Schumacher Tower, ultima follia edilizia di Gurgaon

Michael Schumacher vive dalle parti di Losanna e quando abitavo in Svizzera l'avevo anche conosciuto. Una volta si era infortunato giocando una partitella alla domenica e lo avevano portato all'ospedale di Ginevra. Mi avevano chiesto di fare un servizio sull'incidente che aveva gettato nel panico la Ferrari.A me sembrava una brava persona, semplice e molto schiva. Vedo ora da una pubblicita' a tutta pagina di un quotidiano che ha prestato il suo nome per una ''torre Schumacher'', ultima follia edilizia in ordine di tempo a Gurgaon, la Millennium City alla periferia di Delhi. Il progetto mostra un grattacielo che si avvita come se fosse un'autopista. (vedi qui).
Chissa' se in ascensore si sentira' il rombo delle monoposto e se schizzera' ai 300 all'ora come un razzo della Nasa. E se al posto della camera da letto ci sara' un box per il pit stop.  A me sembra una assurdita' come i palazzi della Sport City di Greater Noida, il secondo polo hi-tech, con vista circuito di Buddh. De gustibus, certo. Pero' mi dispiace che il campione tedesco, che non ha ancora agganciato il casco al chiodo, si presti per promuovere modelli e valori che come la stessa Formula Uno sono ormai perdenti e che molto presto non incanteranno piu' nessuno.  

Ferrari con tricolore, un boomerang per i maro'

Alcune volte occorre dire le cose come stanno. La decisione di mettere il tricolore sul telaio delle Ferrari al Gran Premio dell'India e' stata a dir poco funesta.  Capisco le pressioni in Italia per il rilascio dei maro', l'amor di patria e l'omaggio alla Marina Militare, ma e' stato un boomerang diplomatico.  E non sono solo io a dirlo qui in India. Ci sono almeno tre motivi che avrebbero suggerito una maggiore prudenza da parte della scuderia di Maranello:
1 Il neo giudice capo Altamas Kabir della Corte Suprema sta scrivendo la difficile sentenza sulla giurisdizione proprio in questi giorni e come e' noto il destino di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e' appeso a questo verdetto.
2 La vicenda era sparita dalla stampa indiana e dai riflettori dell'opinione pubblica che - come e noto - e' schierata tutta sulla tesi colpevolista.
3 Il marchio Ferrari gode di un ottimo prestigio in India. L'associazione con i maro' potrebbe nuocere la sua immagine. Gli sforzi dei rappresentanti del cavallino rampante, all'autodromo di Buddh a Greater Noida, di levarsi dall'imbarazzo precisando che lo stemma non e' ''in solidarieta''' con i maro', ma soltanto un ''omaggio a una delle eccellenze italiane'', sono risultati patetici. E' come arrampicarsi sugli specchi.
Il risultato e' che tra India e Italia e' di nuovo salita la tensione e anche i toni, come si puo' vedere da questo editoriale del quotidiano The Pioneer.   

La Milano da Bere e' arrivata in India


New Delhi, 22 ottobre 
 Visto che non tira piu' aria in patria, la ''Milano da bere'' si sposta in India dove invece continua a crescere l'interesse per i beni di lusso. Non e' chiaro se per ora si tratta soltanto di potenziali consumatori che ''sognano'' oppure che comprano, ma di fatto c'e' un terreno fertile per questo settore.
   L'ultimo esempio di mondanita' in stile milanese si e' tenuto sabato sera nel giardino dell'ambasciata italiana di New Delhi dove il famoso e storico produttore di orologi Officine Panerai ha presentato il suo prestigioso marchio con una sfarzosa festa per selezionatissimi invitati. 
    L'agenzia di PR ha organizzato l'evento in maniera impeccabile come fosse all'ombra della Madonnina e non in una metropoli di 15 milioni di abitanti che presenta uno dei piu' alti tassi di inquinamento del mondo e con un terzo che vive sui marciapiedi.
    La preziosa collezione di ''orologi da palombaro'' del 2012 -  chiusi in spesse teche di cristallo - era contorniata da splendide ragazze dalla pelle chiara che sorridevano ogni volta qualcuno passava davanti. Per arricchire la serata sono stati ingaggiati dei ''tableau vivant'', degli autentici pittori indiani  che hanno realizzato un paio di opere ispirate a Milano e Roma mentre gli ospiti sorseggiavano champagne totalmente indifferenti alla loro arte. Ad allietare anche un orchestra con una cantante famosa come ho scoperto qui (http://articles.timesofindia.indiatimes.com/2012-10-21/delhi/34607453_1_officine-panerai-jazz-performance-luxury).
 

Palazzo di Deeg, fontane colorate e tigri in gabbia


     A una quarantina di chilometri da Bharatpur, c'e' un centro agricolo che si chiama Deeg e che faceva parte del regno dei maharaj di etnia Jat. C'e' una fortezza ancora piu' imponente di quella di Bharatpur con ancora i cannoni sulle torri. Ma la vera sorpresa e' il palazzo del 1700 che testimonia la megalomania di questo maharaj, Suraj Mahl, un potente guerriero che ha saccheggiato tutto quello che si poteva, ma anche un eccentrico viveur come tutti i nobili del 1700.
    Il palazzo, usato come residenza estiva e uno dei piu' grandi del Rajasthan, e' costruito sull'acqua e ha centinaia di fontane nel giardino (tagliato in quatto in stile mughal) e anche dentro le stanze per resistere alla calura del deserto. Mi hanno spiegato che durante alcune festivita', a febbraio, fanno funzionare il complicato sistema di giochi d'acqua a cui aggiungono anche polvere colorata per un effetto arcobaleno degli spruzzi. L'impianto e' alimentato da una gigantesca cisterna messa sul punto piu' alto della. Come a Tivoli, ma al posto del fiume Aniene, una vasca riempita in continuazione con l'uso di animali o dei servi.


