Salone del Libro di Calcutta, ma dove sono i libri?


E' pazzesco. Dopo 10 anni l'India continua a sorprendermi ( e a farmi incazzare). Sono a Calcutta, che io continuo a chiamare cosi' anche se e' ormai Kolkata, per l'annuale  fiera del Libro. Dicono che sia una delle rassegne ''piu' grandi dell'Asia'' e conoscendo la passione dei bengalesi per la cultura, sono arrivata qui piena di aspettative che si sono infrante appena ho visto il posto e la penosa organizzazione.

La fiera e' un po' fuori dal centro, su una grande arteria dove e' abbastanza difficile beccare un taxi o un riscio'.  E' vicino a un importante  campus scientifico che - da fuori-  sembra bello. Intorno pero' e' degrado assoluto, il solito mix di cloache, immondizia e lavori in corso. Ma si sa. Purtroppo la precedenza e' per i mall, gli hotel a cinque stelle, autostrade e aeroporti.  A depurare acque e smaltire rifiuti non ci pensa nessuno perche' non rende ovviamente.
Quest'anno alla fiera che si chiude il 5 febbraio c'e' una novita': l'Italia e' Paese ospite per contraccambiare lo stesso onore offerto nel 2011 all'India al salone del libro di Torino.

Al giornalista e saggista Beppe Severgnini tocca infatti inaugurare la rassegna con tre colpi di martelletto di legno, tipo quello usato per le aste all'incanto. Una cosa curiosa qui dove di solito la cerimonia consiste nell'accendere le lambade a olio, un gesto che ha un chiaro significato religioso.


Ma a parte un tendone dove e' avvenuta l'inaugurazione, con la chief minister Mamata Banerjee, detta Didi (sorella maggiore) e il padiglione italiano,  non c'e' ancora nulla di pronto. Gli operai stanno ancora costruendo gli stand e di libri non c'e' ancora l'ombra. Dopo aver invano chiesto a carpentieri e poliziotti dove era un'ufficio stampa, scopro che non esiste. Nella mia ingenuita' cercavo infatti un accredito o almeno un press kit con qualche informazione. Scopro poi che la fiera e' aperta a tutti e che nessuno ha un badge.

Per fortuna il padiglione italiano e' pronto e almeno li' ci sono dei libri. Mi accorgo pero' che i volumi, una buona scelta di titoli tra i piu' recenti, sono tutti in italiano! Mi spiegano che sono stati portati dagli editori italiani e che bisognava contattare gli indiani per avere le traduzioni inglesi, almeno quelle che esistono. Di sicuro i classici, Dante, Calvino ecc. ci sono...

Il  padiglione, organizzato dal consolato di Calcutta ,  e' stato sponsorizzato da una serie di aziende italiane, tra cui Lavazza -Barista (che ci ha anche piazzato un coffee-shop) e lo studio di architettura, Carrano, che ha disegnato lo stand.  Per la scarsezza di mezzi (e la grave congiuntura italiana) e' una grossa riuscita, mi dicono prima ancora che presenti qualche obiezione sulla mancanza di volumi in inglese. Almeno c'e'.  Che la disorganizzazione sia totale lo conferma anche il padiglione Usa, piazzato a pochi metri davanti al nostro, che quindi rimane nascosto.  Mi dicono che non era previsto, quindi sarebbe addirittura abusivo.
Anche all'indomani , primo giorno ufficiale di apertura al pubblico, gli stand non sono ancora pronti e regna il caos sovrano. La prima conferenza con Severgnini e' stata in fretta e furia spostata dal tendone principale al cortiletto interno del nostro padiglione, di fianco alla macchina del caffe'.

Non so che sia successo poi negli altri nove giorni, io sono partita...senza vedere un libro!

Pedalando lungo la sacra Yamuna

Tra le varie Indie misteriose ce n'e' una che proprio non capisco.  Gli induisti adorano i fiumi, l'ho visto quando lo scorso anno sono andata in pellegrinaggio alle sorgenti della Ganga (Gange) nell'Himalaya. Ma allora perche' permettono che l'affluente Yamuna, anche questa una divinita' dell'affollato panteon induista, si riduca a un rigagnolo di liquami nel mezzo di New Delhi? Grande mistero.

Ieri sono andata a un'iniziativa di una ong Swechha che ha organizzato una ''Yamuna Cycloton'', una cosa veramente da setta segreta. Proprio come il progetto Yamuna-Elbe Public Art Initiative di cui avevo parlato in questo post. Primo per l'uso della bicicletta come mezzo ricreativo, secondo per il percorso intorno al fiume-cloaca stretto tra tangenziali, cavalcavia e metropolitana. Non mi stupirei se a un certo punto la municipalita' decidesse di coprirlo per farci sopra una nuova strada. Non e' cosi' che stanno facendo anche con un canale a Defence Colony, uno dei quartiere ricchi ma piagato da una ''nala'' puzzolente.
Ai tempi del moghul, nel ''Rinascimento'' indiano, la Yamuna era lo sfondo dei palazzi reali e monumenti. Il Taj Mahal ad Agra e' costruito sulla sponda del fiume e anche il Forte Rosso di New Delhi lo era, prima che il fiume cambiasse corso. Sullo Yamuna ci sono i mausolei dei grandi dell'India, come il Mahatma, e il fiume sacro fa parte anche di molti rituali religiosi, per esempio a Dussheira, quando ci immergono i simulacri della dea Durga. Ci sono anche molti devoti che si fermano a fare un'offerta, un cocco o una candela votiva. Non l'ho mai visto fare, ma forse le famiglie versano anche le ceneri dei propri cari. Insomma e', o sembra, importante. Non era  come il Po quando ero piccola che era proprio nell'oblio totale.
Nonostante cio', non c'e' alcuna volonta' politica o popolare di fare qualcosa per ripulire o ripristinare le sponde dello Yamuna.
A meta' della Cycloton, dove sono riusciti miracolosamente a coinvolgere un migliaio di ciclisti, Vimlendu Jha, fondatore di Swechha e documentarista, lo ha detto chiaramente. Il fiume e' ridotto a una fogna, dove non c'e' piu' vita, perche' non c'e' interesse politico o economico a risolvere la questione ambientale. ''Basterebbe che lo stato vicino dell'Uttar Pradesh  faccia entrare piu' acqua a monte in modo che il fiume possa auto depurarsi, ma in UP c'e' un altro governo, quello di Mayawati, ostile a quello di New Delhi'' ha spiegato con foga Vimlendu dopo aver radunato i ciclisti su uno dei pochi tratti in cui e' ancora visibile. Ha poi aggiunto una sacrosanta verita' : ''ripulire il fiume con rende soldi a nessuno, non c'e' da costruire nulla, non c'e' da muovere  cemento o acciao''.
Mi rendo conto che quello che sta facendo Swechha e' la classica goccia nell'oceano, pero' bisogna pur partire da qualche parte. Per me e' stato esaltante, partire in piena notte da casa, in pieno inverno, per raggiungere il fiume alle sette del mattino quando partiva la biciclettata. Mi hanno spiegato che non potevano farla ad un orario piu' accettabile perche' la polizia non avrebbe dato i permessi. Gia' e' stato un miracolo fermare il traffico sui ponti e sulla tangenziale...e anche e' stato un miracolo che nessuno e' stato stirato da un camion o finito in un tombino aperte o in un cratere della strada. Insomma, se conoscete Delhi potete capire che c'e' voluto un bel coraggio, purtroppo con pochi risultati mediatici e di presa sull'opinione pubblica.

NATALE 2011 - Diario italiano/1


Lunedi' 19 dicembre, Roma

Ad accogliermi a Fiumicino appena dopo la barriera dei doganieri e' un ufficio Vodafone dove compro una sim card italiana. E pensare che non sapevo dove trovarne una all'aeroporto. Invece il gentile impiegato di Vodafone Italia, che e' li' da sei mesi,  e' stato il primo ad accogliermi nella madrepatria e a sottrarmi subito 20 euro, ancor prima di avere ritirato il bagaglio. Questo la dice lunga sui nuovi potentati mondiali.

Martedi' 20 dicembre, Roma

Sfoggio un tailleur Sisley e un cappottone nero lungo comprato  quasi 20 anni fa a Ginevra. A qualcuno ricorda il protagonista di Matrix. Li avevo portati con il container in India e mai piu' indossati. Ma io me ne frego e cosi' bardata mi presento all'Ansa che si trova in via della Dataria, nel cuore della capitale. Per arrivarci passo davanti alla Fontana di Trevi. Davanti ci sono due centurioni romani circondati da turisti asiatici. Mai vista una scena piu' surreale. Il bravo e simpatico direttore Luigi Contu mi riceve gentilmente nel suo ufficio nello storico palazzo che confina con il Quirinale. Visto che e' da un anno e mezzo che collaboro con l'agenzia mi e' sembrato giusto presentarmi, se non altro per umanizzare i rapporti. Dopo l'annuncio di tagli della Farnesina, la situazione non e' rosea per l'Ansa e quindi regna il pessimismo. Non mi aveva neppure sfiorata il pensiero di avanzare rivendicazioni sul mio precariato, che ha subito messo le mani in avanti. ''Il 2012 sara' forse peggio'' mi ha detto mestamente.  Non mi e' restato altro che fare gli auguri e congedarmi.

Mercoledi' 21 dicembre, Bologna

Mi accorgo che l'intero Paese e' stretto in una morsa di cupa rassegnazione. E' palpabile e pervade ogni conversazione. Mio zio, ex capo sindacati macchinisti, mi fa un bel regalo. Un biglietto da Roma a Bologna in Freccia Rossa.  In due ore passo dalla fontana di Trevi alle Torri degli Asinelli. E' fantastico, ammetto, andare su e giu' per lo Stivale a questa velocita'. Il treno era pieno, anche in prima classe. Bene, mi rassicuro, allora le cose non vanno cosi' male, almeno per i ricchi che si possono permettere il supertreno.

