Rio 2016, l'India porta a casa solo due medaglie, ma 'rosa'

New Delhi, lunedì 22 agosto 2016

     Cala il sipario su Rio e l'India fa i conti con le scarse performances del suo contingente di 118 atleti, che è stato il più grande che si sia mai qualificato per le Olimpiadi. Come ho già scritto (vedi qui), la situazione è a dir poco drammatica per la seconda nazione più popolosa del mondo e che che ha superato la Cina per crescita del Pil. Nel carniere dell'India ci sono solo due medaglie, l'argento di PV Sindhu nel badmington femminile e il bronzo di Sakshi Malik (wrestling femminile). Due giovani donne che sono diventate delle eroine nazionali insieme alla ginnasta Dipa Karmakar, arrivata in finale, un successone dato che era la prima indiana a gareggiare alle Olimpiadi nella ginnastica artistica.

   A Londra 2012 l'India aveva incassato ben sei medaglie (ma nessun oro) raddoppiando il suo medagliere di Pechino 2008. Molti pensavano che il trend positivo potesse continuare e invece da Rio sono arrivate molte delusioni nelle discipline favorite dagli indiani, soprattutto il tiro a segno. Il tiratore Abhinav Bindra , l'unica medaglia d'oro individuale dell'India, non è riuscito a mantenere le promesse. Probabilmente l'India ha pensato di poter emulare Londra con gli stessi atleti, ma non tutti sono come gli intramontabili Bolt o Phelps... Anche dal tennis e sollevamento pesi sono arrivate delusioni nonostante le aspettative.
    Il trio femminile Malik, Sindhu e Karmakar ha quindi salvato l'onore dell'India e per il fatto che sono giovani donne e atlete 'fai da te', sono state osannate dall'intera nazione. Sono state anche premiate dal presidente della Repubblica con un riconoscimento che si chiama Khel Ratna. Avranno molto probabilmente sponsor e attenzione dei media per un po' di tempo. Ma lo sport in India, a parte il cricket, continua a rimanere una 'cenerentola'.
   Ho letto qui che nel caso della Gran Bretagna, che a Rio ha vinto un numero record di medaglie,  queste ultime sono state direttamente proporzionali al budget dello sport. Il Guardian ha calcolato che ogni medaglia è costata ai contribuenti britannici sette milioni di dollari.
   Con un serbatoio di 400 milioni di giovani (contro i 18 milioni in UK), l'India dedica al settore dello sport solo un terzo di quello che spende Londra.
   Ma secondo me non è solo una mera questione di denaro, ma di un contesto sociale in grado di sostenere gli atleti e incentivare le passioni sportive. Sono sicura che ora che si sono spente le luci a Rio, gli atleti olimpici indiani finiranno nel dimenticatoio per i prossimi quattro anni.

PS La foto del premier Narendra Modi e PV Sindhu è del 28 agosto quando il team olimpico è stato ricevuto nella residenza ufficiale del primo ministro a Race Course

India e Siria, business as usual anche sotto i bombardamenti

New Delhi, 20 agosto 2016

   Un paio di giorni dopo le immagini shock di Omram, il bambino siriano sopravvissuto a un bombardamento delle forze siriane ad Aleppo, un inviato del governo di New Delhi è arrivato a Damasco per una visita ufficiale. Era dall'inizio della guerra che l'India non mandava più delegazioni in Siria. A gennaio però era giunto il vice premier Walid Al Moualem a Delhi. Quindi questa volta si trattava di contraccambiare la visita.
   Il vice ministro degli Esteri MJ Akbar, ex giornalista e portavoce del Bjp, ha incontrato oggi Bashar al Assad. Come se niente fosse. Come se non ci fosse una sanguinosa guerra in corso o come se una parte del territorio non fosse sotto il controllo del Califfato e un'altra in mano ai cosiddetti 'ribelli'.
   L'India ha sempre applicato alla lettera il principio di non interferenza negli affari interni di un Paese, anche se sono brutali dittature, ed è una posizione di tutto rispetto.  Ma fa un po' impressione che l'India intrattenga regolari rapporti con  la 'bete noire' degli Usa e dell'Occidente. Sermbra quasi che la guerra fredda non sia mai finita e che New Delhi continui ad essere fedele alla Russa, che sostiene Assad.
   Di recente sono stata alla presentazione di un istant book, "The Modi Doctrine" scritto di tre esperti, Anirban Ganguly, Vijay Chauthaiwale e Uttam Kumar Sinha, che analizzano la politica estera del premier Narendra Modi in questi due anni di governo.  Sostengono che esiste un nuovo "paradigma" perché l'India è molto più attiva diplomaticamente. Ma il dinamismo non si conta solo sul numero di Paesi visitati o sulla quantità di leader a cui si stringe la mano, ma su anche su delle prese di posizioni quando le violazioni del diritto internazionale o dei diritti umani sono così palesi.
   A me sembra invece che l'approccio dell'India sia  invece in continuità con il precedente governo del partito del Congresso e cioè ispirato a un forte pragmatismo. Ovviamente New Delhi se lo può permettere di praticare un multipolarismo a 360 gradi perchè il Paese non dipende tutto sommanto dall'appoggio di nessuno.  Anzi, sono convinta che siano gli Usa, l'Europa e anche la Russia ad avere bisogno dell'India come mercato di sbocco per le loro economie mature.
   Nell'incontro a Damasco si è parlato di terrorismo, ma anche della ricostruzione. Assad ha invitato New Delhi (e Paesi Brics) a partecipare al gigantesco business della ricostruzione quando e se ci sarà (e se sarà con Assad).. Potrebbe sembrare prematuro, ma forse New Delhi vede lungo e si vuole piazzare in pole position.

Proibizionismo, il Bihar vieta anche il vino della Messa

New Delhi, 19 agosto 2016

   L'India sta diventando sempre piu' proibizionista. Non solo per quanto riguarda la carne di mucca, animale sacro per gli induisti e al centro dell'agenda dei radicali indu' del partito di governo del Bjp. Ma anche per l'alcol. Gli indiani sono forti bevitori, soprattutto di "whisky pani" (whisky allungato con acqua) e il monopolio dei liquori assicura gigantesce entrate per le casse degli Stati federali. Ma l'alcolismo e' anche un problema di ordine pubblico. Ed e' direttamente proporzionale alle violenze sessuali.
   Il Gujarat, lo stato del premier Narendra Modi e del Mahatma Gandhi, e' il  'Dry State' per eccellenza. Significa che la produzione, vendita e consumo di alcolici sono proibita. Manco gli aerei che sorvolano il Gujarat servono alcol a bordo.
    L'alcol e' poi proibito nel piccolo stato nord orientale del Nagaland e nell'arcipelago delle Laccadive, davanti al Kerala. Lo era fino a pochi mesi fa anche in Mizoram, un altro Stato nord orientale.
    Dal Primo aprile il Bihar, uno dei mega stati indiani e con una pessima fama per via dell'alto tasso di criminalita', ha imposto il proibizionismo. Ma come sempre qui in India sono andati oltre il buon senso.  Applicando alla lettera la legge, le autorita' del Bihar hanno anche proibito il vino della Messa o "Altar wine" come si chiama in inglese. Quindi nelle circa 150 chiese dello Stato adesso il prete fara' la Comunione con un succo, a meno che non abbiano scorte di vin santo.
   Il divieto riguarda in realta' una piccola azienda vinicola di un istituto tecnico cristiano di Patna, il capoluogo a cui e' stata revocata la licenza (qui c'e' la storia). A quanto pare in un primo  momento la produzione di vino era stata permessa per motivi religiosi.
    Il Bihar e' lo stato di Nitish Kumar, un potente leader regionale, di quelli che hanno i "partiti casta", non simpatizzante del partito indu nazionalista del Bjp. Non penso ci sia una precisa intenzione di penalizzare la minoranza cristiana. Leggo che la Chiesa intende protestare con il governo centrale sottolineando che il vino serve per il rituale della Comunione...e non per ubriacare  i fedeli.
   In effetti per uno che non sa nulla di Cristianesimo la cosa e' abbastanza bizzarra,  Anche se - mi sembra - che pure a qualcuna delle centinaia di divinita' indiane venga offerto dell'alcol e non mi sorprende data la varieta' di 'puje' (offerte) e rituali esistenti.
    La proibizione, poi,  non ha mai funzionato se si guarda il passato. La conseguenza di questo divieto in Bihar, dove c'e' molta corruzione, e' l'aumento della produzione illegale di whisky artigianale con il rischio di avere ancora piu' morti da alcol adulterato.

Confessioni di un gioielliere di Jaipur

Jaipur, 16 agosto 2016
    Ogni volta che vengo a Jaipur, la città “rosa” del Rajasthan, cerco di capire un po’ di più del business dei gioielli e delle pietre preziose per il quale è famosa nel mondo. Sembra che la crisi in Europa abbia spinto molta gente a investire in gioielli. Si sa l’oro è un bene rifugio in tempi bui come questi.
    Per gli orefici di Jaipur gli affari vanno infatti a gonfie vele. Me lo ha confessato candidamente uno di loro che ha il negozio davanti al famoso Hawa Mahal, (il Palazzo dei Venti), dove c'è una sorta di Little Italy. Molti, mi ha detto, non sanno dove mettere i propri risparmi perché i tassi di interesse sono ai minimi e inoltre hanno paura di spendere in Italia perché temono i controlli fiscali, soprattutto se i soldi arrivano dall'evasione.
   Buon per loro, ho pensato. Ma poi mi ha spiegato come funziona questo business, cioè grazie alle laute commissioni pagate a chi porta i clienti. Certo è una pratica che è diffusa a livello mondiale, ma ovviamente non se ne parla molto, anzi è un segreto ben custodito da tutti, guide turistiche, tour operator, agenzie di viaggio e naturalmente negozianti.
   Il mio interlocutore, di cui non svelo il nome, ha detto che lui paga commissioni del 30 per cento invitandomi anche a portare clienti da lui . E poi, come esempio, mi ha citato una coppia di turisti italiani che qualche giorno prima aveva comprato gioielli per 24 mila euro. Alla persona che li accompagnava sono andati 8 mila euro.
    Scioccante. Come è possibile, mi sono chiesta, che possa pagare a un mediatore un terzo del prezzo di vendita e poi ricavarci ancora qualcosa? Quanto è il ricarico di un gioielliere? Capisco che orafi e incassatori di pietre vengano pagati una miseria in India rispetto a Valenza, ma ci sarà pure dell'oro, dei diamanti, smeraldi... .
    E pensare che molti vengono a comprare qui a Jaipur perché pensano che costi di meno. E invece, mi ha confessato ancora spudoratamente, gli stessi gioielli costano meno in Italia!
    Sono rimasta di stucco. Non ho mai comprato gioielli qui in India, a parte un collier in “oro antico” che dopo qualche anno si è annerito rivelando quindi la truffa, ma di sicuro a questo punto non mi viene voglia di acquistare neppure un anellino da piede.
    Anzi, se comprate dei gioielli a Jaipur siete avvertiti, dimezzate il prezzo... e poi chiedete ancora lo sconto.

