Blackout per 350 milioni in India. E quei 404 milioni che non hanno la corrente?

Il blackout che ieri ha interessato sette stati del Nord dell'India e 350 milioni di persone ha colpito l'immaginario collettivo mondiale. ''L'India al buio'', ''New Delhi come New York nel 2003'' e perfino il corrispondente da New York de La Repubblica, Federico Rampini, che oggi decretava ''L'India in panne'' dopo avere lui stesso qualche anno fa celebrato l'arrivo della nuova ''superpotenza indiana''.

Mi sono ricordata di una cosa: 404 milioni di indiani non hanno la corrente elettrica, ovvero il 36% della popolazione secondo dati 2010 dell'International Energy Organization (qui c'e' un ottimo rapporto sullo stato dell'energia in India). I piu' fortunati hanno forse un generatore diesel, gli altri lampade a olio oppure vanno a dormire con le galline. Questo fa degli indiani i campioni dell'ecologia.
Nella nostra era super tecnologica, i blackout sono sempre uno shock che ci ricordano di quando l'umanita' viveva al ''fresco'' delle caverne. Anche io a New Delhi, come altri 350 milioni , mi sono svegliata nel cuore della notte in un bagno di sudore perche' si era spenta la ventola a soffitto. Rigirandomi nel mio sudario ho aspettato invano che tornasse come succede sempre dopo un'oretta o due. Mi sono poi svegliata dopo le 8 con le voci del vicinato che era allegramente in strada a prendere aria. La famiglia dirimpettaia stava facendo colazione davanti al cancello. Sui tetti delle case piu' abbienti sentivo il rumore dei generatori diesel.
Con quello che restava della batteria del mio laptop ho mandato all'Ansa la notizia dei ''350 milioni al buio'' che averebbe poi accompagnato il risveglio degli italiani e dominato nei TG del giorno.
Poi mi sono messa in strada, facendo attenzione ai semafori spenti, per raggiungere l'ufficio dove c'era ventola e computer accesi grazie a potenti batterie sul pianerottolo. Piu' o meno tutte le case hanno un sistema di back up per sopravvivere alla cronica carenza di energia e agli sbalzi di tensione. Nessun panico quindi e neppure penso un aumento di concepimenti come a New York...

Torna Hazare, il Pannella indiano, ma finora e' stato flop

Tra i misteri dell'India c'e' sicuramente quello di Anna Hazare, una sorta di Pannella indiano, che si e' messo in testa il compito ciclopico di combattere la corruzione e il malgoverno. Non e' chiaro chi ci sia dietro, forse la destra del Bjp, dato che il 75 enne vecchietto con il cappellino alla Nehru e' anche un fustigatore di vizi come alcol e tabacco.
Lo scorso anno era riuscito a sollevare mezza India contro il governo ''ladro'' guidato da Manmohan Singh e da Sonia Gandhi. Sembrava che anche qui ci fosse una ''primavera'' araba guidata per la prima volta dalla classe media. C'era un entusiasmo stile piazza Tahrir nelle strade di New Delhi con i caroselli di bandiere tricolore e gli slogan nazionalisti. Dopo 11 giorni di sciopero della fame, con mega dimostrazioni quotidiane e la gente incollata davanti alle televisioni, il governo ha ceduto e ha promesso una legge anti corrotti. Ma in pratica hanno infinocchiato Hazare e i suoi perche' la legge e' all'acqua di rose.
Ecco quindi che il il leader anti corruzione e' sceso di nuovo in campo con un altro digiuno. Tutto e' stato preparato al Jantar Mantar, davanti all'osservatorio Astronomico di New Delhi: mega schermi, volontari e dirette televisive. Ma...non se l'e' filato nessuno a parte qualche centinaio di fedelissimi. Un flop insomma.
Da oggi, domenica ha iniziato il digiuno a oltranza.  Ma per ora la gente di New Delhi sembra piu' interessata ai Giochi Olimpici o all'aria condizionata dei centri commerciali. Ma gli organizzatori dicono che nei prossimi giorni cresceranno folla e l'entusiasmo. Vedremo anche perche' Hazare rischia anche la pelle stavolta, secondo i medici.     

New Delhi, ecco dove vivono i geni della lampada di Aladino

Ho scoperto dove sono i famosi ''jinn'' di New Delhi, i ''geni'' della lampada di Aladino per intenderci, gli spiriti buoni (o cattivi) secondo la tradizione mussulmana che vivono intorno a noi. Per  lo scrittore William Dirlymple la capitale indiana e' ''la citta' dei jinn''. Nel caotico sviluppo della metropoli, soprattutto negli ultimi anni, e' sempre piu' difficile capire quanto sia legata al suo passato mussulmano. Tutti i monumenti risalgono all'epoca dei sultani e dei mughal. L'anima della vecchia Delhi e' ancora mussulmana. Le vecchie moschee o cosa e' rimasto sono rimasti  luoghi di culto.
A Feroz Sha Kotla, sito della ex fortezza di Ferozabad,  costruita nel XIV secolo, ci sono dei sotterranei sotto una moschea. Sono ex prigioni mi hanno detto. Gli incavi della parete su fondo, sono pieni di lumini, incensi e petali di rosa. Ci sono anche dei biglietti con delle suppliche. Entrarci fa un po' paura per via degli striduli dei pipistrelli. Qui c'e' l'hub'' dei jinn di Delhi. L'atmosfera e' magica come le Mille e Una Notte. Eppure tutto intorni c'e' un groviglio di strade, impianti sportivi, lavori per la metropolitana che piano a piano stanno ingoiando il centro storico. Ma questo posto sembra fuori dal tempo. Sopra la moschea volteggiano anche decine di falchi, che vengono nutriti regolarmente. A lato svetta una colonna di Ashoka, portata qui - chissa perche' -  dal sultano Feroz Shah Tughlaq dal Punjab forse come trofeo di guerra.  La gente entra, si leva le scarpe, e bisbiglia una preghiera davanti a ogni antro buio. Ma mi accorgo che anche fuori, quasi in ogni angolo o ogni anfratto c'e' una candela o un mucchietto di petali secchi. Ci deve essere un vero e proprio affollamento di geni. Capisco anche perche' questo sito non e' nel circuito turistico, pur essendo a fianco di Jama Masjid e del Forte Rosso. E perche' non l'ho mai scoperto. Forse c'e' un tacito accordo a non disturbare i jinn di Delhi?

