Delhi due mesi dopo, sparito il mio bar preferito e pure l'edicola

New Delhi, 27 Febbraio 2016


    Dopo due mesi a gironzolare in moto nel sud dell'India, sono tornata a New Delhi. Nonostante l'esperimento delle targhe alterne la qualita' dell'aria non è migliorata. Il traffico è sempre li', più che mai aggressivo. Ammetto che ci vuole un certo addestramento per circolare in moto o, peggio, in bici.
    Sono aumentati anche i lavori in corso. Anche al parco di Hauz Khaz, dove vado a correre, hanno divelto un marciapiede e stanno scavando in cerca di non-so-cosa.
    Su un fianco e dietro casa mia hanno demolito due palazzi (che non erano vecchi) pezzo dopo pezzo tra nuvole di polvere. Dalla mia terrazza ho la vista sui cantieri. Una trentina di manovali stanno armando delle colonne portanti. Sono già al secondo piano, sembra che facciano a gara a chi va più in fretta. Hanno eliminato gli alberi e cortiletti davanti per edificare il massimo della superficie. Cosi' che la porta di ingresso sara' in pratica sulla strada.
    Stamattina sono andata al mercato di Green Park per fare colazione e prendere il giornale. Il bar dove andavo di solito, uno della catena Cafe Coffee Day, è completamente sventrato. Hanno rimosso il pavimento, scrostato le pareti, è un guscio vuoto. Mi hanno detto che lo stanno "ristrutturando". Ma io me lo ricordo in ottimo stato, anzi era il posto più accogliente del quartiere!
    Poi sono andata a comprare dei settimanali nell'edicola di fianco che vende anche dvd e musica. Sulla saracinesca chiusa leggo che ha traslocato poco distante vicino a una lavanderia. Mi ci è voluto un po' per trovarlo. E' ora in uno piccolo scantinato e la merce è tutta ammassata. Il proprietario mi ha detto che gli hanno chiesto 350 mila rupie al mese, che è oltre 4.500 euro. Ovviamente il poveretto non ce la fa a pagare vendendo magazine da 30 o 40 rupie. E' il trend di tutti i mercati a Delhi che poco a poco stanno buttando fuori i vecchi commercianti. Non so se è l'avidità dei padroni di casa o dei grandi gruppi che vogliono spostare i consumatori nei mega mall in periferia.
   Questo, insomma, per dire cosa sta succedendo a New Delhi. E sono passati solo due mesi....

MARO’ 4 ANNI DOPO 2 /Cosi’ parlo’ il comandante Vitelli

Palolem (Goa), 15 febbraio 2016
   Uno dei personaggi piu’ misteriosi in tutta la vicenda e’ il comandante della petroliera Enrica Lexie, Umberto Vitelli. Il suo ruolo e’ stato delicato perche' e’ lui che ha deciso di tornare in porto quando le autorita’ indiane glielo hanno chiesto. Il suo padrone era l’armatore e non la Difesa italiana...Di lui non si e’ saputo nulla, e’ stato tre mesi in ostaggio a Kochi quando la nave era sotto sequestro. Quando e' ripartito il suo contratto lavorativo era ormai in scadenza.
   Nel giugno del 2013 pero’ e’ tornato in Kerala per testimoniare all’ufficiale P.Vikraman della National Investigative Agency. E’ stato costretto a tornare perche’ la Corte Suprema prima di dissequestrare la petroliera aveva chiesto all’equipaggio di rendersi ‘disponibile’ per la magistratura. Pe garantire la presenza dei testi i giudici avevano imposto una pesante cauzione (che e’ poi stata restituita all’armatore dopo l’interrogatorio).
  Questa e' deposizione di Vitelli che era allegata tra i documenti presentati all’Itlos. Niente di segreto quindi.
    Lui non c’era sul ponte di comando al momento degli spari, ma quando ha sentito “urlare” e’ andato sulla plancia ad assicurarsi che la nave fosse pilotata a mano per mettere in atto le misure anti pirati (accelerazione e zig zag). Sostanzialmente dice che non si occupava di cosa facevano i maro’, ma soltanto della sicurezza della nave secondo il manuale delle Best Management Practices (dell’Imo). Anzi probabilmente come traspare era anche un po' irritato ad avere gente armata a bordo. Dice che a Galle, in Sri Lanka, quando ha imbarcato il team Latorre, sono state issate a bordo delle ‘casse’di armi, ma che non sapeva cosa erano perche’ era segreto della Difesa. Secondo lui, non si e’ trattato di un attacco di pirati.
   Interessante e’ sapere che i maro’ erano saliti il giorno prima,quindi erano solo da un giorno a bordo!


Annex 27

STATEMENT OF MR VITELLI UMBERTO, CAPTAIN OF THE MV ENRICA LEXIE, 15

JUNE 2013



Statement of Mr. Vitelli Umberto, Age 50, PasteraMassalubrense, 5/A

Lumbrense, N5-80061, Napoli, Passport No.F575264 of Italy, Master of

EnricaLexie, Mob No.+39339719130Email- carionov@hotmail.com

My name is Umberto Vitelli, aged 50 yrs. In 1998, I completed my

graduation. After completing the graduation I joined a Merchant vessel MARE

LIGURE as a deck boy. I have 16 years of shipexperience and during this

period Iwas promoted as Master of the ship in the year 2010. In the end of

November, 2011 I joined the Merchant Vessel Enrica Lexie as a Master. 

MARO’ 4 ANNI DOPO 1/ Qualche dubbio e un consiglio

Palolem (Goa), 15 febbraio 2016
   Sono esattamente quattro anni che io (insieme al mio collega dell’Ansa di New Delhi Maurizio Salvi) mi occupo della sventura dei due maro’ arrestati in India. Personalmente e’ il caso che piu’ ho seguito e che piu’ mi appassionato nella mia carriera. Ho letto quintali di carte, parlato con decine di persone, tra cui i pescatori superstiti, scarpinato su e giu’ per il Kerala e per il Tamil Nadu cercando di capire quello che successe il 15 febbraio 2012. Un anno fa sono perfino salita di soppiatto sul peschereccio S.Antony sotto sequestro al porto di Neendakara e ho fotografato di nuovo un foro di un proiettile nel tettuccio. Tanto per ricordarlo, in quel giorno di quattro anni fa sono morti il pescatore Jelastine, che era nella cabina al timone e il giovane Binki, che invece era a poppa a fare i bisogni. Gli altri nove della ciurma dormivano sopra le reti. Nonostante le mie ricerche, non sono mai riuscita a capire come sono andate le cose.
   Ovviamente sarebbe stato molto piu’ semplice se Latorre e Girone avessero detto che cosa e’ successo e perche’ sono ‘innocenti’ come spesso hanno sostenuto. Oppure se il governo italiano avesse reso pubblico il rapporto del team guidato dall’ammiraglio Alessandro Piroli che ha indagato in India. Nell’aprile 2013 La Repubblica ha sostenuto di avere visto le conclusione e ha fatto uno scoop. Ha scritto  che non sono stati loro a sparare, ma altri maro’ del team Latorre composto in totale da sei militari.
   Per anni ho creduto a questa versione finche’ mi sono imbattuta nella testimonianza resa alla polizia indiana del comandante Umberto Vitelli (che pubblico integralmente in un altro post) e le altre deposizioni dell'equipaggio. Lui dice che sul ponte a dritta c’erano Latorre e Girone.
     Siccome di recente sono stata una ventina di giorni su una nave cargo e venendo dall'Europa in India ho attraversato la “zona ad alto rischio” per la pirateria, so molto bene quali sono le procedure di sicurezza e quindi so perfettamente di cosa parla il capitano Vitelli.
   Ma non e’ solo questo che mi preme sottolineare oggi in questo anniversario di un caso che bene o male ha occupato quattro anni della mia vita. Proprio per questo mi arrogo il diritto di dire alcune cose:

1 Non si capisce per quale motivo l’Italia chiedera’il 30 marzo al tribunale arbitrale costituito all’Aja il rilascio temporaneo soltanto di Girone e non di Latorre. E’ vero che quest’ultimo e’ in Italia, ma per la giustizia indiana e’ sempre in liberta’ provvisoria con un permesso speciale per curarsi che scade il 30 aprile.

2 Secondo me Roma non doveva di nuovo sfidare la Corte Suprema (istituzione molto potente in India) dicendo che Latorre non torna ancora prima della scadenza del suo permesso.E' vero che la sentenza dell’Itlos del 24 agosto 2015 che ordina alle due parti di mantenere lo ‘status quo’ sulla contesa potrebbe essere interpretata come un diritto di Latorre a rimanere in Italia. Ma se la decisione e’ unilaterale italiana e l’India non e’ d’accordo, questo potrebbe essere un nuovo elemento di irritazione di Delhi.

3 Anche se adesso c’e’ una corte arbitrale, secondo me non bisogna abbandonare la via dei negoziati tra diplomazie.Lo scritto e lo ripeto, Renzi e Modi devono incontrarsi e parlarsi a quattrocchi. E’ di reciproco interesse.

Hampi, finalmente ho incontrato Baba Cesare

Hampi, 7 febbraio 2016

   Erano anni che cercavo Baba Cesare, il sadhu italiano, famoso in mezza India e ora anche in Italia grazie a un suo libro di memorie 'dettate' a Folco Terzani ("A Piedi Nudi sulla Terra", 2011).
L'ho trovato dove e' stato negli ultimi 25 anni... nella sua grotta-ashram a Anegundi, sulla riva nord del fiume Tungabhadra, vicino al vecchio ponte in rovina.
   Per arrivarci bisogna prendere un cestone dalla riva sud, oppure attraversare un torrente se si e' dall'altra parte. Io ci sono arrivata dal nord, dalla strada che va alla collina di Anjaneya, dove secondo la tradizione e’ nato Hanuman. Questa zona,come mi ha raccontato Baba Cesare, era il regno delle scimmie, e di fatti da lui e’ pieno di langur e macachi.

   Baba Cesare, di cui non so il cognome, e’ un ex freak torinese scappato dall’Italia per vicende di droga. Un ribelle ma di destra, cacciatore di donne ma allergico alla famiglia, che come tanti ha trovato nell’India un rifugio e soprattutto una riserva infinita di droghe, come ho letto nel suo libro.
   A un certo punto, stufo dello sballo contino, e' diventato un 'sadhu', un asceta, un po’ per scelta, ma anche per necessita’ per continuare a vivere liberamente in India quando ormai non si poteva piu’ a causa delle leggi piu’ severe contro gli stranieri senza visto e senza passaporto.
   La sua vita e’ stata rocambolesca, fuori e dentro le prigioni, a zonzo sulla via dei freak dalla Turchia al Nepal, e poi gli ultimi cinque lustri in una grotta ad Hampi. In un certo senso e’ sempre stato coerente con il suo spirito anti conformista. Ha una figlia che ha rivisto due anni fa quando e’ andato al salone del libro di Torino e che fa la designer, mi ha detto. Ma dal libro si capisce che ha anche altri figli...
   Ora ha 70 anni, e' in po'mal messo.. non riesce piu’a camminare se non per brevi tratti e ha un’asma cronica. Vicino al suo letto ci sono le bombole dell’ossigeno. Ma nonostante il respiro affaticato, all’alba fa ancora qualche tiro di cilum in un una delle sue creazioni in terracotta a forma di serpente.

