Monti vince in Bangladesh, voto di protesta sugli atolli delle Maldive

New Delhi, 3 marzo 2013
Monti vince in Bangladesh, mentre Grillo conquista le Maldive dove c'e' stato anche un record di schede nulle. L'analisi del voto degli emigrati italiani nel Sud dell'Asia e' davvero sorprendente. In generale si puo' dire che abbia prevalso il centro sinistra , quindi in linea con il risultato della circoscrizione Africa, Asia, Oceania, Antartide che ha eletto un deputato e un senatore del Pd.
Pero' guardando nel dettaglio dello scrutinio per la Camera emergono alcune curiosita'. Per esempio, gli italiani che stanno negli atolli delle Maldive sono particolarmente arrabbiati con la madrepatria visto che 14 votanti su 21 hanno annullato la scheda (con insulti?). Mi chiedo davvero come si fa a essere incazzato sotto le palme e circondati dalla barriera corallina. Curiosamente, le nulle e le bianche sono altissime anche in Sri Lanka, altro paradiso tropicale.
In India (e Nepal) invece Grillo, solo per un soffio, non ha raggiunto il PD. Mentre Monti e' finito terzo. Se si ritiene che gli imprenditori votino l'ez premier, beh allora si puo' concludere che il Made in Italy non vada troppo bene in Asia meridionale, con l'eccezione del Bangladesh, dove penso ci siano soprattutto imprenditori della moda. Invece i berlusconiani sono sopravissuti, anche se in pochini. Soltanto in Pakistan non c'e' nessun ammiratore del Cavaliere.

Ecco i risultati (Camera):

India (partecipazione 44,22%): PD 112 voti (33,43%), M5S 109 voti (32,53%), Monti 82 voti (24,47 %), PD 32 voti (9,55%), bianche 1 (0,28&), nulle 20 (5,81%)

Pakistan (30,63%): PD 16 voti (55,17%), Monti voti 7 (24,13%), M5S 6 voti (20,68%), PD 0, nulle 5 (14,70%)

Bangladesh (69,86): Monti 45 voti (51%), PD 22 voti (25%), M5S 11 voti (12%), PD 9 voti (10%), bianche 2 ( 1,69%), nulle 13 (12,74)

Afghanistan (64,28%): PD 12 voti (44%), Monti 8 (29%), M5S 6 voti (22%), PD 1 (3,70%), nessuna nulla, messuna bianca.

Maldive (55,26%): M5S 4 voti (57%), PD 2 voti (28%), PD 1 voto (14%), Monti 0, nulle 14 (66,6%).

Sri Lanka (57,14%): PD 16 voti (80%), M5S 2 voti (10%), PD 1 voto (5%), Monti 0, bianche 9 (20%), nulle 15 (34%)

Che bello sarebbe avere Chidambaram in Italia

New Delhi, 28 febbraio 2013
Stamattina ho ascoltato il ministro P.Chidambaram, uno degli uomini chiave del governo indiano, che illustrava in Parlamento la nuova Finanziaria per il prossimo anno fiscale 2013-2104.  Ho pensato a quanto sarebbe stato bello avere anche in Italia un politico del genere. L'India ha un deficit fiscale del 5% che non riesce ad abbassare e che rende piu' difficile la raccolta di denaro sui mercati internazionali. Le agenzie di rating, tipo S&P poi minacciano  un downgrade a ''spazzatura'' dei bond indiani gia' abbassati a BBB -, l'ultimo scalino che precede il baratro dei junk bond.
Ma l'astuto Chidambaram, che e' stato messo li' la scorsa estate per salvare la baracca , se ne e' infischiato e ha allargato i cordoni della borsa aumentando la spesa pubblica a favore di poveri, donne e giovani. Le tre categorie che rappresentano la parte principale e  piu' vulnerabile dell'India. E poi ha dato soldi a destra e manca, compresa la Difesa che dovra' pagare le super commesse di aerei e elicotteri.
Sul fronte delle entrate, ha fatto un po' di cose veramente di sinistra.  Magari non porteranno molti quattrini in cassa, ma almeno ha fatto capire che la crisi non deve essere pagata dai piu' deboli. Ha messo una imposta  addizionale per i  ''super ricchi'', ha aumentato le tasse sui SUV, i dazi su importazione di auto e moto di lusso, sui telefonini che costano piu' di 2000 rupie e ...persino sui ristoranti con l'aria condizionata. Ovviamente la borsa e' crollata dell'1,5% e cosi' anche le aspettative dei vari economisti che si aspettavano una manovra ''lacrime e sangue''  alla Monti.
La Reuters, espressione di poteri forti, che sperava in un'''austerity'' modello Grecia e' stata particolarmente delusa. A tal punto che nel primo lancio di stamane e' arrivata a distorcere una frase di Chidambaram (qui c'e' il discorso integrale).  '' I had no choice but to rationalise expenditure. We took a dose of bitter medicine. It seems to be working''  ha detto il ministro alla fine della sua introduzione riferendosi alla precedente manovra 2012-2013. Ma la Reuters, che voleva vedere scorrere il sangue, ha messo la frase al presente e l'ha messa in bocca all'ignaro Chidambaram che  per fortuna dell'India ha preferito i panni di Robin Hood a quelli di Dracula.  

Scuola senza insegnanti? Ascoltate Sugata Mitra a TED

New Delhi, 27 febbraio 2013
Avendo una figlia adolescente, spesso mi chiedo se l'attuale sistema scolastico e' adeguato a preparare i giovani per un tipo di societa' che e' profondamente e radicalmente cambiata rispetto al tempo in cui si sono formati la maggior parte degli insegnanti. L'universita' che ho frequentato io era gia' all'epoca incapace a preparare gli studenti ad affrontare un mondo che era agli albori dell'era digitale. Figuriamoci ora. Purtroppo quell'ateneo e' rimasto lo stesso e ora si trova a insegnare ai cosiddetti ''digital natives''. In India poi, il sistema scolastico e' una sorta di catena di montaggio schiacciasassi fatto per sfornare ingegneri e informatici al servizio delle multinazionali. Ho appena finito di leggere Revolution 2020, geniale e implacabile ritratto della meritocrazia indiana di Cheetan Bhagat.
Beh, per caso ho scoperto il professore indiano Sugata Mitra che ha vinto un premio di ben un milione di dollari con questo speech a TED che trovo semplicemente illuminante. Guarda caso, il suo esperimento con l'autoapprendimento, Hole in the Wall, e' nato in uno slum di New Delhi vicino al tempio di Kalkaji.

KHUMB MELA 5 - Il bagno dei naga sadhu

Venerdi', 15 febbraio 2013
All'alba in punto, centinaia di ''naga sadhu'', gli asceti nudi coperti di cenere, si buttano nel Gange dove si unisce al suo affluente Yamuna dopo aver lanciato in aria le loro ghirlande di marigold arancioni.
Per questi scatti mi sono svegliata nella notte, fatto qualche chilometro tra le orde di pellegrini in marcia e anche io - mio malgrado - rimasta immersa fino alla cintola nelle acque sacre. Sforzo meritato.
L'immagine di questi esseri luciferini che si lanciano in acqua con tridenti, scimitarre e bastoni, nella luce gialla dei lampioni e tra i fischietti inarrestabili dei volontari, in un mare di umanita' agitata e urlante, ricorda piu' un girone infernale che una preghiera nel fiume piu' sacro per gli induisti.  Ma in fondo, e' come l'India, dove l'orrore a volte puo' essere sublime.


KUMBH MELA 4 - C'e' anche il luna park

Era da tempo che non mi divertivo cosi' tanto ad uno spettacolo. Ho scoperto che vicino al ''media camp'' c'e' un luna park diciamo 'tematico' . Nel senso che ci sono rudimentali plastici su Gange e Yamuna e dovertimenti vari ispirati a varie divinita' indu'. In un capannone  che ospitava una esibizione sui fiumi si parlava anche di inquinamento. Oltre all'immancabile ruota panoramica, ci sono diverse giostre e vari fenomeni da baraccone che - mi ricordo - c'erano alla fiera del mio paese, Chivasso, quando ero bambina. Tipo gli spettacoli con le stunt car in quella specie di cilindrone di legno. Poi i tirarassegno con i palloncini da colpire, la casa degli orrori e, meraviglia, il prestigiatore! Ovviamente mi sono fiondata da quest'ultimo. Erano talmente sorpresi di vedere una straniera che mi hanno perfino omaggiato l'ingresso (10 rupie).

La sala era piena e il mago era gia' sul palco. Ha iniziato con il gioco delle carte e poi, con fare un po' svogliato, forse perche' lo deve fare in continuazione, ha cominciato a esibirsi in trucchi che di solito si trovano nella ''scatola del prestigiatore'' dei bambini. Di tanto in tanto andava a svuotare una brocca che si riempiva ''magicamente'' e mentre versava l'acqua diceva ''Ecco l'acqua del Gange!''. Due soubrette un po' impacciate e con un trucco vistoso gli portavano i vassoi con i vari aggeggi da illusionista. Poi e' venuta l'ora dei pezzi forti, le ragazza trafitta dalle lame e l'ultimo, che e' il momento clou, quando si e' materializzato dentro un vecchio cassone al posto di un ragazzo impacciato che aveva fatto finta di scegliere tra il pubblico.


kUMBH MELA 3 - Il posto giunto per abbandonare la nonna

Allahabad, 13 febbraio 2013
Dall'altoparlante trasmettono continuamente appelli per gente disperse. C'e' una ngo che dal 1954 si occupa delle persone che si perdono al Kumbh Mela. E' stata oggetto di diversi articoli sui giornali. Cerco il posto, girando un'oretta, che e' uno dei tanti recinti con la scritta in hindi e aperto 24 su 24. Incontro il responsabile e poi due ragazze che fanno volontariato. Mi siedo con loro al tavolo all'ingresso.
   Dal 14 gennaio, inizio del raduno, sono giunte circa 100 mila segnalazioni. Mi sembra inverosimile. In effetti nei 15 minuti che sto li ne arriva piu' o meno una al minuto. E sono nella sezione ''donne disperse''. Gli uomini sono a fianco. E' stato portato anche un bambino di sei anni, che dopo un po' e' scoppiato in lacrime in braccio a una delle volontarie. Per fortuna dopo mezzora grazie agli annunci e' arrivato uno zio a prenderselo. L'ong offre da dormire e da mangiare ai ''dispersi''. La maggior parte sono anziane donne della campagna senza telefonino. ''Capita a volte che i familiari le abbandonino qui perche' questo e' un luogo sacro. Allora dopo un po' di giorni le mettiamo su un treno e le mandiamo a casa'' mi dice una ragazza che abita a Lucknow e che era venuta qui per la prima volta come pellegrina con la famiglia e poi ha deciso di impegnarsi nell'ong.

