L'india secondo i Coldplay, "I am feeling drunk and high, so high...."

Gokarna (Karnataka),  28 gennaio 2016

   L'ultimo videoclip dei Coldplay, 'Hymn for Weekend', girato in India, ha mandato in crisi di identita' una nazione intera e creato uno psicodramma collettivo.
   E' un'accozzaglia di stereotipi e di tutto quello che gli occidentali cercano in India fin dai tempi dei 'figli dei fiori' e della beat generation. Volendo potrebbe essere anche uno spot turistico se l'avessero presa bene. Ma agli indiani del XXI secolo, a quelli che lavorano nella Silicon Valley e probabilmente anche all'uomo della strada, ha dato sui nervi che Beyonce si atteggi a diva di Bollywood e che Chris Martin vaghi spensierato a Mumbai tra gente che gioca con i colori come un eterno Holi, in taxi con interni psichedelici e con baba che fumano chilum. Sono tutte cose che esistono veramente, certo, ma metterle tutte insieme come palcoscenico di una canzone che non c'entra nulla, e' in effetti bizzarro.
   Se prendiamo il cinema di Bollywood quando va all'estero, anche li' si vede un sacco di banalita' pseudoturistiche, la 'tomatina' in Spagna o le donne con il fazzoletto in testa in Sicilia.
   Pensate se i Coldplay avessero fatto un video mettendoci le cose piu' scontate dell'Italia, un suonatore di mandolino, un gondoliere, gente che gesticola per strada, uno spezzone del Padrino e degli enormi piatti di pastasciutta sullo sfondo della Torre di Pisa. Come ci saremmo sentiti noi Italiani?
   Quello che mi disturba e' che Martin va in giro in questa Mumbai immaginaria cantando "I am feeling drunk and high, so high so high". Quindi, si puo' dire che , siccome e' strafatto riesce a vedere una India che gli altri non vedono!

Karnataka, agli 'asteroidi' del tempio di Yana

Sirsi (Karnataka), 25 gennaio 2016

   Il Karnataka continua a stupirmi per le sue bellezze, molte nascoste nelle foreste come il tempio di Yana. Si tratta di un santuario sulla montagna dove spuntano due giganteschi monoliti di pietra calcarea nera alti un centinaio di metri e con delle 'guglie'. Sembrano degli asteroidi caduti dal cielo o delle eruzioni di lava che si sono cristallizzate appena sono uscite dalla terra. Ho visto cose del genere solo in Grecia, i monasteri delle Meteora, ma quella è una intera area di rocce a strapiombo.
    Al tempio ci si arriva dopo un sentiero di circa tre chilometri (o due se si entra da un altro versante) e si rimane a bocca aperta per lo stupore.

   Fino a pochi decenni fa il posto era isolato e ci voleva un lungo trekking nella foresta per arrivarci. Oggi c’è una strada asfaltata che attraversa un tratto vergine di giungla dove non c’è anima viva.
    Il tempio è situato nella più grande delle due formazioni che si chiamano  Bhairaveshwara Shikhara (120 metri) e Mohini Shikhara (90 metri). Appena entrati c’è una sorta di cortile e poi sul fondo una caverna dove al fondo c'è  uno 'shiva linga' di pietra. Era transennato, non si poteva entrare. Si sentiva il suono di acqua gocciolare dall’alto.
   I brahmini erano dentro la caverna, penso  impegnati nella preparazione di un rituale. Gesti senza tempo, sopra la nuda roccia, in mezzo alla foresta. C’era qualcosa di primordiale, ma nello stesso tempo magico in questo luogo anche se è ormai attrezzato per i grandi pellegrinaggi.
   Mi viene da pensare a coloro che fino a qualche decennio fa arrivava dopo una giornata di cammino e magari l'intera zona era popolata di asceti nelle grotte.

Goa, alle grotte di Arvalem cercando Erica Jong

Palolem (Goa), 15 gennaio 2016

   Mi sono lasciata tentare da Erica Jong e sono rimasta fregata per due motivi. Il suo primo e forse unico successo, "Paura di volare" (1973), è un cult delle femministe. Ma anche per me, che appartengo alla generazione dei 'baby boomers', è stata una lettura obbligata, insieme a "Porci con le ali" di Lidia Ravera.
   Quando sono andata in Italia a Natale e ho visto in una libreria il suo ultimo libro l'ho subito afferrato. Ammetto di essere stata attirata dal titolo, "Donna felicemente sposata, cerca uomo felicemente sposato" che non c'entra assolutamente nulla, ma quelli di Bompiani sanno il fatto loro.
   Se l'avessero tradotto pari pari dall'inglese "Fear of Dying" che ha molto più senso, forse non l'avrei comprato. O forse sì perché ero curiosa di sapere come si sentiva - lei che ha inventato teoria della 'scopata senza cerniera' - nell'età in cui "non si è più scopabili" secondo i criteri dominanti maschili.

