SENTIERI PERDUTI/La mulattiera da Bracchiello a Ceres


Val d’Ala (Torino), 15 luglio 2019

   Sono anni che sento il solito ritornello  che “le mulattiere della valle di Lanzo sono abbandonate” e che la ‘montagna stava morendo”. Sara’ la crisi oppure un moto d’orgoglio del Cai piemontese, fatto sta che i percorsi sono stati ora riaperti e ripristinati a beneficio degli escursionisti.  

   Ho percorso il sentiero 261, riaperto questa estate dagli alpinisti del Cai di Lanzo, che va da Bracchiello a Ceres (in realta’ da Monti Di Voragno diventa 241). Circa un paio di ore andando piano, quasi tutto al medesimo livello, eccetto quando si scende da Monti di Voragno (973 metri) a Ceres (730 m). Si tratta di una passeggiata facile, ma che in alcuni tratti richiede un po’ di attenzione in quanto si costeggiano dei dirupi e il sentiero a volte è occupato da grossi tronchi caduti da sopra.
   Per la maggior parte si cammina in un fitto bosco di castani, dove la luce filtra a mala pena, che si apre di tanto in tanto su degli alpeggi dove si trovano diverse baite. Con mia ulteriore sorpresa, e per sfatare il ritornello di cui sopra, molte sono state ristrutturate e pare ci abiti qualcuno.

 Il villaggio di Monti di Voragno (990 m) per esempio, sembra una cartolina. Una vecchia grangia, l’Aran, è abitata da ragazzi. E poi piu’ o meno a meta’ si trova una meravigliosa scala intagliata nella roccia. Quando quelle montagne erano ancora produttive era stata forse stata realizzata dai pastori o agricoltori che usavano il sentiero come via di comunicazione, non a scopo ricreativo come ai giorni nostri.
Lungo il percorso si trovano anche altre curiosità come una cava di calce. A quanto pare fino a pochi anni fa l’estrazione della calce era una attività lucrativa da queste parti.
   Prima di arrivare a Pian di Ceres si trova la cappella degli Appestati, detta così perché si riunivano i valligiani all’epoca dell’epidemia. All’interno c’è un bell’affresco di una Madonna e di un Cristo in croce realizzato da un frate dell’abbazia di Novalesa. Lì vicino c’è anche una vecchia grangia restaurata sempre dal Cai Lanzo.

    Volendo con il sentiero 241 si sale al Monte di Santa Cristina (1342), dove sorge un santuario dedicato alla santa martirizzata a Bolsena. Il 24 luglio si tiene la processione lungo la mulattiera a gradini.

Slow Travelling, il kebab di Parma

Parma, 30 luglio 2019

    Nel mio lento viaggio lungo la via Emilia mi sono fermata a Parma per la notte. Non c'ero mai stata. Nel mio immaginario da emigrata, Parma avrebbe dovuto essere una 'top destination" per il palato.  Il prosciutto di Parma, il parmigiano...la genuinita' piu' assoluta. E' pure la sede dell'Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa). Mi aspettavo salumerie traboccanti di prosciutti e formaggi.  Un profumo di 'crudo' appena tagliato che pervadeva le strade. Insomma appena ho visto il cartello stradale "Parma" mi e' venuta subito l'acquolina in bocca.
    Ho parcheggiato la moto nelle vicinanze della stazione, che e' a due passi dal centro storico pedonale.  E li' ho cominciato ad accorgermi della grande fregatura. Di prosciutto manco l'ombra, neppure in foto. Ho visto solo fast food di kebab e pizza al taglio. Quelli che si trovano in ogni citta' del mondo.  Almeno a Genova vendevano la focaccia genovese. Invece qui solo kebab e al massimo pollo. Nessun ristorante tipico e assolutamente nessuna salumeria.
    Per carita' non ho nulla contro le kebaberie. Mi sono fermata a mangiare un panino e ho avuto una piacevole conversazione con il gestore tunisino sul caldo africano. "Manco in Africa c'e' questo caldo" mi ha detto ridendo. Poi sono entrati altri clienti, africani e asiatici, un gruppo di turisti russi che voleva a tutti i costi delle birre, mettendo in imbarazzo il gestore, probabilmente un pio mussulmano oppure semplicemente senza licenza per le bevande alcoliche. Ero a mio agio in questo ambiente internazionale fino a quando non mi sono ricordata che ero a Parma...la Parma delle mie fantasie gastronomiche.
    Che e' successo? ho chiesto a chi ci abita. "Parma e' da tempo in degrado" e' stata la laconica risposta.  Anche nel centro storico, dove c'e' l'iconico battistero di Domenico Antelami (ingresso a pagamento), non ho visto nulla che richiamasse le ghiottonerie per cui la citta' e' famosa nel mondo. Ma era domenica e per di piu' pioveva. In un bar sotto i portici ho preso un cappuccino e una brioche. Su un muro c'era un cartello che avvisava i clienti di non tenere l'unico giornale (La Stampa)  per piu' di 15 minuti. E manco un salatino con il famoso prosciutto.

