Adesso e' l'India a fare outsourcing negli Usa

A dieci anni dall'inizio del miracolo informatico indiano, che deve la sua fortuna al famoso Millennium Bug, il cerchio si chiude. Un po' come quando Ratan Tata si e' comprato la Jaguar, simbolo degli ex colonizzatori britannici.
I colossi dell'outsourcing, tipo Infosys e Wipro, hanno cominciato a 'delocalizzare'' negli Stati Uniti pescando mano dopera diventata ora a basso costo per via delle recessione.

In un'interessante inchiesta (vedi qui) dei giornalisti indiani rivelano i numeri dei nuovo fenomeno. Aegis (gruppo Essar) impiega gia' una decina di laboratori negli Usa con circa 5 mila informatici americani a libro paga e pensa di assumerne 10 mila in tre anni. Infosys, azienda simbolo del boom dell'high tech indiano intende impiegarne 1.500 entro il prossimo anno. Idem per TCS (gruppo Tata) e Wipro, gli altri due colossi dell'outsorcing che hanno i loro principali clienti proprio negli Usa.

Il verbo ''bangaloored'', coniato per gli ingegneri Usa licenziati dai loro manager che avevano scoperto i ''cyber coolies'' indiani, e' gia' fuori moda.
Gli indiani non usano il termine outsourcing ma ''assunzione locale di personale'' , una manna per i disoccupati americani disposti a lavorare a salari ''indiani''. Il fenomeno non e' solo ristretto agli Stati Uniti. Infosys ha annunciato qualche giorno fa un maxi investimento per aprire un campus a Shangai per 8 mila informatici, cinesi ovviamente.

Buddha, nuovo patrono della Formula Uno

Ma come si fa a dedicare un circuito di Formula Uno a Buddha? E' quello successo per il tracciato di Greater Noida dove il 30 ottobre e' previsto il primo Gran Premio dell'India. Lo hanno chiamato Buddh International Circuit perche' la zona di Greater Noida dove sorge, una volta bucolica localita' rurale, si chiama Gautam Buddha Nagar (letteralmente ''quartiere di Gautam Buddha, dal suo cognome Siddharta Gautama).
Chissa' magari c'e' passato da quelle parti all'epoca del suo peregrinare in India.
Ma ritornando alla F1 e alla nostra civilta' dei motori, ma come e' possibile dedicare una striscia di puzzolente asfalto su cui rombano costosissime auto a folle velocita' a un monaco che simboleggia la purezza e la pace dello spirito?

Il tracciato inserito in una ''Sport City'', costruito dal colosso delle costruzioni Jaypee, gia' e' minacciato a poche centinaia di metri da una rivolta dei contadini contro l'esproprio delle terre da parte del governo dell'Uttar Pradesh...la vendetta del Buddha?

Puttaparthi, terra di prestigiatori, dalla vibhuti al portafoglio


Avrei dovuto capire subito che a Puttaparthi sono lesti di mano. I trucchi del Sai Baba con la vibhuti, la cenere che materializzava dal palmo delle mani, sarebbe un gioco di prestigio, secondo molti. Ovviamente se lo si chiede ai devoti giurano che non c'e' nessun trucco.
Non lo so. Anche nello scoperchiamento del Santo Sepolcro a Gerusalemme ci potrebbe essere qualche illusionista...
Fatto sta che il pomeriggio prima del funerale del famoso guru, ero nell'ashram e stavo scattando fotografie - pensa un po' - a un cumulo di terra ''sacra'' che sarebbe servita per la sepoltura prevista al fondo della sala, nel punto in cui si ''esibiva'' davanti ai suoi fedeli.
Voila', una mano veloce ha tolto dalla mia borsa un voluminoso portafoglio, di quelli con tutte le tasche e taschine, pieno zeppo di carte, soldi, passoporto, patente e ogni tipo di documento originale e fotocopiato. Volatilizzato e mai piu' materializzato.
Sono rimasta solo con la mia tessera stampa al collo e 200 rupie in fondo alla borsa.
Solo dopo ho capito il ghigno beffardo del Sai Baba (vedi foto) di un grande dipinto attaccato alla parete davanti al tavolo dove scrivevo le mie corrispondenze...Ben mi sta.

E' Pasqua, Sai Baba e' morto e io sono a Puttaparthi

A tempo di record, sono arrivata stasera tardi a Puttaparthi, un ex villaggio agricolo in una parte remota dell’Andhra Pradesh, diventato famoso per il Sathya Baba. Il famoso santone con i capelli alla Jimmy Hendrix ‘’non c’e’ piu’’’ come dice la gente qui con gli occhi rossi e il viso stanco, probabilmente dalle continue veglie dei giorni scorsi.

Una ragazza, con cui ho diviso il taxi dall’aeroporto di Bangalore, mi diceva un po’ invasata ‘’voglio andare da lui, sto contando ogni secondo, ma non so se avro’ ancora le lacrime per piangere. Lavora alla Tata Motors come ingegnere, il ‘’Baba’’ gli ha parlato quando aveva sei anni e da allora e’ diventata una sua seguace.

