Delhi due mesi dopo, sparito il mio bar preferito e pure l'edicola

New Delhi, 27 Febbraio 2016


    Dopo due mesi a gironzolare in moto nel sud dell'India, sono tornata a New Delhi. Nonostante l'esperimento delle targhe alterne la qualita' dell'aria non è migliorata. Il traffico è sempre li', più che mai aggressivo. Ammetto che ci vuole un certo addestramento per circolare in moto o, peggio, in bici.
    Sono aumentati anche i lavori in corso. Anche al parco di Hauz Khaz, dove vado a correre, hanno divelto un marciapiede e stanno scavando in cerca di non-so-cosa.
    Su un fianco e dietro casa mia hanno demolito due palazzi (che non erano vecchi) pezzo dopo pezzo tra nuvole di polvere. Dalla mia terrazza ho la vista sui cantieri. Una trentina di manovali stanno armando delle colonne portanti. Sono già al secondo piano, sembra che facciano a gara a chi va più in fretta. Hanno eliminato gli alberi e cortiletti davanti per edificare il massimo della superficie. Cosi' che la porta di ingresso sara' in pratica sulla strada.
    Stamattina sono andata al mercato di Green Park per fare colazione e prendere il giornale. Il bar dove andavo di solito, uno della catena Cafe Coffee Day, è completamente sventrato. Hanno rimosso il pavimento, scrostato le pareti, è un guscio vuoto. Mi hanno detto che lo stanno "ristrutturando". Ma io me lo ricordo in ottimo stato, anzi era il posto più accogliente del quartiere!
    Poi sono andata a comprare dei settimanali nell'edicola di fianco che vende anche dvd e musica. Sulla saracinesca chiusa leggo che ha traslocato poco distante vicino a una lavanderia. Mi ci è voluto un po' per trovarlo. E' ora in uno piccolo scantinato e la merce è tutta ammassata. Il proprietario mi ha detto che gli hanno chiesto 350 mila rupie al mese, che è oltre 4.500 euro. Ovviamente il poveretto non ce la fa a pagare vendendo magazine da 30 o 40 rupie. E' il trend di tutti i mercati a Delhi che poco a poco stanno buttando fuori i vecchi commercianti. Non so se è l'avidità dei padroni di casa o dei grandi gruppi che vogliono spostare i consumatori nei mega mall in periferia.
   Questo, insomma, per dire cosa sta succedendo a New Delhi. E sono passati solo due mesi....

MARO’ 4 ANNI DOPO 2 /Cosi’ parlo’ il comandante Vitelli

Palolem (Goa), 15 febbraio 2016
   Uno dei personaggi piu’ misteriosi in tutta la vicenda e’ il comandante della petroliera Enrica Lexie, Umberto Vitelli. Il suo ruolo e’ stato delicato perche' e’ lui che ha deciso di tornare in porto quando le autorita’ indiane glielo hanno chiesto. Il suo padrone era l’armatore e non la Difesa italiana...Di lui non si e’ saputo nulla, e’ stato tre mesi in ostaggio a Kochi quando la nave era sotto sequestro. Quando e' ripartito il suo contratto lavorativo era ormai in scadenza.
   Nel giugno del 2013 pero’ e’ tornato in Kerala per testimoniare all’ufficiale P.Vikraman della National Investigative Agency. E’ stato costretto a tornare perche’ la Corte Suprema prima di dissequestrare la petroliera aveva chiesto all’equipaggio di rendersi ‘disponibile’ per la magistratura. Pe garantire la presenza dei testi i giudici avevano imposto una pesante cauzione (che e’ poi stata restituita all’armatore dopo l’interrogatorio).
  Questa e' deposizione di Vitelli che era allegata tra i documenti presentati all’Itlos. Niente di segreto quindi.
    Lui non c’era sul ponte di comando al momento degli spari, ma quando ha sentito “urlare” e’ andato sulla plancia ad assicurarsi che la nave fosse pilotata a mano per mettere in atto le misure anti pirati (accelerazione e zig zag). Sostanzialmente dice che non si occupava di cosa facevano i maro’, ma soltanto della sicurezza della nave secondo il manuale delle Best Management Practices (dell’Imo). Anzi probabilmente come traspare era anche un po' irritato ad avere gente armata a bordo. Dice che a Galle, in Sri Lanka, quando ha imbarcato il team Latorre, sono state issate a bordo delle ‘casse’di armi, ma che non sapeva cosa erano perche’ era segreto della Difesa. Secondo lui, non si e’ trattato di un attacco di pirati.
   Interessante e’ sapere che i maro’ erano saliti il giorno prima,quindi erano solo da un giorno a bordo!


Annex 27

STATEMENT OF MR VITELLI UMBERTO, CAPTAIN OF THE MV ENRICA LEXIE, 15

JUNE 2013



Statement of Mr. Vitelli Umberto, Age 50, PasteraMassalubrense, 5/A

Lumbrense, N5-80061, Napoli, Passport No.F575264 of Italy, Master of

EnricaLexie, Mob No.+39339719130Email- carionov@hotmail.com

My name is Umberto Vitelli, aged 50 yrs. In 1998, I completed my

graduation. After completing the graduation I joined a Merchant vessel MARE

LIGURE as a deck boy. I have 16 years of shipexperience and during this

period Iwas promoted as Master of the ship in the year 2010. In the end of

November, 2011 I joined the Merchant Vessel Enrica Lexie as a Master. 

