Non solo Indie 6 - Thailandia, famiglia francese in giro del mondo!

    Stasera mi trovavo al ''night market'' di Krabi, quello davanti al fiume, quando ho visto una famigliola di francesi, una coppia e due bambini con degli amici. Erano in attesa di un pancake alla nutella da un ambulante. Il tipico e buonissimo ''street food'' di cui vado pazza a tal punto che dopo due settimane di Thailandia non ho ancora messo piede in un ristorante.
    Aspetto il mio turno, ordino anche io un pancake, lo prendo, pago e mi metto a mangiarlo seduta sul motorino in strada. E' li' che vedo i francesi entrare in un grande camper Laika posteggiato proprio di fianco a me. Su una fiancata c'era un disegno di una famiglia con la scritta ''Akili family world tour''. Poi l'indicazione di un sito: http://www.akilifamily.com/
 
    Li' per li' pensavo fosse una marca di un tour operator. Poi per curiosita' ho controllato sul web con il telefonino e ho scoperto di aver incontrato una famiglia in tour mondiale per tre anni. Straordinario!!! Peccato davvero non averci parlato. Prima che realizzassi che era davvero la famiglia che avevo visto, erano gia' partiti... L'unica cosa che ho fatto e' di scrivere loro una mail e chiedere di ricevere la loro newsletter!

Non solo Indie 5 - Thailandia, i connazionali di Koh Yao Noi

    Mi era capitato nella finale dei Mondiali del 2006 di essere a Leh, in Ladakh, a 3.500 metri di quota e di ritrovarmi a fare festa con gli unici 4 o 5 italiani presenti.       
   Questa volta invece la finale degli Europei l'ho vista nell'isoletta di Koh Yao Noi. A ormai notte fonda, quando tutti i 3 mila isolani dormivano gia'  sonni profondi , l'appuntamento era davanti all'unica televisione accesa in un baretto sulla strada che era anche la camera da letto della coppia di proprietari. Sull'isola c'erano al momento quattro italiani, ma all'1,45 (il fuso orario...) siamo sopravissuti solo in due, io e Grabriele, un esperto viaggiatore solitario come me.  Oltre ai proprietari del locale, c'erano altri due o tre isolani sonnambuli e amanti del calcio.
    Il segnale ogni tanto si indeboliva, ma qualcuno si alzava e andava fuori a toccare qualche cavo. Il telecronista thailandese  metteva l'accento al fondo dei nomi dei giocatori e non pronunciava le erre con effetto comico.
     La partita e' andata come e' andata. Dopo i primi due goal, il piu' anziano se n'e' andato rivolgendoci uno sguardo di compassione. Si sa che per i thailandesi fare brutta figura e' la peggiore cosa che possa capitare.
    Dicevo prima dei quattro italiani su Koh Yao Noi. Gli altri due sono ''residenti''. Una e' Manuela,  la proprietaria del Sebai Corner,  splendido angolo intatto di giungla, che e' sposata con un thailandese e ha messo da tempo le radici (e figli) in questa isola. E' come stare in un ''resort'' al costo di una pensione low cost. I bungalow in legno di tek sono fantastici (io stavo in quello della foto qui sopra), cosi' come lo sono la veranda sulla baietta omonima di Sebai e il ristorantino. Manuela gestisce perfettamente il locale, uno dei superstiti della mia Lonely Planet di annata 1999. In piu' cerca anche di fare qualcosa per l'ambiente, per esempio usare bottiglie di vetro per l'acqua.
E' lei che mi ha parlato dello sfruttamento irresponsabile dei resort che spianano la giungla, la rimpiazzano con verde artificiale e in piu' sfruttano anche la manodopera a basso prezzo birmana. E poi mettono l'etichetta ''eco resort''. Di Manuela parla anche un curioso libro reportage ''Farfalle sul Mekong" del giornalista Corrado Ruggeri (1994), anche questo ormai archeologia turistica. Dice che il Sebai Corner era accessibile soltanto da una strada sterrata! Ora e' circondato da lussuosi resort e ristoranti chic gestiti quasi tutti da stranieri.
L'altro italiano, invece e' piu' giovane sia di eta' che di esperienza. Romano Frosio,  un biondo trentenne, e' arrivato tre anni fa e ha aperto La Luna, trattoria italiana con forno a legna a qualche chilometro dal Sebai Corner, diventata ovviamente la piu' apprezzata e gettonata dell'isola. Capelli lunghi e stile alla Di Caprio (The Beach), si muove perfettamente a suo agio tra i thailandesi. Lascia intendere che ha deciso di mollare tutto e cambiare radicalmente vita. La sua e' una sfida insomma che tanti italiani forse vorrebbero fare e non hanno il coraggio. E lo ha fatto da solo, senza aiuto, forte soltanto della sua esperienza maturata in altri locali in India e Thailandia come dipendente. Quando l'ho incontrato stava mettendo in sesto il locale, chiuso per ferie (adesso e' bassa stagione). Mi ha parlato di come si e' innamorato della Thailandia, quando a 16 anni e' sbarcato a Ao Nang, la spiaggia di Krabi, a un'ora da Koh Yao Noi.
Anche lui come Manuela conservano ricordi nostalgici di posti bucolici in Thailandia che non esistono piu' per l'invasione del turismo di massa, del cemento e dell'industria del divertimento. Per quello forse entrambi hanno scelto Koh Yao Noi, ultimo paradiso tropicale al riparo da bordelli e dagli pseudo eco-resort.

Non solo Indie 4 - Thailandia, il paradiso di Koh Yao Noi

Se non vi interessano i famigerati bordelli tailandesi, Koh Yao Noi e' l'isola che fa per voi. Ci sono arrivata per caso, perche' sono diretta a Krabi, il paradiso dell'arrampicata sul mar delle Andamane (costa ovest) e se ci vai via mare, e' esattamente a meta' strada.
Prendendo una long tail boat (le tipiche barche dalla ''lunga coda'' e con una elica del motore esterna quasi orizzontale) si arrivava a Koh Yao Noi in un'ora dal Phuket (Bang Roh Pier) e dopo una breve sosta alla gemella Koh Yao Yai.
Siccome ho caricato in barca anche lo scooter e' stato facile esplorare subito l'isola. Il giro completo, una ventina di chilometri, non e' possibile perche' l'estremita' settentrionale e' un promontorio roccioso tipico della baia di Phang Nga. In pratica qui le isole sono degli spuntoni di roccia con un pezzetto di jungla, una spiaggetta e spesso una laguna al centro. Dei micro paradisi tropicali insomma, come l'isolotto di Koh Du Yai nella foto.  Uno di questi ''faraglioni'' e' famoso come ''James Bond Island" per un film del 1974, l'Uomo dalla Pistola d'Oro, della famosa serie dell'agente segreto di Sua Maesta'. Un'altra isola Phi Phi, e' invece arcinota per ''The Beach'' con Di Caprio, oltre che per le vittime del disastroso tsunami del dicembre 2006.
Entrambe le destinazioni sono diventate troppo di moda per i miei gusti e quindi le ho evitate.
Koh Yao Noi, invece, e' rimasta abbastanza integra, nel senso che il turismo e' rimasta un'attivita' marginale rispetto all'economia dell'isola fatta di alberi di caucciu' (gomma) e di pesca dei granchi. Ci sono resort, ma molto discreti. L'isola e' mussulmana, 3 mila abitanti, e quindi non c'e' una vita notturna tipica di Phuket. In questo periodo di ''bassa stagione'', con monsone di sud est che rende il cielo meno blu' e il mare meno limpido, non c'e' quasi nessun turista. Pace e tranquillita' assoluta.
Cose da fare? Camminate nella giungla tra le piantagioni di caucciu' e l'odore forte del lattice che viene pressato in specie di tappetini. Nuotate al largo, meduse permettendo, in un mare quasi sempre piatto (niente snorkelling pero'). E escursioni in kayak nelle isolette vicino alla scoperta di spiagge bianche e anfratti rocciosi nascosti dove riposare osservando martin pescatori e pesci volanti....

