Tesori nascosti di Delhi/ La diga di Satpula

Mi chiedo quanti conoscano a New Delhi la ''diga di Satpula'', uno sbarramento a sette archi costruito da un sultano della dinastia Tuglak nel 1340 circa quindi in epoca mediovale. Una vera chicca da amanti della storia e delle curiosita' di Delhi, purtroppo completamente abbandonata.  Arrivarci e' facilissimo. E' di fronte agli enormi shopping mall di Saket e di fianco al Singhania Hospital, dove - ma non c'entra nulla - e' conservata sott'alcol la mia ovaia sinistra che mi hanno asportato nel 2004 per via di una strana ciste mai vista, quindi da collezionare.
    Come ho letto su un libro (''Delhi, 14 Historic Walks'' di Swapna Liddle) , la diga serviva a regolare l'afflusso di acqua nella citta' di Jahanpanah, una delle sette antiche citta' di Delhi. Le mura di questa citta' sono ancora visibili nella zona.  La moschea di Kirki (di cui avevo parlato qui) faceva parte del complesso, di cui non e' rimasto quasi nulla e sembra anche pochissime descrizioni storiche. O forse c'e' qualcosa ma e' sotto i centri commerciali.
Nessuno ovviamente da dell'esistenza di Satpula, manco quelli che ci abitano intorno. Da sopra c'e' un bel panorama, da una parte una enorme spianata verde (il letto del fiume?), mentre dall'altra i parallelepipedi di cemento costruiti negli ultimi due anni e diventati i templi dello shopping e divertimento. Il libro dice che qui c'era un laghetto sacro dove viveva un santo sufi. Io non ho esplorato molto perche' avevo un po' di timore ad addentrarmo nella vegetazione. Di fianco passa in effetti un canale di Delhi, forse lo stesso che passa nella mia colony di Safdarjung e a Defence Colony. Dei canali che sono fogne in realta' e sulle cui sponde vivono molti poveracci oltre che colonie di  maiali. E' davvero incredibile come nessuno si prenda cura di questi corsi d'acqua che - penso confluiscano - poi nella Yamuna.
A parte il canale-fogna, il paesaggio sembrava bucolico. Verso il tramonto e' passata una mandria di bufali, dei ragazzi giocavano a cricket e dei vecchi fumavano marijuana. Difficile davvero pensare di essere in mezzo a una metropoli di 18 milioni di abitanti.
 

Al Wal Mart ci sara' la pressa per l'olio di senape?


     Il giorno dopo il via libera ai supermercati stranieri sono andata a fare un giro all’Ina market, uno dei mercati alimentari del sud di New Delhi piu’ famosi, soprattutto tra i diplomatici e ricchi indiani. Era infatti li’ che si trovavano un tempo prodotti di ‘’contrabbando’’, come cereali Kellog, la pasta Barilla, i sottaceti e anche, sotto banco, il vino quando l’India era un’economia chiusa nella sfera sovietica. Poi le frontiere si sono aperte negli anni Novanta e i prodotti importati sono diventati piu’ diffusi. Ovviamente sempre a sud di Delhi e sempre in alcuni selezionati mercati, non ovunque. 
      Si chiama ‘’I.N.A.’’ da Indian National Airways, una compagnia aerea privata ai tempi degli inglesi. Di fatti accanto c’e’ il vecchio aeroporto di Delhi, oggi usato soltanto per il movimento dei leader come Sonia Gandhi e per ospiti.
     Anche se ormai si trova tutto anche in altri mercati, all’INA si va ancora per comprare le primizie, tipo gli asparagi oppure il pesce o vari crostacei . Basta soltanto superare il tanfo incredibile che soprattutto quando fa caldo e’ da svenimento. E non essere deboli di cuore a vedere sgozzare galline, mentre granchi saltellano nel rivoletto della fogna.  Avevano provato a introdurre norme di igiene, ma non ci sono riusciti e dopo un po’ tutto e’ tornato come prima.
    Mentre passeggiavo, senza una meta precisa, pensavo tra me e me che tutto questo presto finira’ quando al posto dell’INA market ci sara’ un bel Wal-Mart o Carrefour. Potrebbe essere non cosi’ lontana quella data.
    Dopo aver preso un ‘’rasmalai’’ (dolce di latte e pistacchi) mi sono imbattuta in un negozietto dove c’era una strana e rumorosa macchina che sputava fuori dei residui marrone cuoio che un operaio poi rimetteva dentro. Mai visto un aggeggio del genere (FOTO SOPRA). L’odore pungente mi ha fatto pensare che stavano producendo qualcosa di commestibile, ma non capivo. Ho quindi chiesto al negoziante e ho scoperto con mia grande meraviglia che stavano producendo olio di senape (‘’mustard oil’’), che e’ l’olio che tutti quanti, me compresa, usano per friggere. Pare che la senape (piante dai fiori gialli) in India cresca spontaneamente...In pratica, la macchina ingoiava i semi di senape (quelli neri) e li schiacciava per far uscire olio. Come una pressa per olive insomma. Sono rimasta attonita. Ecco a cinque minuti da casa, ancora una volta, l’India mi stupiva. Ho fatto un terzo grado al commerciante che pero’ non era molto loquace. Mi ha detto che si’, di solito, l’olio non lo fanno piu’ nei negozi e che ci vogliono tre chili di semi per un litro di olio. C’erano in effetti delle bottiglie di olio in vendita senza etichetta. 
     A casa poi scopro che l’olio di senape in Europa vendono in farmacia perche’ ha proprieta’ terapeutiche. Rido perche’ qui fanno lo stesso con l’olio di oliva, e’ in farmacia e si usa per i capelli. 
     Mi chiedo se Wal-Mart manterra’ il ‘’pressa senape’’, un pezzo da museo etnoarcheologico, o se troveremo al suo posto scaffali di olio d’oliva Carapelli.  Ieri sera, il primo ministro Manmohan Singh e’ andato in televisione a dire ai suoi connazionali che i supermercati stranieri sono necessari a ‘’salvare l’India’’ dalla crisi mondiale. E’ venuta l’ora delle ‘’tough decisions’’ ha detto.  Gia’ ed e’ anche scoccata la condanna dell’INA market.   