    Il palazzo e' stato abitato fino agli anni Settanta dai discendenti dei maharaja. Per fortuna dopo non e' finito a una catena alberghiera, ma allo Stato che riesce a conservare giardino, fontane e arredi in maniera piu' che soddisfacente. E' come se gli occupanti se ne fossero appena andati. La grande sala, i salotti privati, la camera da letto, lo studiolo del maharaja sono ancora intatti. E' stato rifatto soltanto il rivestimento di poltrone e sofa'. Tra le bizzarrie ci sono due zampe di elefante mummificati che servono come vassoio per i liquori. Impressionante e' il sistema di ventilazione garantito da lungi ventagli sul soffitto azionati dai domestici con delle funi che escono fuori dalle pareti. Un sistema in uso all'epoca. C'e' anche un rarissimo esempio ''cooler'' (condizionatore indiano) azionato a mano da una manovella.




    Nel giardino troneggia un'altalena di marmo bianco frutto del bottino di quando il maharaja' e' riuscito a entrare nel Forte Rosso di New Delhi dove viveva l'ormai debole mughal. Si dice che l'altalena apparteneva niente meno che alla regina Noor Jahan, la zia di Muntaz Mahal, quella sepolta al Taj Mahal. In un lato, c'e' invece un intero complesso, con stanze e verande, di marmo e pietre preziose incastonate, che e' stato smontato a pezzi e rimontato qui dopo un saccheggio ad Agra, altra capitale dei mughal.
Insomma un bel tipetto questo Suraj Mahl, che anticipando di secoli cosa avviene oggi a Las Vegas, teneva anche una tigre in gabbia  nella veranda del palazzo, cosi' da mostrare agli amici tra le fontane colorate.    

Bharatpur, tra fortezze inespugnabili e fenicotteri rosa

Bharatpur, 13 ottobre.
Sono arrivata a Bharatpur, a circa una cinquantina di chilometri da Agra, ma gia' in Rajasthan, per visitare il famoso parco ornitologico di Keoladeo. Ma ho scoperto, che oltre a gru e fenicotteri rosa, questo posto e' stato uno dei piu' potenti e sofisticati regni del Rajasthan! Bharatpur e' stata fondata da un fiero maharaja della etnia dei ''Jat" che si chiama Suraj Mal. Un omone baffutissimo, con una quindicina di mogli e oltre il doppio di concubine, che doveva essere un tipo davvero tosto. Ha resistito ai Rajput, i bellicosi vicini rajasthani, ai potenti Mughal e anche agli inglesi! 

   Basta guardare il forte di Bharatpur per capire perche'. Una fortezza, che si chiama Lohaganar, circondata da un fossato, sembra quelle che si disegnano a scuola, con doppia cinta di mura. Gli inglesi sono riusciti a espugnare Bharatpur soltanto nel 1826.
A guardare il palazzo reale, che sorge dentro la fortezza, si capisce anche la ricchezza dei maharaja' locali. Mi ha colpito l'enorme scalone che porta sul ''roof top''. Ideale per una scenografia di una sfilata di moda. Nel museo, in via di rinnovamento, le solite cose un po' kistch e gli animali impagliati, tra cui anche un coccodrillo. Intorno ci sono altri palazzi completamente abbandonati, con erba che cresce dalle finestre. Il fossato oggi e' un aquitrino putrid. Ma nel caos del bazar si vede ancora quello che rimaneva di una raffinata citta'. Il contrasto con il presente e' cosi' stridente che veramente mi chiedo cosa abbiamo fatto di male gli indiani per meritare tanta disgrazia.
Oltre all'architettura e armi (ci sono ancora cannoni ovunque), i maharaja' locali erano anche cacciatori. Il parco protetto di  Keoladeo, oggi patrimonio Unesco, era in realta' fino al 1965 una riserva di caccia. La palude e' stata infatti creata apposta per attirare le anatre che poi impallinavano in grande quantita' in occasione di feste e di visite di ospiti stranieri. E' stato inaugurato per l'esattezza nel 1901 dall'allora vicere lord Curzon.
   Nella riserva, dove si puo' andare in riscio' a pedali o bicicletta, ci sono dei pannelli in muratura con l'elenco dei visitatori, armi e prede. Tra i reali passati di qui anche quelli afghani, iraniani e olandesi, oltre agli inglesi che erano di casa.
   C'e' anche una bella notizia: per la prima volta dopo una decina di anni e' tornata sufficiente acqua nella palude, grazie alla riapertura di alcuni canali. Quindi gli uccelli migratori, tra cui diversi tipi di gru, fenicotteri, cormorani e aironi, sono tornati. Sono indaffaratissimi a costruire nidi su alberi che occupano in ''condominio'', tutti insieme, allegramente,

 

