Ma la Enrica Lexie viaggiava vicino al Kerala per risparmiare sull'assicurazione anti pirati?

New Delhi, 14 ottobre 2015

   La petroliera Enrica Lexie viaggiava sotto la costa del Kerala, a circa 20 miglia nautiche,  per risparmiare? E’ un’ipotesi ma nemmeno tanto buttata in aria che mi è venuta in mente leggendo il comunicato del governo indiano sulla nuova demarcazione della “zona ad alto rischio pirateria” (Ecco qui).

   Come ho scoperto viaggiando a fine settembre su un mercantile dalla Francia all’Oman, c’è una High Risk Area (Hra) per gli attacchi di pirateria in cui le navi devono seguire alcune misure di sicurezza (Best Management Practices (BMP). Nel 2011 questa area era stata estesa dai 65 gradi di longitudine est fino a 78 gradi che significa tutta la costa indiana e pachistana.
   Dato che ci sono rischi maggiori, le assicurazioni hanno aumentato le polizze per i cargo che attraversano la Hra. Con quale conseguenza? Semplice: che le navi cercano finchè possono di stare fuori da questa area per pagare di meno e anche per sicurezza. Come spiegato chiaramente nel comunicato del governo indiano, i mercantili che per esempio sono diretti nel canale di Suez (come la Lexie) navigano lungo la costa indiana per evitare di entrare nella Hra! Qui c'è anche una "circolare" alle navi mercantili emanata dalle autorità indiane dopo l'incidente (qui)

VERSO LE INDIE - Sbarco al mattino a Salalah, addio Medea

A bordo della CMA CGM Medea, 7 ottobre 2015
   Ieri sera siamo arrivati davanti al porto di Salalah e abbiamo spento i motori. Siamo stati alla deriva nel pomeriggio e quasi tutta la notte. La Medea si e’ messa a rollare parecchio, ma non c’erano onde.
Prima di andare a dormire, quando io ero sulla passerella per la solita visita serale, il comandante ha tracciato sulla carta con il compasso un grande cerchio intorno al punto della nostra posizione. Poi ha detto abbastanza seccamente all’ufficiale di turno che “dobbiamo stare qui dentro”.
   Quindi ogni tanto nella notte si accendevano i motori per far riposizionare la Medea che ‘scarrocciava’. Il vento da N.O ci spostava verso l’India. Mi piace pensare che se stavamo cosi’ per un po’ di giorni arrivavamo in India o alle Maldive...
  Tra poche ore sbarco, non si sa ancora quando perche’ non ci e’ stato ancora comunicato. Lo zaino e’gia’ stato fatto. Onestamente non so come riprendero a vivere la’ fuori sulla terra.... senza la Medea.

VERSO LE INDIE – Prova clacson e ultimo brindisi

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 6 ottobre 2015

   Stamane riprendo il jogging e mi concedo anche un po’ di yoga sulla panchina Titanic. La giornata e’ un po’ annuvolata ma poi si rasserena. Andiamo molto veloci, a 17 nodi, strano perche’ non possiamo sbarcare prima di domani sera,  e siamo ormai a qualche centinaia di miglia dall’Oman. Siamo usciti dal corridoio militarizzato, dove eravamo incolonnati con altri cargo. Siamo di nuovo soli, non vedo nulla intorno.  Nel pomeriggio chiedo a Paul, che e’ di turno al bridge, dove e’ il “clacson”.  E’un bottone rosso tra i radar, ‘whistle’ in inglese. Mi dice che se vado fuori lo aziona, cosi’ per farmelo sentire.  Io e Aldino usciamo a tribordo e sentiamo il suono inconfondibile del corno...ridiamo come matti. 

  Stasera e’ l’ultima sera e quindi propongo al comandante un brindisi con lo champagne che ho comprato alla ‘cave’. Brindiamo dopo cena nella sala ufficiali alponte C. E’ anche un’occasione per ringraziare tutti per un viaggio indimenticabile. Sento gia’  il distacco.


VERSO LE INDIE – Entriamo nel Mar Arabico e il panorama diventa 'psichedelico'

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 5 ottobre 2015
   Siamo nel mar Arabico, riconosco il colore del mare che e’ leggermente increspato, e’ il mio mare di Goa. Penso che la’dritto a prua c’e’ l’India. Peccato, davvero, che non possa arrivarci via mare, a Mumbai, come si faceva una volta, penso al viaggio che hanno fatto Pasolini, Moravia e Morante o Guido Gozzano. Ho iniziato a leggere il volumone di Les Inde et L’Europe. Dopo Vasco de Gama, sbarcato a Calicut, in Kerala, inizia un’era di globalizzazione, in cui le caravelle portoghesi facevano la spola tra Europa, Americhe, Africa e Asia per scambiarsi merce. Compravano spezie in Malabar (ma quante spezie consumava l’Europa!), vendevano stoffe del Gujarat in Africa e saccheggiavano l’oro dell’Africa per pagare le spezie. Tutto a vela, sfruttando gli alisei, con le conoscenze degli arabi e indiani. Secoli dopo, a bordo della Medea solco lo stesso oceano, ma non porto piu’ nulla, solo contenitori vuoti da riempire in Cina.

   Oggi niente jogging, mi sento le ossa a pezzi, penso sia l’aria condizionata della mia cabina che non a caso si chiama “Baltique”.... Opto invece per un bagno nella piscina riempita di calda acqua di mare. E’ minuscola ma riesco a fare un po’ di movimento battendo i piedi dal bordo. Mi ricorda quando bambina mi insegnavano a nuotare dal bordo della piscina olimpionica a Chivasso, appena inaugurata. Che fortuna e’ stata avere una piscina in una piccola cittadina alla periferia di Torino. Non so come potrebbe essere la mia vita senza il nuoto.
    Oggi pomeriggio si mettono le lancette in avanti di un’altra ora, c’e’ scritto sul ‘journal de bord’ sotto la solita modella semi nuda. Vado a vedere il tramonto a prua, con la ricetrasmittente, come mi hanno detto. Gli indiani hanno finito di verniciare e stanno ora levando la ruggine da un gru sotto lo ‘chateau’. Per ripararsi dalla polvere si sono avvolti completamente la faccia. Putroppo questi sono i lavori destinati ai piu’ poveri...penso.

   Mi diverto per un po’ al tramonto a scattare foto panoramiche distorte usando un programma per foto ‘panoramiche’ del Samsung. L’effetto e’ esilarante. L’orizzonte scende e sale come una rampa di lancio dove a fatica sale un cargo che viaggia di fianco a noi. I container sono accartocciati o allungati a dismisura come in uno specchio che deforma la realta’. Tra le migliaia di foto che ho preso penso siano le migliori! Di sicuro le piu’ originali.
  L’osservazione serale delle stelle, in queste sere di luna calante, mi ha fatto venire voglia di rivedere 2001 Odissea nello Spazio. Trovo il dvd nella “Medeateque”, ma mi addormento poco dopo la scena degli scimmioni, cullata dal valzer di Strauss.

VERSO LE INDIE – Nello stretto di Bab al Mandeb


A bordo della portacontainer CMA Medea, 4 ottobre 2015
   Da stamane si vede all’orizzonte la costa eritrea e quella yemenita. Ci sono delle isole, vedo anche un villaggio e delle torri. La terra e’ brulla, gialla, e ci sono delle striature, come di una cava. Viaggio con la fantasia su quelle terre che in passato erano al centro dei commerci tra l’Europa e le Indie. Carovane di dromedari, caranvaserragli e ovvviamente anche ladroni. Sto leggendo un saggio comprato al Mucem di Marsiglia, Les Indes et l’Europe (Jean-Louis Margolin e Claude Markovits) sulla storia dei rapporti commerciali tra le due aree dal XV secolo a oggi.

   Ci sono molte petroliere e portacontainer intorno. Alcune ci superano con facilita’. Noi stiamo andando a 14-15 nodi, che penso sia la velocita’ di crociera della Medea....ogni tanto penso che con la bici vado alla stessa velocita’ forse...
   Ero sulla passerella, quando il giovane ufficiale Paul, quello con il piercing al sopracciglio, ha virato progressivamente di 30 gradi a E, piu o meno all’altezza dell’isola Mayyun, per poi entrare nel golfo di Aden. Sono rimasta sul ponte di comando per tutto il passaggio nello stretto di Bab al Mandeb, anche questo leggendario...poi l’uscita dal Mar Rosso e alla mia destra l’ex colonia francese di Gibuti.
   Mihaita, il simpaticissimo rumeno nato a Costanza e che parla italiano mi fa vedere una cartina di un’organizzazione inglese, UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operation) che mostra la ‘zona ad alto rischio’ per la pirateria. Va fino alle coste indiane e pachistane. Mi sembra un po’ esagerato....per l’ampiezza. Nel golfo di Aden, un po’ piu’ avanti, inizia il corridoio della Nato, che imboccheremo anche noi, e’ che e’ protetto da vedette militari di diversi Paesi.
   Tra l’altro oggi, sono comparse a poppa, ai due lati, delle “pistole” collegate agli idranti. Servono per sventare un arrembaggio, che di solito avviene appunto da poppa, dove e’ piu’ bassa la nave. A quanto ho capito si controllano dal “bridge”. Onestamente a me queste misure mi sembrano un po’ ridicole, se si considera che la Enrica Lexie aveva dei soldati d’elite a bordo.

   Non esco per il pomeriggio, mi sento un po’ fiacca...tra aperitivi e bottiglie di Merlot ho un tasso costante di alcol nel sangue. Non sono abituata a mangiare (e bere) cosi’ tanto. La cucina e’ impeccabilente francese, ma di un tipo un po’vecchio, mi dice il mio passeggero, con molte salse, anche sulle bistecche e pesce. Funghi e bacon sono un po’ dappertutto. Mi sembra di fare un pranzo natalizio ogni giorno. Poi ci sono sempre i formaggi, di cui sono golosissima, anche perche’ non ne mangio mai a Delhi. Alla sera quando Catelin, lo steward arriva con il vassoio di Camembert, Blue, Borsin, Brie e altre delizie, vado in estasi letteralmente.
   Finisco di leggere gli Scaduti, di Lidia Ravera, che all’inizio mi aveva un po’ infastidito, ma che poi ho trovato una geniale allegoria sulla generazione degli ex 68 che si ribellano alla ‘rottamazione’ imposta da un ‘regime’ di renziani. Non troppo lontano dalla realta’.