New Delhi, soldi e topi al Khan Market

   Non c'e' nulla fa fare, vivendo qui in India bisogna accettare la convivenza con i topi. Che piaccia o meno dobbiano renderci conto che dividiamo piu' o meno gli stessi spazi nella capitale e abbiamo gli stessi problemi di sovraffollamento. Ieri mi trovavo al Khan Market, l'ammasso di catapecchie chiamato la 'Fifth Avenue'' indiana per gli affitti da capogiro. Ero andata in un bugigattolo di un cambia soldi, nella parte piu' sfigata dove non ci sono ancora i negozi di lusso, per cambiare degli euro in rupie. Uno sgabuzzino che fuori vende ricariche per telefono ha una vera e propria banca nel retro. Cambiano tutte le monete del mondo e per qualsiasi importo. E non c'e' neppure una porta, ma un telo di plastica che ripara dal caldo e polvere.
    Durante l'operazione ho assistito a una scena che penso veramente solo in India sia possibile vedere. Tra diversi salamelecchi mi hanno fatto accomodare dentro il cubicolo, di due metri per due, dove c'e' una scrivania e un televore che trasmette cricket o Bollywood. Dopo aver allungato una banconota in euro, il tizio ha aperto il cassetto per darmi le rupie. A quel punto ho visto che ha esitato un attimo. Ha quindi tirato fuori tutto il cassetto e ha chiamato un inserviente che e' arrivato come un fulmine.
    Gli lancio uno sguardo stupita. Quando il cassetto mi passa davanti, vedo un topolino morto stecchito tra le mazzette di rupie. Avviene tutto come un lampo. Pochi secondi dopo il cassetto ritorna al suo posto ''liberato'' dall'intruso buttato in strada senza troppe cerimonie.
    Senza una parola, come se nulla fosse successo, il tizio conta le banconote e me le porge con un sorriso e un grazie. Rimango di stucco. Non oso contarle. Le ripongo in una tasca della borsa. Ringrazio ed esco cercando di non guardare sul marciapiede alla ricerca del povero roditore.

Trecento operai pachistani bruciati vivi, qualcuno si chiede come mai?

La morte di 300 operai in due diversi incendi di fabbriche di abbigliamento in Pakistan ha sollevato l'attenzione sulle precarie condizioni di lavoro nei Paesi emergenti dove si produce ormai la maggior parte dei beni che consumiamo in Occidente.
La  ''Ali Enterprise'' di Karachi era una trappola per topi come lo sono migliaia di altre aziende in India, Bangladesh e Nepal.  Tonnellate di materiale sintetico in stanzoni chiusi pieni di operai. Se succede qualcosa, e' una tragedia inevitabile.
Anzi pare non fosse neppure registrata.  Certo a Karachi, dove i gangster ammazzano a destra e sinistra ogni giorno, risulta un po' difficile far rispettare le norme di prevenzione anti incendio o avanzare rivendicazioni sindacali.
Ma quello che mi ha speventato di questa sciagura e' l'indifferenza totale da parte dell'industria locale e governanti pachistani. I media  hanno strillato un po'  sul ''piu' grave disastro industriale'' nella storia del Paese. L'attenzione e' evaporata dopo un giorno appena.
Ovviamente meglio non parlare di queste ''fabbriche'' dove si producono collezioni per le grandi catene di abbigliamento sempre piu' a caccia di profitti per sopravvivere alla crisi. Io ci ho provato a capire un po', ma i clienti sono segretissimi. Non va bene dire, per esempio,  che un costoso capo di una griffe italiana  e' stato confezionato alla periferia di Karachi. Non e' molto trendy. E poi forse chi piazza gli ordini e' spesso un intermediario, quindi e' difficile risalire all'''utilizzatore finale'' per  usare un espressione che va di moda in Italia.   

Confessioni di una ''cool hunter'' a New Delhi

E' ora di squarciare il velo su una mia attivita' che ho tenuto segreta da quasi un anno un po' divertendomi e un po' vergognandomi quando gli amici mi vedevano appostata con la macchina fotografica agli angoli di popolari ritrovi giovanili di New Delhi. Lavoro come ''cool hunter''  per un website di ''street fashion'' che si chiama Styleattitude e che e' stato fondato da una simpaticissima parigina di origini italiane.
Il mio compito consiste nello scovare dei ragazzi e ragazze diciamo ''trendy'' e fotografare ogni dettaglio, dalle scarpe fino agli orecchini. Ho cercato all'inizio di spiegare che New Delhi non e' Milano e che la gente va fuori come capita senza far molta attenzione alle mode. Ma mi ero sbagliata. I giovani ''delhiti'' hanno un loro stile, soprattutto i teen ager, distinto da quello dei loro coetanei di Shangai o di Bangkok. Ovviamente vanno tutti a rifornirsi nei centri commerciali da Zara o Mango dove prevale l'uniformita', pero' poi compare il tocco locale, la kurta per le ragazze o l'immancabile gioiello di famiglia. Non ci sono gli eccessi di certa moda punk o trash, ma buon gusto un po' borghese. La gioventu' indiana non e' ribelle e lo si vede anche da come veste.     