Gli ‘’uomini scimmia” delle palme da cocco, un mestiere in via di estinzione

Palolem (Goa), 10 gennaio 2016
 
    Stamane Succurina, la proprietaria dei 'coco huts' See view di Palolem Beach, dove sto io, ha deciso di ‘sfoltire’ le palme da cocco. E’ una operazione che si fa saltuariamente per raccogliere i cocchi maturi e soprattutto rimuovere quelli secchi per evitare che piombino sui turisti. Vivere sotto un palmeto sara’ esotico, ma ha i suoi rischi....Si narra che in passato a Palolem un tedesco e’ stato ucciso da un cocco in testa. Ogni tanto capita di sentire nella foresta il ‘bang’ di una noce su un tetto di lamiera o il fragore di una foglia secca che plana al suolo. Se capita di notte mi sveglio di soprassalto con il cuore che sobbalza.
   Succurina ha chiamato un paio di ‘uomini scimmie’, esseri scheletrici, tutto nervi, di una certa eta’, che a piedi nudi e con una corda salgono sulle piante con una agilita’ impressionante. Ho subito tirato fuori la macchina foto.
    E’ un mestiere che mi ha sempre incuriosito quello dei raccoglitori di cocco.Penso che come tutti i mestieri in India appartenga a una ‘comunita’’ o casta specifica.  Avevo letto che e’ in via di estinzione e che e’ sempre piu’ diffcile trovare il personale. Come e’ per tanti mestiieri, i figli non vogliono piu’ fare il lavoro dei padri e manco quest’ultimi lo vogliono. Sarebbe un’idea per un reportage, tipo “cercasi raccoglitori di cocco”. So che in effetti i coltivatori hanno cominciato a introdurre delle specie nane di palma da cocco e che qualcuno in Kerala, dove sono piu' ricchi,  ha persino inventato una macchina per raccogliere i frutti.
   Anche la noce da cocco mi ha sempre affascinato. Si fa di tutto, olio, farina, alcol e la si impiega ovunque, dalla cucina ai tappeti. E la si usa anche per la 'puja', l'offerta degli induisti alla divinita’ o per benedire veicoli, case o animali...Ho imparato solo qui nel sud dell’India a dissetarmi dai cocchi e solo da poco ho capito che i cocchi verdi contengono le ‘noci’ con il latte e una polpa bianca. 
   Ma se lo si lascia seccare il cocco diventa duro come quello vedevo al luna park quando ero bambina in una specie di fontana con le luci colorate. 
   Ho scoperto poi che l’India produce il 32% di tutte le noci da cocco al mondo che sono 73 miliardi all’anno, piu’ o meno dieci a testa. E che gli altri due grandi produttori sono Indonesia e Filippine.
   Questi 23 miliardi di cocco indiani vengono raccolti a mano dagli “uomini scimmia”. Ci sono qualcosa come 10 milioni di produttori concentrati in Tamil Nadu, Kerala e Karnataka (Goa non fa testo, le palme servono per far ombra ai turisti...) e tutti costoro dipendono da questi professionisti che  hanno ormai i capelli bianchi.

Konkan Coast 2016/ In moto da Mumbai a Goa

Mumbai, 1 gennaio  - Goa 6 gennaio 1026

   Non c’e’ modo migliore di iniziare l’anno mettendosi in viaggio! E anche di finirlo visto che ho passato l’ultima notte dell’anno in aereo da Milano a Dubai e poi da Dubai a Mumbai.
    Ho ritrovato la moto come l’avevo lasciata e quando ci sono salita era come se non fossi mai andata in Italia. L’idea e’ di andare a Goa, l’ex colonia portoghese, seguendo la strada della costa dello stato del Maharashtra. Avevo letto che questa strada e’ una delle piu’ belle per chi ama viaggiare in moto. Sacrosanta verita’!
Sono stati 600 km, sette traghetti e sei giorni di assoluta gioia, tra spiagge, forti, templi, villaggi, foreste, fiumi, piantagioni di mango e promontori e poi di nuovo spiagge, forti, templi...quasi tutto su strade dissestate, a volte sterrate, perfino sentieri, tornanti infiniti e zig e zag in mezzo ai territori tribali. Scende in pianura solo quando si entra a Goa...e si vedono i primi fricchettoni di Arambol.

"The Walk", la piccola equilibrista di Alibaug

Alibaug (Maharashtra), 2 gennaio 2016


Ho visto di recente "The Walk", il film biografico sull'artista francese Philippe Petit girato dal regista americano Robert Zemeckis.  Quando ho visto questa piccola equilibrista sulla spiaggia di Alibaug, a sud di Mumbai, non ho potuto che pensare agli artisti di strada indiani