VERSO LE INDIE - Nel caldo del mar Rosso tra Arabia Saudita e Eritrea,

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 3 ottobre 2015

    L’aria appensantita dall’umidita’ mi stanca un po’ e cosi’ stamane ho fatto meno jogging, ma ho camminato di piu’ facendo molti giri della nave in senso antiorario. I delfini sono ancora qui. Ce ne sono decine. Si divertono a saltare le  onde sollevate dallo scafo. Da una parte e dall’altra della scia dei motori, ci sono due linee ondulate che si perdono all’orizzonte. Il mare e’ piatto e di un blu denso come vernice. La Medea ci passa attraverso lasciando un solco centrale e sollevando di qua e di la delle piccole onde. E qui che i delfini si divertono. 

   Non e’  lontana, ma la costa non si vede. C’e’  l’Eritrea da un lato,  Massaua...non mi ricordo neppure la situazione politica, non se ne parla mai, non so nulla dell’Eritrea,la ex colonia italiana. Mi vergogno della mia ignoranza sull’Africa. Stiamo passando delle terre stremate da guerre e carestie...
   Mentre dall’altra parte, e’ ancora Arabia Saudita, ma presto sara’ Yemen...c’e’ la guerra, bombardamenti, i macellai dell’Isis. Dalla Medea, circondata di delfini e da un mare blu cobalto per le profondita’ che sono abissali qui, il mondo sembra un paradiso....
 Approfittando del bel tempo, si fanno lavori di manutenzione. La Medea in effetti e’ abbastanza arrugginita. Gli indiani stanno passando dell’antiruggine rossa sul ponte prima del fo’c’sle, mentre altri sono impegnati a verniciare e a mettere delle guarnizioni alle prese d’aria delle plance che coprono la stiva.  Sono lavori che il comandante ha ordinato dopo una ispezione quando siamo partiti. Mi rendo conto che oltre pilotare, deve anche pensare a come tenere occupato l’equipaggio durante le traversate.

VERSO LE INDIE - I delfini che giocano con il bulbo della Medea

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 2 ottobre 2015
    Abbiamo caricato qualche centinaio di container e la Medea e’ cresciuta in altezza e in scala cromatica. Si sono aggiunti dei container di un bel verde degli Emirati Arabi. Sembrano blocchetti di Lego colorati messi una sopra l’altro in modo confuso. Torrette di cinque, sei pezzi o sette ‘pezzi’, alcuni un po’ piu’ alti perche’ i container possono essere di diversa misura. La composizione finale, vista dall’alto della passerella, risulta pero’ armoniosa, come uno skyline di una metropoli moderna. Il blocco dei ‘reefer’ bianchi che avevo sotto il mio oblo’ a prua, per fortuna, sono stati scaricati e quindi c’e’ di nuovo silenzio dalla mia parte. La poppa, dove si affaccia uno degli oblo’ di Aldino, e’ invece decisamente piu’ rumorosa perche’ ci sono anche i motori.

   Siamo partiti verso le 12 ed e’ stata una partenza in tipico stile orientale. Come in certe stazioni dei bus indiani, quando l’autista sale a bordo, fa rombare i motori, tutti si affrettano, urla alla gente davanti di spostarsi e si fa largo tra gli altri mezzi in uscita e entrata. Eravamo pronti a salpare, infatti, quando la torre di controllo ha detto che doveva arrivare prima un traghetto passeggeri da Port Sudan e che aveva la precedenza. Nel frattempo il cargo che avevamo dietro sulla stessa banchina, la Cota Kabar di Singapore, mezza vuota e della nostra stessa dimensione, aveva gia’ mollato gli ormeggi e aveva un rimorchiatore a fianco ma, incredibilmente, la gru continuava a caricare container. Forse qualche camion arrivato un ritardo....

VERSO LE INDIE - Arrivo anticipato a Jeddah

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, Jeddah, 1 ottobre
   A sorpresa arriviamo a Jedda alle 19, invece che domani pomeriggio come previsto sul calendario. “Ci hanno detto che hanno c’e’ una banchina libera al porto” dice il comandante. Ancora una volta ho l’impressione che i cargo siano un po’ le corriere in India, che per caricare su della gente si fermano un po’ dappertutto. Sulla Medea c’e’ ancora un po’ di posto per qualche “scatola” in effetti.
    Come sempre seguo l’arrivo sul ponte. Jeddah da lontano sembra una metropoli, ci sono grattacieli luminosi e anche un jet d’eau di 300 metri che fa impallidire quello di Ginevra. Si vede una tangenziale con un gran traffico. La Mecca e’ soli 60 km, incredibile.

  Salgono a bordo ben tre piloti, due in uniforme e uno con una jalabiya bianca. Si mettono a fare una grande confusione, fumano e bevono caffe’ in continuazione. Il comandante che presenta un taglio di capelli stile militare (ieri se li e’ fatti tagliare da Mihaita) e un cappellino con la visieracon scritto master, e’ in piena fibrillazione. Il porto e’ abbastanza piccolo e i piloti vogliono stanno cercare di ruotare la Medea su se stessa per ormeggiarla con la prua verso l’uscita. C’e’ qualche momento di tensione e poi i rimorchiatori ci spingono verso il nostro parcheggio. “Ca c’est Jeddah, ca c’est Jeddah...” continua a ripetere Carpentier andando avanti e indietro con la ricetrasmittente.

VERSO LE INDIE – E noi saremo nella ‘digital economy’?....Nella sala macchine della Medea

A bordo della CMA CGM Medea, 30 settembre 2015
    Ieri alle 16 e’ scattato il “codice ISPS 2”, una serie di misure di sicurezze imposte dell’Organizzazione Marittima Internazionale nel 2002 per contrastare le minacce della piraterie, attacchi terroristici e anche il traffico di clandestini. Il comandante dice che il livello 2 durera’ fino a Salalah e che per questo tutte le porte dovranno essere chiuse salvo quella sul ponte A a dritta. Se si va fuori bisogna comunicarlo alla passerella dove – a sorpresa - sono comparsi anche quattro giubbotti anti proiettili e quattro elmetti da guerra appoggiati in bella vista su un ripiano. Una visione un po’ sinistra ma che ricorda come tra queste acque, fino a un po’ di tempo, si viaggiava con le dita incrociate, sobbalzando alla vista di ogni peschereccio che si avvicinava troppo.... Il capitano dice che non ci sono armi a bordo, ma non ne sono cosi’ sicura...

    Come abbiamo concordato qualche giorni fa, oggi c’e’ la visita alla sala macchine. Alle 9.30 ci presentiamo nell’ufficio del ponte A dove ci accoglie il capo ingegnere Antoine Burnouf e il cadetto Guillome, entrambi in tuta blu da lavoro. Ci danno una pettorina gialla, un casco bianco, dei tappi per le orecchie e dei guanti. E’ da un po’ di giorni che Antoine ci sfotte con questa visita, dicendoci che avremo un bel caldo, dato che fuori ci sono 40 gradi...Aveva riso anche che che mi lamentavo per l’aria condizionata della mia cabina che mi costringe a tenere aperti gli oblo’ per fare entrare l’aria calda.

VERSO LE INDIE - Attraverso Suez, addio Mediterraneo

A bordo della CMA  CGM Medea,  Canale di Suez, 29 settembre 2015

    Ho messo la sveglia alle 5 (che in Libano sarebbero le sei). E’ ancora buio. La Medea e’ gia’ incolonnata con altre 34 navi del convoglio che sta per imboccare il canale. E’ al  21 esimo posto, mi informa Emile, che e’  sulla plancia insieme a tutti gli altri ufficiali. C’e’ anche il pilota di Suez, che e’ salito a bordo per guidarci. E’ prossimo alla pensione, ma ancora molto arzillo, dalle battute che fa sulla sua ‘girlfriend’ di Alessandria d’Egitto dove abita. E’ comodamente seduto su una delle due poltrone e ogni tanto indica la direzione, ma senza troppa attenzione, tanto che vedo Carpentier che suda freddo. Si racconta che un pilota di Suez che si era addormentato aveva fatto arenare un cargo. Il canale e’ profondo circa 25 metri ma e’ meglio stare nel mezzo.

    Con il binocolo guardo l’ingresso del canale che si avvicina nella luce rosa dell’alba. Mi sembra di sognare, mi vengono le lacrime agli occhi. Sono emozionata.
Quanto volte ho visto Suez su una cartina e ho sognato a occhi aperti, da una parte  l’Africa e dall’altra l’Asia.  La “porta di servizio” per uscire dal Mediterraneo, punto strategico per i traffici con l’Europa, e per questo oggetto del desiderio delle vecchie potenze. E poi teatro di una guerra lampo tra i Paesi arabi e Israele. Mi sorprendo che il nuovo totalitarismo islamico globale, come lo chiama Domenico Quirico nel libro che sto leggendo (“Il grande Califfato”, Neri Pozza) o la vecchia Al Qaida non abbiamo mai pensato di  prenderlo d’assalto.

VERSO LE INDIE - Ancorati a Port Said, sulla griglia di partenza per canale di Suez

A bordo della CMA CGM MEDEA, 28 settembre 2015
   Oggi e’ il compleanno di mia figlia Simona. Dopo la partenza da Beirut, che ho visto dalla plancia di comando mezza addormentata, sono andata sul ponte principale a cercare una foto con il numero 19. Ne ho fatta nel settore 19 della stiva dei container con una grata che serve da presa d’aria un po’ arruginita.
   