Taj Mahal, la leggenda dei quattro sufi di Bukhara

Agra, 12 ottobre
    Sono andata all'alba in un parco vicino al Taj Mahal, che si chiama pomposamente ''Nature walk'', e che si trova al lato sud est del mausoleo. Da alcune alture lo si puo' vedere a meno di un chilometro di distanza. Volevo fotografare ''la lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo''' (cosi' lo chiamo' il poeta Tagore) da una prospettiva diversa. Oggi e' venerdi, il mausoleo e' chiuso al pubblico per permettere la preghiera dei mussulmani nella moschea. E anche per ricordare a chi appartiene il Taj Mahal...
   Ero seduta, ancora mezza addormentata, sotto un gazebo, fantasticando su Shah Jahan e sugli architetti venuti da tutto il mondo, quando come in una fiaba compare un uomo barbuto, sulla quarantina, con una bella tunica e le babbucce ai piedi. Mi dice, in un inglese impeccabile, di essere il fratello del guardiano di una tomba sufi che vedo in mezzo alla foresta che costeggia il Taj Mahal. Il parco dove mi trovo vi e' separato da una recinzione. Mi mostra che ci sono quattro basse costruzioni verdi simili nel fitto della vegetazione esattamente ai quattro lati del complesso.
   ''Quasi nessuno sa che il Taj Mahal e' rimasto intatto finora grazie a quattro fratello sufi che sono arrivati qui prima della costruzione - mi dice - perche' sono stati chiamati apposta da Shah Jahan''. Mi racconta poi una leggenda secondo la quale il luogo dove l'imperatore, devastato per la morte della sua 14esima moglie detta ''Muntaz Mahal'', aveva una sorta di maleficio. Pare che i ''jins'', gli ''spiriti'' secondo i mussulmani, fossero contrari. Un grosso problema per chi doveva fare un investimento del genere.
   ''Allora Shah Jahan si e' consultato con le sue guide spirituali che gli hanno detto di mandare un emissario a Bukhara, sulla via della Seta, vicino a Samarcanda (oggi Uzbekistan) e chiedere aiuto a quattro fratelli'' continua l'uomo che poi ha detto di chiamarsi Zaed.  I quattro sono venuti, si sono installlati ai quattro lati del terreno da edificare, sono stati li' per tutta la vita e poi sono stati sepolti nello stesso luogo. La loro protezione dura ancora oggi. Zaed mi racconta che durante il periodo britannico, il Taj Mahal aveva rischiato di essere venduto da un governatore e smontato per vendere il marmo. Cosi' almeno si narra. Sembra anche che i soldati britannici ci avessero fatto le cucine nella tomba.  Insomma, a differenza della  maggior parte dei monumenti del nord dell'India, devastati e saccheggiati, il Taj Mahal e' rimasto miracolosamente incolume. Adesso poi che e' stato ripulito con una pasta speciale (fango e limone, vedi qui) sembra appena costruito.
Dopo avermi raccontato la storia, Zaed sparisce nella foresta e rimango di nuovo sola, tra pavoni e scoiattoli, mentre il profilo della cupola del Taj Mahal comincia a brillare sotto la luce forte del mattino.  

Senzaterra accettano accordo ministro e fermano la marcia su Delhi

   La marcia dei senzaterra si e' fermata oggi ad Agra, all'ombra del Taj Mahal. Dopo due giorni di negoziati il ministro dello Sviluppo Rurale Jairam Ramesh, il paladino degli ecologisti e dei tribali indiani, ha firmato un memorandum in cui promette che entro 4-6 mesi il governo mette a punto una bozza di riforma agraria  in cui dovrebbe avvenire la redistribuzione di terre.
   In una conferenza stampa il fondatore del movimento Ekta Parishad, V.P. Rajagopal, ha detto che se il governo non terra' fede alla promesse '' la marcia ripartira' da Agra'' per andare a Delhi. Il ministro si e' impegnato con una ''task force'' di 11 esperti che dal 17 ottobre sara' al lavoro ''tutti i giorni'' per scrivere la nuova legge.
   Per me - che ho seguito la vicenda in questi ultimi due giorni di negoziati - mi sembra un accordo molto vago, ma per gli organizzatori e' una ''vittoria del popolo''. E' la storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
   A New Delhi intanto tirano un respiro di sollievo. Anche stavolta hanno evitato che 35 mila contadini (e chissa quanti altri che si univano lungo la strada) prendessero d'assalto India Gate o il Lodi Garden.  Pericolo scampato come nel 2007.
Certo che, come si chiedevano i giornalisti indiani oggi, bisogna vedere se il gioco valeva la candela. Nove giorni di marcia a 110 mila euro al giorno (e' la cifra dichiarata qui dall'attivista canadese Jill Carr-Harris,  moglie di Rajagopal) per un pezzo di carta che non vincola il governo, ma contiene solo vaghe proposte?
Potevano forse ottenere di piu' andando avanti a marciare sulla capitale? I contadini, da stasera,  sono gia' di ritorno nei luoghi di origine, ma non so con quante speranze in piu'... 
 

Senzaterra in marcia su Delhi, ma ci arriveranno?

Le marce qui in India, sono sempre un po' speciali. La marcia e il digiuno sono delle potente armi di protesta ''inventate'' dal Mahatma Gandhi. Ho incrociato il Jan Satyagraha 2012, la ''marcia della giustizia'', poco dopo Dholpur, in Rajasthan. Vogliono marciare sul Parlamento di New Delhi.
Mi hanno detto che sono 35 mila ''senzaterra'', la maggior parte tribali, e ci posso credere.  Occupano oltre 10 chilometri di strada su tre file indiane. Una fiumana di bandiere. Per fare foto e' una cuccagna. Arrivano da tutta l'India, ci sono anche indigeni con arco e frecce di bambu' dell'Assam. Un ''social forum'' in cammino, ma fatto di poveracci, quasi tutti pelle e ossa alcuni perfino scalzi. E' un miracolo come riescano a marciare per piu' di dieci chilometri...
La marcia e' organizzata da un movimento gandhiano che si chiama Ekta Parishad e che raggruppa migliaia di ong indiane. La loro arma di protesta e' la marcia appunto.  Come mi dice il fondatore, V.P. Rajagopal, ex insegnante sposato con una canadese (che mi dicono e' la mente dell'organizzazione nonche' quella che fa fund rasing all'estero), la marcia (come anche il digiuno) e' un modo mostrare la ''sofferenza'' di chi gia' soffre in quanto povero, emarginato o privato della propria terra.
Dalle condizioni dubito che possano arrivare sulla capitale, ammesso che non li fermino prima. Mancano anche i viveri e i soldi...
 

