India senza cash, cronaca della mia prima giornata a Delhi

New Delhi, 24 novembre 2016

   Ero davvero curiosa di vedere che cosa stava succedendo a New Delhi dopo la decisione del governo dell'8 novembre di mettere fuori corso le banconote da 500 e da 1000 rupie che rappresentano oltre l'85% dei soldi in circolazione. Sono tornata dopo un paio di mesi nel Sud Est asiatico e trovato il caos come avevo anticipato in questo post. Chissà quanto tempo ci vorrà per arrivare alla normalità.
   Questa è la cronistoria della mia prima giornata a Delhi nell'era della post "demonetisation", come la chiamano i giornali indiani.
Ore 8:  in tasca ho una banconota da 1.000 e due da 500 rupie. Ieri sera per tornare a casa ho speso l'unico pezzo da 100 rupie che avevo in portafoglio. Sono riuscita a trovare un autorisciò che mi ha portato dall'aeroporto a Sadfarjung Enclave per quella cifra, più o meno un euro e mezzo, un record storico. Ho realizzato fin da subito che la scarsità di contante ha avuto l'effetto di raffreddare i prezzi. Benissimo per il carovita galoppante a Delhi.  Poi però sono iniziati i guai.  Dopo tre mesi di viaggio non ho nulla da mangiare in casa. Esco di casa e vado nella banca del quartiere per cambiare le 2.000 rupie. C'è una lunga coda, ma è gente che vuole aprire un conto. Quando arrivo sulla porta vedo un cartello scritto a mano "NO CASH".  Penso si riferisca al bancomat, mi faccio largo per entrare sventolando una banconota da 500 rupie. "Sorry we cannot change it, we dont have cash" mi dice un impiegato sommerso da una tonnellata di pratiche.
Ore 9: Vorrei andare alla mia banca, la Yes Bank, ma mi rendo conto che non ho benzina nello scooter. Il fruttivendolo mi dice che mi fa credito, ma io provo con un altro bancomat, ma anche quello è fuori uso. Vado in farmacia a chiedere dove posso cambiare le vecchie banconote. Per esperienza so che si solito quando si ha un problema in India, il posto migliore dove avere informazioni sono proprio le farmacie. E di fatti trovo un cliente che si prende compassione di me e mi cambia la vecchia banconota da 500 in cinque pezzi da cento. Mi sento in colpa perché non so poi cosa ne farà. Deve essere di sicuro un fan di Modi.
Ore 10: mi sento ricca. Vado a fare benzina,  e poi riesco a mettere credito nel telefonino. Mi rimangono in tasca 200 rupie,  un 500 e un mille fuoricorso.
Ore 11: mi faccio largo tra la folla ed entro a razzo alla Yes Bank di Green Park sventolando la mia carta di credito per far capire che sono una cliente.  Sembra un suq. Ci sono delle file disordinate davanti agli sportelli e altri gruppetti di persone intorno a degli impiegati in piedi in mezzo alla hall. Un impiegato, probabilmente un responsabile, sta facendo dei mucchietti di vecchie banconote dopo averle passate nelle macchinette conta soldi.  Mi dicono che hanno solo le nuove banconote da 2.000 rupie e quindi non possono cambiare le mie 1.500.  Chiedo di ritirare dei soldi e mi guardano come se avessi chiesto di aprire i forzieri. "It is not possible" è la laconica risposta. Chiedo il perché e manco mi rispondono. La metto sul patetico e dico che sono appena arrivata a Delhi e non ho un soldo per mangiare e devo pagare due mesi di affitto arretrati (il che è vero).  Le mie proteste attirano l'attenzione del responsabile che smette di ammucchiare le vecchie banconote e mi da retta. ma so che lo fa perchè ho la pelle bianca.  Come fosse una grazia dal cielo, dopo aver controllato sul pc il mio conto mi annuncia che posso ritirare al massimo 24 mila rupie, ma ci vuole il libretto degli assegni e io non ce l'ho con me. Confesso che non ho mai ritirato  soldi dal mio conto in India, di solito prelevo dal bancomat. Torno a casa a prenderlo.
Ore 12: mi ripresento con il libretto di assegni ma mi dicono che non hanno più liquidi, devo tornare tra un paio di ore quando arrivano i rifornimenti. Un strada ho visto molti furgoni portavalori andare e venire dalle banche.
Ore 13: idea! decido di cambiare gli euro che ho in casa per pagare l'affitto. Vado dal cambiavalute del Khan Market, dove di solito cambio la valuta.  Mi accoglie con uno sguardo disperato. "I have only old notes and I dont have 100 rupees" mi dice recriminando contro Modi. "Crazy Modi!" ripete. A quanto pare la manovra ha messo KO tutti i money changers che operavano sul mercato nero, Rabbrividisco al pensiero, veramente é una rovina per molta gente, anche quella onesta.
Ore 14: mi compro una spremuta in strada, 40 rupie. Il venditore mi dice che la mia banconota da 1000 vale 500 ora, se voglio posso cambiarla ma ottengo metà del suo valore.
Ore 14.30: entro al Subway di Khan Market per un panino. E' preso d'assalto da una folla di signore ingioiellate e manager. Si può pagare con la carta di credito, quasi nessuno usa il cash anche per un insalata.  Sul bancone compare la scritta: "non si accettano vecchie banconote da 100 e 500 rupie".
Ore 15: torno nel suq della Yes Bank. Ottengo 12 nuove banconote rosa shocking da 2.000 rupie che odorano di inchiostro. Non ci sono altri tagli, a quando pare le nuove 500 sono introvabili. Chiedo all'impiegato se le accetteranno nei negozi. "Yes madam - mi dice - this is valid money".
Ore 15.30: mi fiondo nel primo negozio di alimentari per vedere se funziona. Compro del pane e del latte. Il negoziante mi dà il resto in 100 e 10 rupie. Esco soddisfatta. Per l'affitto non so come farò, il mio padrone di casa non accetta assegni (è un irriducibile che manco Modi riuscirà a piegare), ma almeno ho da mangiare.

A EST DELLE INDIE - A Photo Journey

New Delhi, 21 novembre 2016 

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A EST DELLE INDIE - LA FOTO/Birmania, la venditrice di fiori di loto

Inle Lake, 20 novembre 2016


A EST DELLE INDIE - Myanmar/I pescatori clown di Inle Lake

Inle Lake, 19 novembre 2016

   Immaginavo che Inle Lake, nello stato di Shan, fosse uno dei posti piu` battuti dai turisti in Myanmar, ma non avrei mai immaginato che si fosse trasformato in una sorta di baraccone dove i `famosi` pescatori che remano con una gamba si esibiscono come clown.
Dopo aver tentato, senza successo , di arrivare da sola nei villaggi e nei floating market in fondo al lago, ho ceduto e ho condiviso un boat tour con due turiste giapponesi. O meglio loro hanno accettato che salissi anche io sulla lancia che  avevano gia`prenotato.
   Siccome era gia` pomeriggio inoltrato, il tragitto dell`escursione e` stata limitato perche` alcune popolari `attrazioni`, tipo i mercati galleggianti, erano gia` terminati. Ci hanno pero` portato in quattro negozi di artigianato, piu` precisamente due di monili di argento, uno di stoffe e uno di oggetti prodotti con la carta da gelso, come i famosi ombrellini, prodotta artigianalmente in loco. In un laboratorio tessile erano `esiibite` anche delle donne della etnia Pa-0 con i loro anelli intorno al collo.  Per le foto chiedevano dei soldi. Ho provato un po` di vergogna per questo `safari umano`, anche perche`si sa benissimo che ormai le donne Pa-O non si allungano piu` il collo, anche se  hanno conservato un loro modo di vestire, portando una borsa di stoffa.a tracolla e (le  donne) uno strano turbante.

   Dopo la parte `shopping`, le mie  due copasseggere, che erano dotate di una buona attrezzatura fotografica, hanno insistito per vedere da vicino i pescatori. Gli abitanti di Inle Lake si chiamano `Intha` e hanno un bizzarro modo per remare, che penso sia unico al mondo, forse. Stando in piedi sulle loro barche, muovono un remo con una gamba, quasi come fosse una protesi, per timonare e anche avanzare sull`acqua. Alcuni pescano con delle  comuni reti, altri con delle enormi ceste di bambu`. Le due giapponesi volevano fotografare uno di questi uomini al tramonto con le reti in controluce.

   Evidentemente conoscendo molto bene i desideri dei turisti, il barcaiolo si e`avvicinato a un anziano pescatore e gli  ha chiesto di mettersi davanti al sole. L`uomo ha obbedito e ha poi iniziato a compiere una serie di acrobazie con il remo e una cesta di bambu`, che secondo me non c`entrano nulla con l`attivita` di pesca, ma che erano di sicuro molto fotogeniche. Dopo avergli allunganto un dollaro, una delle due turiste e` poi salita a bordo della barchetta per un primo piano. Anche io, mio malgrado, ho recitato la mia parte di turista e ho scattato diverse foto del pescatore-clown. Mi chiedo se - dato che ogni giorno centinaia di turisti sfilano nel lago cercando tutti le medesime foto - se i pescatori facciano ancora il loro mestiere o se guadagnino di piu` con le esibizioni.   