Spending review? Cominciano ad abbassare l'aria condizionata all'Istituto Italiano di Cultura di New Delhi

Sono andata ieri all'Istituto Italiano di Cultura di New Delhi, esattamente nella sala lettura per sbirciare il Corriere della Sera fotocopiato da internet e messo a disposizione nella biblioteca. E' stato come entrare in un congelatore per via dell'aria condizionata esagerata. In questi giorni a Delhi, c'e' un caldo umido soffocante, e' vero.  Non possiamo certo mettere i ventilatori a soffitto come in certi uffici pubblici indiani e che fanno tanto Terzo Mondo.
Ma la temperatura era davvero troppo bassa a tal punto che non sono riuscita a rimanere piu' di dieci minuti. Avrei avuto bisogno di una giacca e scarpe chiuse.
Sul Corsera c'era scritto che i Comuni non hanno piu' soldi per pagare i dipendenti e che perfino il servizio scolastico e' a rischio. Non so se e' vero, ma questo e' lo scenario da incubo che si ipotizza in Italia. Perche' non iniziare a risparmiare sull'aria condizionata? Una goccia... ma l'oceano e fatto di gocce. E magari esce fuori uno stipendio per un bidello. Non solo e' un risparmio per le casse statali, ma anche per il pianeta.   

La gara degli Underachiever: India-Usa 1-1

Trovo assolutamente geniale la copertina di Outlook in edicola con Obama ''The Underchiever''. Botta e risposta con il Time di due settimane fa che aveva trattato cosi' l'anziano premier Manmohan Singh per il fallimento della sua politica liberalizzatrice. Come sempre gli Usa hanno il giudizio facile come le pistole.  Soltanto che le cose non vanno troppo bene per loro. Sara' un po' infantile la vendetta di Outlook, ma e' la prima volta che osa tanto. Ci ho fatto anche un pezzetto per l'ANSA. (vedi qui).

PERCORSI - Pedalando a Delhi/ da Indira Gandhi ai jinn di Feroz Shah Kotla

Sono una delle poche straniere che va in bicicletta a New Delhi, piu' che per sport, perche' mi piace come mezzo di trasporto. Spesso mi avventuro nella citta' vecchia alla scoperta di tesori che Delhi nasconde. La bici e' ottima in questo senso. A differenza della moto, si ha il tempo di guardarsi intorno e si corre via veloce quando c'e' bisogno, cosa che a piedi non e' possibile. La domenica e' ideale perche' non c'e' traffico e la citta' sembra davvero svelare i suoi lati migliori. Ogni volta scopro qualcosa di nuovo. Quindi ho deciso di inaugurare una serie di 'Pedalando a Delhi'' con itinerari per chi vuole esplorare la citta' in maniera ecologica e sana.


Tracciato: Da Indira Gandhi ai jinn di Feroz Shah Kotla
Durata: 4-6 ore
Lunghezza: circa 20 chilometri
Difficolta': media

Partenza: Safdarjung Enclave. Si imbocca Africa Avenue in direzione Chanyakiapuri. La strada e' ombrosa e tranquilla perche' a un certo punto costeggia il Nehru Park. Si passa davanti all'Ashoka Hotel e alla residenza del primo ministro di Race Course. Sulla destra c'e' l'ippodromo di Delhi.
Prima tappa: Indira Gandhi Memorial - Safdarjung Road 1.  Piacevole sosta nel bungalow bianco che e' stata la residenza della premier Indira Gandhi e anche il luogo dove e’ stata assassinata nel 1984. In questa villetta vivevano anche Rajiv Gandhi e Sonia Maino con i loro due figli. E' piena di foto e di ricordi della famiglia. Ci sono anche foto scattate a Cambridge quando si sono conosciuti la bellissima Sonia e l’allora pilota di linea Rajiv. Poi scatti di Rahul con gli occhiali spessi da piccolo e di Priyanka con una specie di cappello da bersagliere. C’e’ anche parte del kurta pijama che Rajiv indossava quando e' stato ucciso da un kamikaze. Un po ‘ macabro. Alla domenica, il posto e' pieno di torpedoni di gitanti, di tutte le religioni e caste, e' bello vedere come guardano ammirati le immagini. La casa e’ stata mantenuta con l'arredo originario, penso, con molti pezzi d’arte. Mi chiedo se c’e’ lo zampino di Sonia. In gardino, una passella di vetro segna gli ultimi passi di Indira Gandhi prima di cadere sotto i fuoco di due guardie del corpo sikh. Immagino quella mattina alle 9.30 del 31 ottobre 1984 quando Sonia corre in giardino anora in vestaglia dopo aver sentito gli spari e le grida di aiuto. E' lei che soccorre la suocera e la carica su un Ambassador per portarla all'ospedale. Ma Indira crivellata di colpi era gia’ morta.
Verso Connaught Place. Si passa intorno al grande parco del palazzo presidenziale, il Rashtrapati Bhawan, con il suo muro di cinta decorato e le stalle per il reggimento a cavallo del presidente. Tra un po' cambia inquilino, la presidentessa Pratibha Patil se ne va e arriva Pranab Mukerjee, ex ministro Finanze. Piu' avanti c'e' anche il complesso sportivo di Talkatora ristrutturato dopo i Giochi del Commonwealth dell’ottobre 2010. C'e un bel parco pieno di fiori. Volendo si puo' fare un'altra tappa qui magari per un gelato, ma tiro dritto in Ashoka road dove spicca la bella cattedrale cattolica di Delhi, il Sacro Cuore (Sacred Heart).
Seconda tappa: shopping a Paharganj, mercatino degli hippies. Il posto e' caotico , ma pittoresco. Incensi, borse con stampate foglie di maryuana, prodotti ayurvedici e collanine. E tanti ragazzi stranieri. E' la porta di ingresso alla vecchia citta' di Delhi, lo si sente dagli odori, dalle mucche e dai cumuli di spazzatura.
Cavalcavia verso Ajmeri Gate. Bisogna attraversare la ferrovia, qui c’e’ la stazione di New Delhi. Il cavalcavia non e’ ripido, ma offre un panorama sulla stazione e sugli slum. Di solito e' una delle zone piu' caotiche di Delhi, ma per fortuna alla domenica e' vuoto. Da qui in avanti si e’ nella citta’ moghul di Shahjanabad.
Terza tappa: mercatino della domenica di libri usati e nuovi di Chawri Bazar e Darya Ganj. E’ tempo di scendere dalla sella e di rovistare tra i mucchi di volumi tascabili e, a volte, anche qualche novita' appena uscita. E' una miniera di occasioni, soltanto che in bicicletta non ci si puo’ caricare troppo. Vicino a un vecchio cinema si fa sosta per un rabri-faluda, delizioso dolce al latte servito in un bicchiere con il ghiaccio, tipo granita. Un po’ piu’ avanti proseguendo la grande Bahadur Shah Zafar Road c'e' Jama Masjid, ma la giornata volge al termine ed e' ora di tornare. Inversione a U.
Quarta tappa: Complesso di Feroz Shah Kotla. E' una delle sette citta' di Delhi, Ferozabad, del 1300, ma e' decisamente poco conosciuta e battuta. Una destinazioni per intenditori. Ci sono i resti di un palazzo, una bella baoli e una moschea ancora in funzione che secondo le leggenda era la preferita di Tamerlano quando ha conquistato la citta’. Con l'aiuto di un ottimo e gentile custode, scopro poi una cosa fantastica: nei sotterranei dove c'erano le prigioni, ci sono angoli bui pieni di fiori, candele, incensi e fogliettini. Mi dicono che vengono qui a pregare i ''jinn'', gli ''spiriti’’ (secondo la tradizione sufi islamica) perche’ esaudiscano i loro desideri e problemi. (Leggi qui)‘’La citta’ dei jinn’’ e’ quella descritta da William Dalrymple in uno dei libri piu’ belli dedicati a Delhi. Da allora Dalrymple se ne e' innamorato e non e' mai piu' andato via.
Ritorno. Volendo fare una variazione c’e’ il laghetto del Purana Qila, con i suoi pedalo’, altro forte gemello sulla stessa linea del Forte Rosso e del Feroz Shah Kotla. Tutti (allora) erano sulle sponde del fiume Jamuna. Ma io proseguo perche' preferisco una sosta al Khan Market da Khan Chacha, lo specialista degli spiedini. Mi servono per affrontare l'ultima pedalata a casa ormai all'imbrunire.