Da Delhi a Mumbai con la moto, omaggio alla mia Poderosa

Mumbai, 22 dicembre 2015
   Sono partita  New Delhi con la moto,  un po’ per gioco e un po’ per sfida, e oggi sono arrivata alle porte di Mumbai, dove oggi ho un volo per l’Italia.
   Circa 1.500 km dopo (non li ho contati, vado a spanne) sono arrivata a Thane, periferia nord di Mumbai, dove ho lasciato la moto a casa di un amico. La riprendero’ quando torno.
  Quando sono arrivata, ho pensato di inginocchiarmi davanti come aveva fatto Vettel quando ha vinto il quarto mondiale nell’ottobre 2013 sul circuito di New Delhi. Poi mi sono guardata intorno, c’era un via vai di famiglie e joggers nel parco di fronte e ho pensato che mi avrebbero preso per matta. Quindi mi sono limitata a congiungere le mani a mo' di namaste' e rendere omaggio alla mia gloriosa compagna di viaggio.
    E’ un rapporto speciale quello che si crea con con una motocicletta. Ci sono anche celebri esempi letterare, mi viene in mente La Poderosa del Che Guevara.
   La mia e’ una Bajaj modello Platina comprata di seconda mano a Bhuj, in Gujarat. Di colore blu’. E’ un po’ arrugginita, e secondo me e’ stata assemblata con dei pezzi taroccati. Ma ha un buon motore, che quando accellero sembra di avere una Enfield. Consuma poco, faccio i 50 con un litro. Il tachimetro non ha mai funzionato, e cosi’ non so quanto puo’ fare, penso non piu’ degli 80. La cilindrata e’ poco piu’ di 100 cc e ha un sedile cosi’ lungo che mi posso sdraiare. Una moto cosi’ in Italia e’ impensabile. Ma qui e’ simile a milioni di altre.

LIBRI/ Pasolini, l'India ha ancora lo stesso odore

Mumbai, 20 dicembre 2015

Mi sono portata dietro sulla moto "L'Odore dell'India" di Pier Paolo Pasolini per rileggerlo e vedere che effetto faceva nell''India che io ho davanti agli occhi in questo viaggio.  E' stato scritto nel 1961 durante il suo celebre viaggio con Alberto Moravia e Elsa Morante.  Oggi non si ritrova piu' la tremenda miseria da lui descritta a Calcutta o a Cochin, ma alcune pagine sono ancora oggi le migliori in assoluto per descrivere certi stati d'animo che un occidendale prova di fronte alle mille contraddizione di questo Paese.
Il libro si chiude con la descrizione  delle pire di Benares e con questa frase che voglio ricordare qui:

"Cosi', confortati dal tepore, sogguardiamo piu' da vicino quei poveri morti che bruciano senza dare fastidio a nessuno. Mai, in nessun posto, in tutto il nostro soggiorno indiano, abbiamo provato un cosi' profondo senso di comunione e, quasi, di gioia".   

Daman, nel covo dei "nostalgici" portoghesi

Daman, 19 dicembre 2015

   Sono arrivata a Daman, ex colonia portoghese sulla costa del Gujarat, dopo una lunghissima giornata di guida da Anand. Sono 300 km e la NH 08 fa una deviazione circolare per bypassare la citta’ di Baroda o Vadodara. Pero’ dopo prosegue dritta verso sud e il 'contatore' dei km verso Mumbai scende velocemente. Piu' si va avanti e piu' si sente anche l’aria tropicale. Mi ricordo quando centinaia di km a nord ho visto la prima palma da cocco e ho esultato.
   Sono giunta a Daman che era ormai sera. Odio viaggiare di notte perche’ qui in India usano costantemente gli abbaglianti e non li abbassano quando incrociano altri veicoli. Inutile lampeggiare, non mollano, e allora li tieni anche tu per ripicca.
Daman (Damao in portoghese) e’ insieme a Diu’, a 900 km di distanza, un Territorio dell’Unione. Sono quelle zone amministrate direttamente dal governo di New Delhi, come le isole Andamane.e Nicobare.  Forse perche’ il governo ha paura che si ribellino.


    Le enclave di Daman e Diu’ erano fino al 1961 dei possedimenti portoghesi come Goa (che poi e’ diventata uno Stato autonomo). Per oltre 450 anni i portoghesi hanno controllato questi porti sul Mar d’Arabia dove erano arrivati nel 1500 con Vasco De Gama. Hanno perfino fatto a Goa la loro base asiatica e per lungo tempo hanno monopolizzato il commercio delle spezie. Hanno poi portato il cattolicesimo convertendo gli indu’e combattendo le ‘eresie’ dei cristiani orientali che erano arrivati – si dice – con l’apostolo Tommaso.
    Sono riusciti a sopravvivere all’arrivo degli inglesi e mentre questi se ne sono andati nel 1947 con l’Indipendenza indiana, loro sono rimasti ancora per oltre 20 anni fino a quando non sono stati cacciati dall'esercito inviato da Delhi.

National Expressway 1 (Ahmedabad - Baroda), un'autentica autostrada ma vietata alle moto

