A EST DELLE INDIE/ Sihanoukville, la guesthose "no prostitution' di Francesca e Taka

Sihanoukville, 12 ottobre2016
   Sono venuta a trovare una carissima coppia di amici, Francesca Ramello e Taka Shigemitsu, lei italiana e lui giapponese. Lei artista (pittrice e art designer) e lui fotografo. Due viaggiatori che a un certo punto hanno deciso di unire le loro strade e lanciarsi in una nuova avventura. Hanno  una vecchia guesthouse a Sihanoukville, la ‘riviera’ della Cambodia, l’hanno rimessa a posto con le loro mani e da due anni la gestiscono con successo. E’ una di quei sogni che spesso hanno i viaggiatori quando per esempio dormono in vere e proprie topaie e pensano, "ci vorrebbe poco per farne un bel posto...".

   I miei amici hanno preso sul serio la sfida. Con un piccolo investimento (in Cambogia costa ancora poco la vita) hanno aperto la “Chochi Guesthouse”, a due passi dalla spiagga di Serendipity e dal molo dove partono lebarche per le isole Chochi e’ una cagnetta randagia raccolta da Francesca e diventa la mascotte, nonche’ la regina della guesthouse.
    Sihanoukille e’una delle mete emergenti in Cambogia e il turismo negli ultimi anni e’ aumentato, nonostante la ridotta presenza dei russi, piegati dalla svalutazione del rublo. Tant’e’ che lo sviluppo edilizio e’ in piena espansione. Ci sono cantieri di orrendi palazzoni un po’ ovunque, purtroppo anche vicino alla spiaggia. L’idea e’di fare una ‘Pattaya’ cambogiana, la famosa mecca del piacere low cost a poche ore da Bangkok. I casino e le prostitute ci sono gia’ e fanno concorrenza alle thailandesi perche’ costano di meno. Ci sono nei bar sul lungomare e in altri posti in citta’. Il rapporto si chiama ‘bum bum”, mentre il sesso orale “gnam gnam”. In giro (adesso che e’ bassa stagione) ci sono uomini, di solito over 50, che fanno turismo sessuale. Ci sono anche italiani, ovviamente, anche se un po’ di meno rispetto al passato, la crisi colpisce anche qui.  Qualcuno si e’ messo insieme a una cambogiana, altri hanno aperto un business.
  La prostituzione ha creato un indotto di ristoranti e hotel. Mi hanno detto che ci sono anche un buon numero di ‘ladyboy’, travestiti, come li chiamano qui. E che spesso rapinano i clienti dopo averli drogati o abbindolati in diverse maniere. La mia amica Francesca mi ha raccontato alcune storie pazzesche di gente ubriaca, rapinata dalle prostitute o finita in strani giri della criminalita’ o peggio in storie di corruzione che in Cambogia e’ tra le piu’ alte dell’Asia.
   Dopo aver avuto un po’ di guai con clienti del circuito sessuale, Francesca e Taka hanno deciso di mettere un cartello all’ingresso. ”No prostitution”. Penso che sia l’unica guesthouse in Cambogia e (forse anche in Thailandia) che abbia questo tipo di divieto. E’ come se uno vietasse l’ingresso dei pensionato dalle pensioni di Loano o Spotorno.
   Hanno avuto coraggio, ma scelta alla fine ha portato una diversa clientela, coppie straniere e soprattutto donne.

A EST DELLE INDIE - Sull'unico treno della Cambogia

Sihanoukville, domenica 9 ottobre 2016

   Ho preso l'unico treno esistente in Cambogia, il Phnom Penh-Sihanoukville delle 7 del mattino, reintrodotto appena qualche mese fa dopo 14 anni di abbandono della ferrovia per via della guerra civile.  Viaggia solo al sabato e alla domenica, piu' una serie di feste comandate.
    Per trovare la stazione di Phnom Penh, incassata tra shopping mall e il New Market, ci ho messo un bel po', meno male che avevo il gps. Nessuno, ma proprio nessuno, sapeva dove era. Paradossalmente nemmeno i tuc tuc posteggiati davanti! Pochissimo parlano inglese in Cambogia (anche se poi inspiegabilmente tutti usano internet). Io poi regolarmente mi dimentico che non pronunciano le 'erre'. Insomma nessuno conosceva la parola 'treno' e gesti nonn saprei come imitare un treno...
    La ferrovia appartiene ai tempi coloniali della Cambogia. L'avevano infatti costruita i francesi. E molti non se la ricordano neppure o semplicemente non erano nati. Il treno bisettimanale per Sihanoukville, la 'riviera' della Cambogia, e' stato rilanciato dalla Royal Railway a giugno dopo alcuni anni di lavori di ristrutturazione. Hanno dovuto demolire delle case che erano state costruite sui binari e spostare un bel po' di gente per far passare il treno, Percorre una distanza di 266 km in sei ore e mezza, allo stesso costo del bus, sette dollari (la moneta americana e' largamente usata nel Paese comunista).
   All'ingresso della stazione ci sono dei cartelli che pubblicizzano il servizio come mezzo alternativo 'piu' sicuro' e' piu' comodo''. Purtroppo penso che non abbia ancora fatto presa. Oltre a me c'erano solo una ventina di passeggeri nelle due carrozze a cui erano attaccati anche due vagoni merci. Si puo' trasportare infatti l'auto o la moto.
    Il viaggio scorre piacevolmente in un paesaggio bucolico tra risaie e villaggi che non sono collegati con la rete stradale. A bordo c'e'  l'aria condizionata (si gela, tanto che ho dovuto aprire i finestrini) e una televisione. Per un po' hanno trasmesso un film cambogiano, poi quando eravamo nelle campagne e' stata attivata una telecamera fissa che mostrava il binario (unico) davanti alla locomotiva. La cosa mi ha inquietato un po'. Noi passeggeri dobbiamo controllare che non ci siano persone sui binari? O che non arrivo un treno dalla parte opposta? E selo vediamo che facciamo? Ci buttiamo fuori?  L'inquitudine e' aumentata quando il controllore, l'unico che parlava inglese e con cui ho intavolato un discorso sui benefici del trasporto su ferro, mi ha detto che stavamo  passando l'unica zona popolata ancora da Khmer Rouge. "Ma non sono piu' armati" ha precisato probabilmente leggendo in viso la mia preoccupazione,  
    Nelle due uniche fermate, a Takeo e Kampot, ci si ferma per mezzora.  Si scende in stazioni fresche di verniche, anche quelle riesumate da poco, tra una lunga fila di venditori ambulanti di rane fritte e riso. Appena riparte il treno ritirano le loro mercanzie e se ne vanno in fretta. L'arrivo nelle due stazioni e' comunicato ai passeggeri dallo stesso controllore in Khmer e in inglese con un megafono che poi ripone su un sedile. Un'esperienza indimenticabile
   

A EST DELLE INDIE - Dai templi di Angkor alle prigioni di Pol Pot

Phnom Penh, 5 ottobre 2016
    Sono convinta che ci sia qualcosa di malato in questo tassello di Asia che fa da ponte in mezzo ai giganti di India e Cina, non a caso l'Indocina appunto.  Non solo per le recenti guerre. Si potrebbe dire lo stesso per i conflitti interni Medio Oriente, ma li’ e’ diverso, riesco piu’ o meno a comprendere. Qui c’e’ qualcosa che mi sfugge.