La magia di Hampi e delle sue rocce,

Hampi (Karnataka), 5 febbraio 2016

VEDI GALLERIA FOTO

    Sono tornata ad Hampi dopo quasi una decina di anni e sono stata contenta di trovare la magia di sempre.   Nel bazar, intorno all’enorme tempio Virupaksha o Pampapathi, sono state demoliti negozi e altre stutture che ricordo erano ammassare sulle rovine. Adesso e’ emerso nella sua bellezza tutto il tempio.
   La sponda nord del fiume Tungabhadra, e’ sempre quella che ‘tira’ di piu’ soprattutto gli israeliani e tutta quella fauna freaks che si vede a Goa. In effetti si sono moltiplicare le guesthouse, ma sono rimaste quelle storiche.
   Io sto un po’ in fondo alla Shanti Guesthouse, in una stanza senza bagni a 350 rupie, con dondolo privato in veranda e vista risaia. In questa stagione le risaie sono di un verde brillante che sembrano quasi finte. I famosi massi di Hampi, di tutte le forme, si stagliano sullo sfondo di questo verde e sullo smeraldo del fiume. Ho ritrovato anche la spiaggetta dove andavo a fare il bagno. C’e’ solo mezzo metro d’acqua, ma ogni giorno mi permette di fare un po’ di vasche, mentre le pecore pascolano intorno e gli aironi sono appollaiati sulle rocce. A volte mi chiedo se per caso non sono entrara in quadro naive tanto e’ ‘bucolico’ il paesaggio.
    “Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui musam meditaris avena...” mi viene in mente Virgilio. Ma senza risaie, il paesaggio potrebbe essere anche quello della Gallura,in Sardegna. Non mi stupisco che qui e’ sorta questa citta’ ricchissima, Vijayanagara, nel 1500, in pieno Rinascimento quindi, che si narra fosse la seconda citta’ piu’ popolosa dopo Peking,l'odierna Pechino,
   E’ una palestra naturale, non sono per il free climbing, ma per chi ama la corsa, la bicicletta o semplicemente passeggiare. Al mattino io faccio un po’ di jogging partendo dall’acquedotto fino all’Anjaneya Hill, dove salgo su per i 500 gradini fino al tempio dedicato ad Hanuman (pare sia nato qui da Anjana messa incinta dal vento...
   Poi da li’ si prende una strada di campagna e si arriva fino al vecchio ponte e all’ashram di baba Cesare. Ci sono i ‘cestoni’, le tipiche barchette di bambu’ per attraversare il fiume e da li’ raggiungere il famoso tempio Vithala dove c’e’ il carretto scolpito che e’ il simbolo del turismo in Karnataka.

Shock culturale? Mangiando una pasta alla crema a Hospet...

Hampi (Karnataka), 15 gennaio 2016
Oggi ho attraversato il fiume, il Tungabhadra, e sono andata con il bus a Hospet, il centro abitato a mezzora da Hampi dove si entra nella ‘civilta’’. Ci sono medici, ottici (avevo bisogno di lenti a contatto), bancomat e farmacie. E’ una caotica citta’ purtroppo senza nessun elemento di identita’ come spesso capita. Ho vagato un po’ nel mercato, davanti alla stazione dei bus, mi sono comprata un paio di sandali e prima di tornare ho comprato una pasta alla crema che il negoziante ha avvolto in un foglio.
   Fin qui tutto normale. Ma sentite ora. Salgo sul bus e apro il pacchettino. Era una fotocopia della pagina 491 di un capitolo chiamato “International Human Resource Management”. Incuriosita mi metto a leggere mentre assaporo la pasta. Si parlava di ‘international adjustement” che viene definito come “il grado con cui un immigrato si sente a suo agio a vivere e lavorare nel Paese che lo ospita” (questo era stato sottolineato a matita). E poi andava avanti a spiegare lo “shock culturale”. Faceva degli esempio che potrebbero scioccare gli Indiani citando una certa Nancy Adler. Per esempio che gli studenti Usa portano delle bevande in classe, che gli africani lasciano la classe prima dell’insegnante...
     Nella figura 17 (che non ho perche’ e’ nella pagina accanto) c’e’ una curva a U che spiega i gradi di shock culturale a seconda del tempo passato nel Paese. La prima fase e’ di “luna di miele” quando il nuovo arrivato e’ affascinato dalle novita’ del Paese, viene accolto dalla sua azienda e vede tutto con lenti rosa. Questa fase dura “due o tre mesi”.
    Poi c’e’ “lo skock culturale”, quando il poveretto si accorge dove e’ e non riceve piu’ il supporto dei colleghi o dall’ambiente (che si occupa di altri nuovi arrivati). Qui c’e’ la crisi...”during this stage....” qui finisce il foglio (e la pasta anche).
   So che le altre due fasi sono il “recupero” e poi “l’adattamento” in cui si ritorna su’ nella curva. Io in teoria, dopo oltre 15 anni di India, dovrei essere nella parte altissima della curva a U.
    Ma come dovrei interpretare questo segnale del Caso? Quale e’ il messaggio? Mi ricordo che avevo 18 anni quando ho comprato delle uova avvolte in una pagina di giornale (allora si vendevano sciolte) dove era pubblicato un mio articolo. Ci sono rimasta un po’ male, ma nonostante tutto ho continuato con il giornalismo. Sono convinta, 35 anni dopo, che avrei dovuto seguire il segno del Destino e lasciare perdere. Da allora comunque mi e’ rimasta l’abitudine di sbirciare nei fogli o giornali riciclati che mi ritrovo tra le mani. E ovviamente sono una appassionata dei Baci Perugina.

Maro' e Finmeccanica: Modi avrebbe chiesto a Renzi la testa di Sonia Gandhi?

   Sirsi (Karnataka), 2 febbraio 2016

   Il “The Telegraph” che e’ uno dei piu’ vecchi e anche prestigiosi quotidiani di Calcutta riporta oggi una bizzarra storia sui maro’ che rende ancora piu’ “fishy” , come dicono gli inglesi, l’intera vicenda che tra qualche giorno compie 4 anni. 
L’articolo (ecco qui)  rivela che uno dei mediatori coinvolti nello scandalo degli elicotteri AgustaWestland, il britannico Christian Michel che e’ ricercato dall’Interpol (ma che secondo il giornale “lavora” tranquillamente a Dubai e da’ pure dichiarazioni ai giornalisti) ha detto che Narendra Modi avrebbe proposto a Renzi un accordo segreto quando si sono incrociati all’assemblea generale dell’Onu a New York a settembre. In pratica l’India avrebbe liberato i maro’ in cambio di ‘prove' che collegavano la leader del Congresso Sonia Gandhi con le presunte mazzette pagate da AgustaWestland.
   Michel ha messo queste rivelazioni nero su bianco in una ‘lettera’ alla Corte permanente di Arbitrato dell’Aja che deve decidere la giurisdizione sul caso e anche al Tribunale del mare di Amburgo (che ora non centra piu’ nulla).
   Un portavoce del governo ha bollato la storia come ‘ridicola’, mentre il Congresso ha preso subito la palla al balzo e ha chiesto a Modi delle urgenti spiegazioni.
    A me sembra questa storia un po’ bizzarra, pare uscita dall’Italia, dove si sa c’e’una certa predilizione nel vedere complotti ovunque e nell’intorbidire il piu’ possibile le acque in modo che poi cosi’ non si capisce piu’nulla.

I miei dubbi sono:
1 Perche’ mai Michel si e’ preso la briga di scrivere ai tribunali internazionali? Qual e’ il suo tornaconto nello screditare Modi? La sua mossa poi coincide guarda caso con la decisione dell’India di chiedere all’Interpol la sua cattura.
2 E’ vero che Modi e’ in calo di consensi e che ha perso le elezioni in Bihar, ma davvero ha paura di Sonia Gandhi che e’ ai minimi storici e che vorrebbe pure andarsene in pensione lasciando la baracca al figlio Rahul? 
3 Penso che questo tipo di proposte vadano fatte nell’oscurita’ di qualche corridoio e non nel Palazzo di Vetro. Ma ve lo vedere Modi andare da Renzi e proporre un ricatto del genere? Non penso sia cosi’ disperatamente desideroso di liberare il povero Girone.

Goa, arriva l'autostrada, addio Galgibaga

Galgibaga (Goa), 2 febbraio 2016

   Galgibaga e’ l’ultima spiaggia sud di Goa ed e’ famosa per la nidificazione delle tartarughe Olive Ridley, una rara specie dell’Oceano Indiano. La spiaggia e’ protetta nel senso che ci sono dei guardiaparco e non ci sono attivita’ turistiche sul litorale. Anni fa Galgibaga era un pigro villaggio a maggioranza cristiana, dove c’erano solo un paio di ristoranti all’ombra delle casuarine che separano la spiaggia dalle case. Ora ci sono un paio di ‘resort’ anche se discreti e di notte c’e’ parecchio inquinamento luminoso. Non so se e’a causa di questo che negli ultimi anni sono diminuiti i nidi di tartarughe. Ora sono solo un paio, ma la stagione non e’ finita, magari ne arrivano ancora.
   Inoltre ci sono dei bagnini sulla spiaggia, e’ una ditta privata che ha l’appalto della sicurezza dei bagnanti, soprattutto gli indiani. Hanno anche una moto d’acqua di salvataggio e con questa ogni tanto scorazzano su e’ giu’. Secondo me disturbano la vita marina e le tartarughe, ma loro – mi hanno detto – non hanno nullaa che vedere con il Dipartimento delle Foreste, da cui invece dipende la tutela dell’ecosistema...
   Ma il dramma di Galgibaga e’ un altro. A dicembre il governo indiano ha deciso di scongelare un vecchio progetto di una autostrada sulla costa verso il porto d Karwar, in Karnataka, a circa 40 km. Ora c’e’ la strada nazionale che si inerpica sulle montagne. Con la nuova arteria, chiamata Margao Western bypass, si risparmiano circa 15 km, ma bisogna attraversare tre fiumi, quindi saranno costruiti tre ponti di circa 400-500 metri. Tutto e’ gia’ finanziato dal governo di New Delhi che sta facenndo di tutto per sbloccare i cantieri fermi da anni e trasformare l’ India. Che si puo’ dire? Che devono rimanere arretrati per salvare le tartarughe? No, ovviamente.
   La nuova autostrada a sei corsie taglia esattamente in due Galgibaga. Ora la strada finisce in fondo al Paese dove c’e’ il fiume. Sono 20 anni che gli abitanti aspettano un ponte...ora sono costretti a fare un lungo giro per raggiungere il villaggio d Maxem al di la della sponda. C’e’ un traghetto che porta su e giu’ le persone ma a orari limitati. Alcuni intrepidi salgonno sul ponte della Ferrovia, ma correndo il rischio di venire investiti da un treno.