Sonia Gandhi guarita, ma da cosa?

Per la prima volta un giornale indiano, The Hindu diretto dal bravo Siddarth Varadarajan, ha avuto il coraggio di scrivere la parola ''cancro'' in un articolo che parla di Sonia Gandhi tornata da un nuovo test medico negli Stati Uniti. (vedi qui). Sfidando la cortina fumogena che da sempre c'e' intorno alla super donna della politica indiana, il quotidiano ha dato la bella notizia che ''la sua battaglia con il cancro potrebbe essere vinta''  dopo gli ultimi test di routine andati bene.
Quando oltre un anno fa Sonia era partita improvvisamente per un intervento chirurgico in un famoso centro di oncologia di New York (particolare mai confermato) si erano scatenate le speculazioni su qualcosa di grave. Lei aveva poi chiesto il silenzio stampa, che e' stato rispettato dai media sempre molto obbedienti nei confronti della potente famiglia. Il mistero della malattia non e' mai stato svelato.  L'unica cosa certa e' che la 63 enne presidente del Congresso non si e' sottoposta a chemioterapia perche' se no avrebbe perso i capelli. Per fortuna ovviamente.
Pero' in un'era in cui i malati, anche quelli gravi, si filmano su YouTube mentre muoiono, scrivono libri o addirittura fanno pubblicita,' come il campione di cricket Juvraj Singh, guarito di recente da un turmore, che fa da testimonial a una compagnia di polizze vita.    

La Washington Post spara a zero su Singh, ma scopiazzando un vecchio articolo

Dopo il Time magazine anche l'autorevole Washington Post, o meglio ''la'' Washington Post'' come insegnano nelle vecchie scuole di giornalismo, si scaglia contro il povero premier Manmohan Singh, che - nessuno forse se lo ricorda - e'  un semplice ''tecnico'' messo li' da Sonia Gandhi ben otto anni fa.
  In un pezzo in prima l'altro ieri, il giornale lo definisce addirittura una ''figura tragica''  nella storia indiana. Vero. Il declino della popolarita' dell'economista Singh e' in picchiata negli ultimi tempi per via di una serie di scandali per corruzione. Ma guarda caso, piu' si avvicinano le elezioni nel 2014 e piu' aumentato gli assalti al mite sikh dal turbante azzurro che - a essere onesti - e' sempre stato sottomesso agli ordini della potente Sonia.
    Il corrispondente da Delhi della Washington Post, Simon Denyer, ha quindi ragione a criticare. Ma e' scioccante che lo ha fatto copiando da un articolo di un piccolo mensile indiano, Caravan, dell'ottobre 2011!!! Il giornalista e' infatti stato ''pizzicato'' dal portavoce del pm (ovviamente interessato a metterlo in cattiva luce) e la Washington Post e' stata poi costretta a correggere il tiro (vedi qui).
Morale: anche i ''grandi'' corrispondenti, che dopo un paio di mesi in India gia' pontificano davanti a un bicchiere di gin tonic, ogni tanto prendono cantonate oppure scopiazzano da vecchi ritagli. Certo dall'autorevole Washington Post ci si aspetterebbe un po' di piu'. 

India avvia relazioni diplomatiche con ....Niue

    In un comunicato oggi il ministero degli Esteri fa sapere che l'India ha avviato le relazioni diplomatiche con l'isola di Niue durante una visita del primo ministro Toke Talagi. La cosa mi ha ovviamente incuriosita anche perche' non sapevo dell'esistenza di questa nazione che non e' propriamento uno Stato perche' appartiene alla Nuova Zelanda. Ma di fatto conduce una politica estera autonoma tanto che ha allacciato relazioni diplomatiche con New Delhi.
   Che c'entra con il gigante indiano questo isolotto nel mezzo del Pacifico e pieno di coralli, detto lo ''scoglio della Polinesia'' e, di recente, salito alla ribalta come ''nazione WI-FI'' (ma il progetto non e' mai decollato)? Che hanno a vedere i suoi 1.400 abitanti di etnia polinesiana con il miliardo e 200 mila indiani?
   Da una semplice ricerca su internet e' emerso che nel 2005 una societa' mineraria australiana ha detto che la gente di Niue e' seduta sopra un giacimento di uranio che potrebbe essere uno dei piu' grandi al mondo.
   Non ho capito se e' davvero cosi' perche' dopo allora non ho piu' trovato informazioni. Spero tanto che gli isolani non accettino mai di trasformare il loro paradiso in una miniera di uranio. Intanto pero', la diplomazia indiana  - sempre molta attenta alle risorse energetiche - ha annusato l'eventuale affare. Se non sara' cosi', rimane comunque la possibilita' di andaci in vacanza. Ma non tutti insieme per carita'.  