Anand, 16 dicembre 2015
   La ‘expressway’ numero 1, nota anche come “Mahatma Gandhi” highway, e’ davvero un’autostrada modello con un asfalto impeccabile, le recinzioni e uno spartitraffico completamente fiorito. E’stata costruita nel 2009 ma soltanto di recente e’ stata raddoppiata.
    E’ lunga 93 km e ci sono soltanto un paio di uscite. E...purtroppo... e’ vietata alle moto....Io non lo sapevo e sono passata lo stesso da un passaggio laterale che pensavo fosse quello riservato alle moto (che di solito sono esentate da pedaggio). I casellanti mi hanno fatto dei segni ma io li ho ignorat e ho tirato dritto. Pensavo non fosse cosi’ rigido il divieto e che l'autostrada  fosse incasinata come le tutte le altre dove alla fine la velocita’ non e’ mai superiore agli 80.... Invece mi sono trovata davanti una sorta di pista di automobilismo, con auto che sfrecciavano e io 'rintanata' nella corsia di emergenza.
    Il limite qui e’ dei 100 km all’ora, ma quasi tutti lo sorpassano anche perche' la carreggiata e' dritta e invitante . Ho letto dopo che ci sono anche molti incidenti e lo immagino perche’ non c’e’ l’abitudine qui ad andare cosi’ veloce.
    Siccome sapevo di essere illegale sono uscita dopo circa 20 km nel primo casello di Anand. La strada taglia un tratto bucolico di campagna. Ci sono diversi cartelli che invitano a tenere pulito il paesaggio e che esalta le virtu’ della Expressway. In effetti sembrava di essere su un autostrada svizzera...Quando all’uscita i poliziotti mi hanno femato un po’aggressivi ho detto loro che ero entrata per sbaglio e per fortuna sono stati comprensivi!

Anand, la latteria dell’India

Anand (Gujarat), 16 dicembre 2015

   A circa 180 km da Udaipur, in un posto che si chiama Himmatnagar, famoso per le ceramiche, sono entrata in Gujarat, lo stato ‘modello’ dell’India. L’ho notato dalla qualita’ dell’asfalto, per quasi tutto il tratto del Rajasthan, tutto collinare, nella carreggiata c’erano dei solchi. Quando fa molto caldo il catrame si scioglie e le ruote dei camion plasmano la strada. E con la moto quando si sorpassa si esce e si entra da un solco all’altro.
   In Gujarat, la patria del premier Narendra Modi e Stato indiano piu’ industrializzato, la mia moto che e’ appunto targata GJ perche’ l’ho comprata qui dua anni fa, si e’ sentita a casa. Ho ripreso a viaggiare sulla National Highway 8, la mitica NH08 che va da Delhi a Mumbai, e che e’ nota come una delle piu’ trafficate ma anche delle piu’ ben tenute,a parte la segnalazione un po’ carente, le mandrie di mucche e perfino un cammello vagabondo che se ne andava al trotto nel mezzo della carreggiata.
   A un certo punto i km per Mumbai sono scesi a sotto 500, e’ li’ che ho pensato di farcela. Avevo letto sul web di un’impresa di un motociclista che era riuscito a fare da Delhi a Mumbai in 24 ore comprese alcune soste. Avevo capito che aveva seguito appunto la NH08 piu’ un fatidico ‘bypass’ di Ahmedabad, la capitale del Gujarat, che aveva risparmiato almeno 3 ore.
  Ma nelle mie vecchie mappe o nella Lonely Planet, che e’ quella ‘vintage’,di 15 anni fa, non c’era nessun ‘bypass’. Manco sul GPS l’ho visto. E poi credevo che il ‘bypass’ fosse alla periferia di Ahmedabad, e non invece a 150 km dove (forse) lo avevo visto, ma avevo tirato dritto lungo la solita NH08. Mi ricordo di una deviazione per ‘Vapi’ che e’ sulla costa dopo Baroda e dopo Surat. So solo che dopo sono spariti i camion e anche i cippi con la distanza da Mumbai.
   Sono quindi piombata nel traffico di Ahmedabad, che ho attraversato proprio nell’ora di punta. Da li’ volevo in realta’ andare a Baroda, la capitale culturale del Gujarat, ma non ce l’ho fatta perche’ ormai era buio (e freddo).
   Mi sono fermata ad Anand, un postaccio, ma famoso per essere la sede di Amul, la piu’ grande cooperativa del mondo che produce latte e prodotti caseari. Una istituzione in India. Il logo, una bambina con un nastro a pois rosso in testa, e’ tra i piu’ popolari e non manca mai di accompagnare notizie nazionali e internazionali. In un ogni quartiere c’e’ una latteria Amul. Il nome e’ entrato nell’immaginario collettivo. Si dice Amul boy, per dire ‘bamboccione’ e la destra aveva cosi’ soprannominato Rahul Gandhi, figlio e delfino politico di Sonia Gandhi. C’e’ un museo da visitare e un giro nella storica sede. Si dice che Amul e il suo fondatore Verghese Kurien, morto tre anni fa, abbia contribuito alla ‘rivoluzione bianca’ che ha fatto dell’India il primo produttore di latte al mondo. A novembre per il 94esimo compleanno Google ci ha dedicato un doodle.
    Anand, che in hindi vuol dire, ‘piacere’ (si dice ‘anand liye’ per dire ‘goditela’), e’ famosa anche per la maternita’ surrogata. Guarda caso, proprio della patria del latte, sono concentrate le fabbriche dei bambini. Le cliniche dove donne bisognose di soldi ‘affittano’ gli uteri per nove mesi a coppie sterili. Adesso il governo intende impedire agli stranieri di usare questo metodo di procreazione, e quindi sono un po’ in crisi. Le coppie di tutto il mondo vengono qui a ‘produrre’ bambini perche’ costa molto di meno.
  Ma la domanda interna e’ in crescita dopo che alcuni famosi attori di Bollywood hanno fatto ricorso alla maternita’ surrogata.