MARO’ 4 ANNI DOPO 1/ Qualche dubbio e un consiglio

Palolem (Goa), 15 febbraio 2016
   Sono esattamente quattro anni che io (insieme al mio collega dell’Ansa di New Delhi Maurizio Salvi) mi occupo della sventura dei due maro’ arrestati in India. Personalmente e’ il caso che piu’ ho seguito e che piu’ mi appassionato nella mia carriera. Ho letto quintali di carte, parlato con decine di persone, tra cui i pescatori superstiti, scarpinato su e giu’ per il Kerala e per il Tamil Nadu cercando di capire quello che successe il 15 febbraio 2012. Un anno fa sono perfino salita di soppiatto sul peschereccio S.Antony sotto sequestro al porto di Neendakara e ho fotografato di nuovo un foro di un proiettile nel tettuccio. Tanto per ricordarlo, in quel giorno di quattro anni fa sono morti il pescatore Jelastine, che era nella cabina al timone e il giovane Binki, che invece era a poppa a fare i bisogni. Gli altri nove della ciurma dormivano sopra le reti. Nonostante le mie ricerche, non sono mai riuscita a capire come sono andate le cose.
   Ovviamente sarebbe stato molto piu’ semplice se Latorre e Girone avessero detto che cosa e’ successo e perche’ sono ‘innocenti’ come spesso hanno sostenuto. Oppure se il governo italiano avesse reso pubblico il rapporto del team guidato dall’ammiraglio Alessandro Piroli che ha indagato in India. Nell’aprile 2013 La Repubblica ha sostenuto di avere visto le conclusione e ha fatto uno scoop. Ha scritto  che non sono stati loro a sparare, ma altri maro’ del team Latorre composto in totale da sei militari.
   Per anni ho creduto a questa versione finche’ mi sono imbattuta nella testimonianza resa alla polizia indiana del comandante Umberto Vitelli (che pubblico integralmente in un altro post) e le altre deposizioni dell'equipaggio. Lui dice che sul ponte a dritta c’erano Latorre e Girone.
     Siccome di recente sono stata una ventina di giorni su una nave cargo e venendo dall'Europa in India ho attraversato la “zona ad alto rischio” per la pirateria, so molto bene quali sono le procedure di sicurezza e quindi so perfettamente di cosa parla il capitano Vitelli.
   Ma non e’ solo questo che mi preme sottolineare oggi in questo anniversario di un caso che bene o male ha occupato quattro anni della mia vita. Proprio per questo mi arrogo il diritto di dire alcune cose:

1 Non si capisce per quale motivo l’Italia chiedera’il 30 marzo al tribunale arbitrale costituito all’Aja il rilascio temporaneo soltanto di Girone e non di Latorre. E’ vero che quest’ultimo e’ in Italia, ma per la giustizia indiana e’ sempre in liberta’ provvisoria con un permesso speciale per curarsi che scade il 30 aprile.

2 Secondo me Roma non doveva di nuovo sfidare la Corte Suprema (istituzione molto potente in India) dicendo che Latorre non torna ancora prima della scadenza del suo permesso.E' vero che la sentenza dell’Itlos del 24 agosto 2015 che ordina alle due parti di mantenere lo ‘status quo’ sulla contesa potrebbe essere interpretata come un diritto di Latorre a rimanere in Italia. Ma se la decisione e’ unilaterale italiana e l’India non e’ d’accordo, questo potrebbe essere un nuovo elemento di irritazione di Delhi.

3 Anche se adesso c’e’ una corte arbitrale, secondo me non bisogna abbandonare la via dei negoziati tra diplomazie.Lo scritto e lo ripeto, Renzi e Modi devono incontrarsi e parlarsi a quattrocchi. E’ di reciproco interesse.

Hampi, finalmente ho incontrato Baba Cesare

Hampi, 7 febbraio 2016

   Erano anni che cercavo Baba Cesare, il sadhu italiano, famoso in mezza India e ora anche in Italia grazie a un suo libro di memorie 'dettate' a Folco Terzani ("A Piedi Nudi sulla Terra", 2011).
L'ho trovato dove e' stato negli ultimi 25 anni... nella sua grotta-ashram a Anegundi, sulla riva nord del fiume Tungabhadra, vicino al vecchio ponte in rovina.
   Per arrivarci bisogna prendere un cestone dalla riva sud, oppure attraversare un torrente se si e' dall'altra parte. Io ci sono arrivata dal nord, dalla strada che va alla collina di Anjaneya, dove secondo la tradizione e’ nato Hanuman. Questa zona,come mi ha raccontato Baba Cesare, era il regno delle scimmie, e di fatti da lui e’ pieno di langur e macachi.

   Baba Cesare, di cui non so il cognome, e’ un ex freak torinese scappato dall’Italia per vicende di droga. Un ribelle ma di destra, cacciatore di donne ma allergico alla famiglia, che come tanti ha trovato nell’India un rifugio e soprattutto una riserva infinita di droghe, come ho letto nel suo libro.
   A un certo punto, stufo dello sballo contino, e' diventato un 'sadhu', un asceta, un po’ per scelta, ma anche per necessita’ per continuare a vivere liberamente in India quando ormai non si poteva piu’ a causa delle leggi piu’ severe contro gli stranieri senza visto e senza passaporto.
   La sua vita e’ stata rocambolesca, fuori e dentro le prigioni, a zonzo sulla via dei freak dalla Turchia al Nepal, e poi gli ultimi cinque lustri in una grotta ad Hampi. In un certo senso e’ sempre stato coerente con il suo spirito anti conformista. Ha una figlia che ha rivisto due anni fa quando e’ andato al salone del libro di Torino e che fa la designer, mi ha detto. Ma dal libro si capisce che ha anche altri figli...
   Ora ha 70 anni, e' in po'mal messo.. non riesce piu’a camminare se non per brevi tratti e ha un’asma cronica. Vicino al suo letto ci sono le bombole dell’ossigeno. Ma nonostante il respiro affaticato, all’alba fa ancora qualche tiro di cilum in un una delle sue creazioni in terracotta a forma di serpente.