NON SOLO INDIE/Nomadismo, vela e downshifting di Simone Perotti

    Nomadismo e vela. Questa volta sono riuscita a mettere insieme le mie due passioni. Mi sono unita a un gruppo di ''velisti per caso'' in giro per il Mediterraneo guidati da uno skipper-scrittore che ha fatto una scelta di vita molto simile alla mia con la differenza che pero' l'ha fatta in Italia. Ha raccontato la sua esperienza in un libro, ''Adesso basta'', (Chiarelettere) uscito nel 2009. Lui si chiama Simone Perotti, ex manager rampante della RCS che ha fatto conoscere in Italia il ''downshifting'', una parolona inglese per un concetto molto semplice, ovvero riappropriarsi del nostro tempo. E' la vecchissima storia: meglio avere piu' tempo e meno soldi o piu' soldi e meno tempo? Io sono per la prima soluzione e lo vado dicendo ormai da anni con il rischio a volte di emarginazione sociale. Prima di me lo hanno detto quelli che hanno fatto il 1968, non mettendolo poi in pratica.
    Perotti e' invece un baby boomer come me, di quelli che hanno sempre messo la carriera al primo posto perche' cosi' ci e' stato insegnato fin dalla culla. Carriera perche' significava affrancamento dai lavori manuali, soldi per comprare grosse auto e beni di lusso e possedere status symbol. Io ho, quindi sono. Human doing non human being. Cosi' funziona il modello consumistico della nostra societa' che ora - sembra? - entrato in crisi.
    Perotti, che ora fara' anche un programma alla Rai dedicato al cambiamento di vita, forse ha scoperto l'acqua calda e da bravo manager e' riuscita a venderla con successo. Sara'. Ma gli va il merito di aver acceso un barlume di speranza nella nostra malata societa' occidentale. Mentre molti si limitano a lamentarsi per lo stato di cose come gli ''indignados'', che vanno a protestare in piazza, ma poi continuano con lo stesso stile di vita, almeno lui e' coerente. Ha molllato tutto e vive con poco, almeno cosi' dice.

Come diceva il Mahatma, se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo essere noi a cambiare. ''BE THE CHANGE YOU WANT TO SEE IN THE WORLD''.

NON SOLO INDIE – Cara, vecchia e elitaria Europa


 
    Per una serie di ragioni familiari, mi sono ritrovata quest’anno a spasso tra il nord Italia, Parigi e Londra, con toccata-e-fuga finale a Napoli. Era da parecchio tempo che non facevo un tour europeo e abituata ormai ai ritmi e abitudini asiatiche e’ stato per me come sbarcare su Marte.  Non avevo il Suv della Nasa con razzo laser che scorrazza sul pianeta rosso polverizzando le rocce per analizzare il contenuto, ma soltanto una buona dose di curiosita’ e voglia di capire. Mi interessava vedere cosa era cambiato con la crisi.
    La prima scoperta e’ stata  che la vita e’ diventata ancora piu’ cara alla faccia della vecchia legge  economica che quando non c’e’ domanda calano i prezzi.  Appena sbarcata a Malpensa ho avuto la sconcertante sorpresa di dover pagare 2 euro per un semplice carrello bagagli. In altri scali e’ una cortesia ai passeggeri. Una volta nell’aeroporto milanese il deposito veniva restitituito quando si riponeva il carrello, ora non piu’.  A Londra, ho pagato 45 sterline invece per lasciare in custodia i bagagli un paio di ore. Per affittare una bici a Parigi ci vogliono 150 euro di cauzione. La prima mezzora e’ gratis, ma dopo 4 ore la tariffa scatta di quattro euro ogni mezzora! Prenotare un aereo on line con la carta di credito costa oltre 14 euro in commissioni (mi e’ successo con E-Dreams). Non sto parlando di beni di lusso, sto parlando di normali servizi per chi viaggia.    
    Il dramma e’ che sulla Senna o sul Tamigi, o anche nella ex Milano da bere ,  c’e’  un divario crescente tra ricchi e poveri, proprio come qui in India. La fruizione pubblica dei centri storici, dei monumenti, musei e’ diventata molto esclusiva per via degli altissimi costi di ristoranti, alberghi e trasporti. Non dico che vorrei un centro di accoglienza di senzatetto davanti alla torre Eiffel o al London Eye, ma mi duole vedere che e’ difficile trovare una fontanella dove bere. In certi posti a Parigi una mezza bottiglia d’acqua costa la cifra folle di 3 euro. E nessuno sembra accorgersene, cosa che e’ ancor piu’ allarmante.
    I trasporti, a parte la Val di Susa, sono diventati superveloci: cinque ore a Parigi con il TGV e 2 ore e mezza da Parigi a Londra con il mitico Eurostar, che gia’ mostra i segni della vecchiaia per via di carrozze sporche e puzzolenti come certi treni indiani. Ma sono off limits per la maggior parte, penso, come famiglie operaie monoreddito con figli ma anche insegnanti o precari.  Guarda caso pero’ il treno notturno (esistono ancora!) da Napoli a Torino (55 euro) era tutto pieno. Nel binario a fianco partiva il nuovo e fiammante Italo al doppio di prezzo (ma  la meta’ del tempo). Ma allora perche’ non mettere qualche Intercity in piu’ per i vacanzieri che scelgono il treno e rifiutano gli esodi sulle autostrade? I soldi arrivano lo stesso. Pagare meno, viaggiare tutti.
    Ma lo shock e’ stato alla stazione a Napoli (e a Milano anche) quando ho scoperto che l’accesso al bagno costa un euro. Due mila lire vecchie per fare pipi’.  Nella famosa e antica pizzeria Da Michele, quella dove e’ stata inventata la margherita dove si mangia la margherita originale, ho incontrato un affabile signore, direttore di una unita’ sanitaria. Eh si’, il bello del sud dell’Italia e’ che la gente parla ancora agli sconosciuti. Ce l’aveva con l’amministrazione di Napoli, guarda che novita’, e anche con i giovinastri del malfamato quartiere di Secondigliano che – grazie alla nuova metro– arrivano fino al Vomero a delinquere. Forse molti vorrebbero dei ghetti chiusi da altre mura, come certi resort in spiaggia, per impedire la mescolanza con gli sfigati.
   Temo che la crisi non fara’ che aumentare la disparita’ di classi in Europa e anche l’intolleranza verso gli immigrati visibilmente sempre piu’ numerosi, ma sempre piu’ maltrattati. A Napoli, diventata triste e vuota quasi come l’altra ex gloria sabauda di Torino, ho visto un impiegato delle Ferrovie respingere in malo modo un ragazzo di colore in coda alla biglietteria.  In Sicilia un gruppo di vu cumpra’ e’ stato linciato verbalmente da alcuni residenti su un minibus perche’ sono entrati con ingombranti sacchi di mercanzie.  La societa’ multirazziale forse esiste solo a Londra. Al celebre Speaker’s Corner di Hyde Park si sente parlare piu’ arabo che inglese. Ma come si fa a sopravvivere a Londra, con una famiglia e senza uno stipendio d’oro,  e’ davvero un mistero.  O una sofferenza.