Ecco la prima autostrada indiana, senza traffico (per ora)

Niente piu' carretti trainati da bufali e camion sovraccarichi in contromano. Andare al Taj Mahal in auto da New Delhi non riserva piu' alcuna emozione. E se si ha una buona macchina sotto il sedere si arriva anche molto prima. Meglio cosi' ovviamente, pero' e' un altro pezzo di India che se ne va.
   La ''Yamuna Express way'' che ho fatto oggi in scooter (nella corsia di emergenza per timore che mi prendessero sotto visto che nessuno indiano qui non e' mai andato a piu' dei 100 all'ora) e' stata inaugurata qualche mese fa ed e' per ora la prima vera autostrada dell'India. Ha sei corsie (con spazio per otto) e una carreggiata sopraelevata, 165 chilometri di asfalto perfetto, chiusa con filo spinato che sembra Mathausen, moderni caselli e perfino un ''abbozzo'' di autogrill, anche se c'e' ancora molto da fare su questo. E poi una segnaletica da vera autostrada, telecamere, le colonnine per l'emergenza e anche siepi e fiori nello spartitraffico centrale.
   Guarda caso non e' stata fatta dal governo, che dieci anni fa aveva fallito un primo progetto per una ''Taj Highway'', ma dal colosso delle costruzioni Jaypee, che - vista la generosita' del governo dell'Uttar Pradesh che ha confiscato i terreni agricoli per cederglieli - sta letteralmente coprendo di cemento entrambi lati del primo tratto di 50-60 km, ovvero quello che chiamano ''Greater Noida''. Ci ha gia' costruito la pista di Formula Uno, un campo da golf con resort e diversi quartieri dormitorio. Uno gigantesco, che sta venendo su', si chiama pomposamente Jaypee Green Wish Town. Di desideri forse ce ne sono molti, di verde ne ho visto poco.
   Quando ho imboccato l'autostrada sono rimasta scioccata. Mi sembrava di essere su un'autopista, avrei voluto avere un aereo e decollare. Non c'era quasi traffico, un'auto ogni 10 minuti, nessuno camion e nessuna moto. Il motivo l'ho capito dopo al casello: costa troppo. Per le due ruote il tratto fino ad Agra e' 150 rupie, per le auto 350 e per i bus o camion addirittura 1.050 rupie! Nessuno la prende quindi, tanto piu' che la statale numero 2, a pochi km, e' gratis, anche se con le vacche e camion contromano....
   E' una strada per ricchi insomma, ovvero quei pochi che si possono permettere grosse auto, la maggior parte dei veicoli che ho visto erano Suv. Ma i palazzinari di Jaypee forse vedono lungo e immaginano che prima o poi la Yamuna Expressway sara' intasata di auto come l'autostrada del Sole a Ferragosto. A proposito, secondo me anche l'autostrada del Sole, quando e' stata inaugurata nel 1964 tagliava in due prati con le mucche al pascolo e campi con contadini che aravano con i buoi. Sono sempre piu' convinta che l'India - ovviamente con altre dimensioni - si trovi dove era l'Italia nel Dopoguerra. C'e' da sperare che non ripeta gli stessi errori e orrori.

Maro', la matassa si ingarbuglia tra silenzio dell'India e mediatori segreti

   La faccenda dei maro' in liberta' vigilata nell'isola di Fort Kochi, una delle piu' popolari mete turistiche del Kerala, si sta ingarbugliando. Difficile azzardare previsioni su quando la Corte Suprema decidera' la competenza territoriale. Potrebbe essere domani o potrebbe essere molto piu' avanti.
    Le previsioni delle ultime settimane, si sono rivelate completamente sbagliate. Sembrava che ''la madre di tutti i verdetti'' dovesse arrivare prima del 29 settembre, quando il giudice che si occupa delle causa e' stato nominato alla massima carica di ''chief justice of India'' . In teoria doveva smaltire tutti gli arretrati prima del nuovi incarico. Invece no. Nessuno e' in grado ora di capire che succede ora. Il neo chief justice Altamas Kabir passera' il fascicolo a un suo collega? Se ne occupa lui, ma quando? Boh. Ieri qui era festa, per il Mahatma Gandhi, quindi c'e' stato un lungo ponte. Da oggi si riparte.   

     Nel frattempo il caso e' completamente sparito dall'attenzione in India. Non c'e' neppure piu' una riga sui giornali. Nemmeno sul processo in Kerala, che e' gia' iniziato e che continua a essere rinviato in attesa della pronuncia della Corte Suprema. In questi giorni l'India ha sollevato il problema della pirateria marittima all'assemblea generale dell'Onu. Secondo gli italiani e' un'ipocrisia, che New Delhi predichi bene in tema di lotta ai pirati dell'Oceano Indiano e poi razzoli male con i due maro' italiani che stavano facendo proprio quello quando sono stati arrestati il 15 febbraio dopo aver ucciso due pescatori. A Roma e su qualche media italiano e' stata fatta notare la contraddizione, ma qui in India e' stato ''business as usual'' come si dice. Forse sara' che - come si e' detto molte volte - sulla questione si vuole tenere un basso profilo per permettere alle diplomazie di lavorare ed evitare il clamore controproducente dei primi tempi.

   Esiste infatti un canale ''segreto'' parallelo ed e' stato confermato anche dalla stampa indiana con tanto di foto (LEGGI QUI). Si tratta di un mediatore indiano che vive da 40 anni in Italia, Vinod Sahai, ex manager Fiat, che si sta muovendo parecchio. Ha incontrato dei ministri a New Delhi e forse anche in Kerala. Ha fatto un po' di navetta tra India e Italia, ovviamente con la benedizione della Farnesina. Il personaggio e' un po' misterioso in realta', ma potente, sembra che abbia fatto da padrino all'accordo Tata-Fiat. Certo qui si tratta di altro tipo di business...e di mezzo c'e' la giustizia che in India e' davvero indipendente dal potere politico, cosa che e' un po' difficile da comprendere in Italia.

