Festival Cinema di Goa, tra terroristi islamici, ebrei ortodossi e brahmini

Panjim, 23 novembre 2015

   Sono al Festival internazionale del cinema di Goa che  si tiene a Panjim, forse l’unica citta’ veramente turistica dell’India. Il Festival, noto con l'acronimo di  IFFI,  e' considerato la Cannes dell’Asia. Siccome non ci ero ma stata, sono venuta per vedere se c'e' davvero la croisette.... In realta’ io non sono mai stata neppure al festival di Cannes...ma posso tranquillamente affermare che ce ne vuole ancora un po’ prima di arrivare ai livelli della Cote d'Azur...
   Per l'occasione Panjim e’ stata addobbata a festa ed e’ piacevole passeggiare sul lungo mare anche  se - lo ripeto - non e' la croisette. All’entrata principale del teatro Inox, dove c’e’ il 'red carpet' troneggiano due pavoni giganti. Il Pavone d'oro e' infatti il premio che si assegna al vincitore, come il Leone d’oro di Venezia.
    I film proposti mi sembrano estremamenti interessanti, anche se rispetto agli anni scorsi c’e’ meno glamour perche' mancano ospiti famosi.
   Per una curiosa coincidenza stamane ho visto tre film non in concorso che parlano di intolleranza in tre fedi : Islam, Induismo e Ebraismo. Sembra che gli organizzatori l’abbiano fatto apposta a metterli nello stesso giorno...forse si’ dopo Parigi.
    Il primo e’ stato Taj Mahal, un film del francese Nicholas Saada che racconta la storia di una adolescente durante l’assedio dei terroristi agli hotel di Mumbai alla fine di novembre 2008. Per l’India quello e’ stato l'11 settembre. Io ero la’ davanti al Taj Mahal Hotel, il simbolo di Mumbai davanti alla Porta dell’India e quindi ho rivissuto ogni momento. Gli attacci hanno causato 166 morti, tra cui un italiano e decine di ferite. Per ore centinaia di clienti del Taj Mahal e dell’Oberoi Trident sono tenuti ostaggio dei terroristi pachistani arrivati dal mare . Gli attacchi di Parigi del 13 novembre sono stati paragonati a questi per la modalita’, anche se sono durati molto di meno. A Mumbai gli ultimi due terroristi sono stati eliminati dopo ben tre giorni e dopo aver incendiato lo storico hotel della famiglia Tata.
    Io non so come il film di Sadaah e’ stato accolto dalla critica quando e’ uscito in Francia a settembre, ma io l’ho trovato ben fatto. L’interpretazione della ragazza, Louise (Stacy Martin) e’ notevole. La ricostruzione, incendio compreso, e’ molto fedele. L’unico particolare sbagliato, e’ che gli ostaggi salvati non erano coperti con la stagnola dorata (come a Parigi). Non penso che i pompieri indiani la usino. Il film non fa alcun accenno ai terroristi se non quando si sentono le loro voci in urdu davanti alla camera di Louise quando freddano un cameriere che dice che non c’era nessuno.
   Il secondo film invece entra pesantemente nella questione dell’intolleranza religiosa. E’ Dharm (religione in hindi ) del regista Bhavna Talwar (2007). Era stato presentato a Cannes ed doveva andare come candidato agli Oscar, ma e’ stato preferito a un altro. Ambientato a Varanasi, magica come sempre, racconta la storia di un brahmino che ironia della sorte accoglie in casa un neonato mussulmano (la moglie gli aveva detto che era la madre di una famiglia di brahmini lo aveva abbandonato). C’e’ tutto quello di cui si parla oggi in India, la discriminazione castale, la violenza degli hindu’ e l’ortodossia religiosa...attualissimo. Con un finale da Hollywood.
   Terzo film, ancora sul tema, e’ stato Kadosh (“sacro” in ebraico ) di Amos Gitai, che racconta dell’intolleranza religiosa ma da una prospettiva femminile. Non ci sono piu’ i brahmini, ma i rabbini a Gerusalemme. Ma in comune c’e’ l’amore di due sorelle, una per un marito che e’ impotente e che e’ costretto a prendere una nuova moglie. Un’altra che non vuole essere una ‘macchina da procreazione’ come vuole il Talmud e che si ribella perche’ innamorata di un ragazzo laico e lascia la comunita’. E’ bello vedere nel film i quartieri ortodossi di Gerusalemme che ricordo bene quando abitavo la’.
   Prima di questa abbuffata di drammi religiosi mi sono distesa con Meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani, uno dei pochi film italiani in programma e la Dolce Vita di Fellini che ho rivisto dopo tanti anni. Attualissima, incredibile. Ho capito dove si e’ ispirato Tarantino per la ‘Grande Bellezza’, che e’ ovviamente una brutta copia del capolavoro con Mastroianni. Geniale il miracolo dell’apparizione della Madonna, con il clamore mediatico e le feste boccacesche, con nani e ballerine, con le veline ante litteram. Profetico.



Italia-India, è gelo tra Modi e Renzi al G20 di Antalya

New Delhi, 19 Novembre 2015
 
   Almeno si erano stretti la mano Narendra Modi e Matteo Renzi l’anno scorso al G20 in Australia  . Era una delle prime uscite sulla scena internazionale del leader della destra indiana ancora alle stelle per il trionfo elettorale. Uno scambio di battute ‘veloce’, dice l'Ansa, e una foto ricordo (di cui non ho trovato traccia). 
     Quest’anno (curiosamente, sempre 16 novembre, ma ad Antalya, in Turchia)  manco questo. Anzi nella foto di gruppo erano pure distanti nonostante India e Italia siano vicine in ordine alfabetico.  