Giovedi 22 dicembre, Bologna e Milano

Bologna rimane una delle citta' in cui mi piacerebbe abitare. In piazza Nettuno c'e' la  biblioteca civica, Sala Borsa, inaugurata dieci anni fa dove una volta c'era appunto la borsa trasformata dopo in un palazzetto per il basket. Il palazzo, dove c'e' anche il Comune, sorge su rovine archeologiche che si vedono sotto il pavimento. E' un bellissimo ambiente ed e' aperto a tutti, anche a diversi senzatetto che vengono qui a stare al caldo.
Dopo aver comprato mortadella e tortellini, salgo su un altro Freccia Rossa o Freccia d'Argento (che differenza c'e'?) che questa volta pago io. Ormai ci ho preso gusto. Arrivo a Milano in un'ora esatta. Ceno in una trattoria del centro con il mio collega Marco Masciaga, ex Sole24Ore, che ora lavora a Repubblica. Ebbene si', i ristoranti sono pieni, come diceva il nostro ex presidente del  Consiglio. Secondo il mio collega sono pieni di evasori fiscali.

Venerdi' 23 dicembre, Chivasso

Il duro scontro con la realta'. Dall'alta velocita' a un vecchio regionale per Chivasso dove entro in contatto con la classe operaia, pensionati  e con gli immigrati. Meta' scompartimento parla rumeno. Una vecchietta piemontese che dice di avere 76 anni ha un alloggio da vendere sul lago Maggiore. Sostiene che da 400 mila euro, ora si e' ridotta a chiedere 100 mila euro pur di sbolognarselo.   
Stranamente qui nella Padania Superiore il freddo e' meno pungente che a Bologna. Ma il gelo della provincia piemontese mi pervade completamente.  Sara' la crisi, ma ogni volta che torno al mio paese, Chivasso, ho l'impressione che sia ogni volta piu' ostile. In poche ore riesco a rompere le balle a mezza citta', dalla banca all'ufficio anagrafe del comune, fino ai Carabinieri che scomodo per fare una denuncia di una carta di identita' persa 20 anni fa. E' evidente che la gente qui ha i suoi ritmi e le sue abitudini. Ma e' davvero difficile strappare un sorriso da queste parti.

Sabato 24 dicembre, Chivasso

Come tradizione si fanno gli agnolotti di carne per il pranzo di Natale. La ricetta e' stata tramandata dai nonni paterni, cosi' come anche la spianatoia di legno realizzata da mio nonno apposta per il tavolo della mia cucina. La preparazione ha un qualcosa di rituale. Sembra una liturgia religiosa con strumenti e teli per coprire la pasta che vengono tirati fuori per l'occasione da un apposito cassetto. Come l'ostiario dal tabernacolo. Ovviamente e' impossibile proporre qualsiasi variazione al tema. La mia proposta di mettere del sale nell'impasto che va prendendo forma sotto le mie mani e' immediatamente bocciata. ''Non l'ho mai visto fare a casa dei nonni'' ha sentenziato mia madre. Avrei voluto chiedere che cosa faceva sua madre per Natale, ma poi temevo di urtare la sua sensibilita'. Mia madre e' vissuta in una famiglia contadina e quando si e' sposata ha fatto il grande salto verso gli agi della citta', compresi gli agnollotti di carne.

Domenica 25 dicembre, Bracchiello (Ceres)
Il Natale viene consumato nel vero senso della parola tra grandi mangiate e bevute nella baita di Bracchiello, una borgata di Ceres nella valle di Lanzo, dove scorre la Stura, un affluente del Po. Chissa' come, ci trovo un parallelo con la valle della Yamuna che ho risalito lo scorso giugno. Alle 18 vado a Messa a Ceres, cinque km piu' a valle dove e' tradizione fare i presepi semoventi in strada. Sono bellissimi. Le decorazioni della piazza e nelle viuzze rendono l'atmosfera dickensiana, da Cristmas Carrol.  C'e' perfino un Babbo Natale, di pezza, che dorme sdraiato sotto un androne con il suo sacco di yuta vuoto a fianco. Come se fosse sfinito dopo il suo lavoro di consegna dei regali...Nella chiesa gotica, i due celebranti sono accompagnati dall'imponente organo a canne che come tradizione e' sopra l'ingresso e da un trombettista. Non c'e' coro, ma solo il prete con una voce da baritono. Ammetto che e' una delle piu' belle celebrazioni natalizie a cui abbia assistito.

NATALE 2012 - Diario italiano/2

Lunedi 26 dicembre, Venaria Reale

La madre di un mio zio a Caluso, il paese del Passito e dell'Erbaluce, ha deciso di passare a migliore vita proprio a Natale. Cosi' oggi i miei genitori sono dovuti ''scendere'' dalla montagna per andare al funerale. Io ne ho approfittato per farmi lasciare a Venaria Reale, la ex palazzina di caccia dei Savoia, dove - nelle scuderie dello Iuvarra - c'era una mostra sul famoso autoritratto di Leonardo Da Vinci. Sono poche le volte che mostre del genere finiscono in Piemonte, cosi' che non mi sono fatta scappare l'occasione. Tanto che non avevo ancora visitato la reggia riaperta un paio di anni fa, penso dopo un colossale restauro.

Come previsto a Santo Stefano c'era un po' di coda alla biglietteria. Proprio qui e' successo un episodio curioso. L'ingresso alla Reggia e' abbastanza salato, se poi si somma quello della mostra si superano i 20 euro. Forse pentita da tale salasso la bigliettaia chiedeva a tutti se avevano riduzioni. Ho visto tirare fuori le tessere piu' assurde. Una signora davanti a me ha ottenuto un biglietto ridotto con la tessera dell'Ikea. Io ho provato con la tessera dell'Immigrato, la I-Card che rilasciano ai residenti all'estero. Purtroppo non avevo la mia tessera dell'Ordine (a cui non appartengo piu' perche' sono stata espulsa, ma per ora non mi hanno ancora chiesto la restitituzione del tesserino). Ho detto pero' che ero giornalista. Fidandomi della mie parole, immediatamente la cassiera mi ha rifilato tre biglietti gratis! La casta! Quanto e' ancora potente in Italia!

Martedi' 27 gennaio, Bracchiello  

 Il tempo e' sempre sereno. Si vede l'intero arco delle montagne innevate. Capisco ora perche' il Piemonte si chiama cosi'. Ancora una volta mi viene in mente quando in Himachal si vede all'orizzonte la catena himalayana. Sopra Bracchiello, dove i miei diversi anni fa hanno comprato una baita da ristrutturare, si sale verso un alpeggio. C'e' una strada carrozzabile che va fino a una radura dove ci sono un paio di case. Sopra c'e' parecchia neve e ci sono anche dei caprioli. Saranno circa 1.200 metri, o forse meno, ci sono i castagni e non le conifere che caratterizzano di solito le vallate piu' alte. Vago in completa solitudine per un paio di ore. Mi ritrovo a fare yoga su un dirupo nel piu' silenzio assoluto mentre in alto volteggiano dei falchetti o qualcosa molto simile. Se tendo l'orecchio mi sembra di udire il fragore della Stura nel fondovalle. Ogni tanto sento il rumore cupo di un masso che case nella montagna di fronte. Ma non ci sono cave e neppure stanno costruendo una strada. Neppure nell'Himalaya piu' profonda ho percepito cosi' tanto isolamento dal resto del mondo. Altro che ritiro spirituale in Tibet! Provate l'Alto Canavese!

Mercoledi', 28 dicembre, Torino

Ogni anno spero di trovare Torino veramente cambiata, come mi dicono in molti (che l'hanno visitata ai tempi d'oro delle Olimpiadi del 2006).  Invece e' sempre peggio.  Neppure a Natale riesce a trasmettere un po' di allegria.  Mi sembrava di averlo scritto gia' l'anno scorso. La citta' e' fantasma. Non c'e' neppure traffico nelle strade. Sono arrivata da Ceres con una storica linea ferroviarie che si vanta di essere la prima elettrificata al mondo. Il treno, gestito dai trasporti torinesi, e' moderno, mentre le stazioni da Ceres in giu' sono ancora quelle dell'Ottocento. Un vero biju'.  A valle la ferrovia collega l'aeroporto di Caselle, rivitalizzato, con la citta'. Unico problema: il treno si ferma a stazione Dora, uno scalo periferico, di cui nessuno conosce neppure l'esistenza. Da li' con lo stesso bigliettoi si prende il ''DoraFly", un semplice bus che ti porta un centro fino a Porta Nuova.

A Torino sono andata a vedere una mostra di arte moderna curata da Vittorio Sgarbi che ha voluto fare una riedizione locale della Biennale di Venezia, ospitando artisti contemporanei francesi. E' nella cosidetta sala Nervi di Torino Esposizioni, di fianco al castello del Valentino, che e' in ristrutturazione. 

Tra queste c'era anche la mia amica Francesca Ramello che ha esposto due acquarelli della sua ultima serie di donne con fiori (''Stay away from my flowers'').

La sala, che somiglia a un hanger, e' stata fatta dal vecchio Agnelli come mostra un suo busto sull'arcata dell'ingresso. La mostra era un po' incasinata, molte opere non avevano neppure l'etichetta. Si vedeva che era un po' raffazzonata, ma il guaio piu' grosso e' che non c'era riscaldamento e quindi si rischiava l'ibernamento nonostante il bel sole che c'era fuori.  Ancora una volta Torino non fa che confermare la sua inospilita' e - temo - anche avversione per l'arte moderna.

Lungo il Po, invece ho notato che c'e'una novita': hanno messo i bateaux mouche, come a Parigi...il percorso e' dal Valentino ai Murazzi. Ovviamente erano deserti. In piazza Vittorio Veneto invece una ditta che si chiama ''Cubetto'' stava tagliando con delle motoseghe un enorme masso di ghiaccio. Penso, forse, per trasformarlo in un bar o in qualcosa di simile, ma non sono sicura. Era l'unica attivita' nella piazza deserta e disadorna nonostante le feste natalizie .

Giovedi' 29 dicembre, Chivasso

Nel mio quartiere, i Cappuccini (c'era un convento diventato il liceo classico dove ho passato 5 terribili anni) il Comune ha introdotto una bella novita': una fontana d'acqua (a pagamento). E' il primo vero segnale di una coscienza ecologica che scorgo dopo anni di cieco consumismo. Per me che da anni faccio una battaglia contro le bottiglie di plastica e' una vera soddisfazione!

Si tratta di una casupola di legno con erogatori di acqua liscia e gassata a 5 centesimi al litro. Un prezzo popolare e conveniente rispetto al negozio. Lo slogan e' ''buona come l'acqua, chiara come il vetro''. La gente arriva con bottiglie di vetro in un cestello, si mette in coda e poi pazientemente riempie le sue bottiglie con monete o con una tessera ricaricabile. L'acqua e' veramente buona, soprattutto quella con le bollicine.