Niente paura, a New Delhi ci sono ancora le vacche sacre

Tanto per rassicurare chi come il giornalista Federico Rampini tanti anni fa aveva annunciato la scomparsa delle vacche sacre a New Delhi, ecco questa foto scattata stasera al mercato di Vasant Vihar, i ''Parioli'' della capitale. Una mandria di giovani bovini passeggia davanti alla nuova sede della Yes Bank, che e' anche la mia banca per inciso, in cerca di un po' di spazzatura. Non si vede nello scatto ma a una ventina di metri c'e' il cinema Priya dove era stato messo il tappeto rosso per la prima di un film di Bollywood.
Vero e' che sono diminuite le mucche negli ultimi dieci anni e in particolare sono state fatte sparire durante i Giochi del Commonwealth dell'ottobre del 2010. Ma alcune resistono, anzi forse stanno tornando a dimostrazione di una citta' che non si piega facilmente alla cosiddetta modernita'. 

Bosone di Higgs, particella di Dio o di Satyendra Nath Bose?

Mi rendo conto soltanto ora leggendo i giornali degli scorsi giorni, quanto sono risentiti gli indiani per la faccenda del bosone di Higgs, la famosa ''particella'' di Dio scoperta dal Cern di Ginevra.

   Il fatto e' che il ''bosone'' e' stato scoperto da Satyendra Nath Bose, un fisico del Bengala che ha lavorato con Albert Einsten e che ha appunto dato il nome alla particella. Mentre l'attenzione mondiale e' stata puntata su Peter Higgs che forse avra' anche il Nobel per la Fisica, Bose e' rimasto dimenticato anzi ''invisibile'' come dice Newsweek.
   La stampa e la televisione indiana si sono lanciati a raccontare il personaggio e a celebrare Bose per il suo contributo essenziale alle teorie di Einstein. Le autorita' del Bengala Occidentale hanno deciso di intitolare una strada al loro concittadino morto nel 1974. Si e' poi scomodato anche il governo che ha perfino fatto un comunicato (vedi qui) per ricordare ''l'eroe dimenticato''.  Mentre in questo blog si scomoda addirittura il dio Shiva che - guarda caso - troneggia nella hall del Cern con la sua ''danza cosmica'' :  ecco qui

Back to Delhi, per fortuna non e' come Bangkok

   Sono tornata a Delhi. Come benvenuto il mio taxi, una sgangherata Ambassador, ha tamponato appena fuori dall'aeroporto. Un pazzo aveva attraverso la strada costringendo un altro taxi che ci precedeva a inchiodare di colpo. Non ci siamo fatti male, ma e' stata una bella botta. Il muso dell'Ambassador si e' accartocciato. Ma il tassista e' riuscito con il cric a sollevare la lamiera e a liberare la ruota che era bloccata. Una controllatina ed e' ripartito come se nulla fosse. Non aveva assicurazione. Ognuno paga i propri danni, mi ha detto.
   Back to India, terra dalle mille contraddizioni, ma tenace e paziente come un elefante. Sono contenta di essere tornata. La Thailandia non mi attira. E' un Paese affascinante e ricco di storia come l'India, ma si e' prostituito troppo. Mi sono chiesta piu' volte se davvero mai New Delhi potra' diventare come Bangkok. Perdere i propri ''jinn'' (spiriti) come la capitale thailandese ha ormai perso i suoi ''pii''. Spero tanto di no, anche se sembra che i palazzinari indiani non vedano l'ora di asfaltare tutto e sradicare inutili alberi. I nuovi shopping mall, i palazzoni, le mega strade fatte solo per le auto, sembrano suggerire che Delhi insegua il modello consumistico di Bangkok. Mi auguro davvero che non sia cosi', che scoiattoli e uccellini continuino a vivere davanti alle case.
Bangkok - Sexy shop ambulante davanti a negozio di materiale elettrico  
   Di sicuro non diventera' mai un bordello low cost per i vecchi sporcaccioni europei che vengono qui a cercare sesso e finti sentimenti. Invece di fare i nonni e stare con i loro nipotini e cercare di recuperare una briciola di valori umani nei loro Paesi, vengono a spendere le loro ricche pensioni (le ultime...) con le puttane thailandesi. Le quali ovviamente stanno al gioco e si attaccano come sanguisughe ai vegliardi rincoglioniti fingendosi pure innamorate. In tre settimane purtroppo ho visto molte scene patetiche di questi ''fidanzatini''. Mi e' stato detto che e' normale per le ragazze cercare guadagni alternativi anche se non sono povere in canna come le indiane. Come e' possibile che le famiglie thai permettano alle loro figlie di prostituirsi con vecchi bavosi e pieni di Viagra? Tutto e' iniziato con i bordelli per i reduci Usa in Vietnam, ho letto. Ma non mi basta come spiegazione.
   Girando per Sukhumvit, il popolare quartiere commerciale e residenziale, alla ricerca della casa di Terzani, ho visto decine di lupanari (i saloni di massaggio) con le ragazze fuori, sorridenti e ammiccanti. Non e' la zona a luce rosse, ma ormai l'intera citta' e' trasformata in un puttanaio, almeno sembra. C'erano anche degli occidentali soli, gli ''ex baby boomers'' miei coetanei, seduti fuori nei bar o sulle terrazze degli hotel inglobati nei centri commerciali. Mi sento ancora addosso lo sguardo laido e schifoso di alcuni di loro, abituati ormai a vedere ogni donna che gli passa davanti come un oggetto per il loro piacere. Probabilmente imbottiti di Viagra, o sex alcholic come si dice, sono forse l'esempio concreto del declino morale (e economico?) dell'Occidente. Forse esagero, ma questa e' stata la mia sensazione.

