Le gemelle Kessler, Pinocchio e l'arte Neopop


Per i 150 anni dell'Unita' nazionale, l'Istituto di Cultura di New Delhi ha ospitato una divertentissima mostra dedicata all'arte Dada e Pop, che io onestamente credevo si fosse fermata alla Marylin di Andy Warhol o agli urinatoi di Duchamp. Invece il curatore Igor Zanti ha scovato 27 talenti d'avanguardia e li ha riuniti in una rassegna chiamata Dadaumpop che e' gia' stata a Mumbai e Calcutta.

Non penso davvero che in India conoscano le gemelle Alice e Ellen Kessler, lanciate dalla Rai esattamente mezzo secolo fa, ma la mostra e' piaciuta molto e nonostante alcune opere un po' ose' (nella foto un dipinto di Angelo Volpe dal titolo ''I pray you tell me another lie'') non ha creato alcun imbarazzo. D'altronde, questo paese - si pensi alle divinita' induiste o a feste come Holi - non e' forse, inconsapevolmente, la vera patria dell'arte pop?

Palolem, hanno messo i bagnini!


Sono stata per una minivacanza a Palolem, nel sud di Goa, l’ex colonia portoghese e paradiso tropicale, che per fortuna rimane tale nonostante l’invasione di un turismo di massa, molto diverso da quello dei ‘’figli dei fiori’’ che ha scoperto queste spiagge. Ammetto che le autorita’ locali sono state brave ad arginare la cementificazione edilizia e il conseguente scempio ambientale. Insomma poteva essere molto peggio. Quando sono venuta per la prima volta sette anni fa era molto piu’ ‘’selvaggio’’ e c’era un turismo saccopelista, in maggioranza ragazzi israeliani. Adesso sta diventano un posto di lusso con prezzi occidentale, ma sono riusciti a evitare gli eccessi. Per esempio, ho notato che hanno vietato ai ristoranti e negozi di ‘’avanzare'' sul litorale e che sono tornare le barche dei pescatori.

In assoluta esclusiva, ecco un compendio di news da Palolem e dintorni:

- Gosh, il guru olandese e guaritore che vive tra le rocce sull’estremita’ della spiaggia ha introdotto quest’anno un nuovo prodotto assolutamente ecologico: la menstrual cup (http://en.wikipedia.org/wiki/Menstrual_cup) . Permette di risparmiare migliaia di assorbenti e tampone che una donna usa nella sua vita, ho letto su una pubblicita’ di fronte al suo antro a cui ero arrivata a nuoto. Vero, non si finisce mai di imparare. Complimenti

- Il ristorante Magic Italy e’ passato di mano dopo tanti anni, ma per fortuna la pizza e’ rimasta ugualmente imbattibile, una delle migliori che abbia trovato in India. Al posto della energica Claudia, ai fornelli c’e’ una altrettanto energica cuoca, Patrizia, stesso stile, solo in formato mignon. Adesso il Magic Italy e’ aperto anche a pranzo.

- Baywatch. Queste e’ una svolta epocale. Hanno messo I bagnini! In stile Baywatch siedono su delle torrette con la ciambella di salvataggio pronta intorno ai fianchi e le bandiere rosse che issano – non ho capito perche’ - anche dove l’acqua ti arriva alle caviglie. In piu’ fanno la ronda con una jeep sul bagnasciuga, cosa che mi ha irritato non poco. Anche in spiaggia mi devo sorbire il diesel! E’ curioso perche’ ignorano completamente gli stranieri, mentre sorvegliano solo gli indiani. Tra l’altro, poi al largo, a mezzora di nuoto, c’e’ anche un super motoscafo con la scritta Life Guard. I pescatori, quelli che portano in giro la gente a vedere i delfini, mi hanno detto che non funzionava piu’ da un mese. E’ diventato la mia piattaforma prendi sole nel pomeriggio.

- Lupo solitario. Al largo, al riparo dell’isolotto (Monkey Island) chef a da cornice alla spiaggia, era all’ancora una barchetta a vela, un 6-8 metri, un po’ malridotta. A nuoto sono andata ad attaccare bottone con il velista, un olandese di mezza eta’ che l’aveva portata dalle Maldive e che poi l’aveva lasciata parcheggiata a Goa una decina di mesi mentre lui ‘’lavorava’’ in Europa. ‘’Da oggi sono nuovo in vacanza’’ mi ha detto mentre con un kayak andava a terra a rifornirsi d’acqua.

- Galgibaga (spiaggia protetta a una decina di chilometri a sud di Palolem dove nidificano le mini testuggini Olive Ridley Sea Turtles (.http://en.wikipedia.org/wiki/Olive_Ridley_Turtle) . C’erano solo due nidi, numero cinque e numero sei, sulla spiaggia, di uova deposte tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio. Quindi deduco che quest’anno solo sei mamme tartarughe hanno scelto Galgibaga. Un po’ pochine. Sara’ forse per i bagnini che anche sono arrivati qui con le loro bandiere rosse?

II modello Ladakh ci salvera'?

Riflessioni dal documentario Economics of Happiness

www.theeconomicsofhappinesss.org

Sono andata a vedere un documentario dell’attivista Helena Norberg-Hodge, appena uscito, che si chiama the ‘’Economics of Happiness’’ e che obbligherei a proiettare in tutte le scuole del mondo. E' una raccolta, circa un ’ora, di interviste a scienziati, ecologisti e anche a un monaco tibetano, veramente illuminanti accompagnati da immagini e dati. E’ appena uscito in DVD e prevedo avra’ un successone, come lo ha avuto ''The Inconvenient Truth’’ dell'ex presidente Usa Al Gore dedicato all’ambiente. Ha lo stesso ritmo.

Mi ha colpito poi perche’ la regione del Ladakh, che tutti ammirano per la serenita’ della sua gente, e’ preso a modello.

Il documentario e’ stato presentato venerdi’ scorso a New Delhi dall'attivista e scienziata indiana Vandana Shiva, che compare tra le voci narranti. Non so se in Italia se ne e’ parlato, ma anche fosse, siamo cosi’ concentrati sul nostro ombelico, che e' difficile notare queste cose. Ancora una volta l’India con tutte le sue contraddizioni e’ anche capace di offrire soluzioni globali, almeno per quanto riguarda il rapporto con la natura e con se stessi.

La ‘’localizzazione’’ e non piu’ la ‘’globalizzazione’’, questa sara’ la nuova parola d’ordine per il futuro prossimo se vogliamo un pianeta un po’ piu’ vivibile, con meno ingiustizia e soprattutto con uno sviluppo sostenibile. Ormai e’ chiaro che ci sono dei problemi gravi nel nostro modo di produrre e consumare. La crisi finanziaria di due anni fa e il crollo di economie a noi vicine, come Grecia e Irlanda, sono spie di un problema cronico che si fa finta di ignorare. La rivoluzione in Egitto e’ un altro sintomo di un malessere molto profondo che colpisce direttamente la pancia e quindi proprio per questo e' capace di generare terremoti nel corso della storia.