Ho inaugurato una serie fotografica di frammenti, bocchettoni, scritte, estintori, ganci dei montacarichi, cime abbandonate, maniglie, sigilli dei container. La Medea ‘vista da vicino’. Gia’, la Medea. Fa parte della classe ‘opera’”, che fino a pochi anni fa erano le ammiraglie della flotta della CMA CGM, circa 400 navi. Ha una stazza di 107 tonnellate e puo’ portare un massimo di 9415 container (Teu). Ora e’ “sottopeso”, ne carica soltanto 6634. Quando e’ stata varata nel 2006 a Le Havre era una delle piu’ grandi e moderne, ma ora e’ considerata come una portacontainer di “medie dimensioni”. Una signora di mezza eta’ insomma che comincia a mostrare i segni della vecchiaia. Rido pensando al mio passeggero che si e’ portato da vedere “Medea” di Pasolini...per l’occasione.
    Poi mi sono messa a dormire sul “materasso”di corde, ma a un certo punto sono arrivati gli operai a preparare il ponte per l’ancoraggio di stasera davanti a Port Said. Stiamo andando abbastanza veloce e ci arriveremo per le 9 o le 10. Quindi c’e’ la possibilita’ che si attraversi il canale di notte. Sulla prua, dove c’e’ il mio posto preferito, e’ stato piazzato un enorme faro. C’e’ un po’di tensione oggi tra i meccanici. Si era rotta anche una gru che serve per tirare su i “canottieri” che sono dei marinai specializzati nell’ormeggio rapido che intervengono nel caso di emergenza, per esempio se c’e’ una nave in panne in mezzo al canale.
   Dopo cena, salgo quindi sul ponte di comando per vedere che succede. Si vedono le luci della costa, forse anche Alessandria d’Egitto, siamo davanti alla costa a circa 10 miglia. La radio e’ collegata con la sala di controllo di Port Said che chiede a ognuno di dichiararsi, come si fa sempre quando si arriva in porto. L’ufficiale dice che la Medea ha 34 persone a bordo, compresi due passeggeri... e 6634 container.

    Quando arriviamo nella rada, facciamo un giro su noi stessi per “metterci contro vento”, proprio come a vela, e poi diamo alla fonda. Purtroppo quando il capitano ha ordinato di gettare le ancore (sono due) ero fuori su una delle estremita’ della passerella e non ho sentito il comando. Ho solo sentito un rombo a prua e ho visto un grande polverone. Quanto avrei dato per vedere le enormi catene e poi le cime srotolarsi. Il comandante e’ uscito per controllare se eravamo fermi. Di nuovo..proprio come una barca a vela. Sherzando gli ho detto che per vedere se si e’ fermi si sputa nell’acqua...
    Poi sono state accese tutte le luci del ‘chateaux’ e fermati i motori. L’ufficiale rumeno, Mihaita, ha detto che forse ci diranno di partire verso le 4. Prima le navi militari, poi le portacointainer, quelle che portano i veicoli e quindi le petroliere. Vicino a noi, come portacontainer, c’e’ una Maersk, Estelle, che e’ piu’ grande di larghezza (56 metri e 397 di lunghezza, puo’ portare 11 mila container) e una MCS, Candice.
   Mi immagino la rada di Port Said come una griglia di partenza per le F1 oppure come un grande parcheggio dove ci si guarda di cagnesco. Penso anche che tra poche ore lascero’ il Mediterraneo, il mare nostrum...

VERSO LE INDIE - A spasso a Beirut tra filo spinato e shopping mall

A bordo della CMA CGM Medea, Beirut, 27 settembre 2015

   Stamane puntuali prima dell’alba entriamo nel porto di Beirut. Filmo le enormi gru con la scritta “port of Beirut” che, ancora con le luci rosse della notte, si mettono in movimento per caricare e scaricare. Guardo le altissime pile di container nel porto e poi i palazzi alti all’orizzonte. Penso che siamo tutti inscatolati, noi e le nostre cose. Dobbiamo scaricare circa 300 container e caricarne un migliaio. C’e’ da fare insomma. 
   Il comandante Carpentier, con gli occhi rossi per la stanchezza, e’ arrabbiato perche’ abbiamo soltanto 8 “pass” per scendere. Per di piu’, dopo scopriamo, che l’immigration puo’ trattare le pratiche solo alle 12, perche’e’ domenica e non c’e’ nessuno. Cosi’ io e Aldino passiamo la mattinata a chiacchierare con gli addetti libanese del porto che sono saliti a bordo e a scattare foto delle operazioni. La giornata e’molto bella, ma ci sono nubi in arrivo. Lui sognava di arrivare ieri sera e andare in qualche locale. Ha vissuto a Beirut per qualche mese e ha studiato l’arabo, quindi la conosce.
    Finalmente a mezzogiorno scendiamo e con un taxi a noleggio usciamo dal porto. Abbiamo dei lasciapassare, che sono delle fotocopie dei passaporti con un timbro. Io non ho piu’ visto il mio passaporto da quando sono arrivata e sono un po’ preoccupata. Facciamo un giro nel quartiere cristiano, dove e’ tutto chiuso.
   Ero stata qui a Natale del 2009 e mi sembrava molto piu’ pulito e ordinato. Adesso invece ci sono filo spinato e barriere di cemento ovunque a cause delle proteste popolari. In Libano ci sono oltre un milioni di rifugiati siriani, ma qui non si vedono. Gli Hezbollah la fanno da padroni, mi dicono. La guerra e’qui vicino. “Beirut non e’piu’cme prima”mi dice il funzionario libanese salito a bordo e che e’ stato tutto il giorno seduto su una sedia all’ingresso della Medea, sull’upper desk. Penso alla massa di violenza che questa citta’ ha dovuto sopportare. Ieri sera, nella cineteca della Medea, ho preso un dvd, West Beirut, che racconta di ragazzi mussulmani e cristiani all’inizio della guerra civile scoppiata nel 1978. I segni sono ancora visibili, il cinema davanti alla moschea...sulla green line...e qualche palazzo ancora sventrato. Mi ricordo un libroo fotografico di un italiano, ....prima e dopo.

VERSO LE INDIE - Alla deriva al largo del LIbano e di Israele

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 26 settembre 2015 –
   Oggi ho fatto quattro giri e mezzo di jogging, saltando anche qualche ostacolo a poppa. Sto pensando se esiste per caso un primato di corsa sulla Medea. Ho contagiato anche il mio copasseggero che anche lui si e’ messo a correre nonostante mi avesse detto che non faceva mai sport.


   Verso le 10, mentre stavo leggendo di califfato nell’ultimo libro del collega de La Stampa Domenico Quirico (Il Grande Califfato, appunto), sento un tremito dello scafo. Guardo fuori dall’oblo' e noto che ci siamo fermati. Quando non si naviga, le onde (pochissime) si infrangono contro lo scafo e producono dei suoni un po’ sinistri. Salgo alla plancia dove incontro Paul, giovane ufficiale francese con un piercing alle sopracciglia. Sono stati spenti i motori ed e’pure stato messo un foglietto sopra il telegrafo da macchina (non so se si chiama cosi’...dove si comanda il motore insomma).
   Siamo a 56 miglia da Beirut e siccome il posto al porto e’ prenotato per domani mattina alle 5, siamo largamente in anticipo. Quindi per tutto il pomeriggio e parte della sera, la Medea stara’ alla deriva scarrocciando a EST, per le onde e vento che arrivano dalla parte opposta. Di fatti la prua si sposta dopo poco a Sud. La cosa mi lascia di stucco, perche’ non mi sembra vero che un mastodonte del genere potesse essere lasciata cosi’ alla balia del mare, anche se siamo in acque profonde. Rimando sul ponte per quasi tutta la mattina a osservare l’orizzonte e a chiacchierare con gli ufficiali di turno che rimangono di guardia ovviamente, anche se non si naviga. Esamino per bene le carte del porto di Beirut e un’altra che indica le direzioni delle corrente e dei venti nell’Atlantico e nel Mediterraneo.

VERSO LE INDIE - Ecco la 'panick room' contro i pirati, c'e' anche il monopoli

A bordo della CMA CGM Medea, 25 settembre 2015
   Viaggiamo sempre con prua a Est, con un vento da NE che va a raffiche da 3 a 7 nodi. Le condizioni meteo sono le stesse di ieri, pochissime nuvole e pochissimo traffico. Nulla da segnalare. Jogging alle 7.15, colazione, leggo e scrivo fino all’ora di pranzo. Ma oggi c’e’ una novita’ eccitante. Nel journal di bord, dove oggi, St.Hermann, ci sono ben tre modelle seminude, e’ annunciato per le 16.15 un briefing su ISPS (International Ship and Port Security Code) sulla passerella, che e’ in concreto un attacco pirata visto che dopo Suez saremo in mari a rischio. Sono curiosissima.
   Arrivo puntuale direttamente dalla prua dove ho schiacciato un pisolino su delle cime da rimorchio, inaspettamente morbide. Ci siamo tutti, ufficiali, ciurma in tuta da lavoro e anche il cuoco. Il comandante Carpentier spiega in francese e inglese che si deve fare in caso di allarme, in teoria quando i pirati sono a bordo.
   Si va in una ‘panick room’ segreta, chiamata ‘citadel’, dove sempre in teoria, si aspetta per i soccorsi. Il capitano ci invita quindi ad andare nella ‘citadel’ in modo da “familiarizzarci” con la sua localizzazione. In fila quindi scendiamo tutti insieme le scale fino all’upper desk e da qui giu’ nella sala motori. Facciamo quindi un lungo corridoio verso poppa e poi attraverso uno stretto passaggio finiamo in un largo spazio dove c’e’un rumore infernale e anche un gran caldo. Mi dicono che ci sono i motori per il timone, quattro enormi motori. 
   Accanto c’e’ la ‘citadel’. Sul pavimento ci sono dei numeri, per contarci,dicono e in un angolo ci sono le provviste. C’e’ anche il “monopoli” dice lo chef, che in quanto non marinaio e’ il piu’divertito da questa esercitazione. Anche a me viene da ridere, immaginarci li’ mentre la nave e’ in balia dei pirati (o terroristi) in attesa di un commando di marines francesi...
    Filmo tutto con il telefonino e poi, una volta tornata sulla plancia chiedo al comandante se non l’ha mai utilizzata...”no, mai” e’ la laconica risposta.

VERSO LE INDIE - L'allerta anti incendio e le modelle del menù

A bordo della CMA CGM Medea, 24 Settembre 2015.
 