A EST DELLE INDIE - Degustando vino birmano a Inle Lake

Inle Lake, 18 novembre 2016

   Come sempre, i momenti più belli di un viaggio arrivano per caso. A Naungshwe, dove sono alloggiata (in una guest house che si chiama Sweet In), ho affittato una bicicletta per esplorare il lago Inle che è a circa 4 km. Solo alcuni villaggi sono collegati con la strada o pontili, per gli altri bisogna andare con la barca. Ho quindi pedalato per circa 10 km lungo una bella strada di campagna fino al villaggio di Kahun Daing e poi da qui ho messo la bici su una lancia e mi sono fatta trasportare sull'altra riva, dove ci sono i resort. E'  un percorso un po' insolito, che mi ha permesso di uscire dai circuiti turistici che in questa zona della Birmania sono obbligatori.
Al tramonto stavo per tornare quando un ragazzo norvegese, che vagava come me in bici con il gps in mano,  mi ha suggerito di fermarmi in un'azienda vinicola sulla collina. "Intendi dire che qui ci sono dei vigneti???" gli ho chiesto manifestando tutto il mio stupore. "Sì, puoi anche degustare del vino birmano" è stata la risposta.
   Ho immediatamente abbandonato l'idea di fermarmi nell'ennesima pagoda per il calar del sole, e mi sono invece fiondata nella Red Mountain Estate Vineyard & Vinery, un'azienda vinicola super professionale che non sfigurerebbe affatto sulle colline del Chianti. E' un progetto di un enologo francese che nel 2002 ha importato le vigne, creato i terrazzamenti sulla collina e dopo un po' di anni ha iniziato a produrre le prime bottiglie di Chardonnay e altre varietà, come Shiraz e Pinot.  In effetti si vede il tocco occidentale nel vigneto e anche nell'idea di aprire un enoteca sulla cima della collina.

   Quando sono arrivata c'erano diversi gruppi di turisti, i tavoli erano tutti pieni. Probabilmente la visita alla Red Mountain è nel programma dei tour a Inle Lake.  Ma per fortuna ho trovato un tavolino sull'estremità della veranda proprio davanti al sole che calava sulle vigne. Ho ordinato la "degustazione" da 5000 kyat (circa 4 euro) che comprendeva due bianchi  e due rossi serviti a temperatura perfetta su un vassoio di legno con un paio di tramezzini al formaggio. Un cartoncino in inglese davanti a ogni bicchiere illustrava le caratteristiche dei vini. Dopo settimane di noodle e té verde non mi sembrava vero.  Davanti al tramonto, ho assaporato i vini come fossi nelle Langhe in un caldo pomeriggio di settembre, ancora incredula per la scoperta. Sarà la lunga astinenza da piaceri gastronomici, ma mi sono sembrati eccellenti. E detto da una piemontese questo non è poco.  

A EST DELLE INDIE - Mandalay, il finto Palazzo degli Specchi

Mandalay,  15 novembre 2016

   Sono arrivata a Mandalay con grandi aspettative sulla reggia di Thibaw, l`ultimo monarca esiliato in India. Sognavo di vedere il `Palazzo degli Specchi`, quello raccontato nel libro di Amitav Gosh, e invece ho avuto una brutta delusione.  Dovevo documentarmi prima.
  Il palazzo reale, una meraviglia in tek con troni d`oro massiccio,  e` stato depredato dall`esercito britannico il 28 novembre 1885 quando le truppe sono entrare e hanno catturato la famiglia reale. Poi e` stato raso al suolo dai bombardamenti giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.
    Il governo birmano  ha tentato di ricostruirlo negli Anni Novanta, ma il risultato e` stato disastroso forse per la mancanza di denaro. Gli edifici sembrano dei fondali in uno studio di Cinecitta` tanto sono finti e con materiali. di scarsa qualita`. Soltanto le mura, circondate dal fossato, riescono ancora ad evocare l`antica gloria. Per di piu` all`interno c`e` un quartiere generale dell`esercito, quindi e` vietato sconfinare dal percorso e per entrare bisogna lasciare il passaporto.
   Meno male che all`epoca del re Thibaw un pezzo della reggia, specificatamente gli appartamenti del padre, re Mindon,  era stato smantellato e trasformato in monastero (Shwenandaw Monastery) fuori dalle mura. E cosi` si e` salvato miracolosamente intatto con tutti gli intarsi lignei e le colonne in legno di tek. 

A EST DELLE INDIE/Mandalay - Il `ngapi`, la `bagna cauda` birmana, peccato che sia fredda

Mandalay,  14 novembre 2016 

   Dopo molti giorni in Myanmar finalmente sono riuscita a gustare le specialita locali. Finora nei ristoranti dove sono andata non ho trovato che `fried rice` o una zuppa di noodle che penso sia cinese o thailandese e che si trova praticamente ovunque, da Kathmandu a New York. Ma erano chiaramente ristoranti per i turisti, Ho scoperto invece che la maggior parte dei birmani mangiano per strada nelle bancarelle degli ambulanti che arrivano a una certa ora del pomeriggio con tutto il necessario (pentole, piatti,  tavoli e sedie) e  poi spariscono quando finiscono il cibo.
   Devo la scoperta al fatto che oggi e` Full Moon Day`  (Tazaughmon)  che segna la fine della stagione delle piogge.  E` una grande festa nazionale, equivalente al Diwali in India,  ed e` tutto chiuso, mercati compresi.
   Vagando pero` nei dintorni della mia guest house, che si chiama AD 1 e che e` davanti alla pagoda di Eindawya, confinante con il `mercato delle cipolle`, ho trovato un paio di banchetti con delle signore che spadellavano, Mi sono seduta sulle seggioline di plastica che da noi si trovano solo negli asili (e una costante di tutto il  sudest asiatico, non so orse per ragioni di spazio...) e ho indicato un piatto che stava mangiando il mio vicino con il cucchiaio (e non le bacchette che propinano ai turisti). Data la difficolta` di memorizzare i nomi dei cibi, ho adottato il metodo di adocchiare i piatti sui tavoli degli altri commensali e poi di scegliere indicando con il dito. Sembrera` un po`maleducato, ma funziona ed l`unico modo per assaporare la cucina locale.
    La signora mi ha qundi portato una porzione di riso bollito e diversi piattini con verdure bollite e salsine gustose, Tra queste c`era il `ngapi`, una salsa onnipresente suilla tavola dei birmani  (e` citata anche nel romanzo di Orwell), Si tratta di una salsa di pesce fermentato con abbondante aglio e olio. A me sembrano acciughe marinate. Ci sono diverse versioni, Quella che ho gustato io accompagnata da verdure fresche, come verza, carote, sedani, mi ricordava tantissimo...;la bagna cauda piemontese che tra l`altro si mangia proprio in questo mese.  L`unico problema e` che la `bagna cauda birmana` e` fredda, Avrei potuto chiedere di scaldarla, ma mi avrebbe guardato sicuro con disgusto. Come se uno chiedesse di scaldare il vitello tonnato...

A EST DELLE INDIE/Birmania, rottame cade dallo spazio in una miniera di giada

Bagan, 11 novembre 2016

   Sul giornale locale, "Daily Eleven" oggi c'e' una foto notizia che ha dell'incredibile. Un enorme pezzo, probabilmente di un razzo o di un satellite, e' piombato in una miniera di giada nel nord del paese, precisamente nello stato di Khacin, una delle zone off limits  per i turisti.  Il giornale non dice nulla della provenienza, ma sembra che sia un rottame di un razzo cinese.
   Si sa, la piaga dei "rifiuti spaziali" e'  ben nota e temo sia un problema sottovalutato che in futuro sara' sempre piu' allarmante. Ma il bizzarro di questa notizia e' che sia finito in una cava di giada, una pietra preziosa per la quale  il Myanmar e' famoso in tutto il mondo.
    Commentando la notizia, il proprietario della guest house Pyinsa Rupa di Bagan, la citta' deii templi dove mi trovo, che parla un buon inglese, ha sbottato dicendo che "la Cina o qualsiasi altra nazione a cui appartiene il rottame deve risarcire i danni".  Per fortuna il cilindro, di oltre 4 metri, e' finito nel fango della minierae non sulle case dei minatori. E magari all'interno ci sono altri metalli da estrarre piu' preziosi della giada.