Nessuno lo vuole ammettere, ma la soluzione e’ cambiare il modello economico. Anche quelli che ora ci guadagnano, cioe’ multinazionali e ‘’poteri forti’’ prima o poi dovranno riconoscerlo. Non e’ possibile permettere (e sfruttare) lo sviluppo dei giganti India e Cina secondo i criteri occidentali. Non basta il pianeta, la coperta e’ troppo corta, inutile fare gli struzzi.

La via di uscita passa quindi attraverso la riscrittura della scala di valori con cui siamo cresciuti noi nella parte ricca del mondo. Basta, per esempio, considerare il lavoro manuale come degradante, basta con il consumismo, con l’esasperante ricerca del profitto, della produttivita’ agricola e della mano d'opera a basso costo.

In Bhutan hanno coniato un po’ di anni fa il concetto di economia della felicita’, il documentario lo ricorda.
Ma sono abbastanza pessimista sul fatto che si possa svoltare. E’ dalle Bucoliche di Virgilio che l’umanita’ accarezza il sogno di una vita agreste….

Il jogging e i tablisti della domenica

Alcune volte, dopo 9 anni qui, ho l'impressione di non aver capito un fico secco dell'India. Stamattina, con il fiatone dopo il jogging, mi sono fermata vicino alle rovine di una piccola tomba, di qualche sultano invasore, nel parco di Hauz Khas, una delle sette antiche citta' di Delhi. Essendo vicino a casa, e' un posto che frequento con assiduita' ed e' anche molto suggestivo. Dentro la tomba c'erano dei ragazzi seduti sui tappeti con delle tabla, avevano acceso incensi un po' ovunque e si stavano preparando a una session di 4 ore. Curiosa come sempre, attacco bottone. Ed e' li' che ho infilato una sfilza di perle incredibili.

La tabla indiana, si sa, ha sempre affascinato il mondo occidentale, e' uno strumento straordinario. Ma io a mala pena so distinguere una tabla da un mridangam, che é il barilotto che si porta a tracolla e che per un tablista forse e' una bestemmia solo udirne il nome. Mentre un signore gentile, forse l'organizzatore, mi spiegava con pazienza la differenza tra i due tamburi, interviene uno straniero, anche lui un jogger mattuttino, che improvvisa una dotta esposizione sulla differenza tra le tonalita' della musica indiana e quella occidentale.

Evidentemente era uno che se ne intendeva, quindi ho cercato di cambiare argomento. Ma in peggio. ''Ma non e'un po buio per suonare dentro?'' chiedo, stupita che una simile banalita' mi fosse uscita dalla bocca. Forse perche' fuori il sole era bellissimo... ''C'e' una sonorita'migliore dentro e poi per suonare la tabla non ci sono spartiti, bastano le mani e seguire Guruji'' mi risponde sempre con gentilezza il signore. ''Ovvio, perche' non ci avevo pensato?'' dico con nonchalance.

Invece di andarmene al piu' presto possibile, rimango e completo l'opera. Fingendomi interessata a saperne di piu' sulla tabla e pensando addirittura di prendere lezioni: ''Ma dove ha la scuola Guruji?''. Ancora una volta con tono paziente, mi corregge: ''Non ha nessuna scuola, lui fa concerti in India e all'estero. Ha dei discepoli, che sono come dei figli per lui, vanno a casa sua a imparare ogni domenica e oggi hanno deciso di venire qui. Non e' come un conservatorio o una scuola di musica in Occidente''. A quel punto lo saluto e me ne vado...''grazie e buona giornata...sa, devo proseguire il mio jogging...''.

Corruzione, Italia batte India (secondo The Hindu)

In questo lungo articolo, cliccate qui, la corrispondente di The Hindu, Vaiju Naravane, che sta a Parigi e che da li' copre il continente europeo, traccia dei paralleli non molto lusinghieri tra India e Italia, alcuni azzeccati altri un po' frutto di stereotipi, la solita triade mafia, pizza e mandolino, a cui ora si aggiunge anche il bunga bunga.
E' interessante per vedere come e' percepita l'Italia e gli italiani da qui...

PS L'articolo ha suscitato una dura reazione dell'ambasciatore italiano a New Delhi Giacomo Sanfelice di Monteforte. Ecco la sua lettera pubblicata da The Hindu il 9 febbraio

Finmeccanica e la macchina della pioggia


Madre Natura ha tirato un brutto scherzo ieri sera a Finmeccanica, il gioiello dell'high tech italiana, che festeggiava gli oltre 40 anni in India dove é presente in parecchi settori, dagli elicotteri alla segnaletica ferroviaria, passando per i siluri e i radar.

L'ambasciata italiana di New Delhi aveva organizzato una reception in giardino sotto un elegante gazebo rosso-bianco circondato da una mini mostra fotografica sulla storia e i successi del gruppo di Guargaglini (per il 30% di proprietá statale), che é sempre piú interessato al ricco mercato indiano.

Per una volta sono arrivata puntuale alle 20.30 come indicava l'invito. Avevo appena varcato la soglia della rappresentanza e salutato i carabinieri, quando ho visto i primi lampi. Poi, sono arrivate alcune violente folate che hanno fatto volare i cartelloni dell'esibizione animando improvvisamente i cacciabombardieri e gli elicotteri che erano raffigurati. Quando é arrivato il ministro delle Energie Rinnovabili Faruq Abdullah, il leader kashmiro stranamente senza il suo solito copricapo, sono scese le prime gocce. Per fortuna, Abdullah, un ammiratore dell'Italia, ha fatto appena in tempo a vedere la mostra e anche a prendersi un bicchiere di vino insieme all'ambasciatore Sanfelice di Monteforte e al direttore generale di Finmeccanica, Giorgio Zappa.

Poi il diluvio. Parafrasando D’Annunzio, pioveva sugli chiffon ''aulenti'' delle signore e dei tendaggi, sul vasellame e argenteria dei tavoli apparecchiati e sulle fotografie luccicanti. Il lavoro di un pomeriggio sfumato in dieci minuti. Mentre gli invitati, un centinaio, si rifugiavano sotto il porticato della residenza, i camerieri preparavano la cena in salotto.

