DIARIO DALLE ANDAMANE/ Il sole e le maree scandiscono i ritmi delle giornate


Neil Island, 13 marzo 2015
I ritmi delle giornate alle Andamane sono dettati principalmente dal sole e dalle maree. Siccome il fuso orario e’ lo stesso di quello del subcontinente indiano, il tramonto e’ verso le 5 e mezza. Alle sei comincia ad imbrunire e alle sette e’ buio pesto. Nelle piccole isole, come Neil, alle nove e’ notte fonda. L’unico posto con un po’ di movimento rimane il bazar, ma dopo un po’ diventa deserto.
    Di conseguenza, ci si sveglia all’alba, dopo esattamente 12 ore. Alle 6 e 30 aprono i ristoranti, l’ufficio per prenotare i traghetti e anche molte escursioni turistiche. Alle otto, si e’ gia’ in spiaggia, e il sole sembra quello delle due.
   Per chi non e’ mattiniero, all’inizio fa un po’ fatica, ma e’ come il jet lag, dopo un po’ diventa normale.
    L’andamento delle maree, invece, determina la vita e il movimento sulle spiagge. Sono molto forti per via del basso fondale. Se si vuole fare snorkelling o nuotare, in questi giorni bisogna aspettare fino alle 11 perche’ prima e’ impossibile attraversare la barriera corallina per raggiungere il mare aperto. Dopo le 12  l’acqua sale velocemente e in certi casi invade tutta la spiaggia (e anche le borse che avete lasciato). La marea inizia a scendere dopo un paio di ore. Anche qui bisogna fare attenzione, perche’ se uno e’ al largo a nuotare, poi non ha piu’ acqua per tornare e deve strisciare su mezzo metro d’acqua sui coralli, come mi e’ capitato. Per chi ha le pinne, poi, c’e’ anche il rischio di danneggiare i coralli.
Alcuni posti, come il Natural Bridge, sono accessibili solo con la bassa marea (oppure nuotando, ovviamente). Questo movimento cambia continuamente l’aspetto delle spiagge, oltre che la complessa vita marina di pesci, crostacei e anfibi.

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Alla scoperta di Neil Island


Neil Island, 12 marzo 2015
Dopo una pigra mattinata sulla spiaggia 'numero 5' di Havelok, dove ci sono tutti i resort e le scuole di sub, mi sono spostata nella vicina Neil Island, a circa un’ora di traghetto. Sulla mappa c’e’ scritto Neill, con la doppia elle, ma sulla segnaletica qui compare come Neil. Molto probabilmente era il nome di qualche ufficiale britannico, come quel Blair che nel 1777 scelse le Andamane meridionali per costruirci una colonia penale e da li' nacque Port Blair.
   L’isola e’ piccolina, da una parte all’altra saranno 8 km piu’ o meno, non ci sono scuole di sub ed e’ decisamente meno costosa. Sono al ‘resort’ Kalapani, che ha solo piccole capanne in bambu', sulla spiaggia 'numero tre'.  Il nome e’ un po’ sinistro, vuol dire in Hindi ‘Aqua nera’, ed e’ come i deportati chiamavano la famigerata prigione delle Andamane.
E’ curioso che le spiagge e anche i villaggi siano chiamati con un semplice numero. Probabilmente, quando New Delhi ha assegnato le terre ai coloni, ha semplicemente numerato i nuovi insediamenti destinati ai nuovi arrivati. Anche qui a Neil sono tutti bengalesi, ma di seconda generazione, tanto che si definiscono 'andamanesi'.
L’isola sembra completamente autonoma. Ha una centrale elettrica (ogni tanto pero’ manca la corrente), le scuole, una enorme caserma dei vigili del fuoco, secondo me un po’ sproporzionata rispetto alla grande e il commissariato della polizia. C’e’ un mercato che e’ il punto di riferimento dove si vende frutta verdura. Davanti c’e’ un pollivendolo, che e’ quello che mi ha affittato la bici, diverse trattorie, degli spacci alimentari e un negozio di elettrodomestici. Arriva anche il giornale, un foglio di quattro pagine, “The Daily Telegram” che si vanta di essere “the largest circulating daily of A&N Islands” e che e’ sfacciatamente filo governativo.