CINEMA/''Gangs of Wasseypur'',cinque ore di saga mafioso-comica

    Per fortuna non c'e' solo la commerciale Bollywood in India. Ieri al concorso Osian's Cinefan a New Delhi ho visto l'ultimo film di Anurag Khashyap  ''The gangs of Wasseypur''. Dura cinque ore e pare sia il piu' lungo film in hindi. E' stato a Cannes, ma nelle sale indiane e' uscito solo a luglio (la prima parte), mentre la seconda ''puntata'' e' in programma tra un mese. E' con attori sconosciuti e con un budget irrisorio.
   E' una sorta di ''Padrino'' all'indiana, con molto trash tipo Pulp Fiction e con una quantita' record di parolacce da bettole mussulmane. Che i sottotitoli traducono sempre allo stesso modo com motherfucker ecc, ma immagino che ci siano un'infinita' di sfumature che solo gli indiani capiscono, forse solo quelli che parlano urdu. E' la storia - vera - della faida tra due famiglie mafiose mussulmane di Wasseypur (ora si trova nello stato centrale del Jarkhand) attraverso 60 anni di storia indiana.  Questi clan all'inizio controllano le miniere di carbone e poi si allargano a estorsioni di ogni tipo .
   Ho letto che Khashyap, uno che ha scopero il cinema con ''Ladri di Biciclette'' di De Sica, si e' ispirato gli Spaghetti Western.  In effetti il film e' comico nella sua ferocia. Il pubblico in sala applaudiva e esultava a ogni ammazzamento come fosse un punto a partita i cricket.
   A me ha ricordato un po' un trend gia' seguito nei ''3 idiots'' di Rajkumar Hirani, anche se quest'ultimo rientra nel filone classico di Bollywood ed e' piu' raffinato.
    The Gangs e' invece una vera macelleria, (non a caso uno dei clan sono dei macellai di professione), oltre che uno spaccato dell'India profonda, molto profonda, a tal punto da dubitare che sia reale. Anche la storia personale del regista e' troppo assurda (leggi qui) per essere vera. Pero' in effetti, forse proprio da questo suo passato torbidissimo, ha tirato fuori questo film, che e' un capolavoro, perche' in cinque ore non ti lascia un minuto di respiro.
  

Rivolta indiana all'ambasciata d'Italia a New Delhi?

Leggo oggi di una curiosa, ma allarmante, notizia del Times of India di una rivolta del personale indiano all'ambasciata d'Italia di New Delhi. Come potete leggere qui, i dipendenti locali vogliono fare causa allo Stato italiano perche' si sentono discriminati in termini di salario rispetto ai colleghi italiani che fanno le stesse mansioni. Non sono in grado di verificare le fonti e quindi non posso confermare se e' vero.
Ma - che io sappia - la disparita', per quanto odiosa, c'e' sempre stata almeno da quando sono qui. A tal punto che non solo gli indiani, ma anche gli italiani residenti in India hanno un ''local contract''. Se io, per esempio, voglio fare la bibliotecaria o la segretaria mi propongono un salario equiparato ai ''locali'' ovvero circa 500-600 euro al mese. Cosa che nel mio caso non mi permetterebbe di vivere visto che pago gia' 400 e passa euro di affitto. New Delhi - si sa - e' diventata carissima e io sopravvivo solo perche' stringo la cinghia.
Il problema esiste da tempo e probabilmente esiste anche per le altre ambasciate. Ma ora si e' acutizzato. Perche? Come accenna l'articolo, potrebbe essere una ripercussione del braccio di ferro in corso sui maro' arrestati in Kerala e oggetto di una dura battaglia legale. Le relazioni e l'amicizia tra Italia e India sono  rimastae''intatte'' tutti ripetono. Ma comincio a dubitare.

Blackout bis, ma l'India regge anche stavolta

E' un classico che in India i guasti non si riparino mai al primo colpo.  E cosi' dopo 24 ore il blackout si e' ripetuto. E questa volta con effetto domino sulle altre linee dell'alta tensione che servono Calcutta e gli altri posti del nord est.  I numeri sono stati ancora piu' impressionanti: 600 milioni di persone senza luce, anche se non saprei quanti di questi abbiamo una lampadina in casa. Il piu' grande blackout della storia dell'umanita'. Un record olimpico insomma conquistato dall'India che a Londra ha finora soltanto rimediato un bronzo.
Ovviamente e' facile oggi fare ironie sulla nuova ''super power'' (super potenza) senza ''power'' e sullo sviluppo caotico e disordinato dei giganti asiatici.
Non nego che ''la madre di tutti i blackout'' non abbia portato gravi disagi ai cittadini, pendolari, malati negli ospedali e perfino i poveri minatori di carbone del Bengala bloccati nel sottosuolo e poi tirati fuori soltanto dopo ore.
Ma sono davvero convinta che un guasto del genere, possibilissimo anche nei Paesi avanzati (ricordiamoci cosa e' successo in Giappone con le centrali piu' ''sicure'' del mondo) avrebbe sicuramente creato un caos inimmaginabile con conseguenze tragiche.
Lo ricordo, i blackout fanno parte della vita quotidiana in India, in Pakistan (13 o 14 ore al giorno a volte) , Nepal e Bangladesh. Ce ne sono stati anche di piu' lunghi. Mi ricordo in periferia di Delhi di essere stata tre giorni senza corrente. Per inciso, la Borsa di Mumbai ieri ha perfino chiuso in rialzo.
Miracolosamente (o forse e' normale?) anche i computer e i call center di Gurgaon hanno retto. Dall'outsourcing dipendono le banche della City londinese. Si immagini che succede se vanno in tilt. L'era digitale dipende sempre dalla vecchia elettricita'.
Invece di dare addosso all'India, invece bisognerebbe cominciare a riflettere sulla nostra interdipendenza tecnologica e sulle cosiddette ''criticita'''.  Un guasto in India, polo informatico mondiale, non e' solo un problema d'immagine per New Delhi, ma mette in gioco la sostenibilita' del nostro modo di vivere.