A me ha subito ricordato il pozzo del villaggio, dove alla sera si raccolgono le donne. All'alba del secondo millennio, la societa' occidentale ritorna all'ancestrale pratica di raccogliere l'acqua e portarla a casa. Forse esagero un po', ma a me sembra davvero cosi'. Quando ho domandato a mia madre, perche' ogni giorno deve andare al ''pozzo'' a pagamento invece che semplicemente aprire il rubinetto, mi ha risposto che ''e' piu' buona, mentre quella dell'acquedotto sa di cloro''.

Io sono andata un paio di volte e ho notato anche un altro vantaggio, ampiamente dissertato dagli antropologi. Come in tutte le civilta' - e come avviene ancora in India - intorno al pozzo si socializza. Un miracolo. Anche i taciturni piemontesi diventano improvvisamente loquaci e scherzosi. Qualcuno loda l'iniziativa, un altro commenta sul fatto che nei negozi non si trovano piu' bottiglie di vetro, un altro ancora sulla neve che si vede sui monti. Una signora che aveva una bottiglia da un litro e mezzo, addirittura mi ha offerto la meta' d'acqua rimanente. ''Non sprechiamola..''. Chissa' magari nascono anche degli amori o amicizie mentre si e' in fila al pozzo.

Venerdi' 30 dicembre, Chivasso

Mi hanno detto che sono tutti in vacanza, ma non ci credo. Non c'e' anima viva in giro. Certo, e' appena un grado sopra lo zero, ma c'e' mezza Europa in queste condizioni, se non peggio. Vicino a casa mia c'era lo stabilimento Lancia. Dopo diversi anni dalla chiusura della fabbrica, la Lancia ha finalmente costruito un centro ricreativo, nei pressi dello stabilimento oggi occupato da diverse industrie dell'indotto auto. C'e' una picina estiva e una palestra, e anche un ristorante. Ci vado perche' e' su una pista ciclabile dove mi metto a fare jogging. Il percorso finisce al cimitero dove con mia grande sorpresa c'e' un discreto via vai di persone che portano fiori ai propri vari. Nella disperata ricerca di qualche attivita' sportiva da praticare, raggiungo poi la piscina comunale che si trova nei pressi del canale Cavour, una ''grande opera'' che ha favorito la rivoluzione agricola italiana. Ma e' chiusa per le festivita'. Davanti hanno costruito un supermercato  Carrefour dove entro per scaldarmi un po'. A quanto pare mezza Chivasso e' qui a fare compere. Adesso capisco dove sono tutti. A differenza della Lombardia, i centri commerciali qui sono arrivati da poco, ma sono gia' un successone. Da alcune mesi hanno aperto un ''Gigante'', dove mi hanno accompagnato con entusiasmo i miei genitori. E' l'unica occasione in cui siamo usciti insieme, a parte la doverosa visita alla tomba di famiglia e a un ospizio dove vive l'ultima mia zia di secondo grado, sorella di mio nonno.  Qualsiasi mia proposta, dal cinema (l'unico superstite del paese) alla pizzeria, era stata sistematicamente bocciata.

Sabato 31 dicembre, concerto in Piazza San Carlo 

In una botta di vita finale, il comune di Torino ha invitato Renzo Arbore e la sua Orchestra Italiana a festeggiare San Silvestro in piazza San Carlo, il ''salotto'' dell'ex capitale sabauda. Ci sono arrivata con il treno da Chivasso, tra ragazzi gia' ubriachi e gente un po'  sfigata che forse non poteva permettersi il cenone di fineanno o  costretta a lavorare anche l'ultima sera dell'anno. Quando sono arrivata la piazza era gia' piena, compresa una folta pattuglia schierata vicino al palco. A Torino hanno vietato i botti quest'anno.  Gli unici locali aperti erano i due storici caffe', tra cui il Caffe' Torino, una macchina del tempo della Belle Epoque, che ha sul marciapiede il famoso toro rampante con i genitali consumati dai tanti che come me ci passano sopra per scaramanzia. Peccato che non abbiano pensato a qualche banchetto con vin chaud o birra alla spina. Sarebbe stato piu' bello come happening...ma siamo a Torino, non a Times Square... Invece piu' o meno tutti avevano in mano la propria bottiglia di spumante con bicchieri per il brindisi. Il vecchio Arbore che ce l'ha messa tutta a riscaldare la folla, si e' dimenticato perfino di fare il conto alla rovescia e ha continuato a cantare Funiculi, Funicola. Quando e' scoccata la mezzanotte, nessuno se n'e' accorto e solo dopo un bel po' qualcuno ha cominciato a far saltare i tappi.

Il Titanic europeo visto dalla scialuppa indiana


Vedere l'Italia da qui e' come vedere il Titanic che affonda mentre si e' su una scialuppa di salvataggio. Non scherzo, questa e' l'impressione qui in India. Forse il barchino con 1,2 miliardi di persone a bordo sballonzollera' un po' per via del risucchio e ci sara' un po' di paura a bordo, ma si e' sicuri di stare a galla. La crisi dell'euro ha gia' picchiato duro sull'economia indiana che e' in frenata. Il ministro delle Finanze ha corretto al ribasso le stime del Pil che ora sono al 7,5%, sempre un'enormita' per i nostri livelli, ma distante dall'ambizioso traguardo del 9% dichiarato all'inizio dell'anno.  

Ma non e' certo questo parametro, tra l'altro molto discutibile per misurare la ricchezza di un Paese, che conta in questa terra che in 5 mila anni di storia e' rimasta piu' o meno uguale a se stessa nonostante catastrofi naturali, invasioni armate e l'influenza di religioni come buddismo, nato qui, il cristianesimo e da ultimo l'Islam.  Nulla, tutto scivolato via come una goccia di rugida su una foglia di banano.

Da qui si riesce anche a capire qualcosa di piu' sulla crisi finanziaria in Europa. L'India insieme ai colleghi del Bric (Brasile, Russia e Cina) ha fatto capire fin da subito che non ci sarebbe stato nessun salvataggio. ''Che si aggiustino'', e' stata piu' o meno questa la risposta dei Paesi emergenti che fanno parte del G20.

Il fatto che qui - giocoforza - si leggano poco i giornali italiani, e' poi un vantaggio per comprendere un po' di cose.

Per esempio The Hindu ospita la colonna di Paul Krugman, premio Nobel per l'Economia nel 2008, quindi non l'ultimo dei fessi. Nel suo ultimo intervento ''Killing the Euro'' critica i governi europei per introdurre le draconiane manovre di austerity che inevitabilmente rischiano di scatenare la recessione e quindi deprimere ancora di piu' la fiducia degli investitori sull'euro. Per caso qualcuno in Italia ha mai detto cio'?  Invece di prosciugare come delle sanguisughe i portafogli dei cittadini per salvare dallo spauracchio di  ''dafault'' improvvisamente saltati fuori, non sarebbe meglio dare la priorita' alla ricerca, scuola e innovazione aziendale?

SHEKHAWATI 5/ Mandawa, un hotel da favola e le invenzioni del secolo

   In un momento di follia, mi sono regalata un paio di giorni in un hotel ''heritage'', un gioiello di haveli trasformato in albergo, molto semplice e spartano. L'Hotel Mandawa Haveli, vicino alla ''porta di Sonathia'' e' un biju' che raccomando veramente. Con un minimo di 1.000-1500 rupie (20-25 euro) si entra in una favola da mille e una notte. Non quel lusso artificiale dei cinque stelle o quello pacattaro dei vari palazzi rajasthani con l'aria condizionata e la jacuzzi. Ma una esperienza emozionante di vivere in un autentica haveli.
    Ho voluto incontrare il proprietario Dinesh Dhabai, uno che cura personalmente ogni particolare, compresa l'accensione delle candele alla sera. Ha comprato l'haveli una ventina di anni fa e l'ha restaurata, facendo anche delle aggiunte piu' moderne. L'arredo e' semplicemente fantastico.
   La mia cameretta era al primo piano, divisa in due spazi, uno con il letto a una piazza e mezzo e un piccolo salottino con le tipiche finestre di legno con le borchie. E un'altra zona rialzata dove e' stato ricavato il bagno, diviso solo da una tenda. Le finestrelle colorate creano un caleidoscopio di colori.  Le camere si affacciano su un cortile completamente affrescato che di sera si illumina grazie a lampade e lumi.
   Gli affreschi piu' belli, sono purtroppo su un muri esterno che viene usato come retro della cucina. Ci sono delle scene di kamasutra, tra cui anche quelle tra una coppia di cammelli e una di elefante. Peccato sono molto sbiadite. Tra le altre scene c'e' quella di una donna che partiorisce e del primo treni a vapore.
   Sui muri di Mandawa sono dipinte anche le invenzioni dell'epoca. Gli esempi piu' belli sono sulla Bhinsidar Newatia Hevali, una fatiscente haveli posseduta da una banca che non sembra molto interessata a preservare il patrimonio che occupa). C'e' il telefono, la bicicletta e perfino il primo volo dei fratelli Wright! Curioso, davvero...erano le notizie che arrivavano dall'Occidente...