Viaggiamo a 90 gradi, con la prua esattamente a Est e a sinistra abbiamo l’isola di Creta che e’ diventa sempre piu’ visibile e ancora prima un’altro isolotto che sembra deserto a parte una chiesetta bianca i cima.
    Stamane alle 7.15 ho fatto jogging, tre giri in tondo comprese le scalette per attraversare la sala macchine a poppa. Poi sono salita sulla plancia, la passerella, per un caffe’ e per chiedere notizie su cosa trasportiamo...e’ una curiosita’ che ho da un bel po’...
   L’ufficiale di turno, il rumeno Mihaita, che conosce Torino perche’ all’ospedale Regina Margherita ci ha portato la figlia malata, ha preso il fascicolo del carico per rispondere. Stiamo trasportando 6.600 Teu, che sono i container da 20 tonnellate, ma la maggior parte sono vuoti. Mi spiega la complessita’ delle operazioni di carico e di sistemazione dei container, che devono essere sistemati in base alla loro pericolosita’, peso e destinazione. Si scherza sul fatto che ogni tanto qualche nave perde un container in mare, quando c’e’ bufera. Ma al capitano, “non e’ mai capitato”, come mi ha detto lui stesso ieri sera con una punta di orgoglio.
    Il ‘giornale di bordo’, che trovo a pranzo, ha una foto di una modella distesa con i seni nudi, deborda oltre il menu’ e gli ‘evenements’ . Come previsto c’e’ un evidente climax, mi aspetto domani il nudo integrale.

VERSO LE INDIE - Si respira gia' l'aria d'Oriente ma si beve champagne

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 23 settembre 2015
Stamattina quando ho aperto l’oblo’ che si affaccia sulla prua ho sentito un’aria e un odore vagamente familiare. Sono ancora nel Mediterraneo, a sud della Grecia, ma c’e’qualcosa di molle, umidiccio, sensuale. Il mare si e’ impigrito, non ci sono piu’ onde, ma un leggero movimento ondulato, vellutato, come un drappo di seta abbandonato su un tavolo. Ogni tanto un alito di vento improvviso scompiglia la superfice e lo arruffa. Un gatto che fa le fusa. Ma a chiazze qua e la’.
    La prua della Medea scivola pianissimo in questo ventre molle come in un un amplesso sollevando delle piccole onde laterali che sembrano vibrazioni.
   Siamo in direzione E, a circa 13 nodi. Tra 48 ore saremo a Beirut. Addio Mare Nostrum. Chissa’ quando ti rivedro’. Grazie per avermi portato in vela nell’arcipelago della Maddalena. Per avermi accolto nelle tuo verde smeraldo di Capo Testa, in Gallura. Ti ho attraversato da Civitavecchia a Olbia e da Olbia a Genova, sempre calmo bonario, compiacente, piacevolmente disponibile.
   Stamane niente jogging, mi sono messa a leggere la Sposa Giovane di Baricco in cabina. Unico diversivo, al mattino, un ‘mini tornado’, che ho visto con il binocolo al ponte di comando. Da una nuvola bassa scendeva un cono nero appuntito che sollevava un vortice di acqua. Mi hanno detto che e’ raro vederli sul Mediterraneo.

VERSO LE INDIE - A Malta tra catacombe e crociati

A bordo della portacontainer CMA CGM MEDEA, 22 settembre 2015. 

 Le operazioni di scarico e carico sono continuate per tutta la notte. A poppa la Medea e’ quasi completa, a prua e’ spuntato un ‘muro’ di ‘reefer’, i container frigoriferi che sono bianchi. Ne hanno messo sei uno sopra l’altro.Ma sono vuoti come la maggior parte del carico.
    Oggi si fa turismo. Con il mio copasseggero vado a Mdine, l’antica capitale e dove sorgeva la citta’ romana di Melita (che ha adato il nome all’isola). A Rabat visito le catacombe di San Paolo, che e’ naufragato su quest’isola nel 60 AC (Atti degli Apostoli) e poi imprigionato per tre mesi insieme a San Luca. Poi passeggio per le vie della citta’ fortificata immaginando ai Cavalieri crociati che arrivarono qui alla fine del 1200 dopo essere stati cacciati dalla Terrasanta e ancora dopo dall’isola di Rodi.
     In pratica i Cavalieri erano una moderna forza ‘multinazionale’ con il compito di respingere gli islamici. E la loro ‘base’ era Malta ricevuta dal Sacro Romano Imperatorore Carlo V. 
   Mdina e’ un po’ ‘asettica’, non ci abita nessuno a parte i negozianti di souvenir. L’architettura e’ molto interessante, e’ un barocco siciliano, ma con delle aggiunte arabe. Ogni metro c’e’ un riferimento religioso e come non potrebbe esserlo per una citta’ che i cristiani hanno difeso con i denti dalle invasioni dei turchi? Il Grande Assedio del 1565 da parte dei Turchi Ottomani e’ una pietra miliare.
     La Valletta, invece, costruita dal Gran Maestro francese La Valette e’ brulicante di vita, non solo di turisti, ci sono i palazzi amministrativi e bellissime piazze. Per visitare il “Palazzo’non c’e’ tempo, mentre la cattedrale di San Giovanni, dove ci sono due dipinti del Caravaggio, che venne qui nel 1608 su richiesta di un Gran Maestro e anche per fuggire da Roma, e' chiusa quando torniamo da Mdina.
    La partenza e’prevista per le 23,ma sono troppo stanca per salire sul bridge e quindi rimango all’oblo’di prua della mia cabina a vedere la massa informe dei container prendere il largo su un mare nero e pressoche’ piatto.

VERSO LE INDIE - Sbarco a Malta, si festeggia con vino di Gozo

A bordo della CMA CGM Medea, 21 settembre 2015
   Oggi dopo colazione incontriamo Emily, ufficiale francese incaricato della sicurezza, che mi convoca alle 9 del mattino al Ponte A per un briefing sulle misure di emergenza.
   Puntuale io e il mio copasseggero ci presentiamo all’appuntamento. Ci vengono spiegati i segnali acustici per i diversi tipi di allarme, abbandono nave, incendio e ‘allarme generale’. Ci dice che dopo bisogna aspettare le istruzioni per altoparante e poi, per quanto riguarda noi passeggeri, recarsi alla “passerelle”, il ponte di comando. Ci dice che ci saranno esercitazioni, drills, e che saranno segnalate nel giornale di bordo che di solito troviamo sul tavolo a pranzo.

   Su questo foglio quotidiano, dove c’e’ il nome del santo del giorno, “evenements” e “naissances”, devo aprire una parentesi perche’ e’ troppo divertente. Quando sono partita venerdi’ 18 c’era una foto della poppa della Medea, ma l’indomani c’era una modella in una posa sognante, poi il giorno dopo un’altra in bikini...insomma c’e’un crescendo di immagini sexy. Mi chiedo quando l’autore del “journal del bord” passera’al nudo...
   Tornando alla sicurezza, Emily ci ha anche mostrato come si indossa la ‘immersion suit’ che abbiamo in cabina. E’ una buffa tuta di neopreme in cui ci si deve infilare in due minuti. Emily ce l’ha fatta in un minuto e mezzo e quando si e’ alzato somigliava a un personaggio dei Teletube, un famoso cartone che mia figlia vedeva alla tv quando abitavamo a Ginevra.

   L’arrivo a Malta era previsto nel primo pomeriggio, ma poi e’ stato annunciato che il ‘pilot’ arrivera’ soltanto alle 15.30. Il ritardo ha creato un po’di malumore nell’equipaggio. A quanto ho capito dobbiamo caricare 1.600 container nel porto di Marsaxlokk, che appartiene alla CMA CGM.
   “Ici on est chez nous” proclama il capitano mentre aspetta il “pilot”. Per permettergli di salire sulla nave che e’ da un’ora praticamente ferma, ci mettiamo “prua al vento”. Per tutto il giorno oggi c’e’ stato un vento forte di scirocco e onde di tre metri. Ma sono in direzione da N.O. a S.E, esattamente dove stiamo andando. In piu’ a poppa abbiamo un”muro’di container che ci va da vela. Insomma tra vento e onde andiamo alla grande e senza fatica. Da quanto ho capito, oggigiorno, l’abilita’ principale dei capitani dei cargo e’quella di risparmiare il piu’ possibile carburante.
   Sono due i piloti. Quando arrivano sulla plancia parlano in maltese alla radio, probabilmente con la ‘capitaneria’. E’ la prima volta che sento parlare maltese ed e’ stranissimo sentire questa lingua mezza araba, inglese e italiana, a 80 km dalla Sicilia. Gli ordini sono dati in inglese, che ho poi saputo e’ la “lingua ufficiale a bordo”.
    L’operazione di approdo e’ veloce e dopo mezzora siamo gia’ ormeggiati fra tre portacontainer e una enorme distesa di container che mi diverto a fotografare. Il porto e’ molto piu’ grande di Fos sur Mer. Le gru iniziano subito il lavoro, appena la Medea tocca la banchina, nonostante oggi sia la Festa dell’Indipendenza a Malta.

VERSO LE INDIE - Tra 'apero' e jogging sul ponte tra i container

A bordo della CMA CGM Medea, 20 settembre 2015
   Ieri verso le 5 del pomeriggio ricevo una telefonata dal capitano. Mi invita a un “apero’” alle 6 e mezza al ponte C nella sala degli ufficiali. Vado in panico perche’ non ho assolutamente l’abbigliamento adatto per eventi sociali di questo tipo! Metto gli abiti della ‘festa’, scarpe da vela, perche’ ho solo queste, e mi trucco.
    Quando entro ci sono tutti gli ufficiali intorno a un bancone, sembra un bar di una nave da crociera. I cadetti servono i drinks, questa e’ la regola mi dicono. Bene  allora chiedo un Martini rosso.  Il capitano Stephen Carpentier comincia le presentazioni di tutti. “E’ un modo per conoscere i passeggeri” dice. Lui e’ in bermuda e ciabatte infradito. Devo averlo guardato un po’ perplessa perche’ si sente di doversi giustificare. “Quando non lavoro mi vesto cosi’ – spiega - ma ci sono altri ufficiali che invece preferiscono restare in divisa".  Quindi mi indica il suo chief officer, che e’ rumeno come la maggior parte dell’equipaggio, e’ che impeccabile nella sua camicia bianca e pantaloni neri. Sulla Medea ci sono 35 persone, compresi degli indiani presi a cottimo per fare delle manutenzioni e la moglie del secondo ufficiale che e' diretta a Malta.
    Si parla, con il mio copasseggero che lui invece sorseggia un whisky, soprattutto di cosa trasportiamo. Il capitano fa le spallucce. “Non mi interessa” dice aggiungendo che se ne occupa il suo vice, il quale anche lui dice di ignorare il contenuto specifico dei container, ma solo quelli che trasportano prodotti infiammabili o pericolosi.