La "Twitter Help Line" del Ministero degli Esteri, così si aiutano gli immigrati

New Delhi, sabato 13 agosto 2016 

    Un po' di giorni fa un fotografo di moda di New Delhi è andato in luna di miele in Europa da solo perchè la moglie aveva perso il passaporto poco prima della partenza. L'intraprendente giovane ha poi inviato un selfie alla 'Twitter Helpline' del Ministero degli Esteri (Mea) in cui è seduto in treno con accanto una foto del viso della sposa in grandezza naturale. Lo scatto ha fatto il giro del mondo perchè è una storia commovente e anche perchè, come si dice nel mondo del giornalismo, è la classica notizia "da ombrellone" o da Ferragosto.
   In realtà la vicenda è molto interessante perché rappresenta un modo nuovo e sicuramente positivo di fornire servizi ai cittadini grazie alle nuove tecnologie.
   Il tweet di Faizan Patel è stato infatti intercettato dal Mea che si è interessato e ha fatto avere immediatamente alla signora Patel il duplicato del passaporto e un appuntamento al Vhf, l'agenzia che si occupa del rilascio dei visti italiani. Non si sa poi se il Consolato Italiano di New Delhi le ha concesso il duplicato del visto con altrettanta solerzia...ma di fatto questo è successo. In un Paese che ha 1,2 miliardi di abitanti, c'è la possibilità che quando uno ha bisogno di qualcosa dal proprio governo la ottenga in tempi brevi. Lo so che è molto probabilmente è un prvivilegio di una ristretta elite che sa come usare Twitter e sa che esiste la Twitter HelpLine...ma non si dimentichi che in India ci sono 220 milioni di smarthphone, più che negli Usa. Sempre più gente, anche nell'India profonda, è connessa alla Rete.
   Non so in Italia sarebbe avvenuto lo stesso. Tanto per fare un esempio, al consolato italiano di Londra i tempi di attesa per il rinnovo di un passaporto sono di circa due mesi. E se un cittadino italiano ha un'emergenza deve provarla con certificati medici non con un selfie spiritoso.
   Qualcuno avrà pensato che la ministra degli Esteri Sushma Swaraj, una veterana del Bjp, non abbia altro da fare che venire in sos a sposini in luna di miele all'estero. Invece no, perché da quando c'è lei, per la prima volta, gli indiani all'estero hanno trovato qualcuno che li ascolta e li aiuta quando hanno bisogno. A parte le evacuazioni dalla Libia e da altre zone di guerra, la Swaraj è intervenuta in molte situazione di crisi per salvare immigrati indiani in pericolo o bloccati. L'ultimo caso è delle migliaia di lavoratori senza stipendio in Arabia Saudita che rischiano la fame. E' una inversione di rotta rispetto al passato e di questo bisogna darne atto al Bjp e al governo Modi. 
   Si dice che la Swaraj è il "ministro degli indiani all'estero" e non il ministro degli Esteri. Non è forse questo anche il suo mandato? Dovrebbe pensare più alla politica estera che invece viene gestita dal super premier Modi? L'anno scorso poi è stata accusata anche di favorire un ricercato per corruzione, Lalit Modi, ex patron del cricket, che si trova ora a Londra (insieme ad un altro fuggitivo per evasione fiscale, l'industriale della birra Vijay Mallya).
   Forse avrà anche scheletri nell'armadio ma non si può negare che non si interessi ai connazionali. E per questo raccoglie molti consensi, almeno così mi sembra quando parlo con la gente. Alla fine sono i fatti che contano.

Gli aquiloni killer e il "chinese manja"

New Delhi, giovedì 11 agosto 2016

   Ogni città ha la sua minaccia, in Europa c'è il terrorismo, qui ci sono gli aquiloni,
Stamane esco in terrazza e a momenti rimango strozzata da un invisibile filo che andava dal tetto a un albero di fronte. E' il famigerato "chinese manja", il filo di nylon usato per far volare gli aquiloni. In questi giorni, che precedono la Festa dell'Indipendenza del 15 agosto, nei cieli dell'India impazzano le battaglie di aquiloni, soprattutto al tramonto quando si alza il vento. E per tagliare gli aquiloni dei rivali ci vuole appunto uno speciale filo che fino a pochi anni fa era fatto di cotone rivestito di una pasta di colla e di vetro. Poi nel 2011 è arrivato sul nmercato il nylon, che è molto più resistente e sono iniziati i guai. In realtà non è 'cinese' come è soprannominato, ma viene prodotto in alcune aziende a Noida e Bangalore. Il nuovo filo, che è meno costoso (ecco perché si chiama "chinese"), ha mandato in rovina le vecchie imprese di 'cotton manja' che sono concentrate a Bareilly, in Uttar Pradesh.

   Il 'chinese manja' è responsabile di incidenti, a volte mortali, soprattutto di motociclisti che vengono sgozzati dai fili che pendono da tetti o dai cavalcavia, ma è anche una minaccia per uccelli, mucche e cani randagi.  In realtà è un problema di ordine pubblico in tutta l'Asia meridionale dove questo antico e 'povero' passatempo è molto diffuso. In Pakistan hanno addirittura proibito la vendita di aquiloni a causa degli incidenti stradali, delle folgorazioni e delle cadute accidentali da tetti.  Mi viene in mente il famoso libro (e film) "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini. In Afghanistan i talebani  avevano vietato gli aquiloni ma per altri motivi... perchè erano antislamici.
   L'ultima vittima, per ordine di tempo, a New Delhi è stato un 28enne motociclista che è morto dissanguato dopo che un filo gli ha tagliato la gola mentre viaggiava in uan strada nell'est della capitale, che è la parte più popolosa e anche degradata. Pressato da denunce e dai giudici dell'Alta Corte di Delhi, il governo locale, che è guidato da Arvind Kejriwal (il "Beppe Grillo" indiano), ha quindi deciso di mettere al bando la vendita del "chinese manja". Ma ovviamente non può farlo ora a pochi giorni dall'Indipendence Day privando migliaia di bambini del loro passatempo preferito.  

Marò, tutto è bene quello che finisce bene. La ministra Swaraj avvia il disgelo

New Delhi. mercoledì 10 agosto 2016


   Come in tutti i film di Bollywood, anche nella crisi diplomatica tra India e Italia per i due maro' arrestati nel febbraio 2012 con l'accusa di aver ucciso per sbaglio due pescatori indiani c'è il classico "hapy end". Dopo il trasferimento in Italia di Salvatore Girone e la fine del boicottaggio italiano nelle sedi internazionali possono riprendere le relazioni normali tra i due Paesi.
Il quotidiano  Economic Times, in un dettagliato articolo (vedi qui) rivela che la ministro degli Esteri Sushma Swaraj potrebbe incontrare il suo omologo Paolo Gentiloni quando andrà a Roma il 4 settembre per la canonizzazione di Madre Terasa di Calcutta.
   L'appuntamento è tra meno di un mese ed è visto come il "disgelo" dopo quattro anni di tensioni diplomatiche a volte tesissime e la sospensione di attività commerciali. Per ora è  una indiscrezione di stampa. Di solito le visite bilaterali sono annunciate solo pochi giorni prima da Delhi, ma è probabile che avvenga. L'India ha bisogno di ristabilire i contatti con l'Italia e con l'Europa per attirare investimenti per il 'Make in India' e da parte sua anche l'Italia non può permettersi di ignorare la seconda nazione più popolosa del mondo e la prima per crescita del Pil.

Irom Sharmila mangia dopo 16 anni, finito il più lungo satyagraha del mondo

New Delhi, 9 agosto 2016 

    Dopo ben 16 anni di sciopero della fame, Irom Chanu Sharmila, la lady di ferro del Manipur (il piccolo Stato nord orientale) ha gettato la spugna. O meglio ha preso una forchetta e ha iniziato a mangiare. Era il più lungo digiuno di protesta del mondo (e forse della storia) e nessuno o quasi se ne era accorto.  Alla fine, anche lei stessa se ne è fatta una ragione. Ha detto basta alla sua sofferenza promettendo di continuere a lottare contro le leggi di emergenza AFSPA con i metodi della politica, cioé partecipando alle elezioni locali.
    Molti sono rimasti di stucco, compresi i suoi sostenitori che hanno visto una battaglia di 16 anni sfumare in un boccone. Oggi è stata scarcerata da un tribunale dietro cauzione di 10 mila rupie e tra le lacrime ha mangiato un cucchiaio di miele. Chissà che shock, mi sono chiesta, dopo 5.757 giorni di alimentazione forzata con un sondino nasale. Di sicuro nei prossimi giorni dovrà essere seguita dai medici. Mi chiedo come farà il suo stomaco a digerire del cibo solido.
   In tutti questi anni è stata in un ospedale di Imphal in stato di arresto per tentato suicidio. Ogni sei mesi, quando veniva scarcerata, ricominciava il digiuno e quindi scattava di nuovo l'ordine di arresto. Oggi sono scaduti i termini di sei mesi ma lei ha annunciato ai giudici che avrebbe interrotto la protesta. Lo aveva già detto alcuni giorni fa, ma molti pensavano che cambiasse idea. Aveva anche annunciato che si sposava. Probabilmente a 44 anni vuole avere una vita normale come ha anche ammesso durante la conferenza stampa lasciando intendere che il digiuno era diventato ormai una gabbia imposta dalla sua immagine di eroina dei diritti umani.
   Mentre davanti alle telecamere fissava sconvolta il vasetto di miele ho pensato anche io che non avrebbe ceduto. Invece no, alla fine lo ha portato alla bocca. Ha spiegato che per raggiungere il suo obiettivo - la revoca della legge di emergenza in Manipur -  "aveva bisogno di potere" e che quindi puntava a diventare chief minister.
   E' il riconoscimento che il metodo di lotta non violenta gandhiano per eccellenza non funziona più nell'India moderna? Decisamente si'. Il satyagraha è ormai passée ovunque.