SHEKHAWATI 3/ I vitelloni e ''150 la gallina canta''

   Mandawa, il piu' frequentato dei posti nello Shekhawati, e' piena zeppa di turisti in questa stagione. Siccome il posto e' piccolo, e' praticamente impossibile fare un passo senza che qualcuno ti chieda se vuoi visitare le haveli, se hai bisogno di un hotel o semplicemente di una guida. E' un po' asfissiante questa finta cortesia. Il Rajasthan non e' di fatti tra i miei posti preferiti in India proprio per questo ''assalto al turista''.
   Con una donna da sola e' ancora peggio. A volte rifiuto con gentilezza, altre volte mi scappa la pazienza e rispondo male, soprattutto quando sono concentrata sulle foto e mi bombardano con domande tipo dove sto, con quale mezzo sono arrivata, quando parto, quanti anni ho, dove sono i miei amici, eccetera. Insomma una schedatura che purtroppo non e' quasi mai disinteressata. Ma serve per capire le ''esigenze'' del cliente e offrire quindi servizi su misura.
   A Fatehpur (a 30 chilometri da Mandawa), stavo comprando una semplice crema perche mi sono scottata in moto, e sono arrivata al punto da allungare dei soldi a un ragazzo che aveva deciso seguirmi, pur di levarmelo di torno. A volte si offendono perche' in Rajasthan c'e' una mentalita' molto conservatrice e le donne sole vanno protette secondo loro, come per i mussulmani. Ma non avevo altra soluzione. Essere maleducati e' l'unico modo: dopo un po' la voce circola che sono ostile e si limitano a salutarmi da lontano.
   La mia irritazione verso questi ''vitelloni'' rajasthani aumenta poi quando ti approcciano parlando in Italiano. Chissa'... quasi sicuramente facevano cosi' anche i vitelloni nostrani con le tedesche a Rimini negli anni Sessanta. Sono estramente scaltri, quasi sempre azzeccano subito la tua nazionalita' appena metti piedi in paese, anche nel caso mio, che non ho autisti, prenotazioni o comitati di accoglienza.
    Vorrei poi capire, anzi non-so-cosa-pagherei per sapere chi diavolo e' che ha disseminato qui in India la filastrocca ''Centocinquanta la gallina canta''. Quando viaggio nei posti piu' turistici mi capita con abbastanza frequenza di trovare in giro dei ragazzi giovani che appena ti vedono ripetono la strofa come dei robot, senza peraltro saperne il significato. Penso che in Italia pochissimi bambini conoscano questa vecchia filastrocca...io stessa non me la ricordavo piu' e sono andata a recuperare il testo (eccolo qui) per capire se c'era qualche recondito legame con l'India. Lancio qui un concorso per scoprire le origini della diffusione di ''150 la gallina canta'' nel subcontinente indiano....

Yamuna gemellata con Elba, bravi i tedeschi!

Chi poteva avere il coraggio civico di fare una mostra d'arte e dei concerti sulle rive della Yamuna a New Delhi? Soltanto i tedeschi con la loro profonda coscienza ecologica. Il fiume che attraversa la capitale, un affluente del Gange, e' una cloaca dove non c'e' piu' vita da decenni ormai. Sono soltanto liquami in pratica. Le sponde ci sono, per fortuna, ma sono abbandonate. Come e' abbandonato anche un progetto dell'amministrazione locale di fare un parco, chiamato Golden Jubilee Park, vicino a un ponte di ferro costruito dagli inglesi cent'ani fa, che e' anche il' piu' vecchio ponte sulla Yamuna. Una meraviglia dell'ingegneria civile e simbolo della prima industrializzazione che ancora oggi serve sia per auto che per i treni (e' su doppio piano). Ebbene in questo spiazzo, per fortuna non cementificato, il ministro della Cultura tedesco e il Goethe Institute hanno montato una mostra ''Project Y. A Yamuna-Elbe Public Art and Outreach Project'' (vedi qui), che in realta' e' un gemellaggio con il fiume Elba che attravera Amburgo.

Ho passato una piacevole domenica pomeriggio a guardare le installazioni, tra cui una ''terrazza'' panoramica sul fiume, proiezioni sulla vita dei pescatori e altre sculture simboleggianti l'inquinamento e la sofferenza del fiume. Tra gli artisti indiani anche il keralese Gigi Scaria che ha partecipato alla Biennale di Venezia nel padiglione dedicato per la prima volta all'India con un ''Elevator from the Subcontinent''.

Alla sera poi le installazioni si sono illuminate e cosi' anche il ponte di ferro. Se non fosse per i liquami sottostanti e l'odore di fogna...sembrava quasi romantico, come stare al Valentino, sul Po a Torino o sulla Senna a Parigi.

SHEKHAWATI 2/Una francese a Fatehpur, l'haveli di Nadine

A circa 30 chilometri da Mandawa, che e’ la piu’ frequentata dello Shekawati, c’e un'altra citta’ ricca di haveli, e’ Fatehpur. Piu’ grande, con un centro storico che sembra un labirinto e decisamente piu’ caotica e sporca, e’ un altro dei crenti decaduti della via della Seta. La maggiore attrazione qui e’ una haveli acquistata oltre dieci anni fa da un artista francese, Nadine Le Prince, (vedi qui) una raffinata signora ora di 65 anni che fa la spola tra Parigi e lo Shekawati, che ha un antenato associato con Diderot e - chissa’ come - si e’ innamorata di questo angolo remoto del Rajasthan a tal punto da comprare e restaurare uno di questi palazzi abbandonati.
   Onestamente mi fa sempre un po’ impressione qualndo il patromonio storico di un paese finisca nelle mani di stranieri, anche se per una buona causa. Ma – come mi hanno spiegato qui – meglio cosi’ che abbandonare all’oblio questi tesori.
   L'haveli e' un po' fuori dal centro e la visita costa un po' delle altre, 200 rupie a testa. Nel tour mi ha accompagnato una giovane laureanda francese di arte e comunicazione che sta facendo un internship di tre mesi. Abita nell'haveli insieme ad altre ragazze giovani e meno giovani che intravedo. Nadine non c'e', mi dice, arrivera' a fine gennaio.
   Sara' forse perche' e' alla fine del suo periodo, ma non mi sembra molto entusiasta nel raccontarmi la storia dell'edificio. E' stato comprato nel 1999 da discendenti di una famiglia di commercianti che ora vivono a Calcutta, cosa abbastanza insolita perche' non e' facile per stranieri acquistare proprienta immobiliari qui in India. ''Siccome c'erano solo 4 eredi e' stato abbastanza facile'' mi spiega. La maggior parte degli affreschi sono stati restaurati, ma rimane ancora qualche originali sui muri alti e sotto le tettoie. La costruzione risale al 1802 e ha una pianta tipica delle haveli: un primo cortile circondato da una veranda per ricevere i visitatori e da una saletta dove gli ospiti si riposavano. E un secondo cortile, privato, dove vivevano mogli e figli. Gli affreschi nel cortile pubblico erano piu' giocosi e allegri, con molte danzatrici e ''intrattenitrici'' del padrone, ritratto anche lui. Mentre nel secondo cortile i soggetti sono relativi a imprese di guerra e scene mitologiche, perche' mi spiega la mia giovane guida ''servivano all'istruzione delle donne che erano recluse per tutto il tempo tra quelle quattro mura''.
   Oltre a essere una meraviglia per lo stato degli affreschi, l'haveli e' interessante perche' e' completa'', ovvero ci sono anche le stalle e gli spazi dove alloggiavano le carovane, oltre al ''garage'' per le carrozze. In un edificio, Nadine ci ha fatto un esibizione di opere d'arte sue e di altri artisti indiani. Qua e la' ci sono oggetti d'epoca, tra cui un antico palanchino, un arcolaio e una magnifica carrozza ancora intatta. Insomma e' un tentativo di fare un museo della cultura delle haveli..che tanto manca.
   L'unico vero e proprio museo esistente nello Shekhawati e' quello di Ranmath A. Podar, nella citta' di Nawalgarh, dove ho passato una notte. La famiglia Podar, (vedi qui) associata con il Mahatma Gandhi, fanno parte di quegli industriali ''illuminati'' in India. Ha aperto molte scuole e ospedali e i discendenti ancora si occupano nella casa di famiglia, anche se non ci abitano piu'. C'e' una giovane ragazzo, Rahul, come guida, molto in gamba che ha una venerazione per i proprietari dell'haveli. Il museo e' interessante, perche' e' storico-etnico, con molti particolari sulla ricca cultura del Rajastham, tra cui i turbanti, le feste, i matrimoni e i gioielli.

SHEKHAWATI 1 / Sic transit gloria mundi

Sono nella regione dello Shekhawati, nel Rajasthan nord orientale, una parte un po' fuori dal classico percorso turistico, ma che nel ''Rinascimento indiano'' era sulla via della Seta, quindi un punto di passaggio per i carovanieri provenienti dai porti del Mar Arabico e diretti nelle citta' della pianura del Gange. Di sicuro qui giravano i soldi, non si potrebbe spiegare la ricchezza delle ''haveli'', le case signorili completamente affrescate, che sono la principale attrazione. A Mandawa, dove il patrimonio e' stato per fortuna piu' preservato, mi trovo in una haveli convertita in un hotel e ovviamente di grande fascino per i tipici affreschi di questa regione. I ricchi uomini di affari dello Shekhawati avevano senza dubbio un amore per l'arte a tal punto che e' nata una scuola di pittura locale. Per fortuna, molto e' stato preservato alle razzie dei vari invasori, specie dai mughal che qui non sono mai arrivati. Forse sono state le scarse comunicazioni a salvare questo angolo di Rajasthan. Ancora oggi arrivare qui e' un'impresa, una specie di rally nel deserto, per lo stato delle strade. Ma meglio cosi'... Mi immagino con curiosita' quale bellezza doveva essere stata la citta' nel 1700 e 1800, come vivevano i residenti di queste case e poi il declino con l'arrivo degli inglesi che hanno preso in mano il commercio e aperto altre rotte. E i commercianti dello Shekhawati se ne sono andati a Mumbai e Calcutta lasciando indietro le loro belle e ricche magioni. ''Sic transit gloria mundi'', come dice il detto latino rispolverato di recente dall'ex premier italiano a proposito della caduta di Gheddafi e diventato valido anche per lui. E' andata cosi'. Il dramma e' pero' che la caduta dalla gloria dei tempi d'oro dello Shekhawati purtroppo non si e' ancora arrestata e che il patrimonio locale e' a rischio di finire nelle mani rapaci dell'industria turistica. Il castello di Mandawa ne e' un esempio. Meta' e' stato trasformato in hotel di lusso, dedicato soprattutto ai viaggi organizzati (adesso e' pieno, e' alta stagione, soprattutto turitisi da UK), l'altra meta' giace abbandonata. Mi hanno detto che la proprieta' era stata divisa un secolo fa tra due litigiosi fratelli discendenti del potente del loco. Mentre uno ne ha fatto un albergo, l'altro l'ha ceduta a una famosa catena alberghiera indiana, che non ne ha fatto nulla. Cosi' meta' del castello e' stato ridipinto di bianco e l'altro e' rimasto come era in origine, molto meglio direi, ma nella completa incuria. Questo e' quanto ho visto dal cancello aperto, perche' una guardia mi ha chiesto 250 rupie per la visita all'albergo, comprensiva di un ''drink'', come mi e' stato detto. E' il primo caso di biglietto di ingresso in un hotel, ma capisco che in effetti mantenere questi gioielli di architettura ha un costo altissimo.