A EST DELLE INDIE/Birmania, corsa al tramonto nella valle dei templi di Bagan (danneggiata da terremoto)

Bagan, 11 novembre 2016

    Il treno da Yangon a Bagan, nella Birmania centrale, e` un`esperienza da fare non solo per uscire dalle rotte turistiche, ma anche per vedere la parte rurale del Paese. La Ferrovia, eredita` britannica, e` molto piu` malmessa che in India. Io ho preso la seconda classe che e` un livello superiore alla standard (sedili di legno), poi ci sono le cuccette della prima classe. Ma il treno e` ovviamente lo stesso, penso non superi i 60 all`ora e salta come un cavallo imbizzarrito. Per camminare nel corridoio bisogna reggersi saldamente alle maniglie dei sedili. Nelle circa 20 ore che e` durato il viaggio mi sono chiesta piu` volte se avesse i binari o le ruote come un autobus, tanto ondeggiava a destra e sinistra. Il bello pero` - per me che odio gli `aircon` bus come li chiamano qui - e` che i vagoni hanno grandi finestre panoramiche, senza sbarre come i treni. E` come se uno viaggiasse con una decapottabile, vento, sole e anche il fracasso assordante entra abbondantemente. Ma sono riuscita a dormire un po` rannicchiata su due sedili in posizione fetale. In compenso proprio prima di arriivare ho finito Giorni in Birmania di Orwell e ho pianto alla morte di Flory.
   Bagan e` la `Angkor Wat del Myanmar`  per il suo immenso parco archeologico. E` una meta turistica obbligatoria per i pacchetti e quindi e` strutturata per l`accoglienza. Penso dipenda interamente dal turismo. A differenza di Yangon qui si trovano in abbondanza moto e biciclette in affitto a pochi euro. Con estremo piacere ho notato che sono tutte motociclette elettriche quelle che affittano. Decisamente un buon passo nella direzione di un turismo ecosostenibile per un Paese che si e` aperto soltanto pochi anni fa e che ambisce a diventare una destinazione principale nel sud est asiatico.
    Per chi, come me, ha visto Angkor Wat, c`e` un po`di delusione. Anche gli imperatori birmani erano dei megalomani e di sicuro dei fedeli devoti buddisti, ma i templi mancano della raffinatezza di quelli khmer che sono piu` o meno contemporanei. Inoltre molti interventi architettonici e ritocchi moderni sono discutibili, anche secondo lo stesso l`Unesco. Alcuni, come l`Ananda Pahto, imbiancato e indorato, sono luoghi di culto molto frequentati, piu` che monumenti storici.
   Molti poi sono transennati a causa del terremoto che ha colpito il Myanmar il 24 agosto, poche ore dopo quello in Italia, e che ha danneggiato circa 200 templi. Me lo ha ricordato una venditrice di souvenir davanti all`unico tempio indu, il Nathlaung Kyaung, dedicato a Vishnu. Il tempio, che e` chiuso al pubblico, ha una storia interessante. Il re Anawrahta, il fondatore dell`impero di Bagan, vi avrebbe rinchiuso qui tutti gli idoli non buddisti.
   Quando ha saputo che ero italiana, la donna mi ha fatto capire a gesti che i nostri Paesi sono ssttai uniti da una comune tragedia, e poi con mia sorpresa ha aggiunto in inglese stentato che in Italia sono morte 300 persone, mentre a Bagan per fortuna non ci sono state vittime.
   Mentre durante il giorno, i templi sono quasi deserti per la calura, verso l`ora del tramonto si scatena una sorta di corsa alla migliore postazione, di solito a nord dove si domina la vallata che declina erso l`Irrawaddy. Lo stesso succede all`alba,  mi hanno detto.
   Io per due sere ci ho provato e non ci sono riuscita o ci ho rinunciato. Quindi alla mia collezione di foto della Birmania manchera` l`immagine clou del cielo arancione con i profili dei templi, che si trova sulle guide turistiche, di solito con l`aggiunta di una mongolfiera. Pazienza, ma intanto mi sono divertita a fotografare i turisti appollaiati sul tempio Buledi o Bulethi, una specie di cono a cui si accede con una ripida scalinata, anche questo un po` danneggiato dal sisma.  

Abolite banconote da 500 e 1000 rupie, da oggi i ricchi rischiano la fame

Yangon,  9 Novembre 2016

    Da oggi milioni di indiani benestanti si ritrovano letteralmente senza un soldo in tasca. Le banconote da 500 e 1000 rupie sono diventate carta straccia allo scoccare della mezzanotte dopo una decisione a sorpresa del premier Narendra Modi per combattere evasione fiscale e contraffazione di valuta. E' come se a un malato si taglia una gamba per guarire un'unghia incarnita. Immagino le tonnellate di banconote in circolazione che dovranno ora essere eliminate.
   E' ancora presto per capire quali saranno le  conseguenze, ma di sicuro sara' il caos totale. Quasi quasi penso che sono fortunata a non essere in India. Farei la fame anche io. Nel portafoglio ho al massimo 250 rupie.
   Il presidente della Repubblica Pranab Mukherjee ha invitato la gente a non farsi prendere dal panico. Ma sara' difficile. Con una banconota da 50 o 100 rupie, quelle rimaste valide, si puo' a malapena fare un pasto in una bettola per strada a New Delhi. Il  costo della vita nelle citta' indiane e' aumentato enormemente. Anche gli stranieri ormai non si possono piu' permettere un tenore di vita come in passato.
   E come se in Europa si levassero dalla circolazione le banconote da 10 o 20 euro.  Praticamente si paralizza l'economia. E' quello infatti che prevedo da oggi. L'assalto ai benzinai, una delle poche categorie insieme a ospedali e crematori, che possono accettare le banconote da 500 e da 1000, e' iniziato da ieri sera. Le banche oggi sono chiuse, quindi la gente non puo' prelevare. I bancomat, penso, esauriranno le scorte di biglietti da 100 nel giro di poche ore. Nei negozi tutti vorranno pagare con la carta di credito mandando i server in tilt. Non e' inoltre chiaro quando saranno in circolazione le nuove banconote da 500 e 2000 (non si capisce perche' non ci saranno piu' i tagli da 1000).
    Ma se questo e' lo scenario apocalittico  per la middle class, che usa i bigliettoni da 500 e da 1000, altra cosa e' per la maggioranza della popolazione nelle campagne. La pensata shock di Modi, che non e' un bolscevico, ha impoverito in un colpo solo 300 milioni di benestanti polverizzando i risparmi tenuti sotto il materasso. Altro che patrimoniale. Leggo che un altro primo ministro, Morarji Desai, un politico molto amato, aveva nel 1978, aveva perso una simile decisione mettendo al bando le banconote di oltre 100 rupie contro la corruzione.
    Per ora gli indiani l'hanno presa bene e lodato l'iniziativa di Modi, che continua a godere di molta popolarita', nonostante i ritardi nel mantenere le promesse elettorali di 2 anni fa. Sulla rete circola la battuta che mentre negli Stati Uniti si contano i 'votes', in India si contano le 'notes'.
   Un po' di mesi fa anche la Bce aveva deciso di ritirare dalla circolazione le maxi banconote da 500 euro perche' usate dalla criminalita'. Anche li', mi sembra uno strano modo per combattere la corruzione.
   Io invece ci vedo piuttosto un tentativo dei governi dii avere piu' controllo sui cittadini che sono quindi obbligati a usare le transazioni elettroniche per i loro affari o a ricorrere ai servizi delle banche che diventano cosi' sempre piu' potenti.

A EST DELLE INDIE- Yangon, per caso finisco alla proiezione di Indochine

Yangon, 5 Novembre 2016

   Spesso quando si va a zonzo si fanno le scoperte piu` incredibili. Come oggi, giornata uggiosa a Yangon, dove sono arrivata con il bus notturno da Hpa An. Il grigiore del cielo rende opaca anche l`abbagliante pagoda d`oro Schwedagon Paya togliendomi ogni voglia di visitarla. E cosi` stavo vagando a downtown quando vedo un cartellone di un festival cinematografico, Memory International Film Heritage Festival. Mi fermo e vedo che sta per iniziare la proiezione di `Indochine`, un cult movie del 1992 del regista francese Regis Wargnier, di cui io ignoravo completamente l`esistenza nonostante abbia anche vinto un Oscar.
   Per l`occasione a Yangon e` arrivata la stessa Catherine Deneuve, che interpreta la ricca possidente di una piantagione di caucciu` e madre adottiva di una principessa vietnamita che poi diventa una partigiana comunista.
   Il film e` eccezionale anche per come racconta le brutalita` dei soldati francesi e il razzismo dei possidenti bianchi che avevano le piantagioni di caucciu`. Insomma, la ciliegina sulla torta per chi come me e` appena arrivato dall`Indochina francese.. 

A EST DELLE INDIE - Birmania/ Al capolinea della `ferrovia della morte - Il cimitero di Thanbyuzayat

Mawlamyne, 4th novembre 2016
    Non potevo scegliere migliore giornata per andare a vedere il cimitero di Thanbyuzayat, a 65 km a sud di Moulmein, al confine con la Thailandia, dove sono sepolti circa 3 mila soldati britannici, olandesi e australiani catturati dai giapponesi e messi ai lavori forzati sul confine tra Burma e Thailandia per costruire una nuova ferrovia di 420 km in appena 14 mesi. La vicenda, una pagina orribile della seconda guerra mondiale in Asia, ha ispirato un celebre film, il `Ponte sul fiume Kwai` del 1957 (il ponte si trova in Thailandia).
    Passeggiando sul tappeto erboso curato grazie ai fondi del Commonwealth pensavo a questi ragazzi dai 25 ai 30 anni che hanno avuto la doppia sfortuna di essere mandati in guerra in Asia e poi di essere stati catturati dai nemici. 
   In un museo,un po’ scarno, che sorge al capolinea birmano della ’ferrovia della morte’ (, ho letto delle sofferenze a cui erano sottoposti i militari. Quelli sepolti nel cimitero sono stati trovati cadaveri lungo i binari a guerra finita. Ma oltre agli occdentali, sono morti anche migliaia di burmesi, si dice di etnia Romusha, che erano usati come `coolies`, facchini. 
 
E paradossalmente, in questo progetto - che era vitale per i rifornimenti dell’Asse dopo la conquista della Birmania – sono morti anche mille ingegneri giapponesi. Una follia insomma. Statisticamente, un morto per ogni traversina.