Earth Overshooting Day, riflessioni sul ruolo dell'India, Vandana Shiva e il dogma della crescita

New Delhi, 8 agosto 2016

   Oggi si celebra l’Earth Overshoot Day, il giorno dell’anno in cui l’umanità esaurisce la disponibilità annuale di risorse naturali rinnovabili sul pianeta. Significa che da domani in avanti fino al 31 dicembre siamo in debito con Madre Natura, nel senso che consumiamo più acqua pulita, suolo, foreste, pesci e materie prime di quanto la Terra sia in grado di produrre. Nel 2000 questa data era agli inizi di Ottobre.
    Non so quanto attendibile sia questa statistica, ma mi sembra abbastanza ovvio che stiamo andando verso l’autodistruzione.
    Proprio oggi – guarda la coincidenza – sono andata a sentire una conferenza di Vandana Shiva, la scienziata indiana paladina della tutela della biodiversità e delle banche dei semi contro le multinazionali dell’OGM.  E’ da una vita che la Shiva fa la “Cassandra” denunciando le monocolture e l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici che impoveriscono i terreni e anche causano moderne malattie come i tumori. 
    Per anni l’attivista è rimasta confinata nei circoli alternativi o nei Global Forum. Adesso invece, come è successo oggi, viene invitata a parlare davanti a delle business community.  I corsi di agricoltura organica organizzati dalla sua organizzazione Navdanya a Dehradun (Himachal Pradesh) sono frequentati da manager. Il fallimento del nostro modello di produzione e consumo è ormai così evidente che preoccupa anche i ‘decision makers’.
   La ‘vision’ di Vandana Shiva è sacrosanta perché è l’unico modo per non cannabalizzare il pianeta oltre che di fermare lo strapotere delle multinazionali. Dubito però che sia fattibile dove si sono completamente distrutte tutte le conoscenze a causa dell’agricoltura e allevamento intensivo. In attesa che i microorganismi si rigenerino e rendano il suolo di nuovo fertile senza l'uso di urea rischiamo di morire di fame…Si pensi, per esempio, se i contadini indiani fossero costretti a tornare indietro a prima della cosiddetta ‘rivoluzione verde’ che grazie alla chimica ha aumentato la produttività per ettaro.
   Grazie alle resistenze di movimenti anti OGM come quello della Shiva, l’India ha però saputo respingere ogni assalto di Monsanto e delle big corporation.  Anzi sembra che proprio dallo stesso premier della destra, Narendra Modi (nonostante sia appoggiato da industriali) arrivi una forte spinta verso l’agricoltura organica. Il piccolo stato del Sikkim, nel nord est, vicino al Bhutan, si vanta di essere organico (nel senso che non usano pesticidi e fertilizzanti nei campi) al 100%. Sarebbe bello se l’India, che ha una tradizione millenaria di biodiversità, diventasse la portabandiera di un movimento mondiale per l’agricoltura organica.
    L’India è già un laboratorio per alcune idee che in Occidente sono altamente ‘sovversive’ e circolano solo in alcuni ambienti semi clandestini. 
    Due sere fa per esempio all’Alliance Francaise (che non è un covo di anarchici) hanno proiettato il documentario  Sacrée Croissance  dove si critica il dogma della crescita e si esalta invece una economia circolare, un po’ come l’agricoltura sostenibile, basata su urban farming e produzioni locali. Sono idee nuove che circolano oggi, ma che purtroppo hanno ancora scarso seguito perché sono delle ‘Inconvenient Truth’ tanto per citare il famoso documentario Oscar di Al Gore di dieci anni fa.  

Rio 2016 - Lo strano (e drammatico) caso dell'India

New Delhi, 5 agosto 2016

   L'India sarà a Rio con un contingente di 119 atleti in 15 discipline, il più grande mai arrivato alle Olimpiadi. Tra questi c'è anche Dipa Karmakar, la prima ginnasta indiana ad andare ai Giochi e Duti Chand, la prima centometrista a qualificarsi dopo 36 anni.  Se c'è qualche speranza di salire sul podio arriverà però dal tiro a segno o dal doppio misto di tennis (con Sania Mirza), le poche specialità olimpiche in cui l'India ha dei campioni.
   Ad ogni nuova Olimpiadi ci si chiede come è possibile che una nazione di 1,2 miliardi di persone abbia delle performances così scarse.  Il collega Justin Rowlatt della BBC ricorda impietosamente che la seconda nazione più popolosa ha il numero più basso di medaglie procapite.
   A Londra 2012 l'India si aggiudicò sei medaglie (un record), l'equivalente di una per ogni 200 milioni di abitanti. Ma tra queste nessun oro. L'unica medaglia d'oro individuale mai vinta dall'India risale al 2008 nella carabina a 10 metri con  Abhinav Bindra. Una disciplina che - voglio ricordare -  è molto elitaria.
   E' troppo facile spiegare questa lacuna con la mancanza di soldi o di strutture sportive. Negli anni Ottanta l'India aveva vinto un oro con il cricket su prato dove erano leader indiscussi. Erano anni di miseria e di fame. Nell'ultimo decennio il Pil è cresciuto a un ritmo del 7% eppure l'India continua a non produrre sportivi, a parte i giocatori di cricket, dove invece ci sono i campioni.
    Aver ospitato i Giochi del Commonwealth nel 2010 a new Delhi non sembra aver contribuito a questa letargia sportiva.  Sono rimaste le piste di atletica e le piscine olimpioniche, ma sono difficilmente accessibili al pubblico a causa dell'ottusità degli enti che li gestiscono. I genitori preferiscono mandare i figli a lezione di matematica e il governo sembra più interessato a promuovere lo yoga che l'atletica. Gli atleti professionisti sopravvivono grazie alle loro famiglie, agli sponsor oppure alle charity come nel caso della sprinter Duti Chand, sostenuta da un'associazione che si chiama Anglian Medal Hunt Company e che si occupa appunto di finanziare potenziali campioni.
   Il premier Narendra Modi, che è uno che ci tiene all'immagine internazionale dell'India, si è vantato annunciando un aumento consistente del budget per l'allenamento degli atleti. ha anche detto che la squadra è stata inviata 15 giorni prima per acclimartarsi (data anche la distanza). Ho poi letto una cosa clamorosa, che la dice lunga sullo stato dello sport indiano, cioè che i funzionari che accompagnavano gli atleti percepivano uan diaria di 100 dollari al giorno, il doppio di quella degli atleti. Che piaccia o no...c'è voluto il solito Modi per eliminare questa discriminazione.
      

L'Iva arriva in India, successo bipartisan del Bjp e Congresso

New Delhi, giovedì 4  agosto 2016 

   Oggi i giornali esaltano l’approvazione al Senato (Raja Sabha) della GST (Good and Service Tax), in pratica l’Iva, che eliminerà tutti i vari balzelli a livello centrale e statale. “One nation, one tax” titola The Hindu, mentre altri la definiscono la riforma economica più importante degli ultimi 30 anni, cioè da quando l’India ha aperto il proprio mercato dopo anni di statalismo di stampo sovietico.
    Era da ben 30 anni che si pensava di mettere ordine alla giungla fiscale con la GST, ma nessun governo ci era finora mai riuscito. Questa la dice lunga sui tempi dell’India. Mi piace pensare che questo sia un Paese che ha tempo. Ogni cosa al momento giusto.
   Nei dieci anni in cui furono al potere (2004-2014), Manmohan Singh e Sonia Gandhi volevano disperatamente questa tassa per modernizzare le Finanze statali e anche mandare un segnale positivo agli investitori. Ma non ci erano mai riusciti per colpa dell’opposizione del Bjp.
   Adesso il ‘super premier’ Narendra Modi può mettere anche questo successo nel suo carniere. E’ riuscito a vincere le resistenze del Congresso che ha votato l’emendamento costituzionale (la tassa richiedeva infatti una modifica della Costituzione) garantendo così la maggioranza dei due terzi del Raja Sabha, dove il Bjp non ha il controllo. Solo un influente partito del Tamil Nadu si è opposto perché contrario alla tassa.
   Non è chiaro se la GST (che sarà messa a punto da un comitato) farà aumentare i prezzi che sono già alle stelle, nonostante il tasso di inflazione sia sceso. Di sicuro servirà a rivitalizzare il programma governativo ‘Make in India’, che è la scommessa di Modi per fare dell’India una nazione industriale nel prossimo decennio. Anche se ci vorranno diversi anni per l’entrata in vigore, si pensi che deve essere approvata da 29 Stati, è sicuramente una bandierina in più nel programma economico del Bjp. Può dire che l’India, che attualmente è l’economia che cresce di più al mondo, si è ‘globalizzata’ in materia fiscale, con un sistema che è adottato in 165 Paesi.
   Interessante sarà anche la messa a punto del sistema informatico per la raccolta della GST che sarà gestita da un portale realizzato da Infosys, il gigante informatico indiano che si assicura così un bel po’ di lavoro. Anche se la maggior parte dell’economia indiana è informale e quindi non è tassabile, si tratta comunque di un compito mastodontico quello di gestire il carico e scarico dell’Iva di una nazione di 1,2 miliardi di persone.