Non solo Indie 3 - Thailandia, velisti per caso alla YachtPro

    Ho fatto un corso di vela nella scuola piu' ''vicina'' all'India tra quelle affiliate al circuito Issa (International Sailing School Association, un'associazione internazionale no profit che dovrebbe garantire un minimo di professionalita'). La scuola di chiama YachtPro ed e' situata in una insenatura di Phuket dove c'e' un porticciolo turistico chiamato Yacht Haven Marina, vicino all'aeroporto. E' stata fondata parecchi anni fa da un australiano, Rob Williams, ora un po' fuori forma fisicamente, e oltre a offrire corsi organizza charter con barche francesi di medio taglio Beneteau tra le isole.
    Il corso di base per principianti di tre giorni costa circa 500 euro. Nel tariffario e' previsto per due studenti, ma siccome non c'e' nessuno ora, mi e' stato fatto lo stesso prezzo anche se ero da sola.
La scuola e' considerata buona, anche se cara. Ma per quanto mi riguarda non hanno fatto per nulla una buona impressione. Ci sono pero' almeno tre premesse:
    1 La vela e' considerata come uno sport d'elite e quindi e' purtroppo circondata da un ambiente di buzzurri arricchiti. Invece dovrebbe essere accessibile a tutti e diffusa soprattutto nei posti di mare, a partire dai bambini
    2 Come altri sport che richiedono un alto grado di capacita' tecniche e attrezzatura specifica, tipo l'alpinismo, e' monopolizzata da ''addetti al mestiere'' di solito poco comunicativi che difficilmente scendono dal loro piedistallo per far partecipi i ''comuni mortali'' delle loro presunte (o reali) conoscenze.
    3 La supponenza e l'arroganza di questi ''stregoni'' di fiocchi, rande e scotte si unisce al ''celodurismo'' maschile. Il mondo degli skipper e' ancora molto ''macho'', come quello dei motori o forse anche di piu'. Decisamente una donna al timone e' piu' sospettosa che una donna al volante.
    I tre punti elencati sopra hanno fatto si' che i super skipper della Yackt Pro, di sicuro gente frustrata perche' gli tocca veleggiare a Phi Phi Island invece che doppiare capo Horn, mi abbiamo trattato come una povera pazza in menopausa che voleva apprendere la vela invece di starsene sul lettino a sdraio di un resort.
    Quindi mi hanno dato uno ''pseudo istruttore'' americano appena arrivato, che ne sapeva meno di me, e che non conosceva affatto la barca e neppure la baietta dove fare lezione. Risultato: durante la bassa marea del mattino ci siamo incagliati per ben due volte in due giorni in una zona di secche non segnalata, perdendo un sacco di tempo. Mentre la prima volta ci siamo disincagliati perche' la marea saliva, la seconda volta e' intervenuto lo skipper ''vero'', un inglese, che all'inizio del corso mi aveva affidato al suo aiutante non volendo perdere ovviamente il suo tempo prezioso con me nonostante la ''barca di soldi'' che gli ho dato. Mostrando la sicurezza tipica del ''celodurista'' ha ammainato le vele e poi ha cercato di inclinare la barca salendo sul boma di traverso. Ma non e' servito a nulla e quindi ha poi chiamato un canotto dal porticciolo che ci ha agevolmente portato fuori dalle secche.
    Dopo questa disavventura, forse preso da vergogna per tanta incompetenza, il terzo e ultimo giorno del corso si e' presentato lui stesso, lo skipper numero uno. Tutto e' filato liscio e io finalmente ho imparato qualcosa. Anche se, va aggiunto, ha tenuto le vele accorciate con  due mani di terzarolo, nonostante la brezza leggera, per non faticare troppo. E forse anche perche' la barca, una Swarbrich S-80 vecchia di una ventina di anni se va bene e veramente maltenuta, forse non avrebbe retto. Mentre le altre barche ormeggiate con la scritta YachPro, usate per i charter, erano in condizioni perfette e - con con cime morbide che non ti spellavano le mani - l'S80 che hanno usato per me, era in condizioni scandalose anche ai miei occhi di novizia del mare. Nel secondo giorno del corso lo pseudo istruttore ha tagliato con un coltello un garroccio della randa perche' rimaneva ''bloccato'', gli strozzascotte erano rigidissimi e le cime ormai consumate.
    Insomma, la sensazione e' che YachtPro sia una buona scuola, ma di sicuro a me hanno riservato un trattamento pessimo. Perche'? Forse ero da sola, forse ero donna o semplicemente non ero da prendere in considerazione visto che neppure sapevo cosa era il jib (fiocco) o il tacking (virare) dato che ero all'oscuro dei termini nautici in inglese. Ma mi e' bastata una sera per memorizzare le parti della barca, vela, manovre e andature. Purtroppo per loro.

Non solo Indie 2 - Thailandia, tesori nascosti di Phuket

Ho scoperto un nuovo passatempo che volendo puo' diventare anche un ramo dell'antropologia culturale. E' l'archeologia turistica. Si prende una Lonely Planet vecchia di 10 o 20 anni e poi si va a vedere quello che e' rimasto. Alla scoperta delle civilta' perdute nel cemento, confini chiusi da guerre, autostrade al posto di sentieri di campagna e ex jungle trasformate in resort.
La mia Lonely della Thailandia e' del 1999, fine millennio, e' utile per gli storici. Ma - e qui e' il bello - qualcosa rimane. E in quel caso allora e' davvero una scoperta della Shangri-La' perduta. Devo ammettere che in India, dove tutto va piu' piano, non c'e' poi una grande differenza a viaggiare con guide vecchie di decenni, spesso neppure i prezzi cambiano. Ma per Phuket il 99% e' storia.
Cercando con il lumicino, ho trovato pero' la chicca. E'  Ao-Sane, una manciata di vecchi bungalow su una spiaggetta minuscola, molto ''vintage'' si direbbe. I bungalow sono pieni di termiti, con tubature che perdono e le pareti scrostate (foto).
Ma il posto e' magico. E' al fondo della spiaggia di Nai Harn (o Nai Han), quella dove c'e' un grande monastero buddista, la piu' bella di Phuket. Non e' facile arrivarci. La strada entra dentro un lussuoso resort, Le Royal Meridien Phuket Yacht Club, ci  passa letteralmente sotto dalla parte delle cucine e poi dopo 100 metri sbuca fuori con i portieri in livrea che ti salutono. Ancora 300 metri di stradina in salita e poi si arriva nella baietta di Ao-Sane.
Ovviamente nessuno ci penserebbe mai ad attraversare il resort (anche se la Lonely lo dice) e quindi e' una perla nascosta. Adesso e' bassa stagione e io ero da sola. Dopo la spiaggetta ci sono altri bungalow piu' nuovi e un sacco di rocce pieni di coralli. Un acquario davanti a casa, insomma, dove ogni mattina in apnea e con la maschera mi divertivo a inseguire pesci palla e pesci pappagallo.

Non solo Indie 1 - Thailandia, ma ce l'hanno con gli indiani?


     Sono sempre un po' restia ad andare nel Sud Est asiatico per via del massiccio sviluppo di quelle che un po' di tempo fa erano definito le ''Tigri asiatiche'' e anche - lo ammetto - perche' conosco poco o nulla di quelle civilta'. Spinta dall'insano desiderio di darmi alla vela, sono venuta in Thailandia. 
    Vedere Bangkok e' per me immaginare New Delhi come lo sara' tra una decina d'anni o forse piu' (dipende dalla politica di Sonia Gandhi) meno i bordelli naturalmente. Non penso infatti che l'India diventera'  mai una destinazione per il turismo sessuale.

In attesa di un bus per le isole meridionali, ho alloggiato nel ''ghetto'' dei turisti fai-da-te di Khao San, nella parte storica e anche la piu' divertente, oltre che comoda. Orde di ragazzi stranieri, soprattutto anglosassoni, qualche francese e italiano. A un certo punto ho visto anche un gruppo di giovani indiani e qui ho assistito a una scena sorprendente di intolleranza, abbastanza rara per gli standard asiatici.          
   Avevo appena ordinato un involtino primavera in una bancarella quando si e' avvicinato un gruppo di indiani. ''It is veg? '' ha chiesto una ragazza indicando un vassoio con gli involtini. ''Yes'' ha detto il venditore. La ragazza lo ha guardato sospettosa e poi ha di nuovo indicato l'involtino. ''No meat inside, are you sure?'' ha chiesto con un tono spocchioso che ha visibilmente irritato l'ambulante. Il quale le ha risposto secco con il poco che sapeva d'inglese: ''There is beef...''. Come se avesse visto il diavolo in persona, la ragazza ha fatto un passo indietro ed e' corsa via spaventata. Ho guardato il negoziante che mi ha fatto un sorriso birichino e poi mi ha detto: ''dont worry, only veg...''.
     Mi sono quindi chiesta quale reputazione godano gli indiani in Asia. Per esempio qui i cinesi sono perfettamente integrati, almeno sembra, a tal punto che hanno colonizzato parte del Paese. Forse perche' gli indiani non hanno occhi a mandorla? Non sono buddisti? Ho la netta sensazione che siano meno tollerati degli stranieri....


''Dada'' Pranab sale al Rashtrapati Bhawan, grazie a Sonia

Se c'era ancora bisogno di una prova che Sonia Gandhi, la leader del partito indiano del Congresso e' ancora saldamente in sella, ebbene questa e' arrivata dalla scelta di Pranab Mukherjee come prossimo presidente della Repubblica indiana. La carica e' altamente simbolica, ancora di piu' di quanto non lo sia nell'ordinamento italiano. In cinque anni di mandato, l'attuale presidente Pratibha Patil, prima donna a capo dello Stato indiano, raramente si e' fatta sentire dal suo domicilio dorato del Rashtrapati Bhawan, il maestoso ''campidoglio'' circondato da un immenso parco che domina il quartiere ex britannico di New Delhi. Forse e' anche per questo basso profilo che la Gandhi non l'ha riproposta.
   Ha invece tirato fuori dal cilindro il nome del 76enne Mukheerjee, ministro delle Finanze e fino al 2008 ministro degli Esteri, suo braccio destro, ''pompiere'' nelle crisi politiche e anche dato - a un certo punto - come candidato premier nelle elezioni del 2014. Ma il destino ha riservato a ''Dada'' (zio paterno in hindi) come lo chiamano i colleghi di partito un posto meno impegnativo in cui potra' godersi la fine della sua lunghissima carriera, iniziata a fianco di Indira Gandhi.
   Per imporre il suo nome, Sonia si e' battuta come una leonessa e alla fine l'ha spuntata sugli alleati ribelli. Non e' riuscita a piegare soltanto la solita ''bastian contraria'' di Mamata Banerjee, la leader dei contadini di Calcutta e fustigatrice dei comunisti bengalesi. Didi (sorella maggiore)  ha puntato i piedi e ha detto di no a Dada.
   Ma sembra che Pranab abbia comunque i voti (parlamentari nazionali piu' quelli degli Stati) per essere eletto il 19 luglio.
   Dopo una giornata di consultazioni, con ''macchine blu''' che andavano avanti e indietro da una sede di un partito all'altra,  una Sonia visibilmente soddisfatta ha annunciato il candidato Mukherjee che si vedeva che era al settimo cielo. A fianco il solito inespressivo Manmohan Singh, che domani parte al lavoro per l'America Latina (G20 e Rio+20) e  a cui adesso tocca anche il compito di occuparsi del ministero delle Finanze - poltrona bollente di questi tempi -  in attesa di trovare un sostituto.