La magia di Hampi e delle sue rocce,

Hampi (Karnataka), 5 febbraio 2016

VEDI GALLERIA FOTO

    Sono tornata ad Hampi dopo quasi una decina di anni e sono stata contenta di trovare la magia di sempre.   Nel bazar, intorno all’enorme tempio Virupaksha o Pampapathi, sono state demoliti negozi e altre stutture che ricordo erano ammassare sulle rovine. Adesso e’ emerso nella sua bellezza tutto il tempio.
   La sponda nord del fiume Tungabhadra, e’ sempre quella che ‘tira’ di piu’ soprattutto gli israeliani e tutta quella fauna freaks che si vede a Goa. In effetti si sono moltiplicare le guesthouse, ma sono rimaste quelle storiche.
   Io sto un po’ in fondo alla Shanti Guesthouse, in una stanza senza bagni a 350 rupie, con dondolo privato in veranda e vista risaia. In questa stagione le risaie sono di un verde brillante che sembrano quasi finte. I famosi massi di Hampi, di tutte le forme, si stagliano sullo sfondo di questo verde e sullo smeraldo del fiume. Ho ritrovato anche la spiaggetta dove andavo a fare il bagno. C’e’ solo mezzo metro d’acqua, ma ogni giorno mi permette di fare un po’ di vasche, mentre le pecore pascolano intorno e gli aironi sono appollaiati sulle rocce. A volte mi chiedo se per caso non sono entrara in quadro naive tanto e’ ‘bucolico’ il paesaggio.
    “Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui musam meditaris avena...” mi viene in mente Virgilio. Ma senza risaie, il paesaggio potrebbe essere anche quello della Gallura,in Sardegna. Non mi stupisco che qui e’ sorta questa citta’ ricchissima, Vijayanagara, nel 1500, in pieno Rinascimento quindi, che si narra fosse la seconda citta’ piu’ popolosa dopo Peking,l'odierna Pechino,
   E’ una palestra naturale, non sono per il free climbing, ma per chi ama la corsa, la bicicletta o semplicemente passeggiare. Al mattino io faccio un po’ di jogging partendo dall’acquedotto fino all’Anjaneya Hill, dove salgo su per i 500 gradini fino al tempio dedicato ad Hanuman (pare sia nato qui da Anjana messa incinta dal vento...
   Poi da li’ si prende una strada di campagna e si arriva fino al vecchio ponte e all’ashram di baba Cesare. Ci sono i ‘cestoni’, le tipiche barchette di bambu’ per attraversare il fiume e da li’ raggiungere il famoso tempio Vithala dove c’e’ il carretto scolpito che e’ il simbolo del turismo in Karnataka.

Shock culturale? Mangiando una pasta alla crema a Hospet...

Hampi (Karnataka), 15 gennaio 2016
Oggi ho attraversato il fiume, il Tungabhadra, e sono andata con il bus a Hospet, il centro abitato a mezzora da Hampi dove si entra nella ‘civilta’’. Ci sono medici, ottici (avevo bisogno di lenti a contatto), bancomat e farmacie. E’ una caotica citta’ purtroppo senza nessun elemento di identita’ come spesso capita. Ho vagato un po’ nel mercato, davanti alla stazione dei bus, mi sono comprata un paio di sandali e prima di tornare ho comprato una pasta alla crema che il negoziante ha avvolto in un foglio.
   Fin qui tutto normale. Ma sentite ora. Salgo sul bus e apro il pacchettino. Era una fotocopia della pagina 491 di un capitolo chiamato “International Human Resource Management”. Incuriosita mi metto a leggere mentre assaporo la pasta. Si parlava di ‘international adjustement” che viene definito come “il grado con cui un immigrato si sente a suo agio a vivere e lavorare nel Paese che lo ospita” (questo era stato sottolineato a matita). E poi andava avanti a spiegare lo “shock culturale”. Faceva degli esempio che potrebbero scioccare gli Indiani citando una certa Nancy Adler. Per esempio che gli studenti Usa portano delle bevande in classe, che gli africani lasciano la classe prima dell’insegnante...
     Nella figura 17 (che non ho perche’ e’ nella pagina accanto) c’e’ una curva a U che spiega i gradi di shock culturale a seconda del tempo passato nel Paese. La prima fase e’ di “luna di miele” quando il nuovo arrivato e’ affascinato dalle novita’ del Paese, viene accolto dalla sua azienda e vede tutto con lenti rosa. Questa fase dura “due o tre mesi”.
    Poi c’e’ “lo skock culturale”, quando il poveretto si accorge dove e’ e non riceve piu’ il supporto dei colleghi o dall’ambiente (che si occupa di altri nuovi arrivati). Qui c’e’ la crisi...”during this stage....” qui finisce il foglio (e la pasta anche).
   So che le altre due fasi sono il “recupero” e poi “l’adattamento” in cui si ritorna su’ nella curva. Io in teoria, dopo oltre 15 anni di India, dovrei essere nella parte altissima della curva a U.
    Ma come dovrei interpretare questo segnale del Caso? Quale e’ il messaggio? Mi ricordo che avevo 18 anni quando ho comprato delle uova avvolte in una pagina di giornale (allora si vendevano sciolte) dove era pubblicato un mio articolo. Ci sono rimasta un po’ male, ma nonostante tutto ho continuato con il giornalismo. Sono convinta, 35 anni dopo, che avrei dovuto seguire il segno del Destino e lasciare perdere. Da allora comunque mi e’ rimasta l’abitudine di sbirciare nei fogli o giornali riciclati che mi ritrovo tra le mani. E ovviamente sono una appassionata dei Baci Perugina.

