ALLE SORGENTI GANGE/4 - Verso Yamunotri tra le foreste di cedri himalayani


Oggi ho viaggiato quasi tutto il giorno fino alle 16 quando puntuale sono arrivati i nuvoloni da nord e si sono aperte le cateratte del cielo, ma per fortuna avevo gia’ trovato una camera nel villaggio di Kharadi, a un paio di ore da Yamunotri, le sorgenti del fiume Yaumuna, la prima delle quattro tappe del pellegrinaggio del Char Dham. La giornata e’ stata decisamente intensa, provo a sintetizzarla per punti.

- Non oso pensare quanta gente era stipata nell’hotel per la notte che e’ stata brevissima visto che gli ultimi sono arrivati a mezzanotte e alle 4 erano gia’ svegli. Dal fracasso e dal continuo bussare alla mia porta per dirmi di fare in fretta, penso sia stato un gruppo che credeva di essere di avere l’albergo tutto per se…. Quando tutto era silenzio sono uscita dalla mia tana e senza neppure fare colazione, ho lasciato senza rimpianti il paese.

- La pioggia di ieri sera ha lasciato spazio a un cielo strepitosamente blu’. Perfetto per viaggiare e per fare foto. Prima di fare colazione gia’ ne ho scattate una ventina al Gange che e’ e’ ancora imprigionato dalla diga di Tehri, ma molto piu’ piccolo.

- A colazione, o meglio una delle colazioni, perche’ mi fermo continuamente per far riposare il motore e per scattare, incontro un signore di Chennai, che non sa l’hindi e che e’ in visibile difficolta’ con i locali. E’ a meta’ del Char Dham, ha fatto Yamunotri e Gangotri, gli mancano Badrinath e Kedarnat.

- Per mia gioia e quella del piccolo motore dell’Honda Activa la strada scorre a valle dove finalmente costeggio il Bhagirathi (cosi’ si chiama il Gange a monte) che ha assunto l’aspetto di un normale torrente di montagna dalle acque bianche. Se non fosse per I contadini che arano con aratri di legno trainati dalle vacche, potrebbe essere la Dora Baltea in valle d’Aosta.

- Poco dopo Dharasu c’e’ il bivio, da una parte si va alle sorgenti dello Yamuna e dall’altra a quelle del Gange. Seguo il primo e mi ritrovo su una strada da asfaltare che mi costringe ad andare ai 10 all’ora.

- Entro nella vallata dello Yamuna, che vedo in basso, un rigagnolo argentato. Penso a come si reduce quando passa dietro il Taj Mahal e poi attraversa New Delhi.

- A un certo punto la strada si arrampica in una pineta odorosa, sono cedri dell’Himalaya (‘’deodar’’, albero di dio, dal sanscrito, vedi qui ). La strada e’ ricoperta di aghi e alla base dei lunghi tronchi dritti ci sono dei barattolini per raccogliere la resina che - pesno- sia usata per scopi farmaceutici e in particolare come repellente per gli insetti. Ragazzini lungo la strada vendono delle pigne secche enormi.

- La strada qui e’ puntellata di posti ristoro con bandierine colorate, sono baracche di fortuna ricoperti di teloni di plastica. Quando un bus di oellegrini si ferma c’e’ l’assalto al ‘’chai’’ e qualsiasi cosa di commestibile. Per fortuna hanno messo delle toilette chiuse ai bordi delle strade, per le donne soprattutto.

- Dopo Barkot, mi ferma la ‘’polizia turistica’’ che registra il mio nome su un librone chiedendomi di compilare anche lo spazio per i commenti, tipo su come e’ stato il viaggio, gli hotel, il clima (?!?). C’e’ un poliziotto, Rahul Chauhan, burlone e simpatico, che si fa fotografare con I miei occhiali da sole e che dice che una poliziotta che ha il suo stesso nome e’ sua moglie.

- La strada e’ di nuovo brutta, ci sono dei lavori in corso. Decido di mollare, ho paura che il povero scooter non regga oltre e poi c’e la pioggia imminente. Prendo una camera con presunta ‘’vista’’ sull’Himalaya e sullo Yamuna, che non c’e’ ovviamente, se non da un balconcino esterno. Non c’e’ elettricita’, ma neppure ieri dove mi sono fermata c’era. Quando arrivano i primi pellegrini, partono I generatori, sotto la mia stanza. Come ieri sera, l’assalto arriva verso le 20 quando decine di bus arrivano tutti insieme. Faccio amicizia con un albergatore. Sta aspettando 85 persone del Madhya Pradesh che hanno prenotato tre mesi fa… e che deve stipare in 17 stanze.

ALLE SORGENTI GANGE/3 – La ‘’nuova’’ Tehri e l’impatto con i pellegrini


Nell’incrocio principale di New Tehri, costruita al posto della vecchia citta' ora sommersa sotto il Gange, c'e' un monumento sferico che somiglia a un pallone da calcio. Ho chiesto a due tre persone, ma tutti mi hanno detto che e' per ''decorazione''. Il bello e' che dietro il pallone c'e' un mercato coperto che - giuro - ha la stessa forma di una cattedrale, tipo quelle goane, con una maestosa scalinata davanti. Ho chiesto se per caso era una vecchia ''chiesa'' (so la parola in hindi, e' girja ghar), ma lo hanno categoricamente escluso.

A parte le stranezze architettoniche, i poveri sfollati di Tehri non so se ci hanno guadagnato. Non so come era prima di sprofondare sotto il fiume Bhagirati, ma la sua nuova gemella a quasi mille metri piu' in su e' un orribile ammasso di cemento. Il tentativo di riprodurre la vecchia Tehri, gloriosa capitale del regno medioevale di Garhwal (vedi qui), non deve essere riuscito molto bene, nonostante la relica di una torre campanaria che era il simbolo della citta’.
Un ragazzo che era alla reception del mio hotel, uno di questi parallelepipedi di calcestruzzo con i lavandini nuovi ma senza tubo di scarico sotto, mi ha detto che ''30% e' contento, ma il 70% non lo e' affatto e preferiva stare a Tehri, che con la sua posizione strategica alla confluenza di due fiumi era il centro nevralgico della vallata. Lui aveva un ristorante prima.

Le proteste non ci sono piu' e nemmeno non c'e' traccia, ma tutti conoscono Sunderlal Baguguna, anziano pacifista e ecologista che si era battuto contro il progetto e che ancora oggi e' l'ispiratore delle battaglie contro le dighe. Abita con la moglie a Koty Colony, uno dei pochi villaggi risparmiati dalle acque. Dalla sua casa, c'e' una splendida vista dell'enorme bacino idroelettrico da cui spunta un’’’isola’’, la sommita’ di una collina dove si vedono i resti di un tempio e un palazzo storico. Una inserviente mi ha detto che era a Dehradun dove ha l'ufficio, ma sono riuscita ad avere un contatto.

Lasciandomi alla spalle la diga e il suo impressionante bacino lungo 50 chilometri, uno dei piu' grandi al mondo, mi sono addentrata nella vallata verso il corso superiore del Baghirati. La strada passa sulla cresta, non a valle e quando scende un poco, mi diverto a spegnere il motorre per sentire il silenzio della vallata.Ci sono pochi mezzi, solo bus e jeep di turisti.

Ma a causa di un temporale, che gia' si annunciava fin dal mattino, mi sono fermata prima del programma a Chamm e ho fatto il mio primo incontro con gli yatri. Il gestore dell'hotel, altro casermone, me lo aveva detto, ‘’aspetta due ore e vedrai cosa succede’’. Sono scesa a mangiare e mi sono accorta che praticamente ogni superficie disponibile e' stata occupata dai pellegrini. Nel ristorante e reception ci sono decine di corpi avvolti nelle coperte. Sembrano sfollati a qualche enorme catastrofe. La strada fuori e’ bloccata da decine di autobus in doppia e tripla fila. Ho parlato (a gesti perche' non parlavano ne' hindi ne' inglese ma solo marathi) con un gruppo che arrivava da Puna e che aveva appena completato il char dham in otto appena giorni giorni....Mi sento in colpa, io da sola a occupare una stanza dove c'e' un letto matrimoniale e un altro singolo....

ALLE SORGENTI GANGE/2 - Tehri, la citta' sommersa


Pensavo di seguire il Gange, che piu' a monte prende il nome di Bhagirati, invece la strada verso le sorgenti sale sulla montagna dietro Rishikesh e dopo una settantina di km di tornanti si ricongiunge con il fiume a Tehri, la citta' sommersa dall'omonima diga.

Appena inizia la salita, compaiono anche i famosi cartelli stradali gialli della Bro (Border Road Organization), cantonieri stradali spiritosi che hanno disseminato l'Himalaya di rime curiose sulla sicurezza stradale. In questi anni di peregrinazioni ho una discreta collezione di street board che oggi ho arricchito con nuovi slogan, tipo ''Licence to drive, not to fly''. In piu' mi sono messa a fotografare anche quelli in hindi, almeno quelli che riuscivo a tradurre.

La salita e' stata graduale, ho raggiunto i 1600 metri di Chamba, su un cucuzzolo, e poi giu' a Tehri, storica citta' sede di un regno indiano e centro di commercio dell'India britannica, oltre che punto di confluenza di due tributari del Gange. In realta' pero' Tehri non esiste piu' dal 2006 quando circa 100 mila abitanti sono stati evacuati nei punti piu' alti della profonda vallata dove oggi sorge New Tehri. Le autorita', come risarcimento hanno costruito delle casette a schiera, da lontano sembrano le colonie ebraiche.

Arrivando da Chamba si vede, lontanissima, sul fondo la macchia azzurra intenso del bacino profondo oltre 260 metri formato dalla diga che e' una delle piu' grandi in Asia, ma anche quella piu' controversa. (se volete saperne di piu', cliccate qui)A parte il danno ecologico, il problema sembra essere l'alto rischio sismico della zona. L'enome riserva d'acqua e' utilizzata per produrre elettricita' destinata a New Delhi, ma anche per irrigare le campagne sottostanti.

Gli oppositori, protagonisti all'epoca di scioperi di strenui scioperi della fame per fermare lo scempio ambientale, denunciano il prosciugamento del Gange, fiume sacro. Altre dighe sono in costruzione piu' a monte e le proteste continuano ancora ora. So che al Jantar Mantar di Delhi e' appena iniziato un nuovo digiuno degli attivisti a cui si sono uniti anche gli indu-nazionalisti.

In effetti, mi fa un certo effetto pensare che negli abissi lago ci sia una citta' sommersa. Il bello e' quando ho chiesto a un poliziotto di un hotel, di cui ho letto nel libro Sacred Water (2001) di Stephen Alter (che si e' fatto a piedi il Char Dham). Tracciando con le mani una linea immaginaria mi ha detto: ''under water , madam''.

ALLE SORGENTI GANGE/1 - Rishikesh, new age e clacson selvaggio

In fuga dai 45 gradi di New Delhi, sono salita al nord verso l'Himalaya. Ho lasciato i liquami dello Yamuna per le acque limpide e ghiacciate del Gange, quando arriva in pianura prima di immergersi nel mare di umanita' piu' o meno disperata che vive ai suoi pieni. Tra cui mi ci metto anche io, ovviamente.

In treno c'era una famigliola di Mumbai, genitori e una coppia di bambini, molto loquaci, che dopo un viaggio di 30 ore finalmente raggiungevano Haridwar, uno dei luoghi sacri dell'induismo, dove avevano deciso di trascorrere la villeggiatura. Mi ricordava un po' quando ad agosto noi in Piemonte si andava in treno in Liguria con le borse piene di panini al salame e pinte di barbera, erano solo 3 o 4 ore di treno, ma c'erano scorte per una settimana.

Io pero' non mi sono fermata a Haridwar. Prendendo un bus, che sembrava un'ambulanza con un ferito gravissimo a bordo, tanto clascsonava e faceva zig zag nel traffico, dopo un'ora sono arrivata a Rishikesh, la citta' trasformata dagli stranieri in una sorta di luna park della new age. Hanno iniziato i Beatles nel 1968 e ancora oggi, me compresa, continiamo a inseguire il mito di un posto dalla natura incontaminata, con fachiri che meditano nelle foreste e la presenza aleggiante di Shiva sulle acque del fiume.

Purtroppo, a parte qualche ashram, la citta' e' sempre piu' sporca e caotica, oltre che totalmente sottomessa ai motori. Le jeep che portano su e giu' quelli che fanno rafting, gli autobus e le moto che passano a tutta velocita' i due ponti pedonali sospesi sul fiume, sono sempre piu' aggressivi. I canti dei devoti sono coperti da continui strombazzamenti, alla faccia della spiritualita'.