   Con l’autostrada avranno il ponte, un mega ponte, che hanno sempre sognato, ma il villaggio sara’ per sempre deturpato. Per far posto a strada e ponte dovranno eliminare un bel po’ di alberi e spianare un po’ di negozietti. Molte case si affacceranno direttamente sulla strada dove ovviamente ci sara’un notevole traffico di camion e mezzi pesanti giorno e notte. Penso poi ci vorra’ un cavalcavia e uno svincolo per uscire in Paese.
   Sono stata a colazione da una signora che gestisce un baretto e che ha gia’ iniziato a demolire parte della struttura. I lavori inizieranno tra poco. La strada e’a circa 200 metri dalla spiaggia delle tartarughe e il mega ponte e’ quasi sulla foce del fiume, un posto ricco di mangrovie e di una bellezza sconvolgente.

   Ne ho parlato con la gente, ma sembrano contenti perche’ da anni volevano il ponte. Dopo la Messa, stamane, Il parroco mi ha detto che cosi’ anche i fedeli ...Ognuno pensa al proprio orticello...
   Insomma addio Galgibaga, questo e’ il mio omaggio a un posto che ho amato e che rimarra’ sempre con me.

L'india secondo i Coldplay, "I am feeling drunk and high, so high...."

Gokarna (Karnataka),  28 gennaio 2016

   L'ultimo videoclip dei Coldplay, 'Hymn for Weekend', girato in India, ha mandato in crisi di identita' una nazione intera e creato uno psicodramma collettivo.
   E' un'accozzaglia di stereotipi e di tutto quello che gli occidentali cercano in India fin dai tempi dei 'figli dei fiori' e della beat generation. Volendo potrebbe essere anche uno spot turistico se l'avessero presa bene. Ma agli indiani del XXI secolo, a quelli che lavorano nella Silicon Valley e probabilmente anche all'uomo della strada, ha dato sui nervi che Beyonce si atteggi a diva di Bollywood e che Chris Martin vaghi spensierato a Mumbai tra gente che gioca con i colori come un eterno Holi, in taxi con interni psichedelici e con baba che fumano chilum. Sono tutte cose che esistono veramente, certo, ma metterle tutte insieme come palcoscenico di una canzone che non c'entra nulla, e' in effetti bizzarro.
   Se prendiamo il cinema di Bollywood quando va all'estero, anche li' si vede un sacco di banalita' pseudoturistiche, la 'tomatina' in Spagna o le donne con il fazzoletto in testa in Sicilia.
   Pensate se i Coldplay avessero fatto un video mettendoci le cose piu' scontate dell'Italia, un suonatore di mandolino, un gondoliere, gente che gesticola per strada, uno spezzone del Padrino e degli enormi piatti di pastasciutta sullo sfondo della Torre di Pisa. Come ci saremmo sentiti noi Italiani?
   Quello che mi disturba e' che Martin va in giro in questa Mumbai immaginaria cantando "I am feeling drunk and high, so high so high". Quindi, si puo' dire che , siccome e' strafatto riesce a vedere una India che gli altri non vedono!

Karnataka, agli 'asteroidi' del tempio di Yana

Sirsi (Karnataka), 25 gennaio 2016

   Il Karnataka continua a stupirmi per le sue bellezze, molte nascoste nelle foreste come il tempio di Yana. Si tratta di un santuario sulla montagna dove spuntano due giganteschi monoliti di pietra calcarea nera alti un centinaio di metri e con delle 'guglie'. Sembrano degli asteroidi caduti dal cielo o delle eruzioni di lava che si sono cristallizzate appena sono uscite dalla terra. Ho visto cose del genere solo in Grecia, i monasteri delle Meteora, ma quella è una intera area di rocce a strapiombo.
    Al tempio ci si arriva dopo un sentiero di circa tre chilometri (o due se si entra da un altro versante) e si rimane a bocca aperta per lo stupore.

   Fino a pochi decenni fa il posto era isolato e ci voleva un lungo trekking nella foresta per arrivarci. Oggi c’è una strada asfaltata che attraversa un tratto vergine di giungla dove non c’è anima viva.
    Il tempio è situato nella più grande delle due formazioni che si chiamano  Bhairaveshwara Shikhara (120 metri) e Mohini Shikhara (90 metri). Appena entrati c’è una sorta di cortile e poi sul fondo una caverna dove al fondo c'è  uno 'shiva linga' di pietra. Era transennato, non si poteva entrare. Si sentiva il suono di acqua gocciolare dall’alto.
   I brahmini erano dentro la caverna, penso  impegnati nella preparazione di un rituale. Gesti senza tempo, sopra la nuda roccia, in mezzo alla foresta. C’era qualcosa di primordiale, ma nello stesso tempo magico in questo luogo anche se è ormai attrezzato per i grandi pellegrinaggi.
   Mi viene da pensare a coloro che fino a qualche decennio fa arrivava dopo una giornata di cammino e magari l'intera zona era popolata di asceti nelle grotte.

Goa, alle grotte di Arvalem cercando Erica Jong

Palolem (Goa), 15 gennaio 2016

   Mi sono lasciata tentare da Erica Jong e sono rimasta fregata per due motivi. Il suo primo e forse unico successo, "Paura di volare" (1973), è un cult delle femministe. Ma anche per me, che appartengo alla generazione dei 'baby boomers', è stata una lettura obbligata, insieme a "Porci con le ali" di Lidia Ravera.
   Quando sono andata in Italia a Natale e ho visto in una libreria il suo ultimo libro l'ho subito afferrato. Ammetto di essere stata attirata dal titolo, "Donna felicemente sposata, cerca uomo felicemente sposato" che non c'entra assolutamente nulla, ma quelli di Bompiani sanno il fatto loro.
   Se l'avessero tradotto pari pari dall'inglese "Fear of Dying" che ha molto più senso, forse non l'avrei comprato. O forse sì perché ero curiosa di sapere come si sentiva - lei che ha inventato teoria della 'scopata senza cerniera' - nell'età in cui "non si è più scopabili" secondo i criteri dominanti maschili.

Gli ‘’uomini scimmia” delle palme da cocco, un mestiere in via di estinzione

Palolem (Goa), 10 gennaio 2016
 
    Stamane Succurina, la proprietaria dei 'coco huts' See view di Palolem Beach, dove sto io, ha deciso di ‘sfoltire’ le palme da cocco. E’ una operazione che si fa saltuariamente per raccogliere i cocchi maturi e soprattutto rimuovere quelli secchi per evitare che piombino sui turisti. Vivere sotto un palmeto sara’ esotico, ma ha i suoi rischi....Si narra che in passato a Palolem un tedesco e’ stato ucciso da un cocco in testa. Ogni tanto capita di sentire nella foresta il ‘bang’ di una noce su un tetto di lamiera o il fragore di una foglia secca che plana al suolo. Se capita di notte mi sveglio di soprassalto con il cuore che sobbalza.
   Succurina ha chiamato un paio di ‘uomini scimmie’, esseri scheletrici, tutto nervi, di una certa eta’, che a piedi nudi e con una corda salgono sulle piante con una agilita’ impressionante. Ho subito tirato fuori la macchina foto.
    E’ un mestiere che mi ha sempre incuriosito quello dei raccoglitori di cocco.Penso che come tutti i mestieri in India appartenga a una ‘comunita’’ o casta specifica.  Avevo letto che e’ in via di estinzione e che e’ sempre piu’ diffcile trovare il personale. Come e’ per tanti mestiieri, i figli non vogliono piu’ fare il lavoro dei padri e manco quest’ultimi lo vogliono. Sarebbe un’idea per un reportage, tipo “cercasi raccoglitori di cocco”. So che in effetti i coltivatori hanno cominciato a introdurre delle specie nane di palma da cocco e che qualcuno in Kerala, dove sono piu' ricchi,  ha persino inventato una macchina per raccogliere i frutti.
   Anche la noce da cocco mi ha sempre affascinato. Si fa di tutto, olio, farina, alcol e la si impiega ovunque, dalla cucina ai tappeti. E la si usa anche per la 'puja', l'offerta degli induisti alla divinita’ o per benedire veicoli, case o animali...Ho imparato solo qui nel sud dell’India a dissetarmi dai cocchi e solo da poco ho capito che i cocchi verdi contengono le ‘noci’ con il latte e una polpa bianca. 
   Ma se lo si lascia seccare il cocco diventa duro come quello vedevo al luna park quando ero bambina in una specie di fontana con le luci colorate. 
   Ho scoperto poi che l’India produce il 32% di tutte le noci da cocco al mondo che sono 73 miliardi all’anno, piu’ o meno dieci a testa. E che gli altri due grandi produttori sono Indonesia e Filippine.
   Questi 23 miliardi di cocco indiani vengono raccolti a mano dagli “uomini scimmia”. Ci sono qualcosa come 10 milioni di produttori concentrati in Tamil Nadu, Kerala e Karnataka (Goa non fa testo, le palme servono per far ombra ai turisti...) e tutti costoro dipendono da questi professionisti che  hanno ormai i capelli bianchi.

Konkan Coast 2016/ In moto da Mumbai a Goa

Mumbai, 1 gennaio  - Goa 6 gennaio 1026

   Non c’e’ modo migliore di iniziare l’anno mettendosi in viaggio! E anche di finirlo visto che ho passato l’ultima notte dell’anno in aereo da Milano a Dubai e poi da Dubai a Mumbai.
    Ho ritrovato la moto come l’avevo lasciata e quando ci sono salita era come se non fossi mai andata in Italia. L’idea e’ di andare a Goa, l’ex colonia portoghese, seguendo la strada della costa dello stato del Maharashtra. Avevo letto che questa strada e’ una delle piu’ belle per chi ama viaggiare in moto. Sacrosanta verita’!
Sono stati 600 km, sette traghetti e sei giorni di assoluta gioia, tra spiagge, forti, templi, villaggi, foreste, fiumi, piantagioni di mango e promontori e poi di nuovo spiagge, forti, templi...quasi tutto su strade dissestate, a volte sterrate, perfino sentieri, tornanti infiniti e zig e zag in mezzo ai territori tribali. Scende in pianura solo quando si entra a Goa...e si vedono i primi fricchettoni di Arambol.