Happy Diwali!


Stasera in India si festeggia il Diwali o Dipavali, la ''festa delle luci'', considerata anche il Capodanno indiano. E' usanza illuminare con candele e luminarie l'ingresso della case perche' e' in questa notte che passa la dea della ricchezza Lakshmi. Ma ci sono anche altre storie e mitologie associate con la celebrazione religiosa che e' la piu' importante tra le festivita' induiste.
Nella foto si vede la composizione sulla soglia di casa mia in Safdarjung Enclave, nel Sud di Delhi.

Yoga, la '''posizione del pollo'' di Chandrakant

   Dopo tanti in India ho scoperto lo yoga grazie a un maetro di un ashram di Rishikesh, uno dei posti che piu' amo. ''Yogi Chandrakant'' come si fa chiamare, e' l'icona tipo del maestro di yoga nell'immaginario occidentale. Ovviamente ha molto successo con gli stranieri e penso anche si sia anche adattato alle ''nostre'' esigenze di occidentali.
Discendente di una famiglia di yogi di Dehradun, decisamente carino, i capelli un po' riccioluti e gli occhi che ridono, e' un vero animale da palcoscenico. Magari non sara' al top come capacita' yoghistiche, ma ha davvero una vocazione per insegnare e soprattutto divertire.
L'ashram e' a Laxmanjhula, nel ''ghetto turistico'', direttamente sul Gange. Le lezioni sono alle sette del mattino e alle cinque della sera. Costano appena 100 rupie. Io ne ho fatte una decina, ma e' stata durissima, anche se non ho mai riso tanto in vita mia. Una sevizia, ma divertente e anche educativa.
La tecnica di Yogi Chandrakant e' quella di spiegare le cose con una semplicita' quasi comica. Penso sia inconsapevole da parte sua. Probabilmente il suo inglese che fa ridere o forse io da ignorante di yoga ho trovato le ''asana'' veramente esilaranti. Ma devo dire che ridevano anche i miei compagni. A volte eravamo in sei o sette, ma l'ultima lezione e' stata la piu' affollata, oltre una ventina.
La mia preferita e' la ''murgh asana'', la posizione del pollo, che lui interpretava in maniera quasi clownesca mentre dice ''cosi' potete vedere la sofferenza degli animali''. Si mettono testa e braccia tra le gambe divaricate e poi ci si stringe il viso tra le mani. C'e' una versione immobile e una ''murg asana chalana'' dove bisogna andare su e giu' sul tappetino, come razzolare, appunto.
La regola principale di Chandrakant e' che durante gli esercizi bisogna sorridere, sempre, perche' fa bene alla circolazione, ai muscoli del viso, allo spirito, ecc. Anzi parte dell'ora e mezzo di lezione e' dedicata alla ''terapia del riso'', una tecnico molto diffusa in India. Lui ci ha detto che ci sono 90 e passa tipi di risata nello yoga. Ce ne ha fatte qualcuna, tipo la risata della ragazzina adolescente o quella di un uomo grasso. ''Se non vi viene voglia di ridere guardate qualcuno che ride'' diceva mentre ridevamo tutti a crepapelle
A differenza di altro maestri che ho conosciuto, Chandrakant spiegava minuziosamente il significato di ogni asana, traducendo dal sanscrito e elencando ogni volta i benefici alle diverse parti del corpo, comprese le ''gender parts'' (parti intime) come le chiamava e per quale funzione corporale e' adatta o quale malanno puo' guarire.
In una lezione ha poi spiegato i misteriosi (per me) chakra facendoceli ''sentire'' attraverso delle parole e suoni che dovevamo ripetere. Insomma, se qualcuno va a Rishikesh, lo raccomando davvero, lo potete trovare su Facebook con il suo nome.

BREAKING NEWS: Cancellata dall'Ordine di Giornalisti!

   Dopo 18 anni di professione giornalistica, sono stata  espulsa dall'Ordine dei Giornalisti del Lazio perche' non ho pagato le quote di iscrizione degli ultimi tre anni. Il totale delle mie morosita' ammonta a 360 euro compresi gli interessi. Ovvero meta' del mio attuale salario da collaboratrice dell'Ansa.
   Per comunicarmi l'espulsione hanno scomodato la Corte di Appello di Roma (Ufficio Unico degli Ufficiali Giudiziari) e perfino l'ambasciata d'Italia a New Delhi che mi ha consegnato la notifica (03/2011, la terza quindi dell'anno?) datata 25 luglio 2011.

   Leggo: ''il signor (SIC) Coggiola..bla bla non ha adempiuto al dovere di pagare le quote di iscrizione all'Ordine (nonostante i ripetuti solleciti) per gli anni 2009, 2010, 2011; che l'articolo 29 del Regolamento bla bla; che il rifiuto persistente del pagameto delle quote, nonostante....costituisce GRAVE PERICOLO per la vita stessa dell'Ordine che trae esclusivamente i mezzi, per adempiere alla sue funzioni, dalle quote degli iscritti; che tale comportamento costituisce violazione dei doveri professionali e fatto di scorrettezza professionale.

Ecc ecc
Firmato da Filippo Anastasi (Consigliere segretario) e Bruno Tucci (Presidente).
  
   Mi permetto di precisare per dovere di cronaca che ho scritto una mail al presidente Tucci ad agosto spiegandogli che ero free-lance e che si trattava di una somma eccessiva per i miei mezzi che sono molto limitati avendo una retribuzione che i miei colleghi spendono forse in un paio di cene.

   La risposta e' stata quella di ricordarmi i miei doveri e che potevo chiedere una rateizzazione . Non ho replicato perche' mi trovavo in un momento negativo di riflessione sul mio mestiere. Che ovviamente rimane quello di giornalista, anche se non lo sono piu' secondo questi signori.

   A pensare quel 6 giugno 1993, quando ho avuto nelle mie mani il tanto anelato tesserino rosso, non mi viene alcun rimpianto. All'epoca ero con l'Ordine Interregionale del Piemonte e Valle d'Aosta, poi da quando mi sono trasferita all'estero mi avevano detto che era meglio iscriversi all'Ordine del Lazio perche' e' li' che sono iscritti i giornalisti che hanno residenza Aire. E cosi' ho fatto nel 2007. Dubito che qualcuno abbia capito perche' mi sono trasferita e - con orrore - ho anche scoperto che nessuno sapeva che ero all'estero. Non esiste nessun elenco di questo genere e temo non sia neppure previsto. Eppure io lavoro solo per i media italiani come i miei colleghi in Italia.

   Insomma, come quando ero iscritta a Torino, non ho mai ricevuto alcuna comunicazione se non i bollettini annuali per pagare la quota.

   Nessuno si e' accorto che sono all'estero da 16 anni. Nessuno si e' accorto che sono free-lance. Nessuno si e' accorto che non ho la Casagit (la mutua dei giornalisti) e che non ho diritto all'Inpgi (la nostra pensione) anche se voglio pagare le quote di tasca mia. Nessuno si e' mai degnato di farmi sapere di eventuali agevolazioni o comunicazioni di altri iscritti al mio stesso ordine. Nessuno non mi ha mai mandato neppure gli Auguri di Natale.

ALLE SORGENTI GANGE/FINE - Dentro la centrale idrolettrica di Tehri e la pioggia divina


Da dove mi sono fermata a dormire, in una stanza del corpo forstale a Chourangikal, a circa 30 chilometri sopra Uttarkashi, ci sono ancora oltre 200 chilometri per arrivare a Badrinath, la terza tappa del pellegrinaggio del Char Dham. Bisogna praticamente scendere fino quasi a valle e poi risalire in un’altra direzione. Il Char Dham, che i pellegrini devoti fanno in 8-9 giorni inscatolati come sardine su potenti jeep e’ un vero e proprio tour de force delle abluzioni. A piedi ci si impiega tre mesi mi ha detto un baba che lo ha fatto. In basso, ormai la maggior parte dei sentieri sono stati trasformati in strade, ma in alto ci sono ancora le vecchie vie puntellate di ashram che passando attraverso boschi o in certi casi ghiacciai collegano le quattro fonti sacre.

Per il mio scooter che era sempre piu’ in affanno nelle interminabili salite, non era possibile andare oltre. Inoltre avevo ormai poco tempo a disposizione. Quindi dopo un’odissea di 100 km su una strada secondaria semi asfaltata sono tornata a New tehri. Ho costeggiato l’immenso bacino indroelettrico di Tehri sulla sponda opposta da cui sono venuta, sono scesa fino a trovare un ponte che l’attraversava e da li’ sono risalita fino allo sbarramento. In tutto il giorno avro’ incrociato una manciata di auto e incontrato pochissima gente. E’ una vallata fantasma ormai e i pochi che sono rimasti, mi sono sembrati davvero i piu’ disagiati.

Come degna conclusione del mio viaggio alle sorgenti del Gange, vado a visitare l’impianto che dalle acque del fiume produce circa mille megawatt di corrente e irriga le secche pianure del Punjab e Haryana. La diga di Tehri ha immobilizzato la dea Ganga come ha fatto Shiva con i suoi dreadlocks.

Dopo aver chiesto il permesso, una decina di giorni fa, alla Cisf (Central Industrial Security Force) che protegge aeroporti, centrali e siti sensibili, oggi sono stata accompagnata per una visita individuale nelle viscere della montagna dove le acque del Bhagirathi, captate dal bacino, scendono per tre km a velocita’ pazzesca facendo girare quattro megaturbine alte 40 metri. L’impianto e’ uno dei piu’ grandi del mondo ed e’ entrato in funzione nel 2006 dopo un progetto durato anni e anni di sbancamenti e realizzato insieme ai russi. la diga sorge in una strettissima gola alla confluenza di due fiumi, il Bhagirati e il Bhilangana. Lo sbarramento non e’ di cemento, ma e’ solo un enorme terrapieno. Quando me lo hanno detto mi sono stupita...mi hanno spiegato che e’ meglio per i terremoti vista che la zona himalayana e’ sismica.