Ieri sera poi ho visto con orrore che hanno dato il via alla cementificazione della collina sulla riva sinistra. Lo era gia' degradata, ma rispetto a un paio di anni fa quando sono venuta l'ultima volta, ho notato che si sono moltiplicati gli hotel a quattro o cinque piani, con luci tipo Las Vegas e vetrate da business center. Anche io sono su questa sponda, in una vecchia guesthouse popolare tra i turisti stranieri, che si chiama Swiss Cottage e dove c'e' una vista favolosa.


Da qui partiro' per risalire il Gange, che vedo placidamente scorrere qui sotto. In un negozio pieno di Royal Enfield ho affittato un umile scooter da una signora che lo usa probabilmente per andare a fare la spesa. L'obiettivo, ovviamente ambizioso, e' di compiere il pellegrinaggio di Char Dham (le quattro sommita' sacre), che comprende Yamunotri, Gangotri, Badrinath e Kedarnath, le quattro principali sorgenti del Gange in quattro profonde vallate diverse vicine in linea d'aria ma a centinaia di chilometri si strada. E' un po' come andare a Lourdes o al Giubileo, forse di piu', chi compie questo tragitto nel verso giusto, in senso orario, quindi da Yamunotri, viene ripulito da ogni peccato...

I 150 anni dell'Unita' d'Italia visti da New Delhi


Grazie all'ambasciata e ad alcuni sponsor privati, anche gli italiani di New Delhi hanno festeggiato i 150 anni dell'Unita'. Stasera i 424 posti dell'auditorium Stein dell'Habitat Center erano tutti occupati per un mini concerto di alcune aria di famose opere, tra cui Rossini, Mascagni, Verdi, Puccini e Mozart interpretate da un trio composto dal maestro e pianista Alessandro Amoretti, dalla soprano Francesca Patane' e dal baritono Marco Chingari.

C'era piu' o meno tutta la comunita' degli espatriati, tra diplomatici, imprenditori, alcuni religiosi e connazionali di passaggio. Dai commenti generali e' stato detto che e' stata un'ottima performances, anche se con repertorio un po' difficile per un pubblico di non intenditori.

Ma per alleggerire i toni e rompere la formalita' ci ha pensato il tenore Chingari che a sorpresa ha invitato tutti quanti a cantare ''O Sole Mio''. Poi, a chiusura, l'Inno di Mameli, a grande richiesta dei presenti.

Adesso e' l'India a fare outsourcing negli Usa

A dieci anni dall'inizio del miracolo informatico indiano, che deve la sua fortuna al famoso Millennium Bug, il cerchio si chiude. Un po' come quando Ratan Tata si e' comprato la Jaguar, simbolo degli ex colonizzatori britannici.
I colossi dell'outsourcing, tipo Infosys e Wipro, hanno cominciato a 'delocalizzare'' negli Stati Uniti pescando mano dopera diventata ora a basso costo per via delle recessione.

In un'interessante inchiesta (vedi qui) dei giornalisti indiani rivelano i numeri dei nuovo fenomeno. Aegis (gruppo Essar) impiega gia' una decina di laboratori negli Usa con circa 5 mila informatici americani a libro paga e pensa di assumerne 10 mila in tre anni. Infosys, azienda simbolo del boom dell'high tech indiano intende impiegarne 1.500 entro il prossimo anno. Idem per TCS (gruppo Tata) e Wipro, gli altri due colossi dell'outsorcing che hanno i loro principali clienti proprio negli Usa.

Il verbo ''bangaloored'', coniato per gli ingegneri Usa licenziati dai loro manager che avevano scoperto i ''cyber coolies'' indiani, e' gia' fuori moda.
Gli indiani non usano il termine outsourcing ma ''assunzione locale di personale'' , una manna per i disoccupati americani disposti a lavorare a salari ''indiani''. Il fenomeno non e' solo ristretto agli Stati Uniti. Infosys ha annunciato qualche giorno fa un maxi investimento per aprire un campus a Shangai per 8 mila informatici, cinesi ovviamente.

Buddha, nuovo patrono della Formula Uno

Ma come si fa a dedicare un circuito di Formula Uno a Buddha? E' quello successo per il tracciato di Greater Noida dove il 30 ottobre e' previsto il primo Gran Premio dell'India. Lo hanno chiamato Buddh International Circuit perche' la zona di Greater Noida dove sorge, una volta bucolica localita' rurale, si chiama Gautam Buddha Nagar (letteralmente ''quartiere di Gautam Buddha, dal suo cognome Siddharta Gautama).
Chissa' magari c'e' passato da quelle parti all'epoca del suo peregrinare in India.
Ma ritornando alla F1 e alla nostra civilta' dei motori, ma come e' possibile dedicare una striscia di puzzolente asfalto su cui rombano costosissime auto a folle velocita' a un monaco che simboleggia la purezza e la pace dello spirito?

Il tracciato inserito in una ''Sport City'', costruito dal colosso delle costruzioni Jaypee, gia' e' minacciato a poche centinaia di metri da una rivolta dei contadini contro l'esproprio delle terre da parte del governo dell'Uttar Pradesh...la vendetta del Buddha?

Puttaparthi, terra di prestigiatori, dalla vibhuti al portafoglio


Avrei dovuto capire subito che a Puttaparthi sono lesti di mano. I trucchi del Sai Baba con la vibhuti, la cenere che materializzava dal palmo delle mani, sarebbe un gioco di prestigio, secondo molti. Ovviamente se lo si chiede ai devoti giurano che non c'e' nessun trucco.
Non lo so. Anche nello scoperchiamento del Santo Sepolcro a Gerusalemme ci potrebbe essere qualche illusionista...
Fatto sta che il pomeriggio prima del funerale del famoso guru, ero nell'ashram e stavo scattando fotografie - pensa un po' - a un cumulo di terra ''sacra'' che sarebbe servita per la sepoltura prevista al fondo della sala, nel punto in cui si ''esibiva'' davanti ai suoi fedeli.
Voila', una mano veloce ha tolto dalla mia borsa un voluminoso portafoglio, di quelli con tutte le tasche e taschine, pieno zeppo di carte, soldi, passoporto, patente e ogni tipo di documento originale e fotocopiato. Volatilizzato e mai piu' materializzato.
Sono rimasta solo con la mia tessera stampa al collo e 200 rupie in fondo alla borsa.
Solo dopo ho capito il ghigno beffardo del Sai Baba (vedi foto) di un grande dipinto attaccato alla parete davanti al tavolo dove scrivevo le mie corrispondenze...Ben mi sta.

E' Pasqua, Sai Baba e' morto e io sono a Puttaparthi

A tempo di record, sono arrivata stasera tardi a Puttaparthi, un ex villaggio agricolo in una parte remota dell’Andhra Pradesh, diventato famoso per il Sathya Baba. Il famoso santone con i capelli alla Jimmy Hendrix ‘’non c’e’ piu’’’ come dice la gente qui con gli occhi rossi e il viso stanco, probabilmente dalle continue veglie dei giorni scorsi.

Una ragazza, con cui ho diviso il taxi dall’aeroporto di Bangalore, mi diceva un po’ invasata ‘’voglio andare da lui, sto contando ogni secondo, ma non so se avro’ ancora le lacrime per piangere. Lavora alla Tata Motors come ingegnere, il ‘’Baba’’ gli ha parlato quando aveva sei anni e da allora e’ diventata una sua seguace.

Puttaparthi e’ il tipico caso di citta’ violentata da un edilizia selvaggia, cresciuta disordinatamente intorno all’ashram Prashanti Nilayam. Un enorme complesso, costruito da poco, che ha rimpiazzato un precedente ‘’mandir’’. Per essere la sede di una fondazione che – secondo la stampa indiana – gestisce la bellezza di 40 mila crore di rupie (9 miliardi di dollari!!!!), compresi gli immobili, e’ abbastanza deludente.
Quando sono arrivata alle 11 di sera, c’era una lunga fila, di mezzo chilometro circa, che si e’ poi smaltita in fretta . Era la fila degli uomini, mentre le donne erano separate. Quando sono entrata nella enorme sala, c’erano si’ e no’ qualche centinaio di persone. Mi sembrava una cerimonia molto raccolta.

Uomini con la tunica bianca, colore del lutto, erano seduti intorno alla bara di vetro. I volontari con una coccarda dorata facevano sfilare le persone. Nessun controllo. Fuori avevano messo un paio di megaschermi montati su dei camion mentre i poliziotti bivaccavano tutto intorno con l’aria esausta. Lungo la strada stanno ora montando delle transenne per dividere la strada tra chi entra e esce dall’ashram. La citta’ e’ stata chiusa al traffico e tutto e’ chiuso per lutto.
Non so se per fortuna o perche’ forse ho chiesto una stanza senza aria condizionata, ho trovato subito una sistemazione a un prezzo che secondo me e’ quello normale. Non mi hanno nemmeno chiesto il passaporto, chi ero o da dove venivo, anche solo per curiosita’. Il dolore e’ sincero.

Seduto sugli scalini incontro un tedesco che vive qui e che mi dice di conoscere molti italiani. Mi dice anche che domani si aspetta una grande folla. Per questo, i preparative fuori e dentro l’ashram vanno avanti tutta la notte.

Mentre dentro la sala del ''darshan'', tra enormi lampadari di cristallo infestati dalle vespe, si levano i canti funebri degli uomini, alcune donne, rannicchiate su delle coperte in un angolo fuori dalla sala, mormorano a bassa voce alcune preghiere come in un una ninna nanna.

Che bello sarebbe avere i Seven Eleven in India

Sono tornata da una vacanza in Thailandia, paese che e' decisamente piu' occidentalizzato, nel bene e nel male, dell'India, ma che non e' nemmeno la Svizzera. Bangkok e' una metropoli di 5 o 6 milioni di abitanti, la meta' di New Delhi, con tutti i problemi correlati, tra cui inquinamento, caos, degrado urbano e slum, anche se non sono paragonabili a quelli di Mumbai. Lo sviluppo urbano e' simile a quello che vedo qui nei poli tecnologici di Gurgaon o Noida. Sono rimaste intatte alcune tradizioni, come quella dei mercatini in strada e dello street food. Le guesthouse per turisti budget come me sono appena piu' pulite di quelle indiane a parita' di prezzo.
Mi ha colpito pero' la presenza di una catena di supermercati, Seven Eleven, diventata addirittura un'attrazione turistica, tanto che ci sono le magliette con il logo. La catena appartiene al gruppo Charoen Pokphand Group del miliardario Dhanin Chearavanont, che fa parte dei poteri forti della monarchia thai. Sono dei piccoli supermercati di quartiere in cui si trova tutto, ma davvero tutto, dalle schede sim al disinfettante, poi pasticceria fresca e hot dog e perfino quotidiani. In ogni angolo ce ne uno, che ti rende la vita estremamente facile.
Tornata a New Delhi, sono andata a fare la spesa da Reliance Fresh, supermercati del conglomerato Reliance (anche quelli del miliardario Mukesh Ambani, il piu' ricco industriale indiano), che - in teoria - dovevano diventare i ''seven eleven'' dell'India quando sono stati aperti 4 o 5 anni fa. Non ho mai capito perche' - forse non lo sanno nemmeno loro - e' stato un fallimento. In quello dove vado, tra Green Park e Safdarjung Enclave, uno dei pochi a sud di Delhi, e' un disastro sia per la distribuzione (scaffali sempre vuoti) che per l'igiene (penso di essermi beccata la dengue li' lo scorso anno). Sara' che ero appena arriva dalla Thailandia, ma per la prima volta ho notato i sacchetti di spazzatura maleodorante sul marciapiede, felicita' dei topi, le casse con i display sfasciati, il controsoffitto a pezzi e un caos maggiore del solito nella disposizione dei pochi articoli presenti. Morale: forse meglio cosi' per i piccoli commercianti e ambulanti, pero' quanta strada deve ancora fare l'India nella grande distribuzione!!!


PS Dopo aver raccontato la storia, qualcuno mi ha fatto notare l'efficienza dei supermercati nei grandi shopping mall della periferia, tipo Big Bazar del Future Group, di Kishore Biyani (un commerciante tessuti ora a capo di un impero di grandi magazzini che ha scritto pure un libro sul suo successo) . D'accordo, ma quanti chilometri devo fare?

India-Pakistan: diplomazia del cricket, questa volta funzionera'?

Approfittando del cricket, i due leader di India e Pakistan si incontrano oggi in uno stadio vicino a Chandigarh per parlare di pace. E’ un déjà-vu, perche’ ci avevano gia’ provato il dittatore Zia-ul-Haq con Rajiv Gandhi nel 1987 e poi un altro generale, Pervez Musharraf, con l’indu nazionalista Atal Behari Vajpaye nel 2005. In entrambe le occasioni, la cosidetta diplomazia del cricket ha fallito.