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Snorkelling a Elephant Beach, ho visto Nemo!

Elephant Beach (Havelok), 11 marzo 2015 
    Elephant Beach e’ una delle attrazioni di Havelok, ma per fortuna e’ poco battuta perche’ non ci arriva con la strada ma con una facile camminata di circa mezzora. Il sentiero e’ indicato, si trova circa due chilometri dalla spiaggia di Radha Nagar.
    Si attraversa una foresta densissima, con enormi fusti, alcuni sono segnalati, e una foltissima vegetazione. Di nuovo mi ha ricordato la giungla thailandese. La gente del posto mi ha detto che ci sono anche degli elefanti al lavoro con la legna. Io ne ho visto uno (con le zanne), ma soltanto nella spiaggia di Radha Nagar e ne’ lui, ne’ il suo padrone erano molto interessati a farsi fotografare. 
   Il problema e’ che quando si arriva a Elephant Beach con l’alta marea, bisogna attraversare un fangoso acquitrino. La spiaggia, o quello che rimane, e’ piena di tronchi sradicati per lo tsumani. Evidentemente questo e’il lato dove e’ stato piu’ violento. E’ un po’ lugubre, ma a pochi metri dalla riva si trova una fantastica, davvero fantastica, barriera corallina, per fortuna ristabilita dopo dieci anni dal disastro. Dicono che sia il piu bel posto per lo snorkelling di Havelok e lo e’!!! Ho passato un’oretta in questo acquario. Ho visto anche il famoso “Nemo” (pesce pappagallo mi sembra) che dal riparo del suo anemone faceva lo spavaldo avanzando verso di me....proprio come nel film. 
   Purtroppo poi mi sono pero’ molto arrabbiata quando ho sorpreso due sub che stavano cercando qualcosa sotto le rocce con una fiocina. Ho avvertito una barca che staziona permanentemente li’ e che offre delle passeggiate sul fondale (‘sea walk’), con una maschera da palombaro in un’area ristretta, a chi non sa nuotare. 
   Ma mi sono accorta che i due sub appartenevano alla stessa barca! Purtroppo appoggiandosi con le pinne avevano anche danneggiato la barriera. 
   Come se non bastasse, sempre a Elephant (dove arrivano le escursioni in barca) affittano anche le moto d’acqua, i famigerati jet-sky, e con questi fanno dei giri sopra la preziosa barriera corallina!     Decisamente Havelok non fa per me.

DIARIO DALLE ANDAMANE - Havelok, tra sub e Suv


Havelok, 10 Marzo 2015
   Tra le nove isole delle Andamane aperte al turismo straniero, Havelok e’ la piu’ famosa e – ahime’ – anche quella piu’ affollata soprattutto perche’ qui ci sono le scuole di sub. Purtroppo si sta sviluppando in fretta e penso davvero che tra un po’ di anni faccia la fine del nord di Goa.
 Le guesthouse, quelle indicate sulla mia vecchia Lonely Planet, si sono trasformate in ‘resort’ con cottage in muratura, vetri oscurati e aria condizionati. Quelli ancora sopravvissuti invece sono diventate le abitazioni stagionali del personale dei resort, tipo insegnanti di sub, yoga, massaggiatori, ecc.
    Quando sono sbarcata, dopo circa tre ore di traghetto da Port Blair, c’erano circa 400 turisti. All’arrivo a ogni isola, gli stranieri devono mostrare il permesso di 30 giorni (rinnovabile di 15 giorni, ma solo se si mostra un biglietto di ritorno in continente) e sono registrati. Lo stesso permesso e’ necessario per alloggiare. Quindi in ogni momento, la polizia ha il controllo dei turisti. Penso sia a causa della presenza delle rare tribu’ indigene che sono “protette” come Tigri del Bengala, e anche per le installazioni militari (che pero’ sono nelle Nicobare, quindi off limits).