Tesori nascosti di Delhi, la moschea Khirki

   New Delhi continua a stupirmi anche dopo tanto tempo. La zona di Saket, a sud, e' diventata popolare soprattutto per il primo shopping mall, Citywalk, a cui se ne sono aggiunti altri tutti attaccati con cinema, ristoranti, alberghi e disco bar. Insomma un quartiere del divertimento affollato dalla middle class. Al sabato e domenica c'e' un vero e proprio assalto.
   Ecco, proprio davanti a Citywalk c'e' un villaggio che si chiama Khirki e che faceva parte della citta' di Jahanpanah, quarta citta' di Delhi (ce ne sono sette) fondata nel XIVsecolo dalla nevrotica e combattiva dinastia persiana dei Tughlaq che poi hanno costruito anche la ''quinta citta''' di Tughlaqabad per poi abbandonare anche questa in pochi anni.

   Mentre di Tughlaqabad rimane ancora un imponente forte (sulla strada verso Badarpur), di Jahanpanah (''rifugio del mondo'' in persiano) non c'e' piu' nulla. O quasi. Ci sono delle mura che si vedono andando allo shopping mall e appunto nel villaggio di Kirki una straordinaria moschea che sembra un fortino. E la moschea di Khirki appunto (khirki e' finestra). Per fortuna e' in buono stato anche se e' completamente circondata da costruzioni. Si respira una forte aria mediovale all'interno, con lunghi colonnati e archi gotici (VEDI FOTO)  che sorreggono una serie di cupole. C'e' un cortile interno aperto, molto strano per un luogo di preghiera. Se si sale sul tetto, l'effetto e' ancora piu' intrigante tra le ''bolle'' delle cupole.
La mia scoperta non e' casuale. Sono debitrice di un libro di Swapna Liddle, studiosa che organizza le camminate alla scoperta dei monumenti per conto dell'associazione Intach che si occupa di recupero del patrimonio storico.
Il libro che si intitola semplicemente ''Delhi, 14 Historic Walks'' mi ha fatto pensare che sarebbe bello avere una guida di Delhi che unisca queste informazioni storiche e tutti gli altri 'tesori nascosti'' della citta' ad uso dei turisti che vedono Delhi sono come un punto di arrivo e partenza per i viaggi in India. Ci pensero' e il blog potrebbe aiutarmi.

India, forse e' ora di mettere Standard & Poor's nella spazzatura

Guarda caso mentre ieri stavo scrivendo di ''elefante'' caduto, l'agenzia di rating Standard & Poor's pubblicava un rapporto allarmante sull'India ''primo angelo caduto del BRICS'' con beneficio di punto interrogativo. In gergo della finanza americana, gli angeli caduti sono coloro che finiscono nel rating ''spazzatura''.  Il che equivale agli intoccabili per fare un paragone indiano.
Ad appena due mesi dall'ultimo declassamento, i soloni di S&P minacciano l'India di ridurre i suoi titoli di stato a junk bonds con motivazioni piu' politiche che economiche. Accusano infatti il governo indiano di essere guidato da un ''tecnico'', Manmohan Singh, che ha pochi margini di  manovra a causa dell'influenza di Sonia Gandhi, leader della coalizione di maggioranza. La barca indiana non e' solo nel mezzo di una tempesta, quella  causata dall'Eurozona, ma e' anche senza timoniere. Questo il succo dei cervelloni di S&P.
Il giudizio ha scatenato oggi un vespaio di polemiche su televisioni e giornali, e anche ringalluzzito l'opposizione del Bjp che guarda sempre con piu' ottimismo alle elezioni del 2014 anche se la destra indiana non ha ancora un leader sicuro.
Io sono dell'avviso che si sta esagerando. Il governo ha smentito l'allarme di caduta dal ''paradiso'' e ha accusato l'agenzia di ''poca trasparenza''.
Su questo forse ha ragione. Ci siamo forse dimenticati della crisi dei ''subprime'' del 2008 e dei rating AAA di Standard & Poor ai titoli spazzatura? Forse non dovrebbero avere neppure piu' diritto di esistere dopo quello che hanno combinato. Il fatto che stiano ancora a lanciare sentenze (e che qualcuno dia retta) la dice lunga su come il mondo della finanza non sia per nulla cambiato dopo lo shock premonitore di tre anni fa.

India, la caduta dell'elefante? Non esageriamo

Sembra che negli ultimi mesi l'elefante indiano non solo si sia stancato di correre, ma sia sprofondato in una palude dove nessuno e' in grado di tirarlo fuori. Il pil indiano e' finito sotto il 7% nell'anno fiscale finito a marzo 2012 che secondo gli standard di un'economia da 1,2 miliardi di persone, di cui un terzo in miseria, significa recessione. La produzione industriale e' scesa al 3% rispetto al 9% del 2010-2011. L'inflazione rimane alta e quindi pesa sui consumi. Per via dell'indebolimento della rupia che rende piu' care le importazioni in dollari, la benzina e' stata aumentata dell'11% con ulteriore aggravio sul caro vita. Gli investimenti stranieri stagnano, anzi sono in declino. L'aeroporto di Francoforte, che ha costruito il nuovo terminal di Delhi, chiudera' di uffici come ho letto qui.  In questo caso pero' e' la politica indiana, tra burocrazia e ritardi, a far scappare le aziende e a ''suicidare'' anche i colossi indiani (vedi India Today, ''The lost Tycoons'')
Imsomma, un po' per colpa della crisi mondiale, un po' della paralisi di questo governo del Congresso, ostaggio di rissosi alleati, il miracolo indiano si e' inceppato. Tonnellate di libri e saggi sulla futura superpotenza indiana da buttare? L'ultimo numero del settimanale Frontline ha in copertina una sentenza di morte: ''End of the Growth Story''.
Insomma che succede? Come nel 2004 quando e' iniziata l'euforia sull'elefante che danzava o volava, sui miracolo di 'Cindia' e sui sorpassi dell'India che avanzava come un martello compressore, la stampa esagera. Purtroppo i titoli dei giornali non ammettono incertezze. E' una locomotiva oppure una lumaca. Non c'e' posto per una via di mezzo. Per esempio una mite creatura come quelle mucche smunte e ossute, che sono sparite da New Delhi all'epoca dell'ottimismo sul futuro da superpotenza, che si vedevano andare piano (ma lontano) e digerire tutto quanto trovavano sulla loro strada.  

Yoga, il mio esordio alla scuola Sivananda

Non so se e' l'eta' oppure il richiamo della ''misteriosa'' India dopo dieci anni di permanenza , ma la scorsa settimana ho iniziato un corso di yoga in uno dei piu' famosi e tradizionali centri. E' il Sivananda Ashram, che ho scoperto ha sede in Canada e una grossa base a Rishikesh. A New Delhi ha uan palazzina nel quartiere di Greater Kailash frequentato quasi esclusivamente da stranieri. Il corso, prevede 8 lezioni di 90 minuti per una ''donazione'' di 3 mila rupie (circa 50 euro). Alla spesa va aggiunta quella del tappetino da yoga che io non avevo.


L'ashram e' basato su insegnamenti e tecniche diffuse dal santone Sivananda, un medico tamil fondatore di un' associazione religiosa chiamata ''Divine Life Society'', morto nel 1936 e da un altro suo ''collega''. Entrambi sono venerati e ricordati nelle preghiere all'inizio e alla fine delle lezioni. Sivananda ha scritto 200 libri su yoga ed e' un autorita' nel settore.

Mi hanno spiegato che si tratta di ''hatha yoga'', che e' la forma classica e che alterna le classiche posizioni (asana, che sono ben 84 mila) con la meditazione e respirazione (pranayama e kapalabhati). Sono quando si respira con le narici e con il diaframma che va su' e giu' a scatti. Cose che vedo fare al parco al mattino da quasi tutti i gli indiani. Non ho mai capito dove vanno gli indiani a scuola di yoga, forse nascono gia' con le dita a ''chin mudra'' (cerchio con pollice e indice che significa connessione con l'Io). In realta' sembra che ci siano solo stranieri nei vari centri.

Leggo nel manuale che ci hanno dato che gli antichi saggi hanno sviluppato un sistema per ritardare l'invecchiamento naturale del corpo e della mente per potere meglio indagare nella profondita' dell'Io. Sivananda predica cinque principi: esercizio fisico, respirazione, rilassamento, vegeratarianesimo e pensiero positivo. Io purtroppo ho sempre soltanto praticato il primo, mi mancano gli altri quattro. E' quello che sto cercando di imparare.

I misteri del Made in Italy che produce in India

Oggi mi trovavo all'ufficio dell'Ice di New Delhi per la presentazione di una famosa fiera delle calzature, Expo Riva Schuh di Riva del Garda, che si tiene il prossimo 5 luglio nel complesso espositivo del Pragati Maidan. E' il secondo anno che la societa' fieristica trentina organizza il salone con le principali marche di scarpe italiane. Sembra che qui in India gli affari vadano bene. Anzi gli organizzatori sostengono che proprio la crisi spinga sempre piu' aziende ad andare fuori dall'Italia per abbattere i costi.
   Nelle scarpe poi, come nell'abbigliamento, pare che non ci sia quasi piu' nessuno che produca in Europa.
    Alla conferenza stampa io e altri giornalisti abbiamo domandato se c'erano dei dati per quantificare il business italiano in India e il volume di affari, ma abbiamo trovato un po' di resistenza. Pare che le aziende del Made in Italy siano restie a dichiarare cosa producono qui in India o in Cina sfruttando la mano d'opera a basso costo. Ma - off the record - qualcuno poi mi ha detto che praticamente tutte le marche italiane di scarpe producono qui dove trovano pellame di alta qualita' e a prezzi convenienti.
   Stasera leggo che l'Italia e' slittata all'ottavo posto per produzione manifatturiera dopo India, Brasile e Corea del Sud. Il rapporto e' fatto dai cervelloni di Confindustria che - stupiti - denunciano la crisi del Made in Italy e lanciano un allarme per la sopravvivenza di alcuni settori.Ma guarda un po' che strano.