Maro', si avvicina l'ora della verita'. Corte arbitrale si riunisce l'8 luglio all'Aja

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 26 giugno 2019

E' arrivata l'ora della verita' per i due maro' coinvolti sette anni fa in una complessa vicenda giudiziaria in India scaturita dall'uccisione di due pescatori scambiati per pirati al largo delle coste del Kerala e sfociata in una gravissima crisi diplomatica tra Roma e New Delhi.
   La Corte arbitrale italo-indiana, creata nel 2015 all'Aja per dirimere la disputa, si riunira' a partire dall'8 luglio per decidere sulla giurisdizione del caso avvenuto al di fuori delle acque territoriali indiane. I giudici dovranno stabilire a chi tocchera' celebrare il processo a carico dei due Fucilieri italiani accusati di omicidio. Se ho ben capito la Corte avra' fino a sei mesi di tempo per emettere la sentenza una volta che si e' chiuso il dibattimento. I lavori della prima giornata in cui le due parti esporanmo le proprie ragioni sono in diretta streaming (vedi qui il comunicato pubblicato ieri in francese e inglese sul sito della  Pca) a partire dalle 9 del mattino ora locale. Poi le udienze si terranno a porte chiuse.
   La Corte arbitrale era stata formata nel settembre 2015 in seguito alla strategia di "internazionalizzazione" del caso decisa dall'allora governo Renzi con il ricorso alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che da' la possibilita' agli Stati membri di ricorrere alla Corte Permanente dell'Aja per risolvere le dispute relative agli incidenti che avvengono in acque internazionali.
   E' composta da un giudice nominato da Italia (il professore Francesco Francioni), un giudice indiano (Pemmaraju Sreenivasa Rao), dall'attuale presidente del Tribunale Internazionale del Mare (Ilos), il sudcoreano Paik Jin-Hyun, e due arbitri, il giamaicano Patrick Robinson, ex presidente del Tribunale per i Crimini nella ex Jugoslavia e il russo Vladimir Golitsyn, ex presidente Itlos.
L'udienza era attesa nell'autunno del 2018, ma la morte del giudice nominato da New Delhi ne ha causato lo slittamento.
   Nel caso in cui la Corte decidesse che tocca all'India giudicare i due militari italiani, in teoria Latorre e Girone dovrebbero tornare in India. Ora sono entrambi in una sorta di 'liberta' provvisoria' in Italia, Hanno l'obbligo di firmare regolarmente la loro presenza ai Carabinieri, non possono vedersi e non possono viaggiare. Latorre lavora a Roma e di recente si e' risposato, mentre Girone e' a Bari.
Se invece l'arbitrato stabilisce che la competenza e' italiana, entrambi dovreanno essere processati in Italia da un tribunale militare e da uno civile.
   Comunque vada sarebbe la fine di una sfiancante attesa per i due Fucilieri e finalmente una normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. 

India, quando una scimmia fa piu’ notizia delle elezioni

Gran Canaria, 26 maggio 2019

   Qualcuno dei media italiani si e’ accorto delle elezioni in India che si sono concluse il 23 maggio con la riconferma di Narendra Modi, il leader della destra indu’? Nel fracasso della campagna elettorale per il voto europeo era forse difficile prestare attenzione alle notizie provenienti da New Delhi. Certo l’India e’ distante dalle nostre beghe quotidiane, gli interessi economici sono marginali rispetto alla Cina e per di piu’ la maratona elettorale dura cinque settimane.

   Ma non si puo’ semplicemente ignorare un Paese che e’ il secondo piu’ popoloso al mondo e che e’ anche la piu’ grande democrazia (pur con tutti i limiti, ma di fatto lo e’), senza contare il crescente ruolo dei manager e informatici indiani nella Silicon Valley.
   Mentre l’India eleggeva un nuovo governo nell’ultima tornata di voto, sui social circolava la notizia di una scimmia che aveva ucciso un uomo e ferito altre persone in villaggio nelle foreste del Madhya Pradesh, nel centro del Paese. “Scimmia semina terrore in India” questo il titolo della notizia che informava altresi’ che a Badnawar, dove e’ successo il fattaccio, “non sarebbe disponibile il trattamento anti rabbia”.
   Un macaco inferocito fa piu’ notizia del secondo mandato elettorale di Namo (Narendra Modi) e dell’ennesima sconfitta del suo rivale, Rahul Gandhi, figlio dell’italo indiana Sonia.
   Purtroppo la nostra conoscenza dell’India si ferma alle scimmie, vacche, miseria e santoni coperti di cenere. Piu’ in la’ non si va, non si fa neppure uno sforzo. Non metto in dubbio che l’invasione delle scimmie rappresenta una vera piaga in molti centri urbani, compresa la capitale New Delhi. Mi e’ capitato spesso di essere aggredita nei parchi o negli uffici dei ministeri, o addirittura davanti a casa. Non e’ una forzatura giornalistica. Ma e’ come se invece di dare i risultati delle Europee, si parlasse dei piccioni che imbrattano Venezia.
   Non so come e’ stata trattata la vittoria di Modi sulla carta stampata, ho soltanto fatto una rapida ricerca su Google. L’agenzia Ansa, che l’anno scorso ha chiuso il suo ufficio a New Delhi e che non quindi, a quanto mi risulta, non ha piu’ nessun giornalista nell’area, riportava una notizia in breve, tra l’altro con un vistoso refuso facendo dire a Modi che “ringrazia un miliardo e 300 mila persone”.
    E poi metteva in relazione il successo del leader nazionalista con la paura dei 170 milioni di musulmani, proiettando il clima antislamico prevalente in Italia e in Europa, in una realta’ completamente diversa. I musulmani dell’India del nord sono arrivati mille anni fa e sono parte integrante della societa’ indiana, non sono arrivati con i gommoni dal Pakistan…

