intrappolata nella guerra ci sono stati i primi morti di stenti. Volevo raccontare la storia dei profughi della regione di Vanni, ma non mi è stato possibile entrare in contatto con loro. Il governo del nazionalista Rajapaksa, sostenuto dal clero buddista, ha imposto una rigida censura sulle informazioni che arrivano dal nord. Sono riuscita ad arrivare fino a Trincomalee, il posto più vicino al fronte e quello aperto ai turisti (sono entrata con un visto turistico). L’autista della macchina a noleggio che ho preso a Colombo non ci andava da quasi 20 anni, da quando era adolescente. All’inizio era eccitato da questo suo amarcord, poi quando ha visto i posti di blocco e ha incrociato con gli occhi l’odio dei tamil per strada, ha cominciato ad implorarmi di tornare. Pensare che ha girato il mondo, come marinaio sulle navi cargo, sa perfino il greco, ma a cento chilometri da casa sua si sente un pesce fuor d’acqua. Non parla e legge il tamil, non mangia il loro cibo e trova perfino l’acqua “diversa” da quella di Colombo. La coppia di romani, Loredana e Luca, che gestiscono il “Palm Beach Resort”, dove mi sono fermata a mangiare fettuccine all’astice (“di un tipo che si pesca solo qui”) in effetti lo guardavano con estremo sospetto. “Se vieni senza di lui possiamo dirti cosa sta succedendo qui”. La loro cuoca è rimasta orfana da piccola. I suoi genitori sono stati massacrati dai soldati cingalesi. Le spiagge bianche di Nilaveli, a nord di Trincomalee, le più belle dell’isola, trasudano ancora dell’orrore dello tsunami. Nessuno le ha ancora ripulite, sono piene di ciabatte come 4 anni fa quando sono venuta qui per la prima volta a raccontare il disastro. I pescatori non possono uscire con le barche. All’orizzonte si vedono le motovedette della marina militare. Ogni notte da questo tratto di mare arrivano centinaia di profughi con orribili mutilazioni. Sono curati nell’ospedale di Trinco, ma nessuno, a parte Onu e Croce Rossa e qualche ong come quella del San Raffaele di Milano , può avvicinarli. “Sono come prigionieri” mi dice un ragazzo tamil che gestisce i progetti della ong francese Agrisud e che non ha più notizie di suo cognato da un mese. Circolano voci di atrocità commesse dai militari cingalesi sulla popolazione civile, di stupri e aborti forzati. I giornalisti locali qui rischiano la vita e non ci vengono, quelli stranieri della Bbc e Cnn non ottengono il visto per entrare. Comunque questo conflitto non è “sexy” per i giornali, per usare un’espressione del mio ex caporedattore de Il Giornale. E non ci sono immagini da mostrare, aggiungo io, perché l’oscuramento del governo è totale.
L’attentato a Lahore, in Pakistan, alla nazionale di cricket srilankese l’altro ieri ha ottenuto più spazio che le decine di migliaia di sfollati o “desaparecidos” di questa guerra che va avanti da oltre un anno.
Bastano sei o sette ore di auto in direzione sud per dimenticare questi orrori invisibili. Ad Hikkaduwa, paradiso delle testuggini e del surf, non ti accorgi di nulla se non che ci sono pochi turisti intorno, ma è perfino meglio, i prezzi sono calati. La gente è ospitale e ti dice che la guerra è quasi finita, “c’è solo un piccolo problema su al nord”. La settimana prima un ultraleggero delle Tigri Tamil si era schiantato sul palazzo delle imposte di Colombo e un altro era stato abbattuto dalla contraerea. Agli ospiti stranieri, bloccati negli hotel nell’oscurità totale, avevano detto che era “un’esercitazione mensile”….