Chittorgarh, la Masada dell’India

Chittorgarh, 18 dicembre 2015
   Sono partita da Jaipur alle 11 quando l’aria ha cominciato a riscaldarsi e sono arrivata al tramonto a Chittorgarh o Chittor dopo oltre 300 km e la solita serie infinita di chai. Un bel pezzo ma tutto di autostrada, tra un paesaggio collinare tutto ondulato e senza citta’. E’ stata dura un po’ per il freddo, sembra che in questi giorni ci sia una ondata di gelo dall’Himalaya. Ogni km mi dicevo...sto andando sempre piu’a sud resisti....


    Mi sono sistemata in un hotel nella citta’ nuova vicino alla stazione. Per arrivarci ho passato una zona industriale allucinante, qui ci sono le miniere di zinco, fin dall’antichita’ e qui c’e’una delle piu’ grandi raffinerie di zinco del mondo, la Hindustan Zinc Limited, del gruppo Vedanta. C’e’ anche un cementificio e una centrale nucleare, che e’una delle piu’ vecchie essendo stata costruita nel Settanta con l'aiuto dei canadesi. La collaborazione termino' poi con il primo test nucleare del 1974 nel deserto di Pokhran. Sul progetto c'e' un documentario "Juggernaut".
   Chittorgarh e’ famosa per il suo antico forte, il piu’ grande del Rajasthan, che sorge sulla collina che domina la citta. La sua storia e’ legata alla casta dei fieri e baffuti Rajput, i guerrieri del Rajasthan, ancora oggi fiore all’occhiello dell’esercito indiano.
     E’ una storia truculenta. In un paio di secoli, dal 1300 in poi, ha subito tre assedi in cui gli abitanti della citta’ si sono suicidati piuttosto per non cadere nelle mani degli invasori. Comprese le donne chesi sono immolate nel fuoco, un rituale chiamato “jahaur”. Insomma come Masada, l’inespugnabile fortezza sul Mar Morto simbolo della resistenza degli ebrei contro le truppe romane. In questo caso gli invasori erano sultani da Delhi e poi i potenti Mughal.

Udaipur, parlando di Amore nella citta' piu' romantica del Rajasthan

Udaipur, 17 dicembre 2015

   Udaipur, la citta’ piu’ romantica del Rajasthan, e’ a soli 117 km da Chittorgarh. Quindi ci sono arrivata con comodo. L'estensione del cemtro urbano e’ enorme, non me ne ero mai accorta. Per arrivare al lago Pichola, dove sorgono i palazzi del maharaja  e della sua corte, ci ho messo un bel po’. C’era una bella luce che avvolgeva i templi e le antiche ‘haveli’ signorili che si specchiano nel lago. 
Udaipur mi ha sempre affascinato.  Ho ritrovato una accogliente guest house, Devi Vilas, dove ero gia’ stata.  Niente di lussuoso, ma ha una bella vista dal terrazzo e  non c’e’ quasi mai nessuno. Da due anni a questa parte il turismo e' calato drasticamente.
    E’ li’ che a colazione ho fatto uno di quegli incontri casuali che per me sono uno dei principali stimoli per viaggiare. Ho conosciuto una canadese quebecoise, un insegnante in pensione, Doris Veillette, che mi ha detto che stava scrivendo un libro. Un romanzo dedicato all’amore, quello con la A maiuscola, con una protagonista che si chiama Maria. 
E con lo sfondo del lago incorniciato dalle colline,  del Taj Lake Palace e il Jag Mandir, ci siamo messe a discorrere in francese sui significati dell’amore terreno e di quello divino. Dell’amore materno, che lei non ha avuto e dell’amore incondizionato per il prossimo come quello di Madre Teresa. ‘Cosa vuol dire amare’? mi ha chiesto con quell’accento che hanno i quebecois. “Voglio tentare di rispondere a questa domanda”.

Rajasthan, la nuova frontiera industriale

Jaipur, 19 dicembre 2015

   Uno e’ abituato a pensare al Rajasthan come la terra dei maharaja, ma le cose stanno cambiando in fretta. Sara’ il contagio del vicino Gujarat o il partito indu nazionalista del Bjp che sta spingendo l’industrializzazione, ma i cambiamenti sono visibili. Come al solito i trattori coesistono con la miseria. Ma mentre prima lungo le strade si vedeva un Paese fermo ai tempi dell’isolamento sovietico, beh oggi si vedono i germogli di un processo che davvero penso sia inesorabile.
   Per la prima volta sulla strada tra Delhi e Jaipur, circa 270 km, ho visto piu’ trattori che cammelli. Anzi cammelli non ne ho proprio visti. E neppure quei camion o trattori caricati all’inverosimile, gonfi come mongolfiere, che occupavano due corsie. L’autostrada e’ stata completata, ci sono i cavalcavia che oltrepassano i villaggi. Si viaggia a una media costante. Io non ho mai fatto riparare il tachimetro della mia moto e quindi vado a spanne. Penso di aver tenuto una velocita’di circa 70 km all’ora.
   Mi ha impressionato il distretto industriale di Neemrana, a circa 120 km da Delhi. Ci sono delle zone economica speciale per l’export , sul modello di quelle in Cina. Una e’ la Export Promotion Industrial Park (EPIP) e l’altra e’ la Japanise Industrial Zone, dove c’e’ una fabbrica Suzuki. In strada ci sono bisarche che vanno e vengono piene di auto immagino.