Tesori nascosti di Delhi/ La diga di Satpula

Mi chiedo quanti conoscano a New Delhi la ''diga di Satpula'', uno sbarramento a sette archi costruito da un sultano della dinastia Tuglak nel 1340 circa quindi in epoca mediovale. Una vera chicca da amanti della storia e delle curiosita' di Delhi, purtroppo completamente abbandonata.  Arrivarci e' facilissimo. E' di fronte agli enormi shopping mall di Saket e di fianco al Singhania Hospital, dove - ma non c'entra nulla - e' conservata sott'alcol la mia ovaia sinistra che mi hanno asportato nel 2004 per via di una strana ciste mai vista, quindi da collezionare.
    Come ho letto su un libro (''Delhi, 14 Historic Walks'' di Swapna Liddle) , la diga serviva a regolare l'afflusso di acqua nella citta' di Jahanpanah, una delle sette antiche citta' di Delhi. Le mura di questa citta' sono ancora visibili nella zona.  La moschea di Kirki (di cui avevo parlato qui) faceva parte del complesso, di cui non e' rimasto quasi nulla e sembra anche pochissime descrizioni storiche. O forse c'e' qualcosa ma e' sotto i centri commerciali.
Nessuno ovviamente da dell'esistenza di Satpula, manco quelli che ci abitano intorno. Da sopra c'e' un bel panorama, da una parte una enorme spianata verde (il letto del fiume?), mentre dall'altra i parallelepipedi di cemento costruiti negli ultimi due anni e diventati i templi dello shopping e divertimento. Il libro dice che qui c'era un laghetto sacro dove viveva un santo sufi. Io non ho esplorato molto perche' avevo un po' di timore ad addentrarmo nella vegetazione. Di fianco passa in effetti un canale di Delhi, forse lo stesso che passa nella mia colony di Safdarjung e a Defence Colony. Dei canali che sono fogne in realta' e sulle cui sponde vivono molti poveracci oltre che colonie di  maiali. E' davvero incredibile come nessuno si prenda cura di questi corsi d'acqua che - penso confluiscano - poi nella Yamuna.
A parte il canale-fogna, il paesaggio sembrava bucolico. Verso il tramonto e' passata una mandria di bufali, dei ragazzi giocavano a cricket e dei vecchi fumavano marijuana. Difficile davvero pensare di essere in mezzo a una metropoli di 18 milioni di abitanti.
 

Al Wal Mart ci sara' la pressa per l'olio di senape?


     Il giorno dopo il via libera ai supermercati stranieri sono andata a fare un giro all’Ina market, uno dei mercati alimentari del sud di New Delhi piu’ famosi, soprattutto tra i diplomatici e ricchi indiani. Era infatti li’ che si trovavano un tempo prodotti di ‘’contrabbando’’, come cereali Kellog, la pasta Barilla, i sottaceti e anche, sotto banco, il vino quando l’India era un’economia chiusa nella sfera sovietica. Poi le frontiere si sono aperte negli anni Novanta e i prodotti importati sono diventati piu’ diffusi. Ovviamente sempre a sud di Delhi e sempre in alcuni selezionati mercati, non ovunque. 
      Si chiama ‘’I.N.A.’’ da Indian National Airways, una compagnia aerea privata ai tempi degli inglesi. Di fatti accanto c’e’ il vecchio aeroporto di Delhi, oggi usato soltanto per il movimento dei leader come Sonia Gandhi e per ospiti.
     Anche se ormai si trova tutto anche in altri mercati, all’INA si va ancora per comprare le primizie, tipo gli asparagi oppure il pesce o vari crostacei . Basta soltanto superare il tanfo incredibile che soprattutto quando fa caldo e’ da svenimento. E non essere deboli di cuore a vedere sgozzare galline, mentre granchi saltellano nel rivoletto della fogna.  Avevano provato a introdurre norme di igiene, ma non ci sono riusciti e dopo un po’ tutto e’ tornato come prima.
    Mentre passeggiavo, senza una meta precisa, pensavo tra me e me che tutto questo presto finira’ quando al posto dell’INA market ci sara’ un bel Wal-Mart o Carrefour. Potrebbe essere non cosi’ lontana quella data.
    Dopo aver preso un ‘’rasmalai’’ (dolce di latte e pistacchi) mi sono imbattuta in un negozietto dove c’era una strana e rumorosa macchina che sputava fuori dei residui marrone cuoio che un operaio poi rimetteva dentro. Mai visto un aggeggio del genere (FOTO SOPRA). L’odore pungente mi ha fatto pensare che stavano producendo qualcosa di commestibile, ma non capivo. Ho quindi chiesto al negoziante e ho scoperto con mia grande meraviglia che stavano producendo olio di senape (‘’mustard oil’’), che e’ l’olio che tutti quanti, me compresa, usano per friggere. Pare che la senape (piante dai fiori gialli) in India cresca spontaneamente...In pratica, la macchina ingoiava i semi di senape (quelli neri) e li schiacciava per far uscire olio. Come una pressa per olive insomma. Sono rimasta attonita. Ecco a cinque minuti da casa, ancora una volta, l’India mi stupiva. Ho fatto un terzo grado al commerciante che pero’ non era molto loquace. Mi ha detto che si’, di solito, l’olio non lo fanno piu’ nei negozi e che ci vogliono tre chili di semi per un litro di olio. C’erano in effetti delle bottiglie di olio in vendita senza etichetta. 
     A casa poi scopro che l’olio di senape in Europa vendono in farmacia perche’ ha proprieta’ terapeutiche. Rido perche’ qui fanno lo stesso con l’olio di oliva, e’ in farmacia e si usa per i capelli. 
     Mi chiedo se Wal-Mart manterra’ il ‘’pressa senape’’, un pezzo da museo etnoarcheologico, o se troveremo al suo posto scaffali di olio d’oliva Carapelli.  Ieri sera, il primo ministro Manmohan Singh e’ andato in televisione a dire ai suoi connazionali che i supermercati stranieri sono necessari a ‘’salvare l’India’’ dalla crisi mondiale. E’ venuta l’ora delle ‘’tough decisions’’ ha detto.  Gia’ ed e’ anche scoccata la condanna dell’INA market.   