Martin Luther King III, il sogno della non violenza


I have a dream…oggi sono andata a sentire una lecture di Martin Luther King III, il figlio della leggendaria icona dei diritti dei neri americani. E’ venuto qui in India con la moglie per visitare i luoghi del Mahatma Gandhi come ha fatto il padre esattamente 50 anni fa. Martin Luther King non ha conosciuto il Mahatma, ma è stato profondamente influenzato come Nelson Mandela. Devo dire che è stato emozionante vederlo perché un po’ gli somiglia, anche se è più grasso, e poi è un bravissimo oratore. Ci sarebbe stata bene un po’ di musica soul in sottofondo. Ha detto che se vogliamo davvero seguire gli insegnamenti del Mahatma e di suo padre, bisogna lanciare una “rivoluzione non violenta” e che bisogna coinvolgere i “terroristi nel dialogo e nella riconciliazione”. Già… come se qui fosse facile con le macerie del Taj Mahal di Mumbai ancora fumanti. Il Mahatma diceva “che occhio per occhio e il mondo diventerà cieco”. Proprio come il vicolo cieco in cui si trovano i conflitti in Iraq, Afghanistan, Sri Lanka, Palestina e Darfur. Il “sogno” di Martin Luther King jr si è materializzato alla Casa Bianca dove da gennaio siede per la prima volta un afroamericano, ma non nel resto del mondo. Il concetto di non violenza rimane una semplice utopia. Nel 1959 c’era la corsa al riarmo di Usa e Unione Sovietica oggi c’è la guerra contro l’integralismo islamico.
“Il nostro secolo non è meno violento dello scorso secolo” ha detto King nello stesso palazzo dove 50 anni fa suo padre incontrò uno stanco e invecchiato Jawaharlal Nehru. C’è una bella fotografia li ritrae insieme e che gli è stata regalata come ricordo.
Quando il reverendo King, morto di morte violenta come il Mahatma, arrivò in India per il suo pellegrinaggio spirituale proclamò in un discorso (ascolta qui) che in India "lo spirito di Gandhi era più grande di quanto si credeva"…non so se Martin Luther King III oggi può dire lo stesso.

Poste Indiane, il mistero dell’affrancatura

Oggi voglio sollevare un problema che probabilmente interessa solo me qui in India. Primo, perché penso di essere l’unica che si reca di persona all’Ufficio Postale per spedire la corrispondenza, invece di inviare autisti, valletti, cuochi, domestici che qui sono disponibili in larga quantità e a basso costo. Secondo, perché penso di essere forse una delle poche utenti superstiti di questo vecchio sistema di social networking nell’era di Facebook.
Di solito vado nell’ufficio centrale in Lodhi Road che ha il vantaggio di essere sempre deserto e di rimanere aperto fino alle 18.
Il quesito che vorrei tanto fare al direttore delle Poste Indiane è il seguente: “Perché non mettete a disposizione dell’utenza dei tamponi per inumidire la colla dei francobolli?”. Sono ormai sette anni che cerco di carpire i misteri dell’affrancatura e delle buste indiane che sono prive di striscia incollante o adesiva. Quello che fanno tutti è di usare la colla disponibile di fianco allo sportello. Si trova dentro un barattolino appiccicoso e per prenderla c’è di solito una biro rotta oppure un bastoncino di legno. Molti usano i bordi bianchi dei francobolli dopo averli staccati, liste di cartoncino o semplicemente quello che capita comprese le cartacce in terra. I più disperati come me usano le dita. E’ come pescare nel barattolo della marmellata e poi spalmarla sulla busta. Premi i francobolli e spunta colla ovunque. Cerchi di pulire e si leva il francobollo. E ricominci da capo. Siccome il ripiano non è mai pulito e neppure le tue dita, alla fine rimangono delle larghe chiazze di sporco grigiastro. Ogni volta penso a chi riceve la busta zozza e appiccicosa dall’India…
Visto che i francobolli indiani hanno ora la colla, possibile che nessuno abbia mai pensato di mettere a disposizione un tampone umido? Lo confesso: siccome non so mai dove pulirmi le dita (usare i tovagliolini di carta è ancora peggio, si incolla tutto) a volte per bagnare il francobollo uso la saliva. Una bella leccata e via. Ma devo stare attenta a che nessuno mi veda. Una volta la funzionaria dietro lo sportello ha fatto una faccia disgustata quando mi ha visto mettere sulla lingua i francobolli che mi aveva appena dato. “La colla è dietro di lei” mi ha detto con un tono tra il perentorio e il compatimento che di solito si riserva ai “bianchi”, ai “gora”, che hanno strane manie, tra cui quella altrettanto disgustosa di usare la carta igienica in bagno invece di sciacquarsi con l'acqua. Con tutto rispetto per le differenze culturali, però un tampone umido….

Summit sul clima a Delhi, perché non cominciamo a spegnere l’aria condizionata?