DIARIO DALLE ANDAMANE/Port Blair, un'India in miniatura, compreso traffico e fogne


Port Blair, 9 marzo 2015
   Incredibile come anche qui in mezzo all’oceano, a oltre mille chilometri, abbiano riprodotto una tipica citta’ indiana con il traffico assordante, clacson, lavori in corso mai finite, fogne puzzolenti che costeggianti la strada, baracche dove si beve il te’ o acqua di cocco.
Insomma le Andamane sono India, niente paura, anche se somigliano come natura piu’ alla Thailandia.   
   Port Blair e’ una miscela di etnie, razze e religioni, con una prevalenza forse di bengalesi. Una India in miniatura, con tutti i pregi e difetti. Forse un po’ piu’ rude. D’altronde i coloni indiani inviati qui decenni fa non hanno avuto vita facile.
    Da pochi anni poi le Andamane sono entrate nel circuito turistico e probabilmente gli isolani hanno cominciato ad annusare facili guadagni. La tendenza e’ di fatti di spremere il turista senza pero’ offrire dei servizi decenti e soprattutto proporzionati al prezzo.
    Quindi Port Blair, con i suoi mezzo milioni di abitanti, rimane un punto di transito in attesa di salire su un traghetto per Havelok o qualche altra isola.  Onestamente , anche io, che pensavo di fermarmi un paio di giorni, me ne sono andata dopo 24 ore. Non e’ un posto molto accogliente almeno per chi è appena arrivato.

La prigione di Port Blair

    Ho visitato la famigerata prigione degli inglesi, una sorta di gulag in mezzo all’oceano o una Guantanamo ante litteram, ora trasformata in un museo dedicato alla lotta per l’Indipendenza. Qui infatti sono stati internati e morti per le torture molti ‘dissidenti’ indiani. E’ una storia che non si conosce. Perche’ quando pensiamo al movimento di liberazione indiano pensiamo soprattutto al Mahatma.
    Il carcere, costruito tra il 1896 e i 1905, ha un’architettura speciale, e’ a raggiera, dal centro partivano sette ali per un totale di 698 celle. In questo modo nessun carcerato vedeva gli altri e dal centro i secondini potevano facilmente controllare tutti i corridoi. Sono rimaste in piedi tre ali che sono aperte ai visitatori.
C’e’ anche il braccio della morte e l’area delle impiccagioni. E’ una casupola con tre forche e tre botole. Mi chiedo se ancora oggi nelle prigioni indiane si usa lo stesso sistema di impiccagione.
Nei cortili sono state allestite delle mostre con le foto degli intellettuali indiani incarcerati qui e la storia del carcere da quando e’ stato costruito a quando e’ stato trasformato in un museo. Sono anche esposti alcuni strumenti di tortura.
Anche se ora e’ un museo, e ci sono perfino coppiette che usano le celle per appartarsi, nell’aria e’ rimasta la sofferenza. Ho pensato al dolore di migliaia di esseri umani rinchiusi qui per anni, in terribili condizioni, costretti ai lavori forzati per disboscare la foresta e costruire nuovi ali della prigione. Ho rabbrividito e sono uscita con uno strano senso di colpa in quanto proveniente dalla vecchia Europa. Come quando penso all’Inquisizione a Goa. Nessuno ha mai chiesto scusa.

Non-solo-stupri, 8 marzo con la comandante Anuradha Jha

Port Blair, 8 marzo 2015

    Mentre l’attenzione mondiale e’ concentrata sull’India degli stupri, voglio dedicare questo giorno a Anuradha Jha, giovane comandante donna che lavora ora per la Shipping Corporation on India. E’ una delle uniche due comandanti di navi civili indiane. Ha viaggiato a bordo di navi cargo per tutto il mondo a capo di ciurme di marinai, spesso per mesi.
   L’ho incontrata sulla plancia di comando della motonave Nicobar, che mi ha portato alle Andamane e che ha ha 75 uomini a bordo e una donna (l’infermiera). Le ho chiesto che vuol dire per lei dare ordini ai marinai uomini. “Non ho mai avuto problemi – mi ha detto – anzi sono fieri di avere una comandante donna!”.
   Ecco, il mio buon 8 Marzo all’India.