Inquinamento a Delhi/ Pechino chiude le scuole? I 'delhiti' se ne fregano

New Delhi,  8 dicembre 2015

Nel parco vicino a casa mia, Safdarjung Enckave, hanno messo gli attrezzi ginnici. Fin dal primo giorno sono diventati un'attrazione generale.

Di buon mattino, la gente del quartiere ha iniziato ad allzare pesi, pedalare e fare ogni tipo di evoluzioni. Alla faccia dello smog record che  batte anche Pechino, dove proprio oggi hanno chiuso le scuole per l'alto livello di particolato.   

Inquinamento a Delhi, ecco perche’ le ‘targhe alterne’ non servono

New Delhi, 5 dicembre 2015
     Praticamente costretto dai giudici a fare qualcosa, il ‘chief minister’ di Delhi , Arvind Kejriwal, finalmente si e’ accorto che l’aria era irrespirabile. Da alcune settimane le centraline segnavano allarme ’rosso’ per il particolato, ma nessuno faceva nulla....'

     Ha quindi deciso di tirare fuori il vecchio ed estremo metodo delle ‘targhe alterne’ a partire dal 2016 . ‘Estremo’ perche’ significa che si e’ disperati. E ‘vecchio’ perche’ mi ricordo era stato inventato negli anni Settanta in Italia o forse anche altrove. All’epoca si diceva che non c’era petrolio per tutti (gli arabi ci tenevano per le palle) e bisognava risparmiare benzina. Era il periodo dell’Austerity, che detto in inglese sembrava ancora piu’ paurosa.       Da bravo mattatore qual e’ Kejriwal ha saputo spiazzare tutti quanti con un colpo da maestro. Salvo precisare il giorno dopo che la misura sarebbe stata “testata’’ per soli 15 giorni e che “se non piaceva” si poteva rettificare. Ha poi deciso che durante il periodo di prova le scuole saranno chiuse, il che significa gia’ molto traffico in meno. Inoltre ci sono molte eccezioni, tra cui le donne che sono alla guida da sole perche’ si teme che se prendono il bus o il taxi vengono immediatamente stuprate... Non e’ poi stato deciso se la regola si applica anche agli oltre 5 milioni di motocicli. Io come ‘single’ e motociclista avrei doppio diritto a viaggiare. Peccato che di recente vada in bici perche’ e’ ormai l’unico modo per circolare a Delhi.
    Comunque se tutto fila liscio, si levano dalle strade ogni giorno circa un milione di veicoli. Che non e’ poco. Ma temo che non serva granche’ perche’ l’inquinamento e’ solo in minima parte causato dai gas di scarico. 

    Basta guardare le strade per rendersene conto. Nel mio quartiere, Safdarjung Enclave, c’e’ una tale quantita’ di polvere depositata in terra che basta quella a creare un ambiente estremamente malsano. I cigli delle strade non asfaltate, le montagne di sabbia e ghiaia dei cantieri edili, i detriti delle demolizioni, i perenni lavori in corso e i falo’ di rifiuti...questo e’ il vero problema di Delhi. L’unica soluzione vera e’ dal cielo. Non una divinita’ che forse non ce la farebbe nemmeno...ma la pioggia.
    Perche’, per esempio, Kejriwal non chiede ai suoi di pulire le strade come succede nell’enclave diplomatica? La’ non c’e’ polvere che si solleva da terra, ma solo quella dei tubi di scappamento che non sono poi tanti.
  Altro semplice suggerimento, non solo per l’aria che respiriamo, ma anche per rendere la citta’ piu’ vivibile. Perche’ non fare delle isole pedonali chiudendo al traffico le zone centrali o i mercati? Per esempio Connaught Place? o il famigerato Khan Market? Sarebbe molto piu’ semplice che il colossale compito di imporre il divieto di circolazione ogni giorno a un milione di veicoli.
        Detto questo, penso pero’ che sia tutto sbagliato in partenza. Perche’ l’unico modo e’ disincentivare l’uso dell’auto e creare degli spazi dove la gente possa camminare...o andare in bici. Ma questo purtroppo e’ qualcosa che l’Occidente sta capendo solo ora dopo mezzo secolo di orrori ambientali e urbanistici...