Puttaparthi e’ il tipico caso di citta’ violentata da un edilizia selvaggia, cresciuta disordinatamente intorno all’ashram Prashanti Nilayam. Un enorme complesso, costruito da poco, che ha rimpiazzato un precedente ‘’mandir’’. Per essere la sede di una fondazione che – secondo la stampa indiana – gestisce la bellezza di 40 mila crore di rupie (9 miliardi di dollari!!!!), compresi gli immobili, e’ abbastanza deludente.
Quando sono arrivata alle 11 di sera, c’era una lunga fila, di mezzo chilometro circa, che si e’ poi smaltita in fretta . Era la fila degli uomini, mentre le donne erano separate. Quando sono entrata nella enorme sala, c’erano si’ e no’ qualche centinaio di persone. Mi sembrava una cerimonia molto raccolta.

Uomini con la tunica bianca, colore del lutto, erano seduti intorno alla bara di vetro. I volontari con una coccarda dorata facevano sfilare le persone. Nessun controllo. Fuori avevano messo un paio di megaschermi montati su dei camion mentre i poliziotti bivaccavano tutto intorno con l’aria esausta. Lungo la strada stanno ora montando delle transenne per dividere la strada tra chi entra e esce dall’ashram. La citta’ e’ stata chiusa al traffico e tutto e’ chiuso per lutto.
Non so se per fortuna o perche’ forse ho chiesto una stanza senza aria condizionata, ho trovato subito una sistemazione a un prezzo che secondo me e’ quello normale. Non mi hanno nemmeno chiesto il passaporto, chi ero o da dove venivo, anche solo per curiosita’. Il dolore e’ sincero.

Seduto sugli scalini incontro un tedesco che vive qui e che mi dice di conoscere molti italiani. Mi dice anche che domani si aspetta una grande folla. Per questo, i preparative fuori e dentro l’ashram vanno avanti tutta la notte.

Mentre dentro la sala del ''darshan'', tra enormi lampadari di cristallo infestati dalle vespe, si levano i canti funebri degli uomini, alcune donne, rannicchiate su delle coperte in un angolo fuori dalla sala, mormorano a bassa voce alcune preghiere come in un una ninna nanna.

Che bello sarebbe avere i Seven Eleven in India

Sono tornata da una vacanza in Thailandia, paese che e' decisamente piu' occidentalizzato, nel bene e nel male, dell'India, ma che non e' nemmeno la Svizzera. Bangkok e' una metropoli di 5 o 6 milioni di abitanti, la meta' di New Delhi, con tutti i problemi correlati, tra cui inquinamento, caos, degrado urbano e slum, anche se non sono paragonabili a quelli di Mumbai. Lo sviluppo urbano e' simile a quello che vedo qui nei poli tecnologici di Gurgaon o Noida. Sono rimaste intatte alcune tradizioni, come quella dei mercatini in strada e dello street food. Le guesthouse per turisti budget come me sono appena piu' pulite di quelle indiane a parita' di prezzo.
Mi ha colpito pero' la presenza di una catena di supermercati, Seven Eleven, diventata addirittura un'attrazione turistica, tanto che ci sono le magliette con il logo. La catena appartiene al gruppo Charoen Pokphand Group del miliardario Dhanin Chearavanont, che fa parte dei poteri forti della monarchia thai. Sono dei piccoli supermercati di quartiere in cui si trova tutto, ma davvero tutto, dalle schede sim al disinfettante, poi pasticceria fresca e hot dog e perfino quotidiani. In ogni angolo ce ne uno, che ti rende la vita estremamente facile.
Tornata a New Delhi, sono andata a fare la spesa da Reliance Fresh, supermercati del conglomerato Reliance (anche quelli del miliardario Mukesh Ambani, il piu' ricco industriale indiano), che - in teoria - dovevano diventare i ''seven eleven'' dell'India quando sono stati aperti 4 o 5 anni fa. Non ho mai capito perche' - forse non lo sanno nemmeno loro - e' stato un fallimento. In quello dove vado, tra Green Park e Safdarjung Enclave, uno dei pochi a sud di Delhi, e' un disastro sia per la distribuzione (scaffali sempre vuoti) che per l'igiene (penso di essermi beccata la dengue li' lo scorso anno). Sara' che ero appena arriva dalla Thailandia, ma per la prima volta ho notato i sacchetti di spazzatura maleodorante sul marciapiede, felicita' dei topi, le casse con i display sfasciati, il controsoffitto a pezzi e un caos maggiore del solito nella disposizione dei pochi articoli presenti. Morale: forse meglio cosi' per i piccoli commercianti e ambulanti, pero' quanta strada deve ancora fare l'India nella grande distribuzione!!!


PS Dopo aver raccontato la storia, qualcuno mi ha fatto notare l'efficienza dei supermercati nei grandi shopping mall della periferia, tipo Big Bazar del Future Group, di Kishore Biyani (un commerciante tessuti ora a capo di un impero di grandi magazzini che ha scritto pure un libro sul suo successo) . D'accordo, ma quanti chilometri devo fare?

India-Pakistan: diplomazia del cricket, questa volta funzionera'?