"The Walk", la piccola equilibrista di Alibaug

Alibaug (Maharashtra), 2 gennaio 2016


Ho visto di recente "The Walk", il film biografico sull'artista francese Philippe Petit girato dal regista americano Robert Zemeckis.  Quando ho visto questa piccola equilibrista sulla spiaggia di Alibaug, a sud di Mumbai, non ho potuto che pensare agli artisti di strada indiani

Da Delhi a Mumbai con la moto, omaggio alla mia Poderosa

Mumbai, 22 dicembre 2015
   Sono partita  New Delhi con la moto,  un po’ per gioco e un po’ per sfida, e oggi sono arrivata alle porte di Mumbai, dove oggi ho un volo per l’Italia.
   Circa 1.500 km dopo (non li ho contati, vado a spanne) sono arrivata a Thane, periferia nord di Mumbai, dove ho lasciato la moto a casa di un amico. La riprendero’ quando torno.
  Quando sono arrivata, ho pensato di inginocchiarmi davanti come aveva fatto Vettel quando ha vinto il quarto mondiale nell’ottobre 2013 sul circuito di New Delhi. Poi mi sono guardata intorno, c’era un via vai di famiglie e joggers nel parco di fronte e ho pensato che mi avrebbero preso per matta. Quindi mi sono limitata a congiungere le mani a mo' di namaste' e rendere omaggio alla mia gloriosa compagna di viaggio.
    E’ un rapporto speciale quello che si crea con con una motocicletta. Ci sono anche celebri esempi letterare, mi viene in mente La Poderosa del Che Guevara.
   La mia e’ una Bajaj modello Platina comprata di seconda mano a Bhuj, in Gujarat. Di colore blu’. E’ un po’ arrugginita, e secondo me e’ stata assemblata con dei pezzi taroccati. Ma ha un buon motore, che quando accellero sembra di avere una Enfield. Consuma poco, faccio i 50 con un litro. Il tachimetro non ha mai funzionato, e cosi’ non so quanto puo’ fare, penso non piu’ degli 80. La cilindrata e’ poco piu’ di 100 cc e ha un sedile cosi’ lungo che mi posso sdraiare. Una moto cosi’ in Italia e’ impensabile. Ma qui e’ simile a milioni di altre.

LIBRI/ Pasolini, l'India ha ancora lo stesso odore

Mumbai, 20 dicembre 2015

Mi sono portata dietro sulla moto "L'Odore dell'India" di Pier Paolo Pasolini per rileggerlo e vedere che effetto faceva nell''India che io ho davanti agli occhi in questo viaggio.  E' stato scritto nel 1961 durante il suo celebre viaggio con Alberto Moravia e Elsa Morante.  Oggi non si ritrova piu' la tremenda miseria da lui descritta a Calcutta o a Cochin, ma alcune pagine sono ancora oggi le migliori in assoluto per descrivere certi stati d'animo che un occidendale prova di fronte alle mille contraddizione di questo Paese.
Il libro si chiude con la descrizione  delle pire di Benares e con questa frase che voglio ricordare qui:

"Cosi', confortati dal tepore, sogguardiamo piu' da vicino quei poveri morti che bruciano senza dare fastidio a nessuno. Mai, in nessun posto, in tutto il nostro soggiorno indiano, abbiamo provato un cosi' profondo senso di comunione e, quasi, di gioia".   

Daman, nel covo dei "nostalgici" portoghesi

Daman, 19 dicembre 2015

   Sono arrivata a Daman, ex colonia portoghese sulla costa del Gujarat, dopo una lunghissima giornata di guida da Anand. Sono 300 km e la NH 08 fa una deviazione circolare per bypassare la citta’ di Baroda o Vadodara. Pero’ dopo prosegue dritta verso sud e il 'contatore' dei km verso Mumbai scende velocemente. Piu' si va avanti e piu' si sente anche l’aria tropicale. Mi ricordo quando centinaia di km a nord ho visto la prima palma da cocco e ho esultato.
   Sono giunta a Daman che era ormai sera. Odio viaggiare di notte perche’ qui in India usano costantemente gli abbaglianti e non li abbassano quando incrociano altri veicoli. Inutile lampeggiare, non mollano, e allora li tieni anche tu per ripicca.
Daman (Damao in portoghese) e’ insieme a Diu’, a 900 km di distanza, un Territorio dell’Unione. Sono quelle zone amministrate direttamente dal governo di New Delhi, come le isole Andamane.e Nicobare.  Forse perche’ il governo ha paura che si ribellino.


    Le enclave di Daman e Diu’ erano fino al 1961 dei possedimenti portoghesi come Goa (che poi e’ diventata uno Stato autonomo). Per oltre 450 anni i portoghesi hanno controllato questi porti sul Mar d’Arabia dove erano arrivati nel 1500 con Vasco De Gama. Hanno perfino fatto a Goa la loro base asiatica e per lungo tempo hanno monopolizzato il commercio delle spezie. Hanno poi portato il cattolicesimo convertendo gli indu’e combattendo le ‘eresie’ dei cristiani orientali che erano arrivati – si dice – con l’apostolo Tommaso.
    Sono riusciti a sopravvivere all’arrivo degli inglesi e mentre questi se ne sono andati nel 1947 con l’Indipendenza indiana, loro sono rimasti ancora per oltre 20 anni fino a quando non sono stati cacciati dall'esercito inviato da Delhi.

National Expressway 1 (Ahmedabad - Baroda), un'autentica autostrada ma vietata alle moto

Anand, 16 dicembre 2015
   La ‘expressway’ numero 1, nota anche come “Mahatma Gandhi” highway, e’ davvero un’autostrada modello con un asfalto impeccabile, le recinzioni e uno spartitraffico completamente fiorito. E’stata costruita nel 2009 ma soltanto di recente e’ stata raddoppiata.
    E’ lunga 93 km e ci sono soltanto un paio di uscite. E...purtroppo... e’ vietata alle moto....Io non lo sapevo e sono passata lo stesso da un passaggio laterale che pensavo fosse quello riservato alle moto (che di solito sono esentate da pedaggio). I casellanti mi hanno fatto dei segni ma io li ho ignorat e ho tirato dritto. Pensavo non fosse cosi’ rigido il divieto e che l'autostrada  fosse incasinata come le tutte le altre dove alla fine la velocita’ non e’ mai superiore agli 80.... Invece mi sono trovata davanti una sorta di pista di automobilismo, con auto che sfrecciavano e io 'rintanata' nella corsia di emergenza.
    Il limite qui e’ dei 100 km all’ora, ma quasi tutti lo sorpassano anche perche' la carreggiata e' dritta e invitante . Ho letto dopo che ci sono anche molti incidenti e lo immagino perche’ non c’e’ l’abitudine qui ad andare cosi’ veloce.
    Siccome sapevo di essere illegale sono uscita dopo circa 20 km nel primo casello di Anand. La strada taglia un tratto bucolico di campagna. Ci sono diversi cartelli che invitano a tenere pulito il paesaggio e che esalta le virtu’ della Expressway. In effetti sembrava di essere su un autostrada svizzera...Quando all’uscita i poliziotti mi hanno femato un po’aggressivi ho detto loro che ero entrata per sbaglio e per fortuna sono stati comprensivi!

Anand, la latteria dell’India

Anand (Gujarat), 16 dicembre 2015

   A circa 180 km da Udaipur, in un posto che si chiama Himmatnagar, famoso per le ceramiche, sono entrata in Gujarat, lo stato ‘modello’ dell’India. L’ho notato dalla qualita’ dell’asfalto, per quasi tutto il tratto del Rajasthan, tutto collinare, nella carreggiata c’erano dei solchi. Quando fa molto caldo il catrame si scioglie e le ruote dei camion plasmano la strada. E con la moto quando si sorpassa si esce e si entra da un solco all’altro.
   In Gujarat, la patria del premier Narendra Modi e Stato indiano piu’ industrializzato, la mia moto che e’ appunto targata GJ perche’ l’ho comprata qui dua anni fa, si e’ sentita a casa. Ho ripreso a viaggiare sulla National Highway 8, la mitica NH08 che va da Delhi a Mumbai, e che e’ nota come una delle piu’ trafficate ma anche delle piu’ ben tenute,a parte la segnalazione un po’ carente, le mandrie di mucche e perfino un cammello vagabondo che se ne andava al trotto nel mezzo della carreggiata.
   A un certo punto i km per Mumbai sono scesi a sotto 500, e’ li’ che ho pensato di farcela. Avevo letto sul web di un’impresa di un motociclista che era riuscito a fare da Delhi a Mumbai in 24 ore comprese alcune soste. Avevo capito che aveva seguito appunto la NH08 piu’ un fatidico ‘bypass’ di Ahmedabad, la capitale del Gujarat, che aveva risparmiato almeno 3 ore.
  Ma nelle mie vecchie mappe o nella Lonely Planet, che e’ quella ‘vintage’,di 15 anni fa, non c’era nessun ‘bypass’. Manco sul GPS l’ho visto. E poi credevo che il ‘bypass’ fosse alla periferia di Ahmedabad, e non invece a 150 km dove (forse) lo avevo visto, ma avevo tirato dritto lungo la solita NH08. Mi ricordo di una deviazione per ‘Vapi’ che e’ sulla costa dopo Baroda e dopo Surat. So solo che dopo sono spariti i camion e anche i cippi con la distanza da Mumbai.
   Sono quindi piombata nel traffico di Ahmedabad, che ho attraversato proprio nell’ora di punta. Da li’ volevo in realta’ andare a Baroda, la capitale culturale del Gujarat, ma non ce l’ho fatta perche’ ormai era buio (e freddo).
   Mi sono fermata ad Anand, un postaccio, ma famoso per essere la sede di Amul, la piu’ grande cooperativa del mondo che produce latte e prodotti caseari. Una istituzione in India. Il logo, una bambina con un nastro a pois rosso in testa, e’ tra i piu’ popolari e non manca mai di accompagnare notizie nazionali e internazionali. In un ogni quartiere c’e’ una latteria Amul. Il nome e’ entrato nell’immaginario collettivo. Si dice Amul boy, per dire ‘bamboccione’ e la destra aveva cosi’ soprannominato Rahul Gandhi, figlio e delfino politico di Sonia Gandhi. C’e’ un museo da visitare e un giro nella storica sede. Si dice che Amul e il suo fondatore Verghese Kurien, morto tre anni fa, abbia contribuito alla ‘rivoluzione bianca’ che ha fatto dell’India il primo produttore di latte al mondo. A novembre per il 94esimo compleanno Google ci ha dedicato un doodle.
    Anand, che in hindi vuol dire, ‘piacere’ (si dice ‘anand liye’ per dire ‘goditela’), e’ famosa anche per la maternita’ surrogata. Guarda caso, proprio della patria del latte, sono concentrate le fabbriche dei bambini. Le cliniche dove donne bisognose di soldi ‘affittano’ gli uteri per nove mesi a coppie sterili. Adesso il governo intende impedire agli stranieri di usare questo metodo di procreazione, e quindi sono un po’ in crisi. Le coppie di tutto il mondo vengono qui a ‘produrre’ bambini perche’ costa molto di meno.
  Ma la domanda interna e’ in crescita dopo che alcuni famosi attori di Bollywood hanno fatto ricorso alla maternita’ surrogata.