    Sulla stampa indiana alla vigilia erano emersi rumors su una possibile bilaterale. Un collega mi aveva perfino chiamato,  entusiasta,  per chiedermi se sapevo di un possibile incontro che secondo lui era in programma. Ma non ho mai trovato conferma né da Roma né da Delhi. 

    Di fatti oggi al briefing settimanale, il portavoce del ministero degli Esteri Vikas Swarup, famoso per aver scritto il libro che ha ispirato The Millionaire, ha chiarito che non c'è stato nessun incontro. Niente. Non si saprà mai chi dei due lo aveva chiesto e chi lo ha rifiutato. O magari più, semplicemente, nessuno lo aveva chiesto sapendo che la questione è ora nelle mani della Corte permanente dell’Aya.
    Chissà perché pensavo che ci potesse essere un tentativo in extremis di dialogare. Un’ultima possibilità di trovare una soluzione diplomatica ai massimi livelli, da 'uomo a uomo', prima di incrociare le spade nei tribunali e lasciare la parola agli avvocati. Nulla di ciò. La faccenda si è ormai incancrenita, a tal punto che non c’è neppure spazio per le cortesie. Muro contro muro.

Taj Mahal, come saltare le code con l''high value ticket'

Agra, 12 novembre 2015
   Era da un po’ che non andavo al Taj Mahal. Ci sono andata oggi per accompagnare mia cugina che non c’era mai stata. Purtroppo ho scelto un giorno di massimo affollamento. Forse perché è giovedì e domani è chiuso. Oppure perché è all’indomani del Diwali e forse è ancora un giorno festivo.
   C’erano gruppi di gitanti e tante famiglie. Pochissimi i turisti stranieri, come prevedibile dato che non ci viene più nessuno in India per diversi motivi…la crisi, paura di attentati e violenze sessuali, inquinamento…
Mentre mia cugina ha comprato il biglietto ‘per stranieri’ che è quello da 750 rupie, io sono riuscita ad avere quello ‘indian’ da 20 rupie perché ho mostrato la patente indiana.



   Alcuni anni fa ero entrata come giornalista perché stavo facendo un servizio sulla pulitura dei marmi con una speciale ‘maschera’ di bellezza a base di argilla, limone e latte.
   Fatto sta che non mi ero mai accorta dello speciale trattamento dei cosiddetti “high value ticket”. Innanzitutto lo straniero ha diritto a una bottiglia di acqua minerale e al 'copriscarpe', cosi’ che non deve andare a piedi nudi. Poi, cosa più importante, soprattutto oggi, hai diritto a saltare tutte le code.
   Oggi c’era una fila di mezzo chilometro per entrare, un’altra dentro per salire sulla piattaforma e un’altra ancora per entrare dentro il mausoleo che girava tutto intorno. Insomma se non era per il biglietto che mia cugina sventolava ogni volta davanti alla sicurezza (e io mi accodavo a lei facendo finta di avere lo stesso biglietto) io sai ancora in coda…
   Mi sono accorta poi che ci sono alcuni cartelli (come quello in foto sopra) che, in perfetto stile indiano, indicano l'esistenza di un percorso di visita riservato ai “high value ticket” e uno ai ‘general ticket’. Insomma da una parte i vip e dall'altra tutti gli altri...come spesso accade da queste parti.
   Lo ammetto... mi sono sentita molto in colpa.

Pasolini, "Appunti per un fim sull'India", girato nel '68 ma sembra oggi

New Delhi, 5 ottobre 2015

Anche in India si ricorda il quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini. Ieri sera all’Istituto di Cultura e’ stato proiettato Appunti per un film sull’India, documentario di 30 minuti girato nel 1968 durante uno dei suoi viaggi qui in India tra New Delhi, Varanasi, Jaipur e Mumbai. Sempre all’Istitituto c’e’ anche una mostra con foto inedite del regista curata da Walter Liva (Craf di Pordenone). La foto qui con Toto’ e’ di quell’archivio.

   L’idea e’ geniale, una leggenda di un maharaja che offre il suo corpo per nutrire una tigre affamata. Doveva essere questo il film che non e’ stato mai relizzato.
   Pasolini va in in giro a chiedersi quali potrebbero essere gli attori per la storia e come la stessa storia potrebbe evolversi. Lo chiede anche a dei registi e scrittori indiani. Sullo sfondo una India che sembra quella di oggi. Le immagini crude di poverta’ ci sono ancora, cosi’ come anche i visi degli operai e contadini, sembrano quelli di oggi. A volte e’ ironico, a volte amaro e polemico verso l’industrializzazione. Che poi manco ci sara’ ....il “sottoproletariato” di Pasolini e’qui rimasto quello di cinque mila anni fa, quello dei brahmini e non dei padroni della fabbrica. Si vede la visione marxista e sii vedono anche i tempi, era il 68.
   Pero’ Pasolini ha una capacita’ straordinaria di affrontare, con le parole e le immagini, temi come la religione, la morte, la natura e l’individualismo. Si vede da qui la sua grandezza. E poi la frase finale, prima del funerale con la pira, che segna la fine della storia del povero maharaja e della sua famiglia caduta in disgrazia. E’ una frase che mi ha colpito perche’ e’ il riconoscimento dell’eterna seduzione che questo Paese offre e (spero continuera’) ad offrire agli stranieri.

“Un Occidentale ha tutto in India e non da’ nulla. L’India che non ha nulla da’ tutto” .