Approfittando del cricket, i due leader di India e Pakistan si incontrano oggi in uno stadio vicino a Chandigarh per parlare di pace. E’ un déjà-vu, perche’ ci avevano gia’ provato il dittatore Zia-ul-Haq con Rajiv Gandhi nel 1987 e poi un altro generale, Pervez Musharraf, con l’indu nazionalista Atal Behari Vajpaye nel 2005. In entrambe le occasioni, la cosidetta diplomazia del cricket ha fallito.

Pero’ questa strano connubio sport-pace e’ indicativo della natura delle relazioni tra indiani e pachistani, fratelli separati dalla nascita, divisi dalla religione, ma pur sempre uniti da un legame di sangue. In questi giorni, dopo che l’India ha passato il turno nel campionato del mondo di cricket (nessuno se n’e’ accorto, forse, ma c’e’ il mondiale in India) ed e’ entrata in semifinale con il Pakistan , sembra che i due governi abbiano completamente dimenticato tre guerre, minacce di attacchi atomici e complicita’ in attentati terroristici. E’ tutto un tubare come due fidanzatini che fanno la pace dopo un brutto litigio.

Il cricket ha un'enorme presa nel Sud dell’Asia, paragonabile a quella del calcio in Italia, e inevitabilmente produce deliranti euforie collettive. Oggi oltre un miliardo di persone staranno incollate davanti alle televisioni (molti in strada) a guardare uno degli sport, che per noi italiani, e’ uno dei piu’ noiosi al mondo. Non mi stupisce che nelle ore (5, 6 …10? non si sa) di gioco, i due leader trovino il tempo di fare un vertice di pace, schiacciare un pisolino e poi cenare insieme allo stadio. Anzi, sembra che l’anziano Manmohan Singh probabilmente tornera’ a Delhi in serata, e magari prima della fine della partita, mentre Yosuf Raza Gilani forse si ferma a dormire in Punjab (regione oggi divisa tra lo stato indiano del Punjab e la provincia pachistana del Punjab).

Nonostante i miei sforzi, il cricket rimane ancora un grande sconosciuto e per questo mi crea notevoli complessi di inferiorita’. Il problema e’ duplice, capire le regole e capire il linguaggio in inglese. E poi avere pazienza. Non e’ un gioco dove si vede subito il risultato. Proprio come il processo di pace tra India e Pakistan, un match che dura da oltre 60 anni.

Bill Gates, il duro mestiere della filantropia



Bill Gates e' in India per uno dei suoi frequenti viaggi per seguire i progetti della sua fondazione che si occupa di salute e lotta all'Aids. Penso che l'India sia il paese dove spenda piu' soldi e a maggior ragione visto che le condizioni della popolazione sono simili a quelle dell'Africa subsahariana nonostante le velleita' di potenza economica mondiale. Come e' noto Gates e la moglie hanno deciso di passare il resto della loro vita a fare beneficenza in giro per il mondo. C'era una bella foto di loro seduti per terra in un villaggio del Bihar mentre tenevano in braccio un neonato. In effetti, a Bill Gates, chi glielo fa fare? C'e' gente che se la spassa alla grande, con donne e lussi, anche avendo molti meno soldi e potere.
A New Delhi ha tenuto una conferenza stampa, in giacca e cravatta, dove ha spronato gli indiani a produrre vaccini low cost e trattamenti nuovi per la turbercolosi e per altre epidemie facilmente curabili come la diarrea. Con la scienza si puo' fare tutto e gli indiani in questo sono favoriti dall'enorme potenziale di ricercatori. E la sua ricetta.
Un giornalista poi gli ha fatto una domanda intelligente: ''e' piu' facile fare soldi o dare soldi?'', ovvero creare profitti o fare beneficenza? In altre parole e' piu' difficile guidare la Microsoft o gestire una multinazionale della filantropia come e' diventata la Bill and Melinda Gates Foundation?
La risposta e' stata sorprendente. ''Ci sono molte similarita - ha detto - perche' in fondo, gestire una fondazione no profit e' come gestire una societa' di software che fa innovazione, solo che invece degli ingegneri informatici, ci sono esperti di salute e scienziati che ricercano nuove terapie''.

Odissea all'alba, una tragedia omerica

Una delle menti piu' fini del giornalismo indiano Siddarth Varadarajan traccia una lucidissima analisi delle ragioni poco umanitarie della guerra il Libia in un editoriale pubblicato su The Hindu, il giornale piu' autorevole e non a caso quello che in quesi giorni sta pubblicando in anteprima i cablo indiano di Wikileaks.

Inizia cosi': ''Muammar Qadhafi may be a threat to his own people but the bombing of Libya by France, Britain and the United States demonstrates beyond doubt that these three imperial powers are a threat to international peace and security''.

Il seguito e' qui.

Austerity, niente festa per il 17 marzo

E' davvero austerity all'ambasciata italiana di New Delhi e all'istituto di cultura. La giornata del 150esimo anniversario dell'Unita' nazionale e' passata inosservata. Unico segno della ricorrenza, un mesto foglietto bianco attaccato sui cancelli della nostra rappresentanza diplomatica che annunciava la giornata di chiusura degli uffici.