L'India incassa tre nuovi siti Unesco, tra cui la terza montagna più alta in Sikkim

New Delhi, 29 luglio 2016

Mi piace dare buone notizie e questa è un esempio. L'Unesco ha aggiunto tre nuovi siti da proteggere in India, tra cui il parco del Khangchendzonga , la terza piu' alta montagan del mondo che sorge in Sikkim e che è (per fortuna) molto meno nota delle prime due, Everest e K2.  
Gli altri due sono le rovine dell'Università buddista di Nalanda in Bihar e il complesso costruito dal celebre architetto franco-svizzero Le Corbusier negli anni Cinquanta a Chandigarh. 
La decisione è stata presa a Istanbul durante una riunione del The World Heritage Committee (mentre c'erano ancora i carrarmati per strada per il fallito golpe).
L'India può vantare ora 35 siti (27 culturali, sette naturali e uno misto)) che sono "patrimonio umanità", mentre 46 sono in lista di attesa.   
Per gli amanti delle statistiche l'Italia guida la lista degli World Heritage Sites con 51 siti seguita da Cina (48), Spagna (44), Francia (41), Germania (40) e India, che è quindi al sesto posto.
Qui c'è la lista: http://whc.unesco.org/en/statesparties/in

Diario da Istanbul/2 - Bus, tram e traghetti gratuiti, una pacchia

Istanbul, mercoledì 27 luglio 2016

Oggi è l'ultimo giorno di trasporti pubblici gratis e sembra che l'intera popolazione di Istanbul ne abbia approfittato per andare a zonzo per la città. Autobus, metropolitana e soprattutto i traghetti sul Bosforo sono carichi di famiglie con bambini. Probabilmente arrivano dalla periferia, le donne sono con l'hijab, che qui in Turchia si indossa sopra una sorta di berretto che copre i capelli raccolti sulla nuca oppure con il chador nero alla maniera saudita. Pensare che fino a pochi anni fa il velo era proibito in Turchia. Al palazzo Dolmabahce ho visto diverse coppie e anche diverse uomini con le loro mogli.
Anche io mi sono divertita a saltare da un mezzo pubblico all'altro come fossi alle giostre.  Ho preso il tram da Sultanahmet e sono andata fino al capolinea di Kabatas.  Da qui ho camminato fino alla fermata dei traghetti a Besiktas e sono passata sulla sponda asiatica, a Uskudar, che è di fronte.  Dal ferry si vede il ponte sullo stretto del Bosforo che è stato ribattezzato "15th July Martyrs" in onore delle decine di civili uccisi proprio qui sopra nel tentativo di respingere i golpisti.  Ho scorrazzato su e giù per il Bosforo per un po' fino a quando sono tornata in Europa, a Kabatas, dove c'è la funiculare per Taksim Square. C'era ancora un grande palco sulla piazza dove domenica ci sono state manifestazioni pro e anti governative.  Ma adesso era vuota. C'era invece una fiumana di gente a Istlikal Kaddesi, la storica Grand Rue de Pera, la via dello shopping e dello struscio. Leggo che questa via, oggi molto commerciale, era nell'Ottocento il simbolo della moderna Costantinopoli, la "Parigi dell'Est" per molti occidentali.
Lungo i circa tre chilometri di strada fino alla metropolitana di Tunel c'è uno storico tramway, anche quello un simbolo, tanto che è raffigurato nelle cartoline e souvenir. Gruppi di giovani erano assiepati sul predellino mentre il mezzo fendeva la folla scampanellando in continuazione.
In questo ambiente festoso e rilassato mi sono dimenticata che è in vigore lo stato di emergenza dichiarato dal governo Erdogan dopo il fallito golpe e il massacro di 250 persone. La rappresaglia continua con migliaia di arresti, tra cui anche giornalisti accusati di coinvolgimento con il misterioso imam Gulen, capo di un'organizzazione che qui chiamano Feto (Fethullah Gulen Terrorist Organisation).
Nella notte è stato arrestato anche Bulent Mumay, un commentatore liberal che era sulla lista di 47 giornalisti ricercati e che era stato intervistato da RaiNews24. Sono notizie che fanno venire i brividi e che gettano ombre inquietanti sulle purghe ordinate da Erdogan per punire i golpisti.




Diario da Istanbul/1- Dieci giorni dopo il golpe, la citta' è tappezzata di bandiere

Istanbul, 25 luglio 2016
   Dalla terrazza del mio ostello a Sultanahmet si vede il ponte sul Bosforo dove dieci giorni fa si e’ scritto un nuovo capitolo nella storia della Turchia. Questa citta’ sorge su una delle faglie del pianeta dove le grandi civilta’ religiose si scontrano di tanto in tanto come le zolle tettoniche.
   Sono arrivata all’alba quando Istanbul si stava risvegliando in una luce che sembrava filtrare dalle tende rosa di un’alcova. Quanto e’ seducente e sensuale questa citta’ con i suoi minareti e i grattacieli che spuntano dalle morbide curvature delle colline! E’ una citta’ che mi da emozioni come Gerusalemme, anche quella sulla stessa spaccatura dell’umanita’.
   Il fallito golpe, con la sua scia di sangue, ha scatenato un’ondata di patriottismo. La citta’ e’ tappezzata da bandiere rosse con la mezzaluna. Il vento che soffia forte oggi le fa sventolare dai monumenti, ponti, negozi, balconi, taxi e perfino sui mezzi della raccolta rifiuti. Alcuni indossano T-shirt con la bandiera nazionale.
   Sembra che la Turchia abbia vinto gli Europei non che abbia sventato un golpe. Eppure, leggendo i giornali, c’e’uno stato di emergenza e le epurazioni continuano. Ho fatto un giro al Grand Bazar e poi nello spiazzo tra la Moschea Blu e Hagia Sophia.La presenza della polizia e’ la stessa di quella di giugno, quando ero qui prima dell’attentato all’aeroporto.
   Non ci sono turisti occidentali, ma ci sono indiani e asiatici. Il Grand Bazar era vuoto, quello si’, ma magari non e’ stagione di shopping, e poi non so se e’ un posto dove va la gente di Istanbul, e’ molto caro. C’era invece molta gente nelle strade intorno e nelle lokantasi, nelle locande dove cucinano i kebab. Dopo il golpe, i mezzi di trasporto, tram e ferry, sono gratuiti. Un marocchino che e’ nel mio stesso ostello ne ha approfittato per vedere le periferie. Istanbul e’ una megalopoli da 18 milioni di abitanti, grande come New Delhi. Quella visitata dei turisti e’ una minuscola parte.
   E’ soprendente come tutto sia normale, almeno qui a Sultanahmet, e come la gente ne parli apertamente e anche con un po’di rassegnazione. Ovviamente la maggiore preoccupazione qui e’ il crollo del turismo, ma non si avverte un senso di disperazione. C’e’ una abitudine, lo si sa che e’ cosi’ quando si nasce e si vive in una citta’ sulla faglia piu’ pericolosa del mondo.

Diario da Dubrovnik/ LA FOTO - Repubblica di Ragusa, tramonto nostalgico

Dubrovnik (Croazia),  venerdi 15 luglio 2016

Un galeone al tramonto davanti alle mura di Dubrovnik, l'ex repubblica marinara di Ragusa


Diario da Spalato/ I Millennials dei moderni Khumb Mela

Spalato, venerdi 15 luglio 2016
   Sono capitata a Spalato, la città di Diocleziano, nei giorni di un megafestival di musica elettronica, Ultra Europe 2016. La città è invasa da giovani di ogni nazionalità che hanno occupato tutti gli ostelli, parchi e aiuole comprese. Sono stata costretta ad andare a dormire in una sorta di baita sulla montagna dove si arriva dopo una camminata di due ore.
   E’ stata una coincidenza, ma che mi ha permesso di osservare un mondo che pensavo non ci fosse più nell’epoca della Millennial Generation. Invece i Millennials, come i loro genitori, i Baby Boomers, amano ancora i riti di massa, gli happening, dove si vanno ad adorare diverse divinità musicali o sportive.

   Mi sono trovata tra una folla di giovani urlanti e un po’ ubriachi alle barriere di ingresso dello stadio Pojud. Era una situazione fuori controllo al limite della sicurezza. Bastava un niente per scatenare la ressa. Dietro continuavano a premere. Erano arrivati dei ragazzi muscolosi, forse dal nord Europa o dall’Est, con delle bandiere sulle spalle che sembravano degli hooligans. La calca ondeggiava tutta insieme verso i cancelli, ma nessuno sembrava preoccuparsi più di tanto.
   Manco al Kumb Mela, il festival religioso induista che attira milioni di pellegrini, ho visto tanto fervore. Forse - ho pensato - succede a ogni partita di calcio in Europa, ma per me è stata una novità.
   Ho osservato anche come i Millennials si vestono. Il trend maschile continua a essere la ciabatta infradito, mentre per le ragazze è d’obbligo la scarpa da ginnastica e short sfilacciati. In testa va molto il il cappellino da baseball al contrario oppure la coroncina di fiori che è il leit motiv dell’estate 2016.
   La musica pompava così tanto che si sentiva anche dal mio ostello, il Mountain Home Hostel Putalj, che sul costone di una montagna fuori da Spalato, sulla strada per Trogir. L’ho prenotato all’ultimo momento su Booking.com e non avevo capito dove si trovava. Quando me lo hanno indicato dalla fermata del bus, una casetta bianca quasi in cima, mi è venuto un colpo. Ci ho messo un paio di ore per salire, ma merita la fatica…perché da quassù il panorama è mozzafiato. S

Happy end: scarcerati i 12 pescatori indiani arrestati nel 2014

Torino, 2 luglio 2016

Tutto e' bene quel che finisce bene. Scorrendo le notizie dall'India leggo che 12 pescatori indiani sono stati rilasciati dal carcere di Trapani dove erano detenuti. Il cargo dove erano impiegati era stato fermato vicino a Pantelleria per un carico di droga. Leggo qui che e' stata provata la loro innocenza e che grazie all'aiuto della ministra degli Esteri Sushma Swaraj (sempre attivissima per salvare dai guai connazionali all'estero) sono stati riportati a casa.  Ma che coincidenza...a poche settimane dal rilascio del maro' Girone.