KUMBH MELA 2 - Tende di lusso per giornalisti stranieri

Allahabad, 12 febbraio 2013

Penso che sia il colmo fare il piu' importante pellegrinaggio induista in un posto  che si chiama ''la citta' di Allah'' ovvero Allahabad. Ma poi ho scoperto che qui la chiamano con il vecchio nome di Prayag.
Ho trovato una tenda all'International Media Camp, un accampamento di lusso per giornalisti stranieri al prezzo politico di 700 rupie a notte. So che tende simili costano circa 100 dollari nei giorni clou per le immersioni. In effetti le tende sono belle e spaziose, con gabinetti all'occidentale sul retro. Per l'acqua calda ci hanno fornito una resistenza che si mette nel secchio, ma che ho paura ad usare. Mi dispiace di non stare con i colleghi indiani che invece sono ammassati in dormitori non so esattamente dove.
Mi hanno poi dato un pass con la foto, un libretto con le info sul Kumbh e una mappa un po' approssimativa. E poi per consolarmi mi hanno detto che ''dopo due o tre giorni si comincia a capire''.
La prima uscita e' stata disastrosa in effetti. Ci ho messo un paio di ore a raggiungere il fiume dove ho visto l'aarti, la cerimonia serale di adorazione del Gange (vedi qui sotto).

Il colpo d'occhio visto da un tempio in stile sud indiano a tre piani e' sconvolgente. E' un'immensa tendopoli. Non si vede la fine. Ancora una volta mi sono venute in mente le grandi crisi umanitarie.
A fendere la folla che va in tutte le direzioni, come in un formicaio, mi vengono le vertigini. Penso che se mi succede qualcosa, tipo  un malore, potrei sparire senza che nessuno se ne accorga...Ma poi mi accorgo che ogni 50 metri ci sono dei poliziotti che dirigono la gente e danno informazioni. Comincio a capire che c'e' una complessa organizzazione. 

KUMBH MELA 1 - Stazione di Allahabad, tragedia annunciata

Allahabad, 11 febbraio

Sono arrivata alla stazione di Allahabad un paio di ore prima che succedesse la ressa dove sono morte 36 persone. Che la situazione era sfuggita al controllo era chiaro. Quando il treno e' arrivato non c'era fisicamente lo spazio per scendere. Mi sono fatta largo a spintoni sul binario fendendo la folla che prendeva d'assalto il convoglio da cui ero scesa. A un certo punto ho sollevato un'anziano sadhu che era caduto. Sembra impossibile, ma in situazioni come queste di calca estrema non ci si puo' fermare. Si e' costretti ad andare avanti per stare in piedi. Ce la fa chi e' piu' alto e piu' forte.
Per due volte ho tentato di salire le scale della passerella da cui scendeva la fiumana. Il pericolo maggiore erano le persone sedute o sdraiate per terra che impedivano il passaggio. Altra mina vagante, la colonna di  ''coolie'', i facchini, con enormi carichi sulla testa, che avanzavano come une falange romana.
Dopo mezzora ero fuori dall'inferno, ma mi sono trovata un altro muro di umanita' da scavalcare. I poliziotti stavano cercando di fermare invano la marea, ma era evidente che avevano gettato la spugna.

Una tragedia annunciata insomma. E' bastato che uno cadesse dalla passerella per causare la sciagura. Come e' possibile che si muoia calpestati? Deve essere una fine orribile. E' una cosa abbastanza frequente in India. Anzi il bilancio della ressa e' stato contenuto se si considera i milioni di pellegrini arrivati ieri per il giorno piu' sacro.
Nel solito scaricabarile, gli organizzatori denunciano l'operato delle Ferrovie, le quali invece accusano quelli del Kumbh Mela per non aver ritardato le partenze dei fedeli e chiuso le strade di accesso alla stazione.  Come sempre non si sapra' mai che e' successo. Certo il sovraffollamento, fenomeno frequente in India, e' il principale responsabile. Intanto mi chiedo con sorpresa come raduni religiosi del genere abbiano ancora mantenuto intatto il loro potere di richiamo, anzi lo hanno moltiplicato, anche oggi nell'era digitale quando tutto il mondo (ma solo quello terreno) e' a portata di mouse.   

Elezioni 2013 - Ho votato in cucina, ma ho qualche dubbio

Stamattina ho votato mentre facevo colazione. Non e' la prima volta, ma mi fa sempre un certo effetto vedere e toccare le schede a mio piacimento e poi metterci la croce con una biro e non con la matita copiativa che ti danno ai seggi in Italia. Tenere le schede sul tavolo della cucina, tra i giornali e la tazza del caffe', mi sembra quasi un gesto dissacrante.
La circoscrizione a cui appartengo e' quella di ''Africa, Asia, Oceania e Antartide'' che mi fa un po' ridere. Come al solito quasi tutti i candidati sono in Australia. Che ne sanno loro dei nostri problemi di emigranti in India? Assolutamente nulla. Mentre cercavo sul web i profili dei candidati mi chiedevo come sono stati selezionati. Ci sono state delle primarie? Forse si'. Pero' io vengo a sapere di questi aspiranti deputati e senatori solo all'ultimo quando leggo il loro nome sulla scheda elettorale. E ci sono solo due candidati per un posto. Non male una percentuale di successo del 50%. 
Con una tempistica perfetta, il giorno prima che mi arrivassero le schede, e' giunto via posta un volantino di Bersani intitolato ''l'Italia Giusta''. Dice che la destra ha tagliato i contributi destinati agli italiani nel mondo a 16,2 milioni di euro (2012-2013). Non sapevo manco che esistessero!  Della famigerata I-card, la ''carta dell'Immigrato'', sono venuta a sapere dopo tre o quattro anni. E comunque adesso non offre piu' sconti sui treni che e' la cosa che interessa di piu' gli emigranti che tornano al paesello.
Non capisco inoltre - ma onestamente sono all'oscuro dei misteriosi meccanismi elettorali - perche' ci sono soltanto quattro partiti per la Camera e per Senato, ovvero Grillo, Monti, Pd e Pdl.  Perche' noi emigrati non possiamo votare per tutti i partiti?

''Midnight's Children'', Rushdie ha fatto flop a Mumbai

Mumbai, Primo Febbraio 2013

Incuriosita dall'ultimo lavoro di Deepa Mehta, la regista del capolavoro ''Water'' sulle vedove di Varanasi, mi sono precipitata a vedere ''Midnight's Children'' tratto dalla famosa novella di Salman Rushdie.  Sono andata in uno shopping mall a Lowert Parel in una sala del circuito PVR che penso sia una della piu' lussuone della citta'. Non ero mai andata al cinema a Mumbai. Anche il centro commerciale, il Palladio, e' uno dei posti piu' trendy con ristoranti alla moda e gente dell'upper society. Come a Delhi insomma.
Pero' con mia grande sorpresa eravamo in una ventina di spettatori nella sala che era come una bomboniera di velluto glaciale per l'aria condizionata. Era lo spettcolo delle 19.30 di venerdi'. Un assoluto flop per un film che e' al centro dell'attenzione mediatica da una settimana. Lo stesso Rushdie, che e' anche la voce narrante, e' giunto in India per promuovere la pellicola tra la solita scia di polemiche
Mi sono gustata il film dal primo all'ultimo minuto come mi ero appassionata al romanzo. Ho trovato la prima parte, all'inizio della saga familiare di Salim e Shiva, i due bambini della Mezzanotte, assolutamente superba. Poi dopo l'intermezzo e' pero' svaccato, come se la regista non ci fosse piu' e avesse delegato a qualcun altro. Le scene di guerra e di tortura sembrano tratte da un filmetto di serie B, idem sui generali pachistani, mentre la storia fantastica dei poteri magici dei bambini e' un po' caricaturale. Piu' si va avanti e piu' diventa sciatto senza poesia e senza le bellissime immagini con cui si era aperto sul lago Dal a Srinagar, in Kashmir... 

Qualcosa si muove in India. Ho trovato la carta igienica in treno

Sul treno Jaipur-Mumbai

Era da un po' che non passavo una notte su un treno. Sono sorpresa, i treni indiani sono migliorati. E siccome e' una buona notizia non si trova da nessuna parte. Sempre stato cosi' dalla Divina Commedia in poi, e' molto piu' facile interessarsi all'inferno che al paradiso.
Di orrori sui treni posso raccontarne a bizzeffe. Dai topi morti sotto il sedile, agli eunuchi che si tiravano su la sari e mostravano il pene (o quello che restava) davanti ai passeggeri. Per non parlare dei cessi. O delle stazioni. O delle mezze giornate di ritardo.
    Beh, il treno che ho preso forse e' una eccezione, ma fatto sta che c'era perfino la carta igienica nel bagno e nel pomeriggio hanno passato lo spazzolone con il disinfettante sul pavimento di linoleum. Non sto parlando della prima, ma della cosidetta terza classe AC, uno scalino in piu' della categoria ''sleeper'' che e; quella piu' bassa. Onestamente ho trovato piu' lurido un Napoli-Milano notturno, l'ultimo sopravissuto alle Frecce Rosse e Italo, che ho preso lo scorso settembre.  Anche la stazioni di Jaipur mi sembra un po' piu' ordinata con le segnalazioni elettroniche sui binari e senza la solita puzza di piscio.  Con la tipica lentezza dell'elefante, l'India sta progredendo. Non sara' veloce come aveva predetto nel 2001 da Goldman Sachs nel famoso rapporto sui BRIC  ma ''Eppur si muove'' come disse Galileo Galilei.

JAIPUR LIT FEST/Giorno 5 - Il caffe' aumenta da 30 a 40 rupie

Jaipur, 28 gennaio 2013


Oggi e' l'ultimo giorno. Il caffe' e' passato da 30 a 40 rupie! Mi indigno e vado nel cortile adiacente a prendere un masala chai in un bicchiere di terracotta che dopo le 16 invece scende da 20 a 10 rupie, forse perche' ne hanno fatto troppo. Il Diggi Palace sembra reduce da una battaglia epica. Mi dedico a Tahar Ben Jelloun che intervisto e poi accompagno a pranzo nella ''lounge'' dei delegati. Non gli confesso ovviamente che non ho mai letto i suoi libri, ma solo i suoi editoriali su Repubblica. Comunque mi limito ai temi della Primavera araba.
Tahar Ben Jelloun alla sessione di autografi

Incrocio sulla ''Press Terrace'' Willian Darlymple, il codirettore e mattatore del Festival, che e' sfattissimo. Ha un enorme casacca spiegazzata, i pantaloni sgualciti su un ginocchio e l'aria di un reduce da una guerra che, penso, ha vinto anche quest'anno. Il successo c'e' stato, le polemiche su Rushdie pure. Gli organizzatori dicono che sono in perdita, ma c'erano sponsor di primo piano da Tata, Google, Dsc alla Coca Cola appunto che ha pagato le serate musicali. Ma i costi ci sono, forse per quello hanno deciso di aumentare il caffe' all'ultimo giorno.