So che alcuni volenterosi e (patriottici) connazionali hanno organizzato una festa privata per onorare il tricolore. La scure dei tagli ha colpito duro. D'altronde, per la mancanza di soldi, l'emergenza nucleare in Giappone e i leghisti, anche in patria le celebrazioni sono state sottotono. Se la passano male anche gli istituti di cultura come si vede da questo articolo di Rampini su Repubblica.

Ma forse e' meglio cosi'. Non e' il momento di festeggiare con tutto quello che succede nel mondo. Meglio celebrare San Patrizio, che curiosamente coincide con il 17 marzo, con una pinta di birra scozzese.

I ‘’parchi dell’amore’’ di New Delhi


La scorsa domenica sono andata nel ‘polmone verde’’ d New Delhi, che e’ una enorme area rocciosa coperta di arbusti e rovi, chiamata ‘’Ridge’’ che sorge tra l’enclave diplomatica di Chanyakiapuri, il megaparco del palazzo presidenziale e il quartiere di Karol Bagh. Non so che diavolerie ci siano all’interno, forse segreti militari o forse e’ solo per ‘’ossigenare’’ l’aria della megalopoli.

Ero in bicicletta e in realta’ volevo andare a curiosare in un posto, che si chiama Malcha Mahal e di cui racconta Sam Miller nel libro ‘’Delhi: Adventures in a Megacity’’ (Penguin, 2008). E’ una antica palazzina dove vivono (o vivevano) due eccentrici fratelli che dicono di essere I discendenti dei Nawab del regno di Oudh (un pezzo dell’attuale Uttar Pradesh dove c’e’ Lucknow).

Ovviamente non l’ho trovato, pero’ ho scoperto dove sono i ‘’parchi dell’amore’’ di New Delhi. Uno e’ proprio all’inizio della ‘’foresta’’ e si chiama Bhagwan Mahavir Vanasthali Park, mentre l’altro e’ adiacente al centro sportivo di Talkatora, ora rifatto completamente dopo i Giochi del Commonwealth di ottobre. Di sicuro ce ne sono anche altri, ma io mi sono trovata per caso in questi con un certo imbarazzo. In effetti quando sono entrata nel Bhagwan Mahavir, ho visto che sia I parcheggiatori che i venditore di bibite mi guardavano con estremo sospetto. Ma pensavo fosse per via che sono arrivata in bici. Dopo essermi addentrata un po’, ho capito. C’erano solo coppie avvinghiate, tra nugoli di scimmie curiose, che si sbaciucchiavano o si tenevano abbracciati. Alcune si erano nascoste sotto una coperta o una dupatta ed era abbastanza chiaro quello che stavano facendo. Ho visto poi anche qualche guardone con la mano sulla patta dei pantaloni.

Facendo finta di ignorare cosa stava succedendo intorno a me e determinata a godermi la mia domenica, mi sono messa a leggere la mazzetta dei giornali su una panchina vicino all'ingresso. C'erano ragazze sole sedute sul prato. Mi e’ venuto il dubbio che forse in questi parchi c’e’ anche prostituzione, ma chi lo sa? Forse stavano solo aspettando i fidanzati. Mi sono sempre chiesta - in una citta’ di 15 milioni e passa di abitanti e dove il sesso e' tabu' - dove andassero i giovani sprovvisti di auto e soprattutto di posti in camporella.

Il parco dello stadio Talkatora e’ invece molto piu' curato e pulito. Ci sono delle aiuole piene di fiori lungo un sistema di fontane non funzionanti. Nella mia ingenuita’ pensavo fosse normale fare una passeggiata. Ma li’, addirittura, un tizio, un vigilantes (pagato dalle coppie?) mi ha detto abbastanza seccamente ‘’This is a park for couples’’, mentre un altro voleva impedirmi di fare foto alle dalie (per una volta non avevo altre intenzioni, stavo facendo dei primi piani ai fiori mettendo in pratica delle lezioni di fotografia che ho seguito).

Dopo, sempre in bicicletta, ho proseguito lungo la strada che costeggia il Ridge. Osservando bene ai lati, ho scoperto delle giovani molto truccate (prostitute?) sedute all’inizio di sentierini luridi che si perdono nella boscaglia. Mi ricordavano le nigeriane che la domenica, d’estate, si piazzavano (forse lo fanno ancora) davanti ai campi di granoturco, con la minigonna pero’, nelle campagne del Canavese….

Le gemelle Kessler, Pinocchio e l'arte Neopop


Per i 150 anni dell'Unita' nazionale, l'Istituto di Cultura di New Delhi ha ospitato una divertentissima mostra dedicata all'arte Dada e Pop, che io onestamente credevo si fosse fermata alla Marylin di Andy Warhol o agli urinatoi di Duchamp. Invece il curatore Igor Zanti ha scovato 27 talenti d'avanguardia e li ha riuniti in una rassegna chiamata Dadaumpop che e' gia' stata a Mumbai e Calcutta.

Non penso davvero che in India conoscano le gemelle Alice e Ellen Kessler, lanciate dalla Rai esattamente mezzo secolo fa, ma la mostra e' piaciuta molto e nonostante alcune opere un po' ose' (nella foto un dipinto di Angelo Volpe dal titolo ''I pray you tell me another lie'') non ha creato alcun imbarazzo. D'altronde, questo paese - si pensi alle divinita' induiste o a feste come Holi - non e' forse, inconsapevolmente, la vera patria dell'arte pop?