Cose che capitano. Come mi diceva mio nonno, che non era esattamente un frequentore di reception, ‘’al c... e al tempo non si comanda’’. Peró a New Delhi, se ben ricordo, sono almeno 4 mesi che non piove, piú o meno da quando é finito il monsone, a settembre. Quindi una bella sfortuna. O forse che tra il mezzo miliardo di euro di commesse che Finmeccanica pensa di aggiudicarsi nei prossimi anni, c'e anche una macchina per la pioggia che e' stata sperimentata all'ambasciata? Di sicuro, farebbe la felicita'di milioni di contadini indiani...

Multa per passare con rosso, 100 rupie

Ho comprato uno scooter, nuovo di zecca, contribuendo anch'io a far ingrassare l'industria dei motori che l'anno scorso ha registrato oltre il 30% di vendite. E' un Honda activa, come il mio vecchio eroe della Spedizione Himalaya 2008, ma e' un bronzo-dorato, un nuovo colore introdotto dalla casa giapponese. L'ho pagato 50 mila rupie (1 euro vale 59 rupie) su strada e con accessori, compresa la ruota di scorta. I miei connazionali, in patria, mi hanno detto che non e' caro, ma per e' una cifra enorme, due mesi di affitto.

Il problema e' che e' stato registrato a a mio nome, a differenze dell'altro di seconda mano che invece era rimasto intestato a un indiano passato a miglior vita e che - poveraccio - continuava a beccarsi le mie contravvenzioni. E' un miracolo, ma nonostante la scarsa informatizzazione della polizia, le multe arrivano, eccome. L'ho sperimentato quando viaggiavo con la Maruti che mi aveva prestato la mia amica Concetta.

Domenica mattina tornavo da Vasant Kunj, periferia sud, dove si vedono ancora le vacche sacre e le strade sono ancora tutte a buche, quando mi hanno pizzicata a bruciare un rosso. Avevo svoltato approfittando che erano tutti fermi nel solito ingorgo. Dopo una cinquantina di metri, c'erano i poliziotti. Uno in strada che bloccava i fedigrafi e altri due comodamente seduti su sedie di plastica tra una bancarella di frutta e l'altra di arachidi. La multa per il rosso e' di cento rupie (quanto e' un rosso un Italia ora, 100 euro?).

A nulla e' servita la solita messainscena della straniera rimbambita e la consumata tattica del ''non ho soldi''. Ho perfino mostrato le racchette da tennis (avevo giocato con amici) per dire che era domenica e che era il mio giorno libero. Ho sperimentato il mio hindi. Nulla, non si sono smossi di un millimetro. Ho pagato, mi sarebbe arrivata dritta a casa, lo sapevo. Mi hanno dato una ricevuta e fatto firmare. Addio bei tempi.

Khan Market violento

Stamattina sono andata al Khan Market con una certa apprensione. Due giorni fa qui un pilota incazzato per un alterco ha stirato sotto un manager del ristorante italiano Amici (alla faccia degli amici). Lo ha schiacciato sotto le ruote della sua auto. Una banale lite tra due ''ricchi'' professionisti indiani, probabilmente della stessa casta, per un graffio alla carrozzeria finita in una raccapricciante tragedia.

Il Khan Market e' uno dei ritrovi simbolo della rampante e lei-non-sa-chi-sono-io New Delhi, anche se e' un orribile ammasso di malsane casupole affittate a cifre pazzesche, pare di piu’ che sulla Fifth Avenue. Dopo casa mia, penso sia il posto dove abbia passato piu' tempo qui in India. Ho una sorta di odio-amore, lo ammetto, soprattutto per locali come il Barista e Khan Chacha.

Mentre attraversavo la strada, un SUV mi stava per investire. Gli ho urlato che ne avevano gia' ammazzato uno cosi'. E’ abbastanza consueto trovare automobilisti o autisti maleducati. Semplicemente non si fermano perche' considerano quelli che vanno a piedi delle merde o forse anche peggio. Auto e’ status simbolo. Ora ce l’hanno solo 14 indiani su mille, figuriamoci tra un po’ di anni, se le le vacche grasse continuano.

Che dire di quello che e’ succcesso? Dico che e' colpa nostra. Si, e'colpa nostra se gli indiani adesso pensano solo a farsi soldi per comprare auto di lusso, vestiti firmati, per andare nei ristoranti alla moda, specie quelli italiani. Cosi' vogliamo l'India, potenziale mercato di 350 milioni di consumatori, come si legge nei rapporti economici. Il clima non e’ poi cosi’ diverso da quello che si respirava a Milano (o si respira ancora?) quando c'erano gli yuppies. Mutanda firmata e discoteche esclusive.

Non sono contro il progresso, per carita', se da’ mangiare, un gabinetto e una vita dignitosa a chi non l'ha mai avuta. Ma sono un po' perplessa sui valori , che attraverso i nostri prodotti materiali, portiamo in questa terra dove la lingua, l’hindi, non ha neppure il verbo ‘’avere’’.

''Troppo denaro facile, di quello non guadagnato con il lavoro'' mi ha detto il proprietario di una cartoleria, nell'ala piu'sfigata e ancora senza negozi alla moda, del mercato. E poi: ''La gente non ha piu' pazienza, pensa solo ai soldi e allora gli da’ di volta il cervello''.

A New Delhi fa piu' freddo che a Ginevra!

Il generale inverno si fa sentire quest’anno a Delhi dove tira un’aria cosi’ fredda che sembra arrivare direttamente dall’Himalaya. A differenza degli anni scorsi, il sole non riesce a scaldare l’aria. Un giornale si divertiva ieri a titolare ‘’Delhi piu’ fredda di Ginevra’’. Il che e’ vero, perche’ ho visto che sul lago Lemano di giorno si arriva a 14 gradi, mentre qui ci fermiamo a 11 o 12, dipende dove si abita, pare che il sud della capitale, la parte piu’ ricca, sia quella piu’calda. Non solo a Ginevra, ma anche a Zurigo si sta meglio! Sara' il cambiamento climatico? Mah, io non ci credo tanto, la prima settimana di gennaio e' sempre stata la piu' gelida.

Il dramma e’ che qui non siamo molto attrezzati. Ieri una delle mie stufette si e’ rotta. Sono subito andata dall’elettricista del quartiere che – saggiamente – era davanti a un bel bracere caldo, dove ogni tanto i negozianti buttavano qualche assicella. Sono stata anche io un po' a godermi il calduccio...