Sto seguendo in questi giorni a Delhi un forum mondiale sul cambiamento climatico pre Copenhagen organizzato dall’indiano R.K Pachauri, la barbuta Cassandra delle sciagure ecologiche prossime venture e per questo anche Nobel per la pace nel 2006 insieme ad Al Gore. Il riscaldamento terrestre, che ai miei tempi si chiamava inquinamento, è oggi l’ultimo dei pensieri a turbare i sonni dei leader mondiali. Lo scioglimento dei ghiacciai himalayani e l’inabissamento delle Maldive non sono poi così gravi rispetto al fallimento delle banche di tutto il mondo, cosa che di fatto sarebbe avvenuta senza l’intervento pubblico.
L’ecologia non va più tanto di moda. A Delhi è arrivato anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon per ricordare i doveri del trattato di Kyoto, ma nessuno se n’è accorto.
Per fortuna la recessione mondiale farà respirare un po’ il pianeta. La pressione sulle risorse si è allentata. Si consuma meno petrolio, meno acciaio e a quanto pare si mangia e si beve anche di meno. Ma per quanto? Pachauri dice che appena ci sarà la ripresa i prezzi del greggio torneranno come prima e allora le tecnologie “pulite” (tra cui ora ci mettono anche il nucleare), saranno di nuovo attuali. Il ritornello dominante delle varie sessioni del forum, di una noia mortale (nonostante gli sforzi di Nick Gowing, l’anchorman della Bbc, che davvero vorrei sapere quanto prende per moderare i dibattiti), è che la lotta al cambiamento climatico è “un’opportunità” per rilanciare l’economia mondiale e creare posti di lavoro. E’ l’idea lanciata da Barak Obama nel suo new deal ecologico. Convertire le economie dipendenti dal carbone a economie pulite o verdi sembra essere la bacchetta magica in grado di salvare il capitalismo mondiale. Al forum di Delhi ci sono le grandi industrie del settore, francesi, tedesche, americane, purtroppo nessun italiano a parte il direttore dell’Enea, Luigi Paganetto. Pannelli solari, marmitte catalitiche, batterie ricaricabili, c’è tutto un mondo da inventare appena la lobby del petrolio molla la presa. Io ho perfino comprato oggi in uno stand di un’azienda indiana una torcia elettrica ricaricabile con la manovella. Lo so, sono caduta nella trappola del neoconsumismo ambientalista. Ma se serve a garantire la pagnotta ben venga. Il problema è che la garantisce solo ad alcuni e non ad altri. Non si può parlare di ambiente quando per esempio si consumano centinaia di bottigliette di plastica per l’acqua come ho visto oggi sui tavoli. Oppure quando si tiene l’aria condizionata a manetta nella sala della conferenza quando fuori non ci sono neppure 20 gradi. Facendo appello alla coscienza ecologica dei presenti, ieri ho proposto a Nick Gowing di spegnere l’impianto di condizionamento che oltretutto è anche dannoso per la salute. Nessuna reazione, piatta totale, nessuno si è risvegliato dal torpore pomeridiano post buffet.

PS Due giorni dopo sono ritornata al convegno. Erano tutti in manica di camicia, compreso Nick. Avevano spento i condizionatori

Sri lanka, quando di giornalismo si muore

Ho ritrovato questa poesia nell'editoriale postumo del direttore di "The Sunday Leader", Lasatha Wickramatunga, che è stato assassinato a Colombo il 9 gennaio.

Prima vennero per i comunisti, e non alzai la voce, perché non ero un comunista.
Quindi vennero per gli Ebrei, e non alzai la voce, perché non ero un Ebreo.
Quindi vennero per i sindacalisti, e non alzai la voce, perché non ero un sindacalista
Quindi vennero per me, e a quel punto non vi era rimasto più nessuno che potesse alzare la voce per me.

Martin Niemoller (1892-1984)