Elezioni Europee, riflessioni sulla cabina elettorale

Puerto de Mogan (Gran Canaria) , 27 Maggio 2019

    Erano anni che non votavo più in una ‘cabina’ elettorale e l’emozione, se devo essere sincera, è stata forte. Per gli italiani che, come me, risiedevano in un Paese extra europeo come l’India non c’era la possibilità di votare per il Parlamento di Bruxelles. E’ una distorsione assurda che deriva da una vecchia legge secondo la quale si può votare per il Parlamento europeo solo dall’Italia o se si è residenti nella Unione Europea.
    Per quanto riguarda invece le elezioni politiche e i referendum (ma non le amministrative e regionali) esiste invece la possibilità del voto per corrispondenza (la famosa legge Tremaglia del 2001). Quindi quando stavo in India, ho sempre votato seduta comodamente nel mio salotto o in cucina dopo aver ricevuto con giorni di anticipo dal consolato di New Delhi una busta con le schede e le istruzioni.
   La prima volta che ho ricevuto le schede è stato un po’ uno shock, avere tra le mani un oggetto che in Italia è quasi sacro. Guai se una scheda esce dal seggio elettorale, ci sono le forze dell’ordine a vigilare sulle urne e su tutto il materiale elettorale. Per non parlare della celeberrima matita copiativa. Per noi all’estero invece bastava una semplice biro e voilà, poi si imbucava il plico con la busta già affrancata e lo si affidava alle poste locali, quelle indiane nel mio caso, Ammetto che in un paio di occasioni sono andata personalmente a recapitare al consolato la busta con la mia scheda. Non si sa mai…pensavo.
    Invece domenica sono andata a Las Palmas (capitale della Gran Canaria) dove esiste un consolato onorario, un paio di stanzette nel centro storico di La Vegueta, con tanto di bandiera tricolore che sventolava dal balcone. Avevano allestito un seggio (addirittura due sezioni), con una sfilza di scrutatori seduti ai tavoli ingombri di registri elettorali, i manifestoni con i candidati alle pareti, l’urna in bella mostra e ovviamente la mitica cabina elettorale.
    La comunità italiana alle Canarie è la più grande da un anno a questa parte, si sa che qui è il paradiso di molti pensionati vuoi per il clima, vuoi perché la vita è un po’ meno cara. Quindi c’era la fila di connazionali, pur essendo già quasi alla chiusura del seggio. Per di più ho dovuto chiedere il duplicato del certificato elettorale che non mi è arrivato, o meglio è arrivato un indirizzo sbagliato e io non ho fatto in tempo a recuperarlo alla posta. Ma tutto è filato liscio.
    Quando è toccato il mio turno ho avuto un ‘flashback’, sono tornata forse a 20 o 30 anni fa, quando votavo nella mia scuola elementare alla periferia di Chivasso. Stesso rituale burocratico, la tipica gestualità nel dare la scheda e la matita copiativa, il momento in cui si ha la scheda tra le mani, l’ingresso nella cabina chiusa da tendine nere ma solo a mezzo busto, quel momento unico di solitudine totale in cui si mette la fatidica croce sul partito e pensi, che bello, mi chiedono la mia opinione. Oppure è venuto il momento in cui posso dire la mia, posso mandare a casa qualcuno o posso far arrivare qualcun altro. Insomma ‘ci sono’, come cittadino o come cittadina.
    E’ un emozione diversa dal voto per corrispondenza, forse perché il seggio ha una sua sacralità. Un po’ come pregare a casa e pregare in chiesa, nel secondo caso c’è un’altra atmosfera, a parte l’eventuale presenza del Divino. Ecco nel seggio si sente la presenza della Democrazia, se mi permettete il paragone un po’ azzardato.
   Quando ho raccontato la mia esperienza elettorale, un mio amico mi ha ricordato una canzone di Giorgio Gaber, Le Elezioni (1967): “Mi danno in mano un paio di schede/e una bellissima matita/lunga sottile marroncina/perfettamente temperata/E vado verso la cabina/volutamente disinvolto/per non tradire le emozioni/E faccio un segno/sul mio segno/come son giuste le elezioni/ E’ proprio vero che fa bene/un po' di partecipazione/con cura piego le due schede/e guardo ancora la matita/così perfetta e temperata/io quasi quasi me la porto via/democrazia".

Immigrazione, si e' riaperta la 'via delle Canarie" ?