Summit India-Africa, ecco cosa c'è in gioco

New Delhi, 1 Novembre 2015

Il vertice India Africa che si è appena concluso a New Delhi mostra quali in nuovi equilibri mondiali che come noto sono trainati dagli interessi economici. Tra gli oltre 50 leader africani che hanno stazionato a Delhi, tra shopping e parate di truppe cammellate, erano un po’ discutibili. E’ vero.
Ma se si guarda la mappa qui sotto, si ha una idea di cosa ci sia in gioco per i prossimi 20 o 30. Alla faccia del clima…Purtroppo questo è considerato giornalismo specializzato…da nicchia, ovviamente ‘vendono’ di più stupri o storielle sulla carne di mucca vietata.  Mentre ci perdiamo di vista come i poteri mondiali stanno cambiando. 

Come si sa l’Africa è la nuova frontiera che i Paesi emergenti stanno spolpando per le materie prime,  ma anche per cercare nuovi sbocchi di mercato.  

New Delhi è allo sbando, ci mancavano solo i dittatori africani

New Delhi, 28 ottobre 2015 

   In questi giorni penso che New Delhi abbia superato ogni primato non solo di inquinamento e caos, ma di decenza. Non parlo delle violenze sessuali ma parlo della presenza di dittatori, signori della guerre, monarchi assoluti e altri personaggi discutibili che sono arrivati per il summit India-Africa.
    Per l’evento sono presenti oltre 50 Paesi, praticamente tutti gli africani, un record. La stampa indiana ricorda che non si vedevano così tanti leader da una riunione del movimento dei Non Allineati di 30 anni fa. Altri tempi, c'erano i blocchi e l'India era nell'influenza russa.
   L’intento dell’India è sempre stato quello, di essere una forza trainante per il terzomondismo, anche se non va più di moda adesso che siamo nell’era del jihadismo. In gioco ci sono anche i favori  per entrare nel Consiglio di Sicurezza Onu allargato, ma la voglia di guidare gli sfigati della Terra è rimasta. Ed è anche una buona idea, onestamente.
   Mi immagino tutti i litigiosi leader africani spalla a spalla. C’è Robert Mugabe dello Zimbabwe che oggi ha incontrato l'infaticabile Modi. Il celebre re dello Swaziland...che ha 15 mogli e 30 figli, altri che non ho mai sentito nominare.  Stasera arriva il sudanese Omar al-Bashir, ricercato per il genocidio del Darfur. Poi ci sono una sfilza di sovrani che non penso proprio siano campioni di diritti umani. Non me ne intendo di cose africane, ma dal numero di guerre e colpi di Stato, penso che bisognerebbe un po’ riflettere soprattutto quando il padrone di casa si vanta di essere la più grande democrazia del mondo.

   La presenza di migliaia di delegati, solo il re del Marocco ha una delegazione di 400 persone, è la ‘mazzata’ finale per il traffico di Delhi. La città è ormai allo sbando. E’ una giungla, la polizia è impotente. Il livello di polvere, non solo quella sottile, è pauroso. Demolizioni, cantieri ovunque, buche in strada, spazzatura e combustione di rifiuti. In più tutta la frenesia delle feste di Diwali. Stasera era tutto bloccato in prossimità del Leela, Un inferno.
   Il chief minister Arvind Kejriwal, che sara’ onesto ma è un disastro quando deve amministrare una città, si è inventato il 23 ottobre un “car free day” per richiamare l’attenzione sul traffico. E’ stato annunciato con le fanfare e alla fine si è mostrato una penosa ‘photo opportunity’ per lui che si è fatto fotografare in bicicletta.
    Il car free day è stato una iniziativa a dir poco ridicola. Io sono sempre interessata a queste cose e l’ho seguito con la speranza di trovare una città finalmente a dimensione umana. Invece no, si è tenuto dalle 7 alle 8 del mattino dal Forte Rosso alla Corte Suprema, sei km appena e neppure totale..  Hanno chiuso solo metà carreggiata. Delle biciclette (sempre i soliti coraggiosi ciclisti) e attivisti dell’Aap, di Kejriwal, hanno sfilato con dei cartelli. Alle 8.30 era finito così che tutti potevano andare con le proprie auto al lavoro o a fare shopping, La circolazione nel "car free day" non è stata disturbata. Un successone.  

Boom dell'e-commerce, Flipkart dice di aver venduto un milione di prodotti in 10 ore

New Delhi, 19 ottobre 2015

Se uno non ha ancora capito dove sta andando il mondo, ecco qui un esempio.
Flipkart, l’Amazon indiana, ha lanciato una super promozione per le festività di questi giorni riempiendo i giornali di pubblicità. Nel primo giorno della campagna “The Big Billion Days” il 13 ottobre Flipkart, Amazon e altri e-tailers avevano comprato 4 o 5 prime pagine dei principali quotidiani. E così fino al 18 ottobre quando si è conclusa la stagione di sconti. Significa che per leggere la prima del Times of India bisognava sfogliare cinque pagine piene di offerte di telefonici, tv, cibo, abiti eccetera.
    La società dice di aver avuto 6 milioni di contatti nelle prime dieci ore e di aver venduti un milione di prodotti, vale a dire 25 ogni secondo. Immagino il lavoro di backoffice! Addirittura, da quanto leggo qui, hanno posato 50 km di fibre ottiche! Solo in elettronica avrebbe incassato 100 milioni di dollari in 10 ore.
Mettiamo pure che questi numeri siano gonfiati, ma è ormai certo che questo è il futuro. Le offerte erano limitate, se ho ben capito, alle app. Anche questo è il trend, tutto si fa sugli smarthphone o sui tablet. Anche se poi i server si inceppano facilmente e le connessioni sono sempre più lente perché non riescono a gestire il traffico.
    La battaglia in corso in India tra Amazon, Flipkart e altri emergenti come Snapdeal, è uno scontro tra titani. L’e-commerce, come un po’ ovunque, è in enorme crescita, ma penso che in India lo sia di più dato che il settore retail è all’età della pietra.
    A New Delhi non esistono supermercati…ci sono un paio di shopping mall, ma non si trova certo la varietà di prodotti che ci sono on line.
Insomma questo per dire, che se uno vuole aprire un negozio in India, ci dovrebbe pensare un bel po’….