JAIPUR LIT FEST/Giorno 4 - Tra i veneziani che scoprono l'America

Jaipur 27 gennaio 2013
  
E' domenica e me la prendo comoda. Salto la prima sessione e quando arrivo mi concedo un chai e una lettura dell'inserto speciale del Times of India al sole della ''Press Terrace'', anche quella da me scoperta da poco. Prima scrivevo seduta su un prato implorando il ristorante dell'hotel che mi facesse caricare il laptop. Scopro anche che c'e' Wi-Fi offerto da Airtel. Nel pomeriggio seguo una conferenza sull'omosessualita' con Andrew Salomon e autori indiani. Loro stessi sono stupiti dal fatto che sono li' su un palco a parlare liberamente di gay e lesbiche e hanno anche un pubblico che lo ascolta.

   Ritorno poi all'economia e mi scopro ancora una volta ignorante di fronte a un professore che e' un idolo giovanile, Michael Sandel. Lo stile e' quello americano, ma i concetti sono rivoluzionari, parla di limiti ''morali'' del mercato. Uno che introduce concetti etici nell'economia e' in effetti da acclamare come un Messia. E di fatti i giovani indiani sono in adorazione. Mi chiedo se in Italia qualcuno ne abbia sentito parlare.
Andrea di Robilant e Carlo Pizzati
  
Alla sera, invece, cambio argomento. Andrea di Robilant, fino al 2006 collega e inviato de La Stampa, parla (introdotto da Carlo Pizzati) di una curiosa storia di due fratelli veneziani di cognome Zen che avrebbero scoperto l'America del Nord passando dall'Artico. Affascinante tesi che ha fatto innamorare l'autore che ha rifatto sulle loro orme lo stesso periglioso viaggio tra i ghiacci della Groenlandia. Il libro e' uscito prima in inglese e in italiano come Irresistibile Nord.

JAIPUR LIT FEST/Giorno 3 - I libri vanno come le pagnotte

Jaipur 25 gennaio 2013,

   Il ritmo e' cosi' martellante delle conferenze e degli autori che mi prende l'ansia. Vorrei seguire tutto, conoscere tutti, leggere tutto. Mi impongo, tanto per iniziare, di non entrare piu' nella libreria Full Circles, l'unica, che e' una bolgia mostruosa, dove ogni tanto arrivano con scatoloni interi di volumi per riempire gli scaffali che si svuotano in un lampo. Ci sono donne straniere di una certa eta' come me, probabilmente in forte crisi di astinenza letteraria, che vagano con pile di libri tra le mani come se fossero pagnotte da arraffare prima di entrare in un rifugio anti atomico.
    Oggi e' Republic Day, ma il popolo del Festival non sembra accorgersene. Decido di seguire i temi economici, sull'India, dove mi sento piu' a mio agio (e capisco quasi tutto). Seguo un interessante conversazione di Ruchir Sharma, un vero ''guru'' dei mercati emergenti, che ha scritto ''Breakout Nations''. C'e' anche Edward Luce, l'autore di un libro sulle prospettive economiche dell'India (A dispetto degli Dei) che non sono mai riuscita a finire. E poi il liberalista Gurcharan Das che ha intitolato l'ultimo saggio ''India Growts at Night'', penso prendendo in prestito un detto che si dice in Italia, ovvero che il ''Paese cresce di notte, quando il governo dorme'' ma forse da noi lo si diceva in riferimento all'evasione fiscale. Il verdetto e' che l'India ha il 50% di possibilita' di farcela, meglio che niente, visto che solo un paio di anni fa sembrava destinata a diventare una superpotenza.

Ariel Dorfman e Santiago Roncagliolo
Poi mi butto sull'America Latina dove un cileno Ariel Dorfman (che vive negli Usa) e un peruviano Santiago Roncagliolo, figlio dell'attuale ministro degli Esteri, che vive in Spagna, danno vita a un gustosissimo duetto pieno di battute e autoironia. Come soltanto i latinoamericani forse sanno fare.



JAIPUR LIT FEST/ Giorno 2 - Niente alcol, oggi e' dry day

Jaipur 25 gennaio,

Mi intrufolo dall'ingresso delle cucine con il fiatone dopo una lunga pedalata e senza colazione per un dibattito alle 10 dedicato a The Pursuit of Italy, che e' un libro (che poi ho comperato) del britannico David Gilmour ''revisionista'' sulla nostra storia dove si mette in dubbio la reale unificazione del Paese. Vi partecipano due veneti, Andrea di Robilant e Carlo Pizzati, entrambi con palesi tendenze leghiste. Paradossalmente l'unico che difende l'onore della patria e' un professore di letteratura, Tim Parks, che vive da 30 anni fra Verona e Milano e che scrive di tante cose, dagli ultras di calcio alla meditazione Vipassana.


Scopro con piacere che c'e' la ''lounge'' dei giornalisti e dei delegati dove c'e' un buffet con ottimi dessert e Coca Cola (sponsor). Ci sarebbero anche birra e vino ma oggi e domani e' dry day. Quindi tutti sobri.

JAIPUR LIT FEST/Giorno 1 - Dalai Lama superstar

Jaipur, 24 gennaio

Arrivo puntuale al Festival, ma come sempre, non si trova il mio accredito stampa. Devo aspettare un bel po'. E' il solito caos creativo indiano arricchito da una presenza massiccia di poliziotti all'ingresso. Vorrei entrare con la mia bicicletta, un vecchio arnese con un pedale mezzo staccato, ma mi fermano prima delle barriere. C'e' gia' una folla paurosa a scalpestare le povere aiuole del Diggi Palace. Il via lo da' una anziana signora bengalese Mahaswheta Devi che scopro e' famosissima in India come femminista e attivista sociale. Do' un'occhiata al programma, mi sento vergognosamente ignorante e comincio a pensare che sono nel posto sbagliato.


Tutti aspettano pero' il Dalai Lama che e' la star della giornata e che e' introdotto dal suo biografo Pico Yver che poi lui ignora completamente. Fa una predica, piu' che una conferenza, come e' giusto che sia, sulla nostra societa' corrotta. Un Dalai Lama classico, in forma smagliante anche e che sembra divertirsi molto a rispondere alle domande del pubblico.

Il guardiano del faro a Kollam

Per una mia vecchia idea di collezionare foto di antichi mestieri , ho incontrato ieri il guardiano del faro di Kollam, caoticissima citta' del Kerala di cui purtroppo non rimane nulla del suo glorioso passato. Pero' per fortuna restano delle chicche da scoprire. Come il faro del 1902, costruito dagli inglesi e mantenuto come un gioiellino d'epoca da Suresh Babu che ci lavora da oltre 20 anni senza sosta.

L'ho incontrato alle 4 del pomeriggio mentre lucidava le maniglie di ottone del soppalco in legno dove ci sono gli ingranaggi della lampada e delle potenti batterie. Di notte fa il guardiano e di giorno strappa i biglietti dei visitatori, oltre a fare manutenzione alla storica struttura. ''Il problema maggiore e' che ogni giorno alle 20 c'e' un black out, quindi bisogna stare attenti che il generatore a diesel che e' in basso entri in funzione '' mi dice in un buon inglese. Il turno di notte inizia alle 17.30 quando si accende la lampada e finisce alle 6 del mattino quando fa giorno. ''Vado a casa per tre ore e poi alle nove inizio la giornata con la manutenzione - racconta - . ci sono sempre cose da fare, mettere l'olio agli ingranaggi, pulire le varie parti della lampada e poi anche intrattenere i turisti....''.

Dal balconcino esterno la vista a 360 gradi e' strepitosa. Mi indica le due donne all'ingresso che vendono bibite. ''Quella grassa e' mia moglie'' mi dice ridendo sotto i baffi.

ESCLUSIVO - Ecco l'hotel del maro' a Fort Kochi

Kochi, 10 gennaio 2013  

    Curiosi di vedere dove stanno i maro' a Fort Kochi? Ecco qui l'hotel Eighth Bastion, con tanto di cannoni in giardino e mura fortificate di cinta. Non penso di svelare alcun segreto di Stato perche' e' stato pubblicato anche sulla stampa indiana.


    Onestamente penso che come cinque stelle sia un po' pretenzioso. Non so quanto il nostro governo paghi per il soggiorno dei maro' e di cinque accompagnatori (quattro militari e una psicologa), ma penso davvero non sia tanto e poi sara' sicuramente scontato data la ''lunga'' permanenza. Adesso capisco forse perche' qualche mese fa avevano abbandonato il Brunton Boatyard, sull'estremita' della penisola di Kochi, e da molti definito come il migliore. Con l'arrivo dell'alta stagione, dove i prezzi si triplicano, forse costava troppo o forse era troppo affollato.


    L'Eighth Bastion, del gruppo Casino, e' invece piu' piccolo e modesto. Confina anche con una base navale, che magari non e' proprio una coincidenza... Ricrea una casa coloniale con un cortile interno e una minuscola piscinetta. Il ristorante e' cosi' cosi', nouvelle cuisine, con microscopiche porzioni, in piatti stilizzati. Dalle 5 del pomeriggio in avanti c'e' una invasione di zanzare. Poco servono i miseri zampironi offerti dai camerieri.
   Di buono ci sono le biciclette, delle mountain bikes nuove, a disposizione dei clienti. Non ho visto le camere, ma dal di fuori mi sembrano non troppo grandi. Pero', Kochi, come sanno coloro che ci sono stati, e' davvero la ''regina del Mar Arabico''. La borgata di Fort Kochi, anche se a rischio di cementificazione, trasuda poi di storia e di cultura. E' stata la prima colonia europea in India, importante centro di commercio delle spezie, ci e' morto Vasco De Gama dopo essere arrivato qui con la circunavigazione dell'Africa e dopo la cantonata di Colombo. Insomma, davvero un bel posto, certo non da prigionieri in liberta' vigilata...Poteva andare comunque peggio, se l'incidente succedeva magari un po' piu' a nord, sulla costa del Karnataka, decisamente meno attraente dal punto di vista turistico e paesaggistico.