Le scuole sono state chiuse, nelle aule non c’e’ riscaldamento. La citta’ ieri, domenica era deserta. Ogni tanto sui marciapiedi c’erano dei falo’ improvvisati con intorno delle sagome infagottate. Andare in scooter e’ una sofferenza, ma in casa a volte e’ peggio…

New Delhi, le ronde rosa della metropolitana

Ecco cosa capita sui vagoni ''sole donne''

Qualche tempo fa avevo visto in tv le scene di ‘’ronde rosa’’ che picchiavano un gruppo di uomini saliti sui vagoni della metropolitana di New Delhi. Ora le ho viste in azione e ho capito che in effetti c’e’ da temere. Ero su una delle carrozze ‘’ladies only’’, sono le prime del treno, quando sono entrare due corpulente donne con un salvar kamize blu e una dupatta nera. Hanno puntato subito su un ragazzino (straniero) che era salito con la mamma e la sorellina. Senza complimenti l’hanno fatto spostare nella carrozza vicina dove gli uomini erano schiacciati come sardine e lanciavano occhiate imploranti a noi passeggere che eravamo comodamente sedute. Le kapo’ poi si sono dirette contro un ragazzino, avra’ avuto dieci anni, e lo volevano cacciare, ma poi la madre ha alzato la voce e hanno desistito. Le altre donne hanno rivolto ampi segni di approvazione.

Ogni volta la metro si ferma in stazione, c’e’ sempre qualcuno che fa il furbo, ma viene respinto dalle stesse passeggere o dalle ronde. Due turisti stranieri, che forse non hanno visto il segno rosa sul pavimento prima di salire, sono stati immediatamente cacciati da alcune signore, nonostante c’era posto per tutti.
Ammetto che e’ l’idea delle carrozze riservate e’ ottima, evita palpaggiamenti e soprattutto la ressa. Sui treni pendolari di Mumbai, c’e’ gia’, ma hanno messo una grata che divide le zone. Potrebbero metterla anche a Delhi per separare gli sguardi invidiosi…

Vacanze in Italia, diario di viaggio


Con un po'di ritardo, ecco il diario di una settimana in Italia.

- 23 dicembre: Milano Malpensa. Ho sperimentato la compagnia aerea indiana Jet Airways che dal 5 dicembre ha un collegamento diretto quotidiano Delhi-Milano. Si viaggia di giorno, a differenza degli altri che partono nel cuore della notte, il personale e' gentile, il cibo indiano e’ cosi’ cosi’, ma servono il gelato. Mi chiedo come e’ possibile che un paese dell’ex G8 ora G20, non riesca ad avere un collegamento diretto con l’India. In aereo rido con Three Idiots, il film con Amir Khan.

- 24 dicembre: Chivasso, provincia di Torino. Dopo un recente furto, mio padre ha trasformato la casa in un bunker anti ladri. Porte blindate, fotocellule in cortile e una telecamera collegata con i carabinieri. Di notte ci asserragliamo nel fortino come se ci fossero i lanzichenecchi alle porte. Vado a Messa di Natale nella frazione di Betlemme, gemellata con quella palestinese. C’e’ un presepe vivente, con tanto di neonato e angioletti. Molto bello. Nella foga, il celebrante, un frate francescano, fa un'apertura a divorziati e omosessuali invitandoli a unirsi nella chiesa. Con tutto rispetto per le categorie sopraindicate, siamo veramente alla frutta.

- 25 dicembre. Pranzo di Natale classico con agnolotti alla piemontese. Anche se mi piacerebbe passare il Natale in modo alternativo, riconoscono che alla fine le tradizioni sono sempre quelle migliori. Soprattutto per gli agnolotti. Con mia sorpresa, nel pomeriggio, Vodafone attiva la mia chiavetta internet a 9 euro al mese e entro in rete per salutare gli amici. Il broadband funziona pure in provincia, anche se non ci capisco assolutamente nulla delle offerte, G3, UMTS, Gprs e diavoleria varie.

- 26 dicembre. Finisco di leggere La Stampa, il giornale della Fiat, che dovendo durare due giorni, ha tradotto mezzo Economist. Nelle cronache italiane, leggo un trafiletto che racconta di un tizio morto per un gioco autoerotico con un cacciavite. L'accordo su Mirafiori e' celebrato con successo, comprese alcune conquiste industriali come quello di ridurre la pausa agli operai della catena di montaggio.

- 27 dicembre. Bracchiello (Valli di Lanzo). Ci siamo trasferiti nella baita di montagna dove ha appena nevicato e i fiocchi di neve sono rimasti appiccicati a foglie e rami, con un effetto da cartolina. C’e’ il sole. In completa solitudine affronto una passeggiata nei boschi rompendo le scatole a interi branchi di caprioli.

- 28 dicembre. Torino. Erano dieci anni o piu’ che non tornavo nel capoluogo sabaudo che – mi avevano detto ‘’e’cambiato’’. Forse sono capitata il giorno sbagliato. Ho trovato la citta’ piu’ pulita, si’ma molto piu’ triste, nonostante il periodo natalizio. Un commerciante in piazza Vittorio mi ha detto che le vendite natalizie sono crollare del 60%. Via Lagrange, e'forse l’ unica strada un po’ vivace. Sperimento anche la nuova mini metro. I negozi chiudono per pranzo dalle 12 alle 3. Trovo i commessi un po' scorbutici e i passanti impauriti a parlare con estranei, anche solo per dare indicazioni. In corso Alemanno una cartellone pubblicizzava ‘’funerale classico’’ al prezzo di 1.000 euro. Ne ho fatto l’immagine simbolo della mia visita.

- 29 dicembre. Di nuovo Chivasso. A casa mia si mangiano due pasti completi al giorno, antipasti multipli, primo, secondo, dessert, formaggi e frutta, con vino naturalmente. Mi chiedo come faccio io a sopravviveve il resto dell’anno in India con una sola portata, massimo due al giorno. Guardo la televisione. C’e’ una pubblicita’ di cibo per gatti sterilizzati, che non li fanno ingrassare.

- 30 dicembre. Milano, ultimi giorno. Forse per restare in tema, vado alla Biennale a vedere una mostra fotografica su torture, malformazioni, genocidi e varie sofferenze umane documentate da scatti di autore. In piazza Duomo c’e’ un enorme abete, rabbrividisco solo a pensare a quanti anni avra’, circondato da un prefabbricato rosa di Tiffany. Entro solo per vedere il tronco del poveretto, ma e’ dietro i banconi dei gioielli griffati.

New Delhi, anno inizia con la ''Giornata anti clacson''

Ieri a New Delhi e'stato osservato il ''No Honking Day'', la giornata anti clacson. La cosa onestamente fa ridere se si pensa allo strombazzare costante delle citta'indiane. Ma e'un timido inizio ed e' un segno che le cose stanno cambiando anche a livello di educazione civica. Una ong, da nome reboante di ''The Earth Saviours' Foundation'', si e' messa nell'inferno assordante di Connaught Place a distribuire volantini per convincere gli automobilisti a non usare il clacson inutilmente. Hanno dato adesivi con la scritta ''No Honking''. Ma il bello che offrivano anche della vernice nera per cancellare le iconiche scritte ''Blow Horn'' e ''Horn Please'' che tanto fanno divertire i turisti.