Finalmente la pioggia, a New Delhi si respira

Dopo un paio di settimane nella morsa di una calura opprimente con punte di 45 gradi, oggi finalmente e' arrivata la pioggia sotto forma di un tifone tropicale che ha mandato in tilt la citta'. Come sempre basta un po' di pioggia che si allagano le strade, salta la corrente, si spengono i semafori ed e' paralisi. Il vento di oggi ha poi abbattuto diverse piante e fatto cadere rami che hanno ulteriormente creato intoppi nella circolazione. Tutto da copione insomma.
Pero' e' stata una manna dal cielo che ha raffreddato la fornace e ripulito l'aria. Dopo la bufera, passando tra le strade ricoperte di rami e foglie nell'area diplomatica di Chanyakyapuri, l'aria sembrava frizzante e leggera manco fossi sotto l'Himalaya.
Sulla Ring road, l'anulare di Delhi, trasformata in un serpentone di lamiera, invece l'effetto rinfrescante era gia' esaurito.
Sara' una coincidenza, ma oggi guarda caso e' arrivato il monsone in India, facendo il suo ingresso a Trivandrum, sulla punta del Kerala. La stagione delle piogge e' ufficialmente iniziata. Da oggi il monsone salira' in su e in un paio di settimane bagnera' tutto il subcontinente.
Il monsone mi ha sempre affascinato come fenomeno metereologico, ma anche per i suoi effetti sulla vita della popolazione e sull'economia. C'e' un libro che ho amato molto e che mi ha accompagnati in diversi viaggi sotto la pioggia monsonica. E' ''Chasing the monsoon'' di Alexander Frater che e' anche un bellissimo reportage di viaggio nell'India degli anni Settanta.  

I maro' a Kochi, tra ayurveda e reti da pesca cinesi

Finalmente i maro' Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono passati dalla loro condizione di carcerati, anche se di lusso, a quella di liberta' vigilita a Kochi o Cochin, una delle perle turistiche del sud dell'India e patria della medicina ayurvedica. Si trovano nell'hotel Trident, un albergo a cinque stelle ma non sfarzoso, che si trova sull'isola-porto di Willington, tra la costa e la storica Fort Kochi.    

   Conosco bene l'hotel perche' e' stata la ''unita' di crisi''  italiana quando i due fucilieri del San Marco di Brindisi sono sbarcati dalla petroliera Enrica Lexie lo scorso 16 febbraio dopo la morte di due pescatori. Lo frequentavo ogni giorno anche se io stavo in una pensione di fianco. E' un edificio basso nela lussureggiante vegetazione keralese, pieno di zanzare e occasionalmente di comitive straniere che si fanno una brevissima tappa prima di tornare a casa o di iniziare il tour dell'India meridionale.  L'isola e' piena di container,  magazzini e uffici di import-export.  Ci sono due imbarchi, uno per andare a Ernakulam e l'altro per Fort Kochi, la parte storica e quindi turistica di Kochi con le chiese portoghesi, il quartiere ebraico e il cimitero olandese. Ci sono anche le famose ''chinese fishing nets'' , le reti da pesca manovrate da grandi argani attaccati a massi di pietra. 
   Non so se i maro' lasceranno il loro nuovo domicilio per qualche passeggiata, ma il posto e' decisamente invitante. Insomma poteva essere molto peggio.
    Nel loro primo giorno di liberta', i due militari si sono per ora limitati a godersi la piscina dell'albergo e il ristorante, in compagnia della delegazione che sta preparando la difesa del processo che si apre il 18 giugno.
    Non so se rimarranno al Trident, ma penso che la permanenza in Kerala sara' lunga e quindi avranno modo anche di esplorare i dintorni dell'albergo anche se in un raggio di 10 chilometri dal commissariato dove devono firmare ogni giorno. Tra pochi giorni poi arrivera' il monsone, in Kerala di solito molto abbondante, che dara' tregua anche alla calura. Per due mesi sara' un diluvio, le folle di turisti si diraderanno,  ma per molti e' la stagione migliore per i trattamenti ayurvedici.

FOTO - I cantonieri pazzi dell'Himalaya su Repubblica.it

Ecco il mio esordio fotografico su Repubblica.it.  E' solo una selezione della mia raccolta di cartelli fotografici dell'Himalaya, che conta circa 100 immagini scattate a partire dal 2006 nel mio primo viaggio in  Ladakh. E' una vera ''chicca'' inedita Italia, mentre in India lo scorso anno il  giornalista e viaggiatore  Ajay Jain ha pubblicato un libro sullo stesso soggetto.
Qui sopra uno dei miei cartelli nella Nubra Valley in una foto scattata dal globetrotter e wine consultant Sebastiano Ramello.

Gli elefanti di pietra di Mayawati, tutto il mondo e' Paese

''Tutto il mondo e' Paese'' come dove il vecchio adagio. E qui in India mi sembra ogni tanto di vedere dei deja-vu come in certe citta' del Piemonte che quando saliva al potere la DC si asfaltavano le strade che i comunisti avevano appena ricoperto con i blocchetti di selciato.
Lo scorso anno, a Noida, citta' satellite di New Delhi, ma che rientra gia' nello stato dell'Uttar Pradesh, era  stato inaugurato un grande parco monumentale dedicato a Ambedkar, leader indiano che e' il beniamino dei ''dalit'' (gli intoccabili) . Il progetto, costato 120 milioni di dollari, e' frutto della megalomania dela politica Mayawati, una signora vestita sempre di rosa che arriva dala fascia degli intoccabili ma che e' anche tra i piu' ricchi politici dell'India. Nel parco ci sono decine di statue di elefanti, un paio di fontane di bronzo e una costosissimo impianto di illuminazione.  
Nessuno ci vede una contraddizione, anzi e' la prova che anche i piu' umili che la possono fare. Piu' esagera con i gioeielli e con costose opere pubbliche dedicate a glorificare se stessa e, piu' Mayawati raccoglie consensi tra i poveri. Una fabbrica dei sogni insomma.

Tuttavia, la ruota della fortuna e' girata e la signora Mayawati un paio di mese fa ha perso le elezioni contro Akhilesh Yadav, figlio di un potete leader che invece rappresenta la casta piu' numerosa dell'India e che e' a capo di un partito definito ''socialista''. Oltre ai milioni di Yadav che lo votano in maniera automatica ha anche tutti mussulmani come serbatoio elettorale. Prima di Mayawati era il vecchio Mulayam Singh Yadav lui il padrone dello UP.
Nonostante l'inaugurazione a ottobre dopo anni di cotroversie e battaglie nei tribunali contro gli ambientalisti, il parco non e' mai stato aperto al pubblico, non si capisce perche'.
Durante le elezioni le statue con gli elefanti,, simbolo del partito di Mayawati, erano state coperte di teloni rosa, su ordine dalla Commissione elettorale per paura che influenzassero gli elettori.
Adesso sono stati spacchettati, ma al potere c'e' il rivale di Mayawati , il cui partito ha invece come simbolo ha una umile bicicletta.
Sono andata a vedere il parco, pensando  fosse ormai aperto. Invece no, ovviamente la nuova amministrazione dei Yadav adesso la fa pesare. Appena diventato ''chief minister'' il giovane Yadav - che ha studiato all'estero e che e' visto come la nuova generazione di leader ''illuminati'' - ha detto di non voler rimuovere le statue della rivale. Ma intanto i cancelli del parco di Noida restano blindati e - notizia freschissima - sono emersi delle fatture gonfiate sugli elefanti in pietra pagati a peso d'oro dal contribuente. Ricorda qualcosa?   

Sri Lanka, perla o lacrima dell'Oceano Indiano?

    Sono stata una settimana in Sri Lanka, o Ceylon come mi piace ancora chiamare questa isola che ogni tanto e’ paragonata a una lacrima o una perla dell’India e dell'oceano Indiano. Da quando e’ terminato il conflitto con i ribelli delle Tigri Tamil tre anni fa e’ in piena espansione economica e anche il turismo va a gonfie vele. Ho incontrato anche molti italiani in vacanza sulle spiagge del sud. Per la prima volta ho visto Colombo senza posti di blocco e senza piu’  i segni delle bombe. La presenza militare, prima massiccia si e’ ridotta enormente. Insomma sembra un piccolo paradiso. Peccato che il governo di Mahindra Rajapaksa, saldamente al potere con il sostegno della lobby economica e religiosa buddista abbia fatto piazza pulita di ogni rivendicazione del 13 % circa di tamil e di tutti i non cingalesi che vivono soprattutto nel nord e nord est dove c’erano i territori occupati dai separatisti Eelam. Ma quello che e’ peggio e’ che non ci sia neppure un dibattito sull’argomento. La stampa e’ stata epurata e quindi e’ schierata su posizioni governative. Il presidente, dalla tunica bianca e la sciarpetta rossa, e’ onnipresente nelle notizie e foto ma solo in occasione celebrative, mentre inaugura qualcosa , tiene una conferenza o incontra dei lavoratori.
     Nei giorni della mia presenza, la Commissione dei Diritti dell’Uomo dell’Onu a Ginevra aveva appena approvato una risoluzione in cui si chiedeva al governo di Colombo di prendere azione contro coloro che hanno commesso abusi durante l’offensiva del Maggio 2009 in cui migliaia di civili sono stati presi in mezzo a combattimenti in una ristretta fascia costiera a nord di Trincomalee. All’epoca ero la’ e c’era l’esercito davanti agli ospedali per impedire che i giornalisti andassero a curiosare per testimoniare gli orrori sui civili. Ero entrata come turista, ai giornalisti rifiutavano il visto.
     L’Onu pensa che sono stati massacrati 7 mila civili tamil, ma altre ong parlano di 40 mila morti. Il governo ha anche promosso una propria inchiesta in cui si e’ preso diversi impegni a favore della minoranza etnica e religiiosa (sono induisti e cristiani).
     I giornali erano pieni di commenti velenosi contro Stati Uniti e tutti i Paesi che avevano votato la risoluzione a Ginevra , tra cui anche il ‘’grande fratello’’ India, mentre l’altra potenza rivale asiatica, la Cina, si era opposta. Il governo accusa i Paesi occidentali di due pesi e due misure nella lotta al terrorismo giustificando le azioni militari in Aghanistan o in Iraq, per esempio.
    Io sono stata soltanto sulla costa meridionale, la piu’ ricca e sviluppata dove non c’e’ traccia dei tamil. Non so quindi cosa succeede nel nord dove gli sfollati sono ritornati ed e’ iniziata la ricostruzione, almeno dicono con una buona dose di investimenti indiani e cinesi.
    A Bentota, angolo di paradiso pieno di testuggini marine e laguni con mangrovie e coccodrilli, un enorme cartello stradale accoglie I viaggiatori: ‘’Abbiamo sconfitto il terrorismo, che c’e’ di male? “. Bisognerebbere chiederlo ai tamil.