Blackout per 350 milioni in India. E quei 404 milioni che non hanno la corrente?

Il blackout che ieri ha interessato sette stati del Nord dell'India e 350 milioni di persone ha colpito l'immaginario collettivo mondiale. ''L'India al buio'', ''New Delhi come New York nel 2003'' e perfino il corrispondente da New York de La Repubblica, Federico Rampini, che oggi decretava ''L'India in panne'' dopo avere lui stesso qualche anno fa celebrato l'arrivo della nuova ''superpotenza indiana''.

Mi sono ricordata di una cosa: 404 milioni di indiani non hanno la corrente elettrica, ovvero il 36% della popolazione secondo dati 2010 dell'International Energy Organization (qui c'e' un ottimo rapporto sullo stato dell'energia in India). I piu' fortunati hanno forse un generatore diesel, gli altri lampade a olio oppure vanno a dormire con le galline. Questo fa degli indiani i campioni dell'ecologia.
Nella nostra era super tecnologica, i blackout sono sempre uno shock che ci ricordano di quando l'umanita' viveva al ''fresco'' delle caverne. Anche io a New Delhi, come altri 350 milioni , mi sono svegliata nel cuore della notte in un bagno di sudore perche' si era spenta la ventola a soffitto. Rigirandomi nel mio sudario ho aspettato invano che tornasse come succede sempre dopo un'oretta o due. Mi sono poi svegliata dopo le 8 con le voci del vicinato che era allegramente in strada a prendere aria. La famiglia dirimpettaia stava facendo colazione davanti al cancello. Sui tetti delle case piu' abbienti sentivo il rumore dei generatori diesel.
Con quello che restava della batteria del mio laptop ho mandato all'Ansa la notizia dei ''350 milioni al buio'' che averebbe poi accompagnato il risveglio degli italiani e dominato nei TG del giorno.
Poi mi sono messa in strada, facendo attenzione ai semafori spenti, per raggiungere l'ufficio dove c'era ventola e computer accesi grazie a potenti batterie sul pianerottolo. Piu' o meno tutte le case hanno un sistema di back up per sopravvivere alla cronica carenza di energia e agli sbalzi di tensione. Nessun panico quindi e neppure penso un aumento di concepimenti come a New York...

Torna Hazare, il Pannella indiano, ma finora e' stato flop

Tra i misteri dell'India c'e' sicuramente quello di Anna Hazare, una sorta di Pannella indiano, che si e' messo in testa il compito ciclopico di combattere la corruzione e il malgoverno. Non e' chiaro chi ci sia dietro, forse la destra del Bjp, dato che il 75 enne vecchietto con il cappellino alla Nehru e' anche un fustigatore di vizi come alcol e tabacco.
Lo scorso anno era riuscito a sollevare mezza India contro il governo ''ladro'' guidato da Manmohan Singh e da Sonia Gandhi. Sembrava che anche qui ci fosse una ''primavera'' araba guidata per la prima volta dalla classe media. C'era un entusiasmo stile piazza Tahrir nelle strade di New Delhi con i caroselli di bandiere tricolore e gli slogan nazionalisti. Dopo 11 giorni di sciopero della fame, con mega dimostrazioni quotidiane e la gente incollata davanti alle televisioni, il governo ha ceduto e ha promesso una legge anti corrotti. Ma in pratica hanno infinocchiato Hazare e i suoi perche' la legge e' all'acqua di rose.
Ecco quindi che il il leader anti corruzione e' sceso di nuovo in campo con un altro digiuno. Tutto e' stato preparato al Jantar Mantar, davanti all'osservatorio Astronomico di New Delhi: mega schermi, volontari e dirette televisive. Ma...non se l'e' filato nessuno a parte qualche centinaio di fedelissimi. Un flop insomma.
Da oggi, domenica ha iniziato il digiuno a oltranza.  Ma per ora la gente di New Delhi sembra piu' interessata ai Giochi Olimpici o all'aria condizionata dei centri commerciali. Ma gli organizzatori dicono che nei prossimi giorni cresceranno folla e l'entusiasmo. Vedremo anche perche' Hazare rischia anche la pelle stavolta, secondo i medici.     