Diario da Salerno/ La citta’ di De Luca e dell'apostolo Matteo

Salerno, 24 giugno 2016
   Ho fatto tappa a Salerno (perche’ non c’erano piu’ treni per Napoli) e ho pernottato all’ostello Koine’ che in realta’ ho scoperto era anche una sorta di centro di accoglienza per anziani e immigrati. Era molto pulito e accogliente. Il gestore era una copia di Vincenzo De Luca, ex sindaco e attuale presidente della Campania, reso celebre dalle imitazioni di Maurizio Crozza.

   Questo ‘padre padrone’ di Salerno se ne e’ andato circa un anno fa dopo 11 anni di potere lasciando alla guida della citta’ un suo uomo che e’ appena stato eletto con una maggioranza bulgara. Secondo il gestore dell’ostello Koine’ con “il nuovo sindaco le cose stanno progressivamente peggiorando”. La pulizia delle strade non e’ come prima, meno efficienza nella raccolta rifiuti... insomma mi ha fatto un elenco di cose che non vanno. D’altronde uno come De Luca che faceva lo ‘sceriffo per le strade’ (cosi’ mi ha detto) e controllava di persona gli operatori comunali, non lo si rimpiazza facilmente.
   Sono stata ad ascoltarlo per un'oretta. E' stato interessante per me  che non sono mai stata a Salerno e che, dopo tanti anni all’estero, mi diverto a osservare gli usi e costumi italiani quasi come se fossi in un posto esotico. Poi oltre la mezzanotte mi sono congedata e sono andata a dormire, ma sono sicura che lui sarebbe andato avanti per tutta la notte a filosofeggiare sulla politica di Salerno. Il mattino dopo l’ho trovato seduto in ufficio allo stesso posto. Stava bevendo un caffe’ prima di andarsene in spiaggia dopo aver finito il turno notturno.

   Io invece ho affittato una bicicletta e sono andata a fare colazione sul lungo mare. Da li’ sono poi salita al Duomo che e’ stupendo con il suo campanile normanno e la cripta dell’apostolo Matteo che custodisce le spoglie del santo a cui si attribuisce di aver scritto il Vangelo (cosi’ viene anche raffigurato). La cappella e’ interamente affrescata con immagini del Vangelo.

    Mi sono ricordata di quando a Chennai, in Tamil Nadu, mi sono ritrovata di fronte alla tomba di un altro dei 12 apostoli, Tommaso, che secondo la tradizione e’ morto nel sud dell’India.  I luoghi della cristianita', che in passato erano mete di pellegrinaggio come lo sono i luoghi santi in India, continuano a interesarmi e ad  affascinarmi.

Diario da Taranto/ I gioielli della Marina Militare

Taranto, 23 giugno 2016
    Sono arrivata di mattina al porto di Brindisi con un ferry della compagnia di navigazione Grimaldi pieno zeppo di camionisti. Era in forte ritardo perche’ secondo me al Pireo ha aspetttato fino all’ultimo di imbarcare alcuni Tir.
    Siccome era la seconda notte consecutiva in traghetto ho dormito come un ghiro su un divanetto in un corridoio. Veramente avevo anche una poltrona, ma li’ potevo distendermi quasi come in un letto.
   Il ritardo mi ha fatto perdere tutte le coincidenze per Napoli, quindi mi sono ritrovata a fare un percorso alternativo e anche tortuoso attraverso la Puglia per raggiungere la costa campana. Confermo che la ‘coast to coast’ in Italia rimane sempre una avventura, soprattutto per me che l’ho fatta per la prima volta.

   Tra una coincidenza e l’altra mi sono ritrovata a Taranto, la citta’ del maro’ Latorre, in attesa di un autobus (sostitutivo del treno) per Salerno. Il tempo era splendido e sono andata nel vecchio borgo fino al Castello Aragonese che sorge sull’angolo dell’isola.
   Caso vuole che fosse appena iniziata una visita guidata gratuita della Marina Militare, che e’ ancora l’attuale padrona della fortezza e che quindi gestisce i turisti. Dopo aver firmato una dichiarazione di responsabilita’ (in caso di incidenti durante la visita...) ho raggiunto un gruppo di visitatori.
Il cicerone, un giovane ufficiale in borghese, era molto simpatico e prodigo di informazioni e aneddoti. Ci ha portato a visitare le torri e i sotterranei dove ci sono dei reperti archeologici, tra cui anche lo scheletro di un gatto. Ma la meraviglia e’ il ponte girevole sul canale artificiale costruito nel 1481 dagli aragonesi per difendere meglio il castello. Il ponte di San Francesco Da Paola, che - ho letto - e’ il simbolo della citta’, era azionato da turbine idrauliche. Un’opera ingegnosa di una impresa di Castellamare di Stabbia realizzata a fine 1800, in piena rivoluzione industriale, quando questo tipo di imprese fiorivano un po’ ovunque e venivano esaltate come segni della modernita’.

   Adesso ci sono i motori elettrici, ma la struttura e’ la stessa. E’ visibile il pozzo dove l’acqua proveniente da una mega cisterna sul tetto del castello faceva girare le turbine che muovevano gli ingranaggi della struttura facendola girare su un perno.
   Il ponte viene aperto dalla Marina Militare soltanto un paio di volte all’anno di notte per consentire l’uscita alle navi di guerra. Ma alcuni tarantini con cui ho parlato hanno detto di non averlo mai visto in funzione.
    Dato che e’ possedimento militare la fortezza e’ tenuta in modo impeccabile. Mi chiedo se sarebbe stato lo stesso se fosse stato il comune di Taranto a gestirla... ma nello stesso tempo sono convinta che dopo secoli forse sarebbe il tempo di ‘delimitarizzare’ le citta’ italiane.

Diario dal Pireo - I nuovi padroni cinesi 2500 anni dopo la battaglia di Salamina

Pireo, 21 giugno 2016

   Arrivando dalla Turchia, la Grecia sembra un Paese del terzo mondo eppure siamo nella ricca Unione Europea. Il porto del Pireo, che una volta era uno dei piu' importanti del Mediterraneo e che e' stato venduto alla cinese Cosco, sembra essere scampato da una catastrofe naturale. Di fianco alla banchina dove arrivo, con una nave della Grimaldi, c'e' un traghetto mezzo affondato. E'' l'emblema di un Paese che sta affondando per la crisi economica e da ultimo anche per l'emergenza dei profughi. Da qualche parte qui al Pireo ci sono molto probabilmente qualche migliaio di rifugiati in attesa di documenti o di un rimpatrio. Sono anche loro intrappolati, come quelli nell'isola di Chios, dopo la chiusura delle rotte balcaniche e l'accordo di rimpatrio con la Turchia per chi non ha diritto all'asilo.

   Sulle banchine non c'e' piu' il caos descritto dalla stampa a marzo quando i migranti occupavano tutti gli hanger e le biglietteria. Non c'e' nessuno in realta'. Forse sono stati sgomberati e portati via dalla vista dei turisti che stanno per arrivare (sembra pochi quest'anno).
   Mentre stavo uscendo dal Pireo, a cui fa riferimento Platone nell'incipit de La Repubblica quando lo descrive come un postaccio pieno di gente pericolosa che arriva dal mare, mi ha colpito una vecchia pubblicita' che celebrava l'anniversario della battaglia di Salamina (480 AC) da parte della Pyreus Port Authority. Molto probabilmente e' stata fatta prima dell'arrivo dei cinesi.
   Il leggendario scontro navale sull'isola di Salamina tra i greci e i persiani e' stato determinante per la sopravvivenza della civilizzazione greco-romana, e quindi della nostra civilta' occidentale. Se vincevano i persiani, si dice, la storia sarebbe stata completamente diversa,

   Ho ritrovato un dipinto ottocentesco del pittore tedesco Wilhelm von Kaulbach  e una citazione profetica di Temistocle, il comandante della flotta greca prima di sferrare l'attacco al nemico del tratto di mare davanti ad Atene: "E ora diamo fondo alle nostre risorse e allontaniamo queste navi dal grembo della Grecia… Oggi è un privilegio poter essere qui… Questa storia verrà raccontata per migliaia di anni, che la nostra resistenza venga consegnata alla Storia, e che tutti vedano… che noi Greci abbiamo scelto di morire in piedi pur di non vivere in ginocchio!”. Ecco, parole che vanno bene ancora oggi.

   Il cartello che ho visto e che riproduco qui celebra il 2021 come l'anniversario dei 2.500 anni dalla battaglia di Salamina. Significa, penso, "ecco noi greci siamo ancora qui dopo tutto sto tempo'". Ma forse non avevano fatto i conti con i cinesi che ora posseggono il 67% del mitico porto.

Diario da Chios/2 - Riflessioni prima della partenza

Chios, 21 giugno 2016
     Sono partita con un traghetto delle 11,45 di sera diretto al Pireo dopo aver mangiato un piatto di calamari al ristorante Tzikoudo, che io pronuncio nel greco antico che mi hanno insegnato al liceo, ma che non corrisponde affatto all’attuale pronuncia (ma secondo me neppure a quella dei tempi di Socrate).