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Avvistata la terra! Squillano i telefonini

A bordo della Nicobar, 7 marzo 2015
Ieri verso le 17 abbiamo avvistato terra. Una lunga striscia nera all’orizzonte. Sono le colline delle Nord Andamane. Leggo che l’arcipelago fa parte di una catena montagnosa che inizia dalla Birmania e prosegue fino a Sumatra e all’Indonesia.
Mi chiedo veramente che hanno a che fare queste isole con l’India. Ne discuto con un andamano, il cui bisnonno era emigrato la’ dall’Himachal Pradesh, che mi spiega che sono gli inglesi che hanno iniziato a usarle come colonia penale.
    L’avvistamento della terraferma crea uno stato di eccitazione generale. La tensione dei giorni precedenti si scioglie. Il Lido Bar, luogo di bivacco coperto di bicchierini vuoi di chai, e’ deserto. Sono tutti a prua, tanto che a un certo punto, interviene uno dello staff a sgomberare la folla. Anche quelli che non mi avevano rivolto la parola, mi sorridono e mi fanno vedere la terra all’orizzonte. Siamo tutti con i telefonini in mano in attesa del segnale, che arriva un’ora dopo.
    Lo sbarco pero’ non e’ pero’ stato possibile ieri sera, perche’ dopo una certa ora il porto e’ chiuso e non ci sono i rimorchiatori. Quindi la nave sosta al largo e poi oggi all’alba e’ andata in porto. Siamo sbarcati verso le sette. Io sono stata scortata fuori dal funzionario dell’Imigration che ha preso il passaporto (che avevo consegnato) e mi ha portato in un ufficio dove ha messo un timbro e mi ha dato un permesso di 30 giorni.
   Ieri sera ho festeggiato l’arrivo alla “Cabin Cove”, il ristorante del quinto pontile, dove servono uova al curry, riso e budino di riso. Piatto unico per 90 rupie. Mi hanno chiesto suggerimenti, dico che dovrebbero aumentare la scelta, visto che sono il ristorante riservato alle cabine superdelux. Ovviamente non rivelo che sto nella stiva al primo pontile tra i famigerati 'bunk passengers'.
   Prima di andare a dormire, ho fatto ancora un giro per sgranchirmi le gambe, la striscia d’argento della luna piena si era spostata a prua. Si vedevano delle luci a terra, forse un faro. Si sentivano le suonerie dei telefonini. Il gruppo Mustafa’ con la sua scia di gelsomino, era scomparso...di sicuro avranno avuto un canotto gonfiabile nei loro scatoloni...

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Happy Holi in mezzo all'oceano