La perla e' pero' questa lettera del giudice Deepak Verma, della potentissima Corte Suprema, che appoggiando la campagna ''No Honking'' racconta di quando era in taxi a Singapore. ''Despite the green signal, our taxi did not move. I requested the driver to blow the horn, but to my utter surprise, he asked me why?'' scrive. Il giudice gli rispose che bisogna strombazzare per far muovere l'auto davanti, ma il tassita replico' che era inutile perche' tutte le auto erano in coda e non si potevano muovere . E poi, lasciando Verma sconcertato, aggiunse:'I could think of no reason why the cars ahead of him would not move, if they get a chance''.

Buon 2011, la monnezza di Shiva


Anno nuovo, grafica nuova per Indie


La bicicletta e' sempre stata una mia grande fonte di ispirazione. Sará che il cervello si ossigena meglio e il movimento rotatorio delle gambe favorisce la circolazione. La scorsa settimana, mentre pedalavo in salita verso una grotta-cascata di Shiva, vicino a Bundi, in Rajasthan, stavo pensando a dare una nuova veste grafica al mio blog Indie in coincidenza con il nuovo anno. Ed eccola qua. La data del 01-01-10,poi, mi sembra un grande inizio per un restyling.

Una volta raggiunta la cima della collinetta, e’ comparso un grande tempio moderno circondato da ogni genere di rifiuti, un po' di negozi di souvenir e un ashram. Scimmie tutto intorno, pappagallini verdi con la testa rossa e un baba non vedente che mi hanno presentato come il ''mahatma'' e che era davanti a un fuoco sacro, molto probabilmente dopo un bel cilum.

La grotta era in fondo a una profonda spaccatura della momtagna. Da un’altezza di una trentina di metri veniva giu’ un piccolo rivolo d’acqua che piombava su uno Shiva Linga tra grandi spruzzi. La cascata formava una pozza circolare dove i pellegrini si immergevano. Il luogo sarebbe stato bucolico se non fosse stato insozzato da mutande lacerate e altri indumenti abbandonati. Due turisti gay brasiliani hanno condiviso con me la stessa delusione.

Tornata a Bundi, alla sera vado a mangiare in una pizzeria che si chiama Tom e Jerry. Il primo e’ il proprietario e il secondo il suo cagnolino. Quando esprimo il disappunto per la sporcizia della cascata, Tom mi dice che la gente lascia appositamente la biancheria intima dopo il bagno sacro per ‘’disfarsi’’ delle malattie e delle sofferenze del corpo che hanno rivestito. Rimango di stucco. Chapeau a Shiva e compagni.

Ho la vaga impressione che da Cristoforo Colombo in poi, non abbiamo preso altro che cantonate sull'India.

Calogero e la rivoluzione proletaria di Jaipur


Per andare a Jaipur, la ''citta’ rosa'' che sta diventano grigia per via del boom edilizio, ho viaggiato in prima classe. Purtroppo, non avendo prenotato in tempo il treno, ho trovato solo posto della ‘’executive’’, un salasso da 900 rupie, ma meritate. I sedili sono spaziosi, ti danno i quotidiani in inglese, cibo a volonta’, perfino le pagnottine calde e il gelato. Devo dire che le ferrovie indiane, eredita’degli inglesi, non sono poi cosi’ male, almeno per quanto riguarda i treni Shatabdi e Rajdhani. Il servizio e’ eccellente. Mi si puo’ obiettare che in Cina vanno gia’ a 450 all’ora, mentre qui per andare a Jaipur (258 km) sono pur sempre circa 5 ore. Ma per l’India vera, non quella dei rapporto di Goldman Sachs, secondo me e’ gia’una conquista.

A Jaipur vive il mio amico Calogero Dolcemascolo, un orafo siciliano che lavora al Gem Palace (l’ex gioielliere dei maharaja’) e che arriva dalla scuola di Valenza. E’ da molti anni in India, ma con il paese ha un rapporto di odio amore, alcune volte sembra mandare affanculo tutti, ma altre volte lo vedi distribuire pacche sulla spalla a destra e manca. Eravamo su un riscio’ a pedali e c’era una piccola salita. Ha visto che il pedalatore faticava, e’ sceso e siamo andati a piedi fino a quanto la strada e’ tornata in piano. Sulla politica italiana e’ ferratissimo, e' un socialista all'antica maniera e quasi sempre pronto a incazzarsi per malaffare, mafia e quant’altro non va in Italia. Anzi, sembra che non abbia mai abbandonato l’Italia. Penso passi delle ore su internet a leggere notizie e a guardare You Tube.

Mentre mi faceva un pesce alla marinara, un qualcosa simile al pescespada, mi ha citato Giordano Bruno sulle menzogne in cui e’ tenuta l’umanita’, fatto sentire l’Internazionale Socialista eseguita dall’ Armata Rossa, poi la Marsigliese in una famosa scena del film Casablanca (dove si e’ addirittura commosso) e una serie di canzoni dei socialisti anarchici dell’ Ottocento, che in effetti sembrano fatte per oggi, tipo ‘’Il canto dei Malfattori’’ (1891). Poi mi ha parlato della Comune di Parigi. ‘’Due mesi e’durata, due mesi, soltanto!! Ha urlato con accento siciliano mentre mi serviva il pesce, mai mangiato un piatto cosi’squisito. E poi guardando fuori dalla finestra, dove c’erano dei pedalatori di riscio’ rincara: ‘’vedrai anche questi qui prima o poi si ribelleranno!’’

Se in India ci sara’ una rivoluzione partira’ da Jaipur…

Nepal, gioie e dolori del trekking fai da te


Da oltre un anno il Nepal ha introdotto una sorta di ‘’tesserino dell’escursionista’’ o TIMS card, dove Tims sta per Trekkers Information Management System. Ebbene si’, nell’era digitale anche la cosa piu’ elementare di questo mondo come camminare in montagna diventa parecchio complicata oltre che costosa. La tessera costa 20 dollari per i trekkers ‘fai da te’, ma scende a 10 dollari per i gruppi organizzati.