Palolem, hanno messo i bagnini!


Sono stata per una minivacanza a Palolem, nel sud di Goa, l’ex colonia portoghese e paradiso tropicale, che per fortuna rimane tale nonostante l’invasione di un turismo di massa, molto diverso da quello dei ‘’figli dei fiori’’ che ha scoperto queste spiagge. Ammetto che le autorita’ locali sono state brave ad arginare la cementificazione edilizia e il conseguente scempio ambientale. Insomma poteva essere molto peggio. Quando sono venuta per la prima volta sette anni fa era molto piu’ ‘’selvaggio’’ e c’era un turismo saccopelista, in maggioranza ragazzi israeliani. Adesso sta diventano un posto di lusso con prezzi occidentale, ma sono riusciti a evitare gli eccessi. Per esempio, ho notato che hanno vietato ai ristoranti e negozi di ‘’avanzare'' sul litorale e che sono tornare le barche dei pescatori.

In assoluta esclusiva, ecco un compendio di news da Palolem e dintorni:

- Gosh, il guru olandese e guaritore che vive tra le rocce sull’estremita’ della spiaggia ha introdotto quest’anno un nuovo prodotto assolutamente ecologico: la menstrual cup (http://en.wikipedia.org/wiki/Menstrual_cup) . Permette di risparmiare migliaia di assorbenti e tampone che una donna usa nella sua vita, ho letto su una pubblicita’ di fronte al suo antro a cui ero arrivata a nuoto. Vero, non si finisce mai di imparare. Complimenti

- Il ristorante Magic Italy e’ passato di mano dopo tanti anni, ma per fortuna la pizza e’ rimasta ugualmente imbattibile, una delle migliori che abbia trovato in India. Al posto della energica Claudia, ai fornelli c’e’ una altrettanto energica cuoca, Patrizia, stesso stile, solo in formato mignon. Adesso il Magic Italy e’ aperto anche a pranzo.

- Baywatch. Queste e’ una svolta epocale. Hanno messo I bagnini! In stile Baywatch siedono su delle torrette con la ciambella di salvataggio pronta intorno ai fianchi e le bandiere rosse che issano – non ho capito perche’ - anche dove l’acqua ti arriva alle caviglie. In piu’ fanno la ronda con una jeep sul bagnasciuga, cosa che mi ha irritato non poco. Anche in spiaggia mi devo sorbire il diesel! E’ curioso perche’ ignorano completamente gli stranieri, mentre sorvegliano solo gli indiani. Tra l’altro, poi al largo, a mezzora di nuoto, c’e’ anche un super motoscafo con la scritta Life Guard. I pescatori, quelli che portano in giro la gente a vedere i delfini, mi hanno detto che non funzionava piu’ da un mese. E’ diventato la mia piattaforma prendi sole nel pomeriggio.

- Lupo solitario. Al largo, al riparo dell’isolotto (Monkey Island) chef a da cornice alla spiaggia, era all’ancora una barchetta a vela, un 6-8 metri, un po’ malridotta. A nuoto sono andata ad attaccare bottone con il velista, un olandese di mezza eta’ che l’aveva portata dalle Maldive e che poi l’aveva lasciata parcheggiata a Goa una decina di mesi mentre lui ‘’lavorava’’ in Europa. ‘’Da oggi sono nuovo in vacanza’’ mi ha detto mentre con un kayak andava a terra a rifornirsi d’acqua.

- Galgibaga (spiaggia protetta a una decina di chilometri a sud di Palolem dove nidificano le mini testuggini Olive Ridley Sea Turtles (.http://en.wikipedia.org/wiki/Olive_Ridley_Turtle) . C’erano solo due nidi, numero cinque e numero sei, sulla spiaggia, di uova deposte tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio. Quindi deduco che quest’anno solo sei mamme tartarughe hanno scelto Galgibaga. Un po’ pochine. Sara’ forse per i bagnini che anche sono arrivati qui con le loro bandiere rosse?

II modello Ladakh ci salvera'?

Riflessioni dal documentario Economics of Happiness

www.theeconomicsofhappinesss.org

Sono andata a vedere un documentario dell’attivista Helena Norberg-Hodge, appena uscito, che si chiama the ‘’Economics of Happiness’’ e che obbligherei a proiettare in tutte le scuole del mondo. E' una raccolta, circa un ’ora, di interviste a scienziati, ecologisti e anche a un monaco tibetano, veramente illuminanti accompagnati da immagini e dati. E’ appena uscito in DVD e prevedo avra’ un successone, come lo ha avuto ''The Inconvenient Truth’’ dell'ex presidente Usa Al Gore dedicato all’ambiente. Ha lo stesso ritmo.

Mi ha colpito poi perche’ la regione del Ladakh, che tutti ammirano per la serenita’ della sua gente, e’ preso a modello.

Il documentario e’ stato presentato venerdi’ scorso a New Delhi dall'attivista e scienziata indiana Vandana Shiva, che compare tra le voci narranti. Non so se in Italia se ne e’ parlato, ma anche fosse, siamo cosi’ concentrati sul nostro ombelico, che e' difficile notare queste cose. Ancora una volta l’India con tutte le sue contraddizioni e’ anche capace di offrire soluzioni globali, almeno per quanto riguarda il rapporto con la natura e con se stessi.