Pero’ questa strano connubio sport-pace e’ indicativo della natura delle relazioni tra indiani e pachistani, fratelli separati dalla nascita, divisi dalla religione, ma pur sempre uniti da un legame di sangue. In questi giorni, dopo che l’India ha passato il turno nel campionato del mondo di cricket (nessuno se n’e’ accorto, forse, ma c’e’ il mondiale in India) ed e’ entrata in semifinale con il Pakistan , sembra che i due governi abbiano completamente dimenticato tre guerre, minacce di attacchi atomici e complicita’ in attentati terroristici. E’ tutto un tubare come due fidanzatini che fanno la pace dopo un brutto litigio.

Il cricket ha un'enorme presa nel Sud dell’Asia, paragonabile a quella del calcio in Italia, e inevitabilmente produce deliranti euforie collettive. Oggi oltre un miliardo di persone staranno incollate davanti alle televisioni (molti in strada) a guardare uno degli sport, che per noi italiani, e’ uno dei piu’ noiosi al mondo. Non mi stupisce che nelle ore (5, 6 …10? non si sa) di gioco, i due leader trovino il tempo di fare un vertice di pace, schiacciare un pisolino e poi cenare insieme allo stadio. Anzi, sembra che l’anziano Manmohan Singh probabilmente tornera’ a Delhi in serata, e magari prima della fine della partita, mentre Yosuf Raza Gilani forse si ferma a dormire in Punjab (regione oggi divisa tra lo stato indiano del Punjab e la provincia pachistana del Punjab).

Nonostante i miei sforzi, il cricket rimane ancora un grande sconosciuto e per questo mi crea notevoli complessi di inferiorita’. Il problema e’ duplice, capire le regole e capire il linguaggio in inglese. E poi avere pazienza. Non e’ un gioco dove si vede subito il risultato. Proprio come il processo di pace tra India e Pakistan, un match che dura da oltre 60 anni.

Bill Gates, il duro mestiere della filantropia



Bill Gates e' in India per uno dei suoi frequenti viaggi per seguire i progetti della sua fondazione che si occupa di salute e lotta all'Aids. Penso che l'India sia il paese dove spenda piu' soldi e a maggior ragione visto che le condizioni della popolazione sono simili a quelle dell'Africa subsahariana nonostante le velleita' di potenza economica mondiale. Come e' noto Gates e la moglie hanno deciso di passare il resto della loro vita a fare beneficenza in giro per il mondo. C'era una bella foto di loro seduti per terra in un villaggio del Bihar mentre tenevano in braccio un neonato. In effetti, a Bill Gates, chi glielo fa fare? C'e' gente che se la spassa alla grande, con donne e lussi, anche avendo molti meno soldi e potere.
A New Delhi ha tenuto una conferenza stampa, in giacca e cravatta, dove ha spronato gli indiani a produrre vaccini low cost e trattamenti nuovi per la turbercolosi e per altre epidemie facilmente curabili come la diarrea. Con la scienza si puo' fare tutto e gli indiani in questo sono favoriti dall'enorme potenziale di ricercatori. E la sua ricetta.
Un giornalista poi gli ha fatto una domanda intelligente: ''e' piu' facile fare soldi o dare soldi?'', ovvero creare profitti o fare beneficenza? In altre parole e' piu' difficile guidare la Microsoft o gestire una multinazionale della filantropia come e' diventata la Bill and Melinda Gates Foundation?
La risposta e' stata sorprendente. ''Ci sono molte similarita - ha detto - perche' in fondo, gestire una fondazione no profit e' come gestire una societa' di software che fa innovazione, solo che invece degli ingegneri informatici, ci sono esperti di salute e scienziati che ricercano nuove terapie''.

Odissea all'alba, una tragedia omerica

Una delle menti piu' fini del giornalismo indiano Siddarth Varadarajan traccia una lucidissima analisi delle ragioni poco umanitarie della guerra il Libia in un editoriale pubblicato su The Hindu, il giornale piu' autorevole e non a caso quello che in quesi giorni sta pubblicando in anteprima i cablo indiano di Wikileaks.

Inizia cosi': ''Muammar Qadhafi may be a threat to his own people but the bombing of Libya by France, Britain and the United States demonstrates beyond doubt that these three imperial powers are a threat to international peace and security''.

Il seguito e' qui.

Austerity, niente festa per il 17 marzo

E' davvero austerity all'ambasciata italiana di New Delhi e all'istituto di cultura. La giornata del 150esimo anniversario dell'Unita' nazionale e' passata inosservata. Unico segno della ricorrenza, un mesto foglietto bianco attaccato sui cancelli della nostra rappresentanza diplomatica che annunciava la giornata di chiusura degli uffici.

So che alcuni volenterosi e (patriottici) connazionali hanno organizzato una festa privata per onorare il tricolore. La scure dei tagli ha colpito duro. D'altronde, per la mancanza di soldi, l'emergenza nucleare in Giappone e i leghisti, anche in patria le celebrazioni sono state sottotono. Se la passano male anche gli istituti di cultura come si vede da questo articolo di Rampini su Repubblica.

Ma forse e' meglio cosi'. Non e' il momento di festeggiare con tutto quello che succede nel mondo. Meglio celebrare San Patrizio, che curiosamente coincide con il 17 marzo, con una pinta di birra scozzese.

I ‘’parchi dell’amore’’ di New Delhi


La scorsa domenica sono andata nel ‘polmone verde’’ d New Delhi, che e’ una enorme area rocciosa coperta di arbusti e rovi, chiamata ‘’Ridge’’ che sorge tra l’enclave diplomatica di Chanyakiapuri, il megaparco del palazzo presidenziale e il quartiere di Karol Bagh. Non so che diavolerie ci siano all’interno, forse segreti militari o forse e’ solo per ‘’ossigenare’’ l’aria della megalopoli.

Ero in bicicletta e in realta’ volevo andare a curiosare in un posto, che si chiama Malcha Mahal e di cui racconta Sam Miller nel libro ‘’Delhi: Adventures in a Megacity’’ (Penguin, 2008). E’ una antica palazzina dove vivono (o vivevano) due eccentrici fratelli che dicono di essere I discendenti dei Nawab del regno di Oudh (un pezzo dell’attuale Uttar Pradesh dove c’e’ Lucknow).

Ovviamente non l’ho trovato, pero’ ho scoperto dove sono i ‘’parchi dell’amore’’ di New Delhi. Uno e’ proprio all’inizio della ‘’foresta’’ e si chiama Bhagwan Mahavir Vanasthali Park, mentre l’altro e’ adiacente al centro sportivo di Talkatora, ora rifatto completamente dopo i Giochi del Commonwealth di ottobre. Di sicuro ce ne sono anche altri, ma io mi sono trovata per caso in questi con un certo imbarazzo. In effetti quando sono entrata nel Bhagwan Mahavir, ho visto che sia I parcheggiatori che i venditore di bibite mi guardavano con estremo sospetto. Ma pensavo fosse per via che sono arrivata in bici. Dopo essermi addentrata un po’, ho capito. C’erano solo coppie avvinghiate, tra nugoli di scimmie curiose, che si sbaciucchiavano o si tenevano abbracciati. Alcune si erano nascoste sotto una coperta o una dupatta ed era abbastanza chiaro quello che stavano facendo. Ho visto poi anche qualche guardone con la mano sulla patta dei pantaloni.

Facendo finta di ignorare cosa stava succedendo intorno a me e determinata a godermi la mia domenica, mi sono messa a leggere la mazzetta dei giornali su una panchina vicino all'ingresso. C'erano ragazze sole sedute sul prato. Mi e’ venuto il dubbio che forse in questi parchi c’e’ anche prostituzione, ma chi lo sa? Forse stavano solo aspettando i fidanzati. Mi sono sempre chiesta - in una citta’ di 15 milioni e passa di abitanti e dove il sesso e' tabu' - dove andassero i giovani sprovvisti di auto e soprattutto di posti in camporella.

Il parco dello stadio Talkatora e’ invece molto piu' curato e pulito. Ci sono delle aiuole piene di fiori lungo un sistema di fontane non funzionanti. Nella mia ingenuita’ pensavo fosse normale fare una passeggiata. Ma li’, addirittura, un tizio, un vigilantes (pagato dalle coppie?) mi ha detto abbastanza seccamente ‘’This is a park for couples’’, mentre un altro voleva impedirmi di fare foto alle dalie (per una volta non avevo altre intenzioni, stavo facendo dei primi piani ai fiori mettendo in pratica delle lezioni di fotografia che ho seguito).

Dopo, sempre in bicicletta, ho proseguito lungo la strada che costeggia il Ridge. Osservando bene ai lati, ho scoperto delle giovani molto truccate (prostitute?) sedute all’inizio di sentierini luridi che si perdono nella boscaglia. Mi ricordavano le nigeriane che la domenica, d’estate, si piazzavano (forse lo fanno ancora) davanti ai campi di granoturco, con la minigonna pero’, nelle campagne del Canavese….

Le gemelle Kessler, Pinocchio e l'arte Neopop


Per i 150 anni dell'Unita' nazionale, l'Istituto di Cultura di New Delhi ha ospitato una divertentissima mostra dedicata all'arte Dada e Pop, che io onestamente credevo si fosse fermata alla Marylin di Andy Warhol o agli urinatoi di Duchamp. Invece il curatore Igor Zanti ha scovato 27 talenti d'avanguardia e li ha riuniti in una rassegna chiamata Dadaumpop che e' gia' stata a Mumbai e Calcutta.

Non penso davvero che in India conoscano le gemelle Alice e Ellen Kessler, lanciate dalla Rai esattamente mezzo secolo fa, ma la mostra e' piaciuta molto e nonostante alcune opere un po' ose' (nella foto un dipinto di Angelo Volpe dal titolo ''I pray you tell me another lie'') non ha creato alcun imbarazzo. D'altronde, questo paese - si pensi alle divinita' induiste o a feste come Holi - non e' forse, inconsapevolmente, la vera patria dell'arte pop?

Palolem, hanno messo i bagnini!


Sono stata per una minivacanza a Palolem, nel sud di Goa, l’ex colonia portoghese e paradiso tropicale, che per fortuna rimane tale nonostante l’invasione di un turismo di massa, molto diverso da quello dei ‘’figli dei fiori’’ che ha scoperto queste spiagge. Ammetto che le autorita’ locali sono state brave ad arginare la cementificazione edilizia e il conseguente scempio ambientale. Insomma poteva essere molto peggio. Quando sono venuta per la prima volta sette anni fa era molto piu’ ‘’selvaggio’’ e c’era un turismo saccopelista, in maggioranza ragazzi israeliani. Adesso sta diventano un posto di lusso con prezzi occidentale, ma sono riusciti a evitare gli eccessi. Per esempio, ho notato che hanno vietato ai ristoranti e negozi di ‘’avanzare'' sul litorale e che sono tornare le barche dei pescatori.

In assoluta esclusiva, ecco un compendio di news da Palolem e dintorni:

- Gosh, il guru olandese e guaritore che vive tra le rocce sull’estremita’ della spiaggia ha introdotto quest’anno un nuovo prodotto assolutamente ecologico: la menstrual cup (http://en.wikipedia.org/wiki/Menstrual_cup) . Permette di risparmiare migliaia di assorbenti e tampone che una donna usa nella sua vita, ho letto su una pubblicita’ di fronte al suo antro a cui ero arrivata a nuoto. Vero, non si finisce mai di imparare. Complimenti

- Il ristorante Magic Italy e’ passato di mano dopo tanti anni, ma per fortuna la pizza e’ rimasta ugualmente imbattibile, una delle migliori che abbia trovato in India. Al posto della energica Claudia, ai fornelli c’e’ una altrettanto energica cuoca, Patrizia, stesso stile, solo in formato mignon. Adesso il Magic Italy e’ aperto anche a pranzo.

- Baywatch. Queste e’ una svolta epocale. Hanno messo I bagnini! In stile Baywatch siedono su delle torrette con la ciambella di salvataggio pronta intorno ai fianchi e le bandiere rosse che issano – non ho capito perche’ - anche dove l’acqua ti arriva alle caviglie. In piu’ fanno la ronda con una jeep sul bagnasciuga, cosa che mi ha irritato non poco. Anche in spiaggia mi devo sorbire il diesel! E’ curioso perche’ ignorano completamente gli stranieri, mentre sorvegliano solo gli indiani. Tra l’altro, poi al largo, a mezzora di nuoto, c’e’ anche un super motoscafo con la scritta Life Guard. I pescatori, quelli che portano in giro la gente a vedere i delfini, mi hanno detto che non funzionava piu’ da un mese. E’ diventato la mia piattaforma prendi sole nel pomeriggio.