La mummia di Jaipur


Approfittando del lungo ponte del Republic Day sono andata a fare un giro a Jaipur, la città rosa del Rajasthan che sta lentamente emergendo dallo choc delle bombe dello scorso maggio. Sono stata sorpresa dal pienone di turisti indiani venuti qui per il finesettimana. Sono solo 250 km circa dalla fredda e nebbiosa Delhi, ma sembrava di essere ai tropici. Non avevo una meta precisa, sono andata un po’ in giro approfittando della compagnia di Calogero, orafo siciliano cresciuto a Valenza che ha fatto di Jaipur la sua seconda casa e fonte di ispirazione per la sua arte. Ho assistito a un paio di serate al Festival della Letteratura, salotto intellettuale anglo-indiano, e poi anche ad una finale di polo sponsorizzata dall’onnipresente Vodafone e presenziata dal vecchio maharaja di Jaipur. Poi sono andata a zonzo per musei e palazzi. Mi sono ritrovata quasi per caso all’Albert Hall Museum, un palazzo in stile saraceno con le cupole mughal che è stato restaurato e riaperto lo scorso anno. E’ stato creato come museo privato dall’allora maharaja Ram Singh nel 1876 che, per ingraziarsi i nuovi padroni, lo dedicò al marito della regina Vittoria e padre del futuro Edoardo VII, a cui è toccato posare la prima pietra. So queste cose perché all’ingresso ho affittato una guida audio con auricolari.
Un po’ dappertutto, da Calcutta fino a Mysore mi è capitato di vedere le collezioni private di maharaja e nawab, spesso un trionfo del kitsch e di improbabili bizzarrie come il trenino elettrico da tavola per servire i digestivi che ho visto nel palazzo di Gwalior.
Questa volta però sono rimasta a bocca aperta. Nella sala “dedicata” all’Egitto c’era una mummia! Era dentro un sarcofago protetto da una bacheca abbastanza ordinaria per un contenuto così prezioso. Pare risalga a 2300 anni fa e secondo alcuni è una delle più vecchie mummie esistenti. Sul sarcofago sono dipinti geroglifici e un‘immagine di Anubis, dio dei morti. Era stata comprata dal maharaja nel 1887 direttamente al Cairo dove il “commercio di mummie era cosa abbastanza normale” come ha precisato la voce dell’audio guida mentre osservavo incredula il corpo fasciato, pare di una donna, affiancato da due enormi statue, anche quelle, penso, importate dall’Egitto. Immagino il lungo viaggio del sarcofago via mare e poi l’arrivo nel museo a Jaipur chissà come….Penso ai bambini indiani che vedono per la prima volta una mummia in carne e ossa…dopo avere visto l’interminabile serie dei film The Mummy. Ma penso soprattutto agli indiani e al loro rapporto con la morte, la cremazione, la dispersione delle ceneri e la reincarnazione. Chissà cosa pensano di quel cadavere rimasto intatto per 2300 anni…

PUBBLICITA’: Baba Gosh, il guaritore di Palolem


Ammetto che ho sempre considerato Baba Gosh, il santone guaritore di Palolem, un fenomeno da baraccone. Dopo tanti anni in India e dopo aver ascoltato pazientemente decine di sadhu, yogini, sanyasi, la mia fede nella scienza occidentale non si è scalfita nemmeno di un millimetro. Ora però comincia a scricchiolare. Ero a Palolem per la fine dell’anno. E’ la spiaggia più bella di Goa. Si trova all’estremità meridionale dell’ex colonia portoghese. E’ una spiaggia tropicale da cartolina, una mezzaluna lunga un paio di chilometri, piena di palme e sabbia dorata, con a lato un isolotto che la ripara dalle turbolente onde del Mar Arabico. A nord dell’insenatura, alla foce di un fiume, in uno spiazzo sopra alcune rocce vive il mio amico Gosh, un olandese di Suriname, che da circa 30 anni esercita la professione di guaritore su questo angolo di spiaggia. In realtà è un ex monaco buddista che ha sviluppato una propria tecnica di Reiki, così ho capito. E' poi specializzato in erbe medicinali e gemmologia. da circa due anni utilizza come suo strumento di guarigione una sorta di pistone di acciaio che contiene all’interno diversi elementi “magici” tra cui anche dell’acqua di Lourdes. Si chiama the “key of life” e ha come sua proprietà principale quella di rendere potabile l’acqua. Nelle trattorie di Palolem, popolate da italiani che svernano qui, si narra che una volta Gosh mise il suo amuleto in un bicchiere di vino acido che diventò buono come del barolo delle Langhe. Purtroppo non ho fonti di prima mano su questo miracolo del vino. Una replica in miniatura del “pistone”, da mettere al collo sottoforma di ciondolo, è anche in vendita. Inoltre Gosh organizza dei corsi collettivi di Vipassana (dieci giorni senza parlare) nella giungla sopra la sua abitazione e vari ritiri spirituali in cui bisogna muoversi lentamente, come al rallentatore. Lo so che detto così è irriverente, ma sono completamente ignorante in materia e purtroppo non ho ancora avuto il coraggio di provare. Anche se sono molto curiosa.
Comunque io lo ammiro. Una volta mi ha detto che a lui “basta leggere i giornali tre volte all’anno per essere informato”. Purtroppo temo abbia ragione.
Quando sono arrivata a Palolem il 29 dicembre avevo un forte mal di stomaco. Non mandavo giù nulla di solido da quattro giorni. Probabilmente avevo mangiato del formaggio avariato dal frigo della mia amica Giorgia che ho aiutato a traslocare. Febbricitante mi sono trascinata all’estremità della spiaggia. Ho trovato Gosh con la sua nuova fidanzata, una splendida tedesca ventenne (“sono innamorati” mi hanno detto tutti) che stava praticamente “celebrando” un matrimonio di un’anziana coppia. La scena era tenerissima, lui in perizoma che benediceva i due nonnetti, probabilmente dei “figli dei fiori” una quarantina di anni fa a Goa. Appena mi ha visto è venuto subito a salutarmi. Ha imposto le mani sull’imboccatura del mio stomaco e poi ha chiuso gli occhi mormorando qualcosa. Poi mi ha somministrato una scodella di acqua e limone dove ha immerso il “pistone” per alcuni secondi. Beh, il giorno dopo il mio apparato digerente ha iniziato a funzionare…Purtroppo non sono ritornata a ringraziarlo. Ricambio con questa pubblicità. Se vi capita, andate da Baba Gosh!