All’interno della ‘’power house’’, dove lavorano a turno un centinaio di tecnici, ci sono diverse scritte con slogan sulla sicurezza sul lavoro e sulla virtu’ del coraggio. Al momento della mia visita, non c’era pero’ produzione perche’ mi ha spiegato un ingegnere ‘’non c’era richiesta da parte della grid’’. Una delle quattro turbine era inoltre in manutenzione. Una fase due, che aggiungera’ altre centinaia di megawat, e’ in via di ultimazione. Mi hanno mostrato delle gallerie dove saranno messe altre turbine. Sui tralicci dell’alta tensione, che partivano da fuori, un cartello avverte: ‘’Electricity is a gift of God, but it is a bad master’’, l’elettricita’ e’ un dono di Dio, ma e’ una cattiva padrona.

L’energia che si produce qui, grazie alla dea Ganga, serve anche a me a New Delhi per far funzionare il condizionatore, il frigorifero...i computer. Nell’India che vuole crescere al ritmo dell’8-9% all’anno, sempre piu’ ci vorranno sacrifici ambientali per permettere la sopravvivenza e una qualita’ di vita accettabile alla maggior parte dei suoi 1,2 miliardi di abitanti.
Con questi pensieri affronto gli ultimi 100 km verso Rishikesh, quasi non accendo il motore, tanto la strada continua a scendere.

Per la prima volta, in questi giorni, un temporale mi sorprende per strada. Per tutto il pomeriggio c’e’ stata una calura opprimente che conosco molto bene. E’ quella che precede il monsone e che ti fa sudare come una fontana anche se non c’e’ il sole e sei assolutamente fermo. Vedo le nuvole danzare con me a ogni tornante. A un certo punto la strada scompare in una foschia lattiginosa. Da lontano sento una musica, vedo degli uomini in pantaloncini e ciabatte ballare lungo il ciglio della strada sotto la pioggia avvolti dai vapori che salgono e scendono lungo i fianchi della montagna. Dalle portiere aperte dell’auto arriva il ritmo di una canzone panjabi. Sembrano in estasi. Sono appena fuggiti alla calura infernale del Punjab e si stanno godendo la divina frescura. Che loro abbiano trovato le vere sorgenti del Gange?

ALLE SORGENTI GANGE/12 - Il laghetto di Nachiketa e baba Krishna


Sperimentando le rotte poco battute del corso superiore del Gange, sono finita a Nachiketa Tal, il lago di Nachiketa, che e’ a circa a un’ora di cammino da una strada che i pellegrini usano per spostarsi da Gangotri a Badrinath, la terza tappa del pellegrinaggio del Char Dham. Il mini trekking e’ inserito in una riserva con accesso a pagamento (40 rupie). Il sentiero si snoda in un bosco di querce e rododendri ed e’ puntellato da cartelli che invitano a rispettare e ad amare la natura. Vedo con piacere, che qui in Uttaranchal c’e’ parecchia attenzione all’argomento ecologia. D’altronde, mi ricordo benissimo quando ero piccola e alcuni popolari mete alpine in Piemonte erano piene di cartacce...la coscienza ecologica richiede tempo e maturazione!

Il laghetto e’ alimentato da una sorgente naturale, ma l’acqua non e’ limpida come a Dodi Tal. Come ogni posto su queste montagne, anche questo e’ legato alla mitologia induista e in particolare alla storia del saggio Nachiketa, tratta dai libri delle Uspanishad. A raccontarmela e’ Baba Krishna, un ‘’sadhu’’ che vive in una baracca a fianco del laghetto coperta da lamiere e teli di plastica. Ancora una volta noto che estetica e misticismo non sono purtroppo in sintonia. Le sponde del lago sono state cementificate e il baba, piu' che un eremita, sembra un profugo senzatetto.

Baba Krishna, originario del Gujarat, dice di avere 92 anni e di vivere nel lago da sei anni. Per altri 18 ha girato in Himalaya fino a trovare questo posto che e’ legato alla dea Maya (dea della Morte) e al bambino Nichiketa figlio di un ''rishi'' (santo) Udalak, che viveva in questo luogo. In gesto propiziatorio, Udalak aveva deciso di donare i suoi averi alle divinita’ per avere piu’ saggezza, ma tutto quello che regala e’ una vacca malata che non dava latte. Volendo aiutarlo in uno slancio di affetto paterno, Nachiketa gli suggerisce di donare lui stesso agli dei (qui mi e’ venuta in mente la storia di Isacco e Giacobbe). Ma il padre si indigna e lo rimprovera. Nachiketa pero’ insiste e il padre, in un gesto di rabbia, gli dice : ‘’ebbeno si’, ma ti offriro’ a Maya!’’ Il bambino allora va a casa della dea della Morte, ma non la trova e allora aspetta tre giorni davanti alla sua porta senza cibo e acqua. Quando Maya ritorna si stupisce della perseveranza e coraggio di Nachiketa. E anche si vergogna della mancata ospitalita’. Quindi in cambio, concede a Nachiketa di esaudire tre desideri a sua scelta. Il ragazzo chiede per prima cosa che sua padre sia felice, poi che questo lago porti il suo nome e poi domanda a Maya di svelare il mistero della vita nell’aldila’, non proprio in questi termini, ma questa e’ la sostanza, piu’ o meno.

Baba Krishna, mi racconta questa storia seduto su un tappetino usurato vicino a un enorme bracere che lo scalda d’inverno, mentre prepara un chai. Sa un po’ di inglese, ma per i concetti piu’ difficili passa all’hindi. Prima di scegliere l’eremitaggio, ha insegnato in diversi ashram a Delhi e Pushkar che mi elenca con orgoglio. E’ convinto dell’universalita’ della religione e mi spiega anche delle sue teorie filosofiche sulla natura umana.

La quiete del lago, vicino al quale si stende un piccolo pianoro erboso dove si apre un cunicolo, che secondo lui va a Yamunotri (non ho verificato..) e la presenza di Dio (''Bhagwan'') lo appagano pienamente. Per essere informato su quello che succede nel mondo, ogni mattina ascolta le notizie in FM su una piccola radio, volenterosi e pellegrini gli portano ‘’tutto quello di cui ho bisogno’’ e dice di non essere mai stato malato. Poi parliamo delle dighe sul Gange e del cambiamento climatico. Mi parla dei ghiacciai che si restringono e della salinizzazione, ‘’tra vent’anni non ci sara’ piu’ acqua da bere nel mondo’’ e’ la sua previsione.

L'incontro mi lascia molto perplessa e dubbiosa sulla genuina scelta di vita degli eremiti. Non e’ forse piu’ comoda la fuga in un posto come questo piuttosto che combattere ogni giorno con i problemi quotidiani del lavoro e della famiglia? Mentre scendevo mi e’ venuto in mente ''Samsara'', il film di Pan Nalin girato in Ladakh (2001), con una forte carica spirituale e erotica, che parla dell’''illuminazione'' di un monaco irrequieto che sperimenta la vita materiale nel ''mondo'' e, non trovando neppure li' la felicita', ritorna nel suo monastero abbandonando tutto.

ALLE SORGENTI GANGE/11 - Baba Maharaji e il bar sport di Dodi Tal


A Dodi Tal, sopra il tempio dedicato a Ganesh, c’e’ una casupola dove da una ventina di anni vive un baba che si fa chiamare Maharaji e che ha un viso che esprime davvero una ricchezza interiore da maharaja’. Mi ha detto che ha 70 anni e che ancor prima di arrivare li’ ha deciso di abbandonare tutto e di dedicarsi alla ricerca spirituale. Non medita, non fa yoga, non prepara unguenti. Se ne sta in posizioni di loto su una coperta su un terrazzino davanti alla casa a chiacchierare con chi arriva e a farsi dei chilum con della ‘’ciaras’’ (hashish) locale che mi ha fatto vedere e che gli portano da un villaggio gia’ bella pronta. La casa del baba e’ praticamente il ‘’bar sport’’ del luogo.

Dopo una decina di minuti a Dodi Tal ci si conosce tutti. Negli ultimi 50 metri del sentiero che costeggiano il torrente emissario, ci sono alcune dhaba che praticano prezzi esorbitanti per mangiare e per una branda in un tugurio. Poi c’e’ la ‘’guest house’’ del governo dove il prezzo ufficiale e’ di 1.500 rupie e che e’ gestita da un ‘’guardiano’’ (‘’chowkidar’’). In alternativa, per chi non ha la tenda come me, c’e’ il retro del tempio, dove si dorme per terra o un posto nelle casupole dei brahmimi, due fratelli e il figlio di uno di loro.

A questa combriccola formata dal baba, dai brahmini e dal guardiano, si unisce occasionalmente anche un pastore locale e poi - naturalmente - i pellegrini o turisti. Oggi con me c’e’ un gruppo di ragazzi e ragazze di un vicino villaggio che si sono installati nel tempio con coperte e materassi.
Quando sono arrivata al laghetto, il pastore stava cercando di recuperare il gregge, circa 300 tra capre e pecore, e riportarlo sulle sponde del laghetto. Mentre fischiava e si sbracciava, il suo cane era al suo fianco con un aria annoiata.

Trovando la scena molto divertente, gli ho chiesto come mai il cane jon faceva il suo lavoro. Mi ha detto che era stato morso da altri e che era ‘’malato’’. n effetto la bestia aveva un grosso collare di ferro che, come mi e’ stao spiegato, serviva per impedire che lo azzannassero al collo. A un certo punto preso da un impeto di orgoglio, ha cercato di avvicinarsi a un caprone indisciplinato che per tutto rispota lo ha attaccato. La povera bestia e’ tornata immediatamente dietro il padrone con la coda tra le gambe.

Dopo un po’, rivedo il pastore da baba Maharaji, dove mi ero accomodata anche per iniziare la durissima contrattazione sulla guest house (sono scesa da 1.500 a 300 con ricevuta falsa di 60 rupie quindi il guardiano si e’ intascata la diffferenza). Con il cane al fianco, il pastore chiede al santone un ‘’giro’ di cilum e poi si mette a chiacchierare con i due brahmini. Il gregge si stava di nuovo allontanando dal lago, a un certo punto e’scomparso nella vallata. Gli ho chiesto se non si preoccupava, ma lui mi ha detto ‘’che non c’erano pericoli’’. Non ci sono leopardo o altri felini, l’unica causa di morte per le pecore sono delle erbe velenose. Poi mi ha detto che forse dovrebbe comprare un cane, quello dal pelo rosso (non come il suo che e’ nero) che e’ cosi’ bravo a prteggere le pecore ‘’che uno puo’ dormire tutto il giorno’’.