La ‘’localizzazione’’ e non piu’ la ‘’globalizzazione’’, questa sara’ la nuova parola d’ordine per il futuro prossimo se vogliamo un pianeta un po’ piu’ vivibile, con meno ingiustizia e soprattutto con uno sviluppo sostenibile. Ormai e’ chiaro che ci sono dei problemi gravi nel nostro modo di produrre e consumare. La crisi finanziaria di due anni fa e il crollo di economie a noi vicine, come Grecia e Irlanda, sono spie di un problema cronico che si fa finta di ignorare. La rivoluzione in Egitto e’ un altro sintomo di un malessere molto profondo che colpisce direttamente la pancia e quindi proprio per questo e' capace di generare terremoti nel corso della storia.

Nessuno lo vuole ammettere, ma la soluzione e’ cambiare il modello economico. Anche quelli che ora ci guadagnano, cioe’ multinazionali e ‘’poteri forti’’ prima o poi dovranno riconoscerlo. Non e’ possibile permettere (e sfruttare) lo sviluppo dei giganti India e Cina secondo i criteri occidentali. Non basta il pianeta, la coperta e’ troppo corta, inutile fare gli struzzi.

La via di uscita passa quindi attraverso la riscrittura della scala di valori con cui siamo cresciuti noi nella parte ricca del mondo. Basta, per esempio, considerare il lavoro manuale come degradante, basta con il consumismo, con l’esasperante ricerca del profitto, della produttivita’ agricola e della mano d'opera a basso costo.

In Bhutan hanno coniato un po’ di anni fa il concetto di economia della felicita’, il documentario lo ricorda.
Ma sono abbastanza pessimista sul fatto che si possa svoltare. E’ dalle Bucoliche di Virgilio che l’umanita’ accarezza il sogno di una vita agreste….

Il jogging e i tablisti della domenica

Alcune volte, dopo 9 anni qui, ho l'impressione di non aver capito un fico secco dell'India. Stamattina, con il fiatone dopo il jogging, mi sono fermata vicino alle rovine di una piccola tomba, di qualche sultano invasore, nel parco di Hauz Khas, una delle sette antiche citta' di Delhi. Essendo vicino a casa, e' un posto che frequento con assiduita' ed e' anche molto suggestivo. Dentro la tomba c'erano dei ragazzi seduti sui tappeti con delle tabla, avevano acceso incensi un po' ovunque e si stavano preparando a una session di 4 ore. Curiosa come sempre, attacco bottone. Ed e' li' che ho infilato una sfilza di perle incredibili.

La tabla indiana, si sa, ha sempre affascinato il mondo occidentale, e' uno strumento straordinario. Ma io a mala pena so distinguere una tabla da un mridangam, che é il barilotto che si porta a tracolla e che per un tablista forse e' una bestemmia solo udirne il nome. Mentre un signore gentile, forse l'organizzatore, mi spiegava con pazienza la differenza tra i due tamburi, interviene uno straniero, anche lui un jogger mattuttino, che improvvisa una dotta esposizione sulla differenza tra le tonalita' della musica indiana e quella occidentale.

Evidentemente era uno che se ne intendeva, quindi ho cercato di cambiare argomento. Ma in peggio. ''Ma non e'un po buio per suonare dentro?'' chiedo, stupita che una simile banalita' mi fosse uscita dalla bocca. Forse perche' fuori il sole era bellissimo... ''C'e' una sonorita'migliore dentro e poi per suonare la tabla non ci sono spartiti, bastano le mani e seguire Guruji'' mi risponde sempre con gentilezza il signore. ''Ovvio, perche' non ci avevo pensato?'' dico con nonchalance.

Invece di andarmene al piu' presto possibile, rimango e completo l'opera. Fingendomi interessata a saperne di piu' sulla tabla e pensando addirittura di prendere lezioni: ''Ma dove ha la scuola Guruji?''. Ancora una volta con tono paziente, mi corregge: ''Non ha nessuna scuola, lui fa concerti in India e all'estero. Ha dei discepoli, che sono come dei figli per lui, vanno a casa sua a imparare ogni domenica e oggi hanno deciso di venire qui. Non e' come un conservatorio o una scuola di musica in Occidente''. A quel punto lo saluto e me ne vado...''grazie e buona giornata...sa, devo proseguire il mio jogging...''.

Corruzione, Italia batte India (secondo The Hindu)

In questo lungo articolo, cliccate qui, la corrispondente di The Hindu, Vaiju Naravane, che sta a Parigi e che da li' copre il continente europeo, traccia dei paralleli non molto lusinghieri tra India e Italia, alcuni azzeccati altri un po' frutto di stereotipi, la solita triade mafia, pizza e mandolino, a cui ora si aggiunge anche il bunga bunga.
E' interessante per vedere come e' percepita l'Italia e gli italiani da qui...