New Delhi, soldi e topi al Khan Market

   Non c'e' nulla fa fare, vivendo qui in India bisogna accettare la convivenza con i topi. Che piaccia o meno dobbiano renderci conto che dividiamo piu' o meno gli stessi spazi nella capitale e abbiamo gli stessi problemi di sovraffollamento. Ieri mi trovavo al Khan Market, l'ammasso di catapecchie chiamato la 'Fifth Avenue'' indiana per gli affitti da capogiro. Ero andata in un bugigattolo di un cambia soldi, nella parte piu' sfigata dove non ci sono ancora i negozi di lusso, per cambiare degli euro in rupie. Uno sgabuzzino che fuori vende ricariche per telefono ha una vera e propria banca nel retro. Cambiano tutte le monete del mondo e per qualsiasi importo. E non c'e' neppure una porta, ma un telo di plastica che ripara dal caldo e polvere.
    Durante l'operazione ho assistito a una scena che penso veramente solo in India sia possibile vedere. Tra diversi salamelecchi mi hanno fatto accomodare dentro il cubicolo, di due metri per due, dove c'e' una scrivania e un televore che trasmette cricket o Bollywood. Dopo aver allungato una banconota in euro, il tizio ha aperto il cassetto per darmi le rupie. A quel punto ho visto che ha esitato un attimo. Ha quindi tirato fuori tutto il cassetto e ha chiamato un inserviente che e' arrivato come un fulmine.
    Gli lancio uno sguardo stupita. Quando il cassetto mi passa davanti, vedo un topolino morto stecchito tra le mazzette di rupie. Avviene tutto come un lampo. Pochi secondi dopo il cassetto ritorna al suo posto ''liberato'' dall'intruso buttato in strada senza troppe cerimonie.
    Senza una parola, come se nulla fosse successo, il tizio conta le banconote e me le porge con un sorriso e un grazie. Rimango di stucco. Non oso contarle. Le ripongo in una tasca della borsa. Ringrazio ed esco cercando di non guardare sul marciapiede alla ricerca del povero roditore.

Trecento operai pachistani bruciati vivi, qualcuno si chiede come mai?

La morte di 300 operai in due diversi incendi di fabbriche di abbigliamento in Pakistan ha sollevato l'attenzione sulle precarie condizioni di lavoro nei Paesi emergenti dove si produce ormai la maggior parte dei beni che consumiamo in Occidente.
La  ''Ali Enterprise'' di Karachi era una trappola per topi come lo sono migliaia di altre aziende in India, Bangladesh e Nepal.  Tonnellate di materiale sintetico in stanzoni chiusi pieni di operai. Se succede qualcosa, e' una tragedia inevitabile.
Anzi pare non fosse neppure registrata.  Certo a Karachi, dove i gangster ammazzano a destra e sinistra ogni giorno, risulta un po' difficile far rispettare le norme di prevenzione anti incendio o avanzare rivendicazioni sindacali.
Ma quello che mi ha speventato di questa sciagura e' l'indifferenza totale da parte dell'industria locale e governanti pachistani. I media  hanno strillato un po'  sul ''piu' grave disastro industriale'' nella storia del Paese. L'attenzione e' evaporata dopo un giorno appena.
Ovviamente meglio non parlare di queste ''fabbriche'' dove si producono collezioni per le grandi catene di abbigliamento sempre piu' a caccia di profitti per sopravvivere alla crisi. Io ci ho provato a capire un po', ma i clienti sono segretissimi. Non va bene dire, per esempio,  che un costoso capo di una griffe italiana  e' stato confezionato alla periferia di Karachi. Non e' molto trendy. E poi forse chi piazza gli ordini e' spesso un intermediario, quindi e' difficile risalire all'''utilizzatore finale'' per  usare un espressione che va di moda in Italia.   

Confessioni di una ''cool hunter'' a New Delhi

E' ora di squarciare il velo su una mia attivita' che ho tenuto segreta da quasi un anno un po' divertendomi e un po' vergognandomi quando gli amici mi vedevano appostata con la macchina fotografica agli angoli di popolari ritrovi giovanili di New Delhi. Lavoro come ''cool hunter''  per un website di ''street fashion'' che si chiama Styleattitude e che e' stato fondato da una simpaticissima parigina di origini italiane.
Il mio compito consiste nello scovare dei ragazzi e ragazze diciamo ''trendy'' e fotografare ogni dettaglio, dalle scarpe fino agli orecchini. Ho cercato all'inizio di spiegare che New Delhi non e' Milano e che la gente va fuori come capita senza far molta attenzione alle mode. Ma mi ero sbagliata. I giovani ''delhiti'' hanno un loro stile, soprattutto i teen ager, distinto da quello dei loro coetanei di Shangai o di Bangkok. Ovviamente vanno tutti a rifornirsi nei centri commerciali da Zara o Mango dove prevale l'uniformita', pero' poi compare il tocco locale, la kurta per le ragazze o l'immancabile gioiello di famiglia. Non ci sono gli eccessi di certa moda punk o trash, ma buon gusto un po' borghese. La gioventu' indiana non e' ribelle e lo si vede anche da come veste.     

Sonia Gandhi guarita, ma da cosa?