Al tramonto tutti i presenti, eccetto il baba, partecipano alla arthi (l’equivalente dei nostri vespri) con grande scampanellii e lunghissime litanie a Ganesh e alla sua famiglia di divinita’. Quando finisce la cerimonia, e’ calato il buio (ovviamente qui non c’e’ corrente), il baba mi invita a ‘’cena’’ che i ragazzi cucinano sul braciere del suo tugurio. Gli porto in regalo un berretto di lana che avevo trivato a Gomukh. Per la prima volta vedo come fare i ''roti'' sull’apposita padella prima e poi sulla brace. Comunichiamo poco, perche’ parlano il dialetto locale del Garhwal (Uttarakand) e anche perche’ penso che non abbiano mai visto stranieri. Le ragazze sono sorprese dal fatto he non porto l’anellino al naso e che non sia capace a stendere la pasta per il ‘’roti. Si divertono un sacco. Meno male che c’e’ il baba che capisce l'inglese e che interviene a mia difesa.

Quando esco, la costellazione del grande carro si e’ distesa esattamente sopra il laghetto in mezzo al cerchio delle montagne. Non ci sono altre stelle, ma solo la luce azzurrina della luna che sta per sorgere e che rischiare la mia stanza al posto delle candele.

ALLE SORGENTI GANGE/10 - Il lago di Dodi Tal, dove e' nato Ganesh

La vallata del Bhagirati-Ganga e’ piena di riferimenti mitologici. Uno di questi e’ Dodi Tal, un laghetto da fiaba incastonato tra verdi montagne a circa 3 mila metri, considerato il luogo natale di Ganesha, il popolare dio elefante che protegge le case degli indiani, soprattutto di quelli ricchi.

Ci si arriva con una camminata abbastanza facile ma lunga, oltre 20 chilometri, che parte da Sangam Ciatti, un minuscolo villaggio a un’ora da Uttarkashi, circondato da un paesaggio bucolico. Arrivata nel pomeriggio, ho parcheggiato lo scooter davanti a una dhaba e poi zaino in spalla sono salita circa due ore fino a un villaggio chiamato Agora dove ho trascorso la notte. Di buon mattino, dopo sei sette ore prima di salita e poi sul costone della montagna, compare il lago di forma quasi rotonda con un raggio di circa 50 metri, pieno di pesci (trote, sembrano) e circondato da conifere. Quando sono arrivata c’era anche un gregge che completava il quadro perfetto per un presepe.

Per fortuna, a parte alcuni orribili ponticelli di cemento, non ci sono altre costruzioni a parte una guesthouse governativa dove mi trovo dopo una durissima contrattazione e due bungalow, uno pero’ ridotto a uno scheletro metallico. La maggior parte dei turisti arriva con la tenda e fornello. Avendo io invece bisogno di un posto dove dormire, ovviamente mi hanno chiesto cifre pazzesche. L’alternativa era tornare indietro oppure stare in un ‘’ashram’’ di un baba, decisamente non invitante.

Mi hanno detto che ieri e l’altro ieri, in coincidenza con la festivita’ locale di Ganga Dusseira c’erano centinaia di persone a Dodi Tal. Oggi pero’ sono l’unica visitatrice ed e’ anche un po’ imbarazzante perche’ mi sento sotto osservazione. Il tempo, stamattina strepitoso, nel pomeriggio si e’ guastato come avviene di solito in montagna. Quando sono arrivata pioveva e lo specchio d’acqua perfettamente lucido era leggermente increspato. Qua e’ la’ le ‘’trote’’ saltavano fuori rompendo il silenzio quasi innaturale del posto. Mi hanno detto che la pesca e’ vietata qui, ma mi immaginavo che bella grigliata si potrebbe fare. Spesso durante i trekking solitari, quando passo ore e ore a sentire i battiti accellerati del mio cuore, mi sorprendo a pensare alle passeggiate che da bambina facevo nei boschi del Canavese quando si andava a funghi. E mi vengono in mente i panini al prosciutto e salame e le pinte di barbera che mio padre o mio nonno si portavano dietro...e poi si sciolgono ricordi dell’infanzia, gioie e sofferenze, come un una seduta psicologica.
La storia legata a Dodi Tal e’ una delle piu’ famose della mitologia induista. Un giorno Parvati, la moglie di Shiva, decise di fare il bagno nel lago e chiese al figlio di mettersi di guardia sul sentiero di accesso e di non far passare nessuno. Il ragazzo e’ cosi’ zelante che quando arriva il maestoso Shiva, lo blocca, non riconoscendolo. Shiva, il dio distruttore, lo ‘’fulmina’’ con il suo tridente (o il terzo occhio, non e’ chiaro) e gli fa saltare via la testa. Parvati, in lacrime, lo supplica di riportarlo in vita. Il potente marito la accontenta, ma gli annuncia che avra’ la testa del primo animale che passa da quelle parti. Chi arriva, tra i cedri e i rododendri dell’Himalaya? Un elefante! E cosi’ nasce Ganesh o Ganapati, come lo chiamano a Bombay.

Quando ho chiesto ai pastori del posto se nella zona c’erano anche elefanti, si sono messi a ridere, ma forse all’epoca Dodi Tal era in collina e anche non cosi’ freddo da farci il bagno....

ALLE SORGENTI GANGE 9/ Gomukh, il ghiacciaio della mucca

‘’Le acque che scendono dal cielo o quelle che scorrono sulla terra, quelle che sgorgano dai pozzi o che emergono da sole, queste pure e chiare acque che bramano l’oceano come loro ultima meta, ebbene che queste acque, che sono divinita’, mi possano aiutare sempre e ovunque’’.

Preghiera tratta dai testi sacri del Rig Veda

Gli ultimi 18 chilometri del Bhagirati (come e’ chiamato qui il Ganga dal nome di un antico sovrano), che si fanno a piedi, attraversano una delle piu’ belle valli dell’Himalaya. Il fiume sacro adorato da un miliardo d 200 milioni di persone sgorga da un ghiacciaio eterno che si chiama Gomukh, la bocca o faccia della mucca, a oltre 4 mila metri, ai piedi di un massiccio dalle nevi perenni conosciuto come Shivling (fallo di Shiva) e che costeggia il confine con il Tibet. La maestosita’ del paesaggio e la ricchezza della natura sono straordinarie. Penso sia una delle piu’ belle e intense camminate che abbia mai fatto in montagna. Alcune volte il panorama era cosi’ perfetto che ti lasciava semplicemente a bocca aperta.

Sono partita all’alba, passando dietro il tempio alla dea Ganga dove parte il sentiero per Chirbasa (9km), Bhojbasa (14 km) e infine Gomukh (circa 20km). Il trekkink si trova in un parco naturale a cui si accede con un permesso valido due giorni che costa 600 rupie per gli stranieri (100 per gli indiani). Ogni giorno aggiuntivo costa 250 rupie. Le guardie forestali chiedono poi una ''cauzione'' su ogni bottiglia o contenitore di plastica per scoraggiare che si abbandonino rifiuti. Io ho dichiarato un impermeabile usa e getta, una bottiglia di acqua, una barretta di cioccolara e un pacchetto di biscotti, ma la guardia avrebbe dovuto perquisire lo zaina per vedere se avevo altro materiale non biodegradabile. Comunque, ben fatto, veramente, ho anche fatto i complimenti per l'iniziativa e ho promesso anche di portare giu' eventuale spazzatura altrui.

La salita non e’ ripida, ma e’ costante e ardua per via della mulattiera piena di sassi appuntiti che si snoda nella vallata passando boschi e attraversando diversi rigagnoli che scendono dai ghiacciai laterali. E’ un tour de force soprattutto per l’altitudine che a meta’ cammino quando ci si avvicina ai 4 mila metri comincia a premere sui polmoni e sulle tempie. Dopo un po’, in effetti, con le gambe spezzate dalla fatica e il cuore che ogni tanto perde qualche colpo, il trekking puo’ assumere in effetti un connotato spirituale...vengono in mente parallelismi tra la ricerca delle fonti con la ricerca dell’Io profondo. La risalita del fiume si trasforma in un viaggio introspettivo verso le proprie origini....

Presa da fervore mistico, a un certo punto, quando ho visto in lontananza il grande ghiacciaio di Gomukh, un anfiteatro di sabbia e ghiaccio marrone, mi sono spuntate le lacrime. La Mata Ganga, la madre Gange, la linfa vitale di centinaia di milioni di persone, nasce proprio da qui!!! ‘’Questa e’ l’anima piu’ profonda dell’India’’ mi ha detto un baba di Hyderabad che ha fatto parte del cammino con me, con la sua tunica arancione e in ciabatte di plastica, una vecchia stampella per bastone e in mano l’immancabile barattolino di latta.

Il bello e’ che in realta’ dopo tanti giorni di fatica, il punto esatto dove sgorga l’acqua non si vede perche’ il sentiero termina un bel pezzo prima del ghiacciaio. Al diciottesimo chilometro da Gangotri, segnato da un pilone, un cartello avverte: ‘’No entry’’. Vicino c’e’ un tempietto provvisorio, sulla sponda del fiume, con un santone come guardiano che al calar del sole se ne torna a Bojbhasa (3.900 metri), il ‘’campo base’’ di Gomukh dove i pellegrini pernottano in tenda oppure in alcune guest house di cemento.

‘’Se vuoi puoi proseguire, ma a tuo rischio e pericolo’’ mi hanno detto dei militari che pattugliano la zona che e’ solo una sessantina di chilometri dal Tibet. Erano ormai le 17, ma il sole era ancora alto e ho deciso quindi di andare avanti.
La mia ricerca delle sorgenti non poteva finire cosi’. A fatica mi sono messa pazientemente a seguire il torrente lungo la sponda saltando da un masso all’altro. Dopo un chilometro, le pareti del ghiacciaio erano ancora lontane e la Mata Ganga era ancora larga una decina di metri. Salendo a carponi su una roccia piu’ alta ho visto che qualcuno aveva scritto il proprio nome e una data, 2002. Avanti, verso la sorgente mi sembrava di intravedere un accenno di sentiero perdersi della pietraia. Il fiume dopo un po’ curvava e quindi non lo vedevo piu’. A un certo punto ho sentito un rombo profondo come una scossa di terremoto e dopo pochi secondi davanti a me da una fiancata del ghiacciao e’ ruzzolato giu’ un grosso ammasso di pietre neve e ghiaccio. Impaurita ho deciso di tornare sui miei passi, non prima di farmi un autoscatto per immortalare quel momento preciso .