Maro', quante risate tra i caucciu' di Piravom

La battuta preferita a Piravom, centro agricolo a circa un'ora da Cochin, e' quella che riguarda gli italiani e la loro speranza che dopo le elezioni di domani i maro' vengano liberati. Oggi sono venuta tra queste colline del Kerala, piene di caucciu' e pepe nero, per cercare di capire un po' di piu' sull'assurda storia della Enrica Lexie.
   La stampa italiana, con l'avvallo anche di politici e diplomatici, ha messo un sacco di enfasi su questo voto. Ma - primo - non si e' capito che non e' tutto il Kerala che vota, ma solo 183 mila elettori di questo collegio elettorale, disperso tra le colline dietro Cochin, che sono chiamati a eleggere un parlamentare per rimpiazzare il precedente morto a ottobre. Secondo che -  anche se la maggioranza del Congresso perde - non succede nulla al governo del 'chief minister' Oommen Chandy, la bestia nera degli italiani, perche' ha i numeri per governare . L'unica cosa e' che sarebbe un'altra batosta per Sonia Gandhi questo si'.
   Ma non si puo' dire che il clima di ostilita' verso gli italiani sia dovuto a questa pressione elettorale. Alcuni miei colleghi indiani, incontrati nelle strade deserte di Piravom (oggi e' giorno del silenzio) si sono fatti una bella risata: ''Magari pensate che dopo le elezioni i maro' siano liberati?'' mi hanno chiesto. ''Ma lo sapete che tra un po' di mesi c'e' un'altra elezione suppletiva a Trivandrum?''
   Si sono messi a ridere anche i sostenitori del Congresso keralese, che sono sicuri di vincere e perfino i rivali comunisti marxisti. Risate trasversali insomma.
   L'unico che non ha trovato la cosa per nulla divertente e' un negoziante di ''cucine italiane'' che teme una ritorsione quando gli ho detto che in Italia vogliono boicottare i ristoranti indiani. Ma ha avuto la prontezza di spirito per replicare con una bella battuta: ''forse perche' sono troppo piccanti? ''. Gente davvero spiritosa a Piravom...

Maro', che cosa si dice in India (se a qualcuno interessa)

Mi chiedo in questi giorni se a qualcuno in Italia interessa sapere cosa si pensa in India sulla vicenda dei maro'.  Mi sembra che la stampa italiana sia cosi' focalizzata sulle polemiche tra partiti, sulle divisioni tra Palazzo Chigi e Farnesina e sull'enfasi emotiva nazional-patriottica,  che si e'  persa completamente la bussola. E soprattutto non passano piu' le notizie che potrebbero aiutare a comprendere la vicenda.
Mentre in Kerala, la ''ground zero'' dello scontro diplomatico e giudiziario, si vivono giorni di intensa passione,  qui a Delhi, nei centri del potere, si respira tutt'altro clima.
Primo, la questione e' sparita dalla stampa e televisione a livello nazionale. I miei colleghi indiani erano cosi' assorbiti dai risultati delle elezioni in Uttar Pradesh e in altri quattro stati, che neppure si sono accorti che martedi' a Roma e' stato convocato l'ambasciatore indiano per una ''demarche''. Poi oggi sono tutti impegnati a buttarsi colori addosso per la festa di Holi, una delle piu' importanti e anche divertenti del calendario induista. In Kerala non si ''gioca'' Holi, ma ci sono altre feste locali simili che segnano l'inizio dell'estate.
Secondo, non ci sono sentimenti anti italiani. I due maro' potevano essere di qualsiasi nazionalita'. Il fatto di essere italiani poteva forse avere una qualche rilevanza per via di Sonia Gandhi che guida il partito di maggioranza. Ma dopo la bruciante debacle elettorale, non c'e' piu' nessuno nell'opposizione che alza la voce. Il ''trattamento di favore'' che i due maro' stanno godendo da quando sono in carcerazione preventiva e' una buona ragione per attaccare Sonia, ma ora sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. C'e' -  e' vero - una elezione suplettiva il 14 marzo in Kerala per rimpiazzare un parlamentare che e' cruciale per la maggioranza del governo keralese guidato dal Congresso. Ma e' una faccenda davvero locale e ora i veri giochi diplomatici si fanno a New Delhi, non piu' a Trivandrum.
Terzo, anche ieri gli indiani hanno ripetuto che in pratica non riconoscono le missioni militari anti pirateria a bordo dei mercantili, come l'unita' composta da sei maro' in servizio sulla Enrica Lexie.  Mi sembrano abbastanza fermi su questo punto e dubito che cambino idea. Andrebbe ricordato a questo proposito che la Marina militare indiana e' coinvolta in prima persona nelle operazioni internazionali contro i pirati somali e sta proteggendo tutti i mercantili nel Mar Arabico compresi quelli italiani.
Quarto,  la stampa indiana e' completamente all'oscuro di cosa pensano gli italiani sulla vicenda. Le notizie da Roma sono riprese dalle agenzie internazionali come Reuters. Forse un maggiore sforzo di comunicazione da parte italiana potrebbe aiutare a far capire qui le nostre ragioni. Cosi' come in Italia si potrebbe dare piu' spazio a raccontare cosa si pensa o si dice da queste parti, comprese le storie dei due pescatori, delle loro famiglie e dei loro villaggi. 
Quinto, ma la perizia balistica? La ''prova regina'' per capire se sono le armi dei maro' che hanno sparato? Adesso spunta fuori che ci andra' una settimana...ma non sarebbe meglio chiedere di accelerare i tempi? Almeno per chiarire l'aspetto fondamentale di tutta la vicenda: chi ha sparato contro il peschereccio St.Antony?

Enrica Lexie, quando la stampa italiana fa notizia

Per certi versi e' divertente, per altri e' un po' snervante essere l'unica giornalista italiana nella piu' grave crisi mai successa tra Italia e India.  La mia presenza qui al porto di Kochi, in Kerala, dove sono arrivata domenica, ha incuriosito un po' tutti, dai taxisti ai venditori di ''nimbu pani'',  le limonate. Tutti vogliono sapere che cosa si dice in Italia, cosa che sanno benissimo perche' hanno letto sulle agenzie internazionali, ma vogliono sentirlo da me. Immancabilmente poi viene fuori Sonia Gandhi e quasi tutti, qui in Kerala, hanno un familiare o un amico che ha lavorato o lavora in Italia.
    Nei primi giorni la stampa era sospettosa, perche' pensavano che io avessi informazioni ''dirette'' o che mi bastasse alzare un dito per aprire tutte le porte, compresa quella del ''bungalow prigione'' dell'isola di Wellingdon dove stanno i nostri maro'. Oppure che potessi avere interviste esclusive con  il ''vice ministro De Mistura''. Poi quando mi hanno visto condividere la loro stessa fatica nelle lunghe giornate con l'obiettivo puntato a catturare un'immagine dei militari in calzoncini oppure a sudare nel piazzale dell'Alta Corte del Keral, mi hanno accolto e ''adottato''.
Adesso mi fotografano mentre cerco di carpire qualche pettegolezzo su cosa mangiano i maro' o su cosa vedono in televisione, mi intervistano per sapere che dice la stampa italiana e mi usano per identificare i membri della delegazione italiana ogni volta compaiono. Ma a volte somo cocciuti. Per almeno tre giorni hanno continuato a scambiare il nostro addetto militare, il contrammiraglio Franco Favre per il capitano della Lexie Umberto Vitelli solo perche' era in divisa.... 

Kochi, ecco in esclusiva la nave delle polemiche

Ma come hanno fatto a scambiare dei pescatori per pirati? Non si parla d'altro qui a Kochi, o Cochin come volevano gli inglesi, dove sono arrivata da poche ore. Dalla fredda Delhi al clima tropicale e al verde lussureggiante del Kerala e' un bel salto piacevole. Mentre cercavo affannosamete un punto da cui potessi vedere da lontano la petroliera italiana al centro dello scontro diplomatico, mi sono ricordata improvvisamente che c'ero gia' stata nel porto di Cochin.
   Un po' di anni fa da Fort Kochi avevo preso una bicicletta e pedalando pedalando (a un certi punto c'era  un traghetto da prendere) ero finita al Trident hotel, dove ho pure fatto un massaggio ayurvedico. Il lussuono albergo, della stessa catena di quello attaccato dai terroristi a Mumbai nel novembre 2008, sorge proprio dentro il Cochin Port Trust, tra una base militare e un cantiere navale. Anche altri due cinque stelle sono praticamente dentro il porto che si trova sull'isola di Willingdon, davanti all'incasinatissima Ernaculam.
Ho scattato una foto alla nave che e' attraccata a un terminal petrolifero nella rada. E' bello pensare che oggi con tutti i media della penisola concentrati sul caso, io sono l'unica giornalista italiana qui....che ebbrezza. 