Canto notturno di un operatore di Chinese Fishing Nets a Kochi

Kochi, 5 gennaio 2013

   Mi trovo a Fort Kochi, l'antica borgata del Kerala famosa per il commercio delle spezie, dove sono venuta a seguire la faccenda dei maro' tornati in India dopo le vacanze natalizie. Ieri sera, avevo finito tardi di scrivere, e mi sono messa a gironzolare nelle stradine deserte presa da considerazioni leopardiane nel giorno del mio compleanno che stava per concludersi  (tanto per capirci qui c'e' il Canto notturno del pastore errante dell'Asia).
    Era appena mezzanotte, ma non c'era anima viva. Non c'era manco la luna ed era tutto buio a parte una luce fioca sullo sgangherato lungomare dove ci sono le 'chinese fishing nets''. Sono il simbolo piu' fotogenico di Kochi e anche quello piu' noto ai turisti. Sono rudimentali ''macchine da pesca'' azionate da un argano tenuto da enormi massi legati a funi. Dicono che i portoghesi li abbiamo copiati dai cinesi, ma mi piacerebbe davvero andare in Cina per vedere se ci sono simili marchingegni sulle coste.
    Nell'oscurita' della sera caldissima e appiccicosa, vedo alcune sagome che si muovono veloce sulla silhuette di una delle ''fishing net''. Mi fanno un cenno con una torcia di salire sulla piattaforma che sporge sul mare. ''Vuoi aiutarci?'' mi chiede uno degli uomini in un buon inglese. Mi passa la fune e mi dice : ''tira forte qui''. Punto i piedi in avanti e mi metto a tirare con gli altri che ritmano lo sforzo con una una parola in lingua locale, il malayalam. L'enorme rete si solleva lentamente e davanti a me scendono i pietroni che fanno da bilancia. Uno di loro corre verso la cima con un guadino. Ritorna con un paio di pesci lunghi 15 o 20 centimetri e un gamberetto solitario. ''Non e' stagione ora, non c'e' nulla. Siamo solo noi che lavoriamo, come vedi''. Dopo pochi secondi i cinque uomini (uno per ogni fune) riabbassano la rete.
    Nel frattempo nella laguna passa una nave container. Uno commenta: ''Forse adesso andra' meglio, quando passano le navi i pesci si spostano a riva''. Presa dalla compassione, suggerisco di metterci due o tre lampare in cima cosi' da attirare piu' pesci, ma la proposta scatena grasse risate. Almeno si divertono.
    Dopo un po' faternizzo e vengo a sapere che la rete ha 700 anni, che appartiene a una ricca famiglia e che costa circa 7 lakh (700 mila euro, circa 14 mila dollari) . ''Non e' tanto - esclamo - io, costa di piu' un'automobile''. Scopro poi che il padrone si prende un terzo del pescato come affitto e che ''a loro sta bene cosi'''.
   Dopo la terza calata, uno dei cinque prepara il te' nella casetta annessa. Un altro riempie di kerose la lanterna che fa da lampara.  Mi sembra di assistere a un antico rito. Ci sediamo tutti in cerchio e vengono riempiti sei bicchieri esattamente allineati. Parliamo dello stupro che e' avvenuto a New Delhi e dei maro'. I pescatori sono informatissimi. Poi a un comando invisibile si alzano tutti insieme e li vedo danzare contro il cielo violaceo per il riflesso della lampara nel mare, mentre tirano le funi e in coro pronunciano parole incomprensibili, forse una formula magica, forse un ringraziamento al mare, forse un'antica preghiera...

Biennale di Kochi, Giuseppe Stampone rompe il black out italiano

Kochi, 3 gennaio 2013

La decisione dell'Italia di boicottare gli eventi culturali in Kerala per via della presenza dei maro' non ha impedito a un artista italiano di partecipare alla Biennale d'arte di Kochi-Muziris, una sorta di Venezia indiana. E' Giuseppe Stampone ( http://www.giuseppestampone.com/) che si e' presentato con una installazione multimediale. L'opera (qui sopra) intitolata ''Il mondo perfetto'' e' composta da un riscio' a motore che diffonde canzonette italiane e da una mappa. In una intervista (vedi qui) Stampone si augura che l'arte possa aiutare a superare le differenze di una cultura ''eurocentrica'' in declino e di quella emergente indiana. E magari in questo modo capirci meglio anche sui maro'. Il messaggio e' sottile, ma c'e'. Peccato che e' partito dopo l'inaugurazione, l'avrei conosciuto volentieri.

Riflessioni solitarie di Capodanno, perche' cosi' tanti stupri a New Delhi

   Se ci pensiamo bene non c'e' nulla di particolarmente lieto da celebrare nel 2012 che se ne e' andato e nulla da gioire per il 2013 appena nato.

    A New Delhi la fine dell'anno e' stata senza danze e cotillon per Nirbhaya (nome finto), la ragazza morta dopo uno stupro che le ha sfondato la pancia. Appena qualche botto alla mezzanotte mentre stavo guardando Hangover II su Hbo, un film idiota proprio come certe cose dell'anno appena passato. Alla prima pubblicita' ho cambiato canale.
   Me ne sono stata a casa da sola a godermi la serata. Non mi sono mai piaciute le feste a comando e quindi sono contenta cosi'. Potevo andare ai cortei di solidarieta' che hanno fatto in diverse strade, ma i cinque gradi mi hanno fatto passare la voglia. A modo mio ho reso omaggio alla ragazza.
   Mi chiedo pero' se non fosse stato a sud Delhi, se lal vittima non fosse stata una ragazza istruita (anche se di famiglia povera) e senza il clamore mediatico alla Peepli Live per citare un istruttivo film di Aamir Khan del 2010 sui contadini suicidi. Insomma gli indiani si sarebbero arrabbiati cosi' tanto con i loro governanti per uno stupro in un villaggio in Bihar? Ovviamente no.

Ma forse questa violenza e' differente perche' e' figlia di un'aggressivita' rampante a New Delhi. Purtroppo e' figlia del progresso come si suol dire. Lo si e' gia' dimenticato, ma pochi mesi fa dei rapinatori hanno ucciso a bastonate il marito di una cooperante italiana a Gurgaon, il polo del terziario alla periferia della capitale. Alienazione urbana, lotta quotidiana per la sopravvivenza, avidita', un ceto di arricchiti che usa la prepotenza anche appena mette il muso fuori di casa, alcolismo, facile accesso a pornografia on line e mercificazione del corpo della donna nei film, pubblicita' e TV. Cose normali in qualsiasi metropoli occidentale, ma che a New Delhi sono arrivate tutte in fretta, troppo in fretta per i giovani indiani.



Maro', e' arrivato Babbo Natale, vediamo se arriva anche la Befana

Quelli che a tutti costi vogliono sempre vedere complotti ovunque, pensano che il permesso natalizio concesso ai maro' dai giudici dell'Alta Corte del Kerala sia frutto di un accordo ''segreto'' tra Roma e New Delhi. Del tipo che il governo indiano dice si' alla licenza che permette ai nostri di salvare la faccia nei confronti dell'opinione pubblica e in cambio ottiene informazioni su chi ha preso le presunte mazzette della vendita degli elicotteri Agusta-Fimmeccanica destinati al trasporto di Sonia Gandhi e altri vip. Gli elicotteri sono gia' stati pagati e devono essere consegnati in questi giorni.
Io penso invece che e' stata una mossa furba da parte del nostro team legale e dei diplomatici della Farnesina. Non potendo ottenere la sentenza della Corte Suprema prima di Natale come speravano in Italia, allora si e' trovato l'espediente per ottenere lo stesso risultato anche se temporaneo.
Gli indiani hanno un debole per la religione e per la famiglia. Rispettano tutte le feste comandate nel loro calendario di festivita' pubbliche, compreso ovviamente il Natale. Se poi si tratta di riunirsi con madri, figli, sorelle e fratelli anche il giudice piu' inflessibile si intenerisce.  Insomma il Babbo Natale indiano ci ha fatto un bel regalo. Vediamo ora se arriva anche la Befana....

Il Natale dei Maro', la versione vista dall'India

Visto che stasera Palazzo Chigi ha comunicato che ''e' stata rinviata'' la sentenza dellaCorte Suprema in merito alla legittimita' dell'arresto dei due maro', mi permetto di chiarire un paio di cose perche' come giornalista mi sembra doveroso informare. Purtroppo lo posso fare soltanto sul mio blog.
1 Ho passato gli ultimi due giorni alla Corte Suprema e non c'era nessuna indicazione che il chief justice Altamas Kabir si pronunciasse. Dopo la chiusura del dibattimento a settembre non e' stata fissata alcuna data. Non capisco quindi il ''rinvio'', direi piuttosto un ritardo sui presunti tempi dei verdetti della Corte che sono di tre mesi.  Inoltre, il calendario delle udienze viene  fissato alcuni giorni prima. Siccome oggi e' stato l'ultimo giorno di lavoro della Corte prima della pausa natalizia e domani, sabato, i giudici non ci sono... non capisco come poteva essere ''imminente'' o ''prima di Natale''.  Impossibile tecnicamente. Ho chiesto poi se era possibile che il Kabir decidesse di pronunciarsi durante la chiusura degli uffici, magari aprendo lui la porta della Corte e accendendo le luci. Mi hanno guardata come una pazza.
2 Per quanto ne so, il ministro degli Esteri Salman Khursheed non avrebbe dato alcuna assicurazione ne' al suo omologo Terzi nella telefonata del 4 dicembre, ne' all'ambasciatore Giacomo Sanfelice quando lo ha visto l'altro ieri nel suo ufficio. Il governo non ha nessun potere sui giudici. E anche se ce l'ha, non puo' farlo vedere apertamente accogliendo la richiesta di Roma.
3 Questa e' una considerazione mia: inq uesti giorni ci sono le elezioni in Gujarat, roccaforte della destra,  e forse non e' il momento giusto per emettere una sentenza che potrebbe (sottolineo il condizionale) essere favorevole ai maro' perche' in effetti l'omicidio e' avvenuto al di fuori delle acque territoriali indiani.
4 e ultimo. La logica e' che quando si fanno i diktat, del tipo ''vogliamo la sentenza prima di Natale'' , bisogna valutare l'avversario. Se e' uno stato vassallo, tipo il Pakistan con gli Stati Uniti, o la Grecia con la Germania, funziona. Nel caso contrario e' da evitare perche' e' controproducente a meno che non si abbia qualche merce di scambio. Possibile che in Italia, il Paese di Macchiavelli, sia sparita anche la diplomazia?  

Metti una gita un barca sulla Yamuna a New Delhi


Ho messo su Facebook questa foto dove io sto remando sulla Yamuna, in pieno centro di New Delhi, su una barca di solito usata per immergere le ceneri dei morti o per andare a un tempietto in mezzo al fiume davanti al ghat Nigambodh, dove si tengono le cremazioni come a Varanasi. Sono andata con Deborah Nadal, una laureanda in antropologia che sta facendo una interessante tesi sulla convivenza uomo-animali nelle aree urbane. La foto e' sua.
Le reazioni dei miei amici in Italia, dove probabilmente le temperature erano sotto zero, sono state positive, del tipo ''ma che bella gita!''.  I miei amici a New Delhi hanno invece reagito con estremo disgusto. Anche se in pochi l'hanno vista forse da vicino, la Yamuna (al femminile perche' e' anche una dea...) e' sinonimo di fogna. E hanno ragione. E' uno dei fiumi piu' inquinati del mondo, non scorre, e' praticamente una cloaca a cielo aperto e per di piu' e' nascosta alla vista degli abitanti, almeno quelli ricchi... Si accorge della sua esistenza solo quando si va nel  polo terziario di Noida, per esempio, e la si vede dai ponti. Ma se non si aprono i finestrini dell'auto, non si sente nemmeno la puzza.
Dove voglio arrivare? Pensate per un momento alla Yamuna come un fiume, tipo la Senna o il Tamigi,  che attraversa una grande metropoli, con l'acqua che scorre e sponde dove passeggiare. E veramente ''fare una gita'' in barca. Non sarebbe bello? Un sogno? No. Basta volerlo, come e'' stata realizzata in pochi anni la metropolitana o il terminal T3. Oppure come e' stato costruito due anni fa l'autodromo di Formula Uno o  come si sta recuperando Hauz Khaz Village, diventato da un anno circa il centro della vita notturna della capitale.