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 18 Maggio 2019 

   Mi stavo trastullando nel mio angolo di paradiso terrestre, con la barca all'àncora in una piccola baia, leggendo le storie degli aborigeni australiani di Bruce Chatwin, quando ho visto a poca distanza una imbarcazione di soccorso della Guardia costiera spagnola. Cercavano un bambino africano di un anno e mezzo. Due notti fa era caduto in mare mentre la madre che lo teneva nel tradizionale scialle legato alla schiena cercava di sbarcare da un gommone di clandestini arrivato nel sud di Gran Canaria. Il padre si e' tuffato dall'imbarcazione per cercarlo ma non ci e' riuscito ed e' attualmente disperso. In queste ore l'elicottero dei soccorsi continua a perlustrare la costa, lo sento passare di tanto in tanto.
   Il corpicino e' stato trovato ieri pomeriggio da un turista su una moto d'acqua davanti alla spiaggia di Taurito, un chilometro a est di Mogan. Prima di ancorare, c'ero anche io da quelle parti con la mia barca a vela. Non c'era vento e il mare era piatto, avrei potuto avvistarlo anche io, magari sono passata vicino e non l'ho visto.   
Da La Provincia - 18 maggio2019Trovato h
   Nella notte di mercoledi e giovedi' un po' piu' a nord est, vicino alle famose dune di sabbia di Maspalomas, la Guardia costiera ha trovato il cadavere di una donna immigrata caduta da un barcone.
Leggo su La Provincia, il quotidiano locale, che negli ultimi tre giorni nel sud di Gran Canaria (dove il mare e' piu' calmo e consente l'approdo) sono sbarcati di notte tre gommoni con un totale di 66 persone a bordo. Hanno ricevuto accoglienza, ma non e' noto sapere dove sono finiti, se sono stati rimpatriati o meno.
   Con la chiusura dei porti nel Mediterraneo si sono evidentemente riaperte le altre vie di fuga dal Marocco, Mauritania o Sahara Occidentale attraverso l'Atlantico verso l'arcipelago delle Canarie, facile porta d'ingresso in Europa. Negli ultimi quattro mesi nel famoso arcipelago, buen retiro dei pensionati europei, sono arrivati 243 migranti secondo statistiche ufficiali del Ministero degli Interni di Madrid. Non sono tanti, ma sono quattro volte tanto quelli arrivati lo scorso anno nello stesso periodo. Gia' nel passato le Canarie sono state in prima linea per l'immigrazione clandestina, leggo che nel 2006 erano arrivati 31mila migranti. Poi il governo spagnolo ha adottato una tolleranza zero, in gioco c'e' l'enorme business turistico, oppure i contrabbandieri hanno trovato altre vie piu' facili. La traversata oceanica dura un paio di giorni, penso sia piu' difficile che attraversare il Mediterraneo per via delle forti correnti marine.
   Il ritrovamento del bambino ha attirato l'attenzione dei media locali che in questi giorni sono concentrati sulle elezioni municipali del 26 maggio, in coincidenza con le Europee. Non se ne parla molto di immigrazione clandestina, anzi si preferisce ignorarlo. Si fa finta di non sapere che si e' vicini a un continente di un miliardo di persone, di cui 400 milioni tra i 15 e i 24 anni, la maggior parte disperati e pronti a imbarcarsi sul primo gommone appena riescono a racimolare quei mille o due mila euro necessari per arrivare in Europa.
   La vignetta qui sopra e' tratta da La Provincia di oggi ed e' emblematica del clima dominante di questi giorni.
   Per quanto mi riguarda, non nascondo di provare un certo imbarazzo a 'veleggiare' qui davanti sapendo che molti immigrati rischiano la vita nelle stesse acque. Gli italiani di Lampedusa o di Pantelleria probabilmente sono abituati da anni a convivere con questo dramma. Sembrava un fatto distante che non mi toccava, invece anche qui un giorno potrei trovare a riva un piccolo Alan Kurdi. 

TREKKING/ La antica torre di Mogan

Puerto de Mogan, 5 maggio 2019

  Il trekking piu' popolare della Gran Canaria e' di sicuro quello della valle di Guigui, nel 'selvaggio' ovest dell'isola dell'oceano Atlantico, che termina in una delle piu' belle e remote spiagge. Ma ci sono anche altre camminate, meno conosciute, che garantiscono panorami mozzafiato e anche qualche piacevole sorpresa.
   Ho scoperto un sentiero che si inerpica da Puerto del Mogan e sale su un costone della montagna per finire a una torretta di pietra, probabilmente resto di un insediamento indigeno oppure resto di una postazione militare. L'intera vallata era abitata fin dal VII secolo come dimostra il parco archeologico di Canada de Los Gatos, a ovest della spiaggia di Mogan.
   E' una facile passeggiata, ma un po' ripida. Ci si impiega 30-40 minuti per arrivare in cima del costone che divide due 'barranco' (i 'canyon' delle Canarie). E' ben segnalato da una fila di cippi di confine bianchi con le lettere CP.
   Il cammino parte circa a meta' dalla strada provinciale che porta a Taurito, la spiaggia a ovest di Mogan, e che e' chiusa al traffico da alcuni anni a causa di una frana che ha distrutto un tornante. E'
pero' accessibile a piedi anche se le autorita' fanno di tutto per bloccare il passaggio. La strada di per se' offre dei panorami mozzafiato sull'oceano.
   Il sentiero inizia in un tornante, all'incirca a un chilometro da Mogan. Non e' indicato, ma e' visibile dalla strada asfaltata. Si inerpica in una stretta vallata e segue il letto di un torrente. Sembra strano che ci sia stato un torrente in un luogo dove piove in media sei giorni all'anno, eppure dalla forma della roccia si capisce che scorreva dell'acqua. Forse c'era una sorgente che non esiste piu' o che e' stata deviata.
    Dal fondo della picccola vallata, dove si cammina, si vedono una serie di grotte naturali. Alcune sembrano abitate perche' ci sono dei teli di plastica e varie masserizie. Ci sono degli "hippies" che vivono nella zona.  La vegetazione e' quasi assente, soltanto arbusti spinosi e qualche cactus e agave, e' quello che si trova in tutta l'isola eccetto nel Nord dove arrivano le piogge delle perturbazioni atlantiche.
    L'ultimo tratto e' a zig zag, un po' piu' ripido, poi si arriva sullaltipioano in cima al costone e il panorama fa dimenticare la fatica. Il sentiero costeggia la rupe, che sembra quella del famoso cartone animato di Re Leone, piena di 'piramidi' di pietre come si usa nei monasteri del Tibet. Non ha sbocco perche' ci sono precipizi tutto intorno, ma sulla destra dopo un avvallamento si intravede la torretta.       La costruzione, probabilmente, e' stata rifatta su un vecchio sito abitato. C'e' anche una panchina davanti e in un incavo del muro un contenitore di plastica dal coperchio blu. Contiene un quaderno e una penna per registrare la presenza come si fa quando gli alpinisti raggiungono le cime o come si faceva una volta per i pellegrinaggi. E' simpatico vedere i commenti e i disegni di chi e' arrivato quassu'. 