Maro' e Finmeccanica: Modi avrebbe chiesto a Renzi la testa di Sonia Gandhi?

   Sirsi (Karnataka), 2 febbraio 2016

   Il “The Telegraph” che e’ uno dei piu’ vecchi e anche prestigiosi quotidiani di Calcutta riporta oggi una bizzarra storia sui maro’ che rende ancora piu’ “fishy” , come dicono gli inglesi, l’intera vicenda che tra qualche giorno compie 4 anni. 
L’articolo (ecco qui)  rivela che uno dei mediatori coinvolti nello scandalo degli elicotteri AgustaWestland, il britannico Christian Michel che e’ ricercato dall’Interpol (ma che secondo il giornale “lavora” tranquillamente a Dubai e da’ pure dichiarazioni ai giornalisti) ha detto che Narendra Modi avrebbe proposto a Renzi un accordo segreto quando si sono incrociati all’assemblea generale dell’Onu a New York a settembre. In pratica l’India avrebbe liberato i maro’ in cambio di ‘prove' che collegavano la leader del Congresso Sonia Gandhi con le presunte mazzette pagate da AgustaWestland.
   Michel ha messo queste rivelazioni nero su bianco in una ‘lettera’ alla Corte permanente di Arbitrato dell’Aja che deve decidere la giurisdizione sul caso e anche al Tribunale del mare di Amburgo (che ora non centra piu’ nulla).
   Un portavoce del governo ha bollato la storia come ‘ridicola’, mentre il Congresso ha preso subito la palla al balzo e ha chiesto a Modi delle urgenti spiegazioni.
    A me sembra questa storia un po’ bizzarra, pare uscita dall’Italia, dove si sa c’e’una certa predilizione nel vedere complotti ovunque e nell’intorbidire il piu’ possibile le acque in modo che poi cosi’ non si capisce piu’nulla.

I miei dubbi sono:
1 Perche’ mai Michel si e’ preso la briga di scrivere ai tribunali internazionali? Qual e’ il suo tornaconto nello screditare Modi? La sua mossa poi coincide guarda caso con la decisione dell’India di chiedere all’Interpol la sua cattura.
2 E’ vero che Modi e’ in calo di consensi e che ha perso le elezioni in Bihar, ma davvero ha paura di Sonia Gandhi che e’ ai minimi storici e che vorrebbe pure andarsene in pensione lasciando la baracca al figlio Rahul? 
3 Penso che questo tipo di proposte vadano fatte nell’oscurita’ di qualche corridoio e non nel Palazzo di Vetro. Ma ve lo vedere Modi andare da Renzi e proporre un ricatto del genere? Non penso sia cosi’ disperatamente desideroso di liberare il povero Girone.

Goa, arriva l'autostrada, addio Galgibaga

Galgibaga (Goa), 2 febbraio 2016

   Galgibaga e’ l’ultima spiaggia sud di Goa ed e’ famosa per la nidificazione delle tartarughe Olive Ridley, una rara specie dell’Oceano Indiano. La spiaggia e’ protetta nel senso che ci sono dei guardiaparco e non ci sono attivita’ turistiche sul litorale. Anni fa Galgibaga era un pigro villaggio a maggioranza cristiana, dove c’erano solo un paio di ristoranti all’ombra delle casuarine che separano la spiaggia dalle case. Ora ci sono un paio di ‘resort’ anche se discreti e di notte c’e’ parecchio inquinamento luminoso. Non so se e’a causa di questo che negli ultimi anni sono diminuiti i nidi di tartarughe. Ora sono solo un paio, ma la stagione non e’ finita, magari ne arrivano ancora.
   Inoltre ci sono dei bagnini sulla spiaggia, e’ una ditta privata che ha l’appalto della sicurezza dei bagnanti, soprattutto gli indiani. Hanno anche una moto d’acqua di salvataggio e con questa ogni tanto scorazzano su e’ giu’. Secondo me disturbano la vita marina e le tartarughe, ma loro – mi hanno detto – non hanno nullaa che vedere con il Dipartimento delle Foreste, da cui invece dipende la tutela dell’ecosistema...
   Ma il dramma di Galgibaga e’ un altro. A dicembre il governo indiano ha deciso di scongelare un vecchio progetto di una autostrada sulla costa verso il porto d Karwar, in Karnataka, a circa 40 km. Ora c’e’ la strada nazionale che si inerpica sulle montagne. Con la nuova arteria, chiamata Margao Western bypass, si risparmiano circa 15 km, ma bisogna attraversare tre fiumi, quindi saranno costruiti tre ponti di circa 400-500 metri. Tutto e’ gia’ finanziato dal governo di New Delhi che sta facenndo di tutto per sbloccare i cantieri fermi da anni e trasformare l’ India. Che si puo’ dire? Che devono rimanere arretrati per salvare le tartarughe? No, ovviamente.
   La nuova autostrada a sei corsie taglia esattamente in due Galgibaga. Ora la strada finisce in fondo al Paese dove c’e’ il fiume. Sono 20 anni che gli abitanti aspettano un ponte...ora sono costretti a fare un lungo giro per raggiungere il villaggio d Maxem al di la della sponda. C’e’ un traghetto che porta su e giu’ le persone ma a orari limitati. Alcuni intrepidi salgonno sul ponte della Ferrovia, ma correndo il rischio di venire investiti da un treno.