Non solo Indie 9 - Thailandia, la casa di Terzani a Bangkok c'e' ancora!

    Ebbene si', anche io sono andata in pellegrinaggio alla Turtle House di Tiziano Terzani. Dallo scorso anno e' diventato un ristorante, Lal Thai ("Thai Cuisine & Art Gallery'' recita il biglietto da visita),  ma senza perdere l'aspetto familiare di abitazione. E' davvero incredibile come un posto del genere, una villetta in legno con davanti uno stagno e una vegetazione lussureggiante, sia rimasto pressoche' intatto tra i palazzoni e i bordelli di Sukhumvit. Davvero un miracolo.
    Purtroppo  ci sono arrivata di lunedi', giorno della pausa settimanale. Ma penso sia diventato ormai meta di pellegrinaggio per i fans di Terzani. Vedendomi sostare fuori dal cancello,  alcuni hanno chiamato il giardiniere  (ma e' davvero ancora Kamsingh, di cui parla Terzani in un ''Indovino mi Disse''?) e come se fosse la cosa piu' naturale mi ha aperto la porta e mi ha fatto fare il giro dello stagno. Purtroppo non parlava inglese, ma mi sembra di aver capito che mi dicesse di chiamarsi Singh o qualcosa di simile... Ho visto perfino la tartaruga, ma era piccola, non quella enorme di Terzani. E' stato lui a batezzare la casa dove ha vissuto, credo dal 1990  fino al 1994, come ''Turtle House''.
    Ma non c'e' neppure un riferimento o un ricordo allo scrittore. Basterebbe soltanto una piccola targhetta o una fotina. Penso che uno dei gazebi dove vedo una tavola apparecchiata sia stato il suo studio (in un Indovino scrive: ''Essendomi costruito una stanza per lavorare dall'altra parte dello stagno, ero uno dei pochi abitanti di Bangkok che aveva bisogno solo di pochi secondi per andare da casa all'ufficio''). Mi sarebbe piaciuto cenare nella casa ''fatata'', peccato che il giorno avevo l'aereo per Delhi.

PS Arrivata a casa ho subito riletto le pagine di ''Un indovino Mi Disse'' dove parla della Turtle House. Il libro e' del 1995 e descrive le vicende del 1993, e' quindi probabile che sia stato scritto proprio qui ''....nella casa piu' bella e fatata in cui abbiamo mai vissuto, un'oasi di vecchio Siam in mezzo all'orrore del cemento''.
   La casa, con il suo ecosistema, e' anche oggetto di una saggia riflessione: ''Le vicende dello stagno, del giardino e degli animali erano una grande distrazione, ma anche la continua constatazione di quanto e' importante per l'uomo aver attorno a se' un po' di natura, osservarla, impararne la logica e goderne" . E poi va avanti a denunciare l'urbanizzazione eccessiva e come l'Asia ''pensa solo a diventare come l'Occidente, sta facendo terra bruciata intorno alla sua gente''.  Parole sacrosante.  


Non solo Indie 8 - Thailandia, 1.272 gradini per avvicinarsi a Buddha


    In una giornata di caldo umido mi sono fatta i 1.272 gradini del Wat Tham Sua, il tempio della ''grotta della tigre'', che sorge vicino a Krabi, e che e' uno dei piu' curiosi del sud della Thailandia. I monaci, ancora ora, vivono in spelonche in un anfratto di giungla che sembra uscito da Jurassic Park. Il tempio e' meta obbligata per i turisti di Krabi ed e' infatti frequentatissimo. Ma io ero da sola nella tremenda salita verso su un picco dove c'e' una ''orma di Buddha'' oltre che a un panorama mozzafiato e a una mega statua dorata del Buddha contornata da antenne dei telefonini (VEDI FOTO). Divinita' e operatori telefonici ormai sono una cosa sola.
    La scalinata e' mostruosamente ripida con gradini che a volte sono alti mezzo metro. Lentamente, contandoli uno per uno, ce l'ho fatta. E' stata come una lunga via crucis. In cima ho trovato un gruppetto di occidentali e una coppia di indiani. Dopo un po' - era il tramonto - e' arrivato anche un simpatico monaco (non ce ne sono molti di simpatici) a svuotare le cassette delle offerte. Mi sono chiesta se lo facesse tutte le sere. Anche con le nuvole il panorama era esaltante. Era come essere sull'aereo. Una panorama a 360 gradi l'avevo visto solo dai monasteri delle ''meteore'', quelle del nord della Grecia o forse dalla Sacra di San Michele, all'imbocco della Val di Susa. I monaci  stanno in alto per essere piu'  vicini al creatore?      
   Secondo la leggenda una caverna di questa fitta giungla,  nascosta da pareti verticali di roccia ricoperta di vegetazione, viveva una tigre. Come in altri templi della zona, si pratica diverse ''vipassana'' e altre forme di meditazione che prevedono un completo isolamento dal mondo. Per me e' bastata la salita a mettermi alla prova.