    Mentre un`altra guerra e altri morti in queste ore sono a Mosul e a Aleppo, riflettevo sulla Giornata delle Forze Armate. Che senso ha glorificare la guerra? Certo si tratta di rispetto per i Caduti che hanno dato la loro vita perche` qualcuno glielo ha ordinato...

   Leggendo i loro nomi a uno a uno mi chiedevo se veramente non sia il caso di mettere all`ingresso dei cimiteri di guerra una avvertenza come quella sulle sigarette: `la guerra e` dannosa per chi la pratica`.

A EST DELLE INDIE - BIRMANIA/LA FOTO/Hpa An, grotta di Saddar

Hpa An, 3 novembre 2016


A EST DELLE INDIE/Moulmein, dove Kipling si e' innamorato della Birmania

Mawlamyne (Moulmein), Birmania, Primo Novembre 2016

   Sono arrivata in Myanmar (dalla frontiera di Mae Sot) e ho fatto sosta nell'ex porto britannico di Moulmein dove ho fatto una piacevolissima scoperta.  Rudyard Kipling infatti ci ha dedicato una poesia, che trascrivo qui di seguito in italiano. Frank Sinatra poi ne ha fatto una canzone che invito ad ascoltare mentre leggete il blog.
   Letta con gli occhi moderni non e' proprio 'politically correct', ma ovviamente va messa nel contesto coloniale...il soldato Kipling, che ha vissuto un paio di anni in questo porto famoso per il commercio del tek, si e' innamorato di una ragazza birmana che aveva sedotto in un tempio davanti a un Buddha ("idolo pagano"). Si strugge nel suo ricordo e ne esce un ritratto affascinante di Moulmein.
   Dalla mia guest house, Breeze Guesthouse, in una casa coloniale di legno blu stoviglia, guardo la baia e immagino "gli elefanti che ammassavano il tek".
    La vecchia pagodaa cui si riferisce e' probabilmente la Kyaikthanlan Paya che domina la citta' e che "pigramente guarda il mare''. Ci sono stata, e' circondata di alberi secolari e vi regna la stessa pace. Non  ci ho fatto caso, ma forse la ragazza di Kipling e' ancora li' a dare "baci cristiani' a un piede di un'idolo di fango...


Presso la vecchia pagoda di Moulmein che pigramente guarda il mare,
c’e’una ragazza birmana, e so che a me sta pensando,
giacche’ il vento e’ tra le palme e dicono le campane del tempio:
“Ritorna qui, soldato inglese! Ritorna a Mandalay!”.
Qui ritorna a Mandalay, dove sta la flottiglia:
non senti tonfar le  pale da Rangoon a Mandalay?
Sulla via di Mandalay
Dove giocano i pesci  volanti,
e l’alba balza dalla Cina come un tuono per la baia!

Era gialla  la sua gonna, verde il cappellino,
e il suo nome era Supiyolat – si’, come la regina di Thiboo,
e la vidi per la prima volta che fumava un sigaro bianco,
sprecando baci cristiani su un piede d’idolo pagano:
dannato idolo fatto di fango...
che loro chiamano il Gran Dio Buddha –
ma poco bado’ agli idoli quando la baciai li’ dov’era!
Sulla via di Mandalay...
E quando sui campi di riso c’era nebbia e il sole calava lento,
lei prendeva il banjo e cantava “Kulla –lo- lo!”.
Con il braccio sulla mia spalla e la guancia sulla mia
guardavamo i vaporetti e gli elefanti che ammassavano il tek.
Ammassavano il tek gli elefanti
nel  torrente basso e fangoso
dove era tale il silenzio che avevo paura di parlare!
Sulla via di Mandalay...
Ma tutto questo e’ sepolto nel passato – lontano e tempo fa,
e neppure c’e’ un autobus dalla riva a Mandalay;
e comprendo ora a Londra quel che dice il veterano:
“Se t’ha l’Oriente chiamato, piu’ non baderai ad altro”.
No, piu’ non vorrei badare ad altro
Che all’acuto odore dell’aglio e delle spezie,
e al sole e alle palme e alle tinnule campane del tempio,
sulla via di Mandalay...
Sono stufo di consumare le suole su questo selciato grigio,
la maledetta pioggerella inglese mi sveglia la febbre nelle ossa;
anche se vado a spasso con 50 servette da Chelsea allo Strand,
che chiacchierano d’amore: ma cosa ne capiscono?
Facce bovine e mani sporche –
Oh, Signore, che cosa mai ne sanno?
Ho una ragazza carina e dolce, in una terra verde e pulita!
Sulla via di Mandalay...
Speditemi in qualche posto a est d Suez, dove il meglio e’ come il
peggio,
dove non ci sono Comandamenti e uno puo’ togliersi la sete;
giacche’ le campane chiamano, ed e’ la’ che vorrei  stare....
Presso alla vecchia pagoda di Moulmein, che pigramente guarda il mare;
sulla via di Mandalay,
dove sta la flottiglia,
coi malati sotto le tende quando andammo a Mandalay!
Sulla via di Mandalay,
dove giocano i pesci volanti,

e l’alba balza dalla Cina come un tuono per la baia!

A EST DELLE INDIE/ Thailandia in lutto, ovunque foto di re Bhumibol

Chiang Mai, 27 ottobre 2016 

   Sono rientrata in Thailandia (da Laos) dopo una ventina di settimane e mi ritrovo l`intero Paese a lutto per la scomparsa di re Bhumibol, il sovrano piu` longevo da 70 anni sul trono dell`ex regno di Siam. Quando ero a Bangkok l`88enne monarca aveva avuto una crisi, ma i medici avevano detto che le sue condizioni si erano `stabilizzate`. Poi il 13 ottobre quando ero gia`in Cambogia ho letto la notizia della morte.
  Il lutto, che mi sembra durera` un anno, e` visibile ovunque davanti ai palazzi pubblici, nelle pagode, scuole e perfino negli schermi dei bancomat.  Immagini del re, quasi tutte risalenti a decenni fa, sovrastano i palazzi e le strade. Sono dei grandi ritratti con la cornice dorata e ornati di drappi bianchi e neri.  Appena si entra alla frontiera di Nong Khai, dopo il ponte dell`amicizia Thai Lao sul Mekong, si vede subito un ritratto di Bhumibol.  Anche il villaggio piu` isolato ha il suo tabernacolo con l`immagine del sovrano a lutto.  A  Chiang Mai, che e` l`equivalente di Bangkok per inquinamento e traffico, non si suona piu` nei locali. Mi sembra perfino ci siano meno turisti.
   Su un autobus locale (sono riuscita ad evitare i bus turistici) ho chiesto a un passeggero cosa ne pensava della successione che tocca al figlio, il principe Maha Vajralongkorn, soprannominato il Playboy Prince.  Raramente i thailandesi esprimono opinioni politiche anche perche` rischiano la galera.  Invece quando ho citato l`erede al trono, ha fatto una smorfia di disgusto. Nessuno vuole il `principe scandalo` infatti e per questo la successione e` stata sospesa. 

A EST DELLE INDIE/ Laos- In battello da Luang Prabang a Huay Xai,

`The topography of the territory through which the Mekong flows gives the river its paradoxical character, since unlike many of the world`s other mighty rivers it has served to divide rather than unite the countries which lie along it` . `The Mekong. Turbolent past, uncertain future` di Milton Osborne
Luang Prabang-Pakbeng, 27 ottobre 2016 
    Il molo dove prendere la slow boat per Pakbeng-Huay xai e' a sette km dalla citta' di Luang Prabang, praticamente in mezzo al nulla. Prima era era nel centro storico, vicino al palazzo reale, poi lo hanno spostato perche’ – mi hanno detto – creava troppa confusione.

    C'e' un ufficetto della compagnia di navigazione pubblica con gli orari e le tariffe delle slow boat e delle ‘speed boat’ che ci mettono meta’ del tempo, ma sono piu’ pericolose. Poi si scende giu' dalla sponda di sabbia dove sono ormeggiate le barche, specie di lunghe house boat di legno lucido, con delle poltrone reclinabili da autobus. Per fortuna ci sono pochi passeggeri, cosi' che io ho un tavolino intero a disposizione e quattro posti.
    Quando saliamo ci danno un sacchetto di plastica dove riporre le scarpe. Il pilota siede su uno sgabello e timona di fianco, sembra una posizione scomoda, ma non puo` fare altrimenti, non c`e` posto per le sue gambe. Sono in due e si alterneranno per tutto il viaggio. Sulla prua, davanti alla cabina di pilotaggio, c'e' un terrazzino con delle piante grasse fiorite. A poppa invece c'e' il motore, i bagni e penso l'abitazione della famiglia del capitano. Questi battelli sono delle vere e proprie `house boat`.
    Questo tratto di Mekong, che sale fino al confine con la Thailandia e piu’ su verso il Myanmar fino alla Cina, si presenta subito un fiume avventuroso. E' pieno di rocce, alcune che sporgono appena. Per segnalare i pericoli ci hanno costruito sopra delle torrette di mattoni. Le sponde sono coperte da una rigogliosa foresta tropicale, mi chiedo se ci abita qualcuno. Molti alberi sono ricoperti da altra vegetazione. Dai rami pendono delle liane, un po’ qua e la’ spiccano le foglie verde chiaro delle piante di banane. Ogni tanto c'e' una chiazza di roccia chiara, una parete liscia dove non cresce nulla.
 