   Con l’autostrada avranno il ponte, un mega ponte, che hanno sempre sognato, ma il villaggio sara’ per sempre deturpato. Per far posto a strada e ponte dovranno eliminare un bel po’ di alberi e spianare un po’ di negozietti. Molte case si affacceranno direttamente sulla strada dove ovviamente ci sara’un notevole traffico di camion e mezzi pesanti giorno e notte. Penso poi ci vorra’ un cavalcavia e uno svincolo per uscire in Paese.
   Sono stata a colazione da una signora che gestisce un baretto e che ha gia’ iniziato a demolire parte della struttura. I lavori inizieranno tra poco. La strada e’a circa 200 metri dalla spiaggia delle tartarughe e il mega ponte e’ quasi sulla foce del fiume, un posto ricco di mangrovie e di una bellezza sconvolgente.

   Ne ho parlato con la gente, ma sembrano contenti perche’ da anni volevano il ponte. Dopo la Messa, stamane, Il parroco mi ha detto che cosi’ anche i fedeli ...Ognuno pensa al proprio orticello...
   Insomma addio Galgibaga, questo e’ il mio omaggio a un posto che ho amato e che rimarra’ sempre con me.

L'india secondo i Coldplay, "I am feeling drunk and high, so high...."

Gokarna (Karnataka),  28 gennaio 2016

   L'ultimo videoclip dei Coldplay, 'Hymn for Weekend', girato in India, ha mandato in crisi di identita' una nazione intera e creato uno psicodramma collettivo.
   E' un'accozzaglia di stereotipi e di tutto quello che gli occidentali cercano in India fin dai tempi dei 'figli dei fiori' e della beat generation. Volendo potrebbe essere anche uno spot turistico se l'avessero presa bene. Ma agli indiani del XXI secolo, a quelli che lavorano nella Silicon Valley e probabilmente anche all'uomo della strada, ha dato sui nervi che Beyonce si atteggi a diva di Bollywood e che Chris Martin vaghi spensierato a Mumbai tra gente che gioca con i colori come un eterno Holi, in taxi con interni psichedelici e con baba che fumano chilum. Sono tutte cose che esistono veramente, certo, ma metterle tutte insieme come palcoscenico di una canzone che non c'entra nulla, e' in effetti bizzarro.
   Se prendiamo il cinema di Bollywood quando va all'estero, anche li' si vede un sacco di banalita' pseudoturistiche, la 'tomatina' in Spagna o le donne con il fazzoletto in testa in Sicilia.
   Pensate se i Coldplay avessero fatto un video mettendoci le cose piu' scontate dell'Italia, un suonatore di mandolino, un gondoliere, gente che gesticola per strada, uno spezzone del Padrino e degli enormi piatti di pastasciutta sullo sfondo della Torre di Pisa. Come ci saremmo sentiti noi Italiani?
   Quello che mi disturba e' che Martin va in giro in questa Mumbai immaginaria cantando "I am feeling drunk and high, so high so high". Quindi, si puo' dire che , siccome e' strafatto riesce a vedere una India che gli altri non vedono!

Karnataka, agli 'asteroidi' del tempio di Yana

Sirsi (Karnataka), 25 gennaio 2016

   Il Karnataka continua a stupirmi per le sue bellezze, molte nascoste nelle foreste come il tempio di Yana. Si tratta di un santuario sulla montagna dove spuntano due giganteschi monoliti di pietra calcarea nera alti un centinaio di metri e con delle 'guglie'. Sembrano degli asteroidi caduti dal cielo o delle eruzioni di lava che si sono cristallizzate appena sono uscite dalla terra. Ho visto cose del genere solo in Grecia, i monasteri delle Meteora, ma quella è una intera area di rocce a strapiombo.
    Al tempio ci si arriva dopo un sentiero di circa tre chilometri (o due se si entra da un altro versante) e si rimane a bocca aperta per lo stupore.

   Fino a pochi decenni fa il posto era isolato e ci voleva un lungo trekking nella foresta per arrivarci. Oggi c’è una strada asfaltata che attraversa un tratto vergine di giungla dove non c’è anima viva.
    Il tempio è situato nella più grande delle due formazioni che si chiamano  Bhairaveshwara Shikhara (120 metri) e Mohini Shikhara (90 metri). Appena entrati c’è una sorta di cortile e poi sul fondo una caverna dove al fondo c'è  uno 'shiva linga' di pietra. Era transennato, non si poteva entrare. Si sentiva il suono di acqua gocciolare dall’alto.
   I brahmini erano dentro la caverna, penso  impegnati nella preparazione di un rituale. Gesti senza tempo, sopra la nuda roccia, in mezzo alla foresta. C’era qualcosa di primordiale, ma nello stesso tempo magico in questo luogo anche se è ormai attrezzato per i grandi pellegrinaggi.
   Mi viene da pensare a coloro che fino a qualche decennio fa arrivava dopo una giornata di cammino e magari l'intera zona era popolata di asceti nelle grotte.