A bordo della Nicobar, 6 marzo 2015
Sono l’unica straniera sulla nave e devo dire che sono tutti molto rispettosi. Ovviamente mi fanno le solite domande che all’inizio, quando sono arrivata in India, mi infastidivano, ora ci sono rassegnata. Da dove vieni, quanti anni hai (a questa non rispondo quasi mai), dove e’ tuo marito, hai figli e poi che lavoro fai , quanto guadagni, quando paghi di affitto...
   I piu’ curiosi sono quelli delle ‘cabine’, ovviamente, perche’ sanno l’inglese e poi perche’mi vedono sempre seduta a scrivere sul ponte delle scialuppe oppure al ‘’lido bar”. Quando dico che sto sootto nel “bunk” mi guardano un po’ sorpresi. Chissa’ se uno dei miei compagni di cuccetta sale ai piani alti, che succede. Lo cacciano? Penso al Titanic e rido.
    E’ stata gia’ un'avventura salire su questa nave. I collegamenti per le Andamane sono assicurati dalla Shipping Corporation of India con partenze da Calcutta, Vizag (Visakhapatnam) e Chennai. E’ un carrozzone statale e lo si vede da come e’complicato anche soltanto avere informazioni su quando partono le navi. Se ho ben capito a gennaio c’era una partenza una volta alla settimana da Chennai. Ma poi entrambe le due navi che facevano servizio “si sono rotte” e sono in cantiere. “Forse” c’era una partenza il 6, se no il 9 marzo. Ci voleva poi un permesso della polizia per gli stranieri per entrare in porto.
    Da Vizag, invece, in Andhra Pradesh, la nave parte una volta mese e caso volle che era il 4 marzo. Quindi la sera del 2 mi sono precipitata alla stazione di Chennai e ho preso il primo treno per il nord. E’ arrivato all’una a Vizag, seconda citta’ dell’Andhra Pradesh di cui si parla solo quando arrrivano i cicloni dalla Baia del Bengala. Mi sono precipitata in porto, (dove li avevano gia’ avvertiti da Chennai) a comprare il biglietto (2280 rupie per la classe piu’ economica che e’ il bunk, mentre per gli isolani e’ solo 800). Mi ci e’ voluto anche il timbro dell’immigration perche’ usciamo dalle acque territoriali indiane. E quindi eccomi qui tra la Baia del Bengale e il Mar delle Andamane. In mezzo a niente, perche’ su questa rotta non c’e’ traffico commerciale.
     “Se qualcosa succede – mi ha detto la comandante, evidentemente preoccupata visto che e’ il suo primo viaggio con dei passeggeri – qui non arrivano nemmeno gli elicotteri”.  Il che rende ancora piu’ affascinante il viaggio, 800 disperati, da tribali andamanesi a un pensionato che ha vissuto a Chicago e che ora se la spassa con il gruppo di “morning walkers”, in viaggio per tre giorni in mezzo all’oceano su una carretta dei mari. Con luna piena....oggi e’ infatti Holi e mi diverte pensare alle battaglie di colori che stanno avvenendo sulla terraferma....

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Acqua razionata e 'bunk passengers'

 A bordo della Nicobar, 5 marzo 2015

Alle tre del pomeriggio ho controllato il GPS, eravamo piu’ o meno a meta’ del tragitto. 128 gradi Sud Est, velocita’ 12 nodi. Ho cominciato a immaginare di essere in barca a vela.
Per i tre giorni della traversata mi sono portata una borsa con biscotti, panini dolci, due samosa e della gelatina di mango.
    All’inizio bevevo l’acqua da dei rubinetti dove c’era scritto “drinkable water”. Poi da quando la comandante mi ha spiegato che l’acqua viene caricata a terra (io pensavo ci fosse un dissalatore!), che non c’e’ nessuna certezza che sia potabile era tutta in un un’unica cisterna, ho iniziato a comprare le bottiglie, anche se a malincuore, perche’ non mi va di consumare plastica. L’acqua e’ razionata ed e’ quindi disponibile solo in certi orari della giornata che sono affissi allo sportello delle ‘informazioni’. L’ho scoperto soltanto ieri sera quando prima di andare a dormire volevo fare una doccia.
Stranamente non c’era nessuno nei bagni, mi sono spogliata, ho tirato fuori dal beauty case tutti l’occorrente, e poi ho aperto il rubinetto...e niente... Mi sono poi lavata i denti nei lavandini della “drinkable water” dove alcuni si erano appena sciacquati i piedi.
     Le condizioni dei bagni della categoria ‘bunk’ meritano un capitolo a parte, perche’ se no, non si capisce perche’ la Lonely Planet definisce “infamous” questa nave. Non eravamo ancora partiti che i lavandini erano pieni di vomito. Il buco delle latrine era coperto da una grata (forse per impedire di buttare degli oggetti che costruissero le tubature). Quindi anche con diverse scariche di sciacquone gli escrementi non scendevano. Negli infissi della porte e nelle tubature erano infilati assorbenti sporchi, ma in file ordinate, con una certa razionalita’geometrica, quasi un'opera d'arte. I lavandini non hanno tubo di scarico, quindi l’acqua ti scorre sui piedi e dopo un po’ l’intero bagno e’ allagato. I bambini ci sguazzano e ci fanno la pipi’.
    Di fronte a questo spettacolo, la mia filosofia “di viaggiare con la gente normale” ha vacillato e – lo ammetto - ho ceduto. Sono salita di due piani e, facendo finta di nulla, mi sono intrufolata nel bagno riservato alle cabine di seconda classe. Che sono piu’ o meno sono la stessa cosa, ma senza allagamento. Ho deciso che d'ora in avanti userò i cessi e le docce della seconda classe anche se c'è sono vietati alla mia 'categoria' sfruttando i miei privilegi di donna dalla pelle bianca e straniera. 
     La cuccetta, invece, tutto sommato non e’ cosi’ male , a parte uno scarafaggio che ha fatto capolini stamattina da una fessura del tetto. Sono in una cuccetta superiore, e dopo aver legato dello spago agli estremi del letto, ci ho messo uno scialle a mo’ di tenda. Intorno a me ci sono solamente dei giovani indiani, probabilmente andamanesi, che non sanno una parola di inglese. Mi guardano incuriositi, ma per ora non mi hanno mai importunata. Dopo le nove di sera,sono tutti a nanna, ma alle cinque comincia un baccano infernale . I gargarismi degli indiani al mattino sono uno dei grandi misteri di questi Paese. Non ho mai capito cosa gli indiani devono vomitare appena svegli emettendo dei suoni che ti fanno pensare a una gravissima intossicazione,oltre che ti fanno perdere l’appetito.