Festival Cinema di Goa, tra terroristi islamici, ebrei ortodossi e brahmini

Panjim, 23 novembre 2015

   Sono al Festival internazionale del cinema di Goa che  si tiene a Panjim, forse l’unica citta’ veramente turistica dell’India. Il Festival, noto con l'acronimo di  IFFI,  e' considerato la Cannes dell’Asia. Siccome non ci ero ma stata, sono venuta per vedere se c'e' davvero la croisette.... In realta’ io non sono mai stata neppure al festival di Cannes...ma posso tranquillamente affermare che ce ne vuole ancora un po’ prima di arrivare ai livelli della Cote d'Azur...
   Per l'occasione Panjim e’ stata addobbata a festa ed e’ piacevole passeggiare sul lungo mare anche  se - lo ripeto - non e' la croisette. All’entrata principale del teatro Inox, dove c’e’ il 'red carpet' troneggiano due pavoni giganti. Il Pavone d'oro e' infatti il premio che si assegna al vincitore, come il Leone d’oro di Venezia.
    I film proposti mi sembrano estremamenti interessanti, anche se rispetto agli anni scorsi c’e’ meno glamour perche' mancano ospiti famosi.
   Per una curiosa coincidenza stamane ho visto tre film non in concorso che parlano di intolleranza in tre fedi : Islam, Induismo e Ebraismo. Sembra che gli organizzatori l’abbiano fatto apposta a metterli nello stesso giorno...forse si’ dopo Parigi.
    Il primo e’ stato Taj Mahal, un film del francese Nicholas Saada che racconta la storia di una adolescente durante l’assedio dei terroristi agli hotel di Mumbai alla fine di novembre 2008. Per l’India quello e’ stato l'11 settembre. Io ero la’ davanti al Taj Mahal Hotel, il simbolo di Mumbai davanti alla Porta dell’India e quindi ho rivissuto ogni momento. Gli attacci hanno causato 166 morti, tra cui un italiano e decine di ferite. Per ore centinaia di clienti del Taj Mahal e dell’Oberoi Trident sono tenuti ostaggio dei terroristi pachistani arrivati dal mare . Gli attacchi di Parigi del 13 novembre sono stati paragonati a questi per la modalita’, anche se sono durati molto di meno. A Mumbai gli ultimi due terroristi sono stati eliminati dopo ben tre giorni e dopo aver incendiato lo storico hotel della famiglia Tata.
    Io non so come il film di Sadaah e’ stato accolto dalla critica quando e’ uscito in Francia a settembre, ma io l’ho trovato ben fatto. L’interpretazione della ragazza, Louise (Stacy Martin) e’ notevole. La ricostruzione, incendio compreso, e’ molto fedele. L’unico particolare sbagliato, e’ che gli ostaggi salvati non erano coperti con la stagnola dorata (come a Parigi). Non penso che i pompieri indiani la usino. Il film non fa alcun accenno ai terroristi se non quando si sentono le loro voci in urdu davanti alla camera di Louise quando freddano un cameriere che dice che non c’era nessuno.
   Il secondo film invece entra pesantemente nella questione dell’intolleranza religiosa. E’ Dharm (religione in hindi ) del regista Bhavna Talwar (2007). Era stato presentato a Cannes ed doveva andare come candidato agli Oscar, ma e’ stato preferito a un altro. Ambientato a Varanasi, magica come sempre, racconta la storia di un brahmino che ironia della sorte accoglie in casa un neonato mussulmano (la moglie gli aveva detto che era la madre di una famiglia di brahmini lo aveva abbandonato). C’e’ tutto quello di cui si parla oggi in India, la discriminazione castale, la violenza degli hindu’ e l’ortodossia religiosa...attualissimo. Con un finale da Hollywood.
   Terzo film, ancora sul tema, e’ stato Kadosh (“sacro” in ebraico ) di Amos Gitai, che racconta dell’intolleranza religiosa ma da una prospettiva femminile. Non ci sono piu’ i brahmini, ma i rabbini a Gerusalemme. Ma in comune c’e’ l’amore di due sorelle, una per un marito che e’ impotente e che e’ costretto a prendere una nuova moglie. Un’altra che non vuole essere una ‘macchina da procreazione’ come vuole il Talmud e che si ribella perche’ innamorata di un ragazzo laico e lascia la comunita’. E’ bello vedere nel film i quartieri ortodossi di Gerusalemme che ricordo bene quando abitavo la’.
   Prima di questa abbuffata di drammi religiosi mi sono distesa con Meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani, uno dei pochi film italiani in programma e la Dolce Vita di Fellini che ho rivisto dopo tanti anni. Attualissima, incredibile. Ho capito dove si e’ ispirato Tarantino per la ‘Grande Bellezza’, che e’ ovviamente una brutta copia del capolavoro con Mastroianni. Geniale il miracolo dell’apparizione della Madonna, con il clamore mediatico e le feste boccacesche, con nani e ballerine, con le veline ante litteram. Profetico.



Italia-India, è gelo tra Modi e Renzi al G20 di Antalya

New Delhi, 19 Novembre 2015
 
   Almeno si erano stretti la mano Narendra Modi e Matteo Renzi l’anno scorso al G20 in Australia  . Era una delle prime uscite sulla scena internazionale del leader della destra indiana ancora alle stelle per il trionfo elettorale. Uno scambio di battute ‘veloce’, dice l'Ansa, e una foto ricordo (di cui non ho trovato traccia). 
     Quest’anno (curiosamente, sempre 16 novembre, ma ad Antalya, in Turchia)  manco questo. Anzi nella foto di gruppo erano pure distanti nonostante India e Italia siano vicine in ordine alfabetico.  

    Sulla stampa indiana alla vigilia erano emersi rumors su una possibile bilaterale. Un collega mi aveva perfino chiamato,  entusiasta,  per chiedermi se sapevo di un possibile incontro che secondo lui era in programma. Ma non ho mai trovato conferma né da Roma né da Delhi. 