PS L'articolo ha suscitato una dura reazione dell'ambasciatore italiano a New Delhi Giacomo Sanfelice di Monteforte. Ecco la sua lettera pubblicata da The Hindu il 9 febbraio

Finmeccanica e la macchina della pioggia


Madre Natura ha tirato un brutto scherzo ieri sera a Finmeccanica, il gioiello dell'high tech italiana, che festeggiava gli oltre 40 anni in India dove é presente in parecchi settori, dagli elicotteri alla segnaletica ferroviaria, passando per i siluri e i radar.

L'ambasciata italiana di New Delhi aveva organizzato una reception in giardino sotto un elegante gazebo rosso-bianco circondato da una mini mostra fotografica sulla storia e i successi del gruppo di Guargaglini (per il 30% di proprietá statale), che é sempre piú interessato al ricco mercato indiano.

Per una volta sono arrivata puntuale alle 20.30 come indicava l'invito. Avevo appena varcato la soglia della rappresentanza e salutato i carabinieri, quando ho visto i primi lampi. Poi, sono arrivate alcune violente folate che hanno fatto volare i cartelloni dell'esibizione animando improvvisamente i cacciabombardieri e gli elicotteri che erano raffigurati. Quando é arrivato il ministro delle Energie Rinnovabili Faruq Abdullah, il leader kashmiro stranamente senza il suo solito copricapo, sono scese le prime gocce. Per fortuna, Abdullah, un ammiratore dell'Italia, ha fatto appena in tempo a vedere la mostra e anche a prendersi un bicchiere di vino insieme all'ambasciatore Sanfelice di Monteforte e al direttore generale di Finmeccanica, Giorgio Zappa.

Poi il diluvio. Parafrasando D’Annunzio, pioveva sugli chiffon ''aulenti'' delle signore e dei tendaggi, sul vasellame e argenteria dei tavoli apparecchiati e sulle fotografie luccicanti. Il lavoro di un pomeriggio sfumato in dieci minuti. Mentre gli invitati, un centinaio, si rifugiavano sotto il porticato della residenza, i camerieri preparavano la cena in salotto.

Cose che capitano. Come mi diceva mio nonno, che non era esattamente un frequentore di reception, ‘’al c... e al tempo non si comanda’’. Peró a New Delhi, se ben ricordo, sono almeno 4 mesi che non piove, piú o meno da quando é finito il monsone, a settembre. Quindi una bella sfortuna. O forse che tra il mezzo miliardo di euro di commesse che Finmeccanica pensa di aggiudicarsi nei prossimi anni, c'e anche una macchina per la pioggia che e' stata sperimentata all'ambasciata? Di sicuro, farebbe la felicita'di milioni di contadini indiani...

Multa per passare con rosso, 100 rupie

Ho comprato uno scooter, nuovo di zecca, contribuendo anch'io a far ingrassare l'industria dei motori che l'anno scorso ha registrato oltre il 30% di vendite. E' un Honda activa, come il mio vecchio eroe della Spedizione Himalaya 2008, ma e' un bronzo-dorato, un nuovo colore introdotto dalla casa giapponese. L'ho pagato 50 mila rupie (1 euro vale 59 rupie) su strada e con accessori, compresa la ruota di scorta. I miei connazionali, in patria, mi hanno detto che non e' caro, ma per e' una cifra enorme, due mesi di affitto.

Il problema e' che e' stato registrato a a mio nome, a differenze dell'altro di seconda mano che invece era rimasto intestato a un indiano passato a miglior vita e che - poveraccio - continuava a beccarsi le mie contravvenzioni. E' un miracolo, ma nonostante la scarsa informatizzazione della polizia, le multe arrivano, eccome. L'ho sperimentato quando viaggiavo con la Maruti che mi aveva prestato la mia amica Concetta.

Domenica mattina tornavo da Vasant Kunj, periferia sud, dove si vedono ancora le vacche sacre e le strade sono ancora tutte a buche, quando mi hanno pizzicata a bruciare un rosso. Avevo svoltato approfittando che erano tutti fermi nel solito ingorgo. Dopo una cinquantina di metri, c'erano i poliziotti. Uno in strada che bloccava i fedigrafi e altri due comodamente seduti su sedie di plastica tra una bancarella di frutta e l'altra di arachidi. La multa per il rosso e' di cento rupie (quanto e' un rosso un Italia ora, 100 euro?).

A nulla e' servita la solita messainscena della straniera rimbambita e la consumata tattica del ''non ho soldi''. Ho perfino mostrato le racchette da tennis (avevo giocato con amici) per dire che era domenica e che era il mio giorno libero. Ho sperimentato il mio hindi. Nulla, non si sono smossi di un millimetro. Ho pagato, mi sarebbe arrivata dritta a casa, lo sapevo. Mi hanno dato una ricevuta e fatto firmare. Addio bei tempi.

Khan Market violento

Stamattina sono andata al Khan Market con una certa apprensione. Due giorni fa qui un pilota incazzato per un alterco ha stirato sotto un manager del ristorante italiano Amici (alla faccia degli amici). Lo ha schiacciato sotto le ruote della sua auto. Una banale lite tra due ''ricchi'' professionisti indiani, probabilmente della stessa casta, per un graffio alla carrozzeria finita in una raccapricciante tragedia.