VERSO LE INDIE - Mollati gli ormeggi, direzione Malta!


A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 19 settembre 2015

    Stamane a pranzo e’ arrivato il secondo passeggero, un francese di origine italiana, anzi siciliana. Il capitano Carpentier ci ha salutato e poi ha annunciato la partenza, all’una e mezza, invitandoci sul ponte a osservare le manovre. E’ stata una sorpresa perche’ non pensavo che volessero estranei nei momenti piu’ delicati come l’entrata o l’uscita da un porto.
   L’orario di partenza era anche nelle ‘news’ stampate su un foglio posato sulla nostra tavola di pranzo e affisso in ascensore, oltre che sul bridge.
    L’eccitazione era palpabile tra l’equipaggio. Non devono essere molto piacevoli le soste nei porti di oggi, cosi’ asettici e lontani da ogni segno di civilta’.
    La partenza della Medea e’ avvenuta in completa solitudine, nemmeno un uomo sul ponte a levare gli ormeggi dalle bitte, nemmeno qualche curioso a fare ciao con la mano, che ne so, un camionista arrivato all’ultimo momento...niente, la banchina era desolatamente vuota.
    A bordo solo il pilota del porto di Fos che ha il compito a condurre la nave fuori tra un passaggio segnalato da boe verdi a dritta e rosse a sinistra. Dava gli ordini in francese, “100 gradi”, “110 gradi a dritta”... che venivano ripetuti a voci alta dal comandante e eseguiti dal timoniere. Cosi’ vuole il regolamento. Tutta quello che viene detto sulla plancia e’ registrato, c’e’ anche scritto fuori dalla porta.
    La nostra destinazione e’ Malta e l’arrivo e’previsto tra 48 ore a una velocita’ da lumaca, 15 nodi all’ora, quasi come in barca a vela.

VERSO LE INDIE - A bordo della Cma Cgm Medea

A bordo della CMA CGM Medea ormeggiata al porto container di Fos-Marseilles, 18 settembre 2015.

   L’ultima volta che sono salita su una di questi giganti di acciaio era nel febbraio del 2012 nel porto di Kochi, in Kerala. Era la petroliera Enrica Lexie e a bordo c’erano quattro maro’ impauriti dopo l’arresto del capo team Massimiliano Latorre e del suo vice Salvatore Girone.
  Adesso la storia e’ un’altra anche se solchero’ le stesse acque del Mediterraneo prima, poi Suez e il Mar Arabico, sulla rotta dei pirati somali. Sono curiosa di vedere come funziona l’antipirateria.




   La societa’ francese CMA CGM che mi ospita non ha mai avuto attacchi di pirateria e di fatti non vedo il filo spinato sulle fiancate come invece aveva la Lexie. Un avvocato keralese mi ha detto che la CMA CGM aveva ‘buoni rapporti’ con i pirati somali, facendomi capire che in qualche modo riusciva a garantirsi la sicurezza delle proprie navi. Come...non lo so...
   La Medea e’ una grande portacontainer con i suoi 349 metri di lunghezza da prua a poppa e 42 di larghezza. Puo’ portare 9.200 container, ma non e’ la piu’ grande, mi sembra che la piu’mastondotica ne porti 15 mila.

VERSO LE INDIE/ Marsiglia, da qui inizia il mio viaggio su una portacontainer

Marsiglia, 17 settembre 2015

   Mi piace Marsiglia, perche’ e’una di quelle citta’ che hanno tempo. Non a caso e’ la piu’ vecchia citta’ abitata della Francia. Leggo che risale a 2600 anni fa e che e’ stata fondata da greci, precisamente dai focesi. E’ cosi’ diversa dalle altre citta’ francesi, c’e’ un’aria da suq arabo ma in una cornice modernissima. Passato e presente sono mescolati perfettamente.
    Il mio viaggio con le ‘merci’ inizia qui, in questo porto che era sulle rotte dei fenici e dei greci e che ancora oggi e’ uno dei piu’ importanti del Mediterraneo.



Domani mi imbarco su una porta container, la ‘Medea’ del colosso francese del trasporto marittimo Cma Cgm diretta in Oman. Ci arrivo dopo 18 giorni e 6.554 km, ovvero 4.074 miglia nautiche. Se ci va direttamente, impiegherebbe circa 11 giorni, ma il mio cargo fara’ scalo a Malta, Beirut, Suez e Jeddah. Ovviamente per caricare e scaricare merci.
   E’ un viaggio che ho sempre sognato, ma che ora con la crescente interdipendenza delle economie mondiali mi affascina ancora di piu’.

Marò/ L'offerta dell'India al Tribunale di Amburgo e l'occasione mancata dell'Italia

New Delhi, 11 agosto 2015

Nessuno probabilmente l'ha notato, ma il legale degli indiani ha fatto la seguente offerta al Tribunale del diritto del Mare di Amburgo che oggi ha concluso l'esame della richiesta italiana per liberare i marò. L'India si è impegnata a tenere il processo in quattro mesi, se ovviamente Italia ritira i suoi ricorsi alla Corte Suprema.

E' a pagina 17 della trascrizione dell'intervento di Alain Pellet (punto 41):

Mr President, let me at this juncture say that we do not accept Sir Daniel’s proposals
but that India is prepared to make a different offer. I have been instructed to state
that India is prepared to guarantee that the decision of the Special Court could be
handed down within four months from the date on which the hearings open, if Italy
were to cooperate and withdraw its objections to the procedure before the Indian
Supreme Court.


E' una promessa che gli indiani avevano già fatto all'inviato Staffan de Mistura e che poi non si è concretizzata per la presenza di una legge (Sua Act) che prevede la pena di morte in caso di omicidio e che è stata invocata dalla polizia Nia in quanto si applica al di fuori delle acque territoriali. L'Italia ha protestato vivacemente contro questa disposizione che poi è stata "rimossa" su ordine del governo indiano agli inizi del 2013.

L'offerta di cui sopra implica che gli indiani hanno risolto la vecchia questione del nodo Nia-Sua che impedisce (tuttora) l'incriminazione dei marò.  Oppure implica che la Nia intende presentare il capo di imputazione in base alla Sua (come è obbligata a fare)...e poi si impegna a non chiedere la pena capitale prevista solo in casi rarissimi. Anche questo era oggetto dei vecchi accordi che sono saltati.

Non penso che l'Italia accetterà questa offerta ora che si è spinta sulla strada dell'arbitrato. Come fa a tornare indietro? Però ci sarebbe un vantaggio. Ovvero che quando inizia il processo davanti al 'giudice speciale' può sollevare IN QUELLA SEDE l'obiezione sulla giurisdizione, cosa che le è permessa in base alla sentenza della Corte Suprema del 18 gennaio (quella che trasferiva il caso a New Delhi levandolo dal Kerala). Adesso è tardi, ma era una via da percorrere prima e lo ha perfino suggerito  l'Additional Solicitor General P.S. Narasimha, che - mi è sembrato tra tutti - quello più equilibrato ad Amburgo.

Per inciso, sottolineo qui un punto che mi è sembrato davvero strano. L'Italia poteva facilmente imputare all'India i continui ritardi nel processo.  Infatti la Nia NON POTEVA (e non può ancora ora) andare avanti con il processo semplicemente perchè non può utilizzare la disposizione del Sua Act (che deriva dalla convenzione anti pirateria marittima nata dopo l'incidente dell'Achille Lauro). Era un argomento molto valido secondo me che avrebbe messo in serio imbarazzo la difesa indiana.

 

CINEMA- Bajrangi Bhaijaan, la favoletta di Salman Khan sulla fratellanza tra Indiani e Pachistani

New Delhi, 5 agosto 2015

   Qualche giorno fa parlavo con Vikas Swarup, l’autore del libro ‘Le Dodici Domande’ da cui è stato tratto il film ‘The Millionaire’ che nel 2008 ha vinto l’Oscar. E’ un diplomatico e secondo me avrebbe potuto benissimo lasciare la carriera diplomatica per diventare scrittore a tempo pieno. Invece da alcuni mesi è stato scelto come portavoce del governo indiano. Con un premier come Narendra Modi ora lavora giorno e notte, non ha più tempo di scrivere, ma ha il prestigio e la gloria di essere il responsabile della comunicazione della seconda nazione più popolosa al mondo.

   Quando è uscito The Slumdog Millionaire, è stato accolto con una certa freddezza in India perché mostrava con estrema crudezza gli orrori degli slum di Mumbai. Vero... ma come ha detto lui a chi gli chiedeva se si è ‘pentito’ di aver fatto cattiva pubblicità al suo Paese, la storia è anche quella di un ragazzo che ce la fa grazie al suo istinto e alla sua bravura. Insomma, il film ha un messaggio positivo, di speranza, in un momento storico, il 2008, di piena disperazione per il crash finanziario.
    Insomma, il cinema rimane sempre una fabbrica di sogni. Lo stesso si può dire di un altro film, questa volta di Bollywood, che da tre settimane sta avendo un grande successo. E’ Bajrangi Bhaijaan, con Salman Khan, l’attore macho e spaccone, che qui riveste il ruolo di un devoto indù che rischia la sua vita per salvare una trovatella pachistana affetta da mutismo. E’ la prima volta che vedo al cinema indiano un film che celebra così intensamente la fratellanza tra indù e mussulmani, tra Indiani e Pachistani. E in maniera divertente.
   Potrebbe essere un film di Disney talmente è mieloso. Il finale poi, alla frontiera del Kashmir, dove i soldati indiani e pachistani aprono un varco per far passare Bajrangi mentre la piccola Shayeda recupera improvvisamente la voce, è strappalacrime. Insomma una bella favola, con gli immancabili balletti, dove tutti vivono felici e contenti. 
    Peccato che proprio in questi giorni sullo stesso confine si scambiano delle cannonate e non degli applausi…

Che fine ha fatto il circuito di F1 di Greater Noida? L'ho provato al volante di una Abarth