DIARIO DALLE ANDAMANE/ Partenza in nave, unica straniera tra 850 passeggeri


A bordo della Nicobar, 4 marzo 2015

La Lonely Planet la chiama la “infamous boat” per l’arcipelago delle Andamane. Solo quando ci sei sopra capisci perche’ . Sessanta ore per 1.250 chilometri tra Visakhapatnam e Port Blair.
Mi trovo sulla “Nicobar”, una motonave che ha 27 anni, e’ meta’ passeggeri e meta’ cargo. Ha sette ponti. Il primo, nella stiva, e’ dove sto io nelle cuccette (“bunk passengers”) , il settimo e’ quello del comandante, una giovane donna del Bihar, Anuradha Jha, una delle uniche due comandanti donne in India ed e’ al suo primo viaggio su una nave passeggeri (prima ha soltanto comandato cargo).
    Con me, unica straniera, viaggiano 850 passeggeri, suddivisi in “bunk passengers” (stanzoni di circa 60 cuccette), cabine seconda classe (sei cuccette), di prima classe (quattro) e le ‘superdelux’ (due letti, due oblo’, un salottino e bagno). La nave mi ricorda il Titanic, perche’ i pontili alti sono vietati alla plebaglia delle cuccette che disciplinatamente se ne sta nel loro posto. Ritira i pasti nella mensa del “bunk”a orari prestabiliti e prende aria su una verandina.
   Gli altri invece hanno a disposizione il “boat deck”, dove ci sono le scialuppe di salvataggio, un ristorante (con menu’ fisso) e il mitico “Lido Bar” al sesto piano, l’ultimo, dove c’e’ anche una piscina abbandonata e dei tavolini con sedie. Il “Lido bar’ serve caffe e te’ al mattino e dopo le quattro del pomeriggio.
    C’e’ musica ad alto volume e di solito si trovano giovani che stazionano pigramente su dei parapetti. A volte pero’ c’e’ il “gruppo Mustafa’”, come ho soprannominato un gruppo di una ventina di mussulmani sempre insieme con lo zuccotto bianco che sono sempre fuori giorno e notte, e che a orari fissi mangiano provviste che tengono in grossi scatoloni. La sera pregano rivolti verso la Mecca al Lido bar, durante il giorno stazionano a prua in cerchio leggendo il Corano. Quando passano lasciando una scia di profumo al gelsomino che si sparge per tutto il pontile e probabilmente anche in mare. Mi piace pensare alla nave che lascia dietro di se’ una scia profumata.