- Lupo solitario. Al largo, al riparo dell’isolotto (Monkey Island) chef a da cornice alla spiaggia, era all’ancora una barchetta a vela, un 6-8 metri, un po’ malridotta. A nuoto sono andata ad attaccare bottone con il velista, un olandese di mezza eta’ che l’aveva portata dalle Maldive e che poi l’aveva lasciata parcheggiata a Goa una decina di mesi mentre lui ‘’lavorava’’ in Europa. ‘’Da oggi sono nuovo in vacanza’’ mi ha detto mentre con un kayak andava a terra a rifornirsi d’acqua.

- Galgibaga (spiaggia protetta a una decina di chilometri a sud di Palolem dove nidificano le mini testuggini Olive Ridley Sea Turtles (.http://en.wikipedia.org/wiki/Olive_Ridley_Turtle) . C’erano solo due nidi, numero cinque e numero sei, sulla spiaggia, di uova deposte tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio. Quindi deduco che quest’anno solo sei mamme tartarughe hanno scelto Galgibaga. Un po’ pochine. Sara’ forse per i bagnini che anche sono arrivati qui con le loro bandiere rosse?

II modello Ladakh ci salvera'?

Riflessioni dal documentario Economics of Happiness

www.theeconomicsofhappinesss.org

Sono andata a vedere un documentario dell’attivista Helena Norberg-Hodge, appena uscito, che si chiama the ‘’Economics of Happiness’’ e che obbligherei a proiettare in tutte le scuole del mondo. E' una raccolta, circa un ’ora, di interviste a scienziati, ecologisti e anche a un monaco tibetano, veramente illuminanti accompagnati da immagini e dati. E’ appena uscito in DVD e prevedo avra’ un successone, come lo ha avuto ''The Inconvenient Truth’’ dell'ex presidente Usa Al Gore dedicato all’ambiente. Ha lo stesso ritmo.

Mi ha colpito poi perche’ la regione del Ladakh, che tutti ammirano per la serenita’ della sua gente, e’ preso a modello.

Il documentario e’ stato presentato venerdi’ scorso a New Delhi dall'attivista e scienziata indiana Vandana Shiva, che compare tra le voci narranti. Non so se in Italia se ne e’ parlato, ma anche fosse, siamo cosi’ concentrati sul nostro ombelico, che e' difficile notare queste cose. Ancora una volta l’India con tutte le sue contraddizioni e’ anche capace di offrire soluzioni globali, almeno per quanto riguarda il rapporto con la natura e con se stessi.

La ‘’localizzazione’’ e non piu’ la ‘’globalizzazione’’, questa sara’ la nuova parola d’ordine per il futuro prossimo se vogliamo un pianeta un po’ piu’ vivibile, con meno ingiustizia e soprattutto con uno sviluppo sostenibile. Ormai e’ chiaro che ci sono dei problemi gravi nel nostro modo di produrre e consumare. La crisi finanziaria di due anni fa e il crollo di economie a noi vicine, come Grecia e Irlanda, sono spie di un problema cronico che si fa finta di ignorare. La rivoluzione in Egitto e’ un altro sintomo di un malessere molto profondo che colpisce direttamente la pancia e quindi proprio per questo e' capace di generare terremoti nel corso della storia.

Nessuno lo vuole ammettere, ma la soluzione e’ cambiare il modello economico. Anche quelli che ora ci guadagnano, cioe’ multinazionali e ‘’poteri forti’’ prima o poi dovranno riconoscerlo. Non e’ possibile permettere (e sfruttare) lo sviluppo dei giganti India e Cina secondo i criteri occidentali. Non basta il pianeta, la coperta e’ troppo corta, inutile fare gli struzzi.

La via di uscita passa quindi attraverso la riscrittura della scala di valori con cui siamo cresciuti noi nella parte ricca del mondo. Basta, per esempio, considerare il lavoro manuale come degradante, basta con il consumismo, con l’esasperante ricerca del profitto, della produttivita’ agricola e della mano d'opera a basso costo.

In Bhutan hanno coniato un po’ di anni fa il concetto di economia della felicita’, il documentario lo ricorda.
Ma sono abbastanza pessimista sul fatto che si possa svoltare. E’ dalle Bucoliche di Virgilio che l’umanita’ accarezza il sogno di una vita agreste….

Il jogging e i tablisti della domenica

Alcune volte, dopo 9 anni qui, ho l'impressione di non aver capito un fico secco dell'India. Stamattina, con il fiatone dopo il jogging, mi sono fermata vicino alle rovine di una piccola tomba, di qualche sultano invasore, nel parco di Hauz Khas, una delle sette antiche citta' di Delhi. Essendo vicino a casa, e' un posto che frequento con assiduita' ed e' anche molto suggestivo. Dentro la tomba c'erano dei ragazzi seduti sui tappeti con delle tabla, avevano acceso incensi un po' ovunque e si stavano preparando a una session di 4 ore. Curiosa come sempre, attacco bottone. Ed e' li' che ho infilato una sfilza di perle incredibili.

La tabla indiana, si sa, ha sempre affascinato il mondo occidentale, e' uno strumento straordinario. Ma io a mala pena so distinguere una tabla da un mridangam, che é il barilotto che si porta a tracolla e che per un tablista forse e' una bestemmia solo udirne il nome. Mentre un signore gentile, forse l'organizzatore, mi spiegava con pazienza la differenza tra i due tamburi, interviene uno straniero, anche lui un jogger mattuttino, che improvvisa una dotta esposizione sulla differenza tra le tonalita' della musica indiana e quella occidentale.

Evidentemente era uno che se ne intendeva, quindi ho cercato di cambiare argomento. Ma in peggio. ''Ma non e'un po buio per suonare dentro?'' chiedo, stupita che una simile banalita' mi fosse uscita dalla bocca. Forse perche' fuori il sole era bellissimo... ''C'e' una sonorita'migliore dentro e poi per suonare la tabla non ci sono spartiti, bastano le mani e seguire Guruji'' mi risponde sempre con gentilezza il signore. ''Ovvio, perche' non ci avevo pensato?'' dico con nonchalance.

Invece di andarmene al piu' presto possibile, rimango e completo l'opera. Fingendomi interessata a saperne di piu' sulla tabla e pensando addirittura di prendere lezioni: ''Ma dove ha la scuola Guruji?''. Ancora una volta con tono paziente, mi corregge: ''Non ha nessuna scuola, lui fa concerti in India e all'estero. Ha dei discepoli, che sono come dei figli per lui, vanno a casa sua a imparare ogni domenica e oggi hanno deciso di venire qui. Non e' come un conservatorio o una scuola di musica in Occidente''. A quel punto lo saluto e me ne vado...''grazie e buona giornata...sa, devo proseguire il mio jogging...''.

Corruzione, Italia batte India (secondo The Hindu)

In questo lungo articolo, cliccate qui, la corrispondente di The Hindu, Vaiju Naravane, che sta a Parigi e che da li' copre il continente europeo, traccia dei paralleli non molto lusinghieri tra India e Italia, alcuni azzeccati altri un po' frutto di stereotipi, la solita triade mafia, pizza e mandolino, a cui ora si aggiunge anche il bunga bunga.
E' interessante per vedere come e' percepita l'Italia e gli italiani da qui...

PS L'articolo ha suscitato una dura reazione dell'ambasciatore italiano a New Delhi Giacomo Sanfelice di Monteforte. Ecco la sua lettera pubblicata da The Hindu il 9 febbraio

Finmeccanica e la macchina della pioggia


Madre Natura ha tirato un brutto scherzo ieri sera a Finmeccanica, il gioiello dell'high tech italiana, che festeggiava gli oltre 40 anni in India dove é presente in parecchi settori, dagli elicotteri alla segnaletica ferroviaria, passando per i siluri e i radar.

L'ambasciata italiana di New Delhi aveva organizzato una reception in giardino sotto un elegante gazebo rosso-bianco circondato da una mini mostra fotografica sulla storia e i successi del gruppo di Guargaglini (per il 30% di proprietá statale), che é sempre piú interessato al ricco mercato indiano.

Per una volta sono arrivata puntuale alle 20.30 come indicava l'invito. Avevo appena varcato la soglia della rappresentanza e salutato i carabinieri, quando ho visto i primi lampi. Poi, sono arrivate alcune violente folate che hanno fatto volare i cartelloni dell'esibizione animando improvvisamente i cacciabombardieri e gli elicotteri che erano raffigurati. Quando é arrivato il ministro delle Energie Rinnovabili Faruq Abdullah, il leader kashmiro stranamente senza il suo solito copricapo, sono scese le prime gocce. Per fortuna, Abdullah, un ammiratore dell'Italia, ha fatto appena in tempo a vedere la mostra e anche a prendersi un bicchiere di vino insieme all'ambasciatore Sanfelice di Monteforte e al direttore generale di Finmeccanica, Giorgio Zappa.

Poi il diluvio. Parafrasando D’Annunzio, pioveva sugli chiffon ''aulenti'' delle signore e dei tendaggi, sul vasellame e argenteria dei tavoli apparecchiati e sulle fotografie luccicanti. Il lavoro di un pomeriggio sfumato in dieci minuti. Mentre gli invitati, un centinaio, si rifugiavano sotto il porticato della residenza, i camerieri preparavano la cena in salotto.

Cose che capitano. Come mi diceva mio nonno, che non era esattamente un frequentore di reception, ‘’al c... e al tempo non si comanda’’. Peró a New Delhi, se ben ricordo, sono almeno 4 mesi che non piove, piú o meno da quando é finito il monsone, a settembre. Quindi una bella sfortuna. O forse che tra il mezzo miliardo di euro di commesse che Finmeccanica pensa di aggiudicarsi nei prossimi anni, c'e anche una macchina per la pioggia che e' stata sperimentata all'ambasciata? Di sicuro, farebbe la felicita'di milioni di contadini indiani...

Multa per passare con rosso, 100 rupie

Ho comprato uno scooter, nuovo di zecca, contribuendo anch'io a far ingrassare l'industria dei motori che l'anno scorso ha registrato oltre il 30% di vendite. E' un Honda activa, come il mio vecchio eroe della Spedizione Himalaya 2008, ma e' un bronzo-dorato, un nuovo colore introdotto dalla casa giapponese. L'ho pagato 50 mila rupie (1 euro vale 59 rupie) su strada e con accessori, compresa la ruota di scorta. I miei connazionali, in patria, mi hanno detto che non e' caro, ma per e' una cifra enorme, due mesi di affitto.

Il problema e' che e' stato registrato a a mio nome, a differenze dell'altro di seconda mano che invece era rimasto intestato a un indiano passato a miglior vita e che - poveraccio - continuava a beccarsi le mie contravvenzioni. E' un miracolo, ma nonostante la scarsa informatizzazione della polizia, le multe arrivano, eccome. L'ho sperimentato quando viaggiavo con la Maruti che mi aveva prestato la mia amica Concetta.

Domenica mattina tornavo da Vasant Kunj, periferia sud, dove si vedono ancora le vacche sacre e le strade sono ancora tutte a buche, quando mi hanno pizzicata a bruciare un rosso. Avevo svoltato approfittando che erano tutti fermi nel solito ingorgo. Dopo una cinquantina di metri, c'erano i poliziotti. Uno in strada che bloccava i fedigrafi e altri due comodamente seduti su sedie di plastica tra una bancarella di frutta e l'altra di arachidi. La multa per il rosso e' di cento rupie (quanto e' un rosso un Italia ora, 100 euro?).

A nulla e' servita la solita messainscena della straniera rimbambita e la consumata tattica del ''non ho soldi''. Ho perfino mostrato le racchette da tennis (avevo giocato con amici) per dire che era domenica e che era il mio giorno libero. Ho sperimentato il mio hindi. Nulla, non si sono smossi di un millimetro. Ho pagato, mi sarebbe arrivata dritta a casa, lo sapevo. Mi hanno dato una ricevuta e fatto firmare. Addio bei tempi.

Khan Market violento

Stamattina sono andata al Khan Market con una certa apprensione. Due giorni fa qui un pilota incazzato per un alterco ha stirato sotto un manager del ristorante italiano Amici (alla faccia degli amici). Lo ha schiacciato sotto le ruote della sua auto. Una banale lite tra due ''ricchi'' professionisti indiani, probabilmente della stessa casta, per un graffio alla carrozzeria finita in una raccapricciante tragedia.

Il Khan Market e' uno dei ritrovi simbolo della rampante e lei-non-sa-chi-sono-io New Delhi, anche se e' un orribile ammasso di malsane casupole affittate a cifre pazzesche, pare di piu’ che sulla Fifth Avenue. Dopo casa mia, penso sia il posto dove abbia passato piu' tempo qui in India. Ho una sorta di odio-amore, lo ammetto, soprattutto per locali come il Barista e Khan Chacha.

Mentre attraversavo la strada, un SUV mi stava per investire. Gli ho urlato che ne avevano gia' ammazzato uno cosi'. E’ abbastanza consueto trovare automobilisti o autisti maleducati. Semplicemente non si fermano perche' considerano quelli che vanno a piedi delle merde o forse anche peggio. Auto e’ status simbolo. Ora ce l’hanno solo 14 indiani su mille, figuriamoci tra un po’ di anni, se le le vacche grasse continuano.