LIBRI\ Internet e clima visti da due scrittori::Baricco e Gosh

Madrid, 11 aprile 2019
   Mi sono trovata per caso a leggere due libri di scrittori famosi che trattano di due questioni di urgente attualita’. Uno e’ The Game di Alessandro Baricco sulla rivoluzione di internet e l’altro e’ La Grande Siccita’ di Amitav Ghosh sul cambiamento climatico. Due corposi saggi scritti da due romanzieri. E due altrettanti corposi soggetti che di solito sono di pertinenza della scienza e non della letteratura.
Ma se e’ vero che ‘lo scrittore non e’ una persona che risolve i problemi ma che li pone’ (Cechov citato da Murukami Haruku in 1Q84) allora non c’e’ nulla di anomalo, anzi direi che ci stanno bene.
   Le trasformazioni sociali di internet e quelle ambientali causate dall’inquinamento sono forse le piu’ grosse sfide che l’umanita’ si trova a dover affrontare all’inizio del terzo Millennio.
   Ci siamo dentro e le stiamo vivendo ogni giorno, e proprio per questo e’ difficile avere una visione chiara della loro portata. Un romanziere, abituato a raccontare le storie e a scavare negli animi, ha forse qualche elemento in piu’ di comprensione e riesce meglio a spiegare eventi di portata rivoluzionaria come questi due. Almeno cosi’ mi e’ sembrato, considerando che non si tratta di scrittori ’impegnati’ nel sociale, soprattutto l’indiano (emigrato negli Usa) Amitav Ghosh, studioso dell’epoca coloniale e autore di una famosa trilogia ambientata nell’India britannica. Entrambi mi hanno sorpreso per la mole di ricerca e lo sforzo di vedere ‘oltre’ la narrativa dominante su questi due temi.
   In ‘The Game’, Baricco scrive che la rivoluzione digitale non e` solo tecnologica, ma e’ mentale, ha la capacita` di 'generare una nuova idea di umanita`. Ed e’ proprio questo che ci fa paura. E’ la paura di essere di fronte a ‘una mutazione radicale, la generazione di un uomo nuovo scaturito casualmente da una trovata tecnologica irresistibile’. Ipotizza quindi che l’era digitale e‘ una evoluzione darwiniana dell’umanita’, addirittura una ‘modificazione genetica’, in perenne ricerca di innovazioni e che opporre resistenza e’ quindi inutile. Non bisogna avere paura, dice, e bisogna agire in fretta, perche’ nel frattempo in California ‘altri’ stanno ‘inventando il nostro futuro’.
   Anche se preferisco schierarmi dalla parte di chi resiste al cambiamento, non sono del tutto convinta sugli effetti benefici della rivoluzione digitale in futuro. Il ‘gioco’ si e’ fatto davvero pesante perche’, come scrive, il cambiamento in corso e’ culturale. Come ipotizza negli ultimi capitoli ’autore di Sapiens, Yuval Noah Harari, siamo a una svolta determinante in cui l’uomo che ne uscira’ sara’ irriconoscibile, proprio come lo e’ oggi per il primitivo Neandertal.
   Sul piano del cambiamento climatico, invece, Amitav Ghosh, figlio di ‘rifugiati ambientali’ dal Bangladesh quando ancora non esisteva la definizione, offre una visione diversa, di uno che appartiene a un Paese emergente, l’India, dove il 40% non e’ connesso alla rete elettrica e dove il 90% non possiede un auto (ma entro pochi anni non sara’ piu’ cosi’).
   Il suo punto di vista ‘non occidentale’, capovolge le responsabilita dell’Occidente che non solo hanno inquinato per primi il pianeta con l’espansione della economia fossile ma hanno anche impedito che le nazioni povere si sviluppassero (e paradossalmente inquinassero) mantenendo il monopolio sulle tecnologie inquinanti dell’industrializzazione e quindi della ricchezza.
   Nel suo libro di non fiction “La Grande Cecita’ – Il cambiamento climatico e l’impensabile” si chiede se "l’imperialismo abbia forse ritardato l’avvento della crisi climatica tenendo a freno l’espansione delle economie asiatiche e africane".
    E’ paradossale ma e’ vero. Solo pochi hanno avuto quindi il “diritto” a inquinare. Interessante poi il raffronto che fa Gosh tra l’Accordo di Parigi, un “capolavoro di vertiginoso vituosismo”, come lo definsce e la Enciclica del Papa, Laudato si’, dove si criticano apertamente alcuni paradigmi, come la crescita infinita o illimitata, che sono alla base del problema ambientale.
   Problema che nel 1928 il Mahatma Gandhi (in Young India) mise a fuoco con queste famose parole ” Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’Occidente. Se una intera nazione di trecento milioni di persone dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse. Il mondo ne resterebbe spogliato come da una invasione di cavallette”.