Il Khan Market e' uno dei ritrovi simbolo della rampante e lei-non-sa-chi-sono-io New Delhi, anche se e' un orribile ammasso di malsane casupole affittate a cifre pazzesche, pare di piu’ che sulla Fifth Avenue. Dopo casa mia, penso sia il posto dove abbia passato piu' tempo qui in India. Ho una sorta di odio-amore, lo ammetto, soprattutto per locali come il Barista e Khan Chacha.

Mentre attraversavo la strada, un SUV mi stava per investire. Gli ho urlato che ne avevano gia' ammazzato uno cosi'. E’ abbastanza consueto trovare automobilisti o autisti maleducati. Semplicemente non si fermano perche' considerano quelli che vanno a piedi delle merde o forse anche peggio. Auto e’ status simbolo. Ora ce l’hanno solo 14 indiani su mille, figuriamoci tra un po’ di anni, se le le vacche grasse continuano.

Che dire di quello che e’ succcesso? Dico che e' colpa nostra. Si, e'colpa nostra se gli indiani adesso pensano solo a farsi soldi per comprare auto di lusso, vestiti firmati, per andare nei ristoranti alla moda, specie quelli italiani. Cosi' vogliamo l'India, potenziale mercato di 350 milioni di consumatori, come si legge nei rapporti economici. Il clima non e’ poi cosi’ diverso da quello che si respirava a Milano (o si respira ancora?) quando c'erano gli yuppies. Mutanda firmata e discoteche esclusive.

Non sono contro il progresso, per carita', se da’ mangiare, un gabinetto e una vita dignitosa a chi non l'ha mai avuta. Ma sono un po' perplessa sui valori , che attraverso i nostri prodotti materiali, portiamo in questa terra dove la lingua, l’hindi, non ha neppure il verbo ‘’avere’’.

''Troppo denaro facile, di quello non guadagnato con il lavoro'' mi ha detto il proprietario di una cartoleria, nell'ala piu'sfigata e ancora senza negozi alla moda, del mercato. E poi: ''La gente non ha piu' pazienza, pensa solo ai soldi e allora gli da’ di volta il cervello''.

A New Delhi fa piu' freddo che a Ginevra!

Il generale inverno si fa sentire quest’anno a Delhi dove tira un’aria cosi’ fredda che sembra arrivare direttamente dall’Himalaya. A differenza degli anni scorsi, il sole non riesce a scaldare l’aria. Un giornale si divertiva ieri a titolare ‘’Delhi piu’ fredda di Ginevra’’. Il che e’ vero, perche’ ho visto che sul lago Lemano di giorno si arriva a 14 gradi, mentre qui ci fermiamo a 11 o 12, dipende dove si abita, pare che il sud della capitale, la parte piu’ ricca, sia quella piu’calda. Non solo a Ginevra, ma anche a Zurigo si sta meglio! Sara' il cambiamento climatico? Mah, io non ci credo tanto, la prima settimana di gennaio e' sempre stata la piu' gelida.

Il dramma e’ che qui non siamo molto attrezzati. Ieri una delle mie stufette si e’ rotta. Sono subito andata dall’elettricista del quartiere che – saggiamente – era davanti a un bel bracere caldo, dove ogni tanto i negozianti buttavano qualche assicella. Sono stata anche io un po' a godermi il calduccio...

Le scuole sono state chiuse, nelle aule non c’e’ riscaldamento. La citta’ ieri, domenica era deserta. Ogni tanto sui marciapiedi c’erano dei falo’ improvvisati con intorno delle sagome infagottate. Andare in scooter e’ una sofferenza, ma in casa a volte e’ peggio…

New Delhi, le ronde rosa della metropolitana

Ecco cosa capita sui vagoni ''sole donne''

Qualche tempo fa avevo visto in tv le scene di ‘’ronde rosa’’ che picchiavano un gruppo di uomini saliti sui vagoni della metropolitana di New Delhi. Ora le ho viste in azione e ho capito che in effetti c’e’ da temere. Ero su una delle carrozze ‘’ladies only’’, sono le prime del treno, quando sono entrare due corpulente donne con un salvar kamize blu e una dupatta nera. Hanno puntato subito su un ragazzino (straniero) che era salito con la mamma e la sorellina. Senza complimenti l’hanno fatto spostare nella carrozza vicina dove gli uomini erano schiacciati come sardine e lanciavano occhiate imploranti a noi passeggere che eravamo comodamente sedute. Le kapo’ poi si sono dirette contro un ragazzino, avra’ avuto dieci anni, e lo volevano cacciare, ma poi la madre ha alzato la voce e hanno desistito. Le altre donne hanno rivolto ampi segni di approvazione.

Ogni volta la metro si ferma in stazione, c’e’ sempre qualcuno che fa il furbo, ma viene respinto dalle stesse passeggere o dalle ronde. Due turisti stranieri, che forse non hanno visto il segno rosa sul pavimento prima di salire, sono stati immediatamente cacciati da alcune signore, nonostante c’era posto per tutti.
Ammetto che e’ l’idea delle carrozze riservate e’ ottima, evita palpaggiamenti e soprattutto la ressa. Sui treni pendolari di Mumbai, c’e’ gia’, ma hanno messo una grata che divide le zone. Potrebbero metterla anche a Delhi per separare gli sguardi invidiosi…