Chittorgarh, la Masada dell’India

Chittorgarh, 18 dicembre 2015
   Sono partita da Jaipur alle 11 quando l’aria ha cominciato a riscaldarsi e sono arrivata al tramonto a Chittorgarh o Chittor dopo oltre 300 km e la solita serie infinita di chai. Un bel pezzo ma tutto di autostrada, tra un paesaggio collinare tutto ondulato e senza citta’. E’ stata dura un po’ per il freddo, sembra che in questi giorni ci sia una ondata di gelo dall’Himalaya. Ogni km mi dicevo...sto andando sempre piu’a sud resisti....


    Mi sono sistemata in un hotel nella citta’ nuova vicino alla stazione. Per arrivarci ho passato una zona industriale allucinante, qui ci sono le miniere di zinco, fin dall’antichita’ e qui c’e’una delle piu’ grandi raffinerie di zinco del mondo, la Hindustan Zinc Limited, del gruppo Vedanta. C’e’ anche un cementificio e una centrale nucleare, che e’una delle piu’ vecchie essendo stata costruita nel Settanta con l'aiuto dei canadesi. La collaborazione termino' poi con il primo test nucleare del 1974 nel deserto di Pokhran. Sul progetto c'e' un documentario "Juggernaut".
   Chittorgarh e’ famosa per il suo antico forte, il piu’ grande del Rajasthan, che sorge sulla collina che domina la citta. La sua storia e’ legata alla casta dei fieri e baffuti Rajput, i guerrieri del Rajasthan, ancora oggi fiore all’occhiello dell’esercito indiano.
     E’ una storia truculenta. In un paio di secoli, dal 1300 in poi, ha subito tre assedi in cui gli abitanti della citta’ si sono suicidati piuttosto per non cadere nelle mani degli invasori. Comprese le donne chesi sono immolate nel fuoco, un rituale chiamato “jahaur”. Insomma come Masada, l’inespugnabile fortezza sul Mar Morto simbolo della resistenza degli ebrei contro le truppe romane. In questo caso gli invasori erano sultani da Delhi e poi i potenti Mughal.

Udaipur, parlando di Amore nella citta' piu' romantica del Rajasthan

Udaipur, 17 dicembre 2015

   Udaipur, la citta’ piu’ romantica del Rajasthan, e’ a soli 117 km da Chittorgarh. Quindi ci sono arrivata con comodo. L'estensione del cemtro urbano e’ enorme, non me ne ero mai accorta. Per arrivare al lago Pichola, dove sorgono i palazzi del maharaja  e della sua corte, ci ho messo un bel po’. C’era una bella luce che avvolgeva i templi e le antiche ‘haveli’ signorili che si specchiano nel lago. 
Udaipur mi ha sempre affascinato.  Ho ritrovato una accogliente guest house, Devi Vilas, dove ero gia’ stata.  Niente di lussuoso, ma ha una bella vista dal terrazzo e  non c’e’ quasi mai nessuno. Da due anni a questa parte il turismo e' calato drasticamente.
    E’ li’ che a colazione ho fatto uno di quegli incontri casuali che per me sono uno dei principali stimoli per viaggiare. Ho conosciuto una canadese quebecoise, un insegnante in pensione, Doris Veillette, che mi ha detto che stava scrivendo un libro. Un romanzo dedicato all’amore, quello con la A maiuscola, con una protagonista che si chiama Maria. 
E con lo sfondo del lago incorniciato dalle colline,  del Taj Lake Palace e il Jag Mandir, ci siamo messe a discorrere in francese sui significati dell’amore terreno e di quello divino. Dell’amore materno, che lei non ha avuto e dell’amore incondizionato per il prossimo come quello di Madre Teresa. ‘Cosa vuol dire amare’? mi ha chiesto con quell’accento che hanno i quebecois. “Voglio tentare di rispondere a questa domanda”.

Rajasthan, la nuova frontiera industriale

Jaipur, 19 dicembre 2015

   Uno e’ abituato a pensare al Rajasthan come la terra dei maharaja, ma le cose stanno cambiando in fretta. Sara’ il contagio del vicino Gujarat o il partito indu nazionalista del Bjp che sta spingendo l’industrializzazione, ma i cambiamenti sono visibili. Come al solito i trattori coesistono con la miseria. Ma mentre prima lungo le strade si vedeva un Paese fermo ai tempi dell’isolamento sovietico, beh oggi si vedono i germogli di un processo che davvero penso sia inesorabile.
   Per la prima volta sulla strada tra Delhi e Jaipur, circa 270 km, ho visto piu’ trattori che cammelli. Anzi cammelli non ne ho proprio visti. E neppure quei camion o trattori caricati all’inverosimile, gonfi come mongolfiere, che occupavano due corsie. L’autostrada e’ stata completata, ci sono i cavalcavia che oltrepassano i villaggi. Si viaggia a una media costante. Io non ho mai fatto riparare il tachimetro della mia moto e quindi vado a spanne. Penso di aver tenuto una velocita’di circa 70 km all’ora.
   Mi ha impressionato il distretto industriale di Neemrana, a circa 120 km da Delhi. Ci sono delle zone economica speciale per l’export , sul modello di quelle in Cina. Una e’ la Export Promotion Industrial Park (EPIP) e l’altra e’ la Japanise Industrial Zone, dove c’e’ una fabbrica Suzuki. In strada ci sono bisarche che vanno e vengono piene di auto immagino.

Inquinamento a Delhi/ Pechino chiude le scuole? I 'delhiti' se ne fregano

New Delhi,  8 dicembre 2015

Nel parco vicino a casa mia, Safdarjung Enckave, hanno messo gli attrezzi ginnici. Fin dal primo giorno sono diventati un'attrazione generale.

Di buon mattino, la gente del quartiere ha iniziato ad allzare pesi, pedalare e fare ogni tipo di evoluzioni. Alla faccia dello smog record che  batte anche Pechino, dove proprio oggi hanno chiuso le scuole per l'alto livello di particolato.   

Inquinamento a Delhi, ecco perche’ le ‘targhe alterne’ non servono

New Delhi, 5 dicembre 2015
     Praticamente costretto dai giudici a fare qualcosa, il ‘chief minister’ di Delhi , Arvind Kejriwal, finalmente si e’ accorto che l’aria era irrespirabile. Da alcune settimane le centraline segnavano allarme ’rosso’ per il particolato, ma nessuno faceva nulla....'

     Ha quindi deciso di tirare fuori il vecchio ed estremo metodo delle ‘targhe alterne’ a partire dal 2016 . ‘Estremo’ perche’ significa che si e’ disperati. E ‘vecchio’ perche’ mi ricordo era stato inventato negli anni Settanta in Italia o forse anche altrove. All’epoca si diceva che non c’era petrolio per tutti (gli arabi ci tenevano per le palle) e bisognava risparmiare benzina. Era il periodo dell’Austerity, che detto in inglese sembrava ancora piu’ paurosa.       Da bravo mattatore qual e’ Kejriwal ha saputo spiazzare tutti quanti con un colpo da maestro. Salvo precisare il giorno dopo che la misura sarebbe stata “testata’’ per soli 15 giorni e che “se non piaceva” si poteva rettificare. Ha poi deciso che durante il periodo di prova le scuole saranno chiuse, il che significa gia’ molto traffico in meno. Inoltre ci sono molte eccezioni, tra cui le donne che sono alla guida da sole perche’ si teme che se prendono il bus o il taxi vengono immediatamente stuprate... Non e’ poi stato deciso se la regola si applica anche agli oltre 5 milioni di motocicli. Io come ‘single’ e motociclista avrei doppio diritto a viaggiare. Peccato che di recente vada in bici perche’ e’ ormai l’unico modo per circolare a Delhi.
    Comunque se tutto fila liscio, si levano dalle strade ogni giorno circa un milione di veicoli. Che non e’ poco. Ma temo che non serva granche’ perche’ l’inquinamento e’ solo in minima parte causato dai gas di scarico. 

    Basta guardare le strade per rendersene conto. Nel mio quartiere, Safdarjung Enclave, c’e’ una tale quantita’ di polvere depositata in terra che basta quella a creare un ambiente estremamente malsano. I cigli delle strade non asfaltate, le montagne di sabbia e ghiaia dei cantieri edili, i detriti delle demolizioni, i perenni lavori in corso e i falo’ di rifiuti...questo e’ il vero problema di Delhi. L’unica soluzione vera e’ dal cielo. Non una divinita’ che forse non ce la farebbe nemmeno...ma la pioggia.
    Perche’, per esempio, Kejriwal non chiede ai suoi di pulire le strade come succede nell’enclave diplomatica? La’ non c’e’ polvere che si solleva da terra, ma solo quella dei tubi di scappamento che non sono poi tanti.
  Altro semplice suggerimento, non solo per l’aria che respiriamo, ma anche per rendere la citta’ piu’ vivibile. Perche’ non fare delle isole pedonali chiudendo al traffico le zone centrali o i mercati? Per esempio Connaught Place? o il famigerato Khan Market? Sarebbe molto piu’ semplice che il colossale compito di imporre il divieto di circolazione ogni giorno a un milione di veicoli.
        Detto questo, penso pero’ che sia tutto sbagliato in partenza. Perche’ l’unico modo e’ disincentivare l’uso dell’auto e creare degli spazi dove la gente possa camminare...o andare in bici. Ma questo purtroppo e’ qualcosa che l’Occidente sta capendo solo ora dopo mezzo secolo di orrori ambientali e urbanistici...