TAMIL NADU/Auroville, un'utopia che dura da 47 anni

Auroville (Pondicherry), 28 febbraio 2015

Oggi e’ il 47esimo anniversario di Auroville (la Citta’ dell’Aurora), la comunita’ spirituale fondata appunto il 28 febbraio 1968 a una decina di chilometri dalla ex colonia francese di Pondicherry, nel Tamil Nadu. L'evento è stato celebrato con un suggestivo falò all'alba davanti al Matrimandir, il grande 'tempio' dorato creato "per sviluppare l'unione con il divino" e che è l'anima della città universale secondo i dettami della della francese Mirra Alfassa detta la Madre, morta nel 1973, e discepola del grande filosofo Aurobindo.
Il progetto di Auroville, promosso da 128 Paesi e sponsorizzato dall’Unesco, prevedeva la creazione di una citta’ dove tutti gli uomini e le donne potessero vivere in armonia, senza proprieta’ privata, denaro e nel completo rispetto dell’ambiente e senza spreco di risorse.  Lo scopo, secondo la ‘costituzione’ di Auroville, e’ di farne un ‘centro di evoluzione accelerata’ dell’umanita’.
Questo insomma la sostanza di questa citta’ utopica nata con la Contestazione del 68 e quindi concepita in un clima storico veramente speciale.

Non solo marò, tre italiani arrestati in India negli ultimi due mesi


Goa, 15 febbraio 2015      Non sono solo i maro’ ad avere dei guai con la giustizia in India. Purtroppo c’e’ una certa reticenza a diffondere certe notizie in Italia, ma ben tre italiani sono stati arrestati negli ultimi due mesi per traffico di stupefacenti in due famose localita’ turistiche indiane.
    Poco prima di Natale, una coppia di giovani di 25 e 21 anni sarebbero (uso il condizionale perche’ potrebbero essere innocenti) pizzicati dalla polizia con oltre 400 grammi di hashish o charas, come la chiamano qui, nell’isola di Havelok, la meta piu’ popolare dell’arcipelago delle Andamane e Nicobare. Sono le isole che si trovano a oltre mille chilometri dalla costa orientale dell’India, vicino alla Thailandia alla Birmania, e solo da pochi anni entrato nei circuiti turistici. La notizia e’ stata riportata dai media locali (leggi qui). 
    Altro caso piu’ clamoroso, anche questo passato sotto silenzio, e’ quello di un 54enne. Vincenzo Rainone, trovato in possesso di ben 30 mila cartine di Lsd in un alloggio di Anjuna, a Goa, l’ex colonia portoghese, questa si’ famosa per le droghe fin dagli Anni Settanta. L’arresto risale a qualche giorno fa (leggi qui). Secondo la polizia e’ un record, mai avevano trovato un quantitativo cosi’ grande di questa celebre droga psichedelica.
    Immagino che questi casi siano seguiti dalle autorita’ italiane che pero’ sono molto restie a divulgare dettagli.
    In tanti anni che sono in India, non sono mai riuscita a capire quanti sono gli italiani in carcere o sotto proccess. Anche prima che scoppiasse il casino dei maro’. Sembra davvero sia un segreto di Stato.  Oppure, mi viene il dubbio, non si vuole far sapere che questi connazionali sono abbandonati a se stessi?