Non solo Indie 7 - Thailandia, gli eco mostri di Railay Beach

Me lo avevano detto di evitare Railay Beach, a Krabi, perche' devastata, non dallo tsunami, ma dall'aggressiva cementificazione. Io ci sono voluta andare lo stesso ed e' stato uno shock. Il problema non e' il sovraffollamento dei turisti che sbarcano ogni giorno con le ''tail boat'' da Ao Nang oppure dal piu' discreto e meno caro porticciolo di Nam Mao.
   Il problema vero sono i resort che ricreano a loro uso e consumo piccoli e brutti paradisi artificiali distruggendo i grandi e fantastici paradisi creati dalla natura. 
   Mi sono quasi messa a piangere vedendo il marciapiede di cemento che si snoda sull'arenile e tra le mangrovie di Railay Est (VEDI FOTO), dove sono arrivata con la barca, per circa mezzo chilometro fino a raggiungere un eco-mostro sull'estremita' della baia. L'insenatura e' circondata da un impenetrabile anfiteatro di rocce carsiche ricoperte da una folta vegetazione tropicale. Sull'altra estremita' invece dopo ristoranti e negozi (c'e' anche un ottico!) c'e' un enorme cantiere, come se dovessero tirare su' un grattacielo.
   Railay e' una penisoletta, una lingua minuscola di terra, a cui si arriva solo in barca e che si attraversa da lato a lato in due minuti. E' un vero bijou di Madre Natura, forse uno dei posti piu' affascinanti della Thailandia, per gli scogli, le grotte nascoste, la sabbia bianca e il mare cristallino. Una classica cartolina insomma. Cosa da mettere in un museo come fosse la Gioconda o il David di Raffaello.
   Invece per arrivare alla spiaggetta di Railay West, quella piu' scenica, con le rocce da arrampicare e la famosa grotta della principessa  indiana Phra Nang  (legata a una  leggenda popolare e piena di simboli fallici del dio Shiva), bisogna passare lungo un alto muro di cemento, per fortuna ricoperto di bambu', dell'enorme e invadente resort Rayavadee. Non contenti dello scempio, l'hotel ha pure costruito un brutto un muretto in spiaggia per separare i preziosi clienti dalla plebe che grazie-a -Dio ha ancora il diritto di usare il litorale. Un diritto che spero nessuno mettera' mai in discussione.

Ma la cosa piu' assurda sono i rumorosi trattori diesel con rimorchio che entrano in mare (dove forse c'erano i coralli!!!!!) per deporre i turisti sulle barche senza che si bagnino i piedi (VEDI FOTO).  Manca infatti un pontile e le imbarcazioni non possono arrivare a riva quando c'e' bassa marea. Non potevo credere ai miei occhi. 
Ancor piu' drammatico e' che nessuno si rende conto dello scempio generale di Railay, anzi ho perfino trovato dei cartelli   che inneggiano alla sostenibilita' ambientale in mezzo al delirio di cemento. Che tristezza.  

Non solo Indie 6 - Thailandia, famiglia francese in giro del mondo!

    Stasera mi trovavo al ''night market'' di Krabi, quello davanti al fiume, quando ho visto una famigliola di francesi, una coppia e due bambini con degli amici. Erano in attesa di un pancake alla nutella da un ambulante. Il tipico e buonissimo ''street food'' di cui vado pazza a tal punto che dopo due settimane di Thailandia non ho ancora messo piede in un ristorante.
    Aspetto il mio turno, ordino anche io un pancake, lo prendo, pago e mi metto a mangiarlo seduta sul motorino in strada. E' li' che vedo i francesi entrare in un grande camper Laika posteggiato proprio di fianco a me. Su una fiancata c'era un disegno di una famiglia con la scritta ''Akili family world tour''. Poi l'indicazione di un sito: http://www.akilifamily.com/
 
    Li' per li' pensavo fosse una marca di un tour operator. Poi per curiosita' ho controllato sul web con il telefonino e ho scoperto di aver incontrato una famiglia in tour mondiale per tre anni. Straordinario!!! Peccato davvero non averci parlato. Prima che realizzassi che era davvero la famiglia che avevo visto, erano gia' partiti... L'unica cosa che ho fatto e' di scrivere loro una mail e chiedere di ricevere la loro newsletter!