Yamuna, allarme per ortaggi a base di piombo

Ultimamente ho scritto parecchio sull'inquinamento della Yamuna. Vedo oggi che da uno studio del Teri e dell'Unicef (vedi qui) emerge che il 24% dei bambini che vivono vicino al fiume che per 22 chilometri attraversa la capitale, hanno un altissimo livello di piombo nei loro tessuti.
Ovviamente non sono solo questi bambini, ma l'intera popolazione di New Delhi che mangia ortaggi coltivati vicino al fiume e beve acqua delle falde. Insomma come e' successo per le campagne piemontesi all'epoca dell'atrazina i veleni sono nella catena alimentare. Da dove si pensa che arrivi l'insalata che si compra nei ricchi mercati di sud Delhi? Ma perche' continiano a ignorare la povera Yamuna?

Salone del Libro di Calcutta, ma dove sono i libri?


E' pazzesco. Dopo 10 anni l'India continua a sorprendermi ( e a farmi incazzare). Sono a Calcutta, che io continuo a chiamare cosi' anche se e' ormai Kolkata, per l'annuale  fiera del Libro. Dicono che sia una delle rassegne ''piu' grandi dell'Asia'' e conoscendo la passione dei bengalesi per la cultura, sono arrivata qui piena di aspettative che si sono infrante appena ho visto il posto e la penosa organizzazione.

La fiera e' un po' fuori dal centro, su una grande arteria dove e' abbastanza difficile beccare un taxi o un riscio'.  E' vicino a un importante  campus scientifico che - da fuori-  sembra bello. Intorno pero' e' degrado assoluto, il solito mix di cloache, immondizia e lavori in corso. Ma si sa. Purtroppo la precedenza e' per i mall, gli hotel a cinque stelle, autostrade e aeroporti.  A depurare acque e smaltire rifiuti non ci pensa nessuno perche' non rende ovviamente.
Quest'anno alla fiera che si chiude il 5 febbraio c'e' una novita': l'Italia e' Paese ospite per contraccambiare lo stesso onore offerto nel 2011 all'India al salone del libro di Torino.

Al giornalista e saggista Beppe Severgnini tocca infatti inaugurare la rassegna con tre colpi di martelletto di legno, tipo quello usato per le aste all'incanto. Una cosa curiosa qui dove di solito la cerimonia consiste nell'accendere le lambade a olio, un gesto che ha un chiaro significato religioso.


Ma a parte un tendone dove e' avvenuta l'inaugurazione, con la chief minister Mamata Banerjee, detta Didi (sorella maggiore) e il padiglione italiano,  non c'e' ancora nulla di pronto. Gli operai stanno ancora costruendo gli stand e di libri non c'e' ancora l'ombra. Dopo aver invano chiesto a carpentieri e poliziotti dove era un'ufficio stampa, scopro che non esiste. Nella mia ingenuita' cercavo infatti un accredito o almeno un press kit con qualche informazione. Scopro poi che la fiera e' aperta a tutti e che nessuno ha un badge.

Per fortuna il padiglione italiano e' pronto e almeno li' ci sono dei libri. Mi accorgo pero' che i volumi, una buona scelta di titoli tra i piu' recenti, sono tutti in italiano! Mi spiegano che sono stati portati dagli editori italiani e che bisognava contattare gli indiani per avere le traduzioni inglesi, almeno quelle che esistono. Di sicuro i classici, Dante, Calvino ecc. ci sono...

Il  padiglione, organizzato dal consolato di Calcutta ,  e' stato sponsorizzato da una serie di aziende italiane, tra cui Lavazza -Barista (che ci ha anche piazzato un coffee-shop) e lo studio di architettura, Carrano, che ha disegnato lo stand.  Per la scarsezza di mezzi (e la grave congiuntura italiana) e' una grossa riuscita, mi dicono prima ancora che presenti qualche obiezione sulla mancanza di volumi in inglese. Almeno c'e'.  Che la disorganizzazione sia totale lo conferma anche il padiglione Usa, piazzato a pochi metri davanti al nostro, che quindi rimane nascosto.  Mi dicono che non era previsto, quindi sarebbe addirittura abusivo.
Anche all'indomani , primo giorno ufficiale di apertura al pubblico, gli stand non sono ancora pronti e regna il caos sovrano. La prima conferenza con Severgnini e' stata in fretta e furia spostata dal tendone principale al cortiletto interno del nostro padiglione, di fianco alla macchina del caffe'.

Non so che sia successo poi negli altri nove giorni, io sono partita...senza vedere un libro!

Pedalando lungo la sacra Yamuna

Tra le varie Indie misteriose ce n'e' una che proprio non capisco.  Gli induisti adorano i fiumi, l'ho visto quando lo scorso anno sono andata in pellegrinaggio alle sorgenti della Ganga (Gange) nell'Himalaya. Ma allora perche' permettono che l'affluente Yamuna, anche questa una divinita' dell'affollato panteon induista, si riduca a un rigagnolo di liquami nel mezzo di New Delhi? Grande mistero.

Ieri sono andata a un'iniziativa di una ong Swechha che ha organizzato una ''Yamuna Cycloton'', una cosa veramente da setta segreta. Proprio come il progetto Yamuna-Elbe Public Art Initiative di cui avevo parlato in questo post. Primo per l'uso della bicicletta come mezzo ricreativo, secondo per il percorso intorno al fiume-cloaca stretto tra tangenziali, cavalcavia e metropolitana. Non mi stupirei se a un certo punto la municipalita' decidesse di coprirlo per farci sopra una nuova strada. Non e' cosi' che stanno facendo anche con un canale a Defence Colony, uno dei quartiere ricchi ma piagato da una ''nala'' puzzolente.
Ai tempi del moghul, nel ''Rinascimento'' indiano, la Yamuna era lo sfondo dei palazzi reali e monumenti. Il Taj Mahal ad Agra e' costruito sulla sponda del fiume e anche il Forte Rosso di New Delhi lo era, prima che il fiume cambiasse corso. Sullo Yamuna ci sono i mausolei dei grandi dell'India, come il Mahatma, e il fiume sacro fa parte anche di molti rituali religiosi, per esempio a Dussheira, quando ci immergono i simulacri della dea Durga. Ci sono anche molti devoti che si fermano a fare un'offerta, un cocco o una candela votiva. Non l'ho mai visto fare, ma forse le famiglie versano anche le ceneri dei propri cari. Insomma e', o sembra, importante. Non era  come il Po quando ero piccola che era proprio nell'oblio totale.
Nonostante cio', non c'e' alcuna volonta' politica o popolare di fare qualcosa per ripulire o ripristinare le sponde dello Yamuna.
A meta' della Cycloton, dove sono riusciti miracolosamente a coinvolgere un migliaio di ciclisti, Vimlendu Jha, fondatore di Swechha e documentarista, lo ha detto chiaramente. Il fiume e' ridotto a una fogna, dove non c'e' piu' vita, perche' non c'e' interesse politico o economico a risolvere la questione ambientale. ''Basterebbe che lo stato vicino dell'Uttar Pradesh  faccia entrare piu' acqua a monte in modo che il fiume possa auto depurarsi, ma in UP c'e' un altro governo, quello di Mayawati, ostile a quello di New Delhi'' ha spiegato con foga Vimlendu dopo aver radunato i ciclisti su uno dei pochi tratti in cui e' ancora visibile. Ha poi aggiunto una sacrosanta verita' : ''ripulire il fiume con rende soldi a nessuno, non c'e' da costruire nulla, non c'e' da muovere  cemento o acciao''.
Mi rendo conto che quello che sta facendo Swechha e' la classica goccia nell'oceano, pero' bisogna pur partire da qualche parte. Per me e' stato esaltante, partire in piena notte da casa, in pieno inverno, per raggiungere il fiume alle sette del mattino quando partiva la biciclettata. Mi hanno spiegato che non potevano farla ad un orario piu' accettabile perche' la polizia non avrebbe dato i permessi. Gia' e' stato un miracolo fermare il traffico sui ponti e sulla tangenziale...e anche e' stato un miracolo che nessuno e' stato stirato da un camion o finito in un tombino aperte o in un cratere della strada. Insomma, se conoscete Delhi potete capire che c'e' voluto un bel coraggio, purtroppo con pochi risultati mediatici e di presa sull'opinione pubblica.

NATALE 2011 - Diario italiano/1


Lunedi' 19 dicembre, Roma

Ad accogliermi a Fiumicino appena dopo la barriera dei doganieri e' un ufficio Vodafone dove compro una sim card italiana. E pensare che non sapevo dove trovarne una all'aeroporto. Invece il gentile impiegato di Vodafone Italia, che e' li' da sei mesi,  e' stato il primo ad accogliermi nella madrepatria e a sottrarmi subito 20 euro, ancor prima di avere ritirato il bagaglio. Questo la dice lunga sui nuovi potentati mondiali.