Greater Noida, 4 agosto 2015

Che fine ha fatto il Buddh International Circuit dopo la sospensione delle gare di F1 due anni or sono? Niente  paura, un po' invecchiato, ma c'è ancora. Niente buche come nella maggior parte delle strade di Delhi. Anzi l'asfalto è perfino meglio, perché è più liscio.
Io pensavo che sarebbero cresciute le erbacce sul circuito da 300 milioni di dollari costruito dal gruppo edilizio Jaypee nelle campagne di New Delhi tra l'opposizione dei contadini e lo scetticismo di chi si chiedeva questo Paese - dove il 47% della popolazione fa i bisogni all'aperto -  ha davvero bisogno di una pista automobilistica.
Il circuito di 5,13 km,  disegnato dal tedesco Hermann Tilke e definito uno dei più veloci, è stato inaugurato nel 2011 e battezzato 'Buddh' dal nome della località in cui sorge, se ho ben capito, Non so quale sia la connessione con il buddismo, ma con un nome così una gara di F1 non poteva andare molto lontana...
 La causa dell'eliminazione dal calendario F1 è una questione economica legata a una disputa tra lo stato dell'Uttar Pradesh (dove sorge il complesso) e il governo centrale sulle tasse da applicare. Bernie Ecclestone ha promesso che il GP dell'India tornerà nel 2016 e gli organizzatori ovviamente ci sperano. 
Nel frattempo...il circuito viene usato per presentazione di nuovi modelli di auto come la Abarth 595 Competizione di FCA a cui sono stata invitata oggi. Sembra, ma non si sa se è uno scherzo, che venga affittato anche per matrimoni..

"Atithi Devo Bhava", come l'India cerca di attirare i turisti

New Delhi, 25 luglio 2015
    Da alcune settimane, sulle principali televisioni indiane ci sono delle martellanti pubblicità governative per convincere gli indiani a “trattare bene” i turisti stranieri. La campagna si chiama Athiti Devo Bhava (un antico detto che significa più o meno che l’ospite è come un Dio). E’ una vecchia iniziativa che è stata ripresa adesso visto il crollo del turismo, soprattutto a causa degli stupri. Andando in giro in India è visibile l’assenza di stranieri, soprattutto donne.
   Protagonista è la superstar di Bollywood, Aamir Khan, amato da tutti per il suo impegno nel sociale, contro le ingiustizie e la corruzione. Per questo è stato scelto per promuovere le ‘buone azioni” nei confronti dei visitatori stranieri.
   Sono quattro i nuovi spot, girati da un famoso regista, che stanno passando sulle tv in questi giorni . Uno racconta di un tassista, Gajendra, che ha assistito una donna svizzera incinta a Goa (vedi) . Uno su un ristoratore, Brijlal, che invita una mamma e bambina a mangiare dei bhatura, il pane fritto, in cui si vede un cuoco con una cuffietta igienica e una cucina immacolata (vedi) . Poi c’è la guida turistica Mohan che restituisce una borsa a una distratta famiglia britannica (vedi). Infine Munna, il negoziante onesto (vedi)
   E’ interessante notare che mentre in passato si puntava di più su tentate aggressioni o rapine, in questo nuovo ciclo di commercial ci sono situazioni meno “estreme”.
   Secondo me i vecchi spot erano controproducenti per l’immagine dell’India soprattutto dopo il caso di Nirbhaya. Ecco qui, per esempio la bionda australiana che viene aggredita dai “risciowala” (vedi) o un’altra che viene assaltata da negozianti e dimentica la borsa.(vedi)  Non viene molta voglia di venire in vacanza in India…

Unione Europea, la Carneade della politica estera indiana

New Delhi, 18 luglio 2015

Unione Europea? "Chi era costui?".  E' incredibile come per la politica estera indiana Bruxelles sia diventata come il Carneade di manzoniana memoria.
Ieri sera sono andata alla presentazione di un nuovo saggio di C. Raja Mohan, giornalista e politologo tra i più rispettati, dedicato alla politica estera di Narendra Modi nel suo primo anno di governo.
Il libro "Modi's World", pubblicato da Harper Collins e The Indian Express, è un classico 'instant book'.  E'  una raccolta degli editoriali di Mohan sull'Indian Express. Si sottolinea la nuova energia infusa dal premier nelle relazioni con il suo turbolento vicinato, Cina, Russia e Usa, e soprattutto l'uso della soft diplomacy, come lo yoga e il buddismo.
Ma, guarda caso, non contiene alcun accenno alle relazioni con l'Unione Europea, il primo (o secondo dopo la Cina) partner commerciale di New Delhi.
Si sa che il tasto è doloroso: i rapporti sono al minimo storico, Modi ha cancellato una visita a Bruxelles la scorsa estate (è andato in Francia e Germania), i negoziati per la zona di libero scambio sono incagliati e da tre anni non si tengono nemmeno più i summit bilaterali, almeno per salvare la faccia.
La crisi con l'Italia sui marò e altre questioni sono fonte di imbarazzo per il governo che evidentemente preferisce ignorare l'argomento.
Non si trova traccia della UE manco in un libretto della ministro degli Esteri Sushma Swaraj, presentato a maggio a compimento del primo anno di incarico, intitolato "Trasformational Diplomacy" dove si elencano tutte le iniziative diplomatiche di New Delhi.
E' chiaro che nel "mondo" di Modi, almeno per ora, l'Unione Europea non esiste. Dei colleghi indiani scherzando mi hanno detto che forse "non esiste neppure l'Unione Europea". Che dire? Il momento, dopo la minaccia di Grexit, non è certo dei migliori per la creatura di Altiero Spinelli.

L'atteggiamento di 'denial' è compatto e trasversale. Ieri sera, nel cocktail che è seguito all'hotel Oberoi, ho avvicinato l'autore per chiedergli cosa ne pensava. Silenzio. Davvero, scena muta. Ho pensato che forse non poteva rilasciare interviste perchè aveva l'esclusiva con The Indian Express.
Mi sono quindi concentrata su Shashi Tharoor, ex diplomatico Onu e politico del Congresso,  notoriamente loquace con i giornalisti e che in passato mi aveva dato delle dichiarazione sui marò. Lui,  tra l'altro,  è un parlamentare del Kerala...gli ho chiesto cosa pensava dell'arbitrato internazionale.  Niente. Mi ha sorriso e ha fermato un cameriere per prendere un altro bicchiere di vino....
 

Football diplomacy - Modi lancia un torneo di calcio tra i Brics, indovina chi vince?

New Delhi, 10 luglio 2015

Dopo la diplomazia dei selfie e quella dello yoga, adesso Narendra Modi ci prova niente meno che con il calcio! E' stata una sorpresa vedere che tra le proposte del premier indiano al summit dei Brics di ieri c'è anche quella di un torneo di pallone nel 2016 (vedi qui al punto 26).  Ecco le sue parole: "To begin with, we will be launching a Football Meet in India next year. This is a sport which is loved by all the BRICS countries".  Si tenga presente che l'India ha la presidenza del Brics il prossimo anno e quindi.
Ironicamente Il Times of India, stamane,  notava in prima pagina che l'idea non è proprio a favore dell'India che nella classifica Fifa è al 156esimo posto, mentre la Cina è al 77 esimo, il Sudafrica al 70esimo, la Russia al 28esimo e...il Brasile al sesto, nonostante la debacle dello scorso anno.
Il torneo potrebbe quindi avere un risultato abbastanza scontato a meno che non impongano degli 'handicap' alla squadra più forte. E un po' come se uno organizzasse un torneo di cricket in Brasile.
Ma è vero che in India c'è un interesse crescente per il calcio (come spettacolo, più che come sport da praticare) e molti fiutano l'affare.
Ad agosto riparte la Indian Super League per la seconda stagione, ma questa volta senza nessuna star italiana dopo il flop di Alessandro Del Piero, la punta del Delhi Dynamos, arrivato tra gli ultimi in classifica.   

Uttarakhand - In moto nella 'terra degli Dei'

New Delhi, 26 giugno 2015
    Sono appena tornata da un viaggio in Uttarakhand, la terra degli Dei (Dev Bhoomi), un Himalaya che non ha nulla di speciale se la paragono con le Alpi. Ma a fare la differenza è la grande religiosità di questo posto e dei suoi legami con la mitologia induista. Qui ci sono le sorgenti del Gange, la montagna sacra di Nanda Devi e, poi il Kailash, l’Olimpo induista, che è un po' più in sù in Tibet.
 Ci sono andata con la mia moto, tra frotte di pellegrini e vacanzieri indiani. Queste non sono piste battute da turisti stranieri. Li ho trovato solo a Rishikesh e a Kasar Devi, due mete dei fricchettoni. Viaggiare con la moto è a volte difficile, quando piove o sei incolonnata nel traffico, ma offre la possibilità di ‘respirare’ gli odori della terra. Nelle infinite soste per un chai ho incontrato decine di persone, dalle contadine con bellissimi gioielli ai pellegrini indu' da mezza India e ai devoti sikh con i turbanti arancioni diretti al santuario di Hemkund. E poi tanti studenti in vacanza o in fuga dalla calura delle città. O famiglie della middle class con la Maruti, che mi ricordavano le scampagnate di quando ero piccola sulle montagne del Canavese.
  Ma gli incontri più belli sono stati con i sadhu, che fanno il 'Chard Dham' a piedi, con il ‘trishul’ come bastone, una coperta sulle spalle e la gavetta di metallo in mano. Uno di loro, avvolto in una stoffa stampata a pelle di leopardo l’ho incontrato nella Valle dei Fiori e poi il giorno dopo a Hemkund, a oltre 4 mila metri sulla neve. Tremava dal freddo, ma rifiutava di prendere le coperte di lana che i volontari sikh offrivano ai pellegrini. Prima, mentre camminava, invocava Shiva con dei ampi gestie e urlando qualcosa. Mi sembrava veramente invasato.
   Un altro yogi, con un ottimo inglese e un buffo cappellino in testa, l’ho incontrato al tempio di Kasar Devi, vicino ad Almora,  dove si gode un’incredibile vista sulla montagna del Nanda Devi e su altre cime. Qui c’è anche il posto dove Swami Vivekananda è stato a meditare. Vivek Anand, se ho capito bene come si chiama, vive in una casupola sul cucuzzolo dove ora sono spuntate diverse antenne per il segnale telefonico.
   Kasar Devi è un posto molto frequentato da stranieri, israeliani in particolare, ma anche francesi e tedeschi, che ci stanno per mesi, per il fatto che costa pochissimo, si può avere una bella camera con balcone per 300 rupie. Il cibo costa poco e il posto è super accogliente. In più ho visto cespugli di marijuana che crescono spontanei. Non mi stupisco che sia stato fin dagli Anni Settanta una meta di ‘alternativi’ insieme alle altre mete storiche come Goa o Rishikesh.
 