I pastori sardi e il nuovo libro profetico di Houellebecq

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 11 Febbraio 2019

   Stavo guardando ieri su Rainews 24, unico canale Rai accessibile on line da estero, la protesta dei pastori sardi e il loro latte `versato` in strada per la rabbia di non poterlo vendere a un prezzo dignitoso. Uno di loro diceva, in lacrime, di essere alla fame a causa della concorrenza del latte importato dall'estero. Un altro prometteva azioni piu' violente come quello di sbarrare i camion provenienti dall'Est Europa.
   La scena e' incredibilmente simile a quella del nuovo romanzo distopico di Michel Houellebecq, "Serotonina", appena uscito, ambientato in Francia. A protestare sono gli agricoltori e produttori di formaggio della Normandia, che a causa della globabilizzazione non riescono piu' a sopravvivere. Eppure come dice uno di loro, Aymeric, compagno d'universita' del protagonista, "cerco di fare le cose correttamente, quest'allevamento non ha niente in comune con gli allevamenti industriali, come hai potuto vedere, le mucche hanno spazio, ed escono un po' ogni giorno, anche d'inverno, ma piu' cerco di fare le cose correttamente, meno riesco a cavarmela". Aymeric poi si suicidera' in un gesto estremo durante una protesta violenta dei contadini che impugnando le armi si scontrano con la polizia.  Mentre il protagonista, Florent-Claude, sprofondera' ancor di piu' nella depressione dopo aver constatato l'ineluttabilita' della scomparsa dei piccoli produttori agricoli impotenti di fronte alle regole del commercio internazionale. Proprio lui che da funzionario del Ministero dell'Agricoltura francese aveva tentato invano di proteggere i formaggi locali contro le politiche dell'Unione Europea.
Ancora una volta Houellebecq, controversa Cassandra accusato di islamofobia, ci ha azzeccato con un libro che racconta perfettamente le distorsioni dell'economia liberalista e il lento ma inesorabile declino dei piccoli agricoltori. "Per anni mi ero trovato di fronte a gente pronta a morire per la liberta' dei commerci", e' il de profundis del protagonista davanti a una assemblea di allevatori.

Viaggio a Cuba/ Due anni dopo la morte di Fidel Castro

L`Avana, 27 Novembre 2018

    C'è una certa somiglianza tra Cuba e l’India meridionale, il Kerala soprattutto, dove i partiti comunisti sono al potere. Il paesaggio tipicamente tropicale, le colline e le lagune con i fenicotteri e le mangrovie. Ma anche i venditori ambulanti di frutta e verdura, i carretti trainati da cavalli (in Kerala sono i bufali), strade e case scalcinate e quell’abilità di riparare le cose o di riciclarle che solo i Paesi dell`ex blocco sovietico hanno ancora.

    L`Avana è come una bella signora civettuola che pur essendo avanti negli anni non rinuncia a truccarsi e a sedurre. La descrizione migliore l`ho trovata nel sofisticato libro di Danilo Manera, “Sconcerto Cubano”: “L’Avana è come il tormentato manoscritto di un poeta in preda al rum, pieno di cancellature, scarabocchi, imprecazioni, lacrime, rifacimenti, citazioni, rime riuscite o fallite. Il tempo l’ha consumato a suon di carezze”.

LA FOTO/ Londra, la fattoria degli animali

Londra, 20 Novembre 2018

   Pomeriggio a una delle 'City Farms' di Londra, le fattorie urbane gestite da societa' di beneficenza dove sono in mostra maiali, galline, anatre, asini e altri animali da fattoria nel loro habitat naturale. La porcilaia e' tra le maggiori attrazioni.


Gibilterra, dove regna la Giarrettiera (stemma del Regno Unito)

Gibilterra, 27 Ottobre 2018

   “Honi soit qui mal y pense” . Questa scritta, che in francese suona più o meno così, `sia svergognato chi pensa male’, è incisa nel bronzo di un cannone che ho visto nel giardino botanico della Rupe di Gibilterra. Le parole sono parte integrante dello stemma reale del Regno Unito, uno dei più antichi d`Europa, che è raffigurato anche sui passaporti dei cittadini di Sua Maesta`.

   Incuriosita dalle bizzarre parole, ho cercato di capirne il significato. Il motto appartiene all’Ordine cavalleresco della Giarrettiera, un esclusivo club nobiliare fondato nel Medioevo e che tuttora continua a esistere anche se molti ne hanno dimenticato le origini storiche. Fu infatti istituito nel 1343 dal re Edoardo III in seguito a un curioso episodio accaduto durante un ballo di corte in cui una contessa perse niente meno che una giarrettiera. All`epoca non c`erano i collant e le calze erano sostenute da nastri di seta o di pizzo diventate poi sinonimo di biancheria sexy. Accorgendosi dell`incidente, si narra che il re si offrì per aiutare la signora a rindossare la giarrettiera (o secondo un`altra versione se la legò a un ginocchio). A sua giustificazione il monarca pronunciò poi la fatidica frase, `Honi soit qui mal y pense`, probabilmente per mettere a tacere le male lingue o forse per scherzare, chissà. In francese perché questa era la lingua parlata dalla nobiltà europea.