Che dire di quello che e’ succcesso? Dico che e' colpa nostra. Si, e'colpa nostra se gli indiani adesso pensano solo a farsi soldi per comprare auto di lusso, vestiti firmati, per andare nei ristoranti alla moda, specie quelli italiani. Cosi' vogliamo l'India, potenziale mercato di 350 milioni di consumatori, come si legge nei rapporti economici. Il clima non e’ poi cosi’ diverso da quello che si respirava a Milano (o si respira ancora?) quando c'erano gli yuppies. Mutanda firmata e discoteche esclusive.

Non sono contro il progresso, per carita', se da’ mangiare, un gabinetto e una vita dignitosa a chi non l'ha mai avuta. Ma sono un po' perplessa sui valori , che attraverso i nostri prodotti materiali, portiamo in questa terra dove la lingua, l’hindi, non ha neppure il verbo ‘’avere’’.

''Troppo denaro facile, di quello non guadagnato con il lavoro'' mi ha detto il proprietario di una cartoleria, nell'ala piu'sfigata e ancora senza negozi alla moda, del mercato. E poi: ''La gente non ha piu' pazienza, pensa solo ai soldi e allora gli da’ di volta il cervello''.

A New Delhi fa piu' freddo che a Ginevra!

Il generale inverno si fa sentire quest’anno a Delhi dove tira un’aria cosi’ fredda che sembra arrivare direttamente dall’Himalaya. A differenza degli anni scorsi, il sole non riesce a scaldare l’aria. Un giornale si divertiva ieri a titolare ‘’Delhi piu’ fredda di Ginevra’’. Il che e’ vero, perche’ ho visto che sul lago Lemano di giorno si arriva a 14 gradi, mentre qui ci fermiamo a 11 o 12, dipende dove si abita, pare che il sud della capitale, la parte piu’ ricca, sia quella piu’calda. Non solo a Ginevra, ma anche a Zurigo si sta meglio! Sara' il cambiamento climatico? Mah, io non ci credo tanto, la prima settimana di gennaio e' sempre stata la piu' gelida.

Il dramma e’ che qui non siamo molto attrezzati. Ieri una delle mie stufette si e’ rotta. Sono subito andata dall’elettricista del quartiere che – saggiamente – era davanti a un bel bracere caldo, dove ogni tanto i negozianti buttavano qualche assicella. Sono stata anche io un po' a godermi il calduccio...

Le scuole sono state chiuse, nelle aule non c’e’ riscaldamento. La citta’ ieri, domenica era deserta. Ogni tanto sui marciapiedi c’erano dei falo’ improvvisati con intorno delle sagome infagottate. Andare in scooter e’ una sofferenza, ma in casa a volte e’ peggio…

New Delhi, le ronde rosa della metropolitana

Ecco cosa capita sui vagoni ''sole donne''

Qualche tempo fa avevo visto in tv le scene di ‘’ronde rosa’’ che picchiavano un gruppo di uomini saliti sui vagoni della metropolitana di New Delhi. Ora le ho viste in azione e ho capito che in effetti c’e’ da temere. Ero su una delle carrozze ‘’ladies only’’, sono le prime del treno, quando sono entrare due corpulente donne con un salvar kamize blu e una dupatta nera. Hanno puntato subito su un ragazzino (straniero) che era salito con la mamma e la sorellina. Senza complimenti l’hanno fatto spostare nella carrozza vicina dove gli uomini erano schiacciati come sardine e lanciavano occhiate imploranti a noi passeggere che eravamo comodamente sedute. Le kapo’ poi si sono dirette contro un ragazzino, avra’ avuto dieci anni, e lo volevano cacciare, ma poi la madre ha alzato la voce e hanno desistito. Le altre donne hanno rivolto ampi segni di approvazione.

Ogni volta la metro si ferma in stazione, c’e’ sempre qualcuno che fa il furbo, ma viene respinto dalle stesse passeggere o dalle ronde. Due turisti stranieri, che forse non hanno visto il segno rosa sul pavimento prima di salire, sono stati immediatamente cacciati da alcune signore, nonostante c’era posto per tutti.
Ammetto che e’ l’idea delle carrozze riservate e’ ottima, evita palpaggiamenti e soprattutto la ressa. Sui treni pendolari di Mumbai, c’e’ gia’, ma hanno messo una grata che divide le zone. Potrebbero metterla anche a Delhi per separare gli sguardi invidiosi…

Vacanze in Italia, diario di viaggio


Con un po'di ritardo, ecco il diario di una settimana in Italia.

- 23 dicembre: Milano Malpensa. Ho sperimentato la compagnia aerea indiana Jet Airways che dal 5 dicembre ha un collegamento diretto quotidiano Delhi-Milano. Si viaggia di giorno, a differenza degli altri che partono nel cuore della notte, il personale e' gentile, il cibo indiano e’ cosi’ cosi’, ma servono il gelato. Mi chiedo come e’ possibile che un paese dell’ex G8 ora G20, non riesca ad avere un collegamento diretto con l’India. In aereo rido con Three Idiots, il film con Amir Khan.

- 24 dicembre: Chivasso, provincia di Torino. Dopo un recente furto, mio padre ha trasformato la casa in un bunker anti ladri. Porte blindate, fotocellule in cortile e una telecamera collegata con i carabinieri. Di notte ci asserragliamo nel fortino come se ci fossero i lanzichenecchi alle porte. Vado a Messa di Natale nella frazione di Betlemme, gemellata con quella palestinese. C’e’ un presepe vivente, con tanto di neonato e angioletti. Molto bello. Nella foga, il celebrante, un frate francescano, fa un'apertura a divorziati e omosessuali invitandoli a unirsi nella chiesa. Con tutto rispetto per le categorie sopraindicate, siamo veramente alla frutta.

- 25 dicembre. Pranzo di Natale classico con agnolotti alla piemontese. Anche se mi piacerebbe passare il Natale in modo alternativo, riconoscono che alla fine le tradizioni sono sempre quelle migliori. Soprattutto per gli agnolotti. Con mia sorpresa, nel pomeriggio, Vodafone attiva la mia chiavetta internet a 9 euro al mese e entro in rete per salutare gli amici. Il broadband funziona pure in provincia, anche se non ci capisco assolutamente nulla delle offerte, G3, UMTS, Gprs e diavoleria varie.

- 26 dicembre. Finisco di leggere La Stampa, il giornale della Fiat, che dovendo durare due giorni, ha tradotto mezzo Economist. Nelle cronache italiane, leggo un trafiletto che racconta di un tizio morto per un gioco autoerotico con un cacciavite. L'accordo su Mirafiori e' celebrato con successo, comprese alcune conquiste industriali come quello di ridurre la pausa agli operai della catena di montaggio.

- 27 dicembre. Bracchiello (Valli di Lanzo). Ci siamo trasferiti nella baita di montagna dove ha appena nevicato e i fiocchi di neve sono rimasti appiccicati a foglie e rami, con un effetto da cartolina. C’e’ il sole. In completa solitudine affronto una passeggiata nei boschi rompendo le scatole a interi branchi di caprioli.

- 28 dicembre. Torino. Erano dieci anni o piu’ che non tornavo nel capoluogo sabaudo che – mi avevano detto ‘’e’cambiato’’. Forse sono capitata il giorno sbagliato. Ho trovato la citta’ piu’ pulita, si’ma molto piu’ triste, nonostante il periodo natalizio. Un commerciante in piazza Vittorio mi ha detto che le vendite natalizie sono crollare del 60%. Via Lagrange, e'forse l’ unica strada un po’ vivace. Sperimento anche la nuova mini metro. I negozi chiudono per pranzo dalle 12 alle 3. Trovo i commessi un po' scorbutici e i passanti impauriti a parlare con estranei, anche solo per dare indicazioni. In corso Alemanno una cartellone pubblicizzava ‘’funerale classico’’ al prezzo di 1.000 euro. Ne ho fatto l’immagine simbolo della mia visita.

- 29 dicembre. Di nuovo Chivasso. A casa mia si mangiano due pasti completi al giorno, antipasti multipli, primo, secondo, dessert, formaggi e frutta, con vino naturalmente. Mi chiedo come faccio io a sopravviveve il resto dell’anno in India con una sola portata, massimo due al giorno. Guardo la televisione. C’e’ una pubblicita’ di cibo per gatti sterilizzati, che non li fanno ingrassare.

- 30 dicembre. Milano, ultimi giorno. Forse per restare in tema, vado alla Biennale a vedere una mostra fotografica su torture, malformazioni, genocidi e varie sofferenze umane documentate da scatti di autore. In piazza Duomo c’e’ un enorme abete, rabbrividisco solo a pensare a quanti anni avra’, circondato da un prefabbricato rosa di Tiffany. Entro solo per vedere il tronco del poveretto, ma e’ dietro i banconi dei gioielli griffati.

New Delhi, anno inizia con la ''Giornata anti clacson''

Ieri a New Delhi e'stato osservato il ''No Honking Day'', la giornata anti clacson. La cosa onestamente fa ridere se si pensa allo strombazzare costante delle citta'indiane. Ma e'un timido inizio ed e' un segno che le cose stanno cambiando anche a livello di educazione civica. Una ong, da nome reboante di ''The Earth Saviours' Foundation'', si e' messa nell'inferno assordante di Connaught Place a distribuire volantini per convincere gli automobilisti a non usare il clacson inutilmente. Hanno dato adesivi con la scritta ''No Honking''. Ma il bello che offrivano anche della vernice nera per cancellare le iconiche scritte ''Blow Horn'' e ''Horn Please'' che tanto fanno divertire i turisti.

La perla e' pero' questa lettera del giudice Deepak Verma, della potentissima Corte Suprema, che appoggiando la campagna ''No Honking'' racconta di quando era in taxi a Singapore. ''Despite the green signal, our taxi did not move. I requested the driver to blow the horn, but to my utter surprise, he asked me why?'' scrive. Il giudice gli rispose che bisogna strombazzare per far muovere l'auto davanti, ma il tassita replico' che era inutile perche' tutte le auto erano in coda e non si potevano muovere . E poi, lasciando Verma sconcertato, aggiunse:'I could think of no reason why the cars ahead of him would not move, if they get a chance''.

Buon 2011, la monnezza di Shiva


Anno nuovo, grafica nuova per Indie


La bicicletta e' sempre stata una mia grande fonte di ispirazione. Sará che il cervello si ossigena meglio e il movimento rotatorio delle gambe favorisce la circolazione. La scorsa settimana, mentre pedalavo in salita verso una grotta-cascata di Shiva, vicino a Bundi, in Rajasthan, stavo pensando a dare una nuova veste grafica al mio blog Indie in coincidenza con il nuovo anno. Ed eccola qua. La data del 01-01-10,poi, mi sembra un grande inizio per un restyling.

Una volta raggiunta la cima della collinetta, e’ comparso un grande tempio moderno circondato da ogni genere di rifiuti, un po' di negozi di souvenir e un ashram. Scimmie tutto intorno, pappagallini verdi con la testa rossa e un baba non vedente che mi hanno presentato come il ''mahatma'' e che era davanti a un fuoco sacro, molto probabilmente dopo un bel cilum.

La grotta era in fondo a una profonda spaccatura della momtagna. Da un’altezza di una trentina di metri veniva giu’ un piccolo rivolo d’acqua che piombava su uno Shiva Linga tra grandi spruzzi. La cascata formava una pozza circolare dove i pellegrini si immergevano. Il luogo sarebbe stato bucolico se non fosse stato insozzato da mutande lacerate e altri indumenti abbandonati. Due turisti gay brasiliani hanno condiviso con me la stessa delusione.

Tornata a Bundi, alla sera vado a mangiare in una pizzeria che si chiama Tom e Jerry. Il primo e’ il proprietario e il secondo il suo cagnolino. Quando esprimo il disappunto per la sporcizia della cascata, Tom mi dice che la gente lascia appositamente la biancheria intima dopo il bagno sacro per ‘’disfarsi’’ delle malattie e delle sofferenze del corpo che hanno rivestito. Rimango di stucco. Chapeau a Shiva e compagni.

Ho la vaga impressione che da Cristoforo Colombo in poi, non abbiamo preso altro che cantonate sull'India.