Festival Cinema di Goa, tra terroristi islamici, ebrei ortodossi e brahmini

Panjim, 23 novembre 2015

   Sono al Festival internazionale del cinema di Goa che  si tiene a Panjim, forse l’unica citta’ veramente turistica dell’India. Il Festival, noto con l'acronimo di  IFFI,  e' considerato la Cannes dell’Asia. Siccome non ci ero ma stata, sono venuta per vedere se c'e' davvero la croisette.... In realta’ io non sono mai stata neppure al festival di Cannes...ma posso tranquillamente affermare che ce ne vuole ancora un po’ prima di arrivare ai livelli della Cote d'Azur...
   Per l'occasione Panjim e’ stata addobbata a festa ed e’ piacevole passeggiare sul lungo mare anche  se - lo ripeto - non e' la croisette. All’entrata principale del teatro Inox, dove c’e’ il 'red carpet' troneggiano due pavoni giganti. Il Pavone d'oro e' infatti il premio che si assegna al vincitore, come il Leone d’oro di Venezia.
    I film proposti mi sembrano estremamenti interessanti, anche se rispetto agli anni scorsi c’e’ meno glamour perche' mancano ospiti famosi.
   Per una curiosa coincidenza stamane ho visto tre film non in concorso che parlano di intolleranza in tre fedi : Islam, Induismo e Ebraismo. Sembra che gli organizzatori l’abbiano fatto apposta a metterli nello stesso giorno...forse si’ dopo Parigi.
    Il primo e’ stato Taj Mahal, un film del francese Nicholas Saada che racconta la storia di una adolescente durante l’assedio dei terroristi agli hotel di Mumbai alla fine di novembre 2008. Per l’India quello e’ stato l'11 settembre. Io ero la’ davanti al Taj Mahal Hotel, il simbolo di Mumbai davanti alla Porta dell’India e quindi ho rivissuto ogni momento. Gli attacci hanno causato 166 morti, tra cui un italiano e decine di ferite. Per ore centinaia di clienti del Taj Mahal e dell’Oberoi Trident sono tenuti ostaggio dei terroristi pachistani arrivati dal mare . Gli attacchi di Parigi del 13 novembre sono stati paragonati a questi per la modalita’, anche se sono durati molto di meno. A Mumbai gli ultimi due terroristi sono stati eliminati dopo ben tre giorni e dopo aver incendiato lo storico hotel della famiglia Tata.
    Io non so come il film di Sadaah e’ stato accolto dalla critica quando e’ uscito in Francia a settembre, ma io l’ho trovato ben fatto. L’interpretazione della ragazza, Louise (Stacy Martin) e’ notevole. La ricostruzione, incendio compreso, e’ molto fedele. L’unico particolare sbagliato, e’ che gli ostaggi salvati non erano coperti con la stagnola dorata (come a Parigi). Non penso che i pompieri indiani la usino. Il film non fa alcun accenno ai terroristi se non quando si sentono le loro voci in urdu davanti alla camera di Louise quando freddano un cameriere che dice che non c’era nessuno.
   Il secondo film invece entra pesantemente nella questione dell’intolleranza religiosa. E’ Dharm (religione in hindi ) del regista Bhavna Talwar (2007). Era stato presentato a Cannes ed doveva andare come candidato agli Oscar, ma e’ stato preferito a un altro. Ambientato a Varanasi, magica come sempre, racconta la storia di un brahmino che ironia della sorte accoglie in casa un neonato mussulmano (la moglie gli aveva detto che era la madre di una famiglia di brahmini lo aveva abbandonato). C’e’ tutto quello di cui si parla oggi in India, la discriminazione castale, la violenza degli hindu’ e l’ortodossia religiosa...attualissimo. Con un finale da Hollywood.
   Terzo film, ancora sul tema, e’ stato Kadosh (“sacro” in ebraico ) di Amos Gitai, che racconta dell’intolleranza religiosa ma da una prospettiva femminile. Non ci sono piu’ i brahmini, ma i rabbini a Gerusalemme. Ma in comune c’e’ l’amore di due sorelle, una per un marito che e’ impotente e che e’ costretto a prendere una nuova moglie. Un’altra che non vuole essere una ‘macchina da procreazione’ come vuole il Talmud e che si ribella perche’ innamorata di un ragazzo laico e lascia la comunita’. E’ bello vedere nel film i quartieri ortodossi di Gerusalemme che ricordo bene quando abitavo la’.
   Prima di questa abbuffata di drammi religiosi mi sono distesa con Meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani, uno dei pochi film italiani in programma e la Dolce Vita di Fellini che ho rivisto dopo tanti anni. Attualissima, incredibile. Ho capito dove si e’ ispirato Tarantino per la ‘Grande Bellezza’, che e’ ovviamente una brutta copia del capolavoro con Mastroianni. Geniale il miracolo dell’apparizione della Madonna, con il clamore mediatico e le feste boccacesche, con nani e ballerine, con le veline ante litteram. Profetico.



Italia-India, è gelo tra Modi e Renzi al G20 di Antalya

New Delhi, 19 Novembre 2015
 
   Almeno si erano stretti la mano Narendra Modi e Matteo Renzi l’anno scorso al G20 in Australia  . Era una delle prime uscite sulla scena internazionale del leader della destra indiana ancora alle stelle per il trionfo elettorale. Uno scambio di battute ‘veloce’, dice l'Ansa, e una foto ricordo (di cui non ho trovato traccia). 
     Quest’anno (curiosamente, sempre 16 novembre, ma ad Antalya, in Turchia)  manco questo. Anzi nella foto di gruppo erano pure distanti nonostante India e Italia siano vicine in ordine alfabetico.  

    Sulla stampa indiana alla vigilia erano emersi rumors su una possibile bilaterale. Un collega mi aveva perfino chiamato,  entusiasta,  per chiedermi se sapevo di un possibile incontro che secondo lui era in programma. Ma non ho mai trovato conferma né da Roma né da Delhi. 

    Di fatti oggi al briefing settimanale, il portavoce del ministero degli Esteri Vikas Swarup, famoso per aver scritto il libro che ha ispirato The Millionaire, ha chiarito che non c'è stato nessun incontro. Niente. Non si saprà mai chi dei due lo aveva chiesto e chi lo ha rifiutato. O magari più, semplicemente, nessuno lo aveva chiesto sapendo che la questione è ora nelle mani della Corte permanente dell’Aya.
    Chissà perché pensavo che ci potesse essere un tentativo in extremis di dialogare. Un’ultima possibilità di trovare una soluzione diplomatica ai massimi livelli, da 'uomo a uomo', prima di incrociare le spade nei tribunali e lasciare la parola agli avvocati. Nulla di ciò. La faccenda si è ormai incancrenita, a tal punto che non c’è neppure spazio per le cortesie. Muro contro muro.

Taj Mahal, come saltare le code con l''high value ticket'

Agra, 12 novembre 2015
   Era da un po’ che non andavo al Taj Mahal. Ci sono andata oggi per accompagnare mia cugina che non c’era mai stata. Purtroppo ho scelto un giorno di massimo affollamento. Forse perché è giovedì e domani è chiuso. Oppure perché è all’indomani del Diwali e forse è ancora un giorno festivo.
   C’erano gruppi di gitanti e tante famiglie. Pochissimi i turisti stranieri, come prevedibile dato che non ci viene più nessuno in India per diversi motivi…la crisi, paura di attentati e violenze sessuali, inquinamento…
Mentre mia cugina ha comprato il biglietto ‘per stranieri’ che è quello da 750 rupie, io sono riuscita ad avere quello ‘indian’ da 20 rupie perché ho mostrato la patente indiana.



   Alcuni anni fa ero entrata come giornalista perché stavo facendo un servizio sulla pulitura dei marmi con una speciale ‘maschera’ di bellezza a base di argilla, limone e latte.
   Fatto sta che non mi ero mai accorta dello speciale trattamento dei cosiddetti “high value ticket”. Innanzitutto lo straniero ha diritto a una bottiglia di acqua minerale e al 'copriscarpe', cosi’ che non deve andare a piedi nudi. Poi, cosa più importante, soprattutto oggi, hai diritto a saltare tutte le code.
   Oggi c’era una fila di mezzo chilometro per entrare, un’altra dentro per salire sulla piattaforma e un’altra ancora per entrare dentro il mausoleo che girava tutto intorno. Insomma se non era per il biglietto che mia cugina sventolava ogni volta davanti alla sicurezza (e io mi accodavo a lei facendo finta di avere lo stesso biglietto) io sai ancora in coda…
   Mi sono accorta poi che ci sono alcuni cartelli (come quello in foto sopra) che, in perfetto stile indiano, indicano l'esistenza di un percorso di visita riservato ai “high value ticket” e uno ai ‘general ticket’. Insomma da una parte i vip e dall'altra tutti gli altri...come spesso accade da queste parti.
   Lo ammetto... mi sono sentita molto in colpa.

Pasolini, "Appunti per un fim sull'India", girato nel '68 ma sembra oggi

New Delhi, 5 ottobre 2015

Anche in India si ricorda il quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini. Ieri sera all’Istituto di Cultura e’ stato proiettato Appunti per un film sull’India, documentario di 30 minuti girato nel 1968 durante uno dei suoi viaggi qui in India tra New Delhi, Varanasi, Jaipur e Mumbai. Sempre all’Istitituto c’e’ anche una mostra con foto inedite del regista curata da Walter Liva (Craf di Pordenone). La foto qui con Toto’ e’ di quell’archivio.

   L’idea e’ geniale, una leggenda di un maharaja che offre il suo corpo per nutrire una tigre affamata. Doveva essere questo il film che non e’ stato mai relizzato.
   Pasolini va in in giro a chiedersi quali potrebbero essere gli attori per la storia e come la stessa storia potrebbe evolversi. Lo chiede anche a dei registi e scrittori indiani. Sullo sfondo una India che sembra quella di oggi. Le immagini crude di poverta’ ci sono ancora, cosi’ come anche i visi degli operai e contadini, sembrano quelli di oggi. A volte e’ ironico, a volte amaro e polemico verso l’industrializzazione. Che poi manco ci sara’ ....il “sottoproletariato” di Pasolini e’qui rimasto quello di cinque mila anni fa, quello dei brahmini e non dei padroni della fabbrica. Si vede la visione marxista e sii vedono anche i tempi, era il 68.
   Pero’ Pasolini ha una capacita’ straordinaria di affrontare, con le parole e le immagini, temi come la religione, la morte, la natura e l’individualismo. Si vede da qui la sua grandezza. E poi la frase finale, prima del funerale con la pira, che segna la fine della storia del povero maharaja e della sua famiglia caduta in disgrazia. E’ una frase che mi ha colpito perche’ e’ il riconoscimento dell’eterna seduzione che questo Paese offre e (spero continuera’) ad offrire agli stranieri.

“Un Occidentale ha tutto in India e non da’ nulla. L’India che non ha nulla da’ tutto” .

Summit India-Africa, ecco cosa c'è in gioco

New Delhi, 1 Novembre 2015

Il vertice India Africa che si è appena concluso a New Delhi mostra quali in nuovi equilibri mondiali che come noto sono trainati dagli interessi economici. Tra gli oltre 50 leader africani che hanno stazionato a Delhi, tra shopping e parate di truppe cammellate, erano un po’ discutibili. E’ vero.
Ma se si guarda la mappa qui sotto, si ha una idea di cosa ci sia in gioco per i prossimi 20 o 30. Alla faccia del clima…Purtroppo questo è considerato giornalismo specializzato…da nicchia, ovviamente ‘vendono’ di più stupri o storielle sulla carne di mucca vietata.  Mentre ci perdiamo di vista come i poteri mondiali stanno cambiando. 