Non solo Indie 5 - Thailandia, i connazionali di Koh Yao Noi

    Mi era capitato nella finale dei Mondiali del 2006 di essere a Leh, in Ladakh, a 3.500 metri di quota e di ritrovarmi a fare festa con gli unici 4 o 5 italiani presenti.       
   Questa volta invece la finale degli Europei l'ho vista nell'isoletta di Koh Yao Noi. A ormai notte fonda, quando tutti i 3 mila isolani dormivano gia'  sonni profondi , l'appuntamento era davanti all'unica televisione accesa in un baretto sulla strada che era anche la camera da letto della coppia di proprietari. Sull'isola c'erano al momento quattro italiani, ma all'1,45 (il fuso orario...) siamo sopravissuti solo in due, io e Grabriele, un esperto viaggiatore solitario come me.  Oltre ai proprietari del locale, c'erano altri due o tre isolani sonnambuli e amanti del calcio.
    Il segnale ogni tanto si indeboliva, ma qualcuno si alzava e andava fuori a toccare qualche cavo. Il telecronista thailandese  metteva l'accento al fondo dei nomi dei giocatori e non pronunciava le erre con effetto comico.
     La partita e' andata come e' andata. Dopo i primi due goal, il piu' anziano se n'e' andato rivolgendoci uno sguardo di compassione. Si sa che per i thailandesi fare brutta figura e' la peggiore cosa che possa capitare.
    Dicevo prima dei quattro italiani su Koh Yao Noi. Gli altri due sono ''residenti''. Una e' Manuela,  la proprietaria del Sebai Corner,  splendido angolo intatto di giungla, che e' sposata con un thailandese e ha messo da tempo le radici (e figli) in questa isola. E' come stare in un ''resort'' al costo di una pensione low cost. I bungalow in legno di tek sono fantastici (io stavo in quello della foto qui sopra), cosi' come lo sono la veranda sulla baietta omonima di Sebai e il ristorantino. Manuela gestisce perfettamente il locale, uno dei superstiti della mia Lonely Planet di annata 1999. In piu' cerca anche di fare qualcosa per l'ambiente, per esempio usare bottiglie di vetro per l'acqua.
E' lei che mi ha parlato dello sfruttamento irresponsabile dei resort che spianano la giungla, la rimpiazzano con verde artificiale e in piu' sfruttano anche la manodopera a basso prezzo birmana. E poi mettono l'etichetta ''eco resort''. Di Manuela parla anche un curioso libro reportage ''Farfalle sul Mekong" del giornalista Corrado Ruggeri (1994), anche questo ormai archeologia turistica. Dice che il Sebai Corner era accessibile soltanto da una strada sterrata! Ora e' circondato da lussuosi resort e ristoranti chic gestiti quasi tutti da stranieri.
L'altro italiano, invece e' piu' giovane sia di eta' che di esperienza. Romano Frosio,  un biondo trentenne, e' arrivato tre anni fa e ha aperto La Luna, trattoria italiana con forno a legna a qualche chilometro dal Sebai Corner, diventata ovviamente la piu' apprezzata e gettonata dell'isola. Capelli lunghi e stile alla Di Caprio (The Beach), si muove perfettamente a suo agio tra i thailandesi. Lascia intendere che ha deciso di mollare tutto e cambiare radicalmente vita. La sua e' una sfida insomma che tanti italiani forse vorrebbero fare e non hanno il coraggio. E lo ha fatto da solo, senza aiuto, forte soltanto della sua esperienza maturata in altri locali in India e Thailandia come dipendente. Quando l'ho incontrato stava mettendo in sesto il locale, chiuso per ferie (adesso e' bassa stagione). Mi ha parlato di come si e' innamorato della Thailandia, quando a 16 anni e' sbarcato a Ao Nang, la spiaggia di Krabi, a un'ora da Koh Yao Noi.
Anche lui come Manuela conservano ricordi nostalgici di posti bucolici in Thailandia che non esistono piu' per l'invasione del turismo di massa, del cemento e dell'industria del divertimento. Per quello forse entrambi hanno scelto Koh Yao Noi, ultimo paradiso tropicale al riparo da bordelli e dagli pseudo eco-resort.

Non solo Indie 4 - Thailandia, il paradiso di Koh Yao Noi

Se non vi interessano i famigerati bordelli tailandesi, Koh Yao Noi e' l'isola che fa per voi. Ci sono arrivata per caso, perche' sono diretta a Krabi, il paradiso dell'arrampicata sul mar delle Andamane (costa ovest) e se ci vai via mare, e' esattamente a meta' strada.
Prendendo una long tail boat (le tipiche barche dalla ''lunga coda'' e con una elica del motore esterna quasi orizzontale) si arrivava a Koh Yao Noi in un'ora dal Phuket (Bang Roh Pier) e dopo una breve sosta alla gemella Koh Yao Yai.
Siccome ho caricato in barca anche lo scooter e' stato facile esplorare subito l'isola. Il giro completo, una ventina di chilometri, non e' possibile perche' l'estremita' settentrionale e' un promontorio roccioso tipico della baia di Phang Nga. In pratica qui le isole sono degli spuntoni di roccia con un pezzetto di jungla, una spiaggetta e spesso una laguna al centro. Dei micro paradisi tropicali insomma, come l'isolotto di Koh Du Yai nella foto.  Uno di questi ''faraglioni'' e' famoso come ''James Bond Island" per un film del 1974, l'Uomo dalla Pistola d'Oro, della famosa serie dell'agente segreto di Sua Maesta'. Un'altra isola Phi Phi, e' invece arcinota per ''The Beach'' con Di Caprio, oltre che per le vittime del disastroso tsunami del dicembre 2006.
Entrambe le destinazioni sono diventate troppo di moda per i miei gusti e quindi le ho evitate.
Koh Yao Noi, invece, e' rimasta abbastanza integra, nel senso che il turismo e' rimasta un'attivita' marginale rispetto all'economia dell'isola fatta di alberi di caucciu' (gomma) e di pesca dei granchi. Ci sono resort, ma molto discreti. L'isola e' mussulmana, 3 mila abitanti, e quindi non c'e' una vita notturna tipica di Phuket. In questo periodo di ''bassa stagione'', con monsone di sud est che rende il cielo meno blu' e il mare meno limpido, non c'e' quasi nessun turista. Pace e tranquillita' assoluta.
Cose da fare? Camminate nella giungla tra le piantagioni di caucciu' e l'odore forte del lattice che viene pressato in specie di tappetini. Nuotate al largo, meduse permettendo, in un mare quasi sempre piatto (niente snorkelling pero'). E escursioni in kayak nelle isolette vicino alla scoperta di spiagge bianche e anfratti rocciosi nascosti dove riposare osservando martin pescatori e pesci volanti....