   Da qui non è ben chiaro come sia nata l`idea di creare un `club` di cavalieri della Giarrettiera, una idea che sembra più una goliardica trovata di bontemponi che un’ associazione di potenti teste coronate come è poi diventata nei secoli . Leggo che dell`Ordine fanno parte 24 `cavalieri` e `cavallerizze` (stranamente l`Ordine è aperto alle donne) scelti direttamente dalla Regina. Il loro simbolo è appunto una giarrettiera azzurra listata d`oro e sormontata dalla celebre frase. Ne fanno parte d’ufficio i membri della famiglia reale e in seconda battuta i più potenti monarchi del mondo. Gli ultimi arrivati sono Felipe VI di Spagna e il giovane re d`Olanda, Willem Alexander.
   Lo stemma dell`Ordine della Giarrettiera, come appare sui cannoni di Gibilterra fusi nel 1734 come vedo dalla data impressa sulla coda, è anche l`emblema ufficiale della Regina e dell`esercito inglese, e sottolineo `inglese` perché’ gli scozzesi ne hanno un altro. Il motto dell`Ordine, anche questo in francese e anche questo sui passaporti, è `Dieux et mon Droit ` (Dio e il mio diritto), che in pratica sancisce un diritto divino a governare, pure questo mutuato dai sovrani francesi dell`epoca pre illuministica.
    Probabilmente pochi britannici conoscono la storia dello stemma impresso nel loro passaporto e il significato delle parole in francese. L`ho chiesto a un amico di una certa età e non lo sapeva. Chissà se dopo Brexit lo stemma sarà tradotto…
   Ogni pietra di Gibilterra trasuda di storia. La Rupe, una delle due mitiche colonne di Ercole che costituiscono la porta d`ingresso del Mediterraneo (l`altra è collocata nella città autonoma spagnola di Ceuta), ha subito indenne ben 14 assedi, tra cui il Grande Assedio del 1779 durato oltre 3 anni e con perdite immense. A questo assedio è dedicato un museo all`aria aperta, con dei `tableau vivant`, dopo l`ingresso della Rupe (che è a pagamento, 6 euro per salire a piedi). Qualcuno conta come quindicesimo assedio quello imposto dal dittatore Franco nel 1969 e che durò fino al 1982 quando furono riaperte le frontiere con la Spagna.
   Secondo una superstizione popolare, Gibilterra resterà britannica fino a quando ci saranno le scimmie sulla rupe. I famosi macachi, ufficialmente le uniche scimmie `europee`, una delle attrazioni turistiche della colonia, sono meno aggressive dei loro consimili indiani, ma io ero lo stesso terrorizzata a scavalcare le madri che allattavano i piccoli distese sulla scalinata che porta alla cima. Le scimmie sono nutrite dai guardia parco, ma sono sempre in cerca di cibo e pronte a saltare sui malcapitati turisti che però sembrano divertirsi.
   Al di sotto della Rupe la vita scorre lenta, come in un villaggio della campagna inglese. Tutti si conoscono e hanno un forte senso di appartenenza dovuto a secoli di resistenza contro nemici esterni. La Spagna non ha mai rinunciato a rivendicare la sovranità su Gibilterra che sarebbe stata ceduta agli inglesi in virtu` del Trattato di Utrecht del 1713. È una disputa dormiente o meglio dimenticata che potrebbe però ritornare in auge presto con le conseguenze della Brexit. Il confine è quasi inesistente. Dopo una certa ora di sera è perfino sguarnito. Mi è capitato di attraversare la pista di atterraggio, che divide Gibilterra dalla città spagnola di La Linea senza che nessuno mi controllasse i documenti.
   Il traffico stradale e pedonale viene bloccato ogni volta decolla o atterra un aereo, più o meno 4 o 5 volte al giorno. È l`unico `passaggio a livello` al mondo su una pista di decollo ed è abbastanza divertente per certi versi. C`è un progetto di costruire un tunnel sotto lo scalo, ma è stato bloccato. Effettivamente l`aeroporto rappresenta un`ottima barriera territoriale.
   Un altro piano, decisamente più futuristico, di una galleria di 14 km tra Spagna e Marocco, è stato accantonato o non è mai stato preso seriamente in considerazione dato il costo elevato e la difficoltà di realizzazione per via delle forti correnti e del fondale. I collegamenti con i ferry (sia con la spagnola Ceuta che con la marocchina Tangeri, poi sono ottimi e quindi non si vede lo scopo di una maxi opera del genere tra le colonne di Ercole.