Smog a Delhi? E' colpa dei contadini che bruciano le stoppie

Cosa non si fa pur di non ammettere che New Delhi sta soffocando nel traffico. La ''chief minister'' Sheila Dikshit, una simpatica signora amica di Sonia Gandhi che da anni ormai governa una metropoli di quasi 20 milioni di abitanti, se ne e' uscita dicendo che lo smog che da una settimana avvolge New Delhi non e' prodotto dai gas di scarico, ma dai contadini che bruciano le stoppie nei campi. Boh, sara'. Certo che per vedere un contadino a Delhi bisogna fare almeno 50 chilometri o forse piu'.  La signora Dikshit e' convinta addirittura che ci sia un'intenzione deleteria da parte di Uttar Pradesh e Punjab, governati dall'Opposizione, di soffocare i cittadini della capitale.
Potrei anche crederlo se la citta' non fosse da mattina a sera un immenso ingorgo che  scarica chissa' quante tonnellate di veleni nell'aria.  Certo poi ci sono anche i cantieri interminabili che sollevano la polvere e purtroppo anche la completa assenza di venti che tiene la foschia a terra. Fatto sta che l'aria e' ammorbata, perfino la Corte Suprema si e' preoccupata (invece di pensare ai maro'!) .
Dalle centraline (ma dove sono?) risulta che non ci sono livelli allarmanti tali da essere nocivi sulla salute. Pero' nessuno sa quali sono questi livelli.
E' ovvio che, con mille immatricolazioni al giorno, e un aumento dei veicoli a diesel, l'aria e' inquinata. Certo, ci sono bus, taxi e tuc tuc a metano (grazie a Dio) ormai da anni, ma anche il metano quando brucia non e' certo brezza di  montagna. E meno male che un milione di persone ogni giorno prendono la metro.  Insomma, invece di limitare il traffico in qualche modo (aree pedonali o divieto di circolazione per i diesel) si preferisce dare la colpa ai poveri contadini...

Schumacher Tower, ultima follia edilizia di Gurgaon

Michael Schumacher vive dalle parti di Losanna e quando abitavo in Svizzera l'avevo anche conosciuto. Una volta si era infortunato giocando una partitella alla domenica e lo avevano portato all'ospedale di Ginevra. Mi avevano chiesto di fare un servizio sull'incidente che aveva gettato nel panico la Ferrari.A me sembrava una brava persona, semplice e molto schiva. Vedo ora da una pubblicita' a tutta pagina di un quotidiano che ha prestato il suo nome per una ''torre Schumacher'', ultima follia edilizia in ordine di tempo a Gurgaon, la Millennium City alla periferia di Delhi. Il progetto mostra un grattacielo che si avvita come se fosse un'autopista. (vedi qui).
Chissa' se in ascensore si sentira' il rombo delle monoposto e se schizzera' ai 300 all'ora come un razzo della Nasa. E se al posto della camera da letto ci sara' un box per il pit stop.  A me sembra una assurdita' come i palazzi della Sport City di Greater Noida, il secondo polo hi-tech, con vista circuito di Buddh. De gustibus, certo. Pero' mi dispiace che il campione tedesco, che non ha ancora agganciato il casco al chiodo, si presti per promuovere modelli e valori che come la stessa Formula Uno sono ormai perdenti e che molto presto non incanteranno piu' nessuno.  

Ferrari con tricolore, un boomerang per i maro'

Alcune volte occorre dire le cose come stanno. La decisione di mettere il tricolore sul telaio delle Ferrari al Gran Premio dell'India e' stata a dir poco funesta.  Capisco le pressioni in Italia per il rilascio dei maro', l'amor di patria e l'omaggio alla Marina Militare, ma e' stato un boomerang diplomatico.  E non sono solo io a dirlo qui in India. Ci sono almeno tre motivi che avrebbero suggerito una maggiore prudenza da parte della scuderia di Maranello:
1 Il neo giudice capo Altamas Kabir della Corte Suprema sta scrivendo la difficile sentenza sulla giurisdizione proprio in questi giorni e come e' noto il destino di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e' appeso a questo verdetto.
2 La vicenda era sparita dalla stampa indiana e dai riflettori dell'opinione pubblica che - come e noto - e' schierata tutta sulla tesi colpevolista.
3 Il marchio Ferrari gode di un ottimo prestigio in India. L'associazione con i maro' potrebbe nuocere la sua immagine. Gli sforzi dei rappresentanti del cavallino rampante, all'autodromo di Buddh a Greater Noida, di levarsi dall'imbarazzo precisando che lo stemma non e' ''in solidarieta''' con i maro', ma soltanto un ''omaggio a una delle eccellenze italiane'', sono risultati patetici. E' come arrampicarsi sugli specchi.
Il risultato e' che tra India e Italia e' di nuovo salita la tensione e anche i toni, come si puo' vedere da questo editoriale del quotidiano The Pioneer.   

La Milano da Bere e' arrivata in India


New Delhi, 22 ottobre 
 Visto che non tira piu' aria in patria, la ''Milano da bere'' si sposta in India dove invece continua a crescere l'interesse per i beni di lusso. Non e' chiaro se per ora si tratta soltanto di potenziali consumatori che ''sognano'' oppure che comprano, ma di fatto c'e' un terreno fertile per questo settore.
   L'ultimo esempio di mondanita' in stile milanese si e' tenuto sabato sera nel giardino dell'ambasciata italiana di New Delhi dove il famoso e storico produttore di orologi Officine Panerai ha presentato il suo prestigioso marchio con una sfarzosa festa per selezionatissimi invitati. 
    L'agenzia di PR ha organizzato l'evento in maniera impeccabile come fosse all'ombra della Madonnina e non in una metropoli di 15 milioni di abitanti che presenta uno dei piu' alti tassi di inquinamento del mondo e con un terzo che vive sui marciapiedi.
    La preziosa collezione di ''orologi da palombaro'' del 2012 -  chiusi in spesse teche di cristallo - era contorniata da splendide ragazze dalla pelle chiara che sorridevano ogni volta qualcuno passava davanti. Per arricchire la serata sono stati ingaggiati dei ''tableau vivant'', degli autentici pittori indiani  che hanno realizzato un paio di opere ispirate a Milano e Roma mentre gli ospiti sorseggiavano champagne totalmente indifferenti alla loro arte. Ad allietare anche un orchestra con una cantante famosa come ho scoperto qui (http://articles.timesofindia.indiatimes.com/2012-10-21/delhi/34607453_1_officine-panerai-jazz-performance-luxury).
 

Palazzo di Deeg, fontane colorate e tigri in gabbia


     A una quarantina di chilometri da Bharatpur, c'e' un centro agricolo che si chiama Deeg e che faceva parte del regno dei maharaj di etnia Jat. C'e' una fortezza ancora piu' imponente di quella di Bharatpur con ancora i cannoni sulle torri. Ma la vera sorpresa e' il palazzo del 1700 che testimonia la megalomania di questo maharaj, Suraj Mahl, un potente guerriero che ha saccheggiato tutto quello che si poteva, ma anche un eccentrico viveur come tutti i nobili del 1700.
    Il palazzo, usato come residenza estiva e uno dei piu' grandi del Rajasthan, e' costruito sull'acqua e ha centinaia di fontane nel giardino (tagliato in quatto in stile mughal) e anche dentro le stanze per resistere alla calura del deserto. Mi hanno spiegato che durante alcune festivita', a febbraio, fanno funzionare il complicato sistema di giochi d'acqua a cui aggiungono anche polvere colorata per un effetto arcobaleno degli spruzzi. L'impianto e' alimentato da una gigantesca cisterna messa sul punto piu' alto della. Come a Tivoli, ma al posto del fiume Aniene, una vasca riempita in continuazione con l'uso di animali o dei servi.


    Il palazzo e' stato abitato fino agli anni Settanta dai discendenti dei maharaja. Per fortuna dopo non e' finito a una catena alberghiera, ma allo Stato che riesce a conservare giardino, fontane e arredi in maniera piu' che soddisfacente. E' come se gli occupanti se ne fossero appena andati. La grande sala, i salotti privati, la camera da letto, lo studiolo del maharaja sono ancora intatti. E' stato rifatto soltanto il rivestimento di poltrone e sofa'. Tra le bizzarrie ci sono due zampe di elefante mummificati che servono come vassoio per i liquori. Impressionante e' il sistema di ventilazione garantito da lungi ventagli sul soffitto azionati dai domestici con delle funi che escono fuori dalle pareti. Un sistema in uso all'epoca. C'e' anche un rarissimo esempio ''cooler'' (condizionatore indiano) azionato a mano da una manovella.




    Nel giardino troneggia un'altalena di marmo bianco frutto del bottino di quando il maharaja' e' riuscito a entrare nel Forte Rosso di New Delhi dove viveva l'ormai debole mughal. Si dice che l'altalena apparteneva niente meno che alla regina Noor Jahan, la zia di Muntaz Mahal, quella sepolta al Taj Mahal. In un lato, c'e' invece un intero complesso, con stanze e verande, di marmo e pietre preziose incastonate, che e' stato smontato a pezzi e rimontato qui dopo un saccheggio ad Agra, altra capitale dei mughal.
Insomma un bel tipetto questo Suraj Mahl, che anticipando di secoli cosa avviene oggi a Las Vegas, teneva anche una tigre in gabbia  nella veranda del palazzo, cosi' da mostrare agli amici tra le fontane colorate.    

Bharatpur, tra fortezze inespugnabili e fenicotteri rosa

Bharatpur, 13 ottobre.
Sono arrivata a Bharatpur, a circa una cinquantina di chilometri da Agra, ma gia' in Rajasthan, per visitare il famoso parco ornitologico di Keoladeo. Ma ho scoperto, che oltre a gru e fenicotteri rosa, questo posto e' stato uno dei piu' potenti e sofisticati regni del Rajasthan! Bharatpur e' stata fondata da un fiero maharaja della etnia dei ''Jat" che si chiama Suraj Mal. Un omone baffutissimo, con una quindicina di mogli e oltre il doppio di concubine, che doveva essere un tipo davvero tosto. Ha resistito ai Rajput, i bellicosi vicini rajasthani, ai potenti Mughal e anche agli inglesi! 