Martedi' 20 dicembre, Roma

Sfoggio un tailleur Sisley e un cappottone nero lungo comprato  quasi 20 anni fa a Ginevra. A qualcuno ricorda il protagonista di Matrix. Li avevo portati con il container in India e mai piu' indossati. Ma io me ne frego e cosi' bardata mi presento all'Ansa che si trova in via della Dataria, nel cuore della capitale. Per arrivarci passo davanti alla Fontana di Trevi. Davanti ci sono due centurioni romani circondati da turisti asiatici. Mai vista una scena piu' surreale. Il bravo e simpatico direttore Luigi Contu mi riceve gentilmente nel suo ufficio nello storico palazzo che confina con il Quirinale. Visto che e' da un anno e mezzo che collaboro con l'agenzia mi e' sembrato giusto presentarmi, se non altro per umanizzare i rapporti. Dopo l'annuncio di tagli della Farnesina, la situazione non e' rosea per l'Ansa e quindi regna il pessimismo. Non mi aveva neppure sfiorata il pensiero di avanzare rivendicazioni sul mio precariato, che ha subito messo le mani in avanti. ''Il 2012 sara' forse peggio'' mi ha detto mestamente.  Non mi e' restato altro che fare gli auguri e congedarmi.

Mercoledi' 21 dicembre, Bologna

Mi accorgo che l'intero Paese e' stretto in una morsa di cupa rassegnazione. E' palpabile e pervade ogni conversazione. Mio zio, ex capo sindacati macchinisti, mi fa un bel regalo. Un biglietto da Roma a Bologna in Freccia Rossa.  In due ore passo dalla fontana di Trevi alle Torri degli Asinelli. E' fantastico, ammetto, andare su e giu' per lo Stivale a questa velocita'. Il treno era pieno, anche in prima classe. Bene, mi rassicuro, allora le cose non vanno cosi' male, almeno per i ricchi che si possono permettere il supertreno.

Giovedi 22 dicembre, Bologna e Milano

Bologna rimane una delle citta' in cui mi piacerebbe abitare. In piazza Nettuno c'e' la  biblioteca civica, Sala Borsa, inaugurata dieci anni fa dove una volta c'era appunto la borsa trasformata dopo in un palazzetto per il basket. Il palazzo, dove c'e' anche il Comune, sorge su rovine archeologiche che si vedono sotto il pavimento. E' un bellissimo ambiente ed e' aperto a tutti, anche a diversi senzatetto che vengono qui a stare al caldo.
Dopo aver comprato mortadella e tortellini, salgo su un altro Freccia Rossa o Freccia d'Argento (che differenza c'e'?) che questa volta pago io. Ormai ci ho preso gusto. Arrivo a Milano in un'ora esatta. Ceno in una trattoria del centro con il mio collega Marco Masciaga, ex Sole24Ore, che ora lavora a Repubblica. Ebbene si', i ristoranti sono pieni, come diceva il nostro ex presidente del  Consiglio. Secondo il mio collega sono pieni di evasori fiscali.

Venerdi' 23 dicembre, Chivasso

Il duro scontro con la realta'. Dall'alta velocita' a un vecchio regionale per Chivasso dove entro in contatto con la classe operaia, pensionati  e con gli immigrati. Meta' scompartimento parla rumeno. Una vecchietta piemontese che dice di avere 76 anni ha un alloggio da vendere sul lago Maggiore. Sostiene che da 400 mila euro, ora si e' ridotta a chiedere 100 mila euro pur di sbolognarselo.   
Stranamente qui nella Padania Superiore il freddo e' meno pungente che a Bologna. Ma il gelo della provincia piemontese mi pervade completamente.  Sara' la crisi, ma ogni volta che torno al mio paese, Chivasso, ho l'impressione che sia ogni volta piu' ostile. In poche ore riesco a rompere le balle a mezza citta', dalla banca all'ufficio anagrafe del comune, fino ai Carabinieri che scomodo per fare una denuncia di una carta di identita' persa 20 anni fa. E' evidente che la gente qui ha i suoi ritmi e le sue abitudini. Ma e' davvero difficile strappare un sorriso da queste parti.

Sabato 24 dicembre, Chivasso

Come tradizione si fanno gli agnolotti di carne per il pranzo di Natale. La ricetta e' stata tramandata dai nonni paterni, cosi' come anche la spianatoia di legno realizzata da mio nonno apposta per il tavolo della mia cucina. La preparazione ha un qualcosa di rituale. Sembra una liturgia religiosa con strumenti e teli per coprire la pasta che vengono tirati fuori per l'occasione da un apposito cassetto. Come l'ostiario dal tabernacolo. Ovviamente e' impossibile proporre qualsiasi variazione al tema. La mia proposta di mettere del sale nell'impasto che va prendendo forma sotto le mie mani e' immediatamente bocciata. ''Non l'ho mai visto fare a casa dei nonni'' ha sentenziato mia madre. Avrei voluto chiedere che cosa faceva sua madre per Natale, ma poi temevo di urtare la sua sensibilita'. Mia madre e' vissuta in una famiglia contadina e quando si e' sposata ha fatto il grande salto verso gli agi della citta', compresi gli agnollotti di carne.

Domenica 25 dicembre, Bracchiello (Ceres)
Il Natale viene consumato nel vero senso della parola tra grandi mangiate e bevute nella baita di Bracchiello, una borgata di Ceres nella valle di Lanzo, dove scorre la Stura, un affluente del Po. Chissa' come, ci trovo un parallelo con la valle della Yamuna che ho risalito lo scorso giugno. Alle 18 vado a Messa a Ceres, cinque km piu' a valle dove e' tradizione fare i presepi semoventi in strada. Sono bellissimi. Le decorazioni della piazza e nelle viuzze rendono l'atmosfera dickensiana, da Cristmas Carrol.  C'e' perfino un Babbo Natale, di pezza, che dorme sdraiato sotto un androne con il suo sacco di yuta vuoto a fianco. Come se fosse sfinito dopo il suo lavoro di consegna dei regali...Nella chiesa gotica, i due celebranti sono accompagnati dall'imponente organo a canne che come tradizione e' sopra l'ingresso e da un trombettista. Non c'e' coro, ma solo il prete con una voce da baritono. Ammetto che e' una delle piu' belle celebrazioni natalizie a cui abbia assistito.

NATALE 2012 - Diario italiano/2

Lunedi 26 dicembre, Venaria Reale

La madre di un mio zio a Caluso, il paese del Passito e dell'Erbaluce, ha deciso di passare a migliore vita proprio a Natale. Cosi' oggi i miei genitori sono dovuti ''scendere'' dalla montagna per andare al funerale. Io ne ho approfittato per farmi lasciare a Venaria Reale, la ex palazzina di caccia dei Savoia, dove - nelle scuderie dello Iuvarra - c'era una mostra sul famoso autoritratto di Leonardo Da Vinci. Sono poche le volte che mostre del genere finiscono in Piemonte, cosi' che non mi sono fatta scappare l'occasione. Tanto che non avevo ancora visitato la reggia riaperta un paio di anni fa, penso dopo un colossale restauro.

Come previsto a Santo Stefano c'era un po' di coda alla biglietteria. Proprio qui e' successo un episodio curioso. L'ingresso alla Reggia e' abbastanza salato, se poi si somma quello della mostra si superano i 20 euro. Forse pentita da tale salasso la bigliettaia chiedeva a tutti se avevano riduzioni. Ho visto tirare fuori le tessere piu' assurde. Una signora davanti a me ha ottenuto un biglietto ridotto con la tessera dell'Ikea. Io ho provato con la tessera dell'Immigrato, la I-Card che rilasciano ai residenti all'estero. Purtroppo non avevo la mia tessera dell'Ordine (a cui non appartengo piu' perche' sono stata espulsa, ma per ora non mi hanno ancora chiesto la restitituzione del tesserino). Ho detto pero' che ero giornalista. Fidandomi della mie parole, immediatamente la cassiera mi ha rifilato tre biglietti gratis! La casta! Quanto e' ancora potente in Italia!

Martedi' 27 gennaio, Bracchiello  

 Il tempo e' sempre sereno. Si vede l'intero arco delle montagne innevate. Capisco ora perche' il Piemonte si chiama cosi'. Ancora una volta mi viene in mente quando in Himachal si vede all'orizzonte la catena himalayana. Sopra Bracchiello, dove i miei diversi anni fa hanno comprato una baita da ristrutturare, si sale verso un alpeggio. C'e' una strada carrozzabile che va fino a una radura dove ci sono un paio di case. Sopra c'e' parecchia neve e ci sono anche dei caprioli. Saranno circa 1.200 metri, o forse meno, ci sono i castagni e non le conifere che caratterizzano di solito le vallate piu' alte. Vago in completa solitudine per un paio di ore. Mi ritrovo a fare yoga su un dirupo nel piu' silenzio assoluto mentre in alto volteggiano dei falchetti o qualcosa molto simile. Se tendo l'orecchio mi sembra di udire il fragore della Stura nel fondovalle. Ogni tanto sento il rumore cupo di un masso che case nella montagna di fronte. Ma non ci sono cave e neppure stanno costruendo una strada. Neppure nell'Himalaya piu' profonda ho percepito cosi' tanto isolamento dal resto del mondo. Altro che ritiro spirituale in Tibet! Provate l'Alto Canavese!

Mercoledi', 28 dicembre, Torino

Ogni anno spero di trovare Torino veramente cambiata, come mi dicono in molti (che l'hanno visitata ai tempi d'oro delle Olimpiadi del 2006).  Invece e' sempre peggio.  Neppure a Natale riesce a trasmettere un po' di allegria.  Mi sembrava di averlo scritto gia' l'anno scorso. La citta' e' fantasma. Non c'e' neppure traffico nelle strade. Sono arrivata da Ceres con una storica linea ferroviarie che si vanta di essere la prima elettrificata al mondo. Il treno, gestito dai trasporti torinesi, e' moderno, mentre le stazioni da Ceres in giu' sono ancora quelle dell'Ottocento. Un vero biju'.  A valle la ferrovia collega l'aeroporto di Caselle, rivitalizzato, con la citta'. Unico problema: il treno si ferma a stazione Dora, uno scalo periferico, di cui nessuno conosce neppure l'esistenza. Da li' con lo stesso bigliettoi si prende il ''DoraFly", un semplice bus che ti porta un centro fino a Porta Nuova.