    Alla partenza sulla banchina c’erano dei poliziotti schierati in strada e un gruppo di profughi dietro una transenna. Mi guardavano con gli occhi lucidi. Chissa’ che pensavano...se ogni sera venivano a vedere quel ferry che per loro rappresentava l'unica via di  fuga dall’isola. Alcuni ragazzi mi sembravano agitati e se non ci fosse stata la polizia, sarebbero forse saltati su un camion mentre entrava nella stiva della nave.
   Col il mio passaporto comunitario stretto tra le mani sono salita sul traghetto Ariadne della compagna greca Sealine (41,4 euro, economy). Mi sono sentita un po’ in colpa. E’ una fortuna essere nati nella parte ricca del mondo, ma non sempre lo si ricorda.

Diario da Chios/1 - In spiaggia con i profughi

Chios, 21 giugno 2016
    Insieme a Samos e Lesbo, l’isola di Chios e’ uno dei principali avamposti orientali dell’Unione Europea per quanto riguarda il flusso di profughi da Siria e Iraq. Qui l’Europa tocca l’Asia e il Medio Oriente.
    E’ a soli 8 chilometri dalla Turchia ed e’ ovviamente collegata con Atene. Fino a prima di marzo, quando l’Unione Europea ha bloccato l’accesso con la collaborazione della Turchia, era uno dei punti di transito per i rifugiati verso la Germania e le ambite mete del Nord Europa.
    Ma dopo marzo il governo greco non autorizza piu’ il passaggio e in teoria dovrebbe rispedire indietro i profughi alla Turchia.
   Tutto questo l’avevo letto sui giornali, ma come sempre fino a quando non si vede con i propri occhi e’ difficile comprendere la situazione.

    Anche io come i migranti sono sulla stessa rotta per l’Europa, con la differenza pero’ di avere un passaporto della Ue che mi apre automaticamente le porte.
   A Chios, isola nota per la produzione del mastice estratto dalla pianta di lentisco, ci sono circa 2.400 profughi ‘bloccati’ da marzo, di diverse nazionalita’ma con una prevalenza di siriani, iracheni e afghani. In un’isola che ha circa 50 mila abitanti e che e’ lunga una cinquantina di chilometro non li si vede.
   Ma appena arrivata con il traghetto da Cesme ho subito notato i presidio di vedette della Guardia Costiera che pattugliano lo stretto braccio di mare. Questi confini orientali della Ue sono super protetti dalle ‘invasioni’. E’ ovviamente molto piu’ facile qui che nei confini meridionali che sono in mare aperto.

Diario da Izmir (Turchia) - La peccaminosa Smirne sulla costa egea

Ismir, 20 giugno 2016 

    Sono arrivata da Istanbul a Izmir, che io continuo a chiamare Smirne, perche’ mi fa tornare indietro ai tempi del liceo classico, e ho avuto un bero e proprio shock. E’ una specie di Montecarlo della Turchia. Tutto e’ moderno e pulitissimo. Il moderno lungo mare di...., fulcro della vita notturna,  fa retare a bocca apeta. Non c’e’ rimasto molto degli antichi splendori a parte l’Agora, ma non c’e’ da stupirsi con tutte le guerre che si sono fatte qui , da Troia a Gallipoli, per il controllo dei Dardanelli.
    Qui il Ramadan non esiste e non si sentono i muezzin. Invece c’e’ la musica dei club dove i giovani si riuniscono a bere birra e a fumare. Le ragazze sono vestite alla moda e ostentano zeppe e tacchi vertiginosi. I ristoranti sono strapieni di gente allegra. Appena arrivata, il titolare dell’ostello, “In House Hostel”, mi ha subito dato informazioni dettagliate sui club e discoteche. Li' per li' non ho capito.. ma quando non ho fatto un giro sul lungomare mi sono resa conto di dove ero finita...Izmr, la terza citta' della Turchia, mi ricorda Tel Aviv che si contrappone alla bigotta Gerusalemme (Istanbul in questo caso).
   Al ritorno ho anche visto delle donne molto truccate che ammiccavano per strada a due passi dal museo di Mustafa Kemal Ataturk...colui che ha forgiato l'anima laica della Turchia purtroppo in contrapposizione con l'attuale governo.

Diario da Efeso (Turchia) - I restauri sono Made in Italy

Efeso (Asia Minore), 19 giugno 2016

Stavo gironzolando per le rovine di Efeso, uno dei piu' bei siti archeologici dell'antica Grecia, quando mi sono imbattuta in un team di restauratrici italiane impegnate in un progetto di conservazione degli affreschi delle Case a Terrazza. Si tratta di un progetto iniziato sei anni fa dall'Austria che e' diventata una sorta di mecenate del sito.
L'Istituto Austriaco di Archeologia, che opera ovviamente in collaborazione con la Sovraitendenza turca, impiega delle restauratrici italiane che ogni anno per tre mesi vengono qui a ripulire i preziosi affreschi che si trovavano in questo "condominio di lusso'  dell'epoca romana. Tutta l'area che si trova vicino al tempio di Adriano e' stata chiusa con una bella struttura per preservarla dagli agenti atmosferici. C'e' un biglietto di ingresso separato.
Ho parlato con la coordinatrice in un momento di pausa in una delle domus. Io sono ignorante in materia, ma mi sono inorgoglita quando mi ha detto nel settore del restauro, marmo e affreschi, gli italiani sono i piu' bravi.  

Diario da Istanbul/5 - Il museo dell’ossessione per Füsun

Istanbul, 18 giugno 2016

Ho fatto il contrario, sono andata a visitare il Museo dell’Innocenza dello scrittore Nobel, Orhan Pamuk, nel popolare quartiere di Çukurcuma , e poi ho iniziato a leggere il libro. Una follia, un’ossessione quasi patologica per una donna, come poteva essere quella dei poeti romantici o dei latini come Catullo. Ma anche un’idea interessante su come documentare il passato attraverso gli oggetti di uso quotidiano. “Le buone cose di pessimo gusto” per dirla con Guido Gozzano, l’aristocratico piemontese che allo stesso modo anelava per la signorina Felicita.


Riproduco qui gli 11 punti del suo “A Modest manifesto for museums” perche’ mi sembra geniale.

1/ Large national museums such as the Louvre and the Hermitage took shape and turned into essential tourist destinations alongside the opening of royal and imperial palaces to the public. These institutions, now national symbols, present the story of the nation – history, in a word – as being far more important than the stories of individuals. This is unfortunate, because the stories of individuals are much better suited to displaying the depths of our humanity.
2/ We can see that the transitions from palaces to national museums and from epics to novels are parallel processes. Epics are like palaces and speak of the heroic exploits of the old kings who lived in them. National museums, then, should be like novels; but they are not.
3/ We don’t need more museums that try to construct the historical narratives of a society, community, team, nation, state, tribe, company, or species. We all know that the ordinary, everyday stories of individuals are richer, more humane, and much more joyful.
4/ Demonstrating the wealth of Chinese, Indian, Mexican, Iranian, or Turkish history and culture is not an issue – it must be done, of course, but it is not difficult to do. The real challenge is to use museums to tell, with the same brilliance, depth, and power, the stories of the individual human beings living in these countries.
5/ The measure of a museum’s success should not be its ability to represent a state, a nation or company, or a particular history. It should be its capacity to reveal the humanity of individuals.
6/ It is imperative that museums become smaller, more individualistic, and cheaper. This is the only way that they will ever tell stories on a human scale. Big museums with their wide doors call upon us to forget our humanity and embrace the state and its human masses. This is why millions outside the Western world are afraid of going to museums.
7/ The aim of present and future museums must not be to represent the state, but to re-create the world of single human beings – the same human beings who have labored under ruthless oppression for hundreds of years.
8/ The resources that are channeled into monumental, symbolic museums should be diverted into smaller museums that tell the stories of individuals. These resources should also be used to encourage and support people in turning their own small homes and stories into “exhibition” spaces.
9/ If objects are not uprooted from their environs and their streets, but are situated with care and ingenuity in their natural homes, they will already portray their own stories.
10/ Monumental buildings that dominate neighborhoods and entire cities do not bring out our humanity; on the contrary, they quash it. Instead, we need modest museums that honor the neighborhoods and streets and the homes and shops nearby, and turn them into elements of their exhibitions.
11/ The future of museums is inside our own homes.

Diario da Istanbul/3 - In calesse sulle isole dei Principi

Istanbul, 17 giugno 2016

   A circa un’ora da Istanbul, sul mar di Marmara, ci sono alcune isole dove sorgono le storiche ville della ricca borghesia turca. Sono popolarmente chiamate “Prince’s islands’”, perche’ vi andavano in esilio nobili perseguitati e anche dissidenti, tra cui il rivoluzionario bolscevico Lev Trotsky espulso nel 1929 dall’Urss. Ma leggo anche che erano abitate da greci e armeni, ed ecco perche’ ci sono molti monasteri ortodossi.
   Io mi sono fermata sulla piu’ grande, Buyukada, dove ho passeggiato per ore tra le vie senza auto. Sulle isole e’ infatti vietata la circolazione. Ci sono dei calessi trainati da due cavalli, come nell’Ottocento, biciclette e motorette elettriche. La natura e’ rigogliosa e la pace assoluta, perfino un po’ troppo per i miei gusti.
 A guardare le ville neoclassiche con i giardini curati e le strade ornate da oleandri e palme, e la vista sulle acque scure del Mar di Marmara, mi sembrava di essere sul lago di Stresa.