Pannella e i sigari all’aroma di grappa

Il comunicato era: “Marco Pannella, deputato europeo, e Matteo Mecacci, Deputato, (con la maiuscola, ndr) incontreranno i corrispondenti italiani a New Delhi sabato 27 dicembre alle 10.30 presso l’hotel Radisson..”. Io sono arrivata alle 11, perché sono rimasta senza benzina con lo scooter e poi ho dovuto lottare con la sicurezza paranoica dell’hotel che dopo l’attacco di Mumbai crede che tutti i clienti nascondano bombe a mano e AK47 nelle borsette. Ma non penso ci fossero stati altri giornalisti prima di me. Dei miei quattro colleghi qui in India, uno è in Bangladesh e gli altri non lo so, forse in Italia per Natale. Quindi ho avuto il piacere di fare una chiacchierata a tu per tu con Pannella, il grande vecchio della politica italiana e instancabile difensore della non violenza e dei diritti delle minoranze e degli oppressi. Se non avesse i capelli bianchi lunghi e non fumasse i toscani alla grappa, me lo potrei immaginare davvero come un Mahatma versione globe trotter che va in giro per il mondo a diffondere il satyagraha. E’ un’icona vivente e vedermelo nella patria di Gandhi - anche se era qui solo per andare dai tibetani a Dharamsala - mi ha fatto un certo effetto. Ho perfino dimenticato di scattargli una foto, mentre il registratore è rimasto spento sul tavolino della piscina dove è uscito a fumare sfidando la nuova legge indiana antifumo introdotta il 2 ottobre, guarda caso compleanno del Mahatma.
La prima cosa che mi ha detto è “ma lo sa che noi siamo rimasti il partito più vecchio in Italia?”. Sono almeno 13 anni che non seguo più la politica italiana, ho fatto un rapido excursus storico, Democrazia Cristiana, PRI, PLI, PSI …è vero, dove sono finiti? Poi abbiamo parlato praticamente a ruota libera, passando dai Montagnard del Vietnam, agli Iuguri che sono tesserati radicali, attraverso un parallelismo tra Manifesto di Ventotene di Spinelli e la “via di mezzo” del Dalai Lama, per finire al libro “Il gusto di essere felici” di Matthieu Ricard e alle attrazioni pedofile di cui sono stata accusata quando ho detto che il Dalai Lama a volte mi sembra un fanciullo gioioso. Incredibilmente la conversazione finisce dove era iniziata, la longevità dei Radicali. “Ci hanno suonato la campana a morto molte volte, ma poi siamo sempre andati ai funerali del campanaro” proclama.
Poi prima di congedarsi mi manda una puffata di sigaro. “Non hai sentito che gusto ha?” mi chiede meravigliato della mia evidente ignoranza in materia. “E’ un toscano al distillato di grappa” risponde prontamente il suo giovane collaboratore. Imbarazzata tento una battuta spiritosa: “Dopo tanti anni in India ormai posso solo riconoscere le fragranze dell’incenso e non perché frequento assiduamente le chiese …” dico mentre lo accompagno all’uscita. Sorride e poi mi saluta come una vecchia amica con due baci sulle guance.