Goa, alle grotte di Arvalem cercando Erica Jong

Palolem (Goa), 15 gennaio 2016

   Mi sono lasciata tentare da Erica Jong e sono rimasta fregata per due motivi. Il suo primo e forse unico successo, "Paura di volare" (1973), è un cult delle femministe. Ma anche per me, che appartengo alla generazione dei 'baby boomers', è stata una lettura obbligata, insieme a "Porci con le ali" di Lidia Ravera.
   Quando sono andata in Italia a Natale e ho visto in una libreria il suo ultimo libro l'ho subito afferrato. Ammetto di essere stata attirata dal titolo, "Donna felicemente sposata, cerca uomo felicemente sposato" che non c'entra assolutamente nulla, ma quelli di Bompiani sanno il fatto loro.
   Se l'avessero tradotto pari pari dall'inglese "Fear of Dying" che ha molto più senso, forse non l'avrei comprato. O forse sì perché ero curiosa di sapere come si sentiva - lei che ha inventato teoria della 'scopata senza cerniera' - nell'età in cui "non si è più scopabili" secondo i criteri dominanti maschili.

Gli ‘’uomini scimmia” delle palme da cocco, un mestiere in via di estinzione

Palolem (Goa), 10 gennaio 2016
 
    Stamane Succurina, la proprietaria dei 'coco huts' See view di Palolem Beach, dove sto io, ha deciso di ‘sfoltire’ le palme da cocco. E’ una operazione che si fa saltuariamente per raccogliere i cocchi maturi e soprattutto rimuovere quelli secchi per evitare che piombino sui turisti. Vivere sotto un palmeto sara’ esotico, ma ha i suoi rischi....Si narra che in passato a Palolem un tedesco e’ stato ucciso da un cocco in testa. Ogni tanto capita di sentire nella foresta il ‘bang’ di una noce su un tetto di lamiera o il fragore di una foglia secca che plana al suolo. Se capita di notte mi sveglio di soprassalto con il cuore che sobbalza.
   Succurina ha chiamato un paio di ‘uomini scimmie’, esseri scheletrici, tutto nervi, di una certa eta’, che a piedi nudi e con una corda salgono sulle piante con una agilita’ impressionante. Ho subito tirato fuori la macchina foto.
    E’ un mestiere che mi ha sempre incuriosito quello dei raccoglitori di cocco.Penso che come tutti i mestieri in India appartenga a una ‘comunita’’ o casta specifica.  Avevo letto che e’ in via di estinzione e che e’ sempre piu’ diffcile trovare il personale. Come e’ per tanti mestiieri, i figli non vogliono piu’ fare il lavoro dei padri e manco quest’ultimi lo vogliono. Sarebbe un’idea per un reportage, tipo “cercasi raccoglitori di cocco”. So che in effetti i coltivatori hanno cominciato a introdurre delle specie nane di palma da cocco e che qualcuno in Kerala, dove sono piu' ricchi,  ha persino inventato una macchina per raccogliere i frutti.
   Anche la noce da cocco mi ha sempre affascinato. Si fa di tutto, olio, farina, alcol e la si impiega ovunque, dalla cucina ai tappeti. E la si usa anche per la 'puja', l'offerta degli induisti alla divinita’ o per benedire veicoli, case o animali...Ho imparato solo qui nel sud dell’India a dissetarmi dai cocchi e solo da poco ho capito che i cocchi verdi contengono le ‘noci’ con il latte e una polpa bianca. 
   Ma se lo si lascia seccare il cocco diventa duro come quello vedevo al luna park quando ero bambina in una specie di fontana con le luci colorate. 
   Ho scoperto poi che l’India produce il 32% di tutte le noci da cocco al mondo che sono 73 miliardi all’anno, piu’ o meno dieci a testa. E che gli altri due grandi produttori sono Indonesia e Filippine.
   Questi 23 miliardi di cocco indiani vengono raccolti a mano dagli “uomini scimmia”. Ci sono qualcosa come 10 milioni di produttori concentrati in Tamil Nadu, Kerala e Karnataka (Goa non fa testo, le palme servono per far ombra ai turisti...) e tutti costoro dipendono da questi professionisti che  hanno ormai i capelli bianchi.

Konkan Coast 2016/ In moto da Mumbai a Goa

Mumbai, 1 gennaio  - Goa 6 gennaio 1026

   Non c’e’ modo migliore di iniziare l’anno mettendosi in viaggio! E anche di finirlo visto che ho passato l’ultima notte dell’anno in aereo da Milano a Dubai e poi da Dubai a Mumbai.
    Ho ritrovato la moto come l’avevo lasciata e quando ci sono salita era come se non fossi mai andata in Italia. L’idea e’ di andare a Goa, l’ex colonia portoghese, seguendo la strada della costa dello stato del Maharashtra. Avevo letto che questa strada e’ una delle piu’ belle per chi ama viaggiare in moto. Sacrosanta verita’!
Sono stati 600 km, sette traghetti e sei giorni di assoluta gioia, tra spiagge, forti, templi, villaggi, foreste, fiumi, piantagioni di mango e promontori e poi di nuovo spiagge, forti, templi...quasi tutto su strade dissestate, a volte sterrate, perfino sentieri, tornanti infiniti e zig e zag in mezzo ai territori tribali. Scende in pianura solo quando si entra a Goa...e si vedono i primi fricchettoni di Arambol.