Calogero e la rivoluzione proletaria di Jaipur


Per andare a Jaipur, la ''citta’ rosa'' che sta diventano grigia per via del boom edilizio, ho viaggiato in prima classe. Purtroppo, non avendo prenotato in tempo il treno, ho trovato solo posto della ‘’executive’’, un salasso da 900 rupie, ma meritate. I sedili sono spaziosi, ti danno i quotidiani in inglese, cibo a volonta’, perfino le pagnottine calde e il gelato. Devo dire che le ferrovie indiane, eredita’degli inglesi, non sono poi cosi’ male, almeno per quanto riguarda i treni Shatabdi e Rajdhani. Il servizio e’ eccellente. Mi si puo’ obiettare che in Cina vanno gia’ a 450 all’ora, mentre qui per andare a Jaipur (258 km) sono pur sempre circa 5 ore. Ma per l’India vera, non quella dei rapporto di Goldman Sachs, secondo me e’ gia’una conquista.

A Jaipur vive il mio amico Calogero Dolcemascolo, un orafo siciliano che lavora al Gem Palace (l’ex gioielliere dei maharaja’) e che arriva dalla scuola di Valenza. E’ da molti anni in India, ma con il paese ha un rapporto di odio amore, alcune volte sembra mandare affanculo tutti, ma altre volte lo vedi distribuire pacche sulla spalla a destra e manca. Eravamo su un riscio’ a pedali e c’era una piccola salita. Ha visto che il pedalatore faticava, e’ sceso e siamo andati a piedi fino a quanto la strada e’ tornata in piano. Sulla politica italiana e’ ferratissimo, e' un socialista all'antica maniera e quasi sempre pronto a incazzarsi per malaffare, mafia e quant’altro non va in Italia. Anzi, sembra che non abbia mai abbandonato l’Italia. Penso passi delle ore su internet a leggere notizie e a guardare You Tube.

Mentre mi faceva un pesce alla marinara, un qualcosa simile al pescespada, mi ha citato Giordano Bruno sulle menzogne in cui e’ tenuta l’umanita’, fatto sentire l’Internazionale Socialista eseguita dall’ Armata Rossa, poi la Marsigliese in una famosa scena del film Casablanca (dove si e’ addirittura commosso) e una serie di canzoni dei socialisti anarchici dell’ Ottocento, che in effetti sembrano fatte per oggi, tipo ‘’Il canto dei Malfattori’’ (1891). Poi mi ha parlato della Comune di Parigi. ‘’Due mesi e’durata, due mesi, soltanto!! Ha urlato con accento siciliano mentre mi serviva il pesce, mai mangiato un piatto cosi’squisito. E poi guardando fuori dalla finestra, dove c’erano dei pedalatori di riscio’ rincara: ‘’vedrai anche questi qui prima o poi si ribelleranno!’’

Se in India ci sara’ una rivoluzione partira’ da Jaipur…

Nepal, gioie e dolori del trekking fai da te


Da oltre un anno il Nepal ha introdotto una sorta di ‘’tesserino dell’escursionista’’ o TIMS card, dove Tims sta per Trekkers Information Management System. Ebbene si’, nell’era digitale anche la cosa piu’ elementare di questo mondo come camminare in montagna diventa parecchio complicata oltre che costosa. La tessera costa 20 dollari per i trekkers ‘fai da te’, ma scende a 10 dollari per i gruppi organizzati.

Quando sono arrivata a Kathmandu, l’altra setttimana, non ci potevo credere che un paese come il Nepal, sull’orlo della bancarotta e con enormi problemi politici, avesse avuto una tale pensata. Mi viene in mente l’India, dove oltre 600 milioni avranno presto una carta di identita’ elettronica, ma sono costretti a defecare all’aperto perche’ non hanno i servizi igienici. Lo scopo della Tims e’ sensato perche’ permette di avere informazioni sui turisti presenti in una certa area in caso di calamita’ o incidenti. Certo, bisogna vedere poi se qualcuno mette i dati e la foto in un computer collegato con altri computer. Cosa che dubito. Saro’ sospettosa, ma a me sembra piu’ un modo per spennare ulteriormente il povero escursionista straniero. Non si spiega, per esempio, perche’ i diplomatici e i residenti in Nepal sono esclusi…

Io comunque mi sono rifiutata di comprare sia la tessera che il permesso per entrare nel parco dell’Annapurna (i cui confini sembrano espandersi a vista d’occhio con l’arrivo della stagione turistica). Il risultato e’ che l’ufficio turistico di Pokhara dove sono andata a chiedere informazioni per i ‘’free trekking’’ mi ha preso a pesci in faccia. Dopo lunga insistenza, una bella ragazza con i capelli alla valentina mi ha mostrato un elenco di localita’ ‘’gratuite’’ nella vallata, ma nulla di piu’. Niente soldi, niente cammello, come si dice. Quindi sono partita per il ‘’Royal Trekking’’, detto cosi’ perche’ l’aveva fatto il principe Carlo negli anni Ottanta (c’e’ una foto nell’hotel Fish Tail Lodge sul lago), ma da allora caduto in un misterioso oblio. A tal punto che non ho trovato mappe o indicazioni. Ogni volta provavo a chiedere qualcosa la risposta era: “25 dollari al giorno per la guida’’ ancor prima che aprissi bocca.

Insomma e’ chiaro che la mafietta delle agenzie, tour operator, hotel. tassisti e negozi di equipaggiamento, mal sopporta chi va a camminare per i fatti suoi. E’ comprensibile. ‘’Questa povera gente vive solo di turismo, guardati intorno..cosa c’e’ d’altro in Nepal se non queste montagne’’ mi faceva notare un amico incontrato per caso in un internet café’. Vero. Spero solo che tutto questo denaro – Pokhara e’ strapiena di turisti adesso – vada a buon fine, ovvero per la natura e la conservazione dell’Annapurna.

Per quanto riguarda il Royal Trekking (detto anche Annapurna Skyline), in parte e’ stato asfaltato, e quindi ci passava la corriera ogni mezzora. La seconda parte invece e’ ancora, per fortuna (mia, ma non degli abitanti) vergine. Il ‘fai da te’ e’ stato tutto sommato divertente. Senza mappa, segnali e guide, e’ stata una avventura nel vero senso della parola. In tre giorni non ho incontrato nessun altro escursionista, solo contadine con enormi fasci di erba sulla schiena, pastori con greggi di capre,orde di bambini che mi chiedevano ‘’sweets’’ e ragazzi che costruivano delle enormi altalene come e’ tradizione per la festa di Dashain (Dusseira come la chiamano in India). Dopo essermi persa, una sera, sono finita in un villaggio, Shyaklung, che sembrava uscito dal pennello di Claude Monet tanto era perfetto con le capanne dal tetto di paglia, le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, le caprette, una famiglia di anatroccoli, il bufalo nella stalla. E poi fiori ovunque, farfalle, aranceti e bananeti. Una famiglia di un ex militare dell’esercito indiano con un figlio in Giappone e l’altro a Dubai, mi ha affittato una stanza della sua casa dove per terra c’erano delle macine di pietra con tracce fresche di farina. L’intera abitazione sembrava costruita apposta per un museo di etnografia sulla vita contadina. La cucina con il focolare in un angolo per terra, mastelli per fare il burro e altri utensili che secondo me valgono una fortuna da noi. Un gabinetto fuori in giardino, niente lavandino o doccia. Anche perche’ non c’e’ acqua corrente. La si va a prendere con i secchi alla fontana del villaggio. Al posto del pavimento ci sono le stuoie. Anche se c’e’ la corrente elettrica e’ il sole a scandire la giornata.

Alle 19.30 ero gia’ sulla branda durissima nella completa oscurita’ quando e’ successa una cosa surreale. Della disco music ad alto volume proveniva da una capanna a valle. E’ andata avanti per una mezzoretta interrotta da una voce maschile che giocava a fare il deejay. Il mattino dopo il capofamiglia mi ha spiegato che era lo ‘’scapolo’’ del paese che di recente si era comprato un impianto stereo con karaoke….

Calcutta, le merendine Bauli vicino a Madre Teresa

Ad agosto ero andata a Calcutta per il centenario della Madre Teresa, evento che ha avuto molta piu’eco nel mondo che in India. Vicino alla Mother House, dove sulla porta di ingresso c’e’ancora e’ rimasto l’indicazione ‘’mother in’’, e’ comparso un negozio di santini, penso l’ unico in cui si possono acquistare souvenir della beata suora albanese.

Ma ad attirare la mia attenzione non non sono state le statuette della Madre, ma la vetrina accanto e in particolare un manifestino che pubblicizzava un croissante della Bauli alla cioccolata e alla ciliegia. Mi precipito dentro come se fossi stata colta da una folgorazione divina e chiedo di vedere i croissante. Non mi ricordavo bene, ma la confezione mi sembrava la stessa che in Italia, solo che dietro c’era scritto che era prodotto da Dream Bake Private Limited, in Howrah, a Calcutta, ‘’under licence, technical know-how and exclusive recipe from Bauli, Spa, Verona, Italy.

Ne compro uno al cioccolato (30 rupie) e esco furtiva, come se avessi comprato del cobalto radioattivo. Sul marciapiede lo ingollo in due bocconi. E’ fresco e buono. Rientro e mi riempo la borsa, poi non contenta fotografo pure la vetrina.
L’episodio va collegato a parecchi anni fa quando davanti al Meridian hotel di Delhi per caso incontrai il signor Alberto Bauli, il patron dei panettoni, che era venuto per esplorare il mercato ed era quindi appena uscito da una delle conferenze dedicate a illustrare le opportunita’ dell’ India. Mi chiese se abitavo a Delhi e poi , con l ‘aria di chi non aveva ancora afferrato qualcosa, mi domando’ serio: ‘’ma diciamo, se io volessi portare le mie merendine, dove e’che si vendono?’’. Allora non erano ancora arrivati gli shopping mall e quindi gli risposi che non c‘erano supermercati, che sapessi solo uno, lo storico Modern Bazar a Vasant Lokh.

Non so poi che fine abbia fatto e se mai abbia concluso qualcosa. Magari le merendine di Calcutta sono contraffatte, oppure qualche missionaria di Madre Teresa ha fatto qualche business con la famosa industria dolciaria di Verona. Le cerco ancora, ma non le ho mai piu’trovate.

Giochi del Commonwealth, India vince al tiro al bersaglio


Siccome a me piace fare la bastian contraria ho deciso di non unirmi al coro di chi spara a zero sui Giochi del Commonwealth che inizieranno il 3 ottobre a New Delhi. Da diverse settimane la stampa e la televisione indiana (e ora anche quella anglosassone) non fa altro che parlare di corruzione, impianti costruiti male o in ritardo, larve di zanzare infette dalla dengue, bagni pieni di escrementi e cani randagi che dormoni sui letti destinati agli atleti. Ogni giorno c’e’ qualcosa che non va. Il che e’ vero, certo, pero’ secondo me si esagera con il tiro al bersaglio. La tigre Sheera, la mascotte, viene immancabilmente raffigurata piena di cerotti oppure con un badile in mano. I giornali oggi parlavano di ‘’Giochi della vergogna’’. Oggi sono andata a vedere la passerella crollata ieri e ho scoperto che in realta’ l’intero parcheggio dello stadio Jawaharlal Nehru e’ ancora devastato dai lavori (vedi foto s sinistra). Gli stranieri sghignazzano solo a sentire parlare di stadi ‘’world class’’ che poi perdono i pezzi come e’ successo oggi al palazzetto del sollevamento pesi. Tra le minacce di attentati terroristici, la dengue e febbre suina, le passerelle pedonali che crollano e la sicurezza che fa acqua (non solo per il monsone che continua indefesso ad allagare la citta’), sembra ormai che solo un miracolo possa salvare i Giochi. Gli alberghi sono deserti, diversi campioni hanno dato forfait e la gente di Delhi, quella che se lo puo’ permettere, che se ne andra’ in vacanza nella settimana delle gare per evitare il caos nelle strade. Manco la regina Elisabetta viene a inaugurare l’evento.
Una cosa del genere in Cina non sarebbe mai avvenuta. Non mi si venga a dire che i cinesi sono svizzeri o tedeschi nella puntualita’ o organizzazione. E’ solo che non hanno una stampa libera e che non si ‘’usa’’ criticare i governanti. Nessuno avrebbe mai osato minimamente dire qualcosa contro le olimpiadi di Pechino del 2008. Non c’ero, ma e’ stato davvero tutto perfetto oppure semplicemente non c’erano giornalisti a documentare le tegole cadute?