New Delhi, ecco dove vivono i geni della lampada di Aladino

Ho scoperto dove sono i famosi ''jinn'' di New Delhi, i ''geni'' della lampada di Aladino per intenderci, gli spiriti buoni (o cattivi) secondo la tradizione mussulmana che vivono intorno a noi. Per  lo scrittore William Dirlymple la capitale indiana e' ''la citta' dei jinn''. Nel caotico sviluppo della metropoli, soprattutto negli ultimi anni, e' sempre piu' difficile capire quanto sia legata al suo passato mussulmano. Tutti i monumenti risalgono all'epoca dei sultani e dei mughal. L'anima della vecchia Delhi e' ancora mussulmana. Le vecchie moschee o cosa e' rimasto sono rimasti  luoghi di culto.
A Feroz Sha Kotla, sito della ex fortezza di Ferozabad,  costruita nel XIV secolo, ci sono dei sotterranei sotto una moschea. Sono ex prigioni mi hanno detto. Gli incavi della parete su fondo, sono pieni di lumini, incensi e petali di rosa. Ci sono anche dei biglietti con delle suppliche. Entrarci fa un po' paura per via degli striduli dei pipistrelli. Qui c'e' l'hub'' dei jinn di Delhi. L'atmosfera e' magica come le Mille e Una Notte. Eppure tutto intorni c'e' un groviglio di strade, impianti sportivi, lavori per la metropolitana che piano a piano stanno ingoiando il centro storico. Ma questo posto sembra fuori dal tempo. Sopra la moschea volteggiano anche decine di falchi, che vengono nutriti regolarmente. A lato svetta una colonna di Ashoka, portata qui - chissa perche' -  dal sultano Feroz Shah Tughlaq dal Punjab forse come trofeo di guerra.  La gente entra, si leva le scarpe, e bisbiglia una preghiera davanti a ogni antro buio. Ma mi accorgo che anche fuori, quasi in ogni angolo o ogni anfratto c'e' una candela o un mucchietto di petali secchi. Ci deve essere un vero e proprio affollamento di geni. Capisco anche perche' questo sito non e' nel circuito turistico, pur essendo a fianco di Jama Masjid e del Forte Rosso. E perche' non l'ho mai scoperto. Forse c'e' un tacito accordo a non disturbare i jinn di Delhi?

Spending review? Cominciano ad abbassare l'aria condizionata all'Istituto Italiano di Cultura di New Delhi

Sono andata ieri all'Istituto Italiano di Cultura di New Delhi, esattamente nella sala lettura per sbirciare il Corriere della Sera fotocopiato da internet e messo a disposizione nella biblioteca. E' stato come entrare in un congelatore per via dell'aria condizionata esagerata. In questi giorni a Delhi, c'e' un caldo umido soffocante, e' vero.  Non possiamo certo mettere i ventilatori a soffitto come in certi uffici pubblici indiani e che fanno tanto Terzo Mondo.
Ma la temperatura era davvero troppo bassa a tal punto che non sono riuscita a rimanere piu' di dieci minuti. Avrei avuto bisogno di una giacca e scarpe chiuse.
Sul Corsera c'era scritto che i Comuni non hanno piu' soldi per pagare i dipendenti e che perfino il servizio scolastico e' a rischio. Non so se e' vero, ma questo e' lo scenario da incubo che si ipotizza in Italia. Perche' non iniziare a risparmiare sull'aria condizionata? Una goccia... ma l'oceano e fatto di gocce. E magari esce fuori uno stipendio per un bidello. Non solo e' un risparmio per le casse statali, ma anche per il pianeta.   

La gara degli Underachiever: India-Usa 1-1

Trovo assolutamente geniale la copertina di Outlook in edicola con Obama ''The Underchiever''. Botta e risposta con il Time di due settimane fa che aveva trattato cosi' l'anziano premier Manmohan Singh per il fallimento della sua politica liberalizzatrice. Come sempre gli Usa hanno il giudizio facile come le pistole.  Soltanto che le cose non vanno troppo bene per loro. Sara' un po' infantile la vendetta di Outlook, ma e' la prima volta che osa tanto. Ci ho fatto anche un pezzetto per l'ANSA. (vedi qui).

PERCORSI - Pedalando a Delhi/ da Indira Gandhi ai jinn di Feroz Shah Kotla

Sono una delle poche straniere che va in bicicletta a New Delhi, piu' che per sport, perche' mi piace come mezzo di trasporto. Spesso mi avventuro nella citta' vecchia alla scoperta di tesori che Delhi nasconde. La bici e' ottima in questo senso. A differenza della moto, si ha il tempo di guardarsi intorno e si corre via veloce quando c'e' bisogno, cosa che a piedi non e' possibile. La domenica e' ideale perche' non c'e' traffico e la citta' sembra davvero svelare i suoi lati migliori. Ogni volta scopro qualcosa di nuovo. Quindi ho deciso di inaugurare una serie di 'Pedalando a Delhi'' con itinerari per chi vuole esplorare la citta' in maniera ecologica e sana.


Tracciato: Da Indira Gandhi ai jinn di Feroz Shah Kotla
Durata: 4-6 ore
Lunghezza: circa 20 chilometri
Difficolta': media