Come si sa l’Africa è la nuova frontiera che i Paesi emergenti stanno spolpando per le materie prime,  ma anche per cercare nuovi sbocchi di mercato.  

New Delhi è allo sbando, ci mancavano solo i dittatori africani

New Delhi, 28 ottobre 2015 

   In questi giorni penso che New Delhi abbia superato ogni primato non solo di inquinamento e caos, ma di decenza. Non parlo delle violenze sessuali ma parlo della presenza di dittatori, signori della guerre, monarchi assoluti e altri personaggi discutibili che sono arrivati per il summit India-Africa.
    Per l’evento sono presenti oltre 50 Paesi, praticamente tutti gli africani, un record. La stampa indiana ricorda che non si vedevano così tanti leader da una riunione del movimento dei Non Allineati di 30 anni fa. Altri tempi, c'erano i blocchi e l'India era nell'influenza russa.
   L’intento dell’India è sempre stato quello, di essere una forza trainante per il terzomondismo, anche se non va più di moda adesso che siamo nell’era del jihadismo. In gioco ci sono anche i favori  per entrare nel Consiglio di Sicurezza Onu allargato, ma la voglia di guidare gli sfigati della Terra è rimasta. Ed è anche una buona idea, onestamente.
   Mi immagino tutti i litigiosi leader africani spalla a spalla. C’è Robert Mugabe dello Zimbabwe che oggi ha incontrato l'infaticabile Modi. Il celebre re dello Swaziland...che ha 15 mogli e 30 figli, altri che non ho mai sentito nominare.  Stasera arriva il sudanese Omar al-Bashir, ricercato per il genocidio del Darfur. Poi ci sono una sfilza di sovrani che non penso proprio siano campioni di diritti umani. Non me ne intendo di cose africane, ma dal numero di guerre e colpi di Stato, penso che bisognerebbe un po’ riflettere soprattutto quando il padrone di casa si vanta di essere la più grande democrazia del mondo.

   La presenza di migliaia di delegati, solo il re del Marocco ha una delegazione di 400 persone, è la ‘mazzata’ finale per il traffico di Delhi. La città è ormai allo sbando. E’ una giungla, la polizia è impotente. Il livello di polvere, non solo quella sottile, è pauroso. Demolizioni, cantieri ovunque, buche in strada, spazzatura e combustione di rifiuti. In più tutta la frenesia delle feste di Diwali. Stasera era tutto bloccato in prossimità del Leela, Un inferno.
   Il chief minister Arvind Kejriwal, che sara’ onesto ma è un disastro quando deve amministrare una città, si è inventato il 23 ottobre un “car free day” per richiamare l’attenzione sul traffico. E’ stato annunciato con le fanfare e alla fine si è mostrato una penosa ‘photo opportunity’ per lui che si è fatto fotografare in bicicletta.
    Il car free day è stato una iniziativa a dir poco ridicola. Io sono sempre interessata a queste cose e l’ho seguito con la speranza di trovare una città finalmente a dimensione umana. Invece no, si è tenuto dalle 7 alle 8 del mattino dal Forte Rosso alla Corte Suprema, sei km appena e neppure totale..  Hanno chiuso solo metà carreggiata. Delle biciclette (sempre i soliti coraggiosi ciclisti) e attivisti dell’Aap, di Kejriwal, hanno sfilato con dei cartelli. Alle 8.30 era finito così che tutti potevano andare con le proprie auto al lavoro o a fare shopping, La circolazione nel "car free day" non è stata disturbata. Un successone.  

Boom dell'e-commerce, Flipkart dice di aver venduto un milione di prodotti in 10 ore

New Delhi, 19 ottobre 2015

Se uno non ha ancora capito dove sta andando il mondo, ecco qui un esempio.
Flipkart, l’Amazon indiana, ha lanciato una super promozione per le festività di questi giorni riempiendo i giornali di pubblicità. Nel primo giorno della campagna “The Big Billion Days” il 13 ottobre Flipkart, Amazon e altri e-tailers avevano comprato 4 o 5 prime pagine dei principali quotidiani. E così fino al 18 ottobre quando si è conclusa la stagione di sconti. Significa che per leggere la prima del Times of India bisognava sfogliare cinque pagine piene di offerte di telefonici, tv, cibo, abiti eccetera.
    La società dice di aver avuto 6 milioni di contatti nelle prime dieci ore e di aver venduti un milione di prodotti, vale a dire 25 ogni secondo. Immagino il lavoro di backoffice! Addirittura, da quanto leggo qui, hanno posato 50 km di fibre ottiche! Solo in elettronica avrebbe incassato 100 milioni di dollari in 10 ore.
Mettiamo pure che questi numeri siano gonfiati, ma è ormai certo che questo è il futuro. Le offerte erano limitate, se ho ben capito, alle app. Anche questo è il trend, tutto si fa sugli smarthphone o sui tablet. Anche se poi i server si inceppano facilmente e le connessioni sono sempre più lente perché non riescono a gestire il traffico.
    La battaglia in corso in India tra Amazon, Flipkart e altri emergenti come Snapdeal, è uno scontro tra titani. L’e-commerce, come un po’ ovunque, è in enorme crescita, ma penso che in India lo sia di più dato che il settore retail è all’età della pietra.
    A New Delhi non esistono supermercati…ci sono un paio di shopping mall, ma non si trova certo la varietà di prodotti che ci sono on line.
Insomma questo per dire, che se uno vuole aprire un negozio in India, ci dovrebbe pensare un bel po’….

Ma la Enrica Lexie viaggiava vicino al Kerala per risparmiare sull'assicurazione anti pirati?

New Delhi, 14 ottobre 2015

   La petroliera Enrica Lexie viaggiava sotto la costa del Kerala, a circa 20 miglia nautiche,  per risparmiare? E’ un’ipotesi ma nemmeno tanto buttata in aria che mi è venuta in mente leggendo il comunicato del governo indiano sulla nuova demarcazione della “zona ad alto rischio pirateria” (Ecco qui).

   Come ho scoperto viaggiando a fine settembre su un mercantile dalla Francia all’Oman, c’è una High Risk Area (Hra) per gli attacchi di pirateria in cui le navi devono seguire alcune misure di sicurezza (Best Management Practices (BMP). Nel 2011 questa area era stata estesa dai 65 gradi di longitudine est fino a 78 gradi che significa tutta la costa indiana e pachistana.
   Dato che ci sono rischi maggiori, le assicurazioni hanno aumentato le polizze per i cargo che attraversano la Hra. Con quale conseguenza? Semplice: che le navi cercano finchè possono di stare fuori da questa area per pagare di meno e anche per sicurezza. Come spiegato chiaramente nel comunicato del governo indiano, i mercantili che per esempio sono diretti nel canale di Suez (come la Lexie) navigano lungo la costa indiana per evitare di entrare nella Hra! Qui c'è anche una "circolare" alle navi mercantili emanata dalle autorità indiane dopo l'incidente (qui)

VERSO LE INDIE - Sbarco al mattino a Salalah, addio Medea

A bordo della CMA CGM Medea, 7 ottobre 2015
   Ieri sera siamo arrivati davanti al porto di Salalah e abbiamo spento i motori. Siamo stati alla deriva nel pomeriggio e quasi tutta la notte. La Medea si e’ messa a rollare parecchio, ma non c’erano onde.
Prima di andare a dormire, quando io ero sulla passerella per la solita visita serale, il comandante ha tracciato sulla carta con il compasso un grande cerchio intorno al punto della nostra posizione. Poi ha detto abbastanza seccamente all’ufficiale di turno che “dobbiamo stare qui dentro”.
   Quindi ogni tanto nella notte si accendevano i motori per far riposizionare la Medea che ‘scarrocciava’. Il vento da N.O ci spostava verso l’India. Mi piace pensare che se stavamo cosi’ per un po’ di giorni arrivavamo in India o alle Maldive...
  Tra poche ore sbarco, non si sa ancora quando perche’ non ci e’ stato ancora comunicato. Lo zaino e’gia’ stato fatto. Onestamente non so come riprendero a vivere la’ fuori sulla terra.... senza la Medea.

VERSO LE INDIE – Prova clacson e ultimo brindisi

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 6 ottobre 2015

   Stamane riprendo il jogging e mi concedo anche un po’ di yoga sulla panchina Titanic. La giornata e’ un po’ annuvolata ma poi si rasserena. Andiamo molto veloci, a 17 nodi, strano perche’ non possiamo sbarcare prima di domani sera,  e siamo ormai a qualche centinaia di miglia dall’Oman. Siamo usciti dal corridoio militarizzato, dove eravamo incolonnati con altri cargo. Siamo di nuovo soli, non vedo nulla intorno.  Nel pomeriggio chiedo a Paul, che e’ di turno al bridge, dove e’ il “clacson”.  E’un bottone rosso tra i radar, ‘whistle’ in inglese. Mi dice che se vado fuori lo aziona, cosi’ per farmelo sentire.  Io e Aldino usciamo a tribordo e sentiamo il suono inconfondibile del corno...ridiamo come matti. 

  Stasera e’ l’ultima sera e quindi propongo al comandante un brindisi con lo champagne che ho comprato alla ‘cave’. Brindiamo dopo cena nella sala ufficiali alponte C. E’ anche un’occasione per ringraziare tutti per un viaggio indimenticabile. Sento gia’  il distacco.


VERSO LE INDIE – Entriamo nel Mar Arabico e il panorama diventa 'psichedelico'

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 5 ottobre 2015
   Siamo nel mar Arabico, riconosco il colore del mare che e’ leggermente increspato, e’ il mio mare di Goa. Penso che la’dritto a prua c’e’ l’India. Peccato, davvero, che non possa arrivarci via mare, a Mumbai, come si faceva una volta, penso al viaggio che hanno fatto Pasolini, Moravia e Morante o Guido Gozzano. Ho iniziato a leggere il volumone di Les Inde et L’Europe. Dopo Vasco de Gama, sbarcato a Calicut, in Kerala, inizia un’era di globalizzazione, in cui le caravelle portoghesi facevano la spola tra Europa, Americhe, Africa e Asia per scambiarsi merce. Compravano spezie in Malabar (ma quante spezie consumava l’Europa!), vendevano stoffe del Gujarat in Africa e saccheggiavano l’oro dell’Africa per pagare le spezie. Tutto a vela, sfruttando gli alisei, con le conoscenze degli arabi e indiani. Secoli dopo, a bordo della Medea solco lo stesso oceano, ma non porto piu’ nulla, solo contenitori vuoti da riempire in Cina.