   Basta guardare il forte di Bharatpur per capire perche'. Una fortezza, che si chiama Lohaganar, circondata da un fossato, sembra quelle che si disegnano a scuola, con doppia cinta di mura. Gli inglesi sono riusciti a espugnare Bharatpur soltanto nel 1826.
A guardare il palazzo reale, che sorge dentro la fortezza, si capisce anche la ricchezza dei maharaja' locali. Mi ha colpito l'enorme scalone che porta sul ''roof top''. Ideale per una scenografia di una sfilata di moda. Nel museo, in via di rinnovamento, le solite cose un po' kistch e gli animali impagliati, tra cui anche un coccodrillo. Intorno ci sono altri palazzi completamente abbandonati, con erba che cresce dalle finestre. Il fossato oggi e' un aquitrino putrid. Ma nel caos del bazar si vede ancora quello che rimaneva di una raffinata citta'. Il contrasto con il presente e' cosi' stridente che veramente mi chiedo cosa abbiamo fatto di male gli indiani per meritare tanta disgrazia.
Oltre all'architettura e armi (ci sono ancora cannoni ovunque), i maharaja' locali erano anche cacciatori. Il parco protetto di  Keoladeo, oggi patrimonio Unesco, era in realta' fino al 1965 una riserva di caccia. La palude e' stata infatti creata apposta per attirare le anatre che poi impallinavano in grande quantita' in occasione di feste e di visite di ospiti stranieri. E' stato inaugurato per l'esattezza nel 1901 dall'allora vicere lord Curzon.
   Nella riserva, dove si puo' andare in riscio' a pedali o bicicletta, ci sono dei pannelli in muratura con l'elenco dei visitatori, armi e prede. Tra i reali passati di qui anche quelli afghani, iraniani e olandesi, oltre agli inglesi che erano di casa.
   C'e' anche una bella notizia: per la prima volta dopo una decina di anni e' tornata sufficiente acqua nella palude, grazie alla riapertura di alcuni canali. Quindi gli uccelli migratori, tra cui diversi tipi di gru, fenicotteri, cormorani e aironi, sono tornati. Sono indaffaratissimi a costruire nidi su alberi che occupano in ''condominio'', tutti insieme, allegramente,

 

Taj Mahal, la leggenda dei quattro sufi di Bukhara

Agra, 12 ottobre
    Sono andata all'alba in un parco vicino al Taj Mahal, che si chiama pomposamente ''Nature walk'', e che si trova al lato sud est del mausoleo. Da alcune alture lo si puo' vedere a meno di un chilometro di distanza. Volevo fotografare ''la lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo''' (cosi' lo chiamo' il poeta Tagore) da una prospettiva diversa. Oggi e' venerdi, il mausoleo e' chiuso al pubblico per permettere la preghiera dei mussulmani nella moschea. E anche per ricordare a chi appartiene il Taj Mahal...
   Ero seduta, ancora mezza addormentata, sotto un gazebo, fantasticando su Shah Jahan e sugli architetti venuti da tutto il mondo, quando come in una fiaba compare un uomo barbuto, sulla quarantina, con una bella tunica e le babbucce ai piedi. Mi dice, in un inglese impeccabile, di essere il fratello del guardiano di una tomba sufi che vedo in mezzo alla foresta che costeggia il Taj Mahal. Il parco dove mi trovo vi e' separato da una recinzione. Mi mostra che ci sono quattro basse costruzioni verdi simili nel fitto della vegetazione esattamente ai quattro lati del complesso.
   ''Quasi nessuno sa che il Taj Mahal e' rimasto intatto finora grazie a quattro fratello sufi che sono arrivati qui prima della costruzione - mi dice - perche' sono stati chiamati apposta da Shah Jahan''. Mi racconta poi una leggenda secondo la quale il luogo dove l'imperatore, devastato per la morte della sua 14esima moglie detta ''Muntaz Mahal'', aveva una sorta di maleficio. Pare che i ''jins'', gli ''spiriti'' secondo i mussulmani, fossero contrari. Un grosso problema per chi doveva fare un investimento del genere.
   ''Allora Shah Jahan si e' consultato con le sue guide spirituali che gli hanno detto di mandare un emissario a Bukhara, sulla via della Seta, vicino a Samarcanda (oggi Uzbekistan) e chiedere aiuto a quattro fratelli'' continua l'uomo che poi ha detto di chiamarsi Zaed.  I quattro sono venuti, si sono installlati ai quattro lati del terreno da edificare, sono stati li' per tutta la vita e poi sono stati sepolti nello stesso luogo. La loro protezione dura ancora oggi. Zaed mi racconta che durante il periodo britannico, il Taj Mahal aveva rischiato di essere venduto da un governatore e smontato per vendere il marmo. Cosi' almeno si narra. Sembra anche che i soldati britannici ci avessero fatto le cucine nella tomba.  Insomma, a differenza della  maggior parte dei monumenti del nord dell'India, devastati e saccheggiati, il Taj Mahal e' rimasto miracolosamente incolume. Adesso poi che e' stato ripulito con una pasta speciale (fango e limone, vedi qui) sembra appena costruito.
Dopo avermi raccontato la storia, Zaed sparisce nella foresta e rimango di nuovo sola, tra pavoni e scoiattoli, mentre il profilo della cupola del Taj Mahal comincia a brillare sotto la luce forte del mattino.  

Senzaterra accettano accordo ministro e fermano la marcia su Delhi

   La marcia dei senzaterra si e' fermata oggi ad Agra, all'ombra del Taj Mahal. Dopo due giorni di negoziati il ministro dello Sviluppo Rurale Jairam Ramesh, il paladino degli ecologisti e dei tribali indiani, ha firmato un memorandum in cui promette che entro 4-6 mesi il governo mette a punto una bozza di riforma agraria  in cui dovrebbe avvenire la redistribuzione di terre.
   In una conferenza stampa il fondatore del movimento Ekta Parishad, V.P. Rajagopal, ha detto che se il governo non terra' fede alla promesse '' la marcia ripartira' da Agra'' per andare a Delhi. Il ministro si e' impegnato con una ''task force'' di 11 esperti che dal 17 ottobre sara' al lavoro ''tutti i giorni'' per scrivere la nuova legge.
   Per me - che ho seguito la vicenda in questi ultimi due giorni di negoziati - mi sembra un accordo molto vago, ma per gli organizzatori e' una ''vittoria del popolo''. E' la storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
   A New Delhi intanto tirano un respiro di sollievo. Anche stavolta hanno evitato che 35 mila contadini (e chissa quanti altri che si univano lungo la strada) prendessero d'assalto India Gate o il Lodi Garden.  Pericolo scampato come nel 2007.
Certo che, come si chiedevano i giornalisti indiani oggi, bisogna vedere se il gioco valeva la candela. Nove giorni di marcia a 110 mila euro al giorno (e' la cifra dichiarata qui dall'attivista canadese Jill Carr-Harris,  moglie di Rajagopal) per un pezzo di carta che non vincola il governo, ma contiene solo vaghe proposte?
Potevano forse ottenere di piu' andando avanti a marciare sulla capitale? I contadini, da stasera,  sono gia' di ritorno nei luoghi di origine, ma non so con quante speranze in piu'... 
 

Senzaterra in marcia su Delhi, ma ci arriveranno?

Le marce qui in India, sono sempre un po' speciali. La marcia e il digiuno sono delle potente armi di protesta ''inventate'' dal Mahatma Gandhi. Ho incrociato il Jan Satyagraha 2012, la ''marcia della giustizia'', poco dopo Dholpur, in Rajasthan. Vogliono marciare sul Parlamento di New Delhi.
Mi hanno detto che sono 35 mila ''senzaterra'', la maggior parte tribali, e ci posso credere.  Occupano oltre 10 chilometri di strada su tre file indiane. Una fiumana di bandiere. Per fare foto e' una cuccagna. Arrivano da tutta l'India, ci sono anche indigeni con arco e frecce di bambu' dell'Assam. Un ''social forum'' in cammino, ma fatto di poveracci, quasi tutti pelle e ossa alcuni perfino scalzi. E' un miracolo come riescano a marciare per piu' di dieci chilometri...
La marcia e' organizzata da un movimento gandhiano che si chiama Ekta Parishad e che raggruppa migliaia di ong indiane. La loro arma di protesta e' la marcia appunto.  Come mi dice il fondatore, V.P. Rajagopal, ex insegnante sposato con una canadese (che mi dicono e' la mente dell'organizzazione nonche' quella che fa fund rasing all'estero), la marcia (come anche il digiuno) e' un modo mostrare la ''sofferenza'' di chi gia' soffre in quanto povero, emarginato o privato della propria terra.
Dalle condizioni dubito che possano arrivare sulla capitale, ammesso che non li fermino prima. Mancano anche i viveri e i soldi...
 

Ecco la prima autostrada indiana, senza traffico (per ora)

Niente piu' carretti trainati da bufali e camion sovraccarichi in contromano. Andare al Taj Mahal in auto da New Delhi non riserva piu' alcuna emozione. E se si ha una buona macchina sotto il sedere si arriva anche molto prima. Meglio cosi' ovviamente, pero' e' un altro pezzo di India che se ne va.
   La ''Yamuna Express way'' che ho fatto oggi in scooter (nella corsia di emergenza per timore che mi prendessero sotto visto che nessuno indiano qui non e' mai andato a piu' dei 100 all'ora) e' stata inaugurata qualche mese fa ed e' per ora la prima vera autostrada dell'India. Ha sei corsie (con spazio per otto) e una carreggiata sopraelevata, 165 chilometri di asfalto perfetto, chiusa con filo spinato che sembra Mathausen, moderni caselli e perfino un ''abbozzo'' di autogrill, anche se c'e' ancora molto da fare su questo. E poi una segnaletica da vera autostrada, telecamere, le colonnine per l'emergenza e anche siepi e fiori nello spartitraffico centrale.
   Guarda caso non e' stata fatta dal governo, che dieci anni fa aveva fallito un primo progetto per una ''Taj Highway'', ma dal colosso delle costruzioni Jaypee, che - vista la generosita' del governo dell'Uttar Pradesh che ha confiscato i terreni agricoli per cederglieli - sta letteralmente coprendo di cemento entrambi lati del primo tratto di 50-60 km, ovvero quello che chiamano ''Greater Noida''. Ci ha gia' costruito la pista di Formula Uno, un campo da golf con resort e diversi quartieri dormitorio. Uno gigantesco, che sta venendo su', si chiama pomposamente Jaypee Green Wish Town. Di desideri forse ce ne sono molti, di verde ne ho visto poco.
   Quando ho imboccato l'autostrada sono rimasta scioccata. Mi sembrava di essere su un'autopista, avrei voluto avere un aereo e decollare. Non c'era quasi traffico, un'auto ogni 10 minuti, nessuno camion e nessuna moto. Il motivo l'ho capito dopo al casello: costa troppo. Per le due ruote il tratto fino ad Agra e' 150 rupie, per le auto 350 e per i bus o camion addirittura 1.050 rupie! Nessuno la prende quindi, tanto piu' che la statale numero 2, a pochi km, e' gratis, anche se con le vacche e camion contromano....
   E' una strada per ricchi insomma, ovvero quei pochi che si possono permettere grosse auto, la maggior parte dei veicoli che ho visto erano Suv. Ma i palazzinari di Jaypee forse vedono lungo e immaginano che prima o poi la Yamuna Expressway sara' intasata di auto come l'autostrada del Sole a Ferragosto. A proposito, secondo me anche l'autostrada del Sole, quando e' stata inaugurata nel 1964 tagliava in due prati con le mucche al pascolo e campi con contadini che aravano con i buoi. Sono sempre piu' convinta che l'India - ovviamente con altre dimensioni - si trovi dove era l'Italia nel Dopoguerra. C'e' da sperare che non ripeta gli stessi errori e orrori.