L’origine della Ganga per me rimarra’ un mistero.

Per la prima volta dopo tanti giorni, finalmente seguivo la corrente del fiume, invece di risalirlo e mi sembrava di scorrere con esso. Mentre mi lasciavo andare a questa nuova sensazione, ho pensato a quale follia e’ cercare l’inizio o la fine di qualcosa. E mi sono venute in mente le teorie sulla reincarnazione, il motto eracliteo Panta Rei, tutto scorre e anche il titolo del libro di Tiziano Terzani, ‘’La fine e’ il mio Inizio’’’. In ‘’Sacred Waters’’, Stephen Alter scrive : ‘’For the pilgrim who travels to the headwaters of the Ganga, the journey upstream mirrors his search for God and the ambiguities of the source suggest the ultimate enigmas of the soul’’.

A Bhojbasa sono arrivata con le gambe spezzate e i crampi della fame. Mi sono fermata nell’ashram di Baba Lal, che ho scoperto poi dallo stesso libro di Alter e’ stato accusato di aver deforestato mezza vallata, famosa per le betulle (birches). Era pieno di ospiti, io ero l’unica straniera. Molti, che pensavano di tornare a Gangotri ma era ormai buio per affrontare 14 chilometri, erano intirizziti dal freddo non avendo con se giacche pesanti. Una ragazzo, che stava male, mi ha chiesto un aspirina. La ‘’stanza’’singola che mi hanno assegnato al prezzo di 250 rupie (esorbitante per un ashram) era in un rifugio dai tetti di latta dove all’ingresso compariva la scritta ‘’dont dirty’’. Con una porta alta un metro, un lucernario e dei logori tappeti che coprivano il pavimento in pendenza. Non penso che negli ultimi anni sia mai stata pulita. Ho usato la pila di coperte come materasso e sopra ho disteso mio il sacco a pelo, per fortuna, di quelli che tengono caldo. La corrente elettrica e’arrivata – non so da dove – appena calata la sera.

Come si usa negli ashram, l’equivalente dei nostri monasteri, si mangia insieme a orari prefissati. La cena e’ dalle 19.30 ed e’ servita su un lungo tappetino disteso sul pavimento del cortile esterno. Come prevedibile, faceva molto freddo, ma non penso sia stato sotto lo zero. Puntuali, tutti gli ospiti, baba compresi, nascosti sotto spesse coperte, si sono sistemati a gambe incrociate in tre file . Mi sembrava di essere in uno degli ospizi di carita’. Mentre Baba Lal intonava un mantra a Rama, gli inservienti passavano veloce con dei secchi di metallo a riempire i piatti (fatti di foglie secche incollate) di riso, ''dal'' e ''sabsi'' (zuppa di lenticchie e vegetali misti) e ''roti'' (pane piatto cotto su una padella e poi passato sulla brace). Con una teiera riempivano i bicchieri di acqua.

Mi sono vergognata un sacco a chiedere un cucchiaio. Mangiare il riso con le mani mi e’ gia’ difficile sul un tavolo, per terra e’ impossibile senza imbrattarmi tutta. I miei compagni di mensa mi hanno guardata con un misto di compassione e divertimento.

Alla fine tutti ci siamo messi in coda per lavare bicchieri e le mani con l’acqua calda che uno dei lavoranti del baba versava da un pentolone.
Finita l’operazione, c’e’ stato un fuggi fuggi generale nelle proprie tane. Mi sono messa addosso tutti gli indumenti che avevo nello zaino. Non sono mai stata cosi’ contenta di aver un tetto sopra la mia testa e qualcosa in pancia.

ALLE SORGENTI GANGE/8 - Il figlio ribelle del brahmino di Gangotri

Per arrivare al tempio di Gangotri si percorre una strada fiancheggiata da guesthouse, dhaba e negozi di souvenir e barattoli di ogni tipo per contenere l’acqua. Come al solito, i pellegrini fanno prima le abluzioni rituali nel ‘’ghat’’ e poi vanno a pregare la dea Ganga. L’acqua del fiume e’ gelida qui, ma l’immersione e’ obbligatoria di solito dopo una ‘’puja’’ familiare assistita da uno dei tanti bramini presenti con i loro vassoi contenenti riso, incenso, le spezie e un’erba profumatissima che chiamano il Ganga tulsi (tulsi e’ il basilico, sacro per gli induisti).

Il tempio e’ di marmo bianco, costruito nel XVIII secolo da un generale nepalese, Amar Singh Thapala e contiene la statua della divinita’ che a ottobre, a Diwali, viene portata in un villaggio piu’ in basso dove risiedono i brahmini, i ‘’pandit’’. Ho scoperto che i quattro templi del Char Dham sono custoditi da quattro diverse caste di religiosi. A Gangotri ci sono i Semwal, che provengono da un villaggio chiamato Mukhba.
Nel pomeriggio, mentre ero seduta davanti al tempio aspettando che riaprisse dopo la ‘’pausa pranzo’’ incontro per caso un ragazzo che scopro essere uno dei discendenti della dinastia brahminica. Ci presentiamo e mi dice di essere a Gangotri per una cerimonia celebrata dal padre e dedicata appunto alla famiglia. Ma poi, prendendo le distanze dalla parentela mi dice che lui ha deciso di non seguire il mestiere del padre e che sta studiando informatica a Dehradun. ‘’Quindi si interrompe la stirpe di brahmini?’’ chiedo io allarmata. ‘’No, c’e’ mio fratello maggiore che continua’’ mi rassicura indicandomi un giovane vestito da pujaro. Poi quasi a discolparsi aggiunge: ‘’certo e’ un mestiere unico al mondo quello di fare il brahmino a Gangotri, ma io preferisco studiare inglese e materie scientifiche’’. La cerimonia consiste nelal benedizione di una sorta di tabernacolo e di una fotografia degli antenati e si conclude su ul palco ormaito di fiori davanti al tempio con una serie di canti sacri dove il padre, seduo su un trono e con al collo diverse ghirlande ‘’presenzia’’ e benedice i presenti. Il figlio ha partecioato la rituale, ma sei vedeva che era un pesce fuori d’acqua e che a malavoglia faceva le abluzioni e parteciava ai canti. Sembrava molto distratto e quasi si vergognava quando incrociava lo sguardo del padre, che chissa’ quale delusione deve avere provato quando ha saputo che il suo ragazzo preferiva la matematica al salmodiare versi in sanscrito in onore della mata Ganga.

ALLE SORGENTI GANGE/7 - Gangotri bloccata da gigantesco ingorgo stradale

Dopo Uttarkashi, il Gange si snoda per 100 chilometri in una stretta e tortuosa vallata piena di ‘’deodar’’ (cedri himalayani), rododendri, betulle, una grande varieta’ di fiori e campi di patate, che percorro con una corriera strapiena di pellegrini. E’ la valle del Bhagirathi, appunto come e’ chiamato qui il fiume piu’ sacro dell’India sgorgato dai capelli di Shiva che ha portato la dea Ganga sulla terra per espiare le colpe di 60 mila antenati del re Baghirat, secondo una intricata storia della mitologia induista. Shiva, il dio dell’Himalaya, e’ infatti spesso rappresentato con la dea Ganga sul capo.

A parte le nuove centrali idroelettriche in costruzione, osteggiate da ambientalisti e guru indiani (proprio in questi giorni un santone e’ morto dopo uno sciopero della fame di quattro mesi), il paesaggio e’ ancora sorprendentemente incontaminato. In alcune parti mi verrebbe da dire un paesaggio quasi giurassico, per la maestosita' e le foreste impenetrabili.

Piu’ ci si avvicina a Gangotri, la mia meta dove sorge il tempio dedicato alla dea Ganga, piu’ la gola diventa profonda, quasi orrida come se dovesse sgorgare dagli inferi. Alcune volte mi sembra quasi un fiume infernale, la Stige del traghettatore Caronte e mi viene in mente una conferenza tanti anni fa a Delhi di uno studioso che sosteneva che Dante Alighieri si era ispirato alle descrizioni del Gange nella stesura della Divina Commedia.

A una decina di chilometri da Gangotri, non si vede neppure piu’ il fiume talmente e’ in fondo a un vertiginoso precipizio con delle rocce enormi color crema e altre variopinte frutto di chissa’ quali miscele geologiche. Mi chiedo se qualcuno ci ha mai messo piede laggiu’ in fondo. Certo sarebbe un paradiso per gli appassionati di canionyng. La sensazione qui e’ di inquietudine, non certo di sacralita’.
La spiegazione di questa caratteristica del Bhagirati la trovo nel libro ‘’Sacred Water’’ di Stephen Alter, che percorre a piedi la vecchia strada dei pellegrini del Char Dham. Il Gange infatti sgorga a nord di una montagna che si chiama Shiv Ling (fallo di Linga) e quindi deve lottare disperatamente con le rocce per scendere a valle, scavando il proprio passaggio attraverso l’Himalaya che probabilmente si e’ formata dopo il fiume.

Dopo 6 ore di balzi da rodeo, la corriera arriva miracolosamente fino in fondo alla vallata, ma l’accesso a Gangotri e’ bloccato da un gigantesco ingorgo stradale. I mezzi in uscita e in entrata sono bloccati sulla stretta stradina. Io e mie compagni di viaggio quindi siamo quindi costretti a scendere dal bus e a percorrere l’ultimo chilometro a piedi tra i gas di scarico, ambulanti, mendicanti, vacche, muli e sherpa.
Certo, trovare traffico ai 3.300 metri alle sorgenti del Gange e’ una cosa che farebbe venire voglia di chiudersi in casa e sparare a vista sui propri simili. Ma e’ ‘’alta stagione’’ mi dicono ed e’ ‘’normale’’ che Gangotri sia intasata. Un poliziotto poi mi spieghera’ che ogni giorno circa 15 mila pellegrini vengono a pregare la dea Ganga e a bagnarsi nelle sorgenti che non sono qui, ma molto piu’ in su, a una ventina di chilometri di cammino, nel ghiacciaio di Gomukh. Per la maggior parte di loro il pellegrinaggio culmina in questo villaggio, che per sei mesi all’anno e’ abbandonato sotto una coltre di neve, mentre per gli altri sei e’ una sorta di Mecca dell’induismo, uno dei posti piu’ sacri dell’intera India .