A EST DELLE INDIE/Ingresso in Laos tra karaoke e 'lao lao'

Muang Khuan (Laos), 26 ottobre 2016
   Sono entrata in Laos da Dien Bien Phu, l’ultima citta’ o ovest del Vietnam, passata alla storia per la sconfitta militare dei francesi nel 1954. Da li’ la frontiera e’ solo a poco piu’ di 30 km ma il paesaggio cambia in maniera radicale. Il minibus che ho preso ha iniziato a inerpicarsi tornante dopo tornate in una vallata ancora immersa dalla bruma mattuttina. Non me ne ero accorta arrivando con uno sleeper bus da Hanoi che all’orizzonte c’erano le montagne.
    Il valico di Tay Trang e’ una casetta dove uno prende il visto (35 dollari per gli europei) e paga una serie di ‘commissioni’ in valuta locale (kip) di alcuni dollari. L’ultima di 20.000 kip e’ per lo ‘stamp’. Ormai ho capito che alle frontiere e’ cosi’, ma almeno qui non sono rapaci come alla frontiera thailandese-cambogiana di Poipet, quella che ho attraversato per andare a Siem Reap. Ma la cosa buffa e' che sulla domanda di visto devo  indicare anche la 'razza'. Metto: 'white'.
   La mia prima sensazione e’ di essere in Nepal: i villaggi con le casette in legno, i bufali, galline e anatre che svolazzano nelle strade, il verde lussureggiante della foresta.
    Il villaggio di Muang Khuan, il primo centro abitato che si trova dopo due ore di bus dalla frontiera, ti riporta indietro nel tempo. Ho trovato un accogliente guesthouse con una finestra panoramica sul fiume Nam Ou, un affluente del Mekong, che domani voglio scendere per raggiungere Luang Prabang, la capitale storica del Laos. Quando sono arrivata, in diversi bar e ristorante, c’erano dei karaoke in corso che sono andati avanti fino a sera. Io pensavo fosse solo in Giappone, invece il karaoke e’ popolare passatempo anche qui. Forse e’ un modo per rilassarsi. Leggo che i laotiani amano divertirsi e che la musica popolare e’ onnipresente. Il problema e’ che a cantare a squarciagola sono spesso ubriachi...
    Il proprietario della guesthouse alla sera ha preparato dei piatti locali per cena per me e per un gruppo di ragazzi francesi (i turisti francesi sono in maggioranza in Indocina, forse hanno nostalgia delle colonie...). E poi ha offerta a tutti i ‘falang’ (come chiamano gli stranieri qui) diversi bicchierini di “lao lao”, un distillato di riso, che a quanto pare e’ l’immancabile compagno di serate per gli uomini laotiani.

A EST DELLE INDIE/ Hanoi, le baguette e la tartaruga imbalsamata

Hanoi, 25 ottobre 2016

    Mi sono innamorata del quartiere vecchio di Hanoi. Forse mi ricordano i bazar dell'India, un caos ragionato dove ognuno ha un suo posto, dal venditore di cocchi al calzolaio, dal riscio' a pedali al meccanico. Pullula di vita autentica, non da turismo usa e getta come a Saigon. Ci sono alcuni angoli di assoluta pace, ai tavoli di un bistro' che sembra di essere a Parigi, oppure immersi nella calca del mercatino notturno. L'ho girato in lungo e in largo gustando ogni tanto un 'bun cha', una zuppetta con dentro della gustosissima carne di manzo alla griglia. La cucina vietnamita mi e' completamente misteriosa e ogni volta e' una impresa ordinare un piatto.   Per fortuna i francesi hanno lasciato una grossa eredita', la baguette, che si chiama "bhan mi" e che viene farcita con carne di maiale o pollo, insalata e maionese. Un panino con i fiocchi per gi standard asiatici che puoi portarti in treno o in bus. Mi ha salvato molte volte dalla fame.

   Ad Hanoi sono andata anche a vedere il mausoleo di Ho Chi Min, lo "zio Ho"come lo chiamo qui che compare su tutte le banconote e in tutti gli uffici pubblici. Il suo corpo e'imbalsamato, nella migliore tradizione sovietica. Ma la 'mummia' di zio Ho non c'e' ora perche' per tre mesi all'anno viene sottoposta a 'manutenzione', almeno cosi' ho capito. Il gigantesco mausoleo e' di fatti chiuso, mentre si puo' visitare il palazzo che e' immerso in uno splendido giardino tropicale.
   Presto invece si potra' ammirare in un museo la famosissima tartaruga sacra di Hanoi, Cu Rua, che viveva nel leggendario laghetto di Hoan Kiem e che era considerata una sorta di mascotte della nazione.  L'animale, che appartiene a una specie rarissima di cui rimangono solo quattro esemplari al mondo, e' stato trovato morto a gennaio proprio quando il partito doveva nominare un nuovo governo. Leggo che anche Cu Rua sara' imbalsamata come Ho Chi Min.


A EST DELLE INDIE/ La Bbc e' censurata in Vietnam

Hanoi, 23 ottobre 2016
    Da quando sono in Vietnam non riesco piu’ ad aprire il sito internet della Bbc. Oggi ho scoperto l’arcano. BBC News, in lingua vietnamita ma anche in inglese, e’ da tempo censurata dal governo per il tipo di informazione indipendente. Leggo che lo chiamano il ‘Bambu’ Firewall’. Il governo di Hanoi fa infatti un monitoraggio costante della rete e quello che non piace e’ bloccato. Nel caso dei siti pornografici mi sembra un ottima cosa, ma negli altri casi e’ una palese violazione della liberta’ di stampa. E di fatti leggo che il Vietnam e’ criticato da Reporters Senza Frontiere per la repressione di blogger indipendenti. (leggi qui).
   Non avevo realizzato che la Repubblica socialista del Vietnam e’ uno dei quattro Stati al mondo (rimasti) governati dal partito unico comunista. Gli altri tre sono Cina, Laos e Cuba (per ora). La scoperta mi ha fatto vedere il Paese sotto un’altra luce.

A EST DELLE INDIE/A zonzo sul 17esimo parallelo con Terzani come guida

Dong Hoi, 21 ottobre 2016
    Potevo scegliere tra una visita alle grotte di Phong Nha (a nord) oppure a zonzo nella zona smilitarizzata (a sud) a cavallo del 17esimo parallelo. Ovviamente ho deciso per la seconda opzione e di buon mattino sono partita da Dong Hoi dopo aver noleggiato una motocicletta nella guestouse.

In borsa avevo la Lonely Planet che suggeriva di visitare delle gallerie sotterranee usate dai Vietcong e un grande cimitero, piu' l’immancabile “Pelle di Leopardo” di Terzani. E’ stata un po’ dura, perche’ di solito le escursioni alla ex DMZ (Demilitarized Zone) sono con delle guide esperte o meglio dei ‘veterani’ che conoscono i posti. In effetti da sola e’ stata dura, ma con l’aiuto di Google Map e della bonanima di Terzani e’ stata una giornata memorabile alla ricerca di luoghi simbolo di una storia che e’ stata una delle piu’ tragiche in Asia.
    “La provincia di Quang Tri, immediatamente a sud della zona smilitarizzata, e’ una terra arida di cui i vietnamiti stessi dicono che i maiali non possono mangiarci che i sassi e le galline la rena…La notte del 27 aprile le salve di artiglieria comunista su Quang Tri si sono intensificate, 1200 colpi di cannone da 130 mm in sole 12 ore... Decine di carri armati hanno iniziato a manovare intorno alla citta’. Il mugghiare dei carri nel buio e’ impressionante...un tuono che rotola sulla terra, senza che si possa sperare nulla. Non si vede niente, non si immagina niente, solo si e’ assediati da questa sferragliante bufera che sembra venire da ogni direzione ma in verita’ non si sa dove i carri siano, da dove stiano per arrivare. A Quang Tri e’ stato il panico. E’ cominciato l’esodo...". Cosi’ Terzani descrive la presa di Quang Tri da parte dei vietcong.

    Ci sono andata in quella pianura lungo il 17esimo parallelo e lungo il fiume Ben Hai che separava i due Vietnam da ovest a est. La fascia costiera tra la NH1, la “strada senza gioia”e il mare, e’ una distesa arida proprio come la descrive Terzani. Arrivando da Dong Hoi, al nord, ho attraversato il fiume su un nuovo ponte cotruito grazie agli aiuti internazionali e poi da li’ ho vagato per stradine di campagna, con un po' di timore per via dei numerosi cartelli che avvertivano della presenza di ordigni inesplosi, in direzione sud fino ad arrivare quasi a Dong Ha, anche questa rasa al suolo dai continui bombardamenti.
    Ci sono molte tombe di famiglia colorate e scolpite come pagode, ma sono di nuova costruzione e le lapidi portano date recenti. Poi ci sono dei cimiteri con delle strane tombe a forma di semisfera, sembrano da lontano delle pagnottelle, ma anche quelle non sono di soldati. Sembra che la gente usi questa inospitale terra di nessuno, piena di mine, come si vede dai cartelli di organizzazioni non governative, per seppellirci i morti. Vista su Google Map e’ una chiazza sabbiosa bianca.
    Sul mare,invece, si possono visitare i rifugi sotterranei di Vinh Moc, un enorme reticolo di gallerie usato dalla popolazione per scampare alle bombe americane e organizzare la guerriglia. E’ stata un po’ dura per me che soffro di claustrofobia scendere nei cunicoli dove la gente cucinava, lavorava e perfino partoriva. E’ proprio cosi’ che i vietcong facevano fessi gli americani e le loro bombe.
  L’altro grande vantaggio, da quanto ho capito e’ l'arci famoso 'sentiero di Ho Chi Min,' che oggi e' una striscia di asfalto in mezzo a una densa foresta. Serviva per portare rifornmenti e uomini al Sud, Era un collegamento strategico fin dal tempo dei francesi. Per questo in quelle zone hanno sganciato tonnellate di bombe
   Dopo aver visitato il cimitero nord vietnamita di Truong Song, dove delle scolaresche avevano appena acceso incensi sulle interminabili file di lapidi bianche, ho percorso il ‘sentiero’ per circa 100 km fino a rientrare, un po' stremata, a Dong Hoi.