Per la prima volta un giornale indiano, The Hindu diretto dal bravo Siddarth Varadarajan, ha avuto il coraggio di scrivere la parola ''cancro'' in un articolo che parla di Sonia Gandhi tornata da un nuovo test medico negli Stati Uniti. (vedi qui). Sfidando la cortina fumogena che da sempre c'e' intorno alla super donna della politica indiana, il quotidiano ha dato la bella notizia che ''la sua battaglia con il cancro potrebbe essere vinta''  dopo gli ultimi test di routine andati bene.
Quando oltre un anno fa Sonia era partita improvvisamente per un intervento chirurgico in un famoso centro di oncologia di New York (particolare mai confermato) si erano scatenate le speculazioni su qualcosa di grave. Lei aveva poi chiesto il silenzio stampa, che e' stato rispettato dai media sempre molto obbedienti nei confronti della potente famiglia. Il mistero della malattia non e' mai stato svelato.  L'unica cosa certa e' che la 63 enne presidente del Congresso non si e' sottoposta a chemioterapia perche' se no avrebbe perso i capelli. Per fortuna ovviamente.
Pero' in un'era in cui i malati, anche quelli gravi, si filmano su YouTube mentre muoiono, scrivono libri o addirittura fanno pubblicita,' come il campione di cricket Juvraj Singh, guarito di recente da un turmore, che fa da testimonial a una compagnia di polizze vita.    

La Washington Post spara a zero su Singh, ma scopiazzando un vecchio articolo

Dopo il Time magazine anche l'autorevole Washington Post, o meglio ''la'' Washington Post'' come insegnano nelle vecchie scuole di giornalismo, si scaglia contro il povero premier Manmohan Singh, che - nessuno forse se lo ricorda - e'  un semplice ''tecnico'' messo li' da Sonia Gandhi ben otto anni fa.
  In un pezzo in prima l'altro ieri, il giornale lo definisce addirittura una ''figura tragica''  nella storia indiana. Vero. Il declino della popolarita' dell'economista Singh e' in picchiata negli ultimi tempi per via di una serie di scandali per corruzione. Ma guarda caso, piu' si avvicinano le elezioni nel 2014 e piu' aumentato gli assalti al mite sikh dal turbante azzurro che - a essere onesti - e' sempre stato sottomesso agli ordini della potente Sonia.
    Il corrispondente da Delhi della Washington Post, Simon Denyer, ha quindi ragione a criticare. Ma e' scioccante che lo ha fatto copiando da un articolo di un piccolo mensile indiano, Caravan, dell'ottobre 2011!!! Il giornalista e' infatti stato ''pizzicato'' dal portavoce del pm (ovviamente interessato a metterlo in cattiva luce) e la Washington Post e' stata poi costretta a correggere il tiro (vedi qui).
Morale: anche i ''grandi'' corrispondenti, che dopo un paio di mesi in India gia' pontificano davanti a un bicchiere di gin tonic, ogni tanto prendono cantonate oppure scopiazzano da vecchi ritagli. Certo dall'autorevole Washington Post ci si aspetterebbe un po' di piu'. 

India avvia relazioni diplomatiche con ....Niue

    In un comunicato oggi il ministero degli Esteri fa sapere che l'India ha avviato le relazioni diplomatiche con l'isola di Niue durante una visita del primo ministro Toke Talagi. La cosa mi ha ovviamente incuriosita anche perche' non sapevo dell'esistenza di questa nazione che non e' propriamento uno Stato perche' appartiene alla Nuova Zelanda. Ma di fatto conduce una politica estera autonoma tanto che ha allacciato relazioni diplomatiche con New Delhi.
   Che c'entra con il gigante indiano questo isolotto nel mezzo del Pacifico e pieno di coralli, detto lo ''scoglio della Polinesia'' e, di recente, salito alla ribalta come ''nazione WI-FI'' (ma il progetto non e' mai decollato)? Che hanno a vedere i suoi 1.400 abitanti di etnia polinesiana con il miliardo e 200 mila indiani?
   Da una semplice ricerca su internet e' emerso che nel 2005 una societa' mineraria australiana ha detto che la gente di Niue e' seduta sopra un giacimento di uranio che potrebbe essere uno dei piu' grandi al mondo.
   Non ho capito se e' davvero cosi' perche' dopo allora non ho piu' trovato informazioni. Spero tanto che gli isolani non accettino mai di trasformare il loro paradiso in una miniera di uranio. Intanto pero', la diplomazia indiana  - sempre molta attenta alle risorse energetiche - ha annusato l'eventuale affare. Se non sara' cosi', rimane comunque la possibilita' di andaci in vacanza. Ma non tutti insieme per carita'.  

NON SOLO INDIE/Nomadismo, vela e downshifting di Simone Perotti

    Nomadismo e vela. Questa volta sono riuscita a mettere insieme le mie due passioni. Mi sono unita a un gruppo di ''velisti per caso'' in giro per il Mediterraneo guidati da uno skipper-scrittore che ha fatto una scelta di vita molto simile alla mia con la differenza che pero' l'ha fatta in Italia. Ha raccontato la sua esperienza in un libro, ''Adesso basta'', (Chiarelettere) uscito nel 2009. Lui si chiama Simone Perotti, ex manager rampante della RCS che ha fatto conoscere in Italia il ''downshifting'', una parolona inglese per un concetto molto semplice, ovvero riappropriarsi del nostro tempo. E' la vecchissima storia: meglio avere piu' tempo e meno soldi o piu' soldi e meno tempo? Io sono per la prima soluzione e lo vado dicendo ormai da anni con il rischio a volte di emarginazione sociale. Prima di me lo hanno detto quelli che hanno fatto il 1968, non mettendolo poi in pratica.
    Perotti e' invece un baby boomer come me, di quelli che hanno sempre messo la carriera al primo posto perche' cosi' ci e' stato insegnato fin dalla culla. Carriera perche' significava affrancamento dai lavori manuali, soldi per comprare grosse auto e beni di lusso e possedere status symbol. Io ho, quindi sono. Human doing non human being. Cosi' funziona il modello consumistico della nostra societa' che ora - sembra? - entrato in crisi.
    Perotti, che ora fara' anche un programma alla Rai dedicato al cambiamento di vita, forse ha scoperto l'acqua calda e da bravo manager e' riuscita a venderla con successo. Sara'. Ma gli va il merito di aver acceso un barlume di speranza nella nostra malata societa' occidentale. Mentre molti si limitano a lamentarsi per lo stato di cose come gli ''indignados'', che vanno a protestare in piazza, ma poi continuano con lo stesso stile di vita, almeno lui e' coerente. Ha molllato tutto e vive con poco, almeno cosi' dice.