Taj Hotel, vernice fresca e puzza di bruciato


Dopo tre settimane sono tornata sul luogo del delitto a Colaba. Il lungomare di fronte al Taj Mahal Hotel è ancora transennato. I finestroni al primo piano della facciata veneziana sono stati chiusi con compensato dipinto di beige. Cosí sembra ancora piú finto, uno scenario di cartapesta tipo Disneyland. Le strade laterali sono bloccate dal servizio di sicurezza privato che abbastanza rudemente tiene alla larga i curiosi. Ci passano solo le auto con un pass e i pedoni con una prenotazione al ristorante. Spacciandomi per una turista e coinvolgendo come mio cavaliere un simpatico e distinto ebreo francese, sono riuscita a entrare ieri sera verso le 22 nella “tower”, che è la parte moderna del Taj costruita di fianco all’edificio del 1903.
La hall profumava di fresco, qui si è tenuto il ricevimento domenica con qualche centinaio di “belli e famosi” di Mumbai accolti da un Ratan Tata in versione “non-ci faremo-mettere-al-tappeto”. Ho visto la lapide con i 31 nomi delle vittime esposta nella hall accanto ad una scultura di bronzo di un albero. Pare sia l’unico pezzo della collezione di arte dell’hotel non danneggiata dal rogo scoppiato al quinto piano sotto la cupola. Nel pomeriggio fuori ho visto gli operai che buttavano fuori sacchi di macerie annerite e scheletri di tavoli e sedie. Deve essere successo di tutto là dentro nelle 60 ore dell’assedio. Dalla tower si passa all’ala storica attraverso un corridoio dove ci sono le boutique di moda. Lí si sente ancora un odore acre, di bruciato, misto alla vernice fresca e alla colla. Alcuni negozi sono chiusi per lavori, ma la pasticceria in fondo alla galleria è rimasta intatta. Ho cercato qualche segno dell’attacco, anche solo un graffio, ma è stato ripulito tutto con cura. Da una portafinestra chiusa si scorge l’atrio dello storico hotel e in particolare il busto di Jamsedji Tata, il fondatore della dinastia industriale. A farmelo notare è un signore indiano che è insieme alla nipotina, vestita da prima comunione, e che mi ricorda anche l’aneddoto legato al Taj. Siccome Jamsedji non poteva entrare negli hotel di Mumbai riservati ai ‘bianchi’, allora decise di costruirsene uno. “Ed eccolo qui” mi fa segno con ampio gesto delle braccia.
Fingendo di voler andare a cena, sono andata poi a curiosare nel ristorante-caffetteria Shamiana, vicino all’ingresso e nello sciccosissimo libanese Suq all’ultimo piano dove c’è un vista mozzafiato. I tavoli erano occupati a metà. Il giorno prima mi avevano detto che era tutto prenotato per giorni. No non era vero.
Una volta fuori davanti al Gateway of India, piú tetro che mai per via di lavori di restauro, un altro cliente, vero penso - non finto come me - un sikh con la famiglia, mi fa notare che “si sentono le onde del mare”. Il piazzale è deserto e silenzioso. E’anche buio. Mi chiedo perché mai hanno spento i fari gialli che ieri durante la cerimonia di riapertura illuminavano la facciata dell’ hotel. Forse per risparmiare? Riaprire il palazzo costerá a Ratan Tata una barca di soldi e il suo gruppo è giá pesantemente indebitato per via dell’acquisizione della Jaguar, un altro simbolo di prestigio e ricchezza che lotta per la sopravvivenza.

Mumbai, quando le teste di cuoio arrivano con il bus “Marol Depot”


Non sono in grado di dire se il blitz delle teste di cuoio a Mumbai sia stato un successo. Non lo è stato di sicuro per gli ostaggi israeliani e per i genitori del piccolo Moshe di 2 anni rimasto orfano. Ma forse lo è stato per i sette italiani usciti vivi e per la moglie e bambina di Manuele, il cuoco dell’Oberoi diventato un eroe, suo malgrado. Voglio solo raccontare un episodio che la dice lunga sulla scarsità dei mezzi della polizia e dell’esercito indiani. Non è colpa loro, certo, anzi molti ci hanno rimesso le penne. Sabato mattina decine di teste di cuoio della National Security Guard (NSG), uno dei reparti d’elite dell’esercito detti “Energy” o anche “Black Cats” sono arrivati di supporto nell’operazione “Cyclone”, quella per la “riconquista” del Taj Mahal, avvenuta dopo 60 ore quando hanno fatto fuori gli ultimi tre “cattivi” del commando pachistano arrivato dal mare. Detto così sembrava la trama di un film d’azione, e pare che un regista di Bollywood ci abbia già pensato. Ma c’è un retroscena. Ero con le decine di fotografi e cameramen quando i Black Cats, con la loro bandana nera in testa, sono arrivati a bordo di…..bus di linea urbani. Ebbene sì, una ventina di bus rossi, alcuni diretti a “Marol Depot” e con le scritte pubblicitarie lungo i fianchi, tipo “In the cinema on 20th November” oppure “Absolute Sensation” (riferito a una moto Honda) e via dicendo. Dai finestrini si vedeva che aprivano delle vecchie casse di metallo dove c’erano granate, revolver e coltelli. Ognuno prendeva un kit di armi, lo sistemava nelle tasche interne sotto il giubbotto antiproiettile e poi scendeva dal bus tra le telecamere e fotografi. Qualcuno ha tirato fuori un microfono per un’intervista in diretta facendo domande del genere “Sono stati ammazzati i terroristi?”, “Quanti ne hai uccisi?”, “Dove pensate di entrare?”. Mi immaginavo gli attentatori dentro l’hotel che sui loro palmari o molto più semplicemente nelle televisioni vedevano la scena…