Maro', la matassa si ingarbuglia tra silenzio dell'India e mediatori segreti

   La faccenda dei maro' in liberta' vigilata nell'isola di Fort Kochi, una delle piu' popolari mete turistiche del Kerala, si sta ingarbugliando. Difficile azzardare previsioni su quando la Corte Suprema decidera' la competenza territoriale. Potrebbe essere domani o potrebbe essere molto piu' avanti.
    Le previsioni delle ultime settimane, si sono rivelate completamente sbagliate. Sembrava che ''la madre di tutti i verdetti'' dovesse arrivare prima del 29 settembre, quando il giudice che si occupa delle causa e' stato nominato alla massima carica di ''chief justice of India'' . In teoria doveva smaltire tutti gli arretrati prima del nuovi incarico. Invece no. Nessuno e' in grado ora di capire che succede ora. Il neo chief justice Altamas Kabir passera' il fascicolo a un suo collega? Se ne occupa lui, ma quando? Boh. Ieri qui era festa, per il Mahatma Gandhi, quindi c'e' stato un lungo ponte. Da oggi si riparte.   

     Nel frattempo il caso e' completamente sparito dall'attenzione in India. Non c'e' neppure piu' una riga sui giornali. Nemmeno sul processo in Kerala, che e' gia' iniziato e che continua a essere rinviato in attesa della pronuncia della Corte Suprema. In questi giorni l'India ha sollevato il problema della pirateria marittima all'assemblea generale dell'Onu. Secondo gli italiani e' un'ipocrisia, che New Delhi predichi bene in tema di lotta ai pirati dell'Oceano Indiano e poi razzoli male con i due maro' italiani che stavano facendo proprio quello quando sono stati arrestati il 15 febbraio dopo aver ucciso due pescatori. A Roma e su qualche media italiano e' stata fatta notare la contraddizione, ma qui in India e' stato ''business as usual'' come si dice. Forse sara' che - come si e' detto molte volte - sulla questione si vuole tenere un basso profilo per permettere alle diplomazie di lavorare ed evitare il clamore controproducente dei primi tempi.

   Esiste infatti un canale ''segreto'' parallelo ed e' stato confermato anche dalla stampa indiana con tanto di foto (LEGGI QUI). Si tratta di un mediatore indiano che vive da 40 anni in Italia, Vinod Sahai, ex manager Fiat, che si sta muovendo parecchio. Ha incontrato dei ministri a New Delhi e forse anche in Kerala. Ha fatto un po' di navetta tra India e Italia, ovviamente con la benedizione della Farnesina. Il personaggio e' un po' misterioso in realta', ma potente, sembra che abbia fatto da padrino all'accordo Tata-Fiat. Certo qui si tratta di altro tipo di business...e di mezzo c'e' la giustizia che in India e' davvero indipendente dal potere politico, cosa che e' un po' difficile da comprendere in Italia.

Tesori nascosti di Delhi/ La diga di Satpula

Mi chiedo quanti conoscano a New Delhi la ''diga di Satpula'', uno sbarramento a sette archi costruito da un sultano della dinastia Tuglak nel 1340 circa quindi in epoca mediovale. Una vera chicca da amanti della storia e delle curiosita' di Delhi, purtroppo completamente abbandonata.  Arrivarci e' facilissimo. E' di fronte agli enormi shopping mall di Saket e di fianco al Singhania Hospital, dove - ma non c'entra nulla - e' conservata sott'alcol la mia ovaia sinistra che mi hanno asportato nel 2004 per via di una strana ciste mai vista, quindi da collezionare.
    Come ho letto su un libro (''Delhi, 14 Historic Walks'' di Swapna Liddle) , la diga serviva a regolare l'afflusso di acqua nella citta' di Jahanpanah, una delle sette antiche citta' di Delhi. Le mura di questa citta' sono ancora visibili nella zona.  La moschea di Kirki (di cui avevo parlato qui) faceva parte del complesso, di cui non e' rimasto quasi nulla e sembra anche pochissime descrizioni storiche. O forse c'e' qualcosa ma e' sotto i centri commerciali.
Nessuno ovviamente da dell'esistenza di Satpula, manco quelli che ci abitano intorno. Da sopra c'e' un bel panorama, da una parte una enorme spianata verde (il letto del fiume?), mentre dall'altra i parallelepipedi di cemento costruiti negli ultimi due anni e diventati i templi dello shopping e divertimento. Il libro dice che qui c'era un laghetto sacro dove viveva un santo sufi. Io non ho esplorato molto perche' avevo un po' di timore ad addentrarmo nella vegetazione. Di fianco passa in effetti un canale di Delhi, forse lo stesso che passa nella mia colony di Safdarjung e a Defence Colony. Dei canali che sono fogne in realta' e sulle cui sponde vivono molti poveracci oltre che colonie di  maiali. E' davvero incredibile come nessuno si prenda cura di questi corsi d'acqua che - penso confluiscano - poi nella Yamuna.
A parte il canale-fogna, il paesaggio sembrava bucolico. Verso il tramonto e' passata una mandria di bufali, dei ragazzi giocavano a cricket e dei vecchi fumavano marijuana. Difficile davvero pensare di essere in mezzo a una metropoli di 18 milioni di abitanti.
 

Al Wal Mart ci sara' la pressa per l'olio di senape?


     Il giorno dopo il via libera ai supermercati stranieri sono andata a fare un giro all’Ina market, uno dei mercati alimentari del sud di New Delhi piu’ famosi, soprattutto tra i diplomatici e ricchi indiani. Era infatti li’ che si trovavano un tempo prodotti di ‘’contrabbando’’, come cereali Kellog, la pasta Barilla, i sottaceti e anche, sotto banco, il vino quando l’India era un’economia chiusa nella sfera sovietica. Poi le frontiere si sono aperte negli anni Novanta e i prodotti importati sono diventati piu’ diffusi. Ovviamente sempre a sud di Delhi e sempre in alcuni selezionati mercati, non ovunque. 
      Si chiama ‘’I.N.A.’’ da Indian National Airways, una compagnia aerea privata ai tempi degli inglesi. Di fatti accanto c’e’ il vecchio aeroporto di Delhi, oggi usato soltanto per il movimento dei leader come Sonia Gandhi e per ospiti.
     Anche se ormai si trova tutto anche in altri mercati, all’INA si va ancora per comprare le primizie, tipo gli asparagi oppure il pesce o vari crostacei . Basta soltanto superare il tanfo incredibile che soprattutto quando fa caldo e’ da svenimento. E non essere deboli di cuore a vedere sgozzare galline, mentre granchi saltellano nel rivoletto della fogna.  Avevano provato a introdurre norme di igiene, ma non ci sono riusciti e dopo un po’ tutto e’ tornato come prima.
    Mentre passeggiavo, senza una meta precisa, pensavo tra me e me che tutto questo presto finira’ quando al posto dell’INA market ci sara’ un bel Wal-Mart o Carrefour. Potrebbe essere non cosi’ lontana quella data.
    Dopo aver preso un ‘’rasmalai’’ (dolce di latte e pistacchi) mi sono imbattuta in un negozietto dove c’era una strana e rumorosa macchina che sputava fuori dei residui marrone cuoio che un operaio poi rimetteva dentro. Mai visto un aggeggio del genere (FOTO SOPRA). L’odore pungente mi ha fatto pensare che stavano producendo qualcosa di commestibile, ma non capivo. Ho quindi chiesto al negoziante e ho scoperto con mia grande meraviglia che stavano producendo olio di senape (‘’mustard oil’’), che e’ l’olio che tutti quanti, me compresa, usano per friggere. Pare che la senape (piante dai fiori gialli) in India cresca spontaneamente...In pratica, la macchina ingoiava i semi di senape (quelli neri) e li schiacciava per far uscire olio. Come una pressa per olive insomma. Sono rimasta attonita. Ecco a cinque minuti da casa, ancora una volta, l’India mi stupiva. Ho fatto un terzo grado al commerciante che pero’ non era molto loquace. Mi ha detto che si’, di solito, l’olio non lo fanno piu’ nei negozi e che ci vogliono tre chili di semi per un litro di olio. C’erano in effetti delle bottiglie di olio in vendita senza etichetta. 
     A casa poi scopro che l’olio di senape in Europa vendono in farmacia perche’ ha proprieta’ terapeutiche. Rido perche’ qui fanno lo stesso con l’olio di oliva, e’ in farmacia e si usa per i capelli. 
     Mi chiedo se Wal-Mart manterra’ il ‘’pressa senape’’, un pezzo da museo etnoarcheologico, o se troveremo al suo posto scaffali di olio d’oliva Carapelli.  Ieri sera, il primo ministro Manmohan Singh e’ andato in televisione a dire ai suoi connazionali che i supermercati stranieri sono necessari a ‘’salvare l’India’’ dalla crisi mondiale. E’ venuta l’ora delle ‘’tough decisions’’ ha detto.  Gia’ ed e’ anche scoccata la condanna dell’INA market.   