Non solo Indie 3 - Thailandia, velisti per caso alla YachtPro

    Ho fatto un corso di vela nella scuola piu' ''vicina'' all'India tra quelle affiliate al circuito Issa (International Sailing School Association, un'associazione internazionale no profit che dovrebbe garantire un minimo di professionalita'). La scuola di chiama YachtPro ed e' situata in una insenatura di Phuket dove c'e' un porticciolo turistico chiamato Yacht Haven Marina, vicino all'aeroporto. E' stata fondata parecchi anni fa da un australiano, Rob Williams, ora un po' fuori forma fisicamente, e oltre a offrire corsi organizza charter con barche francesi di medio taglio Beneteau tra le isole.
    Il corso di base per principianti di tre giorni costa circa 500 euro. Nel tariffario e' previsto per due studenti, ma siccome non c'e' nessuno ora, mi e' stato fatto lo stesso prezzo anche se ero da sola.
La scuola e' considerata buona, anche se cara. Ma per quanto mi riguarda non hanno fatto per nulla una buona impressione. Ci sono pero' almeno tre premesse:
    1 La vela e' considerata come uno sport d'elite e quindi e' purtroppo circondata da un ambiente di buzzurri arricchiti. Invece dovrebbe essere accessibile a tutti e diffusa soprattutto nei posti di mare, a partire dai bambini
    2 Come altri sport che richiedono un alto grado di capacita' tecniche e attrezzatura specifica, tipo l'alpinismo, e' monopolizzata da ''addetti al mestiere'' di solito poco comunicativi che difficilmente scendono dal loro piedistallo per far partecipi i ''comuni mortali'' delle loro presunte (o reali) conoscenze.
    3 La supponenza e l'arroganza di questi ''stregoni'' di fiocchi, rande e scotte si unisce al ''celodurismo'' maschile. Il mondo degli skipper e' ancora molto ''macho'', come quello dei motori o forse anche di piu'. Decisamente una donna al timone e' piu' sospettosa che una donna al volante.
    I tre punti elencati sopra hanno fatto si' che i super skipper della Yackt Pro, di sicuro gente frustrata perche' gli tocca veleggiare a Phi Phi Island invece che doppiare capo Horn, mi abbiamo trattato come una povera pazza in menopausa che voleva apprendere la vela invece di starsene sul lettino a sdraio di un resort.
    Quindi mi hanno dato uno ''pseudo istruttore'' americano appena arrivato, che ne sapeva meno di me, e che non conosceva affatto la barca e neppure la baietta dove fare lezione. Risultato: durante la bassa marea del mattino ci siamo incagliati per ben due volte in due giorni in una zona di secche non segnalata, perdendo un sacco di tempo. Mentre la prima volta ci siamo disincagliati perche' la marea saliva, la seconda volta e' intervenuto lo skipper ''vero'', un inglese, che all'inizio del corso mi aveva affidato al suo aiutante non volendo perdere ovviamente il suo tempo prezioso con me nonostante la ''barca di soldi'' che gli ho dato. Mostrando la sicurezza tipica del ''celodurista'' ha ammainato le vele e poi ha cercato di inclinare la barca salendo sul boma di traverso. Ma non e' servito a nulla e quindi ha poi chiamato un canotto dal porticciolo che ci ha agevolmente portato fuori dalle secche.
    Dopo questa disavventura, forse preso da vergogna per tanta incompetenza, il terzo e ultimo giorno del corso si e' presentato lui stesso, lo skipper numero uno. Tutto e' filato liscio e io finalmente ho imparato qualcosa. Anche se, va aggiunto, ha tenuto le vele accorciate con  due mani di terzarolo, nonostante la brezza leggera, per non faticare troppo. E forse anche perche' la barca, una Swarbrich S-80 vecchia di una ventina di anni se va bene e veramente maltenuta, forse non avrebbe retto. Mentre le altre barche ormeggiate con la scritta YachPro, usate per i charter, erano in condizioni perfette e - con con cime morbide che non ti spellavano le mani - l'S80 che hanno usato per me, era in condizioni scandalose anche ai miei occhi di novizia del mare. Nel secondo giorno del corso lo pseudo istruttore ha tagliato con un coltello un garroccio della randa perche' rimaneva ''bloccato'', gli strozzascotte erano rigidissimi e le cime ormai consumate.
    Insomma, la sensazione e' che YachtPro sia una buona scuola, ma di sicuro a me hanno riservato un trattamento pessimo. Perche'? Forse ero da sola, forse ero donna o semplicemente non ero da prendere in considerazione visto che neppure sapevo cosa era il jib (fiocco) o il tacking (virare) dato che ero all'oscuro dei termini nautici in inglese. Ma mi e' bastata una sera per memorizzare le parti della barca, vela, manovre e andature. Purtroppo per loro.

Non solo Indie 2 - Thailandia, tesori nascosti di Phuket

Ho scoperto un nuovo passatempo che volendo puo' diventare anche un ramo dell'antropologia culturale. E' l'archeologia turistica. Si prende una Lonely Planet vecchia di 10 o 20 anni e poi si va a vedere quello che e' rimasto. Alla scoperta delle civilta' perdute nel cemento, confini chiusi da guerre, autostrade al posto di sentieri di campagna e ex jungle trasformate in resort.
La mia Lonely della Thailandia e' del 1999, fine millennio, e' utile per gli storici. Ma - e qui e' il bello - qualcosa rimane. E in quel caso allora e' davvero una scoperta della Shangri-La' perduta. Devo ammettere che in India, dove tutto va piu' piano, non c'e' poi una grande differenza a viaggiare con guide vecchie di decenni, spesso neppure i prezzi cambiano. Ma per Phuket il 99% e' storia.
Cercando con il lumicino, ho trovato pero' la chicca. E'  Ao-Sane, una manciata di vecchi bungalow su una spiaggetta minuscola, molto ''vintage'' si direbbe. I bungalow sono pieni di termiti, con tubature che perdono e le pareti scrostate (foto).
Ma il posto e' magico. E' al fondo della spiaggia di Nai Harn (o Nai Han), quella dove c'e' un grande monastero buddista, la piu' bella di Phuket. Non e' facile arrivarci. La strada entra dentro un lussuoso resort, Le Royal Meridien Phuket Yacht Club, ci  passa letteralmente sotto dalla parte delle cucine e poi dopo 100 metri sbuca fuori con i portieri in livrea che ti salutono. Ancora 300 metri di stradina in salita e poi si arriva nella baietta di Ao-Sane.
Ovviamente nessuno ci penserebbe mai ad attraversare il resort (anche se la Lonely lo dice) e quindi e' una perla nascosta. Adesso e' bassa stagione e io ero da sola. Dopo la spiaggetta ci sono altri bungalow piu' nuovi e un sacco di rocce pieni di coralli. Un acquario davanti a casa, insomma, dove ogni mattina in apnea e con la maschera mi divertivo a inseguire pesci palla e pesci pappagallo.

Non solo Indie 1 - Thailandia, ma ce l'hanno con gli indiani?


     Sono sempre un po' restia ad andare nel Sud Est asiatico per via del massiccio sviluppo di quelle che un po' di tempo fa erano definito le ''Tigri asiatiche'' e anche - lo ammetto - perche' conosco poco o nulla di quelle civilta'. Spinta dall'insano desiderio di darmi alla vela, sono venuta in Thailandia. 
    Vedere Bangkok e' per me immaginare New Delhi come lo sara' tra una decina d'anni o forse piu' (dipende dalla politica di Sonia Gandhi) meno i bordelli naturalmente. Non penso infatti che l'India diventera'  mai una destinazione per il turismo sessuale.