Diario da Istanbul/2 - Nella moschea di Solimano il Magnfico a difendere il Cristianesimo

Istanbul, 12 giugno 2016

   Oggi sono stata nella moschea del sultano turco Solimano il Magnifico, la piu' grande di Istanbul, arroccata su uno dei sette colli della citta' davanti allo stretto del Bosforo.  E' stata costruita dal suo architetto preferito, Mimar Sinan, che e' seppellito qui. Sinan ha costruito una miriade di moschee, piu' o meno tutte nello stesso stile, ispirandosi alla basilica di Santa Sofia costruita mille anni prima. Pare che Sinan, contemporaneo di Michelangelo,  fosse ossessionato dal replicare la cupola della chiesa dell'imperatore romano Giustiniano.
    Entrata nella moschea sono stata avvicinata da un giovane volontario che si occupa di fornire informazioni ai turisti sull'Islam. Gli ho chiesto degli affreschi della cupola che sembrano usciti dal pennello di qualche artista rinascimentale. Mi ha detto che le decorazioni in effetti non sono originali, ma sono state fatte da artisti italiani. Poi da li' e' partita una discussione sull'uso delle immagini nelle moschee e su come l'Islam vieta ogni forma di rappresentazione di esseri viventi (anche animali) per il rischio che il fedele diventi un idolatra. Il discorso si e' poi allargato ad esaminare le differenze con il  Cristianesimo che e' stato "incorporato", da  Adamo a Gesu' compreso, tutti profeti prima di Maometto.
   Il volontario, un giovane barbuto che mi ha detto di essersi avvicinato all'Islam solo da due anni, voleva convicermi della 'superiorita'' della sua religione rispetto al Cristianesimo con delle argomentazioni che - devo riconoscere - avevano una certa logica. Ho perfino pensato che forse aveva seguito un addestramento perche' ribatteva punto su punto alle mie argomentazioni come se avesse gia' in mente una risposta.
   In particolare criticava il ruolo della Chiesa, come un ostacolo tra Dio e il fedele. "Per farvi perdonare i peccati - diceva - avete bisogno dell'intercessione di un prete, per noi invece e' un affare che coinvolge direttamente il peccatore e Dio". Poi sulla Bibbia:  e' stata scritta da qualcuno, mentre il Corano sono le parole dette da Allah a Maometto che le ha ripetute ad altri i quali le hanno memorizzate.  Ancora oggi si memorizza il Corano in arabo senza manco sapere che vuol dire...
   Insomma, proprio come e' successo negli ultimi mille anni in questo luogo, mi sono trovata a difendere il Cristianesimo...senza molto successo dato che la mia fede non e' cosi' forte, ma - lo ammetto senza vergogna - deriva piu' che altro da una questione di appartenenza alla tradizione culturale cristiana.
   Quando sono uscita, un paio di ore dopo...era ormai ora dell'Iftar, la cena serale che rompe il digiuno, Centinaia di famiglie erano sedute ai tavoli in attesa del tramonto. Poi e' partito il canto del primo muezzin, poi il secondo, il terzo, e in tutta la citta' e' risuonata l'ode ad Allah e il richiamo alla preghiera.    

Diario da Istanbul/1 - Spariti i turisti per le bombe, ho la citta' a disposizione

Istanbul,  10 giugno 2016 

    Non ci sono turisti a Istanbul. La strage di turisti tedeschi a gennaio davanti alla Moschea Blu ha azzerato il turismo. L'attentato di un paio di giorni fa contro la polizia ha poi assestato il colpo di grazia defiitivo. Soli pochi intrepidi fatalisti si avventurano ormai da queste parti con la guerra alle porte e 3 milioi di profughi siriani (che non si vedono qui).
   Il vantaggio e' che si ha quindi l'intera offerta turistica a propria disposizione, Non sono mai stata a Istanbul, ma penso che in tempi normali ci dovevano essere folle di stranieri, Lo deduco dallle transenne per gestire immaginarie file all'ingresso della Mosche Blu e dalla quantita'  enorme di ristoranti e kebaberie nei pressi dei monumenti. Adesso con il Ramadan alla sera sono pieni di gente del posto.
    Al museo archeologico, che e' nel complesso del palazzo del sultano Topkaki, ero praticamente da sola, L'ostello "Cherry" dove sono a Sultanahmet, un bellissimo palazzo antico con terrazza gestito da due donne un po' alternative, e' semivuoto,  Idem per i traghetti che fanno il giro del Bosforo o che vanno alle Prince Islands sul Mar di Marmara.
    Mi dicono che le perdite sono state del 30% dall'inizio dell'anno. Non so se si riprenderanno con la stagione estiva,
   La tensione c'e' e si vede dalla presenza della polizia, Oggi ho passato un po' di tempo seduta su una panchina dove lo scorso 12 gennaio un kamikaze, pare un militante dell'Isis, si e' fatto  esplodere, E' stato davanti all'obelisco egizio che l'imperatore Teodosio fece portare a Costantinopoli per ornare l'ippodromo.
   Ogni tanto davanti al monumento si fermava qualche gruppo. Immaginavo l'attentatore con pesante giubbotto che si lanciava nel mezzo e che si faceva esplodere. Sul web ci sono delle foto con i cadaveri a terra orribilmente mutilati. Chissa', anche sulla panchina dove mi sono seduta, molto probabilmente e' finito qualche brandello di carne.,,,
   Ho visto gli attacchi suicidi di Gerusalemme e Tel Aviv a meta' anni Novanta, poi quelli a Colombo delle Tigri Tamil,  ai mercati di New Delhi e contro la processione di Benazir Bhutto a Karachi. Cambia il palcoscenico, ma il copione della  carneficina e' sempre lo stesso. Purtroppo da noi in Europa la memoria e' corta, sono decenni che la gente muore di terrorismo in Medio Oriente e Asia.

Diario da Islamabad/5 - LA FOTO - Passeggiando a Rawalpindi...

Islamabad, 9 giugno 2016

    Ho scattato questa foto a Rawalpindi davanti a un supermercato che pero' confina con il quartiere generale dell'esercito. I due uomini sono due agenti in borghese che dopo la foto mi hanno fermato e controllato la mia identita'. Dopo aver detto loro che ho preso solo una foto al cartello "Love Pakistan" e che non sapevo che era vietato, mi hanno lasciato andare,

Diario da Islamabad/4 - Supermarket, brasserie per Vip e vetrine di libri su terrorismo

Islamabad, 8 giugno 2016

   Sono andata a cena nel prestigioso Supermarket, nel settore F6, un luogo di ritrovo per la "Islamabad che conta". Ai tavoli della brasserie Table Talks, dove servono una ottima insalata mista con olive e arance,  ci sono ministri, politici, giornalisti, diplomatici e industriali.
   Grazie al mio collega Tahir Ali ho conosciuto una parlamentare pashtun, Musarrat Ahmed Zaib, una principessa della casa reale di Swat, che ho poi intervistato per la Radio Svizzera.
    Poi ho incontrato il ministro dell'Istruzione della provincia di Khyber Pakhtunkhwa Atif  Khan  e un famoso anchorman televisivo. Nel parcheggio c'erano diverse scorte armate e una Porche Carrera.  Insomma...e' il ritrovo dei vip.  A differenza di New Delhi, la 'social life'  a Islamabad e' veramente concentrata in pochissimi posti.  Immagino che, abitando qui, dopo un po' si incontra sempre la stessa gente.
  Adiacente al ristorante c'e' una libreria, London Book co, aperta anche di sera. In vetrina ha una serie impressionante di libri su terrorismo islamico, Isis, talebani, jihad, spionaggio e altre tematiche legate alla sicurezza, arsenale nucleare e esercito,  Se uno per caso si dimentica dove e' capitato, questa selezione di libri ricorda perfettamente che si e' in Pakistan... Io ho comprato un saggio di un giornalista, Babar Ayaz, che si intitola emblematicamente "What's wrong with Pakistan" in cui si cerca di capire le radici di tutti i mali che affliggono questa parte del subcontinente indiano,
    Il Pakistan e' anche il Paese dei complotti e delle cospirazioni. Penso che come giornalista sia difficilissimo, se non impossibile, capire cosa succede veramente. Al mio tavolo si parlava di Malala, che non e' molto amata dalla sua stessa gente perche' considerata "strumento' dell'Occidente. Si diceva che il suo cognome non e' Yusafzai, una delle comunita' tribali di Swat.  La sua famiglia, mi hanno detto, arriva da una classe piu' umile e il padre che gestiva delle scuole private lo ha cambiato per darsi piu' importanza, Vero o falso? Ovviamente e' impossibile da verificare. Ancora oggi dopo sei anni dall'operazione militaare a Swat non si puo' neppure andare...

Diario da Islamabad/3 - Per la prima volta un 'consenso' sull'inizio del Ramadan

Islamabad, 7 giugno 2016

   Il primo spicchio di luna crescente era visibile ieri sera in tutto il Pakistan e quindi i diversi comitati religiosi hanno potuto annunciare il digiuno del Ramadan a partire da oggi in tutta la nazione.
   La notizia del 'consenso' sull'avvistamento del pianeta campeggia oggi in prima pagina. Leggo che e' la  prima volta "in tanti anni" che tutti i pachistani, da Karachi a Khyber potranno finalmente celebrare l'inizio (e la fine) del Ramadan nello stesso giorno. Era ora!
   In passato invece c'era sempre un giorno (o addirittura due) di scarto perche' un comitato "di avvistamento della luna' nelle regioni pashtun non concordava con quanto stabilito dal comitato ufficiale. Quest'anno, invece, miracolosamente tutti i leader religiosi sono stati d'accordo a dichiarare da oggi l'inizio dei 30 giorni di digiuno.  Sara' forse per via del cielo sereno o per spirito di collaborazione, fatto sta che per tutti questa e' una bella notizia.
    La brutta notizia e' che il Ramadan coincide con il mese piu' afoso dell'anno. Secondo il calendario, l'Iftar (pasto serale) ogggi e' alle 19.15 (mentre il Sehr e' alle 3.15 di notte). Immagino quindi sia particolarmente faticoso. Nessuno si lamenta, ma posso vedere la sofferenza dai visi stravolti dei negozianti nel tardo pomeriggio quando i ristoranti iniziano a cuocere i polli allo spiedo e a preparare i succhi di mango.

Via libera a India nel MTCR, missili in cambio del maro' Girone?