Quando sono arrivata a Kathmandu, l’altra setttimana, non ci potevo credere che un paese come il Nepal, sull’orlo della bancarotta e con enormi problemi politici, avesse avuto una tale pensata. Mi viene in mente l’India, dove oltre 600 milioni avranno presto una carta di identita’ elettronica, ma sono costretti a defecare all’aperto perche’ non hanno i servizi igienici. Lo scopo della Tims e’ sensato perche’ permette di avere informazioni sui turisti presenti in una certa area in caso di calamita’ o incidenti. Certo, bisogna vedere poi se qualcuno mette i dati e la foto in un computer collegato con altri computer. Cosa che dubito. Saro’ sospettosa, ma a me sembra piu’ un modo per spennare ulteriormente il povero escursionista straniero. Non si spiega, per esempio, perche’ i diplomatici e i residenti in Nepal sono esclusi…

Io comunque mi sono rifiutata di comprare sia la tessera che il permesso per entrare nel parco dell’Annapurna (i cui confini sembrano espandersi a vista d’occhio con l’arrivo della stagione turistica). Il risultato e’ che l’ufficio turistico di Pokhara dove sono andata a chiedere informazioni per i ‘’free trekking’’ mi ha preso a pesci in faccia. Dopo lunga insistenza, una bella ragazza con i capelli alla valentina mi ha mostrato un elenco di localita’ ‘’gratuite’’ nella vallata, ma nulla di piu’. Niente soldi, niente cammello, come si dice. Quindi sono partita per il ‘’Royal Trekking’’, detto cosi’ perche’ l’aveva fatto il principe Carlo negli anni Ottanta (c’e’ una foto nell’hotel Fish Tail Lodge sul lago), ma da allora caduto in un misterioso oblio. A tal punto che non ho trovato mappe o indicazioni. Ogni volta provavo a chiedere qualcosa la risposta era: “25 dollari al giorno per la guida’’ ancor prima che aprissi bocca.

Insomma e’ chiaro che la mafietta delle agenzie, tour operator, hotel. tassisti e negozi di equipaggiamento, mal sopporta chi va a camminare per i fatti suoi. E’ comprensibile. ‘’Questa povera gente vive solo di turismo, guardati intorno..cosa c’e’ d’altro in Nepal se non queste montagne’’ mi faceva notare un amico incontrato per caso in un internet café’. Vero. Spero solo che tutto questo denaro – Pokhara e’ strapiena di turisti adesso – vada a buon fine, ovvero per la natura e la conservazione dell’Annapurna.

Per quanto riguarda il Royal Trekking (detto anche Annapurna Skyline), in parte e’ stato asfaltato, e quindi ci passava la corriera ogni mezzora. La seconda parte invece e’ ancora, per fortuna (mia, ma non degli abitanti) vergine. Il ‘fai da te’ e’ stato tutto sommato divertente. Senza mappa, segnali e guide, e’ stata una avventura nel vero senso della parola. In tre giorni non ho incontrato nessun altro escursionista, solo contadine con enormi fasci di erba sulla schiena, pastori con greggi di capre,orde di bambini che mi chiedevano ‘’sweets’’ e ragazzi che costruivano delle enormi altalene come e’ tradizione per la festa di Dashain (Dusseira come la chiamano in India). Dopo essermi persa, una sera, sono finita in un villaggio, Shyaklung, che sembrava uscito dal pennello di Claude Monet tanto era perfetto con le capanne dal tetto di paglia, le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, le caprette, una famiglia di anatroccoli, il bufalo nella stalla. E poi fiori ovunque, farfalle, aranceti e bananeti. Una famiglia di un ex militare dell’esercito indiano con un figlio in Giappone e l’altro a Dubai, mi ha affittato una stanza della sua casa dove per terra c’erano delle macine di pietra con tracce fresche di farina. L’intera abitazione sembrava costruita apposta per un museo di etnografia sulla vita contadina. La cucina con il focolare in un angolo per terra, mastelli per fare il burro e altri utensili che secondo me valgono una fortuna da noi. Un gabinetto fuori in giardino, niente lavandino o doccia. Anche perche’ non c’e’ acqua corrente. La si va a prendere con i secchi alla fontana del villaggio. Al posto del pavimento ci sono le stuoie. Anche se c’e’ la corrente elettrica e’ il sole a scandire la giornata.

Alle 19.30 ero gia’ sulla branda durissima nella completa oscurita’ quando e’ successa una cosa surreale. Della disco music ad alto volume proveniva da una capanna a valle. E’ andata avanti per una mezzoretta interrotta da una voce maschile che giocava a fare il deejay. Il mattino dopo il capofamiglia mi ha spiegato che era lo ‘’scapolo’’ del paese che di recente si era comprato un impianto stereo con karaoke….

Calcutta, le merendine Bauli vicino a Madre Teresa

Ad agosto ero andata a Calcutta per il centenario della Madre Teresa, evento che ha avuto molta piu’eco nel mondo che in India. Vicino alla Mother House, dove sulla porta di ingresso c’e’ancora e’ rimasto l’indicazione ‘’mother in’’, e’ comparso un negozio di santini, penso l’ unico in cui si possono acquistare souvenir della beata suora albanese.

Ma ad attirare la mia attenzione non non sono state le statuette della Madre, ma la vetrina accanto e in particolare un manifestino che pubblicizzava un croissante della Bauli alla cioccolata e alla ciliegia. Mi precipito dentro come se fossi stata colta da una folgorazione divina e chiedo di vedere i croissante. Non mi ricordavo bene, ma la confezione mi sembrava la stessa che in Italia, solo che dietro c’era scritto che era prodotto da Dream Bake Private Limited, in Howrah, a Calcutta, ‘’under licence, technical know-how and exclusive recipe from Bauli, Spa, Verona, Italy.

Ne compro uno al cioccolato (30 rupie) e esco furtiva, come se avessi comprato del cobalto radioattivo. Sul marciapiede lo ingollo in due bocconi. E’ fresco e buono. Rientro e mi riempo la borsa, poi non contenta fotografo pure la vetrina.
L’episodio va collegato a parecchi anni fa quando davanti al Meridian hotel di Delhi per caso incontrai il signor Alberto Bauli, il patron dei panettoni, che era venuto per esplorare il mercato ed era quindi appena uscito da una delle conferenze dedicate a illustrare le opportunita’ dell’ India. Mi chiese se abitavo a Delhi e poi , con l ‘aria di chi non aveva ancora afferrato qualcosa, mi domando’ serio: ‘’ma diciamo, se io volessi portare le mie merendine, dove e’che si vendono?’’. Allora non erano ancora arrivati gli shopping mall e quindi gli risposi che non c‘erano supermercati, che sapessi solo uno, lo storico Modern Bazar a Vasant Lokh.

Non so poi che fine abbia fatto e se mai abbia concluso qualcosa. Magari le merendine di Calcutta sono contraffatte, oppure qualche missionaria di Madre Teresa ha fatto qualche business con la famosa industria dolciaria di Verona. Le cerco ancora, ma non le ho mai piu’trovate.