Uttarakhand- Il tempio sommerso e la dea arrabbiata

Pauri Garhwal, 22 giugno 2015
   Girando in moto si fanno degli incontri interessanti. Oggi mi sono fermata in un posto che si chiama Kaliasour, nel distretto di Pouri Garhwal, a prendere un té in direzione di Srinagar (come quella del Kashmir). Sto scendendo verso Rishikesh e quindi seguo la strada lungo l’Alaknanda. Il fiume è chiuso a valle da una diga in costuzione e la vallata è semi sommersa.

   Mi ha incuriosito vedere che in mezzo al bacino c’era una piattaforma, tipo quelle petrolifere, con delle gru sopra e un pontile che la collegava con una sponda. E’ un nuovo tempio che è stato costruito su quello sommerso dedicato a Dhara Devi, una famosa divinità locale. Mi dicono che vorrebbero farci più piani, per ora è uno stanzone di cemento. Per salvare questo tempio si sono battuti in molti, anche con dei digiuni di protesta. Non ho capito se ora il progetto è fermo. Si dice che le alluvioni del giugno 2013, in questo stesso periodo in cui sono io, siano state provocate dalla divinità arrabbiata per il suo spostamento.
    Lungo la stradina che scende ho incontrato un sadhu, anche lui sfollato dopo la costruzione della diga. Si è piazzato in una sorta di garage dove ha messo una statua di Ganesh e di uno Shiva linga.
   Si chiama MP Pandey e in realtà è un astrologo, ma per arrotondare ‘da’ la benedizione’ alla gente che si reca al tempio. Sua moglie ha un banchetto in strada dove vende il cocco, riso e drappi rossi per le ‘puja’.
    Mi fa vedere una foto del suo guru , un certo Baba Girnari, che abitava in una grotta. Mi racconta di come raggiungeva ‘samadhi’, lo stato di contemplazione in cui sono interrotte le funzioni fisiche, a tal punto che la persona sembra morta. Tant’è che quando qualcuno muore si dice che ha raggiunto il ‘samadhi’, e così è chiamata anche la tomba in hindi.

Uttarakhand - Solstizio d'estate a Pandukeshwar

Pandukeshwar, 21 giugno 2015
   Per caso mi sono trovata stamane a Pandukeshwar, posto famoso per ospitare uno dei sette templi di Vishnu e perché durante l’inverno ospita una replica della divinità (seduta nella posizione del Fior di Loto) del santuario di Badrinath che è a 20 km più in alto.
    Da settembre ad aprile lassu’ e’ tutto innevato e il tempio chiude ‘per gli esseri umani’, mentre è il turno degli Dei che vengono giu’ dalle montagne a presentare offerte al ‘collega Vishnu’. Mi piace l’idea delle divinità che scendono dall’Olimpo per pregare in un tempio.

    Il posto e’ davvero incantevole e come spesso da queste parti circondato da un’atmosfera di estrema pace e serenita’. I templi, due grandi e uno più piccolo, sono in pietra, sulle sponde dell’Alaknanda (si sente l’acqua in lontananza) e hanno una curiosa architettura influenzata dalle stupa buddiste (questa era una delle vecchie strade per il Tibet). Tutto è perfetto, il torello Nandi ricoperto di petali di rosa, il profumo delle bacchettine di incenso, le ghirlande di ‘tulsi” e i paioli in rame appesi con l’acqua sacra....una pianta di roselline che decora l’ingresso. L’unica pecca, delle seggiole, tipo sala d’attesa di una stazione ferroviaria, a fianco delle panchine in pietra, e l’orribile scritta ‘’Yog Badri” (il nome di Vishnu) su dei pezzi di polistirolo come frontespizio.
    Tutto pulitissimo, in tutto il villaggio non ho visto una cartaccia in terra, mai visto una cosa del genere.
    Il brahmino, intento a leggere dei mantra dentro lo Yog Badri non mi guarda neppure e io non lo disturbo. Dopo un po’ esce e prepara un fuoco davanti al tempio. Mentre recita dei mantra, getta del ghee (burro), riso e altre spezie tra le fiamme. Va avanti per un po’ completamente assorto dal rituale. Non arriva nessuno, lo osservo da sola a qualche metro senza farmi notare.
    Non so quale rito stava seguendo, ma mi piace pensare che fosse legato al solstizio d’estate, si sicuro noto agli antichi astrologi indiani.



Uttarakhand - Valley of Flowers, il 'Gran Paradiso' dell'Himalaya

Ghovind Ghat (Uttarakhand), 20 giugno 2015
   Sulla mappa la ‘Valley of Flower’ e’ un incantevole angolino di Himalaya al confine con il Tibet. Arrivare qui non e’ stato facile, chilometri di tornanti, ma come sempre alla fine ne e’ valsa la pena.
   Scoperta per caso nel 1931 da un alpinista britannico, Frank S.Smythe (ma ovviamente da secoli frequentatata dagli eremiti indu’) la Valle dei Fiori o Bhyundar Valley e’ uno dei grandi misteri dell’India profonda. Sorge a circa 3.600 metri di altitudine, lunga circa 10 km ed e’ percorsa da un torrente che raccoglie le acque di diverse cascate di diverse cime. Il fondo della valle e’ chiuso da un ghiacciaio del monte Ratavan.

    Ma la cosa bizzarra e’ che su queste pendici crescono centinaia di varieta’ di fiori, dalle primule, campanule, anemoni e violette, ai non ti scordar di me, papaveri blu e perfino le orchidee. Poi i rododendri, magnolie e bellissime betulle, oltre a rare piante medicinali. Molte specie di trovano soltanto qui.
   Insomma un tempio della botanica, una serra alpina, un giardino roccioso che si e’ creato per chissa’ per quale bizzarria d Madre Natura.

Uttarakhand - Santuario di Hemkund, in pellegrinaggio con l'elicottero

Govind Ghat (Uttarakhand), 18 giugno 2015
   Il mio hotel, Bhagat, e’ vicino all’eliporto di Ghovind Ghat e dal mattino fino a tardo pomeriggio partono gli elicotteri per Ghangaria, a cinque o sei ore di  cammino, punto di partenza per uno dei piu’ famosi pellegrinaggi dei sikh, Hemkund Sahib, un tempio sulle rive di un lago alpino a 4.329 metri di altitudine. Il confine con il Tibet non e’ molto lontano da qui, mentre nell’altra vallata sorge il tempio di Badrinath, sul fiume Alaknanda, una delle sorgenti del Gange.
   Ricche famiglie del Punjab e di New Delhi prendono l’elicottero, 9 mila rupie andata e ritorno, per accorciare la cammnata e - anche - perche’ e’ il simbolo della 'gente che conta'. In attesa del volo, qualcuno entra nel ristorante dell’hotel per mangiare o bere. E cosi’ mi e’ capitato di osservare questi nuovi  ‘yatri’ (pellegrini)  che seguono antiche tradizioni ma con i confort moderni,
   Hemkund Sabib, ad altre sei ore di trekking da Ghangaria, e’ il posto dove ha meditato il decimo guru Gobind Singh, in una sua precedente vita. Leggo che qui e’ nato Khalsa, la religione sikh, quindi e’ di estrema importanza per la setta. L'eliporto, l'Hally Pad (sic!) come e' scritto, e' a 5 minuti dal villaggio.
   Ma anche gli hindu benestanti, se vogliono, hanno lo stesso servizio quando vanno ad adorare lo ‘Shiva di ghiaccio’ in Kashmir. Possono raggiungere la grotta di Amarnath in un’ora di elicottero guardando dall’alto i pellegrini che ci mettono due o tre giorni di cammino attraverso un tortuoso e pericoloso sentiero.
  Gli indiani della nuova borghesia sono riconoscibili dagli abiti occidentali, accessori di lusso (o finto lusso) e un perenne sguardo tipo ‘lei non sa chi sono io”. Ordini secchi quanto trattano con la gente del posto e sempre con un senso di urgenza. Non sorridono quasi mai. Hanno lo stesso atteggiamento di superiorita'  anche con gli stranieri, con cui si confrontano, ma senza la  subordinazione verso il ‘bianco’ che e' retaggio dell'epoca colonialista. Il concetto e’ insomma quello milanese, del “pago pretendo” e “spicciati perche’ ho l’elicottero che parte”.

Uttarakhand - Kausani, la "Svizzera" di Sonia Gandhi e del Mahatma

Kausani, 15 giugno 2015
   Mi sono fermata a Kausani perche’ volevo vedere il luogo di villeggiatura di Sonia Gandhi e famiglia. Da anni la famosa leader italo-indiana passa le vacanze qui ospite di un certo Soman Dubey, giornalista d ex compagno di classe del marito Rajiv.
    La casa e’ a qualche chilometro sopra Kausani, in una bella vallata, vicino ad un resort che si chiama Blossom e a una misteriosa guesthouse del governo esclusivamente “per Vip' che e’ circondata da un orrendo muro di cemento. Sembra quasi un penitenziario. Quando viene Sonia l’intero Paese e’ sotto sorveglianza della sua scorta per garantire privacy e sicurezza.

   Kausani e’ a circa 50 km da Almora, il Paese di Terzani - guarda che caso - ed e’ a un’altitudine di circa 1900 metri. Ci sono delle piantagioni da te’ anche e una fitta vegetazione di cedri, pini e alberi da frutto. Leggo che da qui si vede l’intero arco himalayano che e’ a 320 km di distanza, ma non in questa stagione in cui c’e’ foschia a causa del caldo torrido.
Kausani e’ famoso anche perche’ ci e’ venuto a riposarsi anche il Mahatma Gandhi, guarda di nuovo che coincidenza.
C’e’ un ashram su un cucuzzolo dove si era fermato nel 1929 e si dice che ispirato dalla bellezza del posto abbia scritto Anasakti Yoga, un commento alla Bhagavad Gita,una delle scritture sacre dell’induismo che l’apostolo della non violenza considerava come il suo ‘dizionario spirituale’. E’ stato lui a paragonare il posto a una Svizzera indiana.