"The Walk", la piccola equilibrista di Alibaug

Alibaug (Maharashtra), 2 gennaio 2016


Ho visto di recente "The Walk", il film biografico sull'artista francese Philippe Petit girato dal regista americano Robert Zemeckis.  Quando ho visto questa piccola equilibrista sulla spiaggia di Alibaug, a sud di Mumbai, non ho potuto che pensare agli artisti di strada indiani

Da Delhi a Mumbai con la moto, omaggio alla mia Poderosa

Mumbai, 22 dicembre 2015
   Sono partita  New Delhi con la moto,  un po’ per gioco e un po’ per sfida, e oggi sono arrivata alle porte di Mumbai, dove oggi ho un volo per l’Italia.
   Circa 1.500 km dopo (non li ho contati, vado a spanne) sono arrivata a Thane, periferia nord di Mumbai, dove ho lasciato la moto a casa di un amico. La riprendero’ quando torno.
  Quando sono arrivata, ho pensato di inginocchiarmi davanti come aveva fatto Vettel quando ha vinto il quarto mondiale nell’ottobre 2013 sul circuito di New Delhi. Poi mi sono guardata intorno, c’era un via vai di famiglie e joggers nel parco di fronte e ho pensato che mi avrebbero preso per matta. Quindi mi sono limitata a congiungere le mani a mo' di namaste' e rendere omaggio alla mia gloriosa compagna di viaggio.
    E’ un rapporto speciale quello che si crea con con una motocicletta. Ci sono anche celebri esempi letterare, mi viene in mente La Poderosa del Che Guevara.
   La mia e’ una Bajaj modello Platina comprata di seconda mano a Bhuj, in Gujarat. Di colore blu’. E’ un po’ arrugginita, e secondo me e’ stata assemblata con dei pezzi taroccati. Ma ha un buon motore, che quando accellero sembra di avere una Enfield. Consuma poco, faccio i 50 con un litro. Il tachimetro non ha mai funzionato, e cosi’ non so quanto puo’ fare, penso non piu’ degli 80. La cilindrata e’ poco piu’ di 100 cc e ha un sedile cosi’ lungo che mi posso sdraiare. Una moto cosi’ in Italia e’ impensabile. Ma qui e’ simile a milioni di altre.

LIBRI/ Pasolini, l'India ha ancora lo stesso odore

Mumbai, 20 dicembre 2015

Mi sono portata dietro sulla moto "L'Odore dell'India" di Pier Paolo Pasolini per rileggerlo e vedere che effetto faceva nell''India che io ho davanti agli occhi in questo viaggio.  E' stato scritto nel 1961 durante il suo celebre viaggio con Alberto Moravia e Elsa Morante.  Oggi non si ritrova piu' la tremenda miseria da lui descritta a Calcutta o a Cochin, ma alcune pagine sono ancora oggi le migliori in assoluto per descrivere certi stati d'animo che un occidendale prova di fronte alle mille contraddizione di questo Paese.
Il libro si chiude con la descrizione  delle pire di Benares e con questa frase che voglio ricordare qui:

"Cosi', confortati dal tepore, sogguardiamo piu' da vicino quei poveri morti che bruciano senza dare fastidio a nessuno. Mai, in nessun posto, in tutto il nostro soggiorno indiano, abbiamo provato un cosi' profondo senso di comunione e, quasi, di gioia".   

Daman, nel covo dei "nostalgici" portoghesi

Daman, 19 dicembre 2015

   Sono arrivata a Daman, ex colonia portoghese sulla costa del Gujarat, dopo una lunghissima giornata di guida da Anand. Sono 300 km e la NH 08 fa una deviazione circolare per bypassare la citta’ di Baroda o Vadodara. Pero’ dopo prosegue dritta verso sud e il 'contatore' dei km verso Mumbai scende velocemente. Piu' si va avanti e piu' si sente anche l’aria tropicale. Mi ricordo quando centinaia di km a nord ho visto la prima palma da cocco e ho esultato.
   Sono giunta a Daman che era ormai sera. Odio viaggiare di notte perche’ qui in India usano costantemente gli abbaglianti e non li abbassano quando incrociano altri veicoli. Inutile lampeggiare, non mollano, e allora li tieni anche tu per ripicca.
Daman (Damao in portoghese) e’ insieme a Diu’, a 900 km di distanza, un Territorio dell’Unione. Sono quelle zone amministrate direttamente dal governo di New Delhi, come le isole Andamane.e Nicobare.  Forse perche’ il governo ha paura che si ribellino.


    Le enclave di Daman e Diu’ erano fino al 1961 dei possedimenti portoghesi come Goa (che poi e’ diventata uno Stato autonomo). Per oltre 450 anni i portoghesi hanno controllato questi porti sul Mar d’Arabia dove erano arrivati nel 1500 con Vasco De Gama. Hanno perfino fatto a Goa la loro base asiatica e per lungo tempo hanno monopolizzato il commercio delle spezie. Hanno poi portato il cattolicesimo convertendo gli indu’e combattendo le ‘eresie’ dei cristiani orientali che erano arrivati – si dice – con l’apostolo Tommaso.
    Sono riusciti a sopravvivere all’arrivo degli inglesi e mentre questi se ne sono andati nel 1947 con l’Indipendenza indiana, loro sono rimasti ancora per oltre 20 anni fino a quando non sono stati cacciati dall'esercito inviato da Delhi.