Come diceva il Mahatma, se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo essere noi a cambiare. ''BE THE CHANGE YOU WANT TO SEE IN THE WORLD''.

NON SOLO INDIE – Cara, vecchia e elitaria Europa


 
    Per una serie di ragioni familiari, mi sono ritrovata quest’anno a spasso tra il nord Italia, Parigi e Londra, con toccata-e-fuga finale a Napoli. Era da parecchio tempo che non facevo un tour europeo e abituata ormai ai ritmi e abitudini asiatiche e’ stato per me come sbarcare su Marte.  Non avevo il Suv della Nasa con razzo laser che scorrazza sul pianeta rosso polverizzando le rocce per analizzare il contenuto, ma soltanto una buona dose di curiosita’ e voglia di capire. Mi interessava vedere cosa era cambiato con la crisi.
    La prima scoperta e’ stata  che la vita e’ diventata ancora piu’ cara alla faccia della vecchia legge  economica che quando non c’e’ domanda calano i prezzi.  Appena sbarcata a Malpensa ho avuto la sconcertante sorpresa di dover pagare 2 euro per un semplice carrello bagagli. In altri scali e’ una cortesia ai passeggeri. Una volta nell’aeroporto milanese il deposito veniva restitituito quando si riponeva il carrello, ora non piu’.  A Londra, ho pagato 45 sterline invece per lasciare in custodia i bagagli un paio di ore. Per affittare una bici a Parigi ci vogliono 150 euro di cauzione. La prima mezzora e’ gratis, ma dopo 4 ore la tariffa scatta di quattro euro ogni mezzora! Prenotare un aereo on line con la carta di credito costa oltre 14 euro in commissioni (mi e’ successo con E-Dreams). Non sto parlando di beni di lusso, sto parlando di normali servizi per chi viaggia.    
    Il dramma e’ che sulla Senna o sul Tamigi, o anche nella ex Milano da bere ,  c’e’  un divario crescente tra ricchi e poveri, proprio come qui in India. La fruizione pubblica dei centri storici, dei monumenti, musei e’ diventata molto esclusiva per via degli altissimi costi di ristoranti, alberghi e trasporti. Non dico che vorrei un centro di accoglienza di senzatetto davanti alla torre Eiffel o al London Eye, ma mi duole vedere che e’ difficile trovare una fontanella dove bere. In certi posti a Parigi una mezza bottiglia d’acqua costa la cifra folle di 3 euro. E nessuno sembra accorgersene, cosa che e’ ancor piu’ allarmante.
    I trasporti, a parte la Val di Susa, sono diventati superveloci: cinque ore a Parigi con il TGV e 2 ore e mezza da Parigi a Londra con il mitico Eurostar, che gia’ mostra i segni della vecchiaia per via di carrozze sporche e puzzolenti come certi treni indiani. Ma sono off limits per la maggior parte, penso, come famiglie operaie monoreddito con figli ma anche insegnanti o precari.  Guarda caso pero’ il treno notturno (esistono ancora!) da Napoli a Torino (55 euro) era tutto pieno. Nel binario a fianco partiva il nuovo e fiammante Italo al doppio di prezzo (ma  la meta’ del tempo). Ma allora perche’ non mettere qualche Intercity in piu’ per i vacanzieri che scelgono il treno e rifiutano gli esodi sulle autostrade? I soldi arrivano lo stesso. Pagare meno, viaggiare tutti.
    Ma lo shock e’ stato alla stazione a Napoli (e a Milano anche) quando ho scoperto che l’accesso al bagno costa un euro. Due mila lire vecchie per fare pipi’.  Nella famosa e antica pizzeria Da Michele, quella dove e’ stata inventata la margherita dove si mangia la margherita originale, ho incontrato un affabile signore, direttore di una unita’ sanitaria. Eh si’, il bello del sud dell’Italia e’ che la gente parla ancora agli sconosciuti. Ce l’aveva con l’amministrazione di Napoli, guarda che novita’, e anche con i giovinastri del malfamato quartiere di Secondigliano che – grazie alla nuova metro– arrivano fino al Vomero a delinquere. Forse molti vorrebbero dei ghetti chiusi da altre mura, come certi resort in spiaggia, per impedire la mescolanza con gli sfigati.
   Temo che la crisi non fara’ che aumentare la disparita’ di classi in Europa e anche l’intolleranza verso gli immigrati visibilmente sempre piu’ numerosi, ma sempre piu’ maltrattati. A Napoli, diventata triste e vuota quasi come l’altra ex gloria sabauda di Torino, ho visto un impiegato delle Ferrovie respingere in malo modo un ragazzo di colore in coda alla biglietteria.  In Sicilia un gruppo di vu cumpra’ e’ stato linciato verbalmente da alcuni residenti su un minibus perche’ sono entrati con ingombranti sacchi di mercanzie.  La societa’ multirazziale forse esiste solo a Londra. Al celebre Speaker’s Corner di Hyde Park si sente parlare piu’ arabo che inglese. Ma come si fa a sopravvivere a Londra, con una famiglia e senza uno stipendio d’oro,  e’ davvero un mistero.  O una sofferenza.