Rahul, la fatica di chiamarsi Gandhi


Oggi sono andata a vedere un comizio di Rahul “baba”, come chiamano qui il figlio di Sonia Gandhi, segretario generale del Congresso ed erede designato della storica dinastia che ha dominato la storia dell’India. Mi piace questo nomignolo, “baba”, che è quello che le mamme usano affettuosamente con i figli maschi. Rahul, che ha 37 anni, scapolone d’oro, è cresciuto a Janpath 10 con una nonna, Indira, prima e poi il padre Rajiv, entrambi assassinati. La politica, ma anche il terrore, ce l’ha nel sangue. Almeno così dovrebbe essere. Invece, secondo me, Rahul fa una fatica bestiale a ricoprire il suo ruolo. E si vede anche. Oggi l’ho osservato mentre con ore di ritardo alle 17 è arrivato al suo primo comizio elettorale a Delhi, in un prato in mezzo alle bidonville a Tahilpur Village, gli immensi rioni popolari nati al di la del fiume Jamuna. La gente che vive qui è stata “spostata”, per usare un eufemismo, dal centro della capitale per far posto ai palazzi del governo. Pur essendo una roccaforte del Congresso non c’era tanta ressa. Al massimo 2 mila persone che sono state strategicamente ammassate davanti alle telecamere per dare un effetto di “folla assiepata”. Una vecchia tattica usata dai politici e dittatori di tutto il mondo. Mi aspettavo decisamente più gente. Ho saputo poi che molti erano stati pagati. “Ma certo che ricevono denaro!” ha detto una collega di CNN-IBN che stremata dall’attesa di 4 ore si è addirittura addormentata per qualche minuto durante il comizio. Rahul è arrivato su un fuoristrada coperto di fiori. Appena sceso è stato omaggiato e ossequiato da una una fila di venti politici locali, tra cui la chief minister Shila Dikshit, che governa lo stato di New Delhi da dieci anni. Con un passo deciso è andato in un tendone seguito da un nugolo di guardie del corpo in giacca nera e occhiali da sole in stile James Bond, non le solite casacche cachi che circondano i vip indiani. Poi è montato sul palco e si è levato gli occhiali da vista, forse per pulirli o forse perché c’era qualche problema. Ho visto la signora Dikshit, che con la premura di una mamma, lo ha aiutato. Il suo discorso, di una quindicina di minuti, era su un paio di pagine, ma lui è andato a braccio, facendo delle pause ad effetto. Di sicuro ha preso qualche lezione. I miei colleghi indiani hanno detto che è stato un “bel discorso”, ma che ha ripetuto quello già detto ieri a Bhopal dove ha attaccato il Bjp sull’agenda antipovertà. Anche a me non è sembrato nulla di originale, ma forse è quello che la gente ci si aspetta. E comunque raramente i miei colleghi indiani criticano i loro leader…mentre parlava Rahul aveva alle spalle una gigantografia della madre da una parte, mentre sullo sfondo campeggiava la siluette di un enorme ospedale pubblico dedicato a Rajiv Gandhi, praticamente l’unico edificio moderno della zona. Segno tangibile dello “sviluppo” promesso dal Congresso. Davanti a lui aveva delle gigantografie di Indira, del padre Rajiv, ancora della madre e poi più lontano di Manmohan Singh, il premier scelto da Sonia. Prima di andare via Rahul ha stretto un po’ di mani dietro le transenne tra le urla dei sostenitori. Nessuno dei giornalisti ha osato lanciare delle domande. Quando ho chiesto se non erano interessati a incontrarlo per una chiacchierata, mi hanno lanciato uno sguardo compassionevole, tipo ti-perdoniamo-la-cazzata-perchè-sei-straniera-e-non-capisci-nulla-dell'India. "Non lo si può incontrare - mi ha detto pazientemente il collega al mio fianco - ma puoi citare il suo discorso...".