Ma la Enrica Lexie viaggiava vicino al Kerala per risparmiare sull'assicurazione anti pirati?

New Delhi, 14 ottobre 2015

   La petroliera Enrica Lexie viaggiava sotto la costa del Kerala, a circa 20 miglia nautiche,  per risparmiare? E’ un’ipotesi ma nemmeno tanto buttata in aria che mi è venuta in mente leggendo il comunicato del governo indiano sulla nuova demarcazione della “zona ad alto rischio pirateria” (Ecco qui).

   Come ho scoperto viaggiando a fine settembre su un mercantile dalla Francia all’Oman, c’è una High Risk Area (Hra) per gli attacchi di pirateria in cui le navi devono seguire alcune misure di sicurezza (Best Management Practices (BMP). Nel 2011 questa area era stata estesa dai 65 gradi di longitudine est fino a 78 gradi che significa tutta la costa indiana e pachistana.
   Dato che ci sono rischi maggiori, le assicurazioni hanno aumentato le polizze per i cargo che attraversano la Hra. Con quale conseguenza? Semplice: che le navi cercano finchè possono di stare fuori da questa area per pagare di meno e anche per sicurezza. Come spiegato chiaramente nel comunicato del governo indiano, i mercantili che per esempio sono diretti nel canale di Suez (come la Lexie) navigano lungo la costa indiana per evitare di entrare nella Hra! Qui c'è anche una "circolare" alle navi mercantili emanata dalle autorità indiane dopo l'incidente (qui)

VERSO LE INDIE - Sbarco al mattino a Salalah, addio Medea

A bordo della CMA CGM Medea, 7 ottobre 2015
   Ieri sera siamo arrivati davanti al porto di Salalah e abbiamo spento i motori. Siamo stati alla deriva nel pomeriggio e quasi tutta la notte. La Medea si e’ messa a rollare parecchio, ma non c’erano onde.
Prima di andare a dormire, quando io ero sulla passerella per la solita visita serale, il comandante ha tracciato sulla carta con il compasso un grande cerchio intorno al punto della nostra posizione. Poi ha detto abbastanza seccamente all’ufficiale di turno che “dobbiamo stare qui dentro”.
   Quindi ogni tanto nella notte si accendevano i motori per far riposizionare la Medea che ‘scarrocciava’. Il vento da N.O ci spostava verso l’India. Mi piace pensare che se stavamo cosi’ per un po’ di giorni arrivavamo in India o alle Maldive...
  Tra poche ore sbarco, non si sa ancora quando perche’ non ci e’ stato ancora comunicato. Lo zaino e’gia’ stato fatto. Onestamente non so come riprendero a vivere la’ fuori sulla terra.... senza la Medea.

VERSO LE INDIE – Prova clacson e ultimo brindisi

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 6 ottobre 2015

   Stamane riprendo il jogging e mi concedo anche un po’ di yoga sulla panchina Titanic. La giornata e’ un po’ annuvolata ma poi si rasserena. Andiamo molto veloci, a 17 nodi, strano perche’ non possiamo sbarcare prima di domani sera,  e siamo ormai a qualche centinaia di miglia dall’Oman. Siamo usciti dal corridoio militarizzato, dove eravamo incolonnati con altri cargo. Siamo di nuovo soli, non vedo nulla intorno.  Nel pomeriggio chiedo a Paul, che e’ di turno al bridge, dove e’ il “clacson”.  E’un bottone rosso tra i radar, ‘whistle’ in inglese. Mi dice che se vado fuori lo aziona, cosi’ per farmelo sentire.  Io e Aldino usciamo a tribordo e sentiamo il suono inconfondibile del corno...ridiamo come matti. 

  Stasera e’ l’ultima sera e quindi propongo al comandante un brindisi con lo champagne che ho comprato alla ‘cave’. Brindiamo dopo cena nella sala ufficiali alponte C. E’ anche un’occasione per ringraziare tutti per un viaggio indimenticabile. Sento gia’  il distacco.


VERSO LE INDIE – Entriamo nel Mar Arabico e il panorama diventa 'psichedelico'

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 5 ottobre 2015
   Siamo nel mar Arabico, riconosco il colore del mare che e’ leggermente increspato, e’ il mio mare di Goa. Penso che la’dritto a prua c’e’ l’India. Peccato, davvero, che non possa arrivarci via mare, a Mumbai, come si faceva una volta, penso al viaggio che hanno fatto Pasolini, Moravia e Morante o Guido Gozzano. Ho iniziato a leggere il volumone di Les Inde et L’Europe. Dopo Vasco de Gama, sbarcato a Calicut, in Kerala, inizia un’era di globalizzazione, in cui le caravelle portoghesi facevano la spola tra Europa, Americhe, Africa e Asia per scambiarsi merce. Compravano spezie in Malabar (ma quante spezie consumava l’Europa!), vendevano stoffe del Gujarat in Africa e saccheggiavano l’oro dell’Africa per pagare le spezie. Tutto a vela, sfruttando gli alisei, con le conoscenze degli arabi e indiani. Secoli dopo, a bordo della Medea solco lo stesso oceano, ma non porto piu’ nulla, solo contenitori vuoti da riempire in Cina.

   Oggi niente jogging, mi sento le ossa a pezzi, penso sia l’aria condizionata della mia cabina che non a caso si chiama “Baltique”.... Opto invece per un bagno nella piscina riempita di calda acqua di mare. E’ minuscola ma riesco a fare un po’ di movimento battendo i piedi dal bordo. Mi ricorda quando bambina mi insegnavano a nuotare dal bordo della piscina olimpionica a Chivasso, appena inaugurata. Che fortuna e’ stata avere una piscina in una piccola cittadina alla periferia di Torino. Non so come potrebbe essere la mia vita senza il nuoto.
    Oggi pomeriggio si mettono le lancette in avanti di un’altra ora, c’e’ scritto sul ‘journal de bord’ sotto la solita modella semi nuda. Vado a vedere il tramonto a prua, con la ricetrasmittente, come mi hanno detto. Gli indiani hanno finito di verniciare e stanno ora levando la ruggine da un gru sotto lo ‘chateau’. Per ripararsi dalla polvere si sono avvolti completamente la faccia. Putroppo questi sono i lavori destinati ai piu’ poveri...penso.

   Mi diverto per un po’ al tramonto a scattare foto panoramiche distorte usando un programma per foto ‘panoramiche’ del Samsung. L’effetto e’ esilarante. L’orizzonte scende e sale come una rampa di lancio dove a fatica sale un cargo che viaggia di fianco a noi. I container sono accartocciati o allungati a dismisura come in uno specchio che deforma la realta’. Tra le migliaia di foto che ho preso penso siano le migliori! Di sicuro le piu’ originali.
  L’osservazione serale delle stelle, in queste sere di luna calante, mi ha fatto venire voglia di rivedere 2001 Odissea nello Spazio. Trovo il dvd nella “Medeateque”, ma mi addormento poco dopo la scena degli scimmioni, cullata dal valzer di Strauss.

VERSO LE INDIE – Nello stretto di Bab al Mandeb


A bordo della portacontainer CMA Medea, 4 ottobre 2015
   Da stamane si vede all’orizzonte la costa eritrea e quella yemenita. Ci sono delle isole, vedo anche un villaggio e delle torri. La terra e’ brulla, gialla, e ci sono delle striature, come di una cava. Viaggio con la fantasia su quelle terre che in passato erano al centro dei commerci tra l’Europa e le Indie. Carovane di dromedari, caranvaserragli e ovvviamente anche ladroni. Sto leggendo un saggio comprato al Mucem di Marsiglia, Les Indes et l’Europe (Jean-Louis Margolin e Claude Markovits) sulla storia dei rapporti commerciali tra le due aree dal XV secolo a oggi.

   Ci sono molte petroliere e portacontainer intorno. Alcune ci superano con facilita’. Noi stiamo andando a 14-15 nodi, che penso sia la velocita’ di crociera della Medea....ogni tanto penso che con la bici vado alla stessa velocita’ forse...
   Ero sulla passerella, quando il giovane ufficiale Paul, quello con il piercing al sopracciglio, ha virato progressivamente di 30 gradi a E, piu o meno all’altezza dell’isola Mayyun, per poi entrare nel golfo di Aden. Sono rimasta sul ponte di comando per tutto il passaggio nello stretto di Bab al Mandeb, anche questo leggendario...poi l’uscita dal Mar Rosso e alla mia destra l’ex colonia francese di Gibuti.
   Mihaita, il simpaticissimo rumeno nato a Costanza e che parla italiano mi fa vedere una cartina di un’organizzazione inglese, UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operation) che mostra la ‘zona ad alto rischio’ per la pirateria. Va fino alle coste indiane e pachistane. Mi sembra un po’ esagerato....per l’ampiezza. Nel golfo di Aden, un po’ piu’ avanti, inizia il corridoio della Nato, che imboccheremo anche noi, e’ che e’ protetto da vedette militari di diversi Paesi.
   Tra l’altro oggi, sono comparse a poppa, ai due lati, delle “pistole” collegate agli idranti. Servono per sventare un arrembaggio, che di solito avviene appunto da poppa, dove e’ piu’ bassa la nave. A quanto ho capito si controllano dal “bridge”. Onestamente a me queste misure mi sembrano un po’ ridicole, se si considera che la Enrica Lexie aveva dei soldati d’elite a bordo.

   Non esco per il pomeriggio, mi sento un po’ fiacca...tra aperitivi e bottiglie di Merlot ho un tasso costante di alcol nel sangue. Non sono abituata a mangiare (e bere) cosi’ tanto. La cucina e’ impeccabilente francese, ma di un tipo un po’vecchio, mi dice il mio passeggero, con molte salse, anche sulle bistecche e pesce. Funghi e bacon sono un po’ dappertutto. Mi sembra di fare un pranzo natalizio ogni giorno. Poi ci sono sempre i formaggi, di cui sono golosissima, anche perche’ non ne mangio mai a Delhi. Alla sera quando Catelin, lo steward arriva con il vassoio di Camembert, Blue, Borsin, Brie e altre delizie, vado in estasi letteralmente.
   Finisco di leggere gli Scaduti, di Lidia Ravera, che all’inizio mi aveva un po’ infastidito, ma che poi ho trovato una geniale allegoria sulla generazione degli ex 68 che si ribellano alla ‘rottamazione’ imposta da un ‘regime’ di renziani. Non troppo lontano dalla realta’.

VERSO LE INDIE - Nel caldo del mar Rosso tra Arabia Saudita e Eritrea,

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 3 ottobre 2015

    L’aria appensantita dall’umidita’ mi stanca un po’ e cosi’ stamane ho fatto meno jogging, ma ho camminato di piu’ facendo molti giri della nave in senso antiorario. I delfini sono ancora qui. Ce ne sono decine. Si divertono a saltare le  onde sollevate dallo scafo. Da una parte e dall’altra della scia dei motori, ci sono due linee ondulate che si perdono all’orizzonte. Il mare e’ piatto e di un blu denso come vernice. La Medea ci passa attraverso lasciando un solco centrale e sollevando di qua e di la delle piccole onde. E qui che i delfini si divertono. 

   Non e’  lontana, ma la costa non si vede. C’e’  l’Eritrea da un lato,  Massaua...non mi ricordo neppure la situazione politica, non se ne parla mai, non so nulla dell’Eritrea,la ex colonia italiana. Mi vergogno della mia ignoranza sull’Africa. Stiamo passando delle terre stremate da guerre e carestie...
   Mentre dall’altra parte, e’ ancora Arabia Saudita, ma presto sara’ Yemen...c’e’ la guerra, bombardamenti, i macellai dell’Isis. Dalla Medea, circondata di delfini e da un mare blu cobalto per le profondita’ che sono abissali qui, il mondo sembra un paradiso....
 Approfittando del bel tempo, si fanno lavori di manutenzione. La Medea in effetti e’ abbastanza arrugginita. Gli indiani stanno passando dell’antiruggine rossa sul ponte prima del fo’c’sle, mentre altri sono impegnati a verniciare e a mettere delle guarnizioni alle prese d’aria delle plance che coprono la stiva.  Sono lavori che il comandante ha ordinato dopo una ispezione quando siamo partiti. Mi rendo conto che oltre pilotare, deve anche pensare a come tenere occupato l’equipaggio durante le traversate.

VERSO LE INDIE - I delfini che giocano con il bulbo della Medea

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 2 ottobre 2015
    Abbiamo caricato qualche centinaio di container e la Medea e’ cresciuta in altezza e in scala cromatica. Si sono aggiunti dei container di un bel verde degli Emirati Arabi. Sembrano blocchetti di Lego colorati messi una sopra l’altro in modo confuso. Torrette di cinque, sei pezzi o sette ‘pezzi’, alcuni un po’ piu’ alti perche’ i container possono essere di diversa misura. La composizione finale, vista dall’alto della passerella, risulta pero’ armoniosa, come uno skyline di una metropoli moderna. Il blocco dei ‘reefer’ bianchi che avevo sotto il mio oblo’ a prua, per fortuna, sono stati scaricati e quindi c’e’ di nuovo silenzio dalla mia parte. La poppa, dove si affaccia uno degli oblo’ di Aldino, e’ invece decisamente piu’ rumorosa perche’ ci sono anche i motori.

   Siamo partiti verso le 12 ed e’ stata una partenza in tipico stile orientale. Come in certe stazioni dei bus indiani, quando l’autista sale a bordo, fa rombare i motori, tutti si affrettano, urla alla gente davanti di spostarsi e si fa largo tra gli altri mezzi in uscita e entrata. Eravamo pronti a salpare, infatti, quando la torre di controllo ha detto che doveva arrivare prima un traghetto passeggeri da Port Sudan e che aveva la precedenza. Nel frattempo il cargo che avevamo dietro sulla stessa banchina, la Cota Kabar di Singapore, mezza vuota e della nostra stessa dimensione, aveva gia’ mollato gli ormeggi e aveva un rimorchiatore a fianco ma, incredibilmente, la gru continuava a caricare container. Forse qualche camion arrivato un ritardo....

VERSO LE INDIE - Arrivo anticipato a Jeddah

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, Jeddah, 1 ottobre
   A sorpresa arriviamo a Jedda alle 19, invece che domani pomeriggio come previsto sul calendario. “Ci hanno detto che hanno c’e’ una banchina libera al porto” dice il comandante. Ancora una volta ho l’impressione che i cargo siano un po’ le corriere in India, che per caricare su della gente si fermano un po’ dappertutto. Sulla Medea c’e’ ancora un po’ di posto per qualche “scatola” in effetti.
    Come sempre seguo l’arrivo sul ponte. Jeddah da lontano sembra una metropoli, ci sono grattacieli luminosi e anche un jet d’eau di 300 metri che fa impallidire quello di Ginevra. Si vede una tangenziale con un gran traffico. La Mecca e’ soli 60 km, incredibile.

  Salgono a bordo ben tre piloti, due in uniforme e uno con una jalabiya bianca. Si mettono a fare una grande confusione, fumano e bevono caffe’ in continuazione. Il comandante che presenta un taglio di capelli stile militare (ieri se li e’ fatti tagliare da Mihaita) e un cappellino con la visieracon scritto master, e’ in piena fibrillazione. Il porto e’ abbastanza piccolo e i piloti vogliono stanno cercare di ruotare la Medea su se stessa per ormeggiarla con la prua verso l’uscita. C’e’ qualche momento di tensione e poi i rimorchiatori ci spingono verso il nostro parcheggio. “Ca c’est Jeddah, ca c’est Jeddah...” continua a ripetere Carpentier andando avanti e indietro con la ricetrasmittente.

VERSO LE INDIE – E noi saremo nella ‘digital economy’?....Nella sala macchine della Medea

A bordo della CMA CGM Medea, 30 settembre 2015
    Ieri alle 16 e’ scattato il “codice ISPS 2”, una serie di misure di sicurezze imposte dell’Organizzazione Marittima Internazionale nel 2002 per contrastare le minacce della piraterie, attacchi terroristici e anche il traffico di clandestini. Il comandante dice che il livello 2 durera’ fino a Salalah e che per questo tutte le porte dovranno essere chiuse salvo quella sul ponte A a dritta. Se si va fuori bisogna comunicarlo alla passerella dove – a sorpresa - sono comparsi anche quattro giubbotti anti proiettili e quattro elmetti da guerra appoggiati in bella vista su un ripiano. Una visione un po’ sinistra ma che ricorda come tra queste acque, fino a un po’ di tempo, si viaggiava con le dita incrociate, sobbalzando alla vista di ogni peschereccio che si avvicinava troppo.... Il capitano dice che non ci sono armi a bordo, ma non ne sono cosi’ sicura...

    Come abbiamo concordato qualche giorni fa, oggi c’e’ la visita alla sala macchine. Alle 9.30 ci presentiamo nell’ufficio del ponte A dove ci accoglie il capo ingegnere Antoine Burnouf e il cadetto Guillome, entrambi in tuta blu da lavoro. Ci danno una pettorina gialla, un casco bianco, dei tappi per le orecchie e dei guanti. E’ da un po’ di giorni che Antoine ci sfotte con questa visita, dicendoci che avremo un bel caldo, dato che fuori ci sono 40 gradi...Aveva riso anche che che mi lamentavo per l’aria condizionata della mia cabina che mi costringe a tenere aperti gli oblo’ per fare entrare l’aria calda.

VERSO LE INDIE - Attraverso Suez, addio Mediterraneo

A bordo della CMA  CGM Medea,  Canale di Suez, 29 settembre 2015

    Ho messo la sveglia alle 5 (che in Libano sarebbero le sei). E’ ancora buio. La Medea e’ gia’ incolonnata con altre 34 navi del convoglio che sta per imboccare il canale. E’ al  21 esimo posto, mi informa Emile, che e’  sulla plancia insieme a tutti gli altri ufficiali. C’e’ anche il pilota di Suez, che e’ salito a bordo per guidarci. E’ prossimo alla pensione, ma ancora molto arzillo, dalle battute che fa sulla sua ‘girlfriend’ di Alessandria d’Egitto dove abita. E’ comodamente seduto su una delle due poltrone e ogni tanto indica la direzione, ma senza troppa attenzione, tanto che vedo Carpentier che suda freddo. Si racconta che un pilota di Suez che si era addormentato aveva fatto arenare un cargo. Il canale e’ profondo circa 25 metri ma e’ meglio stare nel mezzo.

    Con il binocolo guardo l’ingresso del canale che si avvicina nella luce rosa dell’alba. Mi sembra di sognare, mi vengono le lacrime agli occhi. Sono emozionata.
Quanto volte ho visto Suez su una cartina e ho sognato a occhi aperti, da una parte  l’Africa e dall’altra l’Asia.  La “porta di servizio” per uscire dal Mediterraneo, punto strategico per i traffici con l’Europa, e per questo oggetto del desiderio delle vecchie potenze. E poi teatro di una guerra lampo tra i Paesi arabi e Israele. Mi sorprendo che il nuovo totalitarismo islamico globale, come lo chiama Domenico Quirico nel libro che sto leggendo (“Il grande Califfato”, Neri Pozza) o la vecchia Al Qaida non abbiamo mai pensato di  prenderlo d’assalto.

VERSO LE INDIE - Ancorati a Port Said, sulla griglia di partenza per canale di Suez

A bordo della CMA CGM MEDEA, 28 settembre 2015
   Oggi e’ il compleanno di mia figlia Simona. Dopo la partenza da Beirut, che ho visto dalla plancia di comando mezza addormentata, sono andata sul ponte principale a cercare una foto con il numero 19. Ne ho fatta nel settore 19 della stiva dei container con una grata che serve da presa d’aria un po’ arruginita.
   
Ho inaugurato una serie fotografica di frammenti, bocchettoni, scritte, estintori, ganci dei montacarichi, cime abbandonate, maniglie, sigilli dei container. La Medea ‘vista da vicino’. Gia’, la Medea. Fa parte della classe ‘opera’”, che fino a pochi anni fa erano le ammiraglie della flotta della CMA CGM, circa 400 navi. Ha una stazza di 107 tonnellate e puo’ portare un massimo di 9415 container (Teu). Ora e’ “sottopeso”, ne carica soltanto 6634. Quando e’ stata varata nel 2006 a Le Havre era una delle piu’ grandi e moderne, ma ora e’ considerata come una portacontainer di “medie dimensioni”. Una signora di mezza eta’ insomma che comincia a mostrare i segni della vecchiaia. Rido pensando al mio passeggero che si e’ portato da vedere “Medea” di Pasolini...per l’occasione.
    Poi mi sono messa a dormire sul “materasso”di corde, ma a un certo punto sono arrivati gli operai a preparare il ponte per l’ancoraggio di stasera davanti a Port Said. Stiamo andando abbastanza veloce e ci arriveremo per le 9 o le 10. Quindi c’e’ la possibilita’ che si attraversi il canale di notte. Sulla prua, dove c’e’ il mio posto preferito, e’ stato piazzato un enorme faro. C’e’ un po’di tensione oggi tra i meccanici. Si era rotta anche una gru che serve per tirare su i “canottieri” che sono dei marinai specializzati nell’ormeggio rapido che intervengono nel caso di emergenza, per esempio se c’e’ una nave in panne in mezzo al canale.
   Dopo cena, salgo quindi sul ponte di comando per vedere che succede. Si vedono le luci della costa, forse anche Alessandria d’Egitto, siamo davanti alla costa a circa 10 miglia. La radio e’ collegata con la sala di controllo di Port Said che chiede a ognuno di dichiararsi, come si fa sempre quando si arriva in porto. L’ufficiale dice che la Medea ha 34 persone a bordo, compresi due passeggeri... e 6634 container.

    Quando arriviamo nella rada, facciamo un giro su noi stessi per “metterci contro vento”, proprio come a vela, e poi diamo alla fonda. Purtroppo quando il capitano ha ordinato di gettare le ancore (sono due) ero fuori su una delle estremita’ della passerella e non ho sentito il comando. Ho solo sentito un rombo a prua e ho visto un grande polverone. Quanto avrei dato per vedere le enormi catene e poi le cime srotolarsi. Il comandante e’ uscito per controllare se eravamo fermi. Di nuovo..proprio come una barca a vela. Sherzando gli ho detto che per vedere se si e’ fermi si sputa nell’acqua...
    Poi sono state accese tutte le luci del ‘chateaux’ e fermati i motori. L’ufficiale rumeno, Mihaita, ha detto che forse ci diranno di partire verso le 4. Prima le navi militari, poi le portacointainer, quelle che portano i veicoli e quindi le petroliere. Vicino a noi, come portacontainer, c’e’ una Maersk, Estelle, che e’ piu’ grande di larghezza (56 metri e 397 di lunghezza, puo’ portare 11 mila container) e una MCS, Candice.
   Mi immagino la rada di Port Said come una griglia di partenza per le F1 oppure come un grande parcheggio dove ci si guarda di cagnesco. Penso anche che tra poche ore lascero’ il Mediterraneo, il mare nostrum...

VERSO LE INDIE - A spasso a Beirut tra filo spinato e shopping mall

A bordo della CMA CGM Medea, Beirut, 27 settembre 2015

   Stamane puntuali prima dell’alba entriamo nel porto di Beirut. Filmo le enormi gru con la scritta “port of Beirut” che, ancora con le luci rosse della notte, si mettono in movimento per caricare e scaricare. Guardo le altissime pile di container nel porto e poi i palazzi alti all’orizzonte. Penso che siamo tutti inscatolati, noi e le nostre cose. Dobbiamo scaricare circa 300 container e caricarne un migliaio. C’e’ da fare insomma. 
   Il comandante Carpentier, con gli occhi rossi per la stanchezza, e’ arrabbiato perche’ abbiamo soltanto 8 “pass” per scendere. Per di piu’, dopo scopriamo, che l’immigration puo’ trattare le pratiche solo alle 12, perche’e’ domenica e non c’e’ nessuno. Cosi’ io e Aldino passiamo la mattinata a chiacchierare con gli addetti libanese del porto che sono saliti a bordo e a scattare foto delle operazioni. La giornata e’molto bella, ma ci sono nubi in arrivo. Lui sognava di arrivare ieri sera e andare in qualche locale. Ha vissuto a Beirut per qualche mese e ha studiato l’arabo, quindi la conosce.
    Finalmente a mezzogiorno scendiamo e con un taxi a noleggio usciamo dal porto. Abbiamo dei lasciapassare, che sono delle fotocopie dei passaporti con un timbro. Io non ho piu’ visto il mio passaporto da quando sono arrivata e sono un po’ preoccupata. Facciamo un giro nel quartiere cristiano, dove e’ tutto chiuso.
   Ero stata qui a Natale del 2009 e mi sembrava molto piu’ pulito e ordinato. Adesso invece ci sono filo spinato e barriere di cemento ovunque a cause delle proteste popolari. In Libano ci sono oltre un milioni di rifugiati siriani, ma qui non si vedono. Gli Hezbollah la fanno da padroni, mi dicono. La guerra e’qui vicino. “Beirut non e’piu’cme prima”mi dice il funzionario libanese salito a bordo e che e’ stato tutto il giorno seduto su una sedia all’ingresso della Medea, sull’upper desk. Penso alla massa di violenza che questa citta’ ha dovuto sopportare. Ieri sera, nella cineteca della Medea, ho preso un dvd, West Beirut, che racconta di ragazzi mussulmani e cristiani all’inizio della guerra civile scoppiata nel 1978. I segni sono ancora visibili, il cinema davanti alla moschea...sulla green line...e qualche palazzo ancora sventrato. Mi ricordo un libroo fotografico di un italiano, ....prima e dopo.

VERSO LE INDIE - Alla deriva al largo del LIbano e di Israele

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 26 settembre 2015 –
   Oggi ho fatto quattro giri e mezzo di jogging, saltando anche qualche ostacolo a poppa. Sto pensando se esiste per caso un primato di corsa sulla Medea. Ho contagiato anche il mio copasseggero che anche lui si e’ messo a correre nonostante mi avesse detto che non faceva mai sport.


   Verso le 10, mentre stavo leggendo di califfato nell’ultimo libro del collega de La Stampa Domenico Quirico (Il Grande Califfato, appunto), sento un tremito dello scafo. Guardo fuori dall’oblo' e noto che ci siamo fermati. Quando non si naviga, le onde (pochissime) si infrangono contro lo scafo e producono dei suoni un po’ sinistri. Salgo alla plancia dove incontro Paul, giovane ufficiale francese con un piercing alle sopracciglia. Sono stati spenti i motori ed e’pure stato messo un foglietto sopra il telegrafo da macchina (non so se si chiama cosi’...dove si comanda il motore insomma).
   Siamo a 56 miglia da Beirut e siccome il posto al porto e’ prenotato per domani mattina alle 5, siamo largamente in anticipo. Quindi per tutto il pomeriggio e parte della sera, la Medea stara’ alla deriva scarrocciando a EST, per le onde e vento che arrivano dalla parte opposta. Di fatti la prua si sposta dopo poco a Sud. La cosa mi lascia di stucco, perche’ non mi sembra vero che un mastodonte del genere potesse essere lasciata cosi’ alla balia del mare, anche se siamo in acque profonde. Rimando sul ponte per quasi tutta la mattina a osservare l’orizzonte e a chiacchierare con gli ufficiali di turno che rimangono di guardia ovviamente, anche se non si naviga. Esamino per bene le carte del porto di Beirut e un’altra che indica le direzioni delle corrente e dei venti nell’Atlantico e nel Mediterraneo.