Giochi del Commonwealth, India vince al tiro al bersaglio


Siccome a me piace fare la bastian contraria ho deciso di non unirmi al coro di chi spara a zero sui Giochi del Commonwealth che inizieranno il 3 ottobre a New Delhi. Da diverse settimane la stampa e la televisione indiana (e ora anche quella anglosassone) non fa altro che parlare di corruzione, impianti costruiti male o in ritardo, larve di zanzare infette dalla dengue, bagni pieni di escrementi e cani randagi che dormoni sui letti destinati agli atleti. Ogni giorno c’e’ qualcosa che non va. Il che e’ vero, certo, pero’ secondo me si esagera con il tiro al bersaglio. La tigre Sheera, la mascotte, viene immancabilmente raffigurata piena di cerotti oppure con un badile in mano. I giornali oggi parlavano di ‘’Giochi della vergogna’’. Oggi sono andata a vedere la passerella crollata ieri e ho scoperto che in realta’ l’intero parcheggio dello stadio Jawaharlal Nehru e’ ancora devastato dai lavori (vedi foto s sinistra). Gli stranieri sghignazzano solo a sentire parlare di stadi ‘’world class’’ che poi perdono i pezzi come e’ successo oggi al palazzetto del sollevamento pesi. Tra le minacce di attentati terroristici, la dengue e febbre suina, le passerelle pedonali che crollano e la sicurezza che fa acqua (non solo per il monsone che continua indefesso ad allagare la citta’), sembra ormai che solo un miracolo possa salvare i Giochi. Gli alberghi sono deserti, diversi campioni hanno dato forfait e la gente di Delhi, quella che se lo puo’ permettere, che se ne andra’ in vacanza nella settimana delle gare per evitare il caos nelle strade. Manco la regina Elisabetta viene a inaugurare l’evento.
Una cosa del genere in Cina non sarebbe mai avvenuta. Non mi si venga a dire che i cinesi sono svizzeri o tedeschi nella puntualita’ o organizzazione. E’ solo che non hanno una stampa libera e che non si ‘’usa’’ criticare i governanti. Nessuno avrebbe mai osato minimamente dire qualcosa contro le olimpiadi di Pechino del 2008. Non c’ero, ma e’ stato davvero tutto perfetto oppure semplicemente non c’erano giornalisti a documentare le tegole cadute?

Ebbene si’, mi sono beccata la febbre dengue

Come molti, anche tra i miei connazionali, quest’anno mi sono beccata la dengue. Pare sia una piaga mondiale, io onestamente non ne avevo mai sentito parlare prima di venire in India. E anche qui, nonostante gli allarmi, me ne sono sempre fregata altamente. Mentre ero febbricitante ho disperatamente cercato di risalire alla zanzara infame che mi ha trasmesso l’infezione. Boh. L’incubazione e’ dai 4 ai 10 giorni, dicono. A Calcutta dove ero stata una settimana prima? Tra le giacenze di frutta marcia del supermercato Reliance Fresh? Una sera in un giardino di una ricca casa del quartiere diplomatico considerato l’epicentro della dengue a Delhi (chissa’ che ci fanno dentro le ambasciate…)? O forse davanti all’aquitrino di Nehru Park dove una volta mi sono fermata a fare gli stiramenti? Boh. Quest’anno e’ stato record per i monsoni, vedi inondazioni in Pakistan e ho l’armadio che puzza di muffa come non avveniva da anni. Il decorso della malattia, una decina di giorni, e’ stata una via crucis con l’ossessione quotidiana del verdetto delle piastrine che arrivava dopo le 19 con i risultati del prelievo del sangue al mattino. L’ultimo ‘’effetto speciale’’ e’ stata un’ orticaria pruriginosa da incubo sulle palme delle mani, come se mi avessero pizzicato mille zanzare…incredible dengue e incredible India.

OSHO/3 Alla sera c'e' la mega disco, ma manca alcol e sesso

A che serve il test dell'Aids che mi hanno fatto?

Il piatto forte della giornata da Osho e’ al tardo pomeriggio quando avviene l’Osho Evening Meeting, ‘’una opportunita’ unica per ‘’sperimentare la ‘’consapevolezza senza sforzo’’, l’essenza dell’esperienza della meditazione’’ (cito sempre dal libretto delle istruzioni). La bonanima di Osho stesso ha detto che ‘’e’ una grande opportunita’ per entrare nello spazio interiore. In questo incontro, sperimenti qualcosa di cui nessuno e’ in grado di dare una definizione. E' il culmine di tutta la giornata di lavoro, di meditazione o di gruppi''. Onestamente pensavo che fosse a questo punto che in qualche modo venisse fuori la questione del sesso. Sapevo - ma per sentito dire - che il sesso era una delle pratiche della filosofia oshiana. La nomea dell'ashram era quindi di un posto in cui ''si becca'', almeno tra i miei amici maschi. Il test obbligatorio dell'Aids in effetti farebbe credere certe cose. Perche' non fanno invece il controllo per l'influenza dei polli? Ammetto che anch'io avevo delle aspettative in materia, ero davvero curiosa di capire come (e con chi)avveniva la cosa. Evidentemente la terapia sessuale e' riservata solo ai corsi avanzati, perche' nel mio programma non c'era nulla di simile. Anzi, diro' di piu', risulta decisamente difficile per una nuova arrivata attaccare bottone con qualcuno. I sanyasi non sono di molte parole soprattutto se non ti conoscono. Ma penso sia normale per ogni setta. Probabilmente ho sbagliato stagione, adesso c'e' poca gente, o forse il punto di incontro e' la jacuzzi vicino alla piscina, dove io non sono andata, perche' non avevo il costume omologato bordeaux.
Alla meditazione serale, la musica era decisamente meglio. Molto piu' rockeggiante. C'era una band live, molto bravi, e luci stroboscopiche. Il piramidone sembrava una mega discoteca, peccato che mancavano pero' il bar e i divanetti. Piu' o meno ogni 10 minuti, tutti urlavano OSHOOOOO, con le mani alzate. Quando cessa la musica si urla ancora Osho per tre volte di seguito e poi ci si sdraia. Quindi c'e' una sessione di relax, un'altra cosa che non ho ben capito e un momento in cui si devono pronunciare ''parole senza senso''. Quindi si arriva al clou. Cala il megaschermo e compare Osho stesso con solito il berrettino di lana. Una voce annuncia di quale discorso si tratta (come a Messa per i brani dei vangeli). Inizia parlando della politica americana (cita Reagan parecchie volte), poi si lancia in virulenti attacchi contro l'imperialismo degli Stati Uniti sostenuto dalla chiesa cristiana. Condisce il discorso di aneddoti e a volte barzellette. Parla dell'assurdita' del traffico cittadino, di gente che si arrabbia con l'automobilista davanti a lui che e' fermo in coda e non capisce che sono tutti nella stessa sventura. Penso alle sue Roll Royces e mi verrebbe da mandarlo a quel paese e alzarmi. Ma resisto. Parla a braccio di diversi soggetti, e' un buon oratore, e sa come tenere l'attenzione perche' spesso fa battute. Si sente ridere la gente nel video e ridono anche i sanyasi. La barzelletta con coi termina e' un po' da osteria. La solita storiella di corna, decisamente maschilista. Ma va bene. Quello che invece non ho tollerato, anzi mi sono anche incazzata, sono le assurde restrizioni sui tappetini ''consentiti'' nell'auditorium piramide. Siccome io non avevo il tappetino omologato (che si compra con i coupon nella ''boutique Zorba'', penso sia Zorba il greco), avevo preso da casa un lenzuolo bianco, ma con disegni neri. Dopo avermi fatta perquisire all'ingresso, un super kapo' sanyasi mi ha rispedito nello spogliatoio, perche' ''erano ammessi solo scialli e solo scialli bianchi''. Meno male poi che nella piramide ci sono delle sedie contro il muro al fondo in cui ''e' ammesso'' stare per chi non vuole sdraiarsi sul marmo tombale. Nota finale: dopo la meditazione, in abiti normali (dopo e' permesso) sono andata alla mensa insieme ai compagni sanyasi come al solito in silenzio - Per inciso, ho scoperto poi che restare in silenzio nell'ashram e' a volte parte del programma e che nella boutique Zorba si puo' comprare anche la relativa spilletta ''dont talk to me, I am in meditation -. Insomma il super kapo sanyasi, anche lui in ''borghese'' si stava fumando una sigaretta dietro un cespuglio, non so se quello era l'angolo fumatori, ma mi ha guardato come se lo avessi beccato con le dita nella marmellata....(fine).