National Expressway 1 (Ahmedabad - Baroda), un'autentica autostrada ma vietata alle moto

Anand, 16 dicembre 2015
   La ‘expressway’ numero 1, nota anche come “Mahatma Gandhi” highway, e’ davvero un’autostrada modello con un asfalto impeccabile, le recinzioni e uno spartitraffico completamente fiorito. E’stata costruita nel 2009 ma soltanto di recente e’ stata raddoppiata.
    E’ lunga 93 km e ci sono soltanto un paio di uscite. E...purtroppo... e’ vietata alle moto....Io non lo sapevo e sono passata lo stesso da un passaggio laterale che pensavo fosse quello riservato alle moto (che di solito sono esentate da pedaggio). I casellanti mi hanno fatto dei segni ma io li ho ignorat e ho tirato dritto. Pensavo non fosse cosi’ rigido il divieto e che l'autostrada  fosse incasinata come le tutte le altre dove alla fine la velocita’ non e’ mai superiore agli 80.... Invece mi sono trovata davanti una sorta di pista di automobilismo, con auto che sfrecciavano e io 'rintanata' nella corsia di emergenza.
    Il limite qui e’ dei 100 km all’ora, ma quasi tutti lo sorpassano anche perche' la carreggiata e' dritta e invitante . Ho letto dopo che ci sono anche molti incidenti e lo immagino perche’ non c’e’ l’abitudine qui ad andare cosi’ veloce.
    Siccome sapevo di essere illegale sono uscita dopo circa 20 km nel primo casello di Anand. La strada taglia un tratto bucolico di campagna. Ci sono diversi cartelli che invitano a tenere pulito il paesaggio e che esalta le virtu’ della Expressway. In effetti sembrava di essere su un autostrada svizzera...Quando all’uscita i poliziotti mi hanno femato un po’aggressivi ho detto loro che ero entrata per sbaglio e per fortuna sono stati comprensivi!

Anand, la latteria dell’India

Anand (Gujarat), 16 dicembre 2015

   A circa 180 km da Udaipur, in un posto che si chiama Himmatnagar, famoso per le ceramiche, sono entrata in Gujarat, lo stato ‘modello’ dell’India. L’ho notato dalla qualita’ dell’asfalto, per quasi tutto il tratto del Rajasthan, tutto collinare, nella carreggiata c’erano dei solchi. Quando fa molto caldo il catrame si scioglie e le ruote dei camion plasmano la strada. E con la moto quando si sorpassa si esce e si entra da un solco all’altro.
   In Gujarat, la patria del premier Narendra Modi e Stato indiano piu’ industrializzato, la mia moto che e’ appunto targata GJ perche’ l’ho comprata qui dua anni fa, si e’ sentita a casa. Ho ripreso a viaggiare sulla National Highway 8, la mitica NH08 che va da Delhi a Mumbai, e che e’ nota come una delle piu’ trafficate ma anche delle piu’ ben tenute,a parte la segnalazione un po’ carente, le mandrie di mucche e perfino un cammello vagabondo che se ne andava al trotto nel mezzo della carreggiata.
   A un certo punto i km per Mumbai sono scesi a sotto 500, e’ li’ che ho pensato di farcela. Avevo letto sul web di un’impresa di un motociclista che era riuscito a fare da Delhi a Mumbai in 24 ore comprese alcune soste. Avevo capito che aveva seguito appunto la NH08 piu’ un fatidico ‘bypass’ di Ahmedabad, la capitale del Gujarat, che aveva risparmiato almeno 3 ore.
  Ma nelle mie vecchie mappe o nella Lonely Planet, che e’ quella ‘vintage’,di 15 anni fa, non c’era nessun ‘bypass’. Manco sul GPS l’ho visto. E poi credevo che il ‘bypass’ fosse alla periferia di Ahmedabad, e non invece a 150 km dove (forse) lo avevo visto, ma avevo tirato dritto lungo la solita NH08. Mi ricordo di una deviazione per ‘Vapi’ che e’ sulla costa dopo Baroda e dopo Surat. So solo che dopo sono spariti i camion e anche i cippi con la distanza da Mumbai.
   Sono quindi piombata nel traffico di Ahmedabad, che ho attraversato proprio nell’ora di punta. Da li’ volevo in realta’ andare a Baroda, la capitale culturale del Gujarat, ma non ce l’ho fatta perche’ ormai era buio (e freddo).
   Mi sono fermata ad Anand, un postaccio, ma famoso per essere la sede di Amul, la piu’ grande cooperativa del mondo che produce latte e prodotti caseari. Una istituzione in India. Il logo, una bambina con un nastro a pois rosso in testa, e’ tra i piu’ popolari e non manca mai di accompagnare notizie nazionali e internazionali. In un ogni quartiere c’e’ una latteria Amul. Il nome e’ entrato nell’immaginario collettivo. Si dice Amul boy, per dire ‘bamboccione’ e la destra aveva cosi’ soprannominato Rahul Gandhi, figlio e delfino politico di Sonia Gandhi. C’e’ un museo da visitare e un giro nella storica sede. Si dice che Amul e il suo fondatore Verghese Kurien, morto tre anni fa, abbia contribuito alla ‘rivoluzione bianca’ che ha fatto dell’India il primo produttore di latte al mondo. A novembre per il 94esimo compleanno Google ci ha dedicato un doodle.
    Anand, che in hindi vuol dire, ‘piacere’ (si dice ‘anand liye’ per dire ‘goditela’), e’ famosa anche per la maternita’ surrogata. Guarda caso, proprio della patria del latte, sono concentrate le fabbriche dei bambini. Le cliniche dove donne bisognose di soldi ‘affittano’ gli uteri per nove mesi a coppie sterili. Adesso il governo intende impedire agli stranieri di usare questo metodo di procreazione, e quindi sono un po’ in crisi. Le coppie di tutto il mondo vengono qui a ‘produrre’ bambini perche’ costa molto di meno.
  Ma la domanda interna e’ in crescita dopo che alcuni famosi attori di Bollywood hanno fatto ricorso alla maternita’ surrogata.