A Torino sono andata a vedere una mostra di arte moderna curata da Vittorio Sgarbi che ha voluto fare una riedizione locale della Biennale di Venezia, ospitando artisti contemporanei francesi. E' nella cosidetta sala Nervi di Torino Esposizioni, di fianco al castello del Valentino, che e' in ristrutturazione. 

Tra queste c'era anche la mia amica Francesca Ramello che ha esposto due acquarelli della sua ultima serie di donne con fiori (''Stay away from my flowers'').

La sala, che somiglia a un hanger, e' stata fatta dal vecchio Agnelli come mostra un suo busto sull'arcata dell'ingresso. La mostra era un po' incasinata, molte opere non avevano neppure l'etichetta. Si vedeva che era un po' raffazzonata, ma il guaio piu' grosso e' che non c'era riscaldamento e quindi si rischiava l'ibernamento nonostante il bel sole che c'era fuori.  Ancora una volta Torino non fa che confermare la sua inospilita' e - temo - anche avversione per l'arte moderna.

Lungo il Po, invece ho notato che c'e'una novita': hanno messo i bateaux mouche, come a Parigi...il percorso e' dal Valentino ai Murazzi. Ovviamente erano deserti. In piazza Vittorio Veneto invece una ditta che si chiama ''Cubetto'' stava tagliando con delle motoseghe un enorme masso di ghiaccio. Penso, forse, per trasformarlo in un bar o in qualcosa di simile, ma non sono sicura. Era l'unica attivita' nella piazza deserta e disadorna nonostante le feste natalizie .

Giovedi' 29 dicembre, Chivasso

Nel mio quartiere, i Cappuccini (c'era un convento diventato il liceo classico dove ho passato 5 terribili anni) il Comune ha introdotto una bella novita': una fontana d'acqua (a pagamento). E' il primo vero segnale di una coscienza ecologica che scorgo dopo anni di cieco consumismo. Per me che da anni faccio una battaglia contro le bottiglie di plastica e' una vera soddisfazione!

Si tratta di una casupola di legno con erogatori di acqua liscia e gassata a 5 centesimi al litro. Un prezzo popolare e conveniente rispetto al negozio. Lo slogan e' ''buona come l'acqua, chiara come il vetro''. La gente arriva con bottiglie di vetro in un cestello, si mette in coda e poi pazientemente riempie le sue bottiglie con monete o con una tessera ricaricabile. L'acqua e' veramente buona, soprattutto quella con le bollicine.

A me ha subito ricordato il pozzo del villaggio, dove alla sera si raccolgono le donne. All'alba del secondo millennio, la societa' occidentale ritorna all'ancestrale pratica di raccogliere l'acqua e portarla a casa. Forse esagero un po', ma a me sembra davvero cosi'. Quando ho domandato a mia madre, perche' ogni giorno deve andare al ''pozzo'' a pagamento invece che semplicemente aprire il rubinetto, mi ha risposto che ''e' piu' buona, mentre quella dell'acquedotto sa di cloro''.

Io sono andata un paio di volte e ho notato anche un altro vantaggio, ampiamente dissertato dagli antropologi. Come in tutte le civilta' - e come avviene ancora in India - intorno al pozzo si socializza. Un miracolo. Anche i taciturni piemontesi diventano improvvisamente loquaci e scherzosi. Qualcuno loda l'iniziativa, un altro commenta sul fatto che nei negozi non si trovano piu' bottiglie di vetro, un altro ancora sulla neve che si vede sui monti. Una signora che aveva una bottiglia da un litro e mezzo, addirittura mi ha offerto la meta' d'acqua rimanente. ''Non sprechiamola..''. Chissa' magari nascono anche degli amori o amicizie mentre si e' in fila al pozzo.

Venerdi' 30 dicembre, Chivasso

Mi hanno detto che sono tutti in vacanza, ma non ci credo. Non c'e' anima viva in giro. Certo, e' appena un grado sopra lo zero, ma c'e' mezza Europa in queste condizioni, se non peggio. Vicino a casa mia c'era lo stabilimento Lancia. Dopo diversi anni dalla chiusura della fabbrica, la Lancia ha finalmente costruito un centro ricreativo, nei pressi dello stabilimento oggi occupato da diverse industrie dell'indotto auto. C'e' una picina estiva e una palestra, e anche un ristorante. Ci vado perche' e' su una pista ciclabile dove mi metto a fare jogging. Il percorso finisce al cimitero dove con mia grande sorpresa c'e' un discreto via vai di persone che portano fiori ai propri vari. Nella disperata ricerca di qualche attivita' sportiva da praticare, raggiungo poi la piscina comunale che si trova nei pressi del canale Cavour, una ''grande opera'' che ha favorito la rivoluzione agricola italiana. Ma e' chiusa per le festivita'. Davanti hanno costruito un supermercato  Carrefour dove entro per scaldarmi un po'. A quanto pare mezza Chivasso e' qui a fare compere. Adesso capisco dove sono tutti. A differenza della Lombardia, i centri commerciali qui sono arrivati da poco, ma sono gia' un successone. Da alcune mesi hanno aperto un ''Gigante'', dove mi hanno accompagnato con entusiasmo i miei genitori. E' l'unica occasione in cui siamo usciti insieme, a parte la doverosa visita alla tomba di famiglia e a un ospizio dove vive l'ultima mia zia di secondo grado, sorella di mio nonno.  Qualsiasi mia proposta, dal cinema (l'unico superstite del paese) alla pizzeria, era stata sistematicamente bocciata.

Sabato 31 dicembre, concerto in Piazza San Carlo 

In una botta di vita finale, il comune di Torino ha invitato Renzo Arbore e la sua Orchestra Italiana a festeggiare San Silvestro in piazza San Carlo, il ''salotto'' dell'ex capitale sabauda. Ci sono arrivata con il treno da Chivasso, tra ragazzi gia' ubriachi e gente un po'  sfigata che forse non poteva permettersi il cenone di fineanno o  costretta a lavorare anche l'ultima sera dell'anno. Quando sono arrivata la piazza era gia' piena, compresa una folta pattuglia schierata vicino al palco. A Torino hanno vietato i botti quest'anno.  Gli unici locali aperti erano i due storici caffe', tra cui il Caffe' Torino, una macchina del tempo della Belle Epoque, che ha sul marciapiede il famoso toro rampante con i genitali consumati dai tanti che come me ci passano sopra per scaramanzia. Peccato che non abbiano pensato a qualche banchetto con vin chaud o birra alla spina. Sarebbe stato piu' bello come happening...ma siamo a Torino, non a Times Square... Invece piu' o meno tutti avevano in mano la propria bottiglia di spumante con bicchieri per il brindisi. Il vecchio Arbore che ce l'ha messa tutta a riscaldare la folla, si e' dimenticato perfino di fare il conto alla rovescia e ha continuato a cantare Funiculi, Funicola. Quando e' scoccata la mezzanotte, nessuno se n'e' accorto e solo dopo un bel po' qualcuno ha cominciato a far saltare i tappi.

Il Titanic europeo visto dalla scialuppa indiana


Vedere l'Italia da qui e' come vedere il Titanic che affonda mentre si e' su una scialuppa di salvataggio. Non scherzo, questa e' l'impressione qui in India. Forse il barchino con 1,2 miliardi di persone a bordo sballonzollera' un po' per via del risucchio e ci sara' un po' di paura a bordo, ma si e' sicuri di stare a galla. La crisi dell'euro ha gia' picchiato duro sull'economia indiana che e' in frenata. Il ministro delle Finanze ha corretto al ribasso le stime del Pil che ora sono al 7,5%, sempre un'enormita' per i nostri livelli, ma distante dall'ambizioso traguardo del 9% dichiarato all'inizio dell'anno.  

Ma non e' certo questo parametro, tra l'altro molto discutibile per misurare la ricchezza di un Paese, che conta in questa terra che in 5 mila anni di storia e' rimasta piu' o meno uguale a se stessa nonostante catastrofi naturali, invasioni armate e l'influenza di religioni come buddismo, nato qui, il cristianesimo e da ultimo l'Islam.  Nulla, tutto scivolato via come una goccia di rugida su una foglia di banano.

Da qui si riesce anche a capire qualcosa di piu' sulla crisi finanziaria in Europa. L'India insieme ai colleghi del Bric (Brasile, Russia e Cina) ha fatto capire fin da subito che non ci sarebbe stato nessun salvataggio. ''Che si aggiustino'', e' stata piu' o meno questa la risposta dei Paesi emergenti che fanno parte del G20.

Il fatto che qui - giocoforza - si leggano poco i giornali italiani, e' poi un vantaggio per comprendere un po' di cose.

Per esempio The Hindu ospita la colonna di Paul Krugman, premio Nobel per l'Economia nel 2008, quindi non l'ultimo dei fessi. Nel suo ultimo intervento ''Killing the Euro'' critica i governi europei per introdurre le draconiane manovre di austerity che inevitabilmente rischiano di scatenare la recessione e quindi deprimere ancora di piu' la fiducia degli investitori sull'euro. Per caso qualcuno in Italia ha mai detto cio'?  Invece di prosciugare come delle sanguisughe i portafogli dei cittadini per salvare dallo spauracchio di  ''dafault'' improvvisamente saltati fuori, non sarebbe meglio dare la priorita' alla ricerca, scuola e innovazione aziendale?