    La prima cosa che sono andata a vedere a Phnom Penh e’ il Tuol Sleng (letteralmente la 'collina della stricnina'), un museo dedicato al genocidio di Pol Pot. E’ in una ex scuola superiore che i Khmer Rouge avevano trasformato in una prigione segreta (Security Prison 21 o S-21). La visita, con audio guida, richiede uno stomaco forte. Si pensa che siano passate circa 20 mila persone da queste stanze degli orrori e pochi sono sopravvissuti alle torture. La prigione e’ stata abbandonata in fretta e furia nel 1979 quando i vietnamiti sono entrati nella citta’ da “liberatori”. A scoprire gli orrori della S21 sono stati dei fotografi cambogiani incuriositi dall'odore che emanava il posto. Hanno trovato sui letti di ferro i corpi martoriati di 14 poveracci ormai in putrefazione.
    Come e’ stato per il regime nazista, anche qui l’organizzazione era maniacale. Kaing Guek Eav, il famigerato compagno Duch  (condannato a 35 anni di carcere da un tribunale per i crimini nel 2010) che era responsabile della prigione, aveva messo delle regole ben precise per torturati e torturatori.  Tutto veniva minuziosamente registrato e fotografato. Come se non ci si rendesse conto che in questo modo si lasciavano tonnellate di prove delle barbarie che - lo ricordo - risalgono a solo 40 anni fa.
    Mentre camminavo tra i corridoi, tra il profumo dei fiori di frangipane (che contrasto!) pensavo alle rovine di Angkor che avevo visto qualche giorno prima quando sono sbarcata a Siam Reap direttamente con il bus da Bangkok. Universalmente noto, e' il gigatesco sito religioso creato da diversi sovrani megalomani a partire dal IX secolo. L’attuale giovane re della Cambogia, Norodom Sihamoni, salito al trono nel 2004, e’ molto probabilmente (ma non sono sicura) un discendente della dinastia di Angkor.
    Sono andata a zonzo per un paio di giorni in bicicletta nel parco archeologico. Una faticata, perche’ ho fatto decine di chilometri tra le risaie e la foresta, ma mi e’ servito per rendermi conto della vastita di questo misterioso complesso. E’ diverso dalle altre famose citta' dell'antichita' che si sono tramandate fino a oggi, penso a Pompei o alla ricchissima Hampi in India, o ancora a Petra in Giordania. Qui ci sono solo templi induisti e buddisti, non mi sembra che ci siano i resti di palazzi o mercati. O di una struttura urbana, Mi chiedo quindi come potevano essere ‘fruibili’ all’epoca. Vi abitavano solo i sacerdoti? Il sovrano veniva solo per le feste comandate?
    Leggo che nell’802 il re Jayavarman II si autoproclamò "Chakravartim", cioè re del mondo. Certo anche Augusto o Luigi XIV, o i Faraoni egiziani, avevano delle simili ambizioni.
 Ma qui le dimensioni della megalomania hanno raggiunto i massimi livelli. Si prenda per esempio il tempio del Bayon, quello che mi ha colpito di piu'. Dicono che i volti sulle torri somiglino al sovrano Jayavarman VII che si considerava "devaraja" (dio re). Diciamo chei germi per un Pol Pot c'erano gia' all'epoca....


A EST DELLE INDIE/ Bangkok, la casa di Terzani e' in vendita!

Bangkok, 4 ottobre 2016

   Sono andata a vedere se la”Turtle House” di Tiziano Terzani a Sukhumvit 39 esisteva ancora. Sapevo che da diversi anni era stata trasfornata in un ristorante, Lai Thai, che pero’ quest’anno aveva chiuso. Con orrrore pensavo ci fosse un cantiere edile.
   Invece, sorpresa... la casa descritta in "Un indovino mi disse" e’ in vendita o affitto come vedete da questa foto. Prima o poi arrivera' il palazzinaro, Mi verrebbe voglia di lanciare una colletta.

A EST DELLE INDIE/ Bangkok, speriamo che Delhi non faccia la stessa fine

Bangkok, 3 ottobre 2016

   Sono convinta che a Bangkok una volta c’erano gli alberi come a New Delhi. Mi piacerebbe vedere le foto di mezzo secolo fa. Probabilmente c’erano anche casette di legno come quella dove viveva Tiziano Terzani con la tartaruga nello stagno e un giardino rigoglioso.
   Adesso Bangkok e’ una citta’ violentata dal cemento e dal traffico, come molte metropoli del sud-est asiatico. I grattacieli hanno sostituito le palazzine, i cavalcavia hanno eliminato i viali alberati e lo ‘sky train’ ha oscurato l'unico pezzo di cielo che era rimasto. Cosi' e' diventato il quartiere residenziale di Sukhumvit, quello dei ricchi e delle ambasciate.
   Ma poco a poco la colata di cemento si sta allargando e adesso arriva fino alle sponde del fiume Chao Phraya. E' come un virus. Si moltiplicano mega complessi residenziali, hotel, shopping mall. Si continua a costruire ad oltranza anche se la Thailandia non e’ piu’ una “Tigre”. Anche se ci sono un po’ ovunque i cartelli affittasi o vendesi.
   Ogni volta che vengo a Bangkok penso (con orrore) che questa sara’ la fine che fara’ New Delhi tra un paio di decenni. Da alcuni anni, il trend edilizio nella capitale indiana e’ questo. Sembra un destino segnato. Ma poi penso che, per fortuna in India, la societa' civile e' piu' libera  e (si spera) qualcuno si opporra’ alla cementficazione selvaggia, come e'gia' avvenuto. E meno male che gli alberi sono sacri per gli indu’e i buddisti, compresi quelli thailandesi. E’ sotto un albero, un banyam, che Siddharta Gautama e’ diventato Buddha. 
   Anche la religione in questa citta’ sembra finta. Non si vedono manco piu’ i monaci in strada. Ho visitato la casa-museo di Jim Thompson, un imprenditore e megalomane americano legato al business della seta e morto misteriosamente in Malaysia.  Una giovane guida ha spiegato che vicino a ogni nuovo edificio i Thai piazzano la”casa degli spiriti” (in lingua locale “san phra phuum”) per onorare coloro che sono vissuti sul luogo. Infatti un po’ ovunque ci sono delle piccole casette con statuine degli ‘antenati’a cui si offrono incensi, bibiti e cibo ogni giorno. Ci sono anche vicino ai grattacieli. Mi chiedo se davvero basta una casetta per tenere a bada l’incazzatura degli "spiriti" sfrattati per far posto agli ecomostri.

   Per dare una parvenza ecologica, ho notato che hanno creato dei 'giardini pensili" per mascherare gli orrendi piloni di cemento dello “sky train”. E’ patetico il tentativo,ma non c'e' altra scelta perche' non esiste spazio per piantare qualcosa che non sia di plastica. Sono andata nell’unico “polmone verde” della citta’, il Lumphini Park. E’ un fazzoletto di prato con un laghetto in mezzo. Un ‘Central Park’ in miniatura per una citta’ di 10 milioni di abitanti.
    L’unico verde rimasto, dove ci si ricorda che siamo ai Tropici, e’ lungo i canali, i klongs che in passato hanno reso famosa Bangkok come la “Venezia dell’Est”. Li’c’e’ ancora un po’ della vecchia citta’, nelle botteghe familiari, nelle verande con le gabbiette degli uccelli e nei venditori ambulanti. Su alcuni di questi 'navigli' ci passano i ‘water taxi’,lunghe barche pilotate da un guidatore con un volante simile a quello dei bus.
    Il mio ostello e’ vicino al Khlong Saen Saep, uno dei pochi canali navigabili. In realta’ e’ una fogna navigabile, ma e’ utilissimi per arrivare velocemente dal centro storico o dalla famigerata Kao San Road agli shopping mall di Sukhumvit. Spesso mi imbarco a Phalfa Bridge per andare al National Stadium dove arriva lo 'skytrain'.
    Ma non e' solo l'aspetto ecologico che mi urta di Bangkok. La trovo una citta’ volgare. Non e’ solo per il business della prostituzione, che (mi sembra) e’ un po’ meno sfacciato rispetto al passato, ma per il tipo di consumismo. Sembra che alla gente non interessi altro che mangiare, scopare e fare shopping. Difficile andare oltre questo livello.

  Grazie agli smartphone, che si possono spiare facilmente da chi ci sta accanto, oggi e’ molto facile entrare nella vita di sconosciuti incontrati per strada. E' quasi come leggere nel pensiero. All’aeroporto ero in fila per l’immigration e un uomo davanti a me stava scorrendo sul suo Samsung delle foto di escort. Stava organizzando la serata. In metropolitana, invece, ho assistito alla caccia in diretta di un mostriciattolo del Pokemon. Un uomo, gia’oltre i trentanni, stava “pattugliando” virtualmente la zona e ogni tanto scovava qualche nemico da eliminare.
   Sto leggendo "Bangkok Days" di Lawrence Osborne. La sua definizione e' celebre: “Because Bangkok is where some people go when they feel that they can not longer to be loved, when they give up”.





Kashmir, quando i generali arrivano nella sala stampa

New Delhi, 29 settembre 2016

   Sono diverse settimane che l'India usa un tono durissimo nei confronti del Pakistan, L'attacco contro la base militare di Uri (Kashmir) del 18  settembre che ha causato la morte di 19 soldati e' stata la classica goccia che ha fatto traboccare  il vaso.  New Delhi dice di avere diverse 'pistole fumanti' che provano il coinvolgimento di gruppi terroristici situati in Pakistan, tra cui la 'solita' Jaish e Muhammed, l'Armata di Maometto, che avrebbe organizzato anche l'attacco alla base aerea di Patankhot, nel Punjab indiano.  L'India accusa il Pakistan di combattere il terrorismo dei talebani, come sta facendo, ma di ignorare consapevolmente i gruppi che operano sul confine orientale del Kashmir.
    Dopo la cattura ad agosto di un sospetto militante pachistano vivo infiltrato in Kashmir, il premier Narendra Modi, uno che si vanta di avere un "56 inches chest" (un torace da 174 cm!) aveva su di se' la pressione di un miliardo e passa di indiani. Quindi qualcosa doveva fare se non altro per difendere la sua immagine pubblica.
   Gli attacchi "chirurgici" contro diverse postazioni sospette dei terroristi lungo la linea di demarcazione in Kashmir di giovedi' notte sono la risposta,  Non e' la prima volta che i caccia di New Delhi si alzano in volo per colpire il  confine. Ma questa volta il governo ha mediatizzato l'iniziativa.
   Sara' che ormai siamo abituati ai briefing di guerra da Washington, ma nelle sale stampa di New Delhi raramente ci sono i generali. Invece oggi in un briefing convocato d'urgenza dal portavoce Vikas Swarup, il  famoso diplomatico che ha scritto il romanzo del film Slumdog Millionaire, c'era appunto il generale Ranbir Singh, impeccabile nel suo turbante rosso, che ha 'illustrato' l'operazione.  Poteva farlo anche Vikas, secondo, me, ma cosi' mediaticamente e'  molto piu' efficace, Ho notato poi che il generale Singh, che e' il Direttore delle Operazioni Militari (Dgmo) ha letto perfettamente il comunicato guardando il pubblico come fanno gli oratori di professione.
   Spero davvero che sua presenza non sia frequente. In Italia come al solito, i media hanno ignorato la notizia. Vanno piu' di moda i bombardamenti di Aleppo di questi tempi, ma la cosa secondo me e' molto preoccupante. Un'escalation tra India e Pakistan, i due Paesi con un pesante arsenale nucleare segreto, non e' certo da prendere sottogamba. Vero e' che ci sono gli Usa che 'vigilano' su entrambi i Paesi, ma fa sempre paura.
  

Delhi allo sbando 2/ Ci mancava solo la Chikungunya

New Delhi, venerdi' 1 settembre 2016

   Sono andata a pagare l'affitto e ho incontrato il mio padrone di casa che abita al pian terreno. Il poveretto a malapena si reggeva sulle gambe e aveva uno sguardo spettrale. "Ho preso la chikungunya" mi dice scandendo bene ogni sillaba.
   La chikungunya, che dal nome sembra una pietanza a base di pollo, e' una sorta di febbre malarica, simile alla dengue, provocata dalle zanzare. Io pensavo esistesse solo nelle risaie del Kerala , invece c'e' anche a Delhi, anzi a sud Delhi, la parte ricca della citta' dove stanno stranieri, diplomatici e classe benestante indiana
   Vado a fare una ricerca sul web e scopro che a Delhi ci sono gia' oltre 400 casi, che ovviamente sono quelli registrati. Quelli reali chissa' quanti saranno.
   La chikungunya provoca frebbre e un dolore intenso alle articolazioni, ma per fortuna non e' mortale come la dengue o la malaria.
   A causa del monsone abbondante da settimane a Delhi c'e' una epidemia di dengue. E' arrivata in anticipo perche' di solito compare dopo le piogge a settembre. Un po' di anni fa anche io avevo preso la dengue ed era dopo il monsone. Ma la comparsa della chikungunya e' nuova. Sapere poi che le zanzare infette sono nella mia casa mi mette un po' di inquietudine. Per precauzione ho raddoppiato i diffusori elettrici di liquido anti zanzare (qui li chiamano Goodnite) e quando esco in terrazza mi cospargo di crema (l'equivalente dell'Autan qui e' l'Odomos, piu' efficacie e di gran lunga meno costoso).
    Ma si sa, poi alla fine, e' questione di fortuna.
    L'epidemia sembra seria perche' anche e, perfino intervenuto il Consiglio dei ministri come si vede da questo comunicato.
   Negli anni scorsi la municipalita' di Delhi faceva della disinfezione o meglio fumigazione, passando per le strade con un aggeggio che sparava del fumo puzzolente. Adesso non l'ho visto, forse lo fanno piu' avanti quando non piove piu.'  
   Delhi sta precipitando nel caos. Non si capisce se e' semplice malasorte o se e' perche' Delhi e' governata dal nemico numero uno di Modi, l'attivista  Arvind Kejriwal.
   Il Times of India oggi dedica una colonnina in prima pagina dove scrive che Delhi  non solo e' la capitale degli stupri, ma anche dello stolking. A pagina due, in un titolone a otto colonne, si legge che a Delhi c'e' piu' crimine che in tutte le metropoli messe insieme. Sotto ci sono altri dati terrificanti. Sono le statistiche annuali del National Crime Records Bureau riferite al 2015. Al confronto la chikungunya e' poca cosa.  

Delhi allo sbando/ Quando anche Kerry rimane bloccato nel traffico

New Delhi, 31 agosto 2016

   Il segretario di Stato americano John Kerry, arrivato lunedì  sera in India per una visita dedicata sostanzialmente al business soprattutto nel nucleare, ha toccare con mano l'allarmante situazione in cui versa New Delhi. Ha avuto la sfortuna di arrivare all'aeroporto quando si è scatenato un temporale che ha allagato le strade di Chanakyapuri, l'enclave diplomatica dove è situato anche il suo hotel, il Maurya Sheraton. Alcuni giornalisti americani al seguito hanno postato su Twitter le foto del convoglio ufficiale bloccato in un gigantesco ingorgo causato dall'inagibilità delle strade. Non si sa se su quel convoglio c'era anche Kerry, dato che il tragitto dei Vip è tenuto segreto per sicurezza. Ma è probabile che il diplomatico, ormai prossimo alla pensione, abbia fatto davvero un po' di coda dato che l'area era completamente intasata di pendolari che a quell'ora uscivano dagli uffici.
    I giornali indiani si sono divertiti a scrivere che Kerry ha sofferto le pene di milioni di persone che vivono a Delhi.
   La sfortuna ha perseguitato il povero Kerry anche stamane, quando si è recato all'IIT, il Politecnico che è situato sulla famigerata Aurobindo Road, perennemente intasata. Verso le 9 infatti si è riversato un altro abbondante acquazzone (c'è il monsone, non è una novità) e di nuovo le strade si sono trasformate in un lago. Tant'è che nella 'TownHall' con gli studenti, Kerry ha esordito con una amara battuta: "Don't know how you all got here. You must've needed boats to get here". Ovviamente su questa boutade si sono scatenati i commenti e le ironie sui social. Qualcuno ha postato la foto di Kerry in piscina scrivendo che è arrivato a nuoto. C'è chi dice (vedi qui) che gli allagamenti  sono anche nei Paesi ricchi. Certo ma a Delhi succede ogni volta che piove.
   Lo sventurato Kerry ha dovuto poi rinunciare anche alla visita a tre luoghi di culto, un tempio, una gurdwara e una moschea (si è dimenticato una chiesa...per la par condicio). Una scelta che molti vedono come un richiamo al governo Modi sul tema dell'intolleranza e del rispetto delle minoranze. Ma il Cielo aveva altro in serbo per lui.

Madre Teresa, anche un giudice e l'ex avvocato dei marò nella delegazione in partenza per Roma

New Delhi, 26 agosto 2016

   Una mega delegazione di 500 persone, tra politici, sacerdoti, suore e rappresentanti di associazioni cristiane, partirà nei prossimi giorni per il Vaticano per assistere alla santificazione di Madre Teresa di Calcutta. La suora, nata esattamente 106 anni fa a Skopje, in Macedonia, ha ottenuto la cittadinanza indiana nel 1948. E quindi l'India ne rivendica giustamente il 'copyright'.
   La delegazione governativa è guidata dalla ministra degli Esteri Sushma Swaraj e da due governatori, quello di New Delhi Arvind Kejriwal e quello del Bengala, la signora Mamata Banerjee. Da parte della Chiesa indiana ci saranno oltre 40 vescovi e un centinaio di preti e suore. Ci sarà ovviamente Suor Prema che è la superiora dell'ordine delle Missionarie della Carità e la responsabile di New Delhi, suor Amala.
   Oggi al briefing del ministero degli Esteri è stata resa noto la lista della delegazione ufficiale. E' curioso che ci sia anche uno degli ex  avvocato dei  marò, Harish Salve, che aveva lasciato l'incarico nel 2013 in rotta con  l'allora governo Monti quando aveva deciso di non far tornare in India i due fucilieri. E poi c'è anche un giudice della Corte Suprema, Kurian Joseph, che era nella sezione che in questi quattro anni si è occupata del caso. Probabilmente è parte della delegazione perché è cristiano...ma mi piace sottolineare la coincidenza.


Rio 2016, l'India porta a casa solo due medaglie, ma 'rosa'

New Delhi, lunedì 22 agosto 2016

     Cala il sipario su Rio e l'India fa i conti con le scarse performances del suo contingente di 118 atleti, che è stato il più grande che si sia mai qualificato per le Olimpiadi. Come ho già scritto (vedi qui), la situazione è a dir poco drammatica per la seconda nazione più popolosa del mondo e che che ha superato la Cina per crescita del Pil. Nel carniere dell'India ci sono solo due medaglie, l'argento di PV Sindhu nel badmington femminile e il bronzo di Sakshi Malik (wrestling femminile). Due giovani donne che sono diventate delle eroine nazionali insieme alla ginnasta Dipa Karmakar, arrivata in finale, un successone dato che era la prima indiana a gareggiare alle Olimpiadi nella ginnastica artistica.

   A Londra 2012 l'India aveva incassato ben sei medaglie (ma nessun oro) raddoppiando il suo medagliere di Pechino 2008. Molti pensavano che il trend positivo potesse continuare e invece da Rio sono arrivate molte delusioni nelle discipline favorite dagli indiani, soprattutto il tiro a segno. Il tiratore Abhinav Bindra , l'unica medaglia d'oro individuale dell'India, non è riuscito a mantenere le promesse. Probabilmente l'India ha pensato di poter emulare Londra con gli stessi atleti, ma non tutti sono come gli intramontabili Bolt o Phelps... Anche dal tennis e sollevamento pesi sono arrivate delusioni nonostante le aspettative.
    Il trio femminile Malik, Sindhu e Karmakar ha quindi salvato l'onore dell'India e per il fatto che sono giovani donne e atlete 'fai da te', sono state osannate dall'intera nazione. Sono state anche premiate dal presidente della Repubblica con un riconoscimento che si chiama Khel Ratna. Avranno molto probabilmente sponsor e attenzione dei media per un po' di tempo. Ma lo sport in India, a parte il cricket, continua a rimanere una 'cenerentola'.
   Ho letto qui che nel caso della Gran Bretagna, che a Rio ha vinto un numero record di medaglie,  queste ultime sono state direttamente proporzionali al budget dello sport. Il Guardian ha calcolato che ogni medaglia è costata ai contribuenti britannici sette milioni di dollari.
   Con un serbatoio di 400 milioni di giovani (contro i 18 milioni in UK), l'India dedica al settore dello sport solo un terzo di quello che spende Londra.
   Ma secondo me non è solo una mera questione di denaro, ma di un contesto sociale in grado di sostenere gli atleti e incentivare le passioni sportive. Sono sicura che ora che si sono spente le luci a Rio, gli atleti olimpici indiani finiranno nel dimenticatoio per i prossimi quattro anni.

PS La foto del premier Narendra Modi e PV Sindhu è del 28 agosto quando il team olimpico è stato ricevuto nella residenza ufficiale del primo ministro a Race Course

India e Siria, business as usual anche sotto i bombardamenti

New Delhi, 20 agosto 2016

   Un paio di giorni dopo le immagini shock di Omram, il bambino siriano sopravvissuto a un bombardamento delle forze siriane ad Aleppo, un inviato del governo di New Delhi è arrivato a Damasco per una visita ufficiale. Era dall'inizio della guerra che l'India non mandava più delegazioni in Siria. A gennaio però era giunto il vice premier Walid Al Moualem a Delhi. Quindi questa volta si trattava di contraccambiare la visita.
   Il vice ministro degli Esteri MJ Akbar, ex giornalista e portavoce del Bjp, ha incontrato oggi Bashar al Assad. Come se niente fosse. Come se non ci fosse una sanguinosa guerra in corso o come se una parte del territorio non fosse sotto il controllo del Califfato e un'altra in mano ai cosiddetti 'ribelli'.
   L'India ha sempre applicato alla lettera il principio di non interferenza negli affari interni di un Paese, anche se sono brutali dittature, ed è una posizione di tutto rispetto.  Ma fa un po' impressione che l'India intrattenga regolari rapporti con  la 'bete noire' degli Usa e dell'Occidente. Sermbra quasi che la guerra fredda non sia mai finita e che New Delhi continui ad essere fedele alla Russa, che sostiene Assad.
   Di recente sono stata alla presentazione di un istant book, "The Modi Doctrine" scritto di tre esperti, Anirban Ganguly, Vijay Chauthaiwale e Uttam Kumar Sinha, che analizzano la politica estera del premier Narendra Modi in questi due anni di governo.  Sostengono che esiste un nuovo "paradigma" perché l'India è molto più attiva diplomaticamente. Ma il dinamismo non si conta solo sul numero di Paesi visitati o sulla quantità di leader a cui si stringe la mano, ma su anche su delle prese di posizioni quando le violazioni del diritto internazionale o dei diritti umani sono così palesi.
   A me sembra invece che l'approccio dell'India sia  invece in continuità con il precedente governo del partito del Congresso e cioè ispirato a un forte pragmatismo. Ovviamente New Delhi se lo può permettere di praticare un multipolarismo a 360 gradi perchè il Paese non dipende tutto sommanto dall'appoggio di nessuno.  Anzi, sono convinta che siano gli Usa, l'Europa e anche la Russia ad avere bisogno dell'India come mercato di sbocco per le loro economie mature.
   Nell'incontro a Damasco si è parlato di terrorismo, ma anche della ricostruzione. Assad ha invitato New Delhi (e Paesi Brics) a partecipare al gigantesco business della ricostruzione quando e se ci sarà (e se sarà con Assad).. Potrebbe sembrare prematuro, ma forse New Delhi vede lungo e si vuole piazzare in pole position.

Proibizionismo, il Bihar vieta anche il vino della Messa

New Delhi, 19 agosto 2016

   L'India sta diventando sempre piu' proibizionista. Non solo per quanto riguarda la carne di mucca, animale sacro per gli induisti e al centro dell'agenda dei radicali indu' del partito di governo del Bjp. Ma anche per l'alcol. Gli indiani sono forti bevitori, soprattutto di "whisky pani" (whisky allungato con acqua) e il monopolio dei liquori assicura gigantesce entrate per le casse degli Stati federali. Ma l'alcolismo e' anche un problema di ordine pubblico. Ed e' direttamente proporzionale alle violenze sessuali.
   Il Gujarat, lo stato del premier Narendra Modi e del Mahatma Gandhi, e' il  'Dry State' per eccellenza. Significa che la produzione, vendita e consumo di alcolici sono proibita. Manco gli aerei che sorvolano il Gujarat servono alcol a bordo.
    L'alcol e' poi proibito nel piccolo stato nord orientale del Nagaland e nell'arcipelago delle Laccadive, davanti al Kerala. Lo era fino a pochi mesi fa anche in Mizoram, un altro Stato nord orientale.
    Dal Primo aprile il Bihar, uno dei mega stati indiani e con una pessima fama per via dell'alto tasso di criminalita', ha imposto il proibizionismo. Ma come sempre qui in India sono andati oltre il buon senso.  Applicando alla lettera la legge, le autorita' del Bihar hanno anche proibito il vino della Messa o "Altar wine" come si chiama in inglese. Quindi nelle circa 150 chiese dello Stato adesso il prete fara' la Comunione con un succo, a meno che non abbiano scorte di vin santo.
   Il divieto riguarda in realta' una piccola azienda vinicola di un istituto tecnico cristiano di Patna, il capoluogo a cui e' stata revocata la licenza (qui c'e' la storia). A quanto pare in un primo  momento la produzione di vino era stata permessa per motivi religiosi.
    Il Bihar e' lo stato di Nitish Kumar, un potente leader regionale, di quelli che hanno i "partiti casta", non simpatizzante del partito indu nazionalista del Bjp. Non penso ci sia una precisa intenzione di penalizzare la minoranza cristiana. Leggo che la Chiesa intende protestare con il governo centrale sottolineando che il vino serve per il rituale della Comunione...e non per ubriacare  i fedeli.
   In effetti per uno che non sa nulla di Cristianesimo la cosa e' abbastanza bizzarra,  Anche se - mi sembra - che pure a qualcuna delle centinaia di divinita' indiane venga offerto dell'alcol e non mi sorprende data la varieta' di 'puje' (offerte) e rituali esistenti.
    La proibizione, poi,  non ha mai funzionato se si guarda il passato. La conseguenza di questo divieto in Bihar, dove c'e' molta corruzione, e' l'aumento della produzione illegale di whisky artigianale con il rischio di avere ancora piu' morti da alcol adulterato.

Confessioni di un gioielliere di Jaipur

Jaipur, 16 agosto 2016
    Ogni volta che vengo a Jaipur, la città “rosa” del Rajasthan, cerco di capire un po’ di più del business dei gioielli e delle pietre preziose per il quale è famosa nel mondo. Sembra che la crisi in Europa abbia spinto molta gente a investire in gioielli. Si sa l’oro è un bene rifugio in tempi bui come questi.
    Per gli orefici di Jaipur gli affari vanno infatti a gonfie vele. Me lo ha confessato candidamente uno di loro che ha il negozio davanti al famoso Hawa Mahal, (il Palazzo dei Venti), dove c'è una sorta di Little Italy. Molti, mi ha detto, non sanno dove mettere i propri risparmi perché i tassi di interesse sono ai minimi e inoltre hanno paura di spendere in Italia perché temono i controlli fiscali, soprattutto se i soldi arrivano dall'evasione.
   Buon per loro, ho pensato. Ma poi mi ha spiegato come funziona questo business, cioè grazie alle laute commissioni pagate a chi porta i clienti. Certo è una pratica che è diffusa a livello mondiale, ma ovviamente non se ne parla molto, anzi è un segreto ben custodito da tutti, guide turistiche, tour operator, agenzie di viaggio e naturalmente negozianti.
   Il mio interlocutore, di cui non svelo il nome, ha detto che lui paga commissioni del 30 per cento invitandomi anche a portare clienti da lui . E poi, come esempio, mi ha citato una coppia di turisti italiani che qualche giorno prima aveva comprato gioielli per 24 mila euro. Alla persona che li accompagnava sono andati 8 mila euro.
    Scioccante. Come è possibile, mi sono chiesta, che possa pagare a un mediatore un terzo del prezzo di vendita e poi ricavarci ancora qualcosa? Quanto è il ricarico di un gioielliere? Capisco che orafi e incassatori di pietre vengano pagati una miseria in India rispetto a Valenza, ma ci sarà pure dell'oro, dei diamanti, smeraldi... .
    E pensare che molti vengono a comprare qui a Jaipur perché pensano che costi di meno. E invece, mi ha confessato ancora spudoratamente, gli stessi gioielli costano meno in Italia!
    Sono rimasta di stucco. Non ho mai comprato gioielli qui in India, a parte un collier in “oro antico” che dopo qualche anno si è annerito rivelando quindi la truffa, ma di sicuro a questo punto non mi viene voglia di acquistare neppure un anellino da piede.
    Anzi, se comprate dei gioielli a Jaipur siete avvertiti, dimezzate il prezzo... e poi chiedete ancora lo sconto.

La "Twitter Help Line" del Ministero degli Esteri, così si aiutano gli immigrati

New Delhi, sabato 13 agosto 2016 

    Un po' di giorni fa un fotografo di moda di New Delhi è andato in luna di miele in Europa da solo perchè la moglie aveva perso il passaporto poco prima della partenza. L'intraprendente giovane ha poi inviato un selfie alla 'Twitter Helpline' del Ministero degli Esteri (Mea) in cui è seduto in treno con accanto una foto del viso della sposa in grandezza naturale. Lo scatto ha fatto il giro del mondo perchè è una storia commovente e anche perchè, come si dice nel mondo del giornalismo, è la classica notizia "da ombrellone" o da Ferragosto.
   In realtà la vicenda è molto interessante perché rappresenta un modo nuovo e sicuramente positivo di fornire servizi ai cittadini grazie alle nuove tecnologie.
   Il tweet di Faizan Patel è stato infatti intercettato dal Mea che si è interessato e ha fatto avere immediatamente alla signora Patel il duplicato del passaporto e un appuntamento al Vhf, l'agenzia che si occupa del rilascio dei visti italiani. Non si sa poi se il Consolato Italiano di New Delhi le ha concesso il duplicato del visto con altrettanta solerzia...ma di fatto questo è successo. In un Paese che ha 1,2 miliardi di abitanti, c'è la possibilità che quando uno ha bisogno di qualcosa dal proprio governo la ottenga in tempi brevi. Lo so che è molto probabilmente è un prvivilegio di una ristretta elite che sa come usare Twitter e sa che esiste la Twitter HelpLine...ma non si dimentichi che in India ci sono 220 milioni di smarthphone, più che negli Usa. Sempre più gente, anche nell'India profonda, è connessa alla Rete.
   Non so in Italia sarebbe avvenuto lo stesso. Tanto per fare un esempio, al consolato italiano di Londra i tempi di attesa per il rinnovo di un passaporto sono di circa due mesi. E se un cittadino italiano ha un'emergenza deve provarla con certificati medici non con un selfie spiritoso.
   Qualcuno avrà pensato che la ministra degli Esteri Sushma Swaraj, una veterana del Bjp, non abbia altro da fare che venire in sos a sposini in luna di miele all'estero. Invece no, perché da quando c'è lei, per la prima volta, gli indiani all'estero hanno trovato qualcuno che li ascolta e li aiuta quando hanno bisogno. A parte le evacuazioni dalla Libia e da altre zone di guerra, la Swaraj è intervenuta in molte situazione di crisi per salvare immigrati indiani in pericolo o bloccati. L'ultimo caso è delle migliaia di lavoratori senza stipendio in Arabia Saudita che rischiano la fame. E' una inversione di rotta rispetto al passato e di questo bisogna darne atto al Bjp e al governo Modi. 
   Si dice che la Swaraj è il "ministro degli indiani all'estero" e non il ministro degli Esteri. Non è forse questo anche il suo mandato? Dovrebbe pensare più alla politica estera che invece viene gestita dal super premier Modi? L'anno scorso poi è stata accusata anche di favorire un ricercato per corruzione, Lalit Modi, ex patron del cricket, che si trova ora a Londra (insieme ad un altro fuggitivo per evasione fiscale, l'industriale della birra Vijay Mallya).
   Forse avrà anche scheletri nell'armadio ma non si può negare che non si interessi ai connazionali. E per questo raccoglie molti consensi, almeno così mi sembra quando parlo con la gente. Alla fine sono i fatti che contano.

Gli aquiloni killer e il "chinese manja"

New Delhi, giovedì 11 agosto 2016

   Ogni città ha la sua minaccia, in Europa c'è il terrorismo, qui ci sono gli aquiloni,
Stamane esco in terrazza e a momenti rimango strozzata da un invisibile filo che andava dal tetto a un albero di fronte. E' il famigerato "chinese manja", il filo di nylon usato per far volare gli aquiloni. In questi giorni, che precedono la Festa dell'Indipendenza del 15 agosto, nei cieli dell'India impazzano le battaglie di aquiloni, soprattutto al tramonto quando si alza il vento. E per tagliare gli aquiloni dei rivali ci vuole appunto uno speciale filo che fino a pochi anni fa era fatto di cotone rivestito di una pasta di colla e di vetro. Poi nel 2011 è arrivato sul nmercato il nylon, che è molto più resistente e sono iniziati i guai. In realtà non è 'cinese' come è soprannominato, ma viene prodotto in alcune aziende a Noida e Bangalore. Il nuovo filo, che è meno costoso (ecco perché si chiama "chinese"), ha mandato in rovina le vecchie imprese di 'cotton manja' che sono concentrate a Bareilly, in Uttar Pradesh.

   Il 'chinese manja' è responsabile di incidenti, a volte mortali, soprattutto di motociclisti che vengono sgozzati dai fili che pendono da tetti o dai cavalcavia, ma è anche una minaccia per uccelli, mucche e cani randagi.  In realtà è un problema di ordine pubblico in tutta l'Asia meridionale dove questo antico e 'povero' passatempo è molto diffuso. In Pakistan hanno addirittura proibito la vendita di aquiloni a causa degli incidenti stradali, delle folgorazioni e delle cadute accidentali da tetti.  Mi viene in mente il famoso libro (e film) "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini. In Afghanistan i talebani  avevano vietato gli aquiloni ma per altri motivi... perchè erano antislamici.
   L'ultima vittima, per ordine di tempo, a New Delhi è stato un 28enne motociclista che è morto dissanguato dopo che un filo gli ha tagliato la gola mentre viaggiava in uan strada nell'est della capitale, che è la parte più popolosa e anche degradata. Pressato da denunce e dai giudici dell'Alta Corte di Delhi, il governo locale, che è guidato da Arvind Kejriwal (il "Beppe Grillo" indiano), ha quindi deciso di mettere al bando la vendita del "chinese manja". Ma ovviamente non può farlo ora a pochi giorni dall'Indipendence Day privando migliaia di bambini del loro passatempo preferito.  

Marò, tutto è bene quello che finisce bene. La ministra Swaraj avvia il disgelo

New Delhi. mercoledì 10 agosto 2016


   Come in tutti i film di Bollywood, anche nella crisi diplomatica tra India e Italia per i due maro' arrestati nel febbraio 2012 con l'accusa di aver ucciso per sbaglio due pescatori indiani c'è il classico "hapy end". Dopo il trasferimento in Italia di Salvatore Girone e la fine del boicottaggio italiano nelle sedi internazionali possono riprendere le relazioni normali tra i due Paesi.
Il quotidiano  Economic Times, in un dettagliato articolo (vedi qui) rivela che la ministro degli Esteri Sushma Swaraj potrebbe incontrare il suo omologo Paolo Gentiloni quando andrà a Roma il 4 settembre per la canonizzazione di Madre Terasa di Calcutta.
   L'appuntamento è tra meno di un mese ed è visto come il "disgelo" dopo quattro anni di tensioni diplomatiche a volte tesissime e la sospensione di attività commerciali. Per ora è  una indiscrezione di stampa. Di solito le visite bilaterali sono annunciate solo pochi giorni prima da Delhi, ma è probabile che avvenga. L'India ha bisogno di ristabilire i contatti con l'Italia e con l'Europa per attirare investimenti per il 'Make in India' e da parte sua anche l'Italia non può permettersi di ignorare la seconda nazione più popolosa del mondo e la prima per crescita del Pil.

Irom Sharmila mangia dopo 16 anni, finito il più lungo satyagraha del mondo

New Delhi, 9 agosto 2016 

    Dopo ben 16 anni di sciopero della fame, Irom Chanu Sharmila, la lady di ferro del Manipur (il piccolo Stato nord orientale) ha gettato la spugna. O meglio ha preso una forchetta e ha iniziato a mangiare. Era il più lungo digiuno di protesta del mondo (e forse della storia) e nessuno o quasi se ne era accorto.  Alla fine, anche lei stessa se ne è fatta una ragione. Ha detto basta alla sua sofferenza promettendo di continuere a lottare contro le leggi di emergenza AFSPA con i metodi della politica, cioé partecipando alle elezioni locali.
    Molti sono rimasti di stucco, compresi i suoi sostenitori che hanno visto una battaglia di 16 anni sfumare in un boccone. Oggi è stata scarcerata da un tribunale dietro cauzione di 10 mila rupie e tra le lacrime ha mangiato un cucchiaio di miele. Chissà che shock, mi sono chiesta, dopo 5.757 giorni di alimentazione forzata con un sondino nasale. Di sicuro nei prossimi giorni dovrà essere seguita dai medici. Mi chiedo come farà il suo stomaco a digerire del cibo solido.
   In tutti questi anni è stata in un ospedale di Imphal in stato di arresto per tentato suicidio. Ogni sei mesi, quando veniva scarcerata, ricominciava il digiuno e quindi scattava di nuovo l'ordine di arresto. Oggi sono scaduti i termini di sei mesi ma lei ha annunciato ai giudici che avrebbe interrotto la protesta. Lo aveva già detto alcuni giorni fa, ma molti pensavano che cambiasse idea. Aveva anche annunciato che si sposava. Probabilmente a 44 anni vuole avere una vita normale come ha anche ammesso durante la conferenza stampa lasciando intendere che il digiuno era diventato ormai una gabbia imposta dalla sua immagine di eroina dei diritti umani.
   Mentre davanti alle telecamere fissava sconvolta il vasetto di miele ho pensato anche io che non avrebbe ceduto. Invece no, alla fine lo ha portato alla bocca. Ha spiegato che per raggiungere il suo obiettivo - la revoca della legge di emergenza in Manipur -  "aveva bisogno di potere" e che quindi puntava a diventare chief minister.
   E' il riconoscimento che il metodo di lotta non violenta gandhiano per eccellenza non funziona più nell'India moderna? Decisamente si'. Il satyagraha è ormai passée ovunque.



Earth Overshooting Day, riflessioni sul ruolo dell'India, Vandana Shiva e il dogma della crescita

New Delhi, 8 agosto 2016

   Oggi si celebra l’Earth Overshoot Day, il giorno dell’anno in cui l’umanità esaurisce la disponibilità annuale di risorse naturali rinnovabili sul pianeta. Significa che da domani in avanti fino al 31 dicembre siamo in debito con Madre Natura, nel senso che consumiamo più acqua pulita, suolo, foreste, pesci e materie prime di quanto la Terra sia in grado di produrre. Nel 2000 questa data era agli inizi di Ottobre.
    Non so quanto attendibile sia questa statistica, ma mi sembra abbastanza ovvio che stiamo andando verso l’autodistruzione.
    Proprio oggi – guarda la coincidenza – sono andata a sentire una conferenza di Vandana Shiva, la scienziata indiana paladina della tutela della biodiversità e delle banche dei semi contro le multinazionali dell’OGM.  E’ da una vita che la Shiva fa la “Cassandra” denunciando le monocolture e l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici che impoveriscono i terreni e anche causano moderne malattie come i tumori. 
    Per anni l’attivista è rimasta confinata nei circoli alternativi o nei Global Forum. Adesso invece, come è successo oggi, viene invitata a parlare davanti a delle business community.  I corsi di agricoltura organica organizzati dalla sua organizzazione Navdanya a Dehradun (Himachal Pradesh) sono frequentati da manager. Il fallimento del nostro modello di produzione e consumo è ormai così evidente che preoccupa anche i ‘decision makers’.
   La ‘vision’ di Vandana Shiva è sacrosanta perché è l’unico modo per non cannabalizzare il pianeta oltre che di fermare lo strapotere delle multinazionali. Dubito però che sia fattibile dove si sono completamente distrutte tutte le conoscenze a causa dell’agricoltura e allevamento intensivo. In attesa che i microorganismi si rigenerino e rendano il suolo di nuovo fertile senza l'uso di urea rischiamo di morire di fame…Si pensi, per esempio, se i contadini indiani fossero costretti a tornare indietro a prima della cosiddetta ‘rivoluzione verde’ che grazie alla chimica ha aumentato la produttività per ettaro.
   Grazie alle resistenze di movimenti anti OGM come quello della Shiva, l’India ha però saputo respingere ogni assalto di Monsanto e delle big corporation.  Anzi sembra che proprio dallo stesso premier della destra, Narendra Modi (nonostante sia appoggiato da industriali) arrivi una forte spinta verso l’agricoltura organica. Il piccolo stato del Sikkim, nel nord est, vicino al Bhutan, si vanta di essere organico (nel senso che non usano pesticidi e fertilizzanti nei campi) al 100%. Sarebbe bello se l’India, che ha una tradizione millenaria di biodiversità, diventasse la portabandiera di un movimento mondiale per l’agricoltura organica.
    L’India è già un laboratorio per alcune idee che in Occidente sono altamente ‘sovversive’ e circolano solo in alcuni ambienti semi clandestini. 
    Due sere fa per esempio all’Alliance Francaise (che non è un covo di anarchici) hanno proiettato il documentario  Sacrée Croissance  dove si critica il dogma della crescita e si esalta invece una economia circolare, un po’ come l’agricoltura sostenibile, basata su urban farming e produzioni locali. Sono idee nuove che circolano oggi, ma che purtroppo hanno ancora scarso seguito perché sono delle ‘Inconvenient Truth’ tanto per citare il famoso documentario Oscar di Al Gore di dieci anni fa.  

Rio 2016 - Lo strano (e drammatico) caso dell'India

New Delhi, 5 agosto 2016

   L'India sarà a Rio con un contingente di 119 atleti in 15 discipline, il più grande mai arrivato alle Olimpiadi. Tra questi c'è anche Dipa Karmakar, la prima ginnasta indiana ad andare ai Giochi e Duti Chand, la prima centometrista a qualificarsi dopo 36 anni.  Se c'è qualche speranza di salire sul podio arriverà però dal tiro a segno o dal doppio misto di tennis (con Sania Mirza), le poche specialità olimpiche in cui l'India ha dei campioni.
   Ad ogni nuova Olimpiadi ci si chiede come è possibile che una nazione di 1,2 miliardi di persone abbia delle performances così scarse.  Il collega Justin Rowlatt della BBC ricorda impietosamente che la seconda nazione più popolosa ha il numero più basso di medaglie procapite.
   A Londra 2012 l'India si aggiudicò sei medaglie (un record), l'equivalente di una per ogni 200 milioni di abitanti. Ma tra queste nessun oro. L'unica medaglia d'oro individuale mai vinta dall'India risale al 2008 nella carabina a 10 metri con  Abhinav Bindra. Una disciplina che - voglio ricordare -  è molto elitaria.
   E' troppo facile spiegare questa lacuna con la mancanza di soldi o di strutture sportive. Negli anni Ottanta l'India aveva vinto un oro con il cricket su prato dove erano leader indiscussi. Erano anni di miseria e di fame. Nell'ultimo decennio il Pil è cresciuto a un ritmo del 7% eppure l'India continua a non produrre sportivi, a parte i giocatori di cricket, dove invece ci sono i campioni.
    Aver ospitato i Giochi del Commonwealth nel 2010 a new Delhi non sembra aver contribuito a questa letargia sportiva.  Sono rimaste le piste di atletica e le piscine olimpioniche, ma sono difficilmente accessibili al pubblico a causa dell'ottusità degli enti che li gestiscono. I genitori preferiscono mandare i figli a lezione di matematica e il governo sembra più interessato a promuovere lo yoga che l'atletica. Gli atleti professionisti sopravvivono grazie alle loro famiglie, agli sponsor oppure alle charity come nel caso della sprinter Duti Chand, sostenuta da un'associazione che si chiama Anglian Medal Hunt Company e che si occupa appunto di finanziare potenziali campioni.
   Il premier Narendra Modi, che è uno che ci tiene all'immagine internazionale dell'India, si è vantato annunciando un aumento consistente del budget per l'allenamento degli atleti. ha anche detto che la squadra è stata inviata 15 giorni prima per acclimartarsi (data anche la distanza). Ho poi letto una cosa clamorosa, che la dice lunga sullo stato dello sport indiano, cioè che i funzionari che accompagnavano gli atleti percepivano uan diaria di 100 dollari al giorno, il doppio di quella degli atleti. Che piaccia o no...c'è voluto il solito Modi per eliminare questa discriminazione.
      

L'Iva arriva in India, successo bipartisan del Bjp e Congresso

New Delhi, giovedì 4  agosto 2016 

   Oggi i giornali esaltano l’approvazione al Senato (Raja Sabha) della GST (Good and Service Tax), in pratica l’Iva, che eliminerà tutti i vari balzelli a livello centrale e statale. “One nation, one tax” titola The Hindu, mentre altri la definiscono la riforma economica più importante degli ultimi 30 anni, cioè da quando l’India ha aperto il proprio mercato dopo anni di statalismo di stampo sovietico.
    Era da ben 30 anni che si pensava di mettere ordine alla giungla fiscale con la GST, ma nessun governo ci era finora mai riuscito. Questa la dice lunga sui tempi dell’India. Mi piace pensare che questo sia un Paese che ha tempo. Ogni cosa al momento giusto.
   Nei dieci anni in cui furono al potere (2004-2014), Manmohan Singh e Sonia Gandhi volevano disperatamente questa tassa per modernizzare le Finanze statali e anche mandare un segnale positivo agli investitori. Ma non ci erano mai riusciti per colpa dell’opposizione del Bjp.
   Adesso il ‘super premier’ Narendra Modi può mettere anche questo successo nel suo carniere. E’ riuscito a vincere le resistenze del Congresso che ha votato l’emendamento costituzionale (la tassa richiedeva infatti una modifica della Costituzione) garantendo così la maggioranza dei due terzi del Raja Sabha, dove il Bjp non ha il controllo. Solo un influente partito del Tamil Nadu si è opposto perché contrario alla tassa.
   Non è chiaro se la GST (che sarà messa a punto da un comitato) farà aumentare i prezzi che sono già alle stelle, nonostante il tasso di inflazione sia sceso. Di sicuro servirà a rivitalizzare il programma governativo ‘Make in India’, che è la scommessa di Modi per fare dell’India una nazione industriale nel prossimo decennio. Anche se ci vorranno diversi anni per l’entrata in vigore, si pensi che deve essere approvata da 29 Stati, è sicuramente una bandierina in più nel programma economico del Bjp. Può dire che l’India, che attualmente è l’economia che cresce di più al mondo, si è ‘globalizzata’ in materia fiscale, con un sistema che è adottato in 165 Paesi.
   Interessante sarà anche la messa a punto del sistema informatico per la raccolta della GST che sarà gestita da un portale realizzato da Infosys, il gigante informatico indiano che si assicura così un bel po’ di lavoro. Anche se la maggior parte dell’economia indiana è informale e quindi non è tassabile, si tratta comunque di un compito mastodontico quello di gestire il carico e scarico dell’Iva di una nazione di 1,2 miliardi di persone.