OSHO/2 Dentro la piramide di marmo nero


Il programma del pomeriggio prevedeva diverse sessioni di meditazione dalla durata di un’ora. C’era la ‘’Silent Sitting Meditation’’, che ho escluso subito, e altre che invece comprendevano attivita’ piu’ motorie, diciamo. La ‘’Osho Mahamundra’’, per esempio, consisteva in 30 minuti in piedi, 20 in ginocchio con le mani alzate e dieci sdraiati. Le istruzioni dicevano: ‘’Stai in piedi con gli occhi chiusi, lasciando il corpo sciolto e rilassato: aspetta e coopera. Improvvisamente sentirai un impulso – se il corpo e’ rilassato – le energie sottili inizieranno a muoverlo fuori del tuo controllo: questo e’ Latithan’’. Ho pensato che questa era un po’ troppo avanzata per il mio esordio. Ho scartato anche la ‘’Osho Mandala’’ dove devi correre sul posto ‘’con le ginocchia piu’ in alto possibile’’ per 15 minuti ‘’dimenticando il corpo e la mente’’. Non so se ce l’avrei fatta cosi’ a lungo. Insomma, alla fine, tra mille esitazioni e un po’ di ansia ho scelto la ‘’Meditazione Osho Nataraj’’ che consisteva in 40 minuti di danza ‘’come se fossi posseduto’’, 20 minuti sdraiato immobile e in silenzio e altri 10 minuti in cui bisognava ‘’celebrare danzando’’.
La piramide dove si tengono le meditazioni e’ in altro settore rispetto all’entrata e al centro di informazione. E’ di marmo nero, decisamente tetra, tutto intorno c’e’ una fila di vetri opacizzati, non penso si possano aprire. Filtra poca luce, fuori piove. Per via dell’aria condizionata lo stanzone e’ gelido come una tomba a Ognissanti. Il pavimento, in granito verdastro scuro (per un’ora cerchero’ di ricordarmi il nome, ma non mi viene) e’ tirato a lucido. Un kapo’ sanyasi, con una cintura bianca sulla tonaca bordeaux, ordina a un mio compagno di rimuovere una borsa di plastica da un davanzale della pseudofinestra. Ovviamente siamo a piedi nudi e io sono sprovvista di tappetino. Le istruzioni dicono che ‘’gli occhi rimangono chiusi per tutta la meditazione’’, ma io non ci riesco. Mentre inizia la musica, tipo new age, quella che mettono nelle sale di aspetto degli aeroporti, sbircio intorno. Siamo una ventina, di tutte le eta’. Le ragazze hanno tuniche attillate, sicuramente su misura, non come il sacco di patate della mia. Noto che c’e’ una certa ricercatezza. Decisamente si muovono meglio dei maschi. La mia vicina piroetta su se stessa, un’altra dietro corre seguendo un misterioso tracciato. Ho paura che ci si scontri visto che (in teoria) siamo a occhi chiusi. All’inizio non ho proprio voglia di ballare, poi ci prendo gusto, per un po’ immagino di volare e poi di tuffarmi in acqua, da cui emergo con un salto e mi libro in cielo. Mi piace l’idea. Dopo un po’ mi stufo. Controllo l’orologio per vedere quanto manca. Finalmente scatta il gong e tutti si accasciano sul pavimento gelido. Siccome ero molto stanca e anche un po’ febbricitante per via di un ascesso al dente, penso di essermi addormentata…Al gong mi sveglio indolenzita e congelata. Gli ultimi dieci minuti di danza sono un po’ svogliata. All fine, tutti se ne vanno, in assoluto silenzio, come automi. Ma come? Dopo aver condiviso un tale turbinio di energie, neppure un grazie, ‘’e’ stato bello’’, nulla. Alcuni mi sembravano molto tristi, altri amorfi. Sicuramente non socievoli. In due giorni di ashram non ho parlato con nessuno…
La tanto declamata piscina, di cui gli amici mi avevano parlato, e' a forma di S, non va molto bene per nuotare, e' piuttosto da relax. Ma non c'era nessuno, forse perche’ pioveva, ho scoperto che a Pune fa molto piu’ freddo che a New Delhi. L’ingresso non era pero’ compreso nel daily pass, ma era a parte (150 rupie) e ci voleva il costume bordeaux da comprare nella boutique di Osho, con i famosi buoni. Ho rimunciato e ho optato per una passeggiata nel giardino. Pur sapendo che le foto sono vietate, di soppiatto ho fatto una foto a un angolo di piscina, con il terrore di essere sorpresa dalla kapo’ dell’ufficio stampa. Mi sarebbe piaciuto almeno avere una foto di me stessa conciata in quel modo. Ho chiesto al sanyasi addetto alla sicurezza (prima di entrare nella piramide c’e’ un body search accurato) se mi faceva uno scatto. ‘’Le foto sono assolutamente proibite’’ mi ha risposto seccamente. ‘’Ma non voglio farla all’ashram, ma a me stessa..’’ ho replicato. Stesso diniego. Dopo un paio di occhiatacce dai compagni sanyasi vicino ho desistito e me ne sono andata alla mensa.
(segue)