A EST DELLE INDIE/ Da Hoi An a Hue, sulla 'costiera vietnamita'

Hue, 20 ottobre 2016
   Da Saigon ho preso il treno della ‘Riunificazione’ e dopo una notte di viaggio sono arrivata a Da Nang, a sud del 17esimo parallelo. Ci sono tre tipi di sistemazione, le cuccette (“sleeper”), poltrone (soft seat) e panche di legno (‘hard seat’). Ovviamente le panche sono piu’ economiche, piu’ o meno quanto costa un bus. Quando ho comprato il biglietto pensavo in realta’ non fosse cosi’ ‘hard’, invece sono veramente delle panche di legno stile Ottocento. Molto retro’ma decisamente scomodo. Meno male che ti danno delle coperte (l’aria condizionata c’e’ed e’ freddissima) che puoi sistemare sotto il sedere. Poi sta a te trovare la migliore posizione per dormire. Puoi distenderti con la schiena e tenere le gambe alzate sul finestrino, tipo L rovesciata. Oppure ti metti su un fianco e allunghi le gambe a squadra sull’alto sedile. Alcuni si erano portati una stuoia e si sono messi a dormire tra i sedili che mi sembrava la soluzione migliore. Per me il problema principal, in realta’, e’ stato il freddo.
  Da Nang, distrutta dalla guerra, e’una citta’ in piena espansione oggi, con i resort sul mare. Non l’ideale per sostare. Sono invece tornata indietro di 20 km a Hoi An, raccomandata dalla Lonely perche’ e’ stato un antico centro di commerci di cinesi e giapponesi nel XVI e XVII secolo e c’e’ ancora un borgo (patrimonio Unesco) che miracolosamente e’ sopravvissuto ai bombardamenti. Peccato che sia completamente occupato da ristoranti e negozi, a tal punto che si fa fatica a vedere l’architettura originale. Alla sera le strade del borgo e il fiume Thu Bon si riempiono di lanterne cinesi. E’ decisamente il luogo piu’ romantico del Vietnam, anche se del tutto finto.
    In realta’ Hoi An per me e’ stato il punto di partenza per un viaggio in moto su una delle strade piu’ belle , una sorta di ‘costiera vietnamita’. E’una strada che parte da Da Nang e che attraversa l’Hai Van Pass, un famoso valico dove ci sono dei resti di fortifcazioni francesi, e che finisce a Hue, la ex capitale all’epoca dell’impero vietnamita.
    E’ estremamente facile e cheap (17 dollari) affittare uno scooter per la giornata (che si lascia poi a destinazione). La strada che attraversa le “Marble Mountains” ha panorami mozzzafiato sul Mar Cinese Meridionale. Ma gli ultimi 40-50 km sono tra i camion dell’autostrada numero 1 (NH1) la “strada senza gioia’ perche’ e’ stata teatro di molti combattimenti.
    
Anche Hue ha un passato tragico. Terzani, in ‘pelle di leopardo’, racconta dell’assedio alla cittadella dove gli americani avevano la base. E’qui che c’e’ il fiume dei Profumi (Song Huong River), un nome romantico per un fiume che invece ha visto le peggiori atrocita’ . Ho scoperto che esiste una canzone anti guerra scritta da Biagio Antonacci dedicata a questo corso d'acqua.
    La moderna Hue e’ invece una citta’ consumistica e un po’ volgare, contrariamente alla sua fama di “capitale culturale’. Ceffi poco raccomandabili mi hanno fermata un paio di volte in strada, in pieno giorno, offrendomi della weed, marijuana. E’ un punto di passaggio obbligato per il turismo di massa e le conseguenze si vedono.

A EST DELLE INDIE/ Nel museo degli orrori di Saigon

Saigon, 16 ottobre 2016
   
  In Vietnam, come in Cambogia, e’ difficile non pensare ai massacri e agli orrori della guerra civile. Frotte di ragazzi da tutto il mondo affollano i bar ubriacandosi di birra “Saigon”, che qui costa meno dell’acqua e fumando una sigaretta dopo l’altra. D’altronde lo facevano anche i marines americani per rilassarsi dopo aver macellato i Viet Cong.
   Lo ammetto, so poche poche cose della tragedia del Vietnam e forse potre anche prendre cantonate. Non e’ colpa mia. Ero troppo giovane per leggere le cronache della guerra sui giornali negli anni Settanta. E quella guerra non c’era ancora nei testi di storia quando ho iniziato il liceo negli anni Ottanta.

   Probabilmente, se fossi stata qui come reporter, anch’io avrei parteggiato per i Viet Cong. Come scrive Tiziano Terzani, nella premessa (25 anni dopo) alla ristampa del suo famoso “Pelle di Leopardo” che sto leggendo proprio ora, “fra gli americani on la loro sofisticata, tecnologicissima macchina da guerra e i contadini-guerriglieri, la scelta era fin troppo facile”.   Sono andata a vedere il ‘museo della guerra, il “War Remnants Museum” lo chiamano ora, ma prima del 1993 era il “Museo dei Crimini di Guerra Americani”. Il nome e’ stato rimosso dopo la normalizzazione dei rapporti con Washington, ma la sostanza e’ la stessa.
   Il museo sorge sul posto che era dell’agenzia della propaganda Usa, la United States Information Agency. E’ un edificio semplice dove non ti aspetti di trovare delle immagini cosi’ cruente che secondo me andrebbero vietate ai bambini. Alcuni dicono che e’ propaganda anti americana, a ma sembrano invece solo un nudo e crudo elenco di ‘fatti’ in ordine cronologico che testimoniano un periodo storico che va dagli anni Sessanta al 1975. Non penso che all’epoca si usasse Photoshop anche se alcuni dicono che l’allunaggio non sia mai avvenuto. Certo, e' vero, si mostra solo una faccia della medaglia, mancano gli orrori commessi dal regime nord vietnamita contro i dissidentie oppositori,
   Sono immagini che ovviamente in Occidente si tende a dimenticare perche’ sono la coscienza sporca degli Usa e dei suoi alleati. Ci sono le testimonianze delle vittime del napalm e del “gas arancio”, le foto delle malformazioni causate dalle armi chimiche, di intere foreste distrutte dagli esfolianti...e i bombardamenti a teppeto dei villaggi e il massacro di My Lai...Poi le immagini shock delle torture sulla popolazione civile, i GI che esibiscono teschi e trofei umani...Ripeto, sara’ forse propaganda governativa, ma le immagini sono li’ a ricordare gli abusi che purtroppo anni dopo si sono ripetuti in Iraq, Afghanistan, Guantanamo Bay e Dio-solo-sa dove in questo momento.

   Ho trovato qui anche l’originale del famosissimo scatto di Phan Thi Kim Phuc, noto come la ‘napalm girl’ che ha vinto il Pulitzer nel 1972. Il fotografo vietnamita dell’AP, Nick Ut, ha regalato il negativo nel 2013. Leggo su Wikipedia che la ragazza, oggi 53enne e diventata canadese, e’ ancora oggi in cura per le conseguenze del micidiale gas usato dai sud vietnamiti e dai loro alleati americani. Sempre a proposito della celebre foto leggo sempre su Wikipedia che Nixon, in una conversazione con un suo consigliere (resa pubblica dopo la declassificazione degli archivi sulla guerra), si era chiesto se era ‘autentica’.
   Tra i visitatori del museo ho visto molti americani e mi sono chiesta come potevano sentirsi. Molti pensano che volutamente il governo esibisca qui solo un lato della medaglia. Barack Obama, quando e’ venuto a Saigon a marzo, e’ stato ricevuto come una rock star. Washington non ha mai chiesto scusa mi sembra anche se orai si sa tutto delle operazioni segrete della Cia perche’ sono state declasssificate.

    Ha pero’ revocato l’embargo sulla vendita di armi, retaggio della guerra fredda, accogliendo quindi il'comunista' Vietnam tra gli amici fidati.  Il presidente Richard Nixon, altri tempi e altro partito, voleva buttare la bomba atomica. Era stato Bill Clinton a riallacciare le relazioni diplomatiche nel 1995.
   Da due anni c’e’ il MacDonald a fianco della chiesa di Notre Dame e indovinate chi ha il franchising per il Vietnam? Il cognato dell’ex primo ministro, Nguyen Tan Dung, ex vietcong silurato dal Partito Comunista a gennaio. Insomma gli americani sono uscito dalla porta ma sono rientrati dalla finestra (per restare).