Quelle dolci nebbie autunnali che avvolgono Delhi


Da ormai settimane New Delhi è avvolta da una coltre di foschia che i raggi solari non riescono a penetrare nemmeno nelle ore più calde del giorno. Alcuni dicono che sia un fenomeno stagionale, le famose nebbie autunnali di Delhi appunto…altri invece lo chiamano con il suo nome “smog”, che se ben ricordo è un neologismo londinese derivante da smoke e fog. Io sarei più propensa a pensare a questa ultima spiegazione visto il traffico folle di questi giorni, causato da migliaia di matrimoni, celebrazioni di vari santi e divinità e l’abnorme arrivo di diverse personalità da Henry Kissinger fino a Hosni Mubarak, passando per Bill Gates, l’ex compagno maoista Prachanda e il premier pachistano Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto. Tutti attirati dalla romantica bruma di Delhi.
L’odore dell’India sta decisamente cambiando. Le mie narici ne sanno qualcosa quando con lo scooter attraverso il famigerato tratto della tangenziale a South Extension, aggravato dai lavori della metropolitana, l’unica ancora di salvezza per chi riuscirà a sopravvivere in questi anni.
Dopo giorni di “nebbia” (senza rugiada perché siamo nella stagione secca) il Times of India è stato il primo a rompere il silenzio una settimana fa con un articolo in cui diceva che “le condizioni dell’aria erano ritornate a quelle dell’era pre metano”, ovvero a prima del 2002 quando a suon di sentenze giudiziarie il governo locale ha obbligato i taxi, autorisciò e mezzi pubblici a convertirsi al gas naturale. L’inquinamento è calato da allora, soprattutto quello del CO2. Ma con un ritmo di mille immatricolazioni di veicoli al giorno, l’emergere di nuovi yuppies con il culo sulle Mercedes, il moltiplicarsi dei cantieri e anche degli aerei che volano sopra la mia testa, beh, il cielo non ce la fa più di nuovo. Il problema sono ora le particelle inquinanti, ovvero polvere e pulviscoli vari mischiati con altri non precisati veleni per i polmoni. Il problema è che non esistono dei sistemi di misurazione, le famose centraline incubo di Milano, e quindi ognuno può dire quello che vuole. L’Unep (United Nations Environmental Programme), in uno dei tanti rapporti che avranno richiesto la distruzione di chissà quanti ettari di foresta, dice che la colpa è della “nube marrone” che vaga sopra sopra l’Asia. Non siamo solo noi a Delhi a soffrire della coltre fumosa, che tra l’altro toglie anche luminosità e caldo - quindi “compensando” il riscaldamento terrestre - ma anche altre metropoli come Mumbai, Karachi, Teheran e Pechino, dove secondo me ci sono ancora degli atleti delle Olimpiadi persi nella “nebbia”…

Obama, perché non assumi l’elettricista del Khan Market?

Poco dopo la notizia della vittoria di Barack Hussein Obama, sono andata al Khan Market, uno dei posti preferiti dagli stranieri, per comprare una lampadina. Il negozietto di materiale elettrico è ancora di quelli vecchio stampo, sopravissuto all’invasione delle firme occidentali e ristoranti alla moda. Mi chiedo fino a quando potrà resistere visto che in questo mercato gli affitti commerciali sono alle stelle. L’occhialuto proprietario, era come al solito nascosto dietro al bancone ricoperto di varie cianfrusaglie. Stava ascoltando le notizie da una vecchia radio a transistor. Non ho capito tutto perché era in hindi e gracchiava un casino, ma mi è sembrato che stesse parlando del messaggio di congratulazioni del primo ministro Singh per il successo di Obama. Dopo aver finito di ascoltare, mentre mi stava dando il resto, mi lancia uno sguardo interrogativo, come per dire, lo-sai-chi-ha-vinto?. Visto che raramente è loquace, io ne approfitto subito e lancio: “Allora ha vinto Obama, sei contento?”. Mi guarda perplesso e poi ciondola la testa… all’indiana. Parto all’attacco: “Penso però per l’India non sia poi così una bella notizia…o no?”. Silenzio. Lancio un altro affondo: “Forse McCain era meglio vero? Almeno lui avrebbe seguito la politica di Bush, invece con Obama cambia tutto e per l’India è un’incognita…che ne dici pensi davvero sia una buona cosa per il tuo Paese?”. Pausa di pochi secondi e poi una risposta che mi ha steso: “If you are good with somebody, he will be good with you”. Se tu sei buono con qualcuno, questi sarà buono con te. Non so davvero da dove sia uscita questa frase, probabilmente da qualche saggio indiano, magari Osho, ma potrebbe anche essere il Mahatma. Certo che vale più di tonnellate di analisi e commenti politici. Forse Obama dovrebbe reclutare anche l’elettricista del Khan Market nella sua squadra.