New Delhi, soldi e topi al Khan Market

   Non c'e' nulla fa fare, vivendo qui in India bisogna accettare la convivenza con i topi. Che piaccia o meno dobbiano renderci conto che dividiamo piu' o meno gli stessi spazi nella capitale e abbiamo gli stessi problemi di sovraffollamento. Ieri mi trovavo al Khan Market, l'ammasso di catapecchie chiamato la 'Fifth Avenue'' indiana per gli affitti da capogiro. Ero andata in un bugigattolo di un cambia soldi, nella parte piu' sfigata dove non ci sono ancora i negozi di lusso, per cambiare degli euro in rupie. Uno sgabuzzino che fuori vende ricariche per telefono ha una vera e propria banca nel retro. Cambiano tutte le monete del mondo e per qualsiasi importo. E non c'e' neppure una porta, ma un telo di plastica che ripara dal caldo e polvere.
    Durante l'operazione ho assistito a una scena che penso veramente solo in India sia possibile vedere. Tra diversi salamelecchi mi hanno fatto accomodare dentro il cubicolo, di due metri per due, dove c'e' una scrivania e un televore che trasmette cricket o Bollywood. Dopo aver allungato una banconota in euro, il tizio ha aperto il cassetto per darmi le rupie. A quel punto ho visto che ha esitato un attimo. Ha quindi tirato fuori tutto il cassetto e ha chiamato un inserviente che e' arrivato come un fulmine.
    Gli lancio uno sguardo stupita. Quando il cassetto mi passa davanti, vedo un topolino morto stecchito tra le mazzette di rupie. Avviene tutto come un lampo. Pochi secondi dopo il cassetto ritorna al suo posto ''liberato'' dall'intruso buttato in strada senza troppe cerimonie.
    Senza una parola, come se nulla fosse successo, il tizio conta le banconote e me le porge con un sorriso e un grazie. Rimango di stucco. Non oso contarle. Le ripongo in una tasca della borsa. Ringrazio ed esco cercando di non guardare sul marciapiede alla ricerca del povero roditore.

Trecento operai pachistani bruciati vivi, qualcuno si chiede come mai?

La morte di 300 operai in due diversi incendi di fabbriche di abbigliamento in Pakistan ha sollevato l'attenzione sulle precarie condizioni di lavoro nei Paesi emergenti dove si produce ormai la maggior parte dei beni che consumiamo in Occidente.
La  ''Ali Enterprise'' di Karachi era una trappola per topi come lo sono migliaia di altre aziende in India, Bangladesh e Nepal.  Tonnellate di materiale sintetico in stanzoni chiusi pieni di operai. Se succede qualcosa, e' una tragedia inevitabile.
Anzi pare non fosse neppure registrata.  Certo a Karachi, dove i gangster ammazzano a destra e sinistra ogni giorno, risulta un po' difficile far rispettare le norme di prevenzione anti incendio o avanzare rivendicazioni sindacali.
Ma quello che mi ha speventato di questa sciagura e' l'indifferenza totale da parte dell'industria locale e governanti pachistani. I media  hanno strillato un po'  sul ''piu' grave disastro industriale'' nella storia del Paese. L'attenzione e' evaporata dopo un giorno appena.
Ovviamente meglio non parlare di queste ''fabbriche'' dove si producono collezioni per le grandi catene di abbigliamento sempre piu' a caccia di profitti per sopravvivere alla crisi. Io ci ho provato a capire un po', ma i clienti sono segretissimi. Non va bene dire, per esempio,  che un costoso capo di una griffe italiana  e' stato confezionato alla periferia di Karachi. Non e' molto trendy. E poi forse chi piazza gli ordini e' spesso un intermediario, quindi e' difficile risalire all'''utilizzatore finale'' per  usare un espressione che va di moda in Italia.   

Confessioni di una ''cool hunter'' a New Delhi

E' ora di squarciare il velo su una mia attivita' che ho tenuto segreta da quasi un anno un po' divertendomi e un po' vergognandomi quando gli amici mi vedevano appostata con la macchina fotografica agli angoli di popolari ritrovi giovanili di New Delhi. Lavoro come ''cool hunter''  per un website di ''street fashion'' che si chiama Styleattitude e che e' stato fondato da una simpaticissima parigina di origini italiane.
Il mio compito consiste nello scovare dei ragazzi e ragazze diciamo ''trendy'' e fotografare ogni dettaglio, dalle scarpe fino agli orecchini. Ho cercato all'inizio di spiegare che New Delhi non e' Milano e che la gente va fuori come capita senza far molta attenzione alle mode. Ma mi ero sbagliata. I giovani ''delhiti'' hanno un loro stile, soprattutto i teen ager, distinto da quello dei loro coetanei di Shangai o di Bangkok. Ovviamente vanno tutti a rifornirsi nei centri commerciali da Zara o Mango dove prevale l'uniformita', pero' poi compare il tocco locale, la kurta per le ragazze o l'immancabile gioiello di famiglia. Non ci sono gli eccessi di certa moda punk o trash, ma buon gusto un po' borghese. La gioventu' indiana non e' ribelle e lo si vede anche da come veste.     

Sonia Gandhi guarita, ma da cosa?

Per la prima volta un giornale indiano, The Hindu diretto dal bravo Siddarth Varadarajan, ha avuto il coraggio di scrivere la parola ''cancro'' in un articolo che parla di Sonia Gandhi tornata da un nuovo test medico negli Stati Uniti. (vedi qui). Sfidando la cortina fumogena che da sempre c'e' intorno alla super donna della politica indiana, il quotidiano ha dato la bella notizia che ''la sua battaglia con il cancro potrebbe essere vinta''  dopo gli ultimi test di routine andati bene.
Quando oltre un anno fa Sonia era partita improvvisamente per un intervento chirurgico in un famoso centro di oncologia di New York (particolare mai confermato) si erano scatenate le speculazioni su qualcosa di grave. Lei aveva poi chiesto il silenzio stampa, che e' stato rispettato dai media sempre molto obbedienti nei confronti della potente famiglia. Il mistero della malattia non e' mai stato svelato.  L'unica cosa certa e' che la 63 enne presidente del Congresso non si e' sottoposta a chemioterapia perche' se no avrebbe perso i capelli. Per fortuna ovviamente.
Pero' in un'era in cui i malati, anche quelli gravi, si filmano su YouTube mentre muoiono, scrivono libri o addirittura fanno pubblicita,' come il campione di cricket Juvraj Singh, guarito di recente da un turmore, che fa da testimonial a una compagnia di polizze vita.    

La Washington Post spara a zero su Singh, ma scopiazzando un vecchio articolo

Dopo il Time magazine anche l'autorevole Washington Post, o meglio ''la'' Washington Post'' come insegnano nelle vecchie scuole di giornalismo, si scaglia contro il povero premier Manmohan Singh, che - nessuno forse se lo ricorda - e'  un semplice ''tecnico'' messo li' da Sonia Gandhi ben otto anni fa.
  In un pezzo in prima l'altro ieri, il giornale lo definisce addirittura una ''figura tragica''  nella storia indiana. Vero. Il declino della popolarita' dell'economista Singh e' in picchiata negli ultimi tempi per via di una serie di scandali per corruzione. Ma guarda caso, piu' si avvicinano le elezioni nel 2014 e piu' aumentato gli assalti al mite sikh dal turbante azzurro che - a essere onesti - e' sempre stato sottomesso agli ordini della potente Sonia.
    Il corrispondente da Delhi della Washington Post, Simon Denyer, ha quindi ragione a criticare. Ma e' scioccante che lo ha fatto copiando da un articolo di un piccolo mensile indiano, Caravan, dell'ottobre 2011!!! Il giornalista e' infatti stato ''pizzicato'' dal portavoce del pm (ovviamente interessato a metterlo in cattiva luce) e la Washington Post e' stata poi costretta a correggere il tiro (vedi qui).
Morale: anche i ''grandi'' corrispondenti, che dopo un paio di mesi in India gia' pontificano davanti a un bicchiere di gin tonic, ogni tanto prendono cantonate oppure scopiazzano da vecchi ritagli. Certo dall'autorevole Washington Post ci si aspetterebbe un po' di piu'. 

India avvia relazioni diplomatiche con ....Niue

    In un comunicato oggi il ministero degli Esteri fa sapere che l'India ha avviato le relazioni diplomatiche con l'isola di Niue durante una visita del primo ministro Toke Talagi. La cosa mi ha ovviamente incuriosita anche perche' non sapevo dell'esistenza di questa nazione che non e' propriamento uno Stato perche' appartiene alla Nuova Zelanda. Ma di fatto conduce una politica estera autonoma tanto che ha allacciato relazioni diplomatiche con New Delhi.
   Che c'entra con il gigante indiano questo isolotto nel mezzo del Pacifico e pieno di coralli, detto lo ''scoglio della Polinesia'' e, di recente, salito alla ribalta come ''nazione WI-FI'' (ma il progetto non e' mai decollato)? Che hanno a vedere i suoi 1.400 abitanti di etnia polinesiana con il miliardo e 200 mila indiani?
   Da una semplice ricerca su internet e' emerso che nel 2005 una societa' mineraria australiana ha detto che la gente di Niue e' seduta sopra un giacimento di uranio che potrebbe essere uno dei piu' grandi al mondo.
   Non ho capito se e' davvero cosi' perche' dopo allora non ho piu' trovato informazioni. Spero tanto che gli isolani non accettino mai di trasformare il loro paradiso in una miniera di uranio. Intanto pero', la diplomazia indiana  - sempre molta attenta alle risorse energetiche - ha annusato l'eventuale affare. Se non sara' cosi', rimane comunque la possibilita' di andaci in vacanza. Ma non tutti insieme per carita'.  

NON SOLO INDIE/Nomadismo, vela e downshifting di Simone Perotti

    Nomadismo e vela. Questa volta sono riuscita a mettere insieme le mie due passioni. Mi sono unita a un gruppo di ''velisti per caso'' in giro per il Mediterraneo guidati da uno skipper-scrittore che ha fatto una scelta di vita molto simile alla mia con la differenza che pero' l'ha fatta in Italia. Ha raccontato la sua esperienza in un libro, ''Adesso basta'', (Chiarelettere) uscito nel 2009. Lui si chiama Simone Perotti, ex manager rampante della RCS che ha fatto conoscere in Italia il ''downshifting'', una parolona inglese per un concetto molto semplice, ovvero riappropriarsi del nostro tempo. E' la vecchissima storia: meglio avere piu' tempo e meno soldi o piu' soldi e meno tempo? Io sono per la prima soluzione e lo vado dicendo ormai da anni con il rischio a volte di emarginazione sociale. Prima di me lo hanno detto quelli che hanno fatto il 1968, non mettendolo poi in pratica.
    Perotti e' invece un baby boomer come me, di quelli che hanno sempre messo la carriera al primo posto perche' cosi' ci e' stato insegnato fin dalla culla. Carriera perche' significava affrancamento dai lavori manuali, soldi per comprare grosse auto e beni di lusso e possedere status symbol. Io ho, quindi sono. Human doing non human being. Cosi' funziona il modello consumistico della nostra societa' che ora - sembra? - entrato in crisi.
    Perotti, che ora fara' anche un programma alla Rai dedicato al cambiamento di vita, forse ha scoperto l'acqua calda e da bravo manager e' riuscita a venderla con successo. Sara'. Ma gli va il merito di aver acceso un barlume di speranza nella nostra malata societa' occidentale. Mentre molti si limitano a lamentarsi per lo stato di cose come gli ''indignados'', che vanno a protestare in piazza, ma poi continuano con lo stesso stile di vita, almeno lui e' coerente. Ha molllato tutto e vive con poco, almeno cosi' dice.

Come diceva il Mahatma, se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo essere noi a cambiare. ''BE THE CHANGE YOU WANT TO SEE IN THE WORLD''.