Islamabad, 7 giugno 2016
   Come avevo previsto nel post del 28 maggio, l’India e’ stata discretamente ammessa al Missile Technology Control Regime (MTCR), un club di 34 Paesi, tra cui l’Italia, nato nel 1987 per controllare gli arsenali missilistici, che sono oggigiorno cruciali per la difesa.
   L’ingresso in questo esclusivo consesso permettera’ a New Delhi di importare tecnologia, come i droni e esportare suoi prodotti come gli indo-russi Brahmos. Un bel po’ di business insomma che si materializza ad appena due settimane dal permesso concesso al maro' Salvatore Girone di rientrare in Italia in attesa della sentenza della Corte arbitrale de l'Aja.
   Il via libera e’ arrivato in modo molto informale come leggo su Reuters, attraverso una richiesta che e’ stata fatta ‘circolare’ tra i membri del MTCR. Siccome dopo la scadenza dei 10 giorni (in cui gli indiani erano con il fiato sospeso e le dita incrociate) nessuno ha presentato obiezione, di fatto l’India puo’ considerarsi accettata. Da quando ho capito non ci sarebbe bisogno neppure di una riunione per formalizzare l’ingresso.
    Lo scorso ottobre l’adesione dell’India non fu accettata nella riunione plenaria avvenuta a Rotterdam (la presidenza di turno e’ olandese) per l’opposizione dell’Italia. Il motivo non e’ mai stato spiegato da Roma, ma secondo New Delhi era per la questione dei maro’.
   Ora che Girone e’ stato rimpatriato dopo la sentenza del 3 maggio della Corte arbitrale e quella della Corte Suprema del 26 maggio in cui il governo indiano ha dichiarato di “non avere obiezioni”, guarda caso tutto e' filato liscio e anche in fretta.
    Come si dice... se due piu’ due fa quattro... sembra davvero evidente a questo punto quale era il patto Modi-Renzi. I missili per il maro’ Girone.

Diario da Islamabad/ LA FOTO - Pronti per lo show

Islamabad, 5 giugno 2016
Ammaestratore di scimmie al Pakistan Monument di Islamabad



Diario da Islamabad/2 - A Messa nella piu’ antica chiesa di Rawalpindi

Islamabad,  5 giugno 2016

   Oggi sono andata a messa nella chiesa di Christ Church, a Rawalpindi, che e’una delle piu’ antiche della zona perche’ e’ stata costruita nel 1852 dagli inglesi. Era la chiesta della guarnigione britannica di Rawalpindi e di fatti all’interno ci sono targhe commemorative di marmo e di ottone di soldati inglesi uccisi in diverse battaglie nella regione di frontiera del Nord Ovest dal 1850 al 1940, esattamente dove ora gli americani insieme ai pachistani combattono i talebani. Ma ci sono anche militari morti di malattie tropicali.
   La chiesa e’ in stile gotico ed ha uno splendido soffitto a capriate in legno, ma l’esterno ha bisogno di restauro. La comunita’ cristiana protestante e’ di appena 400 anime. Alla Messa in urdu, il pastore ha ricordato il compleanno di alcuni parocchiani. E’ stata una classica celebrazione, ma con una curiosa differenza che mi ha stupito. I fedeli sono andati scalzi a ricevere la Comunione. Non so se e’ un’influenza mussulmana.
   La minoranza Cristiana in Pakistan, meno del 2%, e’ sotto tiro degli estremisti. All’ingresso di fatti ci sono guardie armate. Io ho destato molti sospetti perche’ non mi avevano mai visto...ma dopo aver controllato i miei documenti non ci sono stati problemi.
   La chiesa sorge nel quartiere di ‘lal kurti’ (giubba rossa), perche’appunto c’erano gli inglesi. Non a caso a poche centinaia di metri c’e’ il quartier generale dell’esercito, una vera fortezza e in passato nel mirino di attentati e residenza dell’ultimo dittatore pachistano, il generale Pervez Musharraf, ora in esilio a Dubai. Leggo che nella zona sono rimasti edifici dell’epoca britannica.
   A poca distanza c’e’ anche la cattedrale di San Joseph, che e’ della diocesi di Rawalpindi-Islamabad composta da 250 mila cattolici. Era chiusa, quindi non sono entrata, ma ho chiesto il permesso di fare una foto per il mio progetto di documentare la presenza cristiana nel subcontinente indiano.

Diario da Islamabad/1 – La “metro bus” che va a Rawalpindi

Islamabad, 4 giugno

    Tra India e Pakistan no c’e’ solo rivalita’ militare, ma anche una gelosia quasi infantile. Dai test nucleari alle opere pubbliche, tutto e' “se lo fai tu allora lo faccio anche io”.
  Sono rimasta sorpresa a vedere la “metropolitana” di circa 22 km inaugurata lo scorso luglio che collega Islamabad con la sua citta’ gemella Rawalpindi. Come quella di New Delhi e’ un gioiello di efficienza e orgoglio nazionale che stride con il resto del tessuto urbano. Qualcosa piombato da un altro pianeta.
   In realta’ non e’ una vera metropolitana su rotaia come a Delhi ma una ‘Metrobus’. C’e’ una carreggiata, in parte sopraelevata, che e' dedicata a un autobus, che passa ogni tre o quattro minuti. L’aspetto della struttura e’ quello di una metro, ci sono anche delle porte automatiche e una lunga pensilina, ma poi si sale su un normale mezzo con autista.
   La stazioni hanno un look ultra moderno, sembrano disegnate per una citta’ nord europea, tipo Zurigo. Tutte di vetro, con tetto ondulato di un rosso Ferrari. Il pavimento e’ in marmo lucido, ci sono comode sedie per l’attesa, fontanelle d’acqua e piante di felci. Impeccabilmente linde e pulite. Nei sottopassi e lungo il percorso che a tratti e’ sopraelevato e a tratti  in una galleria aperta, ci sono delle fioriere con fiori finti.
   Sono salita allo Stock Exchange, nella parte piu’ ricca di Islamabad, e sono scesa al capolinea a Saddar bazar di Rawalpindi. Ero nella parte davanti, riservata alle donne. L’autista aveva un fazzoletto per proteggere il colletto della divisa grigia della Punjab Development Authority.
   Mi ricordo sei anni fa, l’ultima volta sono stata qui, per andare a ‘Pindi’ in autobus era un vero inferno. Il paesaggio urbano, da ‘day after’, e’ rimasto le stesse, con case fatiscenti  e strade a buche . Il contrasto con il metro bus rosso che “sfreccia” (per ora solo a 40 km all’ora) e’ quindi ancor piu' sconvolgente. Sembra un film di fantascienza.
  Lungo il tragitto ho fatto amicizia con una studentessa di arte che mi ha detto: “non ce lo aspettavamo manco noi un servizio cosi’”. E ‘la stessa cosa che hanno detto gli abitanti di Delhi quando qualche anno fa sono saliti sulla metro per la prima volta.
   Le cose stanno cambiando anche in Pakistan anche se piu’ lentamente. Una delle fermate e’ di fianco al nuovo shopping mall “Centauro”, che e’ il posto piu’ in voga del momento. Due torri ultra moderne con tutti i marchi della moda internazionale con i fast food all’ultimo piano. Come quella indiana, la classe media pachistana sta crescendo in fretta a ritmo di hamburger e coca cola. E’ lo sviluppo che va avanti nonostante gli estremisti islamici e i governi corrotti.

Pakistan, il 2 giugno visto da Islamabad

Islamabad, 2 giugno 2016

   Vista dall'altra parte del confine, la Festa della Repubblica ha tutto un altro aspetto.  Ormai abituata a quattro anni di 'guerra fredda' con l'India per via dell'arresto dei due maro' sulla petroliera Enrica Lexie, avevo dimenticato della simpatia che l'Italia gode all'estero. A New Delhi le celebrazioni ufficiali sono state sospese, E' rimasto solo un 'vin d'honneur' nella residenza dell'ambasciatore per la comunita' italiana.
   Invece alla "grand reception" organizzata dall'ambasciata al Serena Hotel di Islamabad per il  2 giugno c'erano centinaia di invitati, tra cui quattro ministri pachistani e diversi politici stipati in due sale. Ad allietare la serata c'era una brava cantante italiana,  Silvia Boreale, che si e' esibita in un repertorio di classici, compreso il 'ballo del tuca tuca', un po' azzardato ma pocho pachistani penso abbiano compreso le parole.  Il buffet era ovviamente di cucina italiana con vini rossi e bianchi.  Nelle sale c'erano anche alcuni sponsor,  tra cui Piaggio, con delle Vespe d'epoca e Renato Balestra con dei manichini. In un angolo anche dei pannelli su progetti di cooperazione allo sviluppo.  E poi anche un carabiniere in alta uniforme molto ricercato dalle signore per i selfie.
    Il neo ambasciatore Stefano Pontecorvo, che aveva seguito tutta la vicenda maro' nella sua veste di consigliere diplomatico del ministero della Difesa, era su un palco a salutare gli ospiti e a posare per le foto. Sembrava anche lui molto orgoglioso di tanta accoglienza.
Purtroppo sono arrivata tardi per il taglio della torta, ma ho trovato una foto in questo articolo dove si evidenza anche l'abito verde della moglie dell'ambasciatore in omaggio al Paese mussulmano.
    Un organizzatore mi ha detto che rispetto agli anni precedenti questa reception era "un po' sottotono'per numero di invitati .  A me e' sembrata una mega celebrazione come era a Delhi dieci annii fa in tempi di 'vacche grasse' quando si faceva venire anche una banda militare da Roma...ma altri tempi.
 In coincidenza con il 2 giugno, come penso sia abitudine in tutti i Paesi, l'ambasciata ha comprato anche una speciale sul quotidiano The Dawn in cui leggo del progetto di coltivazione delle olive nei distretti tribali del nord ovest e in Baluchistan, una bella idea per portare lavoro e soprattutto pace nelle terre dei talebani. Peccato che come al solito questi progetti non trovino alcun spazio sui media italiani che si ricordano dl Pakistan soltanto quando ci sono gli attentati.