Partenza: Safdarjung Enclave. Si imbocca Africa Avenue in direzione Chanyakiapuri. La strada e' ombrosa e tranquilla perche' a un certo punto costeggia il Nehru Park. Si passa davanti all'Ashoka Hotel e alla residenza del primo ministro di Race Course. Sulla destra c'e' l'ippodromo di Delhi.
Prima tappa: Indira Gandhi Memorial - Safdarjung Road 1.  Piacevole sosta nel bungalow bianco che e' stata la residenza della premier Indira Gandhi e anche il luogo dove e’ stata assassinata nel 1984. In questa villetta vivevano anche Rajiv Gandhi e Sonia Maino con i loro due figli. E' piena di foto e di ricordi della famiglia. Ci sono anche foto scattate a Cambridge quando si sono conosciuti la bellissima Sonia e l’allora pilota di linea Rajiv. Poi scatti di Rahul con gli occhiali spessi da piccolo e di Priyanka con una specie di cappello da bersagliere. C’e’ anche parte del kurta pijama che Rajiv indossava quando e' stato ucciso da un kamikaze. Un po ‘ macabro. Alla domenica, il posto e' pieno di torpedoni di gitanti, di tutte le religioni e caste, e' bello vedere come guardano ammirati le immagini. La casa e’ stata mantenuta con l'arredo originario, penso, con molti pezzi d’arte. Mi chiedo se c’e’ lo zampino di Sonia. In gardino, una passella di vetro segna gli ultimi passi di Indira Gandhi prima di cadere sotto i fuoco di due guardie del corpo sikh. Immagino quella mattina alle 9.30 del 31 ottobre 1984 quando Sonia corre in giardino anora in vestaglia dopo aver sentito gli spari e le grida di aiuto. E' lei che soccorre la suocera e la carica su un Ambassador per portarla all'ospedale. Ma Indira crivellata di colpi era gia’ morta.
Verso Connaught Place. Si passa intorno al grande parco del palazzo presidenziale, il Rashtrapati Bhawan, con il suo muro di cinta decorato e le stalle per il reggimento a cavallo del presidente. Tra un po' cambia inquilino, la presidentessa Pratibha Patil se ne va e arriva Pranab Mukerjee, ex ministro Finanze. Piu' avanti c'e' anche il complesso sportivo di Talkatora ristrutturato dopo i Giochi del Commonwealth dell’ottobre 2010. C'e un bel parco pieno di fiori. Volendo si puo' fare un'altra tappa qui magari per un gelato, ma tiro dritto in Ashoka road dove spicca la bella cattedrale cattolica di Delhi, il Sacro Cuore (Sacred Heart).
Seconda tappa: shopping a Paharganj, mercatino degli hippies. Il posto e' caotico , ma pittoresco. Incensi, borse con stampate foglie di maryuana, prodotti ayurvedici e collanine. E tanti ragazzi stranieri. E' la porta di ingresso alla vecchia citta' di Delhi, lo si sente dagli odori, dalle mucche e dai cumuli di spazzatura.
Cavalcavia verso Ajmeri Gate. Bisogna attraversare la ferrovia, qui c’e’ la stazione di New Delhi. Il cavalcavia non e’ ripido, ma offre un panorama sulla stazione e sugli slum. Di solito e' una delle zone piu' caotiche di Delhi, ma per fortuna alla domenica e' vuoto. Da qui in avanti si e’ nella citta’ moghul di Shahjanabad.
Terza tappa: mercatino della domenica di libri usati e nuovi di Chawri Bazar e Darya Ganj. E’ tempo di scendere dalla sella e di rovistare tra i mucchi di volumi tascabili e, a volte, anche qualche novita' appena uscita. E' una miniera di occasioni, soltanto che in bicicletta non ci si puo’ caricare troppo. Vicino a un vecchio cinema si fa sosta per un rabri-faluda, delizioso dolce al latte servito in un bicchiere con il ghiaccio, tipo granita. Un po’ piu’ avanti proseguendo la grande Bahadur Shah Zafar Road c'e' Jama Masjid, ma la giornata volge al termine ed e' ora di tornare. Inversione a U.
Quarta tappa: Complesso di Feroz Shah Kotla. E' una delle sette citta' di Delhi, Ferozabad, del 1300, ma e' decisamente poco conosciuta e battuta. Una destinazioni per intenditori. Ci sono i resti di un palazzo, una bella baoli e una moschea ancora in funzione che secondo le leggenda era la preferita di Tamerlano quando ha conquistato la citta’. Con l'aiuto di un ottimo e gentile custode, scopro poi una cosa fantastica: nei sotterranei dove c'erano le prigioni, ci sono angoli bui pieni di fiori, candele, incensi e fogliettini. Mi dicono che vengono qui a pregare i ''jinn'', gli ''spiriti’’ (secondo la tradizione sufi islamica) perche’ esaudiscano i loro desideri e problemi. (Leggi qui)‘’La citta’ dei jinn’’ e’ quella descritta da William Dalrymple in uno dei libri piu’ belli dedicati a Delhi. Da allora Dalrymple se ne e' innamorato e non e' mai piu' andato via.
Ritorno. Volendo fare una variazione c’e’ il laghetto del Purana Qila, con i suoi pedalo’, altro forte gemello sulla stessa linea del Forte Rosso e del Feroz Shah Kotla. Tutti (allora) erano sulle sponde del fiume Jamuna. Ma io proseguo perche' preferisco una sosta al Khan Market da Khan Chacha, lo specialista degli spiedini. Mi servono per affrontare l'ultima pedalata a casa ormai all'imbrunire.

Niente paura, a New Delhi ci sono ancora le vacche sacre

Tanto per rassicurare chi come il giornalista Federico Rampini tanti anni fa aveva annunciato la scomparsa delle vacche sacre a New Delhi, ecco questa foto scattata stasera al mercato di Vasant Vihar, i ''Parioli'' della capitale. Una mandria di giovani bovini passeggia davanti alla nuova sede della Yes Bank, che e' anche la mia banca per inciso, in cerca di un po' di spazzatura. Non si vede nello scatto ma a una ventina di metri c'e' il cinema Priya dove era stato messo il tappeto rosso per la prima di un film di Bollywood.
Vero e' che sono diminuite le mucche negli ultimi dieci anni e in particolare sono state fatte sparire durante i Giochi del Commonwealth dell'ottobre del 2010. Ma alcune resistono, anzi forse stanno tornando a dimostrazione di una citta' che non si piega facilmente alla cosiddetta modernita'.