   Oggi niente jogging, mi sento le ossa a pezzi, penso sia l’aria condizionata della mia cabina che non a caso si chiama “Baltique”.... Opto invece per un bagno nella piscina riempita di calda acqua di mare. E’ minuscola ma riesco a fare un po’ di movimento battendo i piedi dal bordo. Mi ricorda quando bambina mi insegnavano a nuotare dal bordo della piscina olimpionica a Chivasso, appena inaugurata. Che fortuna e’ stata avere una piscina in una piccola cittadina alla periferia di Torino. Non so come potrebbe essere la mia vita senza il nuoto.
    Oggi pomeriggio si mettono le lancette in avanti di un’altra ora, c’e’ scritto sul ‘journal de bord’ sotto la solita modella semi nuda. Vado a vedere il tramonto a prua, con la ricetrasmittente, come mi hanno detto. Gli indiani hanno finito di verniciare e stanno ora levando la ruggine da un gru sotto lo ‘chateau’. Per ripararsi dalla polvere si sono avvolti completamente la faccia. Putroppo questi sono i lavori destinati ai piu’ poveri...penso.

   Mi diverto per un po’ al tramonto a scattare foto panoramiche distorte usando un programma per foto ‘panoramiche’ del Samsung. L’effetto e’ esilarante. L’orizzonte scende e sale come una rampa di lancio dove a fatica sale un cargo che viaggia di fianco a noi. I container sono accartocciati o allungati a dismisura come in uno specchio che deforma la realta’. Tra le migliaia di foto che ho preso penso siano le migliori! Di sicuro le piu’ originali.
  L’osservazione serale delle stelle, in queste sere di luna calante, mi ha fatto venire voglia di rivedere 2001 Odissea nello Spazio. Trovo il dvd nella “Medeateque”, ma mi addormento poco dopo la scena degli scimmioni, cullata dal valzer di Strauss.

VERSO LE INDIE – Nello stretto di Bab al Mandeb


A bordo della portacontainer CMA Medea, 4 ottobre 2015
   Da stamane si vede all’orizzonte la costa eritrea e quella yemenita. Ci sono delle isole, vedo anche un villaggio e delle torri. La terra e’ brulla, gialla, e ci sono delle striature, come di una cava. Viaggio con la fantasia su quelle terre che in passato erano al centro dei commerci tra l’Europa e le Indie. Carovane di dromedari, caranvaserragli e ovvviamente anche ladroni. Sto leggendo un saggio comprato al Mucem di Marsiglia, Les Indes et l’Europe (Jean-Louis Margolin e Claude Markovits) sulla storia dei rapporti commerciali tra le due aree dal XV secolo a oggi.

   Ci sono molte petroliere e portacontainer intorno. Alcune ci superano con facilita’. Noi stiamo andando a 14-15 nodi, che penso sia la velocita’ di crociera della Medea....ogni tanto penso che con la bici vado alla stessa velocita’ forse...
   Ero sulla passerella, quando il giovane ufficiale Paul, quello con il piercing al sopracciglio, ha virato progressivamente di 30 gradi a E, piu o meno all’altezza dell’isola Mayyun, per poi entrare nel golfo di Aden. Sono rimasta sul ponte di comando per tutto il passaggio nello stretto di Bab al Mandeb, anche questo leggendario...poi l’uscita dal Mar Rosso e alla mia destra l’ex colonia francese di Gibuti.
   Mihaita, il simpaticissimo rumeno nato a Costanza e che parla italiano mi fa vedere una cartina di un’organizzazione inglese, UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operation) che mostra la ‘zona ad alto rischio’ per la pirateria. Va fino alle coste indiane e pachistane. Mi sembra un po’ esagerato....per l’ampiezza. Nel golfo di Aden, un po’ piu’ avanti, inizia il corridoio della Nato, che imboccheremo anche noi, e’ che e’ protetto da vedette militari di diversi Paesi.
   Tra l’altro oggi, sono comparse a poppa, ai due lati, delle “pistole” collegate agli idranti. Servono per sventare un arrembaggio, che di solito avviene appunto da poppa, dove e’ piu’ bassa la nave. A quanto ho capito si controllano dal “bridge”. Onestamente a me queste misure mi sembrano un po’ ridicole, se si considera che la Enrica Lexie aveva dei soldati d’elite a bordo.

   Non esco per il pomeriggio, mi sento un po’ fiacca...tra aperitivi e bottiglie di Merlot ho un tasso costante di alcol nel sangue. Non sono abituata a mangiare (e bere) cosi’ tanto. La cucina e’ impeccabilente francese, ma di un tipo un po’vecchio, mi dice il mio passeggero, con molte salse, anche sulle bistecche e pesce. Funghi e bacon sono un po’ dappertutto. Mi sembra di fare un pranzo natalizio ogni giorno. Poi ci sono sempre i formaggi, di cui sono golosissima, anche perche’ non ne mangio mai a Delhi. Alla sera quando Catelin, lo steward arriva con il vassoio di Camembert, Blue, Borsin, Brie e altre delizie, vado in estasi letteralmente.
   Finisco di leggere gli Scaduti, di Lidia Ravera, che all’inizio mi aveva un po’ infastidito, ma che poi ho trovato una geniale allegoria sulla generazione degli ex 68 che si ribellano alla ‘rottamazione’ imposta da un ‘regime’ di renziani. Non troppo lontano dalla realta’.

VERSO LE INDIE - Nel caldo del mar Rosso tra Arabia Saudita e Eritrea,

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 3 ottobre 2015

    L’aria appensantita dall’umidita’ mi stanca un po’ e cosi’ stamane ho fatto meno jogging, ma ho camminato di piu’ facendo molti giri della nave in senso antiorario. I delfini sono ancora qui. Ce ne sono decine. Si divertono a saltare le  onde sollevate dallo scafo. Da una parte e dall’altra della scia dei motori, ci sono due linee ondulate che si perdono all’orizzonte. Il mare e’ piatto e di un blu denso come vernice. La Medea ci passa attraverso lasciando un solco centrale e sollevando di qua e di la delle piccole onde. E qui che i delfini si divertono. 

   Non e’  lontana, ma la costa non si vede. C’e’  l’Eritrea da un lato,  Massaua...non mi ricordo neppure la situazione politica, non se ne parla mai, non so nulla dell’Eritrea,la ex colonia italiana. Mi vergogno della mia ignoranza sull’Africa. Stiamo passando delle terre stremate da guerre e carestie...
   Mentre dall’altra parte, e’ ancora Arabia Saudita, ma presto sara’ Yemen...c’e’ la guerra, bombardamenti, i macellai dell’Isis. Dalla Medea, circondata di delfini e da un mare blu cobalto per le profondita’ che sono abissali qui, il mondo sembra un paradiso....
 Approfittando del bel tempo, si fanno lavori di manutenzione. La Medea in effetti e’ abbastanza arrugginita. Gli indiani stanno passando dell’antiruggine rossa sul ponte prima del fo’c’sle, mentre altri sono impegnati a verniciare e a mettere delle guarnizioni alle prese d’aria delle plance che coprono la stiva.  Sono lavori che il comandante ha ordinato dopo una ispezione quando siamo partiti. Mi rendo conto che oltre pilotare, deve anche pensare a come tenere occupato l’equipaggio durante le traversate.

VERSO LE INDIE - I delfini che giocano con il bulbo della Medea

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, 2 ottobre 2015
    Abbiamo caricato qualche centinaio di container e la Medea e’ cresciuta in altezza e in scala cromatica. Si sono aggiunti dei container di un bel verde degli Emirati Arabi. Sembrano blocchetti di Lego colorati messi una sopra l’altro in modo confuso. Torrette di cinque, sei pezzi o sette ‘pezzi’, alcuni un po’ piu’ alti perche’ i container possono essere di diversa misura. La composizione finale, vista dall’alto della passerella, risulta pero’ armoniosa, come uno skyline di una metropoli moderna. Il blocco dei ‘reefer’ bianchi che avevo sotto il mio oblo’ a prua, per fortuna, sono stati scaricati e quindi c’e’ di nuovo silenzio dalla mia parte. La poppa, dove si affaccia uno degli oblo’ di Aldino, e’ invece decisamente piu’ rumorosa perche’ ci sono anche i motori.

   Siamo partiti verso le 12 ed e’ stata una partenza in tipico stile orientale. Come in certe stazioni dei bus indiani, quando l’autista sale a bordo, fa rombare i motori, tutti si affrettano, urla alla gente davanti di spostarsi e si fa largo tra gli altri mezzi in uscita e entrata. Eravamo pronti a salpare, infatti, quando la torre di controllo ha detto che doveva arrivare prima un traghetto passeggeri da Port Sudan e che aveva la precedenza. Nel frattempo il cargo che avevamo dietro sulla stessa banchina, la Cota Kabar di Singapore, mezza vuota e della nostra stessa dimensione, aveva gia’ mollato gli ormeggi e aveva un rimorchiatore a fianco ma, incredibilmente, la gru continuava a caricare container. Forse qualche camion arrivato un ritardo....

VERSO LE INDIE - Arrivo anticipato a Jeddah

A bordo della portacontainer CMA CGM Medea, Jeddah, 1 ottobre
   A sorpresa arriviamo a Jedda alle 19, invece che domani pomeriggio come previsto sul calendario. “Ci hanno detto che hanno c’e’ una banchina libera al porto” dice il comandante. Ancora una volta ho l’impressione che i cargo siano un po’ le corriere in India, che per caricare su della gente si fermano un po’ dappertutto. Sulla Medea c’e’ ancora un po’ di posto per qualche “scatola” in effetti.
    Come sempre seguo l’arrivo sul ponte. Jeddah da lontano sembra una metropoli, ci sono grattacieli luminosi e anche un jet d’eau di 300 metri che fa impallidire quello di Ginevra. Si vede una tangenziale con un gran traffico. La Mecca e’ soli 60 km, incredibile.

  Salgono a bordo ben tre piloti, due in uniforme e uno con una jalabiya bianca. Si mettono a fare una grande confusione, fumano e bevono caffe’ in continuazione. Il comandante che presenta un taglio di capelli stile militare (ieri se li e’ fatti tagliare da Mihaita) e un cappellino con la visieracon scritto master, e’ in piena fibrillazione. Il porto e’ abbastanza piccolo e i piloti vogliono stanno cercare di ruotare la Medea su se stessa per ormeggiarla con la prua verso l’uscita. C’e’ qualche momento di tensione e poi i rimorchiatori ci spingono verso il nostro parcheggio. “Ca c’est Jeddah, ca c’est Jeddah...” continua a ripetere Carpentier andando avanti e indietro con la ricetrasmittente.