Himalaya/Almora, ecco la villa di Terzani nel parco di Binsar! Il 'rifugio di Anam'

Binsar (Almora), 10 giugno 2015

   “Forse è perché, da viaggiatore, si è sempre altrove, che alla fine ci sono tanti posti – probabilmente troppi – in cui uno si sente stranamente «a casa». Sono arrivato qui al tramonto con Billa alla guida e Mahesh al suo fianco e l’Himalaya mi ha accolto con la più straordinaria cerimonia della natura. Le montagne limpide fino in Nepal, il cielo azzurrissimo e la luna prima come una carta velina bianca, poi fosforescente, grandiosa, come un insolitissimo gioiello. I pini e i cedri si son fatti neri, il cielo arancione, poi violetto, la valle si è taciuta e il silenzio era rotto solo dal lontano latrare dei cani. Che benvenuto!”.

    Ho letto i diari di Tiziano Terzani (Un’idea di destino) da cui e’ tratto questo brano scritto il 20 gennaio 2002 quando ritorna ad Almora con l’intenzione di starci per un paio di mesi ospite di una coppia, Vivek Datta e la moglie belga Marie-Therese. Poi ci e’ stato dal 2000 al 2002 con qualche interruzione come leggo nella prefazione della moglie Angela Staude.
   Da queste sue note sono riuscita a capire dove era il suo ‘rifugio’ nel parco di Binsar, a oltre 30 chilometri dalla citta' di Almora, nello stato himalayano dell'Uttaranchal. E’ stata una vera emozione ripercorrere a piedi quegli stessi sentieri e vedere quegli stessi paesaggi, anche in questa stagione non si vedono i picchi innevati e i rododendri non sono in fiore. La pineta e’ secca e le montagne hanno un aspetto autunnale, un po’ triste. Anche le albe e i tramonti non sono luminose come quelle che lui descrive. Se devo dire la verita’ non c’e’ nulla che corrisponde nella ‘cerimonia della natura’ di cui parla. Purtroppo sono nella stagione sbagliata, mi hanno detto quelli del posto. Oppure non sono cosi’ incantata e ispirata da questa parte di Himalaya come lo e’ stato lui. 
   Dunque ho trovato la sua casa dove si era ritirato per fuggire ad un India che ormai non gli piaceva piu’ e anche per accettare la sua malattia mortale. Qui ha iniziato a scrivere un ‘Altro Giro di Giostra’ e qui ha scritto anche la lettera dall’Himalaya “Che fare?” all’epoca della polemica con Oriana Fallaci.
   Mi aspettavo di vedere una ‘baita’, ma in realta’ e’ una bella e grande casa in pietra all’interno di un ‘estate’, un grande appezzamento di terra coltivato dove ci sono anche altre ville coloniali tra cui quella della proprietaria, Mukti Datta, una attivista impegnata sul tema dell’ambiente e delle donne. Mukti e’ la figlia di Vivek Datta, il coltissimo ‘guru’ di Terzani, scomparso nel 2009. Quando parla di lui cita un proverbio: “quando l’allievo e’ pronto il maestro compare”. I Datta hanno comprato l’appezzamento nel 1956 e da allora vivono la’.

Himalaya/Almora, in cerca di Tiziano Terzani - 2

Almora, 8 giugno 2015

    Comincio a capire perche’ Terzani ha scelto queste montagne per il suo 'altro giro di giostra" prima di rientrare in Italia per gli ultimi anni di vita. Ho scoperto che a una decina di chilometri da Almora c’e’ un posto, chiamato Kasar Devi, che da oltre un secolo attira gli stranieri. Sono rimasta letteralmente a bocca aperta quando ho letto la sfilza di personaggi che sono passati di qui a partire dalla fine dell’Ottocento fino agli Anni della beat generation nel 1960 e ’70. Ammetto la mia ignoranza, ma e’ inspiegabile come dopo tanti anni di India non ne abbia mai sentito parlare. Non si finisce mai di imparare in questo Paese. Probabilmente sara’ anche che non appartenendo a quella generazione non abbia avuto occasione di leggere o approfondire gli autori che sono stati qui.
   Terzani di sicuro lo sapeva anche se non c’e’ menzione, mi sembra, nei suoi scritti, ma non posso giurarci in quanto non ho ancora letto i diari che sono la materia del suo ultimi libro postumo Un'Idea di Destino.
    In pratica Kasar Devi e Almora erano un po’ come Rishikesh dove si sono ritirati i Beatles tra droghe e santoni. Qui ci arrivarono Bob Dylan e Cat Steven. E poi gente che insomma andava giu’ pesante con le droghe, come il teorico americano dell’LSD Thimoty Francis Leary , il poeta e suo amico Allen Ginsberg, il traduttore del Libro tibetano dei morti, Walter Evans Wenz.
    E poi, addirittura, sembrerebbe anche lo stesso Herman Hesse! Per la lista completa rimando a wikipedia che menziona una anche una cresta tra due vallate, che si estende per un paio di km, nota tra la gente del posto come Crank’s Ridge. Ho cercato il significato di ‘crank’ in italiano, sarebbe manovella, ma si puo’ tradurre come ‘collina degli svitati’. Evidentemente la gente che la frequentava era un po’ eccentrica.

Himalaya/Almora, in cerca di Tiziano Terzani - 1

Almora (Uttarakhand), 7 giugno 2015


  Stremata dalla calura e dall’aria ammorbata di Delhi, due giorni fa ho preso la moto e sono venuta in Himalaya.  Detto cosi’ fa un certo effetto, ma e’ esattamente come quelli di Torino che vanno nelle prime vallate alpine per sfuggire all’afa. In 400 o 500 chilometri si arriva gia’ a 1800 metri e si puo’ respirare.
Sono ad Almora perche’ qui in queste valli era venuto Tiziano Terzani a cercare pace alla sua malattia e alla sua inquietudine. Mi interessa capire perche’ aveva scelto proprio queste montagne.
    Almora e’a circa 380 km a nord-est di Delhi, ci si arriva passando dal parco di Corbett, quello delle tigri, oppure attraverso Nainital, una cittadina che sorge intorno a un bel lago. Ho fatto sosta notturna in una lodge della riserva dove ci sono frotte di turisti che fanno i safari con gli elefanti e le jeep.
     La strada passa per Ranicket, che e’ un’altra meta turistica e buen ritiro degli inglesi. Una mia guida dell’Uttarackand la descrive come un eden fiorito. Adesso e’ decisamente appassito oltre che pieno di rifiuti,come lo sono purtroppo le citta’himalayane.
    In questa stagione, e soprattutto dopo il caldo di queste settimane, le foreste di cedri sono cosi’ secche che uno si chiede se non c’e’stato un incendio. Cosa che secondo me e’molto facile dato che e’ tutto ricoperto di aghi secchi. Io non sono esperta di botanica,ma mi hanno detto che e’ normale in questa stagione che i cedri siano mezzi ingialliti.
    Vista da lontano Almora sembra una metropoli perche’ si distende in verticale su un intero lato della vallata. Ci sono anche dei palazzoni abbastanza orrendi.
 Pero’ poi quando si entra nella parte piu’ vecchia, nella Mall road, si ha un’altra impressione.
  Sto in una guesthouse indicata dalla mia vecchia Lonely Planet, ‘Kailas International Hotel’ gestita da un ultra novantenne, Jawahar Lal Shah, un banchiere che e’ stato ‘nazionalizzato’ all’epoca di Indira Gandhi se non sbaglio.

Ritorna la festa del 2 giugno, ma solo per italiani

New Delhi, 3 giugno 2015


Dopo un paio di anni, l’ambasciata d’Italia a New Delhi ha ripreso la tradizione del ricevimento in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno.
L’ambasciatore Lorenzo Angeloni, che a marzo ha preso il posto di Daniele Mancini, ha deciso di tenere un ‘vin d’honneur’ oggi a mezzogiorno esclusivamente per la comunità italiana. Quindi non una ‘reception’ ufficiale che sarebbe ‘inopportuna’, data la grave crisi sulla vicenda dei marò
Con questa formula – per vin d’honneur si intende un brindisi al pomeriggio di solito dopo una cerimonia  - è stata quindi ‘recuperata’ la celebrazione del 2 giugno almeno per i connazionali. E molti hanno apprezzato il gesto anche se si è tenuto con un giorno di ritardo..
La storia delle feste nazionali in India è curiosa.

Fino al 2010  la festa della Repubblica si teneva il 15 marzo…perché il 2 giugno era troppo caldo per un ricevimento nel giardino della residenza. E anche perché molti italiani se ne andavano dato che le scuole internazionali qui chiudono a fine maggio. Mi ricordo che gli indiani, poveretti, non riuscivano a capire che ricorrenza fosse mai il 15 marzo!  All’epoca però le feste nazionali italiane erano uno degli appuntamenti più seguiti. Era ancora un periodo di vacche grasse. Mi vengono in mente dei buffet sontuosi con dei prosciutti interi e forme di parmigiano. Addirittura una banda musicale dall’Italia per suonare l’inno.  Feste da un migliaio di persone a cui spesso partecipavano ministri indiani. A pensarci oggi mi sembra un altro pianeta.
Poi l’ambasciatore Giacomo Sanfelice di Monteforte, se ben ricordo, ha deciso di rimettere a posto le date e mi sembra che una festa si sia tenuta in albergo per via della calura.
Dopo l’incidente della Enrica Lexie nel febbraio 2012 è finito tutto, o quasi. L’ultimo evento ufficiale, con tanto di cartoncino, è di due anni fa a novembre per la festa delle Forze Armate il 4 novembre.
Come diceva oggi l’ambasciatore Angeloni ( nella foto con il marò Salvatore Girone) si spera che l’Italia torni presto a festeggiare di nuovo il 2 giugno in India…