In attesa di un bus per le isole meridionali, ho alloggiato nel ''ghetto'' dei turisti fai-da-te di Khao San, nella parte storica e anche la piu' divertente, oltre che comoda. Orde di ragazzi stranieri, soprattutto anglosassoni, qualche francese e italiano. A un certo punto ho visto anche un gruppo di giovani indiani e qui ho assistito a una scena sorprendente di intolleranza, abbastanza rara per gli standard asiatici.          
   Avevo appena ordinato un involtino primavera in una bancarella quando si e' avvicinato un gruppo di indiani. ''It is veg? '' ha chiesto una ragazza indicando un vassoio con gli involtini. ''Yes'' ha detto il venditore. La ragazza lo ha guardato sospettosa e poi ha di nuovo indicato l'involtino. ''No meat inside, are you sure?'' ha chiesto con un tono spocchioso che ha visibilmente irritato l'ambulante. Il quale le ha risposto secco con il poco che sapeva d'inglese: ''There is beef...''. Come se avesse visto il diavolo in persona, la ragazza ha fatto un passo indietro ed e' corsa via spaventata. Ho guardato il negoziante che mi ha fatto un sorriso birichino e poi mi ha detto: ''dont worry, only veg...''.
     Mi sono quindi chiesta quale reputazione godano gli indiani in Asia. Per esempio qui i cinesi sono perfettamente integrati, almeno sembra, a tal punto che hanno colonizzato parte del Paese. Forse perche' gli indiani non hanno occhi a mandorla? Non sono buddisti? Ho la netta sensazione che siano meno tollerati degli stranieri....


''Dada'' Pranab sale al Rashtrapati Bhawan, grazie a Sonia

Se c'era ancora bisogno di una prova che Sonia Gandhi, la leader del partito indiano del Congresso e' ancora saldamente in sella, ebbene questa e' arrivata dalla scelta di Pranab Mukherjee come prossimo presidente della Repubblica indiana. La carica e' altamente simbolica, ancora di piu' di quanto non lo sia nell'ordinamento italiano. In cinque anni di mandato, l'attuale presidente Pratibha Patil, prima donna a capo dello Stato indiano, raramente si e' fatta sentire dal suo domicilio dorato del Rashtrapati Bhawan, il maestoso ''campidoglio'' circondato da un immenso parco che domina il quartiere ex britannico di New Delhi. Forse e' anche per questo basso profilo che la Gandhi non l'ha riproposta.
   Ha invece tirato fuori dal cilindro il nome del 76enne Mukheerjee, ministro delle Finanze e fino al 2008 ministro degli Esteri, suo braccio destro, ''pompiere'' nelle crisi politiche e anche dato - a un certo punto - come candidato premier nelle elezioni del 2014. Ma il destino ha riservato a ''Dada'' (zio paterno in hindi) come lo chiamano i colleghi di partito un posto meno impegnativo in cui potra' godersi la fine della sua lunghissima carriera, iniziata a fianco di Indira Gandhi.
   Per imporre il suo nome, Sonia si e' battuta come una leonessa e alla fine l'ha spuntata sugli alleati ribelli. Non e' riuscita a piegare soltanto la solita ''bastian contraria'' di Mamata Banerjee, la leader dei contadini di Calcutta e fustigatrice dei comunisti bengalesi. Didi (sorella maggiore)  ha puntato i piedi e ha detto di no a Dada.
   Ma sembra che Pranab abbia comunque i voti (parlamentari nazionali piu' quelli degli Stati) per essere eletto il 19 luglio.
   Dopo una giornata di consultazioni, con ''macchine blu''' che andavano avanti e indietro da una sede di un partito all'altra,  una Sonia visibilmente soddisfatta ha annunciato il candidato Mukherjee che si vedeva che era al settimo cielo. A fianco il solito inespressivo Manmohan Singh, che domani parte al lavoro per l'America Latina (G20 e Rio+20) e  a cui adesso tocca anche il compito di occuparsi del ministero delle Finanze - poltrona bollente di questi tempi -  in attesa di trovare un sostituto.

Tesori nascosti di Delhi, la moschea Khirki

   New Delhi continua a stupirmi anche dopo tanto tempo. La zona di Saket, a sud, e' diventata popolare soprattutto per il primo shopping mall, Citywalk, a cui se ne sono aggiunti altri tutti attaccati con cinema, ristoranti, alberghi e disco bar. Insomma un quartiere del divertimento affollato dalla middle class. Al sabato e domenica c'e' un vero e proprio assalto.
   Ecco, proprio davanti a Citywalk c'e' un villaggio che si chiama Khirki e che faceva parte della citta' di Jahanpanah, quarta citta' di Delhi (ce ne sono sette) fondata nel XIVsecolo dalla nevrotica e combattiva dinastia persiana dei Tughlaq che poi hanno costruito anche la ''quinta citta''' di Tughlaqabad per poi abbandonare anche questa in pochi anni.

   Mentre di Tughlaqabad rimane ancora un imponente forte (sulla strada verso Badarpur), di Jahanpanah (''rifugio del mondo'' in persiano) non c'e' piu' nulla. O quasi. Ci sono delle mura che si vedono andando allo shopping mall e appunto nel villaggio di Kirki una straordinaria moschea che sembra un fortino. E la moschea di Khirki appunto (khirki e' finestra). Per fortuna e' in buono stato anche se e' completamente circondata da costruzioni. Si respira una forte aria mediovale all'interno, con lunghi colonnati e archi gotici (VEDI FOTO)  che sorreggono una serie di cupole. C'e' un cortile interno aperto, molto strano per un luogo di preghiera. Se si sale sul tetto, l'effetto e' ancora piu' intrigante tra le ''bolle'' delle cupole.
La mia scoperta non e' casuale. Sono debitrice di un libro di Swapna Liddle, studiosa che organizza le camminate alla scoperta dei monumenti per conto dell'associazione Intach che si occupa di recupero del patrimonio storico.
Il libro che si intitola semplicemente ''Delhi, 14 Historic Walks'' mi ha fatto pensare che sarebbe bello avere una guida di Delhi che unisca queste informazioni storiche e tutti gli altri 'tesori nascosti'' della citta' ad uso dei turisti che vedono Delhi sono come un punto di arrivo e partenza per i viaggi in India. Ci pensero' e il blog potrebbe aiutarmi.