Donne single? Viaggiare in India non è mai stato cosi’ bello

Varkala (Kerala), 13 febbraio 2012

     Viaggiando tra Goa e il Kerala, due delle destinazioni turistiche piu’ gettonate in India, mi sono accorta che non ci sono piu’ donne che viaggiano da sole (e nemmeno con amiche in realta’). La paura delle violenze sessuali, purtroppo amplificata in modo esagerato dalla stampa internazionale, ha creato il panico tra le turiste. E pensare che l’India e’ sempre stata delle mete preferite dalle donne, il cosiddetto ‘turismo rosa’, proprio perche’ era considerata sicura (e secondo me lo e’ancora, soprattutto dal punto di vista della criminalita’ comune).
Questo ha creato una situazione peculiare e decisamente piacevole per chi, come me, viaggia da sola.
    La quasi o totale assenza di donne si vede chiaramente in spiagge come Palolem (sud Goa) o Om Beach (Gokarna - Karnataka). Nei posti dove mi sono fermata ero sempre l’unica viaggiatrice single. Ero piacevolmente circondata quasi sempre da giovani tra i 25 e i 35 anni, la generazione di Facebook e del precariato, non quella mia, degli eroinomani e degli yuppies in carriera. Quindi bravi ragazzi, sportivi, puliti, senza troppe aspettative dal mondo che li circonda, figli di famiglie ‘allargate’, coccolati e (finanziati) da padri e madri pluridivorziate e da una schiera di patrigni e matrigne. E’ bello osservarli, sia dal punto estetico che da quello sociologico. Sono come degli eterni Peter Pan. Molti viaggiano d’inverno in Asia e fanno lavori precari d’estate in Europa. Sono quasi tutti soli, perche’ probabilmente le fidanzate o compagne lavorano...magari hanno un posto fisso che si tengono stretto...in attesa che i Peter Pan crescano.
   Inoltre a Goa, in particolare, sono sparite anche le comitive dei russi che calavano in massa con i charter e che solo raramente interagivano con altri turisti. E’ la conseguenza della crisi del rublo e delle sanzioni contro lo zar Putin.
Sono rimasti pochi, ma buoni insomma. Per di piu’ la crisi in Europa, ha fatto una selezione naturale (brutto dirlo,lo so, ma e’ cosi’) tra i turisti. Quindi qui arrivano soltanto coloro che amano viaggiare in India, fuori dai circuiti turistici ‘tutto compreso’, i praticanti dello ‘slow travel’.   
   Insomma, donne single (e disocccupate) , e’ il momento giusto... 

ARTE/Biennale di Kochi, tra marmisti cinesi e inquietanti vortici d'acqua

Kochi, 12 febbraio 2015

Sono tornata con piacere alla Biennale di Kochi, dopo esserci stata alla prima edizione nel 2012-2013. Quest’anno la rassegna (aperta fino al 29 marzo) e’ dedicata al tema “Whorled Exploration”, ovvero alle esplorazioni scientifiche e pseudoscientifiche del pianeta.
   Devo dire onestamente che molte delle installazioni non mi hanno impressionato particolarmente, mentre sono stata affascinata dai video.
   L’arte contemporanea si sta spostando decisamente sul multimediale, diventa quasi reportage come nel lavoro superlativo di Adrian Paci, albanese che vive a Milano e che ha presentato “The Column”. Un documentario su un gruppo di marmisti cinesi che realizzano una colonna classica commissionata da un cliente europeo mentre sono i viaggio in nave dalla Cina all’Europa.
   Mi e’piaciuto molto anche l’incredibile esperimento dello svizzero Christian Waldvogel che per dimostrare che la “terra non girava con lui” ha convinto un jet dell’esercito elvetico ad andare alla stessa velocita’ di rotazione del globo terrestre ma in direzione contraria.
    Alcuni lavori sono probabilmente conosciuti a un pubblico occidentale (come le ‘lezioni’ di Michel Stevens (Vsauce) sui misteri della vita). Ma non importa. La loro trasposizione nei vecchi edifici dismessi di Fort Kochi, lo storico centro commerciale, e’ assolutamente azzeccata. Da queste stanze, che odorano ancora di spezie, si trafficava con tutto il mondo. La storia del Kerala e’ quella di una globalizzazione ante litteram.


Sempre in tema di spazio e tempo, anche il video del tedesco Mark Formarek, Standard Times (2007). Un’affascinante e inquietante parodia dell’inutilita’ e precarieta’ del lavoro umano (e quindi anche della vita moderna). Degli operai che per 24 ore si affannano a far funzionare un gigantesci orologio ‘manuale’ costruito in prato. Allo scoccare di ogni minuto devono rimuovere le assi per formare nuove cifre con l’ansia di finire in tempo. Assolutamente geniale.

E poi sono stata a bocca aperta davanti a ‘Descension’ di Anish Kapoor, uno degli artisti indiani contemporanei piu’ famosi. Creata apposta per la Biennale. Un vortice (azionato da una potente pompa idraulica) che risucchia dell’acqua nera nella profondita’ della terra. Inquietante, drammatica, misterioso...a me ha ricordato un buco nero che un giorno potrebbe inghiottire il nostro piccolo e fragilissimo pianeta.