Ebbene si’, mi sono beccata la febbre dengue

Come molti, anche tra i miei connazionali, quest’anno mi sono beccata la dengue. Pare sia una piaga mondiale, io onestamente non ne avevo mai sentito parlare prima di venire in India. E anche qui, nonostante gli allarmi, me ne sono sempre fregata altamente. Mentre ero febbricitante ho disperatamente cercato di risalire alla zanzara infame che mi ha trasmesso l’infezione. Boh. L’incubazione e’ dai 4 ai 10 giorni, dicono. A Calcutta dove ero stata una settimana prima? Tra le giacenze di frutta marcia del supermercato Reliance Fresh? Una sera in un giardino di una ricca casa del quartiere diplomatico considerato l’epicentro della dengue a Delhi (chissa’ che ci fanno dentro le ambasciate…)? O forse davanti all’aquitrino di Nehru Park dove una volta mi sono fermata a fare gli stiramenti? Boh. Quest’anno e’ stato record per i monsoni, vedi inondazioni in Pakistan e ho l’armadio che puzza di muffa come non avveniva da anni. Il decorso della malattia, una decina di giorni, e’ stata una via crucis con l’ossessione quotidiana del verdetto delle piastrine che arrivava dopo le 19 con i risultati del prelievo del sangue al mattino. L’ultimo ‘’effetto speciale’’ e’ stata un’ orticaria pruriginosa da incubo sulle palme delle mani, come se mi avessero pizzicato mille zanzare…incredible dengue e incredible India.

OSHO/3 Alla sera c'e' la mega disco, ma manca alcol e sesso

A che serve il test dell'Aids che mi hanno fatto?

Il piatto forte della giornata da Osho e’ al tardo pomeriggio quando avviene l’Osho Evening Meeting, ‘’una opportunita’ unica per ‘’sperimentare la ‘’consapevolezza senza sforzo’’, l’essenza dell’esperienza della meditazione’’ (cito sempre dal libretto delle istruzioni). La bonanima di Osho stesso ha detto che ‘’e’ una grande opportunita’ per entrare nello spazio interiore. In questo incontro, sperimenti qualcosa di cui nessuno e’ in grado di dare una definizione. E' il culmine di tutta la giornata di lavoro, di meditazione o di gruppi''. Onestamente pensavo che fosse a questo punto che in qualche modo venisse fuori la questione del sesso. Sapevo - ma per sentito dire - che il sesso era una delle pratiche della filosofia oshiana. La nomea dell'ashram era quindi di un posto in cui ''si becca'', almeno tra i miei amici maschi. Il test obbligatorio dell'Aids in effetti farebbe credere certe cose. Perche' non fanno invece il controllo per l'influenza dei polli? Ammetto che anch'io avevo delle aspettative in materia, ero davvero curiosa di capire come (e con chi)avveniva la cosa. Evidentemente la terapia sessuale e' riservata solo ai corsi avanzati, perche' nel mio programma non c'era nulla di simile. Anzi, diro' di piu', risulta decisamente difficile per una nuova arrivata attaccare bottone con qualcuno. I sanyasi non sono di molte parole soprattutto se non ti conoscono. Ma penso sia normale per ogni setta. Probabilmente ho sbagliato stagione, adesso c'e' poca gente, o forse il punto di incontro e' la jacuzzi vicino alla piscina, dove io non sono andata, perche' non avevo il costume omologato bordeaux.
Alla meditazione serale, la musica era decisamente meglio. Molto piu' rockeggiante. C'era una band live, molto bravi, e luci stroboscopiche. Il piramidone sembrava una mega discoteca, peccato che mancavano pero' il bar e i divanetti. Piu' o meno ogni 10 minuti, tutti urlavano OSHOOOOO, con le mani alzate. Quando cessa la musica si urla ancora Osho per tre volte di seguito e poi ci si sdraia. Quindi c'e' una sessione di relax, un'altra cosa che non ho ben capito e un momento in cui si devono pronunciare ''parole senza senso''. Quindi si arriva al clou. Cala il megaschermo e compare Osho stesso con solito il berrettino di lana. Una voce annuncia di quale discorso si tratta (come a Messa per i brani dei vangeli). Inizia parlando della politica americana (cita Reagan parecchie volte), poi si lancia in virulenti attacchi contro l'imperialismo degli Stati Uniti sostenuto dalla chiesa cristiana. Condisce il discorso di aneddoti e a volte barzellette. Parla dell'assurdita' del traffico cittadino, di gente che si arrabbia con l'automobilista davanti a lui che e' fermo in coda e non capisce che sono tutti nella stessa sventura. Penso alle sue Roll Royces e mi verrebbe da mandarlo a quel paese e alzarmi. Ma resisto. Parla a braccio di diversi soggetti, e' un buon oratore, e sa come tenere l'attenzione perche' spesso fa battute. Si sente ridere la gente nel video e ridono anche i sanyasi. La barzelletta con coi termina e' un po' da osteria. La solita storiella di corna, decisamente maschilista. Ma va bene. Quello che invece non ho tollerato, anzi mi sono anche incazzata, sono le assurde restrizioni sui tappetini ''consentiti'' nell'auditorium piramide. Siccome io non avevo il tappetino omologato (che si compra con i coupon nella ''boutique Zorba'', penso sia Zorba il greco), avevo preso da casa un lenzuolo bianco, ma con disegni neri. Dopo avermi fatta perquisire all'ingresso, un super kapo' sanyasi mi ha rispedito nello spogliatoio, perche' ''erano ammessi solo scialli e solo scialli bianchi''. Meno male poi che nella piramide ci sono delle sedie contro il muro al fondo in cui ''e' ammesso'' stare per chi non vuole sdraiarsi sul marmo tombale. Nota finale: dopo la meditazione, in abiti normali (dopo e' permesso) sono andata alla mensa insieme ai compagni sanyasi come al solito in silenzio - Per inciso, ho scoperto poi che restare in silenzio nell'ashram e' a volte parte del programma e che nella boutique Zorba si puo' comprare anche la relativa spilletta ''dont talk to me, I am in meditation -. Insomma il super kapo sanyasi, anche lui in ''borghese'' si stava fumando una sigaretta dietro un cespuglio, non so se quello era l'angolo fumatori, ma mi ha guardato come se lo avessi beccato con le dita nella marmellata....(fine).

OSHO/2 Dentro la piramide di marmo nero


Il programma del pomeriggio prevedeva diverse sessioni di meditazione dalla durata di un’ora. C’era la ‘’Silent Sitting Meditation’’, che ho escluso subito, e altre che invece comprendevano attivita’ piu’ motorie, diciamo. La ‘’Osho Mahamundra’’, per esempio, consisteva in 30 minuti in piedi, 20 in ginocchio con le mani alzate e dieci sdraiati. Le istruzioni dicevano: ‘’Stai in piedi con gli occhi chiusi, lasciando il corpo sciolto e rilassato: aspetta e coopera. Improvvisamente sentirai un impulso – se il corpo e’ rilassato – le energie sottili inizieranno a muoverlo fuori del tuo controllo: questo e’ Latithan’’. Ho pensato che questa era un po’ troppo avanzata per il mio esordio. Ho scartato anche la ‘’Osho Mandala’’ dove devi correre sul posto ‘’con le ginocchia piu’ in alto possibile’’ per 15 minuti ‘’dimenticando il corpo e la mente’’. Non so se ce l’avrei fatta cosi’ a lungo. Insomma, alla fine, tra mille esitazioni e un po’ di ansia ho scelto la ‘’Meditazione Osho Nataraj’’ che consisteva in 40 minuti di danza ‘’come se fossi posseduto’’, 20 minuti sdraiato immobile e in silenzio e altri 10 minuti in cui bisognava ‘’celebrare danzando’’.
La piramide dove si tengono le meditazioni e’ in altro settore rispetto all’entrata e al centro di informazione. E’ di marmo nero, decisamente tetra, tutto intorno c’e’ una fila di vetri opacizzati, non penso si possano aprire. Filtra poca luce, fuori piove. Per via dell’aria condizionata lo stanzone e’ gelido come una tomba a Ognissanti. Il pavimento, in granito verdastro scuro (per un’ora cerchero’ di ricordarmi il nome, ma non mi viene) e’ tirato a lucido. Un kapo’ sanyasi, con una cintura bianca sulla tonaca bordeaux, ordina a un mio compagno di rimuovere una borsa di plastica da un davanzale della pseudofinestra. Ovviamente siamo a piedi nudi e io sono sprovvista di tappetino. Le istruzioni dicono che ‘’gli occhi rimangono chiusi per tutta la meditazione’’, ma io non ci riesco. Mentre inizia la musica, tipo new age, quella che mettono nelle sale di aspetto degli aeroporti, sbircio intorno. Siamo una ventina, di tutte le eta’. Le ragazze hanno tuniche attillate, sicuramente su misura, non come il sacco di patate della mia. Noto che c’e’ una certa ricercatezza. Decisamente si muovono meglio dei maschi. La mia vicina piroetta su se stessa, un’altra dietro corre seguendo un misterioso tracciato. Ho paura che ci si scontri visto che (in teoria) siamo a occhi chiusi. All’inizio non ho proprio voglia di ballare, poi ci prendo gusto, per un po’ immagino di volare e poi di tuffarmi in acqua, da cui emergo con un salto e mi libro in cielo. Mi piace l’idea. Dopo un po’ mi stufo. Controllo l’orologio per vedere quanto manca. Finalmente scatta il gong e tutti si accasciano sul pavimento gelido. Siccome ero molto stanca e anche un po’ febbricitante per via di un ascesso al dente, penso di essermi addormentata…Al gong mi sveglio indolenzita e congelata. Gli ultimi dieci minuti di danza sono un po’ svogliata. All fine, tutti se ne vanno, in assoluto silenzio, come automi. Ma come? Dopo aver condiviso un tale turbinio di energie, neppure un grazie, ‘’e’ stato bello’’, nulla. Alcuni mi sembravano molto tristi, altri amorfi. Sicuramente non socievoli. In due giorni di ashram non ho parlato con nessuno…
La tanto declamata piscina, di cui gli amici mi avevano parlato, e' a forma di S, non va molto bene per nuotare, e' piuttosto da relax. Ma non c'era nessuno, forse perche’ pioveva, ho scoperto che a Pune fa molto piu’ freddo che a New Delhi. L’ingresso non era pero’ compreso nel daily pass, ma era a parte (150 rupie) e ci voleva il costume bordeaux da comprare nella boutique di Osho, con i famosi buoni. Ho rimunciato e ho optato per una passeggiata nel giardino. Pur sapendo che le foto sono vietate, di soppiatto ho fatto una foto a un angolo di piscina, con il terrore di essere sorpresa dalla kapo’ dell’ufficio stampa. Mi sarebbe piaciuto almeno avere una foto di me stessa conciata in quel modo. Ho chiesto al sanyasi addetto alla sicurezza (prima di entrare nella piramide c’e’ un body search accurato) se mi faceva uno scatto. ‘’Le foto sono assolutamente proibite’’ mi ha risposto seccamente. ‘’Ma non voglio farla all’ashram, ma a me stessa..’’ ho replicato. Stesso diniego. Dopo un paio di occhiatacce dai compagni sanyasi vicino ho desistito e me ne sono andata alla mensa.
(segue)

Osho/1 Pune, tra i compagni sanyasi

Era da un po’ di tempo che volevo visitare l’ashram di Osho a Pune. Finalmente ho trovato il tempo, ma ne sono uscita abbastanza delusa e anche un po’ arrabbiata per quello che, secondo me, è diventato un business della new age. Una Las Vegas della meditazione, con un pizzico di intolleranza fascistoide. Che io sia assolutamente incapace di percepire dimensioni al di fuori di quella del mio corpo e della mia mente, e’ ormai assodato. Sono stata abbracciata da Amma in Kerala, ho passato pomeriggi interi sotto l’albero di Buddha a Bodhgaya e nel tempio-palla-da-golf di Auroville, senza percepire neppure un barlume di spiritualità. Ma qui da Osho la sensazione e’ stata addirittura sgradevole. Molti sanyasi, che ho incontrato, come per esempio Dario (che ha un ristorante vicino all’ingresso dell’ashram) sono venuti qui per poco tempo e ci sono rimasti per anni. Dopo un giorno, io non ne potevo piu’. Questo e’il resoconto di un’esperienza che, tra l’altro, mi e’ costata anche parecchi soldi. Capisco ora perché ci sono così poche informazioni di prima mano su cosa succede dentro…