Gran Canaria, quando Dio si e` mozzato un dito

Agaete (Gran Canaria), 20 luglio 2018

    Sono passati quasi 13 anni dal suo crollo, ma per la gente del posto, El Dedo de Dios è sempre qui a Puerto de Las Nieves puntato verso l`alto, un po` irriverente, si direbbe, per una divinita` celeste. Ci sono perfino ancora le indicazioni stradali che guidano il turista verso la celebre attrazione, mentre i negozi di souvenir continuano a vendere le cartoline, sempre più ingiallite, con il famoso spuntone di roccia vulcanica che era il gioiello di Agaete, cittadina nel nord di Gran Canaria. 
    A mozzare il dito a Dio è stata una tempesta tropicale chiamata Delta nel novembre del 2005. Un rarissimo fenomeno atmosferico per le Canarie che vantano il clima più stabile del mondo. Sembrerebbe un puro atto di autolesionismo della divinita` stessa.
   A ricordare che il Dito di Dio non c`è più, per i turisti che arrivano qui a cercarlo, c`è un piccolo murales su una casa di un pescatore che molto probabilmente ha assistito alla catastrofe. Un vento di 130 chilometri all`ora - leggo le cronache dell`epoca - ha abbattuto il `dito`, un monolite di roccia basaltica alto 6 metri che si era formato negli ultimi 300 mila anni.
   La zona di Agaete è infatti, secondo i geologi, una delle più antiche dell`arcipelago atlantico nato dai vulcani. C`è anche una grande necropoli, Maipes, dell`epoca pre ispanica. Non ho capito se il `dito` è rimasto intero o si è frantumato nel crollo. La base (la `mano`) è rimasta intatta e c`è chi aveva proposto di ricostruirlo, ma le autorita` locali hanno preferito di no dopo lunghi dibattiti. 
È prevalsa la teoria che se la `natura lo ha fatto e la natura lo ha distrutto`, almeno così si dice in paese. Pero` e` rimasto nell`immaginario collettivo come simbolo dell`isola. Un artista ne ha fatto una copia in cartongesso in una bella vallata panoramica (foto qui sopra).
    A soprannominarlo El Dedo de Dios pare sia stato uno scrittore canario che ha dedicato dei versi alla bizzarra roccia, alta in tutto circa 60 metri, nota prima di allora come Roque Partido.
Oltre che per il monumento roccioso, Puerto de las Nieves è famoso anche per la cappella, la Ermita de Nuestra Senora de las Nieves, che ospita un trittico del pittore fiammingo Joos Van Cleve. La chiesetta è meta della festa religiosa più grande delle Canarie, la Bajada de la Rama (la `discesa dei rami`, 4 agosto), nata da una vecchia tradizione pagana degli aborigeni Guanci e dedicata a invocare la pioggia.

VELA/ Come impedire che la drizza si attorcigli sui gradini dell`albero

Gran Canaria, 20 luglio 2018

   Sembra un problema di poco conto e invece non lo e`. L`albero di Maneki e` dotato di scalini in alluminio, triangolari e abbastanza sporgenti. Sono una bella comodita` per chi naviga da solo. Li ho usato in molteplici occasioni, per pulire l`anemometro per esempio oppure perche` si erano sfilate le cime che reggono il lazy jack (o meglio il lazy bag perche` io ho una sacca che contiene la randa).
   Pero` quando si issa la randa e magari c`e` un po` di vento, oppure non la si issa velocemente, finisce che si ingarbuglia dietro i gradini. E la situazione non e` piacevole per chi sta all`albero e tenta disperatamente di sganciarla scuotendola o con dei colpi di frusta. Mi e` successo, magari non ero perfettamente nel letto del vento, non lo so, ma e` stato spiacevole.
   Quindi, su suggerimento del mio istruttore Keith, ho tirato del nylon trasparente da pesca da ogni gradino alla sartia di dritta e a quella di sinistra, come si vede da questa foto. Ho fatto una piccola gassa intorno alla sartia e poi ho fissato l`altro capo al gradino con il nodo che - penso - si usa per attaccare gli ami. In barca ho trovato una scatola piena di materiale per la pesca, quindi ero provvista di filo di nylon.
    Non so quanto dura perche` non sono riuscita a tendere bene i fili, soprattutto quelli a sinistra, perche` avevo solo la mano sinistra per fare i nodi (con la destra mi tenevo all`albero), pero` funziona.
   Per evitare altri `ingarbugli` ho poi deciso si abbassare il lazybag e relative cime prima di issare la randa cosi` che la vela va su` libera in un solo colpo senza rallentamenti.
Potevo metterci delle cime, ma dal punto di vista estetico mi sembrava un obbrobrio...gia` lo sono i gradini, mentre il filo di nylon e` invisibile e anche troppo piccolo per ospitare i piccioni quando si e` in porto.  

Valparaiso, il `'puerto loco' di Pablo Neruda

Valparaiso (Cile), 26 maggio 2018

    È difficile trovare degli aggettivi per descrivere Valparaiso, la città portuale cilena nota come il `gioiello del Pacifico`. Raramente ho visto un posto più folle, anche visivamente per i suoi palazzi colorati e totalmente ricoperti di graffiti. È talmente un ammasso di stili architettonici e di arredi urbani che non si può che stupirsi di fronte a tanta confusione. Non ti lascia neppure il fiato per respirare quando ti inerpichi su per le sue 42 colline in un saliscendi di scale variopinte e funicolari diroccate che ti sembra di essere in un luna park abbandonato. E decadente Valparaiso, sporca come tutte le città di porto, fracassona, godereccia al limite della volgarità e costantemente in movimento per via dei terremoti. Ma proprio questa miscela ti affascina e ha affascinato l`Unesco che nel 2003 l`ha inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità.

    A circa 140 km dalla capitale Santiago – ci si arriva attraversando i migliori vigneti del Paese – Valparaiso ha un passato glorioso che si vede nei volti della gente, immigrata dall`Europa a fine secolo, quando la città era una tappa commerciale importante sulla rotta dall`Atlantico al Pacifico. Prima che aprissero il canale di Panama, nel 1914, le merci e le persone transitavano dallo stretto di Magellano. Sulla costa pacifica, Valparaiso era la prima ad accoglierli. Oggi il porