DIARIO DALLE ANDAMANE/Port Blair, un'India in miniatura, compreso traffico e fogne


Port Blair, 9 marzo 2015
   Incredibile come anche qui in mezzo all’oceano, a oltre mille chilometri, abbiano riprodotto una tipica citta’ indiana con il traffico assordante, clacson, lavori in corso mai finite, fogne puzzolenti che costeggianti la strada, baracche dove si beve il te’ o acqua di cocco.
Insomma le Andamane sono India, niente paura, anche se somigliano come natura piu’ alla Thailandia.   
   Port Blair e’ una miscela di etnie, razze e religioni, con una prevalenza forse di bengalesi. Una India in miniatura, con tutti i pregi e difetti. Forse un po’ piu’ rude. D’altronde i coloni indiani inviati qui decenni fa non hanno avuto vita facile.
    Da pochi anni poi le Andamane sono entrate nel circuito turistico e probabilmente gli isolani hanno cominciato ad annusare facili guadagni. La tendenza e’ di fatti di spremere il turista senza pero’ offrire dei servizi decenti e soprattutto proporzionati al prezzo.
    Quindi Port Blair, con i suoi mezzo milioni di abitanti, rimane un punto di transito in attesa di salire su un traghetto per Havelok o qualche altra isola.  Onestamente , anche io, che pensavo di fermarmi un paio di giorni, me ne sono andata dopo 24 ore. Non e’ un posto molto accogliente almeno per chi è appena arrivato.

La prigione di Port Blair

    Ho visitato la famigerata prigione degli inglesi, una sorta di gulag in mezzo all’oceano o una Guantanamo ante litteram, ora trasformata in un museo dedicato alla lotta per l’Indipendenza. Qui infatti sono stati internati e morti per le torture molti ‘dissidenti’ indiani. E’ una storia che non si conosce. Perche’ quando pensiamo al movimento di liberazione indiano pensiamo soprattutto al Mahatma.
    Il carcere, costruito tra il 1896 e i 1905, ha un’architettura speciale, e’ a raggiera, dal centro partivano sette ali per un totale di 698 celle. In questo modo nessun carcerato vedeva gli altri e dal centro i secondini potevano facilmente controllare tutti i corridoi. Sono rimaste in piedi tre ali che sono aperte ai visitatori.
C’e’ anche il braccio della morte e l’area delle impiccagioni. E’ una casupola con tre forche e tre botole. Mi chiedo se ancora oggi nelle prigioni indiane si usa lo stesso sistema di impiccagione.
Nei cortili sono state allestite delle mostre con le foto degli intellettuali indiani incarcerati qui e la storia del carcere da quando e’ stato costruito a quando e’ stato trasformato in un museo. Sono anche esposti alcuni strumenti di tortura.
Anche se ora e’ un museo, e ci sono perfino coppiette che usano le celle per appartarsi, nell’aria e’ rimasta la sofferenza. Ho pensato al dolore di migliaia di esseri umani rinchiusi qui per anni, in terribili condizioni, costretti ai lavori forzati per disboscare la foresta e costruire nuovi ali della prigione. Ho rabbrividito e sono uscita con uno strano senso di colpa in quanto proveniente dalla vecchia Europa. Come quando penso all’Inquisizione a Goa. Nessuno ha mai chiesto scusa.

Non-solo-stupri, 8 marzo con la comandante Anuradha Jha

Port Blair, 8 marzo 2015

    Mentre l’attenzione mondiale e’ concentrata sull’India degli stupri, voglio dedicare questo giorno a Anuradha Jha, giovane comandante donna che lavora ora per la Shipping Corporation on India. E’ una delle uniche due comandanti di navi civili indiane. Ha viaggiato a bordo di navi cargo per tutto il mondo a capo di ciurme di marinai, spesso per mesi.
   L’ho incontrata sulla plancia di comando della motonave Nicobar, che mi ha portato alle Andamane e che ha ha 75 uomini a bordo e una donna (l’infermiera). Le ho chiesto che vuol dire per lei dare ordini ai marinai uomini. “Non ho mai avuto problemi – mi ha detto – anzi sono fieri di avere una comandante donna!”.
   Ecco, il mio buon 8 Marzo all’India.

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Avvistata la terra! Squillano i telefonini

A bordo della Nicobar, 7 marzo 2015
Ieri verso le 17 abbiamo avvistato terra. Una lunga striscia nera all’orizzonte. Sono le colline delle Nord Andamane. Leggo che l’arcipelago fa parte di una catena montagnosa che inizia dalla Birmania e prosegue fino a Sumatra e all’Indonesia.
Mi chiedo veramente che hanno a che fare queste isole con l’India. Ne discuto con un andamano, il cui bisnonno era emigrato la’ dall’Himachal Pradesh, che mi spiega che sono gli inglesi che hanno iniziato a usarle come colonia penale.
    L’avvistamento della terraferma crea uno stato di eccitazione generale. La tensione dei giorni precedenti si scioglie. Il Lido Bar, luogo di bivacco coperto di bicchierini vuoi di chai, e’ deserto. Sono tutti a prua, tanto che a un certo punto, interviene uno dello staff a sgomberare la folla. Anche quelli che non mi avevano rivolto la parola, mi sorridono e mi fanno vedere la terra all’orizzonte. Siamo tutti con i telefonini in mano in attesa del segnale, che arriva un’ora dopo.
    Lo sbarco pero’ non e’ pero’ stato possibile ieri sera, perche’ dopo una certa ora il porto e’ chiuso e non ci sono i rimorchiatori. Quindi la nave sosta al largo e poi oggi all’alba e’ andata in porto. Siamo sbarcati verso le sette. Io sono stata scortata fuori dal funzionario dell’Imigration che ha preso il passaporto (che avevo consegnato) e mi ha portato in un ufficio dove ha messo un timbro e mi ha dato un permesso di 30 giorni.
   Ieri sera ho festeggiato l’arrivo alla “Cabin Cove”, il ristorante del quinto pontile, dove servono uova al curry, riso e budino di riso. Piatto unico per 90 rupie. Mi hanno chiesto suggerimenti, dico che dovrebbero aumentare la scelta, visto che sono il ristorante riservato alle cabine superdelux. Ovviamente non rivelo che sto nella stiva al primo pontile tra i famigerati 'bunk passengers'.
   Prima di andare a dormire, ho fatto ancora un giro per sgranchirmi le gambe, la striscia d’argento della luna piena si era spostata a prua. Si vedevano delle luci a terra, forse un faro. Si sentivano le suonerie dei telefonini. Il gruppo Mustafa’ con la sua scia di gelsomino, era scomparso...di sicuro avranno avuto un canotto gonfiabile nei loro scatoloni...

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Happy Holi in mezzo all'oceano

A bordo della Nicobar, 6 marzo 2015
Sono l’unica straniera sulla nave e devo dire che sono tutti molto rispettosi. Ovviamente mi fanno le solite domande che all’inizio, quando sono arrivata in India, mi infastidivano, ora ci sono rassegnata. Da dove vieni, quanti anni hai (a questa non rispondo quasi mai), dove e’ tuo marito, hai figli e poi che lavoro fai , quanto guadagni, quando paghi di affitto...
   I piu’ curiosi sono quelli delle ‘cabine’, ovviamente, perche’ sanno l’inglese e poi perche’mi vedono sempre seduta a scrivere sul ponte delle scialuppe oppure al ‘’lido bar”. Quando dico che sto sootto nel “bunk” mi guardano un po’ sorpresi. Chissa’ se uno dei miei compagni di cuccetta sale ai piani alti, che succede. Lo cacciano? Penso al Titanic e rido.
    E’ stata gia’ un'avventura salire su questa nave. I collegamenti per le Andamane sono assicurati dalla Shipping Corporation of India con partenze da Calcutta, Vizag (Visakhapatnam) e Chennai. E’ un carrozzone statale e lo si vede da come e’complicato anche soltanto avere informazioni su quando partono le navi. Se ho ben capito a gennaio c’era una partenza una volta alla settimana da Chennai. Ma poi entrambe le due navi che facevano servizio “si sono rotte” e sono in cantiere. “Forse” c’era una partenza il 6, se no il 9 marzo. Ci voleva poi un permesso della polizia per gli stranieri per entrare in porto.
    Da Vizag, invece, in Andhra Pradesh, la nave parte una volta mese e caso volle che era il 4 marzo. Quindi la sera del 2 mi sono precipitata alla stazione di Chennai e ho preso il primo treno per il nord. E’ arrivato all’una a Vizag, seconda citta’ dell’Andhra Pradesh di cui si parla solo quando arrrivano i cicloni dalla Baia del Bengala. Mi sono precipitata in porto, (dove li avevano gia’ avvertiti da Chennai) a comprare il biglietto (2280 rupie per la classe piu’ economica che e’ il bunk, mentre per gli isolani e’ solo 800). Mi ci e’ voluto anche il timbro dell’immigration perche’ usciamo dalle acque territoriali indiane. E quindi eccomi qui tra la Baia del Bengale e il Mar delle Andamane. In mezzo a niente, perche’ su questa rotta non c’e’ traffico commerciale.
     “Se qualcosa succede – mi ha detto la comandante, evidentemente preoccupata visto che e’ il suo primo viaggio con dei passeggeri – qui non arrivano nemmeno gli elicotteri”.  Il che rende ancora piu’ affascinante il viaggio, 800 disperati, da tribali andamanesi a un pensionato che ha vissuto a Chicago e che ora se la spassa con il gruppo di “morning walkers”, in viaggio per tre giorni in mezzo all’oceano su una carretta dei mari. Con luna piena....oggi e’ infatti Holi e mi diverte pensare alle battaglie di colori che stanno avvenendo sulla terraferma....

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Acqua razionata e 'bunk passengers'

 A bordo della Nicobar, 5 marzo 2015

Alle tre del pomeriggio ho controllato il GPS, eravamo piu’ o meno a meta’ del tragitto. 128 gradi Sud Est, velocita’ 12 nodi. Ho cominciato a immaginare di essere in barca a vela.
Per i tre giorni della traversata mi sono portata una borsa con biscotti, panini dolci, due samosa e della gelatina di mango.
    All’inizio bevevo l’acqua da dei rubinetti dove c’era scritto “drinkable water”. Poi da quando la comandante mi ha spiegato che l’acqua viene caricata a terra (io pensavo ci fosse un dissalatore!), che non c’e’ nessuna certezza che sia potabile era tutta in un un’unica cisterna, ho iniziato a comprare le bottiglie, anche se a malincuore, perche’ non mi va di consumare plastica. L’acqua e’ razionata ed e’ quindi disponibile solo in certi orari della giornata che sono affissi allo sportello delle ‘informazioni’. L’ho scoperto soltanto ieri sera quando prima di andare a dormire volevo fare una doccia.
Stranamente non c’era nessuno nei bagni, mi sono spogliata, ho tirato fuori dal beauty case tutti l’occorrente, e poi ho aperto il rubinetto...e niente... Mi sono poi lavata i denti nei lavandini della “drinkable water” dove alcuni si erano appena sciacquati i piedi.
     Le condizioni dei bagni della categoria ‘bunk’ meritano un capitolo a parte, perche’ se no, non si capisce perche’ la Lonely Planet definisce “infamous” questa nave. Non eravamo ancora partiti che i lavandini erano pieni di vomito. Il buco delle latrine era coperto da una grata (forse per impedire di buttare degli oggetti che costruissero le tubature). Quindi anche con diverse scariche di sciacquone gli escrementi non scendevano. Negli infissi della porte e nelle tubature erano infilati assorbenti sporchi, ma in file ordinate, con una certa razionalita’geometrica, quasi un'opera d'arte. I lavandini non hanno tubo di scarico, quindi l’acqua ti scorre sui piedi e dopo un po’ l’intero bagno e’ allagato. I bambini ci sguazzano e ci fanno la pipi’.
    Di fronte a questo spettacolo, la mia filosofia “di viaggiare con la gente normale” ha vacillato e – lo ammetto - ho ceduto. Sono salita di due piani e, facendo finta di nulla, mi sono intrufolata nel bagno riservato alle cabine di seconda classe. Che sono piu’ o meno sono la stessa cosa, ma senza allagamento. Ho deciso che d'ora in avanti userò i cessi e le docce della seconda classe anche se c'è sono vietati alla mia 'categoria' sfruttando i miei privilegi di donna dalla pelle bianca e straniera. 
     La cuccetta, invece, tutto sommato non e’ cosi’ male , a parte uno scarafaggio che ha fatto capolini stamattina da una fessura del tetto. Sono in una cuccetta superiore, e dopo aver legato dello spago agli estremi del letto, ci ho messo uno scialle a mo’ di tenda. Intorno a me ci sono solamente dei giovani indiani, probabilmente andamanesi, che non sanno una parola di inglese. Mi guardano incuriositi, ma per ora non mi hanno mai importunata. Dopo le nove di sera,sono tutti a nanna, ma alle cinque comincia un baccano infernale . I gargarismi degli indiani al mattino sono uno dei grandi misteri di questi Paese. Non ho mai capito cosa gli indiani devono vomitare appena svegli emettendo dei suoni che ti fanno pensare a una gravissima intossicazione,oltre che ti fanno perdere l’appetito.

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Partenza in nave, unica straniera tra 850 passeggeri


A bordo della Nicobar, 4 marzo 2015

La Lonely Planet la chiama la “infamous boat” per l’arcipelago delle Andamane. Solo quando ci sei sopra capisci perche’ . Sessanta ore per 1.250 chilometri tra Visakhapatnam e Port Blair.
Mi trovo sulla “Nicobar”, una motonave che ha 27 anni, e’ meta’ passeggeri e meta’ cargo. Ha sette ponti. Il primo, nella stiva, e’ dove sto io nelle cuccette (“bunk passengers”) , il settimo e’ quello del comandante, una giovane donna del Bihar, Anuradha Jha, una delle uniche due comandanti donne in India ed e’ al suo primo viaggio su una nave passeggeri (prima ha soltanto comandato cargo).
    Con me, unica straniera, viaggiano 850 passeggeri, suddivisi in “bunk passengers” (stanzoni di circa 60 cuccette), cabine seconda classe (sei cuccette), di prima classe (quattro) e le ‘superdelux’ (due letti, due oblo’, un salottino e bagno). La nave mi ricorda il Titanic, perche’ i pontili alti sono vietati alla plebaglia delle cuccette che disciplinatamente se ne sta nel loro posto. Ritira i pasti nella mensa del “bunk”a orari prestabiliti e prende aria su una verandina.
   Gli altri invece hanno a disposizione il “boat deck”, dove ci sono le scialuppe di salvataggio, un ristorante (con menu’ fisso) e il mitico “Lido Bar” al sesto piano, l’ultimo, dove c’e’ anche una piscina abbandonata e dei tavolini con sedie. Il “Lido bar’ serve caffe e te’ al mattino e dopo le quattro del pomeriggio.
    C’e’ musica ad alto volume e di solito si trovano giovani che stazionano pigramente su dei parapetti. A volte pero’ c’e’ il “gruppo Mustafa’”, come ho soprannominato un gruppo di una ventina di mussulmani sempre insieme con lo zuccotto bianco che sono sempre fuori giorno e notte, e che a orari fissi mangiano provviste che tengono in grossi scatoloni. La sera pregano rivolti verso la Mecca al Lido bar, durante il giorno stazionano a prua in cerchio leggendo il Corano. Quando passano lasciando una scia di profumo al gelsomino che si sparge per tutto il pontile e probabilmente anche in mare. Mi piace pensare alla nave che lascia dietro di se’ una scia profumata.


TAMIL NADU/Auroville, un'utopia che dura da 47 anni

Auroville (Pondicherry), 28 febbraio 2015

Oggi e’ il 47esimo anniversario di Auroville (la Citta’ dell’Aurora), la comunita’ spirituale fondata appunto il 28 febbraio 1968 a una decina di chilometri dalla ex colonia francese di Pondicherry, nel Tamil Nadu. L'evento è stato celebrato con un suggestivo falò all'alba davanti al Matrimandir, il grande 'tempio' dorato creato "per sviluppare l'unione con il divino" e che è l'anima della città universale secondo i dettami della della francese Mirra Alfassa detta la Madre, morta nel 1973, e discepola del grande filosofo Aurobindo.
Il progetto di Auroville, promosso da 128 Paesi e sponsorizzato dall’Unesco, prevedeva la creazione di una citta’ dove tutti gli uomini e le donne potessero vivere in armonia, senza proprieta’ privata, denaro e nel completo rispetto dell’ambiente e senza spreco di risorse.  Lo scopo, secondo la ‘costituzione’ di Auroville, e’ di farne un ‘centro di evoluzione accelerata’ dell’umanita’.
Questo insomma la sostanza di questa citta’ utopica nata con la Contestazione del 68 e quindi concepita in un clima storico veramente speciale.

Non solo marò, tre italiani arrestati in India negli ultimi due mesi


Goa, 15 febbraio 2015      Non sono solo i maro’ ad avere dei guai con la giustizia in India. Purtroppo c’e’ una certa reticenza a diffondere certe notizie in Italia, ma ben tre italiani sono stati arrestati negli ultimi due mesi per traffico di stupefacenti in due famose localita’ turistiche indiane.
    Poco prima di Natale, una coppia di giovani di 25 e 21 anni sarebbero (uso il condizionale perche’ potrebbero essere innocenti) pizzicati dalla polizia con oltre 400 grammi di hashish o charas, come la chiamano qui, nell’isola di Havelok, la meta piu’ popolare dell’arcipelago delle Andamane e Nicobare. Sono le isole che si trovano a oltre mille chilometri dalla costa orientale dell’India, vicino alla Thailandia alla Birmania, e solo da pochi anni entrato nei circuiti turistici. La notizia e’ stata riportata dai media locali (leggi qui). 
    Altro caso piu’ clamoroso, anche questo passato sotto silenzio, e’ quello di un 54enne. Vincenzo Rainone, trovato in possesso di ben 30 mila cartine di Lsd in un alloggio di Anjuna, a Goa, l’ex colonia portoghese, questa si’ famosa per le droghe fin dagli Anni Settanta. L’arresto risale a qualche giorno fa (leggi qui). Secondo la polizia e’ un record, mai avevano trovato un quantitativo cosi’ grande di questa celebre droga psichedelica.
    Immagino che questi casi siano seguiti dalle autorita’ italiane che pero’ sono molto restie a divulgare dettagli.
    In tanti anni che sono in India, non sono mai riuscita a capire quanti sono gli italiani in carcere o sotto proccess. Anche prima che scoppiasse il casino dei maro’. Sembra davvero sia un segreto di Stato.  Oppure, mi viene il dubbio, non si vuole far sapere che questi connazionali sono abbandonati a se stessi?

Donne single? Viaggiare in India non è mai stato cosi’ bello

Varkala (Kerala), 13 febbraio 2012

     Viaggiando tra Goa e il Kerala, due delle destinazioni turistiche piu’ gettonate in India, mi sono accorta che non ci sono piu’ donne che viaggiano da sole (e nemmeno con amiche in realta’). La paura delle violenze sessuali, purtroppo amplificata in modo esagerato dalla stampa internazionale, ha creato il panico tra le turiste. E pensare che l’India e’ sempre stata delle mete preferite dalle donne, il cosiddetto ‘turismo rosa’, proprio perche’ era considerata sicura (e secondo me lo e’ancora, soprattutto dal punto di vista della criminalita’ comune).
Questo ha creato una situazione peculiare e decisamente piacevole per chi, come me, viaggia da sola.
    La quasi o totale assenza di donne si vede chiaramente in spiagge come Palolem (sud Goa) o Om Beach (Gokarna - Karnataka). Nei posti dove mi sono fermata ero sempre l’unica viaggiatrice single. Ero piacevolmente circondata quasi sempre da giovani tra i 25 e i 35 anni, la generazione di Facebook e del precariato, non quella mia, degli eroinomani e degli yuppies in carriera. Quindi bravi ragazzi, sportivi, puliti, senza troppe aspettative dal mondo che li circonda, figli di famiglie ‘allargate’, coccolati e (finanziati) da padri e madri pluridivorziate e da una schiera di patrigni e matrigne. E’ bello osservarli, sia dal punto estetico che da quello sociologico. Sono come degli eterni Peter Pan. Molti viaggiano d’inverno in Asia e fanno lavori precari d’estate in Europa. Sono quasi tutti soli, perche’ probabilmente le fidanzate o compagne lavorano...magari hanno un posto fisso che si tengono stretto...in attesa che i Peter Pan crescano.
   Inoltre a Goa, in particolare, sono sparite anche le comitive dei russi che calavano in massa con i charter e che solo raramente interagivano con altri turisti. E’ la conseguenza della crisi del rublo e delle sanzioni contro lo zar Putin.
Sono rimasti pochi, ma buoni insomma. Per di piu’ la crisi in Europa, ha fatto una selezione naturale (brutto dirlo,lo so, ma e’ cosi’) tra i turisti. Quindi qui arrivano soltanto coloro che amano viaggiare in India, fuori dai circuiti turistici ‘tutto compreso’, i praticanti dello ‘slow travel’.   
   Insomma, donne single (e disocccupate) , e’ il momento giusto... 

ARTE/Biennale di Kochi, tra marmisti cinesi e inquietanti vortici d'acqua

Kochi, 12 febbraio 2015

Sono tornata con piacere alla Biennale di Kochi, dopo esserci stata alla prima edizione nel 2012-2013. Quest’anno la rassegna (aperta fino al 29 marzo) e’ dedicata al tema “Whorled Exploration”, ovvero alle esplorazioni scientifiche e pseudoscientifiche del pianeta.
   Devo dire onestamente che molte delle installazioni non mi hanno impressionato particolarmente, mentre sono stata affascinata dai video.
   L’arte contemporanea si sta spostando decisamente sul multimediale, diventa quasi reportage come nel lavoro superlativo di Adrian Paci, albanese che vive a Milano e che ha presentato “The Column”. Un documentario su un gruppo di marmisti cinesi che realizzano una colonna classica commissionata da un cliente europeo mentre sono i viaggio in nave dalla Cina all’Europa.
   Mi e’piaciuto molto anche l’incredibile esperimento dello svizzero Christian Waldvogel che per dimostrare che la “terra non girava con lui” ha convinto un jet dell’esercito elvetico ad andare alla stessa velocita’ di rotazione del globo terrestre ma in direzione contraria.
    Alcuni lavori sono probabilmente conosciuti a un pubblico occidentale (come le ‘lezioni’ di Michel Stevens (Vsauce) sui misteri della vita). Ma non importa. La loro trasposizione nei vecchi edifici dismessi di Fort Kochi, lo storico centro commerciale, e’ assolutamente azzeccata. Da queste stanze, che odorano ancora di spezie, si trafficava con tutto il mondo. La storia del Kerala e’ quella di una globalizzazione ante litteram.


Sempre in tema di spazio e tempo, anche il video del tedesco Mark Formarek, Standard Times (2007). Un’affascinante e inquietante parodia dell’inutilita’ e precarieta’ del lavoro umano (e quindi anche della vita moderna). Degli operai che per 24 ore si affannano a far funzionare un gigantesci orologio ‘manuale’ costruito in prato. Allo scoccare di ogni minuto devono rimuovere le assi per formare nuove cifre con l’ansia di finire in tempo. Assolutamente geniale.

E poi sono stata a bocca aperta davanti a ‘Descension’ di Anish Kapoor, uno degli artisti indiani contemporanei piu’ famosi. Creata apposta per la Biennale. Un vortice (azionato da una potente pompa idraulica) che risucchia dell’acqua nera nella profondita’ della terra. Inquietante, drammatica, misterioso...a me ha ricordato un buco nero che un giorno potrebbe inghiottire il nostro piccolo e fragilissimo pianeta.

Goa, un eco scempio sull'isolotto di Palolem

Palolem, 29 gennaio 2015

Questo e’ un importante appello per proteggere uno dei posti piu’ belli di Goa, la spiaggia di Palolem, nel sud della ex colonia portoghese, rimasta ancora miracolosamente immune da sviluppo edilizio o peggio dalla deforestazione. Ho scritto tante volte di Palolem su questo blog, per me e’ un piccolo paradiso dove finisco sempre per tornare in ogni viaggio. E' un posto magico e carico di energia positiva che mi ricarica le batterie.
Il colpo d’occhio della spiaggia dorata con le palme sullo sfondo e’ davvero unico, A completare la cartolina c'e'  un isolotto chiamato Monkey Island o Conco Island, accessibile a piedi solo con la bassa marea.
Ecco, proprio li’ oggi ho scoperto che hanno fatto uno scempio mascherato da “eco resort”! Che ovviamente di "eco" non ha proprio nulla. Per fortuna non hanno costruito degli hut, ma il sentierino interno e’ stato devastato e trasformato in un largo percorso in terra battuta che corre lungo il perimetro dell’isola. I una baietta hanno costruito un pontile, in plastica, da cui parte una grande scalinata che finisce in uno spiazzo rotondo, sembra una pista da ballo. Ho letto sul web che hanno organizzato dei rave party. Di sicuro hanno tagliato un bel po’ di vegetazione per fare il nuovo sentiero e creare nuvi spazi sembrerebbe destinati ad ospitare parecchia gente.
Poco lontano dalla 'pista' ci sono anche due bagni, con la divertente` scritta “executive bio toilet”, in plastica verde. Poi c'e' una grossa cisterna collegata con tubi a un pozzo (forse gia’ esistente prima) e alcuni capanni usati dai lavoratori. Come se non bastasse poi, c’e’ anche una discarica di rifiuti, piena di bottiglie di plastica.
Un cartello sul pontile avverte che e’ proprieta’ privata. Ho chiesto a della gente del posto e mi hanno detto che l’isola e’ stata “venduta”. E anche che ci sono state delle dimostrazioni di protesta lo scorso anno contro il “resort”. Spero tanto che non permettano nulla di piu’ di quanto gia’ e’ stato rovinato, per costruire la strada in terra battuta con gradini in pietra e perfino panchine di pietra.
Insomma a me e' preso un infarto....io ho solo l'arma delle parole...e questa e' la mia denuncia. 

LIBRI: 'Una casa di acqua e cenere' di Kalyan Ray

Palolem, 28 gennaio 2015
Onestamente non e’ facile  seguire le gesta di una trentina di personaggi spalmate su due secoli, ma l’albero geneaologico dell'ultima pagina aiuta il lettore un po’ distratto come me.  Ho letto “Una casa di acqua e cenere” (uscito in inglese come “No Country”) dell'indiano  Kalyan Ray (vive tra Usa e India), in spiaggia a Palolem (Goa). Il posto ideale per un libro del genere, A Delhi non sarei mai riuscita ad arrivare alla fine.  
Nonostante la fatica a volte di mettere insieme i pezzi di questo enorme puzzle generazionale di due secoli e tre continenti mi ha lasciato commossa.  I suoi personaggi,  dai contadini dell’Irlanda fino a dei giovani alcolizzati negli Stati Uniti sono tutti dei 'viaggiatori'. Chi per mare,  chi attraverso  i libri o i sogni.  Le vicende si intrecciano con la storia delle migrazioni degli irlandesi (di cui non sapevo nulla) e quelle degli anglo indiani, a me piu’ familiari. 

Mi sono segnata la bella citazione in copertina: “Non importa quanto siamo lontani, non importa quanto siamo diversi, siamo comunque anime alla deriva nel mare del destino”.
E poi altre belle pagine, come questa (pag 154):   “Se la nostra meta fosse stata l’estremita’ opposta del nuovo continente,  queste persone valorose avrebbero proseguito tenacemente attraverso montagne  impervie. Se la destinazione fosse stata sulle sponde del Pacifico, avrebbero cominciato a cedere solo in prossimita’ di quella costa lontana. Forse la mia era una considerazione sciocca, oppure forse era vero che le forze ci sorreggono solo finche’ siamo in viaggio”.
E poi questa sublime descrizione dell’India quando la nave dei mercanti irlandesi arriva in Bengala nel delta del Gange (pag 109) : “Era meta’ maggio quando avvistammo una terra irregolare. La forza di un grande fiume l’aveva frantumata in mille pezzi, ciascuno un’isola , i contorni immersi nel limo e nel fango su cuui crescevano arbusti che venivano sommersi dall’alta marea. Gli alberi, dall radici simili a dita nodose,  si estendevano come una ragnatela. Mi spiegarono che si chiamavano mangrovie. Tra le mangrovie strisciavano piccole lucertole con il dorso ricoperto di aculei e peli sul collo. Le isole galleggiavano, non erano collegate alla terraferma. All’imbrunire, le chome arruffate degli alberti si riempivano di aironi  dal collo lungo, che insieme con i corvi formavano un’orchestra bianca e nera. Gruppi di scimmie dal pelo inzaccherato, alcune con i cuccioli grinzosi attaccati a loro, urlavano tra i rami. In mezzo a loro, un’esplosione di foglie gialle tra grovigli dii canne. Fu quella la mia prima immagine dell’India”.
E poi infine sulla societa' moderna (pag 429):  “Penso a come le famiglie si sono sparse sulla terra:  a come questi nomi si danno battaglia,  le loro lingue si sono separate, ciascuna con gli occhi fissi sul suo pezzetto di terra, invidiosa delle altre, feroce e avida.  Ho alzato gli occhi e ho visto la distesa sconfinata del mare, luccicante e ammonitrice. Aveva un colore che nessuna mappa  aveva mai mostrato.


KALYAN RAY, “Una casa di acqua e cenere”,  Casa Editrice Nord    

Mumbai, i topini bianchi di Crawford market

Mumbai, 24 gennaio 2015

Mentre aspettavo un treno per Goa sono andata al mercato di Crawford, che e' appena dietro alla stazione Chhatrapati Shivaji Terminus, che io continuo ancora a chiamare Victoria Terminal.
E' un mercato storico che risale all'epoca coloniale,  ma e' tenuto malissimo tanto che si fa fatica a riconoscere  lo stile. Purtroppo quando sono arrivata  era buio e non sono riuscita a trovare i fregi disegnati dal Lockwood Kipling, padre di Rudyard, l'autore del Libro della Giungla.
Mi sono pero' divertita a curiosare nella sezione dedicata agli animali da compagni e pesci tropicali. Mi ha ricordato il mercato settimanale di Chatuchak a Bangkok, molto piu' grande e colorato. Ma una cosa mi ha colpito. La quantita' di topini bianchi in vendita. Si sa, qui in India, i ratti sono sacri perche' sono il veicolo della dea Durga. C'e' perfino il famoso tempio dei topi a sud di Bikaner in Rajasthan. E vedere un topo  albino, con gli occhi rossi, e' considerato un segno di buon auspicio.

A me, come a molti penso, i ratti mi fanno un po' schifo. Un venditore stava per mettermene in mano uno per mostrarmelo meglio. Ho fatto un balzo e sono scappata via. Chissa' che ha pensato. 

Mumbai versus New Delhi, vince la vecchia Bombay

Mumbai, 19 gennaio 2015

Ogni volta vengo a Mumbai, mi convinco quanto quest’ultima sia diversa dalla capitale. Mentre New Delhi e’ un collage schizofrenico di passato islamico e di presente post coloniale, Mumbai e’ una autentica metropoli cosmopolita. Dove ci sono poveri e ricchi fianco a fianco, dove il moderno e il decadente convivono in assoluta armonia. Dove la gente passeggia per strada su dei marciapiedi e non abita in ‘colony’ chiuse a chiave di notte. Dove ci sono locali aperti sulla strada dove si puo’ bere una birra e dove a mezzanotte si puo’ ancora mangiare. E dove , non c’e’ inverno, ma un'unica stagione interrotta solo dalle piogge monsoniche.


Quando sono arrivata, dopo un paio di ore di ritardo del mio aereo bloccato dalla nebbia a Delhi, e mi sono finalmente levata i maglioni nel bagno dell’aeroporto, e’ stata una sensazione di estasi.
Alcuni dicono che e’ l’effetto del mare che la rende accogliente, anche per i piu’ sfortunati degli slumdog. Altri dicono che e’ per il mix unico di etnie che ne fa una citta’ tollerante (a parte ogni tanti le rivendicazioni dei marati che vorrebbero cacciare i ‘terroni’ del nord, che sono ormai la maggior parte della popolazione. O forse e’ la presenza di Bollywood, la fabbrica dei sogni per milioni di indiani.
Oggi sono stata a spasso a Fort, una zona che mi ha sempre affascinato e incuriosito perche’ e’ stato il cuore commerciale della citta’ nel 1700 e 1800, quando era un fiorente porto della Compagnia delle Indie Orientali. Il fronte mare e’ tutta zona militare e quindi inaccessibile. Pensavo all’enorme valore immobiliare di queste aree nella parte piu’ prestigiosa della penisola.
A Fort c’e’ la Borsa, la Reserve Bank of India, una vecchia sinagoga e una serie di enti e istituti un po’ retro’, come l’Asiatic Society, che custodisce nella sua preziosa biblioteca anche un manoscritto della Divina Commedia. Ho scoperto che la zona e’ protetta dalle Belle Arti del Maharashtra e per questo e’ piena di fascino un po’ decadente. Qui ti senti a Bombay non a Mumbai. C’e’ anche la sede del piu’ vecchio giornale indiano, il Bombay Samachar, che continua a uscire ininterrottamente dal 1822.
Sono passata anche per Kala Ghoda (cavallo nero) dove ci sono storici musei e gallerie d’arte. Nella Jehangir Gallery ho visto una mostra del fotografo Vikram Potdar, specializzato in foto di natura, soprattutto animali. Fantastici gli scatti di uccelli esotici e di un orso bianco in Antartide. Ho pensato a quanta fatica e pazienza dietro quelle immagini.
Ho concluso la passeggiata con una sosta al Cafe’ Universal, un vecchio bistro’ dove sembrava di stare in qualche citta’ europea.
Oggi a Mumbai c’e’ stata anche la maratona, e per questo la maggior parte delle guesthouse di Colaba sono piene e le poche camere rimaste hanno un prezzo esorbitante.
Con mia sorpresa, ho visto che rimangono i reclutatori di comparse per Bollywood. In questi giorni cercano un sacco di gente per il sequel di Abcd (Anybody Can Dance), un film di successo di qualche anno fa. Uomini e donne, giovani e vecchi, purche’abbiano la pelle bianca.

Quegli strani gelatai di New Delhi

New Delhi, 7 gennaio 201

In questo curioso articolo di The Hindu ho trovato la conferma a quello che sospettavo da anni e cioé che i venditori di gelati e di bibite sono dei potenziali spioni al servizio dei servizi indiani di intelligence.
Il caso più clamoroso è quello dei carretti dei gelati davanti all'ambasciata d'Italia nell'enclave diplomatica di Chanyakyapuri. Sono costantemente davanti all'ingresso, tutto il giorno e  in qualsiasi stagione.  Anche adesso che c'è un nebbione che si taglia con il coltello, i gelatai sono lì davanti con la  loro mercanzia.  Manco fossero sul lungomare di Iesolo.
Ma a parte il freddo, quello che non capisco è quale tipo di clientela possano avere davanti alle sedi diplomatiche dove raramente si vede qualcuno a piedi, specialmente ora che il rilascio dei visti è gestito in outsourcing e quindi non ci sono piu' le code di una volta.
Io, nella bella stagione, mi fermo a prendere il gelato, di solito un 'chocobar', l'equivalente del pinguino, l'unico che hanno, spesso un ammasso liquefatto e poi ricongelato chissà quante volte. Non hanno quasi mai il resto...e sembrano anche un po' infastiditi dalla richiesta. Insomma si vede che non è davvero il loro mestiere...    

Casco obbligatorio, stop ai 'pavoni' in moto

New Delhi, 6 gennaio 2014

Da qualche tempo, a New Delhi è entrato il vigore l'obbligo del casco anche per le donne in moto. Lo se che sembra strano, ma prima le donne e i sikh erano esenti. Le prime per non rovinare l'acconciatura, i secondi per via del voluminoso turbante.  Adesso tutte le donne dovranno indossare il casco, eccetto le donne sikh anche se non hanno il turbante.  Perchè? Perchè sarebbe stato assurdo fare un'eccezione solo con gli uomini e non per le compagne che trasportano.
Insomma un rompicapo per la polizia. Durante le prime settimane sono fioccate le multe senza pietà. L'ammenda è di 100 rupie e l'ho presa anche io una volta da trasportata non sikh.
Adesso, i controlli si sono un po' diradati e la polizia è passata alla dissuasione psicologica con questa divertente pubblicità che ho visto oggi sul Times of India.


 

Turisti in India, il giallo del biglietto di ritorno

New Delhi 3 gennaio, 2015

Altro che visti all'ingresso in India per incrementare il turismo come sbandierato un po' di tempo fa. Sembra che sia sempre piu' difficile e tortuoso partire per l'India. Non so se e' colpa della vicenda dei maro' che ha avvelenato i rapporti oppure e' la confusione che regna a New Delhi nel regime dei visti.
Fatto sta che mia figlia e' stata bloccata ieri sera a Malpensa al check-in dell'Air India (volo diretto Milano/Roma/Delhi) perche' non aveva un biglietto di ritorno. L'italiano dietro il bancone diceva che chi ha un visto turistico deve un biglietto di "ritorno in Europa".  Mia figlia ha spiegato che dopo l'India intende andare altrove e che non ha ancora comprato un biglietto. Niente da fare. Un altro addetto ai controlli dei visti, sempre italiano, ha detto che e' obbligatorio "da novembre" e che se a Delhi rimandano indietro la ragazza "loro a Malpensa devono pagare una multa salata".  Io ho controllato se negli ultimi mesi ci fossero delle nuove normative per i turisti italiani che vanno in India, ma non ho trovato nulla.
Vedendola ormai in lacrime, il tizio del  check in  le ha poi suggerito di fare una prenotazione 'fittizia' con Air India di un volo di ritorno.  Solita scorciatoia italiana, Ma che ovviamente la biglietteria si e' rifiutata di fare.
Insomma, il tira e molla, si e' risolto soltanto quando e' comparso il capo scalo indiano, per fortuna, che ha dato l'okey, probabilmente non capendo nemmeno cosa era successo. Si e' preso la responsabilita' di farla viaggiare anche se, secondo gli italiani, 'non era in regola'.
Inutile  aggiungere che all'immigration di Delhi a nessuno e' saltato in mente di chiederle un biglietto di ritorno... 

Espropri agricoli, il regalo di Natale di Modi agli industriali

New Delhi, 24 dicembre 2014


Il governo di Narendra Modi ha scodellato alla vigilia di Natale, un decreto che permette gli espropri agricoli per progetti industriali introducendo un emendamento a una legge, Land Acquisition Bill 2013, fatta dal partito del Congresso. Un bel regalo di Natale per gli sponsor del premier della destra che lo hanno sostenuto e finanziato. Ovvio che Modi ha fretta di accelerare l’industrializzazione dell’India e di stendere tappeti rossi agli investitori stranieri che da alcuni anni erano fuggiti dall’India a causa della eccessiva burocrazia, corruzione e (secondo me) anche per la crisi mondiale
La riforma, entrata in vigore il primo gennaio 2013 e che sostituiva una vecchia legge di 150 anni fa, richiedeva il consenso dell’80% dei proprietari agricoli e una valutazione dell’impatto sociale prima di autorizzare la confisca. Mentre ora i progetti di infrastrutture rurali, difesa, edilizia low cost e ‘sicurezza nazionale’, quindi una buona fetta di opere, potranno tranquillamente prendersi le terre dei contadini. Meno male che rimangono i risarcimenti previsti dalla precedente legge.
Insomma avanti con le betoniere in nome dello sviluppo. Che ci sta anche bene, ma non quando e’ ai danni di contadini o dell’ambiente. Se prima il Congresso aveva strozzato l’industrializzazione e fatto fuggire i vari Posco e Vadanta, oltre che WallMart, adesso e’ via libera a tutti. Accomodatevi alla grande scorpacciata in nome del ‘Make in India’ , il nuovo slogan per industrializzare il Paese.
Contrariamente a quello che si pensa, l’India festeggia il Natale, e’ festa. Gli induisti celebrano tutte le feste, sono fatti cosi’. E come in Italia, anche qui i media sono distratti alla vigilia delle feste.
Il decreto, passato come ‘executive order’, deve ovviamente andare in Parlamento (entro due mesi mi sembra) per essere trasformato legge. E il Congresso dara’ battaglia. Poi dovra’ essere firmato anche dal presidente della repubblica Mukherjee (del Congresso).
Insomma Modi non ha mani libere, pero’ ci prova...pur di accontentare i suoi amici industriali.



Maro'/ Respinti i permessi, una mossa troppo azzardata

New Delhi, 17 dicembre 2014

E' ormai parecchio tempo che seguo la vicenda dei maro' - a febbraio saranno tre anni - e quindi mi permetto di fare tre considerazioni sull'ultima doccia fredda subita dal governo italiano.

1) Dal maggio scorso, quando la faccenda e' passata dalle mani di Staffan De Mistura a quelle di un team di super esperti britannici, e' calato il riserbo piu' assoluto anche su cose apparentemente insignificanti come le visite dei familiari a Delhi.
Prima il buon De Mistura, ad ogni sua missione a Delhi, riferiva di cosa stava avvenendo.  Ora da mesi non si sa piu' nulla. La parola d'ordine era, silenzio siamo al lavoro. Poi c'e' stata l'emergenza dell'ictus di Latorre e il suo rimpatrio.  Ora si trattava, semplicemente (secondo me) di chiedere una estensione del permesso ai giudici, magari presentando delle carte mediche in cui si diceva che aveva ancora bisogno di cure ecc ecc. Invece, non so per quale motivo, il team legale italiano ha voluto forzare la situazione e - a sorpresa - chiedere un permesso per Girone con la scusa  che i suoi figli pativano la mancanza del padre. Motivazione piu' che giustificata, per carita', ma che forse si e' scontrata con una giornata storta del giudice o semplicemente con il fatto che era inserita in un 'pacchetto' troppo ambizioso e decisamente azzardato.

2) Molto probabilmente il 'pacchetto' permessi era stato concordato  con gli indiani in trattative sottobanco.  Quando il neo ministro Gentiloni parlava del 'cambio di passo' forse intendeva  che italiani e indiani si stavano mettendo d'accordo su una via di uscita o per lo meno su delle concessioni che favevano salvare la faccia a Renzi, senza farla perdere a Modi.  Ma la giustizia indiana e' indipendente. Lo so che per noi italiani, puo' suonare impossibile, ma lo e', almeno a livello della Corte Suprema, organismo super rispettato e temuto dal governo.

3) Pochi in Italia lo hanno capito, ma da un anno c'e' un processo che e' stato avviato presso un giudice speciale a New Delhi e che e' bloccato a causa di un ricorso italiano. Questo potrebbe essere davvero il nostro cavallo di Troia. Dopo aver costretto New Delhi a fare marcia indietro sull'applicazione al caso di una legge anti terrorismo perche' era l'unica che si applicava fuori dalle acque internazionali, l'Italia ha il coltello dalla parte del manico. Gli indiani si sono incasinati e non sanno come uscire da un pasticciaccio giuridico che - per ironia della sorte  - deve sbrogliare Mukul Rohatgi, l'ex legale e principe del  foro diventato ora Procuratore generale.
Perche' non insistere su questo punto debole? Perche' non esigere la presentazione dei capi di accusa invece di bloccare il processo con i ricorsi? La polizia indiana Nia non e' ancora in grado di dire quale reato hanno commesso e quale legge si applica.  Su questo chiodo devono battere i super esperti londinesi. E poi, siccome attualmente non esiste risposta, come si dice da queste parti....fermarsi sulla sponda e aspettare che passi il cadavere.


Che Guevara in India, ma chi lo sapeva?

New Delhi,  4 dicembre 2014

Per me è stata una sorpresa vedere queste foto del viaggio del Che Guevara in India come inviato di Fidel Castro per allacciare i rapporti con l'India di Nehru. Penso che pochissimi sappiano di questa visita che fu per conto del governo cubano. La storia era stata pubblicata qualche anno fa da un giornalista indiano che ha scovato le immagini nascoste negli archivi ufficiali.
Non ho ben capito perchè l'India poi cancellò il ricordo di quella visita del lontano 1959 di cui ci sono particolari curiosi anche sul personaggio del Che. Per esempio di una sua esibizione di yoga nella posa dell'head stand.
Questi sono i link per le foto e il racconto della missione
http://scroll.in/article/692525/Photos:-When-Cuban-revolutionary-Che-Guevara-visited-India
http://scroll.in/article/692525/Photos:-When-Cuban-revolutionary-Che-Guevara-visited-India

Marò/ il problema forse è tra l'India e la Ue

New Delhi, 20 novembre 2014

Il fatto che l'Italia, che ha la presidenza di turno alla Ue, non abbia fissato un incontro bilaterale con il premier Modi al G20 di Brisbane la dice lunga sulla crisi diplomatica esistente non solo con Roma  ma con l'intera Unione Europea.
Non è chiaro se Renzi abbia chiesto un colloquio e gli indiani hanno respinto o se, viceversa, Modi era disponibile e l'Italia non ha avanzato alcuna richiesta. Io ho l'impressione che sia più la seconda ipotesi. Modi ha incontrato una quarantina di leader nel suo ultimo tour in Myanmar, Australia e Fiji.
Comunque le relazioni con Bruxelles sono ad un minimo storico, anche se con alcuni Paesi europei gli affari vanno a gonfie vele.  Il summit Ue-India non si tiene più da un paio di anni.
In questo articolo di Kallol Bhattacherjee sul magazine The Week sono spiegati molto bene i punti di attrito.

 

Marò/ Quattro ministri degli Esteri in 33 mesi

New Delhi, 1 Novembre 2014

Mettetevi nei panni di questi due malcapitati, i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che oggi hanno parlato con il quarto ministro degli Esteri da quando sono stati arrestati in India per colpa loro o da innocenti (qualcuno ce lo dica).
   Ben quattro ne sono passati in 33 mesi. Giulio Terzi di Santagata (nella foto quando i marò erano in Kerala), Emma Bonino, Federica Mogherini e ora Paolo Gentiloni. Uno ogni otto mesi circa. Un record mondiale.
E da ognuno hanno sentito le stesse rassicurazioni, addirittura le stesse parole. Siccome questo è un semplice avvicendamento che bisogno c'era per il neo capo della diplomazia Gentiloni ribadire l'impegno già preso dalla Mogherini? Come se lei non avesse fatto nulla. Ora sì invece che li portiamo a casa. Insomma non bastava una semplice telefonata per presentarsi?
    Da quando si è insediato Modi, la Farnesina sta tenendo un assoluto riserbo sulla 'strategia' che sta seguendo per la soluzione del caso. A tal punto è segreta la nuova strategia che si dubita anche che esista. Il silenzio sarebbe stato perfetto oggi.
   Vedo che Latorre l'ha presa con filosofia e ha fatto notare che l'insediamento è avvenuto a Ognissanti. Intende dire forse che Gentiloni ha la benedizione di tutti i santi del paradiso? O che lo 01-11-14 porta bene? Ormai ci affidiamo alla cabala per trovare una soluzione.