L’unica cosa che sapevo quando sono arrivata a Koregaon Park, polmone verde nell'inquinatissima Pune, e’ che nell’ashram bisognava vestirsi con un abito bordeaux di giorno e uno bianca alla sera. Quando ho visto sul marciapiede le bancarelle con le tuniche ho capito quindi che ero nei pressi del centro che ora si chiama ‘Osho Meditation Resort’. Trovare un posto da dormire nelle vicinanze non e’ stato facile. Dopo l’attentato alla German Bakery (ancora chiusa e con un muro sfondato dall’esplosione) mi hanno detto che ci sono stati controlli a tappeto e che quindi le guesthouse sono diventate clandestine. Io ho fermato una sanyasi (una discepola) che mi ha portato da una sua collega tedesca che lavora all’ashram e fa l’affittacamere. Prima mi ha detto che era ‘’tutto pieno’’, poi mi ha squadrato di nuovo, e mi ha detto che forse una stanza ce l’aveva…. Ha aperto l’appartamento di fianco e mi ha mostrato una camera, molto bella, con vista e un bagno grande. Insomma meglio di casa mia a Delhi. Prezzo 750 rupie, che va bene, ma non é proprio budget. Pagamento anticipato, fotocopia passaporto visto e ordini impartiti secchi, da tedesca, anche se ‘illuminata’.
Al ‘Resort’’ stanno facendo dei lavori. L’ingresso é coperto da un’impalcatura, si sentono dei martelli pnesumatici. Si entra dal welcoming center che é quello dei visitatori. Gli impiegati-sanyasi, in tunica bordeaux, mi hanno accolto con un sorriso, poi peró quando si sono accorti dal mio visto indiano che ero giornalista e che ero stata in Pakistan, hanno cambiato espressione. Mi hanno chiesto di accomodarmi mentre un tizio se ne andava con il mio passaporto a mostrarlo a chissà chi. Poi sono stata pregata di parlare per telefono con un’addetta stampa, che mi ha chiesto per ben tre volte, con tono non troppo amichevole, se ero lí per lavoro. ‘’No, non ti preoccupare, é una visita personale - ho ripetuto - ma se avete sconti per giornalisti li accetto ...oppure se mi fate pagare come gli indiani, visto che abito in India…’’. La battuta non é stata gradita. ‘Non facciamo sconti a nessuno e tu sei una straniera ’’ ha replicato seccamente la voce. La 'registration card' costa 1.550 rupie (per gli stranieri, 1.150 per i cittadini indiani) e comprende la ‘welcoming visit’ (che io ho perso perché sono arrivata 10 minuti in ritardo, manco ci fossero state le folle di visitatori, ero da sola..), il test dell’Aids e il day pass. La registrazione ha preso un po’ di tempo. Era da un bel po’ che non venivo così vivisezionata, addirittura hanno digitalizzato la mia firma. ‘Dopo la German Bakery…la sicurezza’’ mi hanno spiegato. Vero, non dimentichiamo che l’americano di origine pachistana David Hadley, che dicono essere uno degli ideatori dell’attentato di Mumbai, e’ venuto qui a fare una 'ricognizione', almeno cosí dicono. E non dimentichiamo che dicono pure che Osho ero uno della Cia (e anche avvelenato dalla Cia). Insomma c’é del losco, e io probabilmente con un passaporto pieno di visti pachistani appaio losca… Comunque adesso sanno tutto di me, anche che non sono sieropositiva.
Il test dell’Aids, in effetti, mi preoccupava un po’ e mi incuriosiva. Pensavo a un prelievo del sangue. Mi hanno portato in uno sgabuzzino dove un indiano in camice bianco ha aperto un kit, mi ha forato il dito medio, ha raccolto una goccia di sangue e l’ha messa su un tampone. Ho cercato di leggere la marca sulla busta, ma lui con un gesto veloce l’ha buttata via. ‘Volevo solo sapere che tipo di kit era, non l’avevo mai visto’ ho detto scusandomi. Per tutta risposta il tizio ha chiamato il kapò -sanyasi, gli ha riferito della mia richiesta e lui mi ha gettato un’occhiataccia. ‘Adesso vai a comprare i buoni’’ ha ordinato in stile nazista. Praticamente, qui al resort, come in tutti i resort, si paga anche l’aria che si respira: i buoni servono per comprare cibo, ingressi per la piscina, il costume obbligatorio bordeaux, i tappetini per la meditazione, ecc. Sono coupon da 100 rupie dove c’e’scritto ‘Contribution for Meditation Activities’. ‘Prendine per mille rupie, perché dovrai comprare le tuniche’’ mi dice il kapò. ‘Veramente la bordeaux ce l’ho gia…’’ replico timidamente e tiro fuori dalla borsa una palandrana comprata al mercato nero sul marciapiede per 200 rupie (meno 50 rupie che mi sono state rimborsate quando l’ho riportata indietro).
Con la tunica indosso e il day pass in tasca, a quel punto, mi hanno portato all’Information center dove ho scoperto che lavora la mia affittacamere tedesca. Ho avuto però la sensazione che non era troppo contenta di far sapere il suo business ai compagni sanyasi. Mi hanno fatto leggere due pagine di regolamento e dato un libretto di istruzione in italiano per i corsi di meditazione che mi sono letta davanti a un croissant al cioccolato comprato al Buddha Caffe’ circondata dagli impiegati sanyasi in pausa-caffe’ e da un pavone affamato che mi guardava minaccioso. (segue)

Quando Bhopal ti arriva nel piatto

Caso vuole che sulla corriera da Bhopal a Sanchi abbia incontrato niente meno che un rappresentante di pesticidi. Lupus in fabula, si direbbe. Devo riconoscere che gli incontri piu’ interessanti della mia vita li ho fatto sui bus locali, quelli dove sali e ti siedi dove vuoi e che non partono fino a quando tutto lo spazio non e' fisicamente occupato da persone e cose.
Satendra Singh Chauhan, direi sui 35 anni, lavora da tre per la Meghmani Organics LTD, una societa’ di pesticidi di Ahmedabad. E’ un ASM, che mi sono fatta spiegare vuol dire Area Sales Manager. Quando gli ho chiesto perche’ non gli passavano l’auto aziendale e lo costringevano a visitare i clienti in bus, ha iniziato una lunga serie di lamentele. I suoi superiori sono dei tirchi, risparmiano su tutto, lui ha portato il fatturato da zero a tot milioni di rupie e continuano a promettergli un’auto. Lui pero’ ha minacciato le dimissioni, ma non puo’ fare troppo il furbo perche’ non ha un titolo di studio, anche se dopo 12 anni di esperienza conosce a menadito tutti gli insetti, muffe, vermi insieme ai rispettivi veleni.
Abbiamo parlato della Union Carbide ed e’ venuto fuori che il manager americano Anderson ha pagato una somma strabiliante prima al governo locale per essere portato a Delhi e poi a Rajiv Gandhi (all’epoca premier) per lasciare l’India. Sono cose che sono uscite sulla stampa di recente quando si e’ riaperto il dibattito sulla fabbrica dopo una sentenza-beffa di un tribunale contro i responsabili della tragedia.
Inevitabilmente poi il discorso e’ caduto sull’ambiente. Mi ricordo quando in Piemonte non si poteva piu’ bere l’acqua perche’ c’era l’atrazina dentro i pozzi. Glielo raccontato. Lui ha obiettato che senza pesticidi non viene nulla e che quindi i contadini rischiano di morire di fame. ‘Ma c’e’davvero bisogno di spruzzare tanta roba?’’. ‘Tantissima’ e’ stata la risposta, con un certo senso di soddisfazione, visto che questa roba la vende lui. Poi guardando fuori dal finestrino mi ha fatto la lista. ‘Questi sono semi di soia, vanno spruzzati adesso…poi arriva il mais, idem per il basmati. Le banane invece le devono immergere in una sostanza chimica perche’ le raccolgono verdi, ma quando tu li compri devono essere mature. Idem i manghi. ‘Ma come, anche i manghi? Ma quelli vengono da soli’’ ho reagito. ‘Assolutamente no, non c’e nulla di quello che tu mangi che non sia ricoperto di veleno’’. Ma io i manghi li sbuccio…’ho replicato aggrappandomi disperatamente all’ultima speranza. Risposta: ‘fidati, ci lavoro, il pesticida penetra dentro. Se vuoi un consiglio, tutta la frutta e verdura che compri mettila in una bacinella d’acqua e lasciala per mezzora in modo che il veleno si diluisca…’’. Se lo dice uno di Bhopal…

Bhopal e il parco giochi della Union Carbide


Un trasloco, sfighe a catena e qualche problema di salute mi hanno tenuto lontano da Indie per un po’. Solo dopo le prime dieci ore di treno, in una appicicosa notte di monsone, mi e’ tornata la voglia di scattare e di raccontare.


La prima cosa che ti dicono quando vai a Bhopal, e’ di stare attenti a cosa si mangia e si beve. Certo dopo quello che e’ successo 26 anni fa e’ normale. Ammetto che dal primo momento che ho messo il piede fuori dal treno, le scene descritte nel libro di La Pierre di quella notte, mi sono presentate davanti. Diro’ una bestialita’, forse, ma la mia impressione e’ che - come sempre in India - anche questa mostruosa sciagura si e’ riassorbita nel flusso caotico di una citta’ che e’ devastata da un traffico assordante, cumuli di spazzatura, voragini in strada e un’umanita’ che ogni giorno cerca di sopravvivere, nulla di piu’. Certo anche Bhopal diventasse come Losanna (c’e anche un lago e delle collinette qui, l’accostamento e’ perfetto) il suo nome sara’ per sempre legato alla fuga di gas. Come a Seveso.
Appena arrivata sono andata alla fabbrica, che e’ a una ventina di minuti dal centro storico. E’ ancora una zona industriale, la via si chiama anche Union Carbide street, con pessimo gusto, direi, ed’e’costellata di slum. Sulla recinzione ci sono delle scritte dei gruppi di attivisti (gli unici che tengono duro) e poi c’e un murales con una statua di marmo raffigurante una donna e dei bambini, nell’atto di scappare, almeno ho capito io. Il monumento e’ sul marciapiede di fronte, vicino all’ingresso di un’altra fabbrica che non c’entra nulla. Per visitare l’impianto ci vuole un permesso del ‘Collector Office’, che, penso, sia il magistrato locale. Ho provato la tecnica del sono-una-turista-mi-sono-persa, ma non ha funzionato. Le guardie erano sgamate. Quindi ho seguito la trafila burocratica che mi ha portato in un ‘Gas Victims office’ che e’ una delle cose piu’ kafkiane che abbia mai visto. In un cunicolo, pieno zeppo di armadi di ferro arrugginiti e impolverati, nell’oscurita’, sui delle scrivanie ricoperte da tovaglie che sembravano state usate per anni un una trattoria di camionisti, c’erano due impiegati davanti allo schermo di un computer. Giocavano al solitario. Il mio arrivo li ha visibilmente disturbati. Io mi aspettavo una risposta, tipo, compili questo modulo e ritorno tra un mese. Invece no, anche se con un occhio al tappeto verde virtuale, si sono occupati della mia pratica. Nel frattempo mi sono guardata intorno. Negli armadi, allineato contro un muro fuligginoso e pieno di ragnatele, ci sono i nomi di 10 mila vittime. Alcuni faldoni strabordano. Evfidentemente l’ufficio, creato all’epoca’ e’ rimasto e ora funziona da ‘agenzia turistica’. Mi dicono che ogni giorno 2 o 3 persone chiedono di visitare il sito. Sono stupita. Propongo che li facciano pagare un obolo cosi’ da riparare la sedia di paglia sfondata come quella su cui sono seduta io e anche imbiancare l’ufficio. Si mettono a ridere, ma si vede che sono concentrati sul solitario. Ognuno ha un compito preciso, chi registra il mio nome, chi va a fare firmare il permesso dal ‘joint collector’, chi infine mi da la ricevuta. Mentre il collega si occupa di me, gli altri a turno ritornano a davanti al computer attratti come calamite dal gioco. Questo e’ paradossale, che lo fanno con intorno i morti della piu’ grande fuga di gas del mondo. Mi sembra di sentirla quasi la sofferenza uscire da quegli armadi.
La visita avviene dalle 4 alle 5, un omino con i capelli colorati di henne’ mi scorta. L’impianto e’ sorvegliato da 40 persone pagate dallo stato del Madhya Pradesh che e’ anche proprietario dei terreni. Lo avevo visto gia’ in tante foto, quindi non mi stupisco. Ma nono pensavo che fosse possibile andarci addirittura dentro, sotto il famoso tubo scoppiato. E’ tutto arrugginito, ma intatto. Sono stupita anche dall’erba e dalle piante intorno. Mi immaginavo uno scenario post nucleare, con la terra bruciata…c’erano anche mucche al pascolo, scoiattoli che si rincorrevano e uccellini. Uno scenario bucolico, quasi. A una cinquantina dimetri c’e lo slum. Un bambino con la faccia da monello sorpreso a giocare tra le tubature e le vasche abbandonate, viene riaccompagnato da una guardia alla madre che lo rimprovera. Evidentemente la fabbrica e’ il loro parco giochi. Si mette a piangere. ‘Non possono bere l’acqua, che arriva con le autocisterne da fuori’’mi spiega la mia guida quando gli chiedo se non hanno problemi. Hanno la scuola, assistenza medica e le casette mi sembrano ben messe. Ma perche’ continuano a stare qui, almeno perche’non recintate l’area? Silenzio. Ci penso un po’ su e mi viene in mente la gente che un giorno andando in bicicletta ho visto che viveva sul bordo della fogna nel quartiere di RK Puram, a Delhi, di fianco al mio quartiere. E’ la fogna dove scarica il mio bagno. Si’, domanda senza senso.