A EST DELLE INDIE/Saigon, il regno dei motociclisti

Saigon (Ho Chi Min City), 15 ottobre 2016

   La prima cosa che mi ha colpito di Saigon e' la quantita' impressionante di motociclette. Sono arrivata ieri sera con un bus da Phnom Penh e a piedi mi sono incamminata verso la zona di Pham Ngu Lao, che e' il ghetto turistico, una sorta di Khao San road vietnamita. Avevo letto che Saigon era una citta' godereccia, ma non mi aspettavo di vedere una cosi' grande massa di giovani in strada e nei locali, soprattutto ragazze.
   Le due ruote formano un fume in strada e invadono qualsiasi spazio su marciapiedi e aree di sosta, sono decisamente superiori al numero di auto. I bus sono inesistenti, i taxi pochissimi. Stranamente qui non ci sono i tuc tuc come nella maggior parte dell'Asia, ma i 'moto taxi'. Sostano sui marciapiedi in attesa di clienti, ma spesso e' difficile capire se sono 'mototassisti' o gente ferma per fatti suoi.
La circolazione  e' completamente anarchica e non ho mai visto poliziotti o qualcuno che fermasse quelli che andavano in contromano o passavano con il rosso. Le moto sono  cosi' tante che formano una specie di 'massa d'urto'  impedendo a volte la circolazione alle auto.  Deve essere un incubo per un automobilista farsi largo tra l'enorme flusso che visto da lontano sembra uno sciame di api impazzite. Nelle tangenziali, una corsia e' dedicata esclusivamente alle due ruote.
Prendendola come una sfida, ho deciso di mettermi alla prova. Ho noleggiato uno scooter (5 dollari al giorno) e sono andata a visitare un antico tempio, Giac Lam Pagoda, che e' un po' fuori dal centro. All'inizio ero un po' impacciata perche' non mi trovavo con la guida a destra, ma ci e' voluto poco per mostrare le mie prodezze imparate in anni di traffico a New Delhi. E' molto piu'divertente qui, perche' mentre in India bisogna stare attenti a auto, bus e tutti quelli che sono piu' grandi di te, qui le due ruote hanno la supremazia assoluta.  Ed e' ammesso tutto, dal tagliare la strada, al contromano, allo zig e zag, senza alcuna protesta da parte degli altri motociclisti. Al massimo una clacsonata, ma assolutamente nessuna reazione verbale o gestuale. Imperturbabili come un Buddha.      



A EST DELLE INDIE/ Sihanoukville, la guesthose "no prostitution' di Francesca e Taka

Sihanoukville, 12 ottobre2016
   Sono venuta a trovare una carissima coppia di amici, Francesca Ramello e Taka Shigemitsu, lei italiana e lui giapponese. Lei artista (pittrice e art designer) e lui fotografo. Due viaggiatori che a un certo punto hanno deciso di unire le loro strade e lanciarsi in una nuova avventura. Hanno  una vecchia guesthouse a Sihanoukville, la ‘riviera’ della Cambodia, l’hanno rimessa a posto con le loro mani e da due anni la gestiscono con successo. E’ una di quei sogni che spesso hanno i viaggiatori quando per esempio dormono in vere e proprie topaie e pensano, "ci vorrebbe poco per farne un bel posto...".

   I miei amici hanno preso sul serio la sfida. Con un piccolo investimento (in Cambogia costa ancora poco la vita) hanno aperto la “Chochi Guesthouse”, a due passi dalla spiagga di Serendipity e dal molo dove partono lebarche per le isole Chochi e’ una cagnetta randagia raccolta da Francesca e diventa la mascotte, nonche’ la regina della guesthouse.
    Sihanoukille e’una delle mete emergenti in Cambogia e il turismo negli ultimi anni e’ aumentato, nonostante la ridotta presenza dei russi, piegati dalla svalutazione del rublo. Tant’e’ che lo sviluppo edilizio e’ in piena espansione. Ci sono cantieri di orrendi palazzoni un po’ ovunque, purtroppo anche vicino alla spiaggia. L’idea e’di fare una ‘Pattaya’ cambogiana, la famosa mecca del piacere low cost a poche ore da Bangkok. I casino e le prostitute ci sono gia’ e fanno concorrenza alle thailandesi perche’ costano di meno. Ci sono nei bar sul lungomare e in altri posti in citta’. Il rapporto si chiama ‘bum bum”, mentre il sesso orale “gnam gnam”. In giro (adesso che e’ bassa stagione) ci sono uomini, di solito over 50, che fanno turismo sessuale. Ci sono anche italiani, ovviamente, anche se un po’ di meno rispetto al passato, la crisi colpisce anche qui.  Qualcuno si e’ messo insieme a una cambogiana, altri hanno aperto un business.
  La prostituzione ha creato un indotto di ristoranti e hotel. Mi hanno detto che ci sono anche un buon numero di ‘ladyboy’, travestiti, come li chiamano qui. E che spesso rapinano i clienti dopo averli drogati o abbindolati in diverse maniere. La mia amica Francesca mi ha raccontato alcune storie pazzesche di gente ubriaca, rapinata dalle prostitute o finita in strani giri della criminalita’ o peggio in storie di corruzione che in Cambogia e’ tra le piu’ alte dell’Asia.
   Dopo aver avuto un po’ di guai con clienti del circuito sessuale, Francesca e Taka hanno deciso di mettere un cartello all’ingresso. ”No prostitution”. Penso che sia l’unica guesthouse in Cambogia e (forse anche in Thailandia) che abbia questo tipo di divieto. E’ come se uno vietasse l’ingresso dei pensionato dalle pensioni di Loano o Spotorno.
   Hanno avuto coraggio, ma scelta alla fine ha portato una diversa clientela, coppie straniere e soprattutto donne.

A EST DELLE INDIE - Sull'unico treno della Cambogia

Sihanoukville, domenica 9 ottobre 2016

   Ho preso l'unico treno esistente in Cambogia, il Phnom Penh-Sihanoukville delle 7 del mattino, reintrodotto appena qualche mese fa dopo 14 anni di abbandono della ferrovia per via della guerra civile.  Viaggia solo al sabato e alla domenica, piu' una serie di feste comandate.
    Per trovare la stazione di Phnom Penh, incassata tra shopping mall e il New Market, ci ho messo un bel po', meno male che avevo il gps. Nessuno, ma proprio nessuno, sapeva dove era. Paradossalmente nemmeno i tuc tuc posteggiati davanti! Pochissimo parlano inglese in Cambogia (anche se poi inspiegabilmente tutti usano internet). Io poi regolarmente mi dimentico che non pronunciano le 'erre'. Insomma nessuno conosceva la parola 'treno' e gesti nonn saprei come imitare un treno...
    La ferrovia appartiene ai tempi coloniali della Cambogia. L'avevano infatti costruita i francesi. E molti non se la ricordano neppure o semplicemente non erano nati. Il treno bisettimanale per Sihanoukville, la 'riviera' della Cambogia, e' stato rilanciato dalla Royal Railway a giugno dopo alcuni anni di lavori di ristrutturazione. Hanno dovuto demolire delle case che erano state costruite sui binari e spostare un bel po' di gente per far passare il treno, Percorre una distanza di 266 km in sei ore e mezza, allo stesso costo del bus, sette dollari (la moneta americana e' largamente usata nel Paese comunista).
   All'ingresso della stazione ci sono dei cartelli che pubblicizzano il servizio come mezzo alternativo 'piu' sicuro' e' piu' comodo''. Purtroppo penso che non abbia ancora fatto presa. Oltre a me c'erano solo una ventina di passeggeri nelle due carrozze a cui erano attaccati anche due vagoni merci. Si puo' trasportare infatti l'auto o la moto.
    Il viaggio scorre piacevolmente in un paesaggio bucolico tra risaie e villaggi che non sono collegati con la rete stradale. A bordo c'e'  l'aria condizionata (si gela, tanto che ho dovuto aprire i finestrini) e una televisione. Per un po' hanno trasmesso un film cambogiano, poi quando eravamo nelle campagne e' stata attivata una telecamera fissa che mostrava il binario (unico) davanti alla locomotiva. La cosa mi ha inquietato un po'. Noi passeggeri dobbiamo controllare che non ci siano persone sui binari? O che non arrivo un treno dalla parte opposta? E selo vediamo che facciamo? Ci buttiamo fuori?  L'inquitudine e' aumentata quando il controllore, l'unico che parlava inglese e con cui ho intavolato un discorso sui benefici del trasporto su ferro, mi ha detto che stavamo  passando l'unica zona popolata ancora da Khmer Rouge. "Ma non sono piu' armati" ha precisato probabilmente leggendo in viso la mia preoccupazione,  
    Nelle due uniche fermate, a Takeo e Kampot, ci si ferma per mezzora.  Si scende in stazioni fresche di verniche, anche quelle riesumate da poco, tra una lunga fila di venditori ambulanti di rane fritte e riso. Appena riparte il treno ritirano le loro mercanzie e se ne vanno in fretta. L'arrivo nelle due stazioni e' comunicato ai passeggeri dallo stesso controllore in Khmer e in inglese con un megafono che poi ripone su un sedile. Un'esperienza indimenticabile
   

A EST DELLE INDIE - Dai templi di Angkor alle prigioni di Pol Pot

Phnom Penh, 5 ottobre 2016
    Sono convinta che ci sia qualcosa di malato in questo tassello di Asia che fa da ponte in mezzo ai giganti di India e Cina, non a caso l'Indocina appunto.  Non solo per le recenti guerre. Si potrebbe dire lo stesso per i conflitti interni Medio Oriente, ma li’ e’ diverso, riesco piu’ o meno a comprendere. Qui c’e’ qualcosa che mi sfugge.

    La prima cosa che sono andata a vedere a Phnom Penh e’ il Tuol Sleng (letteralmente la 'collina della stricnina'), un museo dedicato al genocidio di Pol Pot. E’ in una ex scuola superiore che i Khmer Rouge avevano trasformato in una prigione segreta (Security Prison 21 o S-21). La visita, con audio guida, richiede uno stomaco forte. Si pensa che siano passate circa 20 mila persone da queste stanze degli orrori e pochi sono sopravvissuti alle torture. La prigione e’ stata abbandonata in fretta e furia nel 1979 quando i vietnamiti sono entrati nella citta’ da “liberatori”. A scoprire gli orrori della S21 sono stati dei fotografi cambogiani incuriositi dall'odore che emanava il posto. Hanno trovato sui letti di ferro i corpi martoriati di 14 poveracci ormai in putrefazione.
    Come e’ stato per il regime nazista, anche qui l’organizzazione era maniacale. Kaing Guek Eav, il famigerato compagno Duch  (condannato a 35 anni di carcere da un tribunale per i crimini nel 2010) che era responsabile della prigione, aveva messo delle regole ben precise per torturati e torturatori.  Tutto veniva minuziosamente registrato e fotografato. Come se non ci si rendesse conto che in questo modo si lasciavano tonnellate di prove delle barbarie che - lo ricordo - risalgono a solo 40 anni fa.
    Mentre camminavo tra i corridoi, tra il profumo dei fiori di frangipane (che contrasto!) pensavo alle rovine di Angkor che avevo visto qualche giorno prima quando sono sbarcata a Siam Reap direttamente con il bus da Bangkok. Universalmente noto, e' il gigatesco sito religioso creato da diversi sovrani megalomani a partire dal IX secolo. L’attuale giovane re della Cambogia, Norodom Sihamoni, salito al trono nel 2004, e’ molto probabilmente (ma non sono sicura) un discendente della dinastia di Angkor.
    Sono andata a zonzo per un paio di giorni in bicicletta nel parco archeologico. Una faticata, perche’ ho fatto decine di chilometri tra le risaie e la foresta, ma mi e’ servito per rendermi conto della vastita di questo misterioso complesso. E’ diverso dalle altre famose citta' dell'antichita' che si sono tramandate fino a oggi, penso a Pompei o alla ricchissima Hampi in India, o ancora a Petra in Giordania. Qui ci sono solo templi induisti e buddisti, non mi sembra che ci siano i resti di palazzi o mercati. O di una struttura urbana, Mi chiedo quindi come potevano essere ‘fruibili’ all’epoca. Vi abitavano solo i sacerdoti? Il sovrano veniva solo per le feste comandate?
    Leggo che nell’802 il re Jayavarman II si autoproclamò "Chakravartim", cioè re del mondo. Certo anche Augusto o Luigi XIV, o i Faraoni egiziani, avevano delle simili ambizioni.
 Ma qui le dimensioni della megalomania hanno raggiunto i massimi livelli. Si prenda per esempio il tempio del Bayon, quello che mi ha colpito di piu'. Dicono che i volti sulle torri somiglino al sovrano Jayavarman VII che si considerava "devaraja" (dio re). Diciamo chei germi per un Pol Pot c'erano gia' all'epoca....


A EST DELLE INDIE/ Bangkok, la casa di Terzani e' in vendita!

Bangkok, 4 ottobre 2016

   Sono andata a vedere se la”Turtle House” di Tiziano Terzani a Sukhumvit 39 esisteva ancora. Sapevo che da diversi anni era stata trasfornata in un ristorante, Lai Thai, che pero’ quest’anno aveva chiuso. Con orrrore pensavo ci fosse un cantiere edile.
   Invece, sorpresa... la casa descritta in "Un indovino mi disse" e’ in vendita o affitto come vedete da questa foto. Prima o poi arrivera' il palazzinaro, Mi verrebbe voglia di lanciare una colletta.

A EST DELLE INDIE/ Bangkok, speriamo che Delhi non faccia la stessa fine

Bangkok, 3 ottobre 2016

   Sono convinta che a Bangkok una volta c’erano gli alberi come a New Delhi. Mi piacerebbe vedere le foto di mezzo secolo fa. Probabilmente c’erano anche casette di legno come quella dove viveva Tiziano Terzani con la tartaruga nello stagno e un giardino rigoglioso.
   Adesso Bangkok e’ una citta’ violentata dal cemento e dal traffico, come molte metropoli del sud-est asiatico. I grattacieli hanno sostituito le palazzine, i cavalcavia hanno eliminato i viali alberati e lo ‘sky train’ ha oscurato l'unico pezzo di cielo che era rimasto. Cosi' e' diventato il quartiere residenziale di Sukhumvit, quello dei ricchi e delle ambasciate.
   Ma poco a poco la colata di cemento si sta allargando e adesso arriva fino alle sponde del fiume Chao Phraya. E' come un virus. Si moltiplicano mega complessi residenziali, hotel, shopping mall. Si continua a costruire ad oltranza anche se la Thailandia non e’ piu’ una “Tigre”. Anche se ci sono un po’ ovunque i cartelli affittasi o vendesi.
   Ogni volta che vengo a Bangkok penso (con orrore) che questa sara’ la fine che fara’ New Delhi tra un paio di decenni. Da alcuni anni, il trend edilizio nella capitale indiana e’ questo. Sembra un destino segnato. Ma poi penso che, per fortuna in India, la societa' civile e' piu' libera  e (si spera) qualcuno si opporra’ alla cementficazione selvaggia, come e'gia' avvenuto. E meno male che gli alberi sono sacri per gli indu’e i buddisti, compresi quelli thailandesi. E’ sotto un albero, un banyam, che Siddharta Gautama e’ diventato Buddha. 
   Anche la religione in questa citta’ sembra finta. Non si vedono manco piu’ i monaci in strada. Ho visitato la casa-museo di Jim Thompson, un imprenditore e megalomane americano legato al business della seta e morto misteriosamente in Malaysia.  Una giovane guida ha spiegato che vicino a ogni nuovo edificio i Thai piazzano la”casa degli spiriti” (in lingua locale “san phra phuum”) per onorare coloro che sono vissuti sul luogo. Infatti un po’ ovunque ci sono delle piccole casette con statuine degli ‘antenati’a cui si offrono incensi, bibiti e cibo ogni giorno. Ci sono anche vicino ai grattacieli. Mi chiedo se davvero basta una casetta per tenere a bada l’incazzatura degli "spiriti" sfrattati per far posto agli ecomostri.

   Per dare una parvenza ecologica, ho notato che hanno creato dei 'giardini pensili" per mascherare gli orrendi piloni di cemento dello “sky train”. E’ patetico il tentativo,ma non c'e' altra scelta perche' non esiste spazio per piantare qualcosa che non sia di plastica. Sono andata nell’unico “polmone verde” della citta’, il Lumphini Park. E’ un fazzoletto di prato con un laghetto in mezzo. Un ‘Central Park’ in miniatura per una citta’ di 10 milioni di abitanti.
    L’unico verde rimasto, dove ci si ricorda che siamo ai Tropici, e’ lungo i canali, i klongs che in passato hanno reso famosa Bangkok come la “Venezia dell’Est”. Li’c’e’ ancora un po’ della vecchia citta’, nelle botteghe familiari, nelle verande con le gabbiette degli uccelli e nei venditori ambulanti. Su alcuni di questi 'navigli' ci passano i ‘water taxi’,lunghe barche pilotate da un guidatore con un volante simile a quello dei bus.
    Il mio ostello e’ vicino al Khlong Saen Saep, uno dei pochi canali navigabili. In realta’ e’ una fogna navigabile, ma e’ utilissimi per arrivare velocemente dal centro storico o dalla famigerata Kao San Road agli shopping mall di Sukhumvit. Spesso mi imbarco a Phalfa Bridge per andare al National Stadium dove arriva lo 'skytrain'.
    Ma non e' solo l'aspetto ecologico che mi urta di Bangkok. La trovo una citta’ volgare. Non e’ solo per il business della prostituzione, che (mi sembra) e’ un po’ meno sfacciato rispetto al passato, ma per il tipo di consumismo. Sembra che alla gente non interessi altro che mangiare, scopare e fare shopping. Difficile andare oltre questo livello.

  Grazie agli smartphone, che si possono spiare facilmente da chi ci sta accanto, oggi e’ molto facile entrare nella vita di sconosciuti incontrati per strada. E' quasi come leggere nel pensiero. All’aeroporto ero in fila per l’immigration e un uomo davanti a me stava scorrendo sul suo Samsung delle foto di escort. Stava organizzando la serata. In metropolitana, invece, ho assistito alla caccia in diretta di un mostriciattolo del Pokemon. Un uomo, gia’oltre i trentanni, stava “pattugliando” virtualmente la zona e ogni tanto scovava qualche nemico da eliminare.
   Sto leggendo "Bangkok Days" di Lawrence Osborne. La sua definizione e' celebre: “Because Bangkok is where some people go when they feel that they can not longer to be loved, when they give up”.