    Di fatti oggi al briefing settimanale, il portavoce del ministero degli Esteri Vikas Swarup, famoso per aver scritto il libro che ha ispirato The Millionaire, ha chiarito che non c'è stato nessun incontro. Niente. Non si saprà mai chi dei due lo aveva chiesto e chi lo ha rifiutato. O magari più, semplicemente, nessuno lo aveva chiesto sapendo che la questione è ora nelle mani della Corte permanente dell’Aya.
    Chissà perché pensavo che ci potesse essere un tentativo in extremis di dialogare. Un’ultima possibilità di trovare una soluzione diplomatica ai massimi livelli, da 'uomo a uomo', prima di incrociare le spade nei tribunali e lasciare la parola agli avvocati. Nulla di ciò. La faccenda si è ormai incancrenita, a tal punto che non c’è neppure spazio per le cortesie. Muro contro muro.

Taj Mahal, come saltare le code con l''high value ticket'

Agra, 12 novembre 2015
   Era da un po’ che non andavo al Taj Mahal. Ci sono andata oggi per accompagnare mia cugina che non c’era mai stata. Purtroppo ho scelto un giorno di massimo affollamento. Forse perché è giovedì e domani è chiuso. Oppure perché è all’indomani del Diwali e forse è ancora un giorno festivo.
   C’erano gruppi di gitanti e tante famiglie. Pochissimi i turisti stranieri, come prevedibile dato che non ci viene più nessuno in India per diversi motivi…la crisi, paura di attentati e violenze sessuali, inquinamento…
Mentre mia cugina ha comprato il biglietto ‘per stranieri’ che è quello da 750 rupie, io sono riuscita ad avere quello ‘indian’ da 20 rupie perché ho mostrato la patente indiana.



   Alcuni anni fa ero entrata come giornalista perché stavo facendo un servizio sulla pulitura dei marmi con una speciale ‘maschera’ di bellezza a base di argilla, limone e latte.
   Fatto sta che non mi ero mai accorta dello speciale trattamento dei cosiddetti “high value ticket”. Innanzitutto lo straniero ha diritto a una bottiglia di acqua minerale e al 'copriscarpe', cosi’ che non deve andare a piedi nudi. Poi, cosa più importante, soprattutto oggi, hai diritto a saltare tutte le code.
   Oggi c’era una fila di mezzo chilometro per entrare, un’altra dentro per salire sulla piattaforma e un’altra ancora per entrare dentro il mausoleo che girava tutto intorno. Insomma se non era per il biglietto che mia cugina sventolava ogni volta davanti alla sicurezza (e io mi accodavo a lei facendo finta di avere lo stesso biglietto) io sai ancora in coda…
   Mi sono accorta poi che ci sono alcuni cartelli (come quello in foto sopra) che, in perfetto stile indiano, indicano l'esistenza di un percorso di visita riservato ai “high value ticket” e uno ai ‘general ticket’. Insomma da una parte i vip e dall'altra tutti gli altri...come spesso accade da queste parti.
   Lo ammetto... mi sono sentita molto in colpa.

Pasolini, "Appunti per un fim sull'India", girato nel '68 ma sembra oggi

New Delhi, 5 ottobre 2015

Anche in India si ricorda il quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini. Ieri sera all’Istituto di Cultura e’ stato proiettato Appunti per un film sull’India, documentario di 30 minuti girato nel 1968 durante uno dei suoi viaggi qui in India tra New Delhi, Varanasi, Jaipur e Mumbai. Sempre all’Istitituto c’e’ anche una mostra con foto inedite del regista curata da Walter Liva (Craf di Pordenone). La foto qui con Toto’ e’ di quell’archivio.

   L’idea e’ geniale, una leggenda di un maharaja che offre il suo corpo per nutrire una tigre affamata. Doveva essere questo il film che non e’ stato mai relizzato.
   Pasolini va in in giro a chiedersi quali potrebbero essere gli attori per la storia e come la stessa storia potrebbe evolversi. Lo chiede anche a dei registi e scrittori indiani. Sullo sfondo una India che sembra quella di oggi. Le immagini crude di poverta’ ci sono ancora, cosi’ come anche i visi degli operai e contadini, sembrano quelli di oggi. A volte e’ ironico, a volte amaro e polemico verso l’industrializzazione. Che poi manco ci sara’ ....il “sottoproletariato” di Pasolini e’qui rimasto quello di cinque mila anni fa, quello dei brahmini e non dei padroni della fabbrica. Si vede la visione marxista e sii vedono anche i tempi, era il 68.
   Pero’ Pasolini ha una capacita’ straordinaria di affrontare, con le parole e le immagini, temi come la religione, la morte, la natura e l’individualismo. Si vede da qui la sua grandezza. E poi la frase finale, prima del funerale con la pira, che segna la fine della storia del povero maharaja e della sua famiglia caduta in disgrazia. E’ una frase che mi ha colpito perche’ e’ il riconoscimento dell’eterna seduzione che questo Paese offre e (spero continuera’) ad offrire agli stranieri.

“Un Occidentale ha tutto in India e non da’ nulla. L’India che non ha nulla da’ tutto” .