Malayattoor (Kerala), i tagliatori di croci

Kochi (Kerala), 24 gennaio 2017
   Per il mio progetto di una guida sul Cristianesimo in India, sto facendo il `giro delle sette chiese`in Kerala alla scoperta, per l`appunto, delle sette chiese fondate da San Tommaso, l`apostolo che secondo la tradizione e` venuto in India a predicare la nuova religione.

   E` straordinaria la diffusione in Kerala di un cristianesimo che risale al II-III secolo e che si rifa` alla chiesa d`Oriente nata in Mesopotamia. Non ci sono prove storiche o reperti archeologici che possano in qualche modo provare l`arrrivo di San Tommaso sulla costa del Malabar, all`epoca fiorente centro commerciale per lo scambio delle spezie e popolata da ebrei rifugiati. Ma la presenza di comunita` dei `nasrani` (Cristiani siriaci o Cristiani di San Tommasoi) che seguivano rituali in siriaco potrebbe davvero far pensare alla venuta di uno o piu` missionari agli albori del Cristianesimo. Non si dimentichi poi che San Tommaso sarebbe stato ucciso in TamilNdu e di questo martirio ne parlano in tanti, compreso Marco Polo.

   Insomma sono convinta che il Cristianesimo sia arrivato qui forse prima che a Roma e per questo ho deciso di scrivere una sorta di `Christianity Circuit` in India.
   Seguendo le tracce di St Thomas, lungo il fiume Periyar e altri che all`epoca erano le vie del commercio, ho scoperto molte  bellezze nascoste.
    Oggi sono andata in un famoso centro di pellegrinaggio a Malayattoor dedicato a San Tommaso che qui si sarebbe rifugiato mentre andava in Tamil Nadu. La leggenda narra che alcuni abitanti abbiano visto una `croce d`oro` e delle rocce che grondavano sangue nel luogo dove l`apostolo si era fermato. C`e` una collina che si chiama Kurishimudi che si raggiunge con circa 40 minuti di marcia su un sentiero tra alberi di mogano. Al Venerdi` santo si sale in processione per la via Crucis. In cima c`ea una storica  cappelle dedicata alla croce d`oro di Tommaso e ci sono anche le sue `impronte` sulla roccia.
    Ma la cosa divertente e` il `cimitero` delle croci abbandonate lungo il bosco. Sono decine, di tutte le dimensioni, e recano scritte della parrocchia di provenienza. Quando sono arrivata c`erano dei taglialegna al lavoro che tagliavano le croci con una sega elettrica facendone tronchetti buoni per il caminetto. Probabilmente e` una consuetudine per loro. Ripuliscono l`area in vista del prossimo pellegrinaggio, ma l`operazione e` di sicuro inusuale e anche divertente. I tagliatori di croci, anche quello un mestiere...

ARTE/ L`argilla di Zanetti a Goa e le tele di Galliano alla Biennale di Kochi. Ritornano gli artisti italiani in India

Kochi, 20 gennaio 2017

    L`era post maro` in India sta vedendo un ritorno degli artisti italiani, anche se ancora molto limitato rispetto alle potenzialita` di un Paese noto in tutto il mondo per la sua arte.
    Negli ultimi due mesi nel Sud dell`India mi e` capitato di vedere due artisti italiani di un certo calibro internazionale. Una e` la toscana Virginia Zanetti che ha partecipato con una performance di `land art` al Serendipity Arts Festival di Goa a dicembre. Il suo lavoro intitolato `Fourth Study in the Ecstasy of the Landscape` prevede il coinvolgimento del pubblico che viene invitato a stendersi su delle mattonelle di argilla fresca. L`artista `usa` quindi i corpi per creare delle impronte abbracciando o stendendosi lei stessa sulle persone.
   Siccome ho partecipato all`installazione posso raccontare le sensazioni che ho provato. Prima il contrasto del freddo dell`argilla e il calore del suo corpo, e poi un senso di pace e di rilassamento. Sono stata  sdraiata  per piu` di un`ora completamente immobile sul mio calco di argilla. In questo tempo, che non mi e` sembrato cosi` lungo, ho sperimentato altre sensazioni, gli altri movimenti intorno a me e, di nuovo il calore, di una mano di un`altra parsona che l`artista ha appoggiato su una mia gamba. Mi rendo conto che e` difficile descrivere la performance a parole, ma penso che abbia centrato lo scopo, quello di un ritorno al rapporto primordiale con la Materia.
Zanetti si e` esibita all`inizio del mese nche a New Delhi con la mostra di acquarelli I Pilastri della Terra`.
    Anche le opere di Daniele Galliano, esposte alla Biennale di Fort Kochi (Kerala) hanno qualcosa di intimistico, anche se piu` irriverenti. Il pittore ogni giorno `reinterpreta` dei paesaggi dipinti su tela da autori sconosciuti `inserendoci` delle persone tra il pubblico che incontra. L`installazione che si intitola `Unknow + Galliano, Bad Trip India 2016` e` ricavata nell`ex magazzino Aspinwall House che si affaccia sulla laguna di Kochi, dove da secoli partono le spezie dirette in Occidente. Nelle vie di Mattancherry ancora oggi si sentono i profumi del pepe, dell`anice, caffe`, cardamomo e le altre specialita` della costa del Malabar. Muziris, a circa 30 km a nord, era un centro di commercio dei romani che si lamentavano di spendere qui troppo oro (Plinio il Vecchio).
   La Biennale Kochi Muziris, che e` alla terza edizione e che uno dei pochi appuntamenti in India dedicati all`arte conteporanea, e` intitolata (un po` cripiticamente) `Forming in the Pupil of an Eye`. Da molte installazioni si esce con il cuore pesante. Riflettono l`inquietudine dei tempi che stiamo vivendo, in particolare la crisi dei profughi siriani.
Nell`opera del cileno Raul Zurita, `The Sea of Pain 2016`, ospitata in un grande capannone, si attraversa un `mare` buio annaspando con l`acqua fino alle ginocchia in cerca del piccolo profugo Alan Kurdi, fotografato morto sulla spiagga nel settembre 2015 e diventato simbolo della nostra impotenza a fermare le guerre.

Ecco il mondo multipolare dell`India.Ma l`Europa non esiste

Kochi  (Kerala),17 gennaio 2017

   Se per Trump l`Europa e` in via di smantellamento, per l`India non esiste nemmeno. Il premier Narendra Modi ha inaugurato oggi la seconda edizione del Raisina Dialogue,  che e` un po` come una `Cernobbio asiatica`, dove si riflette su tematiche politiche globali.
   Il leader indiano ha spiegato che il mondo e` sempre piu` multipolare (il che e` vero), ma in questo nuovo ordine (o meglio disordine) sembra non esserci posto per il Vecchio Continente. Nel suo discorso ha citato i legami con tutto il rissoso vicinato, quelli difficili con la Cina e poi quelli con gli Stati Uniti, che secondo lui continueranno a essere a 360 gradi anche con Trump.
    Ma non ha dedicato una parola all`Europa. Forse non c`e`nulla da dire perche` i rapporti con Bruxelles sono profondamente in crisi, oppure New Delhi non la considera come una  pedina dello scacchiere internazionale.
    Dal discorso di Modi emerge un India che e` sempre piu` cosciente del suo ruolo sulla scena mondiale e non e` solo perche` a promuovere questo ruolo e` un leader nazionalista. E` il turno dell`Asia anche se l`Occidente si ostima a non capire,
    I tempi sono ormai maturi per un India piu` attiva e capace di diffondere dei valori culturali deecisamente diversi, come un diverso rapporto tra uomo e natura (yoga) e quelli pacifisti gandhiani che tutti conosciamo.

Zoo di Trivandrum, che pena le tigri in gabbia!

Trivandrum, 15 gennaio 2017

    Lo zoo di Trivandrum, capitale del Kerala, si vanta di essere uno tra i piu` vecchi non solo in India, ma nell`intera Asia. Risale infatti al 1857 e in origine era un `divertissement` del maharaja di Travancore, uno dei regni piu` ricchi, E` annesso al museo Napier, anche quello voluto dal sovrano locale. All`epoca era una novita` tenere in gabbia belve feroci e animali esotici, oltre che un simbolo di potere, adesso lo e` un po` meno...
    In 22 ettari, dove c`e`anche un laghetto, ci sono oltre 80 specie di animali compresi ippopotami e tigri. Un po`allo stretto ovviamente, soprattutto i felini. Le tigri vivono separate in gabbie miniscole. Fanno veramente compassione e non so davvero perche` non ci sia una convenzione internazionale che obblighi lo smantellamento dei giardini zoologici.
    Tornando allo zoo di Trivandrum, ho letto che proprio qui lo scrittore franco canadese Yann Martel ha tratto ispirazione per descrivere la tigre Richard Parker in `Life of Pi`. Non a caso, lo spazio dove vivono le tigri non e` molto piu` grande della scialuppa di salvataggio del naufragio.

Diplomazia: l`India tira le somme a meta` mandato, ma ignora la Ue


New Delhi, 4 gennaio 2017
    Come di consueto il governo indiano ha tenuto una conferenza stampa di `mid term` per fare il punto sull`attivita` diplomatica a meta` legislatura. Qui sotto c`e` la versione integrale su YouTube dell`incontro tra due viceministri, l`ex giornalista MJ Akbar e l`ex generale VK Singh con la stampa indiana e straniera. La ministra degli Esteri, Sushma Swaraj, in convalescenza dopo il trapianto di un rene, non ha potuto prendervi parte.
   In questi due anni e mezzo di potere del Bjp, la diplomazia indiana e` stata molto attiva e lo dimostra il numero di nazioni che sono state `engaged`, per usare lo stesso termine dei viceministri. L`obiettivo che si prefissa il governo e` di avere contatti con tutti i 191 Paesi dell`Onu alla fine del mandato.
   Ma non sempre questa ridda di visite e incontri bilaterali ha portato dei frutti. Spesso non bastano i sorrisi o le strette di mano per garantirsi alleanze nei consessi internazionali o partner commerciali.
   Nonostante le promesse di migliorare i rapporti con il vicinato, l`India ha di fatto peggiorato i suoi rapporti con il Nepal a causa del blocco economico causato dalle proteste dei `madhesi`e con il Bangladesh sulla questione delle acque. La connettivita` con il sud est asiatico rimane una chimera, perche` le frontiere con il Myanmar rimangono chiuse. Con lo Sri Lanka manco si riesce a stabilire un collegamento via mare.
    Con il Pakistan e` gelo a causa dell`aumento dell`attivita` terroristica e delle incursioni in Kashmir. Anche con la Cina le relazioni sono tesissime per via del leader islamico pachistano Masood Ahzar, che l`India vorrebbe veder riconosciuto come terrorista internazionale. Per quanto gli Usa, tutto dipendera` dalla nuova amministrazione Trump, che sembra essere contraria all `outsourcing.
Mentre l`Unione Europea e` addirittura assente dall`agenda del governo. Non e` stata manco citata nella conferenza stampa o nella sessione di domande e risposte. Come se non esistesse.

Addio 2016, un anno di `slow travelling` tra Asia e Europa

A bordo del volo TK720 (Istanbul-Mumbai), 31 dicembre 2016

    Il mio anno termina come e` iniziato, in movimento nei cieli, inseguendo la mezzanotte dall`Europa all`Asia, da Occidente a Oriente, fino a quando viene l`alba ed e` ora di fermarsi. Per una felice combinazione di voli mi ritrovero` di nuovo a Mumbai, o Bombay come mi piace chiamarla, esattamente come un anno fa.
   E` stato un anno di peregrinazioni attraverso frontiere non sempre facili ad attraversare, un anno tra Asia e Europa, ma senza centrare il mio obiettivo che e` quello di andare in Italia via terra, senza prendere aerei. Non ci sono riuscita, ma mi riprometto di provarci nel 2017. Non mollo.
   Ho trovato anche un`altra frontiera invalicabile, quella tra la Birmania e l`India. A novembre non sono riuscita ad avere dalle autorita` birmane il `permesso speciale`  per attraversare il valico di Tamu,  nell`ovest del Myanmar. Ci ho provato quando ero a Yangon e ci ho provato a Mandalay. Fino a pochi mesi fa era possibile, ma ora per motivi che non sono riuscita a capire, non rilasciano piu` i permessi.  La connettivita` tra l`India e il Sud Est asiatico e` ancora una favola nonostante i proclami dei governi nei forum regionali. Il collegamento diretto di autobus tra Imphal, nello stato indiano del Manipur  e Bangkok, era stato inaugurato un anno fa in pompa magna, ma poi si e` impantanato in ostacoli burocratici e scarsa volonta` politica.  Sognavo davvero di tornare in India via terra dopo il mio viaggio in Indocina. Questa e` stata la piu` grande amarezza dell`anno che si chiude.

Questa e` l`India secondo il Corriere della Sera

Torino, 27 dicembre 2016

    Vedo oggi sul Corriere della Sera una intera pagina (vedi qui) dedicata alla posa della prima pietra di una statua di Chhatrapati Shivaji, un sovrano del 1600 che ha tenuto testa ai mughal e agli inglesi e che per questo e` amato dai nazionalisti indu`, in particolare in Maharastra, dove sorgeva il suo regno. Il memoriale, sulla falsariga della Statua della Liberta`, si affaccera` sul Mar Arabico,  davanti al lungo mare di Marina Drive. Si dice che sara` la piu` alta del mondo
    L`articolo e` copiato da qualche media indiano e tradotto in italiano. Il Corriere non ha corrispondenti in India. Ma l`articolista non si e` limitato a riportare la notizia, l`ha invece confezionata ad arte e fatta passare come una conseguenza  della politica nazionalista di Narendra Modi calcando bene i toni sullo scontro ideologico  indu`- mussulmani. Che non c`entra un fico secco. 
    Eppure  questa e` la chiave di lettura che la stampa italiana ogni santo giorno impone a qualsiasi fatto di cronaca, anche se - lo ripeto - non c`entra nulla. E` incapace di uscire dalla logica che domina l`attualita` di questi giorni: da una parte gli islamici radicali e dall`altra i governi che li combattono. E` come un disco rotto. Tutto deve ruotare intorno allo `scontro tra civilta`` che sta distruggendo ke nostre societa`.
   Questa narrativa si riproduce anche in India: Modi e` quindi un nazionalista `cattivo` come Trump che fa costruire enormi statue di eroi anti mussulmani per glorificare l`identita` indu`.
   Peccato che il progetto del memoriale di Shivaji e` nato nel 2004 da un partito vicino al partito laico del Congresso guidato da Sonia Gandhi. Era perfino nel manifesto elettorale del Nationalistic Congress Party (Ncp) anche originariamente la statua era piu` bassa. E poi Shivaji ha combattuto allo stesso modo anche i britannici che all`epoca si erano insediati nell`allora Bombay.
   La notizia e` un tipico esempio di pessima informazione. Si ignora, per esempio, che nelle ultime settimane l`attenzione e` monopolizzata dal gigantesco sforzo di sostituire l`80% del contante dopo la messa fuori corso delle banconote da 500 e 1000 rupie.
    Il dibattito politico e` su questo e non lo si puo` ignorare, se si parla dell`India. Ma certo, per épater le bourgeois, e` meglio far credere che anche in India ci siano le crociate contro gli islamici.  

LA FOTO/Ci ho provato, questo lo scatto inviato al concorso al Tpoty 2016

New Delhi,  22 dicembre 2016

   Le mie velleita` fotografiche sono state stroncate sul nascere. Con questa foto ho partecipato al Travel Photographer of the Year 2016 (Tpoty), un concorso internazionale di foto di viaggio, nella sezione `Wildlife & Nature`.  L`avevo scattata a Badami, in Karnataka, e mi e` piaciuta perche` trasmette un messaggio di solidarieta` e di fraternita`, di cui oggi c`e` bisogno. Ma ovviamente non poteva competere con dei professionisti del settore.  Ha vinto uno scatto di una rarissima lince (vedi qui)
    Non mi hanno neppure mandato una mail di ringraziamento, di quelle standard, in cui con un giro di parole si dice che la foto non ha passato la selezione. Chissa`, mi sarebbe piaciuto vedere la faccia dei giurati quando l`hanno scartata, ammesso che l`abbiano vista... A me rimane la consolazione di pubblicarla qui per i miei lettori.

Banconote fuori corso/ Una mazzata per il turismo straniero

Palolem (South Goa). 20 dicembre 2016
  
   Sono trascorsi ormai 40 giorni dalla decisione del governo di dichiarare fuori corso le banconote da 500 e 1000 rupie, ma le code di fronte alle banche non sembrano accorciarsi. Ogni mattina davanti all`unico bancomat funzionante di Canacona, il villaggio dove sorge la spiaggia di Palolem, una delle piu` belle di Goa, c`e` una lunga fila. Il razionamento a contagoccia dei prelievi (appena 2000 al giorno, circa 18 euro) costringe la gente a questo appuntamento quotidiano per la sopravvivenza. Molti sono turisti stranieri che prelevano la stessa cifra con carte di credito internazionali pagando salate commissioni alle banche.
La draconiana misura anti corruzione del governo di Narendra Modi (imitata, ma poi sospesa per i disordini in Venezuela). ha paralizzato i consumi, in particolare di beni durevoli, mentre ha messo in ginocchio l`econonomia informale, che in India e` ancora predominante.
    Tra le vittime si conta anche l`industria turistica. Mancano pochi giorni al Natale e Goa, l`ex colonia portoghese famosa in tutto il mondo per i rave party, e` praticamente deserta. Molti turisti hanno cancellato le prenotazioni dopo che hanno visto le resse davanti alle banche. Gia` penalizzata per il problema delle violenze sessuali, l`India sembra essere stata definitivamente depennata dalla lista delle mete vacanziere.
Quello che e` peggio e` che qualcuno ne approfitta della situazione, come sempre. Gli stranieri hanno diritto a cambiare la loro valuta per un massimo di 5000 rupie alla settimana. Ma le banche si rifiutano di cambiare moneta straniera. Lo si puo` fare quando si arriva all`aeroporto e in alcuni cambiavalute `ufficiali`delle maggiori citta`, che pero` la maggior parte delle volte sono senza cash. Oppure si ricorre al mercato nero, funzione svolta dai negozi di oreficeria, dove pero` viene praticato un cambio da strozzinaggio, Molti hotel o ristoranti accettano pagamenti in dollari, ma a 60 rupie (il cambio ufficiale e` di 68). I pochi negozi che invece accettano le carte di credito, ti prendono il 4%di commissioni. Insomma, invece di aiutare il povero malcapitato turista, lo spennano ulteriormente. Non mi stupisco che Goa sia deserta....     

India, il governo `ricorda` quali sono le aree off limits per i giornalisti stranieri

Mumbai, 13 dicembre 2016
   Ieri il ministero degli Esteri ha diffuso via mail una lista di Stati indiani e aree che sono `off limits` per i giornalisti stranieri. Tra questi ci sono alcuni Stati del Nord-Est (Nagaland, Mizoram, Manipur Sikkim e Arunachal Pradesh) dove sono attivi gruppi separatisti, e ovviamente il Jammu e Kashmir. In piu` ci sono `alcune aree` del Rajasthan e dell`Uttaranchal,  Il primo, penso, che sia una zona `sensibile` per via del poligono militare di Pokhran dove sono avvenuti i due test nucleari del 1974 e del 1998, mentre nel secondo c`e` il confine conteso con la Cina-Tibet. Al comunicato e` allegato un formulario da compilare per ottenere `uno special permit` se uno vuole andare in quelle zone.
   La email, indirizzata a tutti i corrispondenti stranieri, ha destato sorpresa e anche un po` di preoccupazione tra i colleghi. Tanto che dopo cinque ore, lo stesso ministero (sezione dell`External Publicity Division)  ha inviato una `chiarimento` per dire che non si tratta di un `nuovo` regolamento del ministero degli Interni, ma di uno in vigore da `molti anni`. Le normative sono state ricordate perche`, si legge, `some foreign journalists were unaware of the regulations and faced inconvenience when entering those areas without the appropriate permits`.    Segue poi una diversa lista di aree dove emerge che solo `alcune parti` degli Stati citati nella precedente mail sono chiuse agli stranieri. Il Sikkim e Nagaland, tuttavia, sono interamente proibiti, e anche le Andamane.
    Poi si specifica che le restrizioni valgono non solo per i giornalisti stranieri, ma per tutti gli stranieri e che la `XP Division will be happy to facilitate bona-fide visits to Restricted & Protected Areas if applications are received in the prescribed format`.
   Evidentemente io appartengo alla categoria dei giornalisti stranieri che non sapevano di queste restrizioni, almeno non in tutti gli Stati citati.
   Io sapevo che nel 2011 il governo aveva rimosso le restrizioni in tre Stati del Nord-Est (Nagaland, Manipur e Mizoram) per favorire il turismo (vedi qui).
    Mentre per quanto riguarda le Andamane e Nicobare, l`arcipelago che ospita basi militari segrete e rare tribu` indigene, sono abbastanza sopresa. Il permesso chiamato `Restricted Area Permit o Rap` e` emesso dall`ufficio Immigrazione all`arrivo a Port Blair (e similarmente in ogni isola tra quelle aperte al turismo). Cosi` e` stato quando ci sono andata nel marzo 2015, e sono stata registrata come giornalista, anche perche` il mio visto e`un j-visa e quindi e` difficile sfuggire.
   Non so cosa abbia indotto il governo a ribadire la lista delle aree ristrette, ma potrebbe sembrare un tentativo di `controllare` la stampa straniera. Non voglio pensare che sia questa l`intenzione, sarebbe la prima volta da quando sono arrivata in India oltre 10 anni fa... Ma se si allarga lo sguardo a livello globale, compresa l`Italia, e` chiaramente visibile uno sforzo da parte dei governi di imbavagliare la stampa, i bloggers o gli attivisti ficcanaso. Uno sforzo che e` reso piu` facile dal controllo dei social network, il cosidetto `quinto potere` che a parere mio presenta una doppia faccia della medaglia, molto inquietante, quella del Grande Fratello.
    Coincidenza vuole poi che a settembre, quando ero nel confinante Myanmar, ho cercato invano di avere dal governo di Yangon un `permesso speciale` per attraversare il confine di Tamu (con l`India). Il governo birmano infatti impone numerose restrizioni agli stranieri perche` non vadano a curiosare nelle aree dove vivono le minoranze oppresse o dove si fanno commerci poco chiari, come droga o pietre preziose.
   L`unico valico con lo stato indiano di Manipur rientra tra queste aree off limits per gli stranierie per le quali ci vuole appunto uno `special permit`. Fino a pochi mesi fa, gli uffici del Turismo e le agenzie di viaggio di Yangon e Mandalay rilasciavano i permessi dietro pagamento di una costosa commissione. Ora non piu` e non ho capito il perche`.
   Dal Myanmar, che non e` ancora uscito dalla dittatura, mi aspetto una simile proibizione, ma non dall`India, che si vanta di essere la piu` grande democrazia del mondo.

IL LIBRO /One Indian Girl, il coraggioso femminismo di Chetan Bhagat

New Delhi, 29 novembre 2016 

    Ammetto di essere anche io, come milioni di indiani, una fan di Chetan Bhagat, uno dei pochi scrittori anglofoni che vivono stabilmente  in patria  e che raccontano l`India moderna. Il suo ultimo libro,  One Indian Girl,  e`un`opera geniale. Per me e` il migliore dei suoi nove lavori.
     Bhagat si mette nei panni di una giovane donna in carriera dibattuta tra un lavoro superpagato alla societa` di investimenti americana Goldman Sachs e il rispetto dei tradizionali valori familiari. E`un dilemma, molto spesso dolorosissimo,  che tocca le ragazze oggigiorno in India,
    A scuola sempre piu` donne raggiungono risultati superiori a quelli dei loro compagni. Ma i loro salari sono ancora inferiori. Ed e` impensabile che possano guadagnare piu` dei loro mariti. E` una cosa malvista anche in Occidente, figuriamoci qui in India dove le suocere danno fuoco alle nuore che non riescono ad avere figli maschi.
    Bhagat mette il dito in questa contraddizione vestendo i panni di Radhika Mehta, ragazza intelligentissima e rampante che vive da single a New York, che si innamora e  poi viene abbandonata, che ha una avventura con un uomo sposato e che per il quieto vivere accetta un matrimonio combinato dalla famiglia, ma che alla fine prende in mano le redini del suo destino. In altre parole, manda affanculo in un colpo solo due ex fidanzati che si presentano al suo matrimonio e anche il futuro sposo, e se ne va in vacanza da sola. Una scelta coraggiosa e rivoluzionaria per gli standard indiani.
    Per questo One Indian Girl, non ha ricevuto una grande accoglienza in India. E` un libro decisamente femminista in un Paese che non sa (ancora) cosa e` il femminismo,
Ma proprio per questo, considero Bhagat un genio, per come si e` calato nella mente di una donna moderna, interpretando benissimo i suoi tormenti interiori quando si vede costretta a sacrificare il suo lavoro per rivestire quello di moglie-madre tradizionale come la societa` richiede.
   Il tema e` trattato con ironia attraverso la `voce interiore` di Radhika, ma e` una ironia amara, come quando e` costretta a nascondere il suo stipendio negli annunci matrimoniali (a differenza degli uomini). Oppure quando deve fingere di essere una `secchiona` come ai tempi della scuola mentre  invece convive per un paio di anni con Debu, un ragazzo di cui si innamora perdutamente ma da cui poi viene respinta perche` guadagna troppi bonus. 

Referendum e italiani all'estero/ "Caro governo ti scrivo..."

New Delhi, 26 novembre 2016

    Come tutti gli italiani all'estero ho ricevuto anche io la lettera di Matteo Renzi in cui si invita a votare sì al referendum costituzionale del 4 dicembre. Sul frontespizio compare il premier che ride con il presidente Usa uscente Barack Obama, mentre sul retro c'è la missiva "Cara italiana, caro italiano...".

   Onestamente mi fa piacere che qualcuno del governo mi scriva e mi chiami pure "cara Italiana" perché a parte gli appuntamenti elettorali in 20 anni che sono all'estero non ho mai ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dal mio Paese. Purtroppo gli italiani all'estero esistono solo quando serve un voto.
    In estrema sintesi, la lettera descrive l'Italia come un Paese deriso e umiliato all'estero a causa della sua instabilità politica e della corruzione: "Un Paese instabile, che cambia Presidente del Consiglio più spesso di un allenatore della nazionale. E tra noi, ahimé, possiamo dircelo: questo luogo comune non è così distante dalla realtà".  Ma mi raccomando, che rimanga "tra noi"...
   Il sì al referendum riduce i costi della politica ed elimina il bicameralismo paritario, che è - cito la lettera - "un sistema che esiste solo in Italia". Peccato che ci sia anche in India e Usa, rispettivamente la più grande e la più vecchia democrazia al mondo.
   L'approvazione della riforma costituzionale avrebbe il potere di trasformare l'Italia in "un Paese credibile e prestigioso".  Mentre in caso negativo "torneremo a essere quelli di cui all'estero si sghignazza, quelli che non cambiano mai, quelli famosi per l'attaccamento alle poltrone e azzuffate in Parlamento".
Già, l'Italia di cui si "sghignazza" proprio come nella foto del frontespizio.    

India senza cash, cronaca della mia prima giornata a Delhi

New Delhi, 24 novembre 2016

   Ero davvero curiosa di vedere che cosa stava succedendo a New Delhi dopo la decisione del governo dell'8 novembre di mettere fuori corso le banconote da 500 e da 1000 rupie che rappresentano oltre l'85% dei soldi in circolazione. Sono tornata dopo un paio di mesi nel Sud Est asiatico e trovato il caos come avevo anticipato in questo post. Chissà quanto tempo ci vorrà per arrivare alla normalità.
   Questa è la cronistoria della mia prima giornata a Delhi nell'era della post "demonetisation", come la chiamano i giornali indiani.
Ore 8:  in tasca ho una banconota da 1.000 e due da 500 rupie. Ieri sera per tornare a casa ho speso l'unico pezzo da 100 rupie che avevo in portafoglio. Sono riuscita a trovare un autorisciò che mi ha portato dall'aeroporto a Sadfarjung Enclave per quella cifra, più o meno un euro e mezzo, un record storico. Ho realizzato fin da subito che la scarsità di contante ha avuto l'effetto di raffreddare i prezzi. Benissimo per il carovita galoppante a Delhi.  Poi però sono iniziati i guai.  Dopo tre mesi di viaggio non ho nulla da mangiare in casa. Esco di casa e vado nella banca del quartiere per cambiare le 2.000 rupie. C'è una lunga coda, ma è gente che vuole aprire un conto. Quando arrivo sulla porta vedo un cartello scritto a mano "NO CASH".  Penso si riferisca al bancomat, mi faccio largo per entrare sventolando una banconota da 500 rupie. "Sorry we cannot change it, we dont have cash" mi dice un impiegato sommerso da una tonnellata di pratiche.
Ore 9: Vorrei andare alla mia banca, la Yes Bank, ma mi rendo conto che non ho benzina nello scooter. Il fruttivendolo mi dice che mi fa credito, ma io provo con un altro bancomat, ma anche quello è fuori uso. Vado in farmacia a chiedere dove posso cambiare le vecchie banconote. Per esperienza so che si solito quando si ha un problema in India, il posto migliore dove avere informazioni sono proprio le farmacie. E di fatti trovo un cliente che si prende compassione di me e mi cambia la vecchia banconota da 500 in cinque pezzi da cento. Mi sento in colpa perché non so poi cosa ne farà. Deve essere di sicuro un fan di Modi.
Ore 10: mi sento ricca. Vado a fare benzina,  e poi riesco a mettere credito nel telefonino. Mi rimangono in tasca 200 rupie,  un 500 e un mille fuoricorso.
Ore 11: mi faccio largo tra la folla ed entro a razzo alla Yes Bank di Green Park sventolando la mia carta di credito per far capire che sono una cliente.  Sembra un suq. Ci sono delle file disordinate davanti agli sportelli e altri gruppetti di persone intorno a degli impiegati in piedi in mezzo alla hall. Un impiegato, probabilmente un responsabile, sta facendo dei mucchietti di vecchie banconote dopo averle passate nelle macchinette conta soldi.  Mi dicono che hanno solo le nuove banconote da 2.000 rupie e quindi non possono cambiare le mie 1.500.  Chiedo di ritirare dei soldi e mi guardano come se avessi chiesto di aprire i forzieri. "It is not possible" è la laconica risposta. Chiedo il perché e manco mi rispondono. La metto sul patetico e dico che sono appena arrivata a Delhi e non ho un soldo per mangiare e devo pagare due mesi di affitto arretrati (il che è vero).  Le mie proteste attirano l'attenzione del responsabile che smette di ammucchiare le vecchie banconote e mi da retta. ma so che lo fa perchè ho la pelle bianca.  Come fosse una grazia dal cielo, dopo aver controllato sul pc il mio conto mi annuncia che posso ritirare al massimo 24 mila rupie, ma ci vuole il libretto degli assegni e io non ce l'ho con me. Confesso che non ho mai ritirato  soldi dal mio conto in India, di solito prelevo dal bancomat. Torno a casa a prenderlo.
Ore 12: mi ripresento con il libretto di assegni ma mi dicono che non hanno più liquidi, devo tornare tra un paio di ore quando arrivano i rifornimenti. Un strada ho visto molti furgoni portavalori andare e venire dalle banche.
Ore 13: idea! decido di cambiare gli euro che ho in casa per pagare l'affitto. Vado dal cambiavalute del Khan Market, dove di solito cambio la valuta.  Mi accoglie con uno sguardo disperato. "I have only old notes and I dont have 100 rupees" mi dice recriminando contro Modi. "Crazy Modi!" ripete. A quanto pare la manovra ha messo KO tutti i money changers che operavano sul mercato nero, Rabbrividisco al pensiero, veramente é una rovina per molta gente, anche quella onesta.
Ore 14: mi compro una spremuta in strada, 40 rupie. Il venditore mi dice che la mia banconota da 1000 vale 500 ora, se voglio posso cambiarla ma ottengo metà del suo valore.
Ore 14.30: entro al Subway di Khan Market per un panino. E' preso d'assalto da una folla di signore ingioiellate e manager. Si può pagare con la carta di credito, quasi nessuno usa il cash anche per un insalata.  Sul bancone compare la scritta: "non si accettano vecchie banconote da 100 e 500 rupie".
Ore 15: torno nel suq della Yes Bank. Ottengo 12 nuove banconote rosa shocking da 2.000 rupie che odorano di inchiostro. Non ci sono altri tagli, a quando pare le nuove 500 sono introvabili. Chiedo all'impiegato se le accetteranno nei negozi. "Yes madam - mi dice - this is valid money".
Ore 15.30: mi fiondo nel primo negozio di alimentari per vedere se funziona. Compro del pane e del latte. Il negoziante mi dà il resto in 100 e 10 rupie. Esco soddisfatta. Per l'affitto non so come farò, il mio padrone di casa non accetta assegni (è un irriducibile che manco Modi riuscirà a piegare), ma almeno ho da mangiare.

A EST DELLE INDIE - A Photo Journey

New Delhi, 21 novembre 2016 

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A EST DELLE INDIE - LA FOTO/Birmania, la venditrice di fiori di loto

Inle Lake, 20 novembre 2016


A EST DELLE INDIE - Myanmar/I pescatori clown di Inle Lake

Inle Lake, 19 novembre 2016

   Immaginavo che Inle Lake, nello stato di Shan, fosse uno dei posti piu` battuti dai turisti in Myanmar, ma non avrei mai immaginato che si fosse trasformato in una sorta di baraccone dove i `famosi` pescatori che remano con una gamba si esibiscono come clown.
Dopo aver tentato, senza successo , di arrivare da sola nei villaggi e nei floating market in fondo al lago, ho ceduto e ho condiviso un boat tour con due turiste giapponesi. O meglio loro hanno accettato che salissi anche io sulla lancia che  avevano gia`prenotato.
   Siccome era gia` pomeriggio inoltrato, il tragitto dell`escursione e` stata limitato perche` alcune popolari `attrazioni`, tipo i mercati galleggianti, erano gia` terminati. Ci hanno pero` portato in quattro negozi di artigianato, piu` precisamente due di monili di argento, uno di stoffe e uno di oggetti prodotti con la carta da gelso, come i famosi ombrellini, prodotta artigianalmente in loco. In un laboratorio tessile erano `esiibite` anche delle donne della etnia Pa-0 con i loro anelli intorno al collo.  Per le foto chiedevano dei soldi. Ho provato un po` di vergogna per questo `safari umano`, anche perche`si sa benissimo che ormai le donne Pa-O non si allungano piu` il collo, anche se  hanno conservato un loro modo di vestire, portando una borsa di stoffa.a tracolla e (le  donne) uno strano turbante.

   Dopo la parte `shopping`, le mie  due copasseggere, che erano dotate di una buona attrezzatura fotografica, hanno insistito per vedere da vicino i pescatori. Gli abitanti di Inle Lake si chiamano `Intha` e hanno un bizzarro modo per remare, che penso sia unico al mondo, forse. Stando in piedi sulle loro barche, muovono un remo con una gamba, quasi come fosse una protesi, per timonare e anche avanzare sull`acqua. Alcuni pescano con delle  comuni reti, altri con delle enormi ceste di bambu`. Le due giapponesi volevano fotografare uno di questi uomini al tramonto con le reti in controluce.

   Evidentemente conoscendo molto bene i desideri dei turisti, il barcaiolo si e`avvicinato a un anziano pescatore e gli  ha chiesto di mettersi davanti al sole. L`uomo ha obbedito e ha poi iniziato a compiere una serie di acrobazie con il remo e una cesta di bambu`, che secondo me non c`entrano nulla con l`attivita` di pesca, ma che erano di sicuro molto fotogeniche. Dopo avergli allunganto un dollaro, una delle due turiste e` poi salita a bordo della barchetta per un primo piano. Anche io, mio malgrado, ho recitato la mia parte di turista e ho scattato diverse foto del pescatore-clown. Mi chiedo se - dato che ogni giorno centinaia di turisti sfilano nel lago cercando tutti le medesime foto - se i pescatori facciano ancora il loro mestiere o se guadagnino di piu` con le esibizioni.   

A EST DELLE INDIE - Degustando vino birmano a Inle Lake

Inle Lake, 18 novembre 2016

   Come sempre, i momenti più belli di un viaggio arrivano per caso. A Naungshwe, dove sono alloggiata (in una guest house che si chiama Sweet In), ho affittato una bicicletta per esplorare il lago Inle che è a circa 4 km. Solo alcuni villaggi sono collegati con la strada o pontili, per gli altri bisogna andare con la barca. Ho quindi pedalato per circa 10 km lungo una bella strada di campagna fino al villaggio di Kahun Daing e poi da qui ho messo la bici su una lancia e mi sono fatta trasportare sull'altra riva, dove ci sono i resort. E'  un percorso un po' insolito, che mi ha permesso di uscire dai circuiti turistici che in questa zona della Birmania sono obbligatori.
Al tramonto stavo per tornare quando un ragazzo norvegese, che vagava come me in bici con il gps in mano,  mi ha suggerito di fermarmi in un'azienda vinicola sulla collina. "Intendi dire che qui ci sono dei vigneti???" gli ho chiesto manifestando tutto il mio stupore. "Sì, puoi anche degustare del vino birmano" è stata la risposta.
   Ho immediatamente abbandonato l'idea di fermarmi nell'ennesima pagoda per il calar del sole, e mi sono invece fiondata nella Red Mountain Estate Vineyard & Vinery, un'azienda vinicola super professionale che non sfigurerebbe affatto sulle colline del Chianti. E' un progetto di un enologo francese che nel 2002 ha importato le vigne, creato i terrazzamenti sulla collina e dopo un po' di anni ha iniziato a produrre le prime bottiglie di Chardonnay e altre varietà, come Shiraz e Pinot.  In effetti si vede il tocco occidentale nel vigneto e anche nell'idea di aprire un enoteca sulla cima della collina.

   Quando sono arrivata c'erano diversi gruppi di turisti, i tavoli erano tutti pieni. Probabilmente la visita alla Red Mountain è nel programma dei tour a Inle Lake.  Ma per fortuna ho trovato un tavolino sull'estremità della veranda proprio davanti al sole che calava sulle vigne. Ho ordinato la "degustazione" da 5000 kyat (circa 4 euro) che comprendeva due bianchi  e due rossi serviti a temperatura perfetta su un vassoio di legno con un paio di tramezzini al formaggio. Un cartoncino in inglese davanti a ogni bicchiere illustrava le caratteristiche dei vini. Dopo settimane di noodle e té verde non mi sembrava vero.  Davanti al tramonto, ho assaporato i vini come fossi nelle Langhe in un caldo pomeriggio di settembre, ancora incredula per la scoperta. Sarà la lunga astinenza da piaceri gastronomici, ma mi sono sembrati eccellenti. E detto da una piemontese questo non è poco.  

A EST DELLE INDIE - Mandalay, il finto Palazzo degli Specchi

Mandalay,  15 novembre 2016

   Sono arrivata a Mandalay con grandi aspettative sulla reggia di Thibaw, l`ultimo monarca esiliato in India. Sognavo di vedere il `Palazzo degli Specchi`, quello raccontato nel libro di Amitav Gosh, e invece ho avuto una brutta delusione.  Dovevo documentarmi prima.
  Il palazzo reale, una meraviglia in tek con troni d`oro massiccio,  e` stato depredato dall`esercito britannico il 28 novembre 1885 quando le truppe sono entrare e hanno catturato la famiglia reale. Poi e` stato raso al suolo dai bombardamenti giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.
    Il governo birmano  ha tentato di ricostruirlo negli Anni Novanta, ma il risultato e` stato disastroso forse per la mancanza di denaro. Gli edifici sembrano dei fondali in uno studio di Cinecitta` tanto sono finti e con materiali. di scarsa qualita`. Soltanto le mura, circondate dal fossato, riescono ancora ad evocare l`antica gloria. Per di piu` all`interno c`e` un quartiere generale dell`esercito, quindi e` vietato sconfinare dal percorso e per entrare bisogna lasciare il passaporto.
   Meno male che all`epoca del re Thibaw un pezzo della reggia, specificatamente gli appartamenti del padre, re Mindon,  era stato smantellato e trasformato in monastero (Shwenandaw Monastery) fuori dalle mura. E cosi` si e` salvato miracolosamente intatto con tutti gli intarsi lignei e le colonne in legno di tek. 

A EST DELLE INDIE/Mandalay - Il `ngapi`, la `bagna cauda` birmana, peccato che sia fredda

Mandalay,  14 novembre 2016 

   Dopo molti giorni in Myanmar finalmente sono riuscita a gustare le specialita locali. Finora nei ristoranti dove sono andata non ho trovato che `fried rice` o una zuppa di noodle che penso sia cinese o thailandese e che si trova praticamente ovunque, da Kathmandu a New York. Ma erano chiaramente ristoranti per i turisti, Ho scoperto invece che la maggior parte dei birmani mangiano per strada nelle bancarelle degli ambulanti che arrivano a una certa ora del pomeriggio con tutto il necessario (pentole, piatti,  tavoli e sedie) e  poi spariscono quando finiscono il cibo.
   Devo la scoperta al fatto che oggi e` Full Moon Day`  (Tazaughmon)  che segna la fine della stagione delle piogge.  E` una grande festa nazionale, equivalente al Diwali in India,  ed e` tutto chiuso, mercati compresi.
   Vagando pero` nei dintorni della mia guest house, che si chiama AD 1 e che e` davanti alla pagoda di Eindawya, confinante con il `mercato delle cipolle`, ho trovato un paio di banchetti con delle signore che spadellavano, Mi sono seduta sulle seggioline di plastica che da noi si trovano solo negli asili (e una costante di tutto il  sudest asiatico, non so orse per ragioni di spazio...) e ho indicato un piatto che stava mangiando il mio vicino con il cucchiaio (e non le bacchette che propinano ai turisti). Data la difficolta` di memorizzare i nomi dei cibi, ho adottato il metodo di adocchiare i piatti sui tavoli degli altri commensali e poi di scegliere indicando con il dito. Sembrera` un po`maleducato, ma funziona ed l`unico modo per assaporare la cucina locale.
    La signora mi ha qundi portato una porzione di riso bollito e diversi piattini con verdure bollite e salsine gustose, Tra queste c`era il `ngapi`, una salsa onnipresente suilla tavola dei birmani  (e` citata anche nel romanzo di Orwell), Si tratta di una salsa di pesce fermentato con abbondante aglio e olio. A me sembrano acciughe marinate. Ci sono diverse versioni, Quella che ho gustato io accompagnata da verdure fresche, come verza, carote, sedani, mi ricordava tantissimo...;la bagna cauda piemontese che tra l`altro si mangia proprio in questo mese.  L`unico problema e` che la `bagna cauda birmana` e` fredda, Avrei potuto chiedere di scaldarla, ma mi avrebbe guardato sicuro con disgusto. Come se uno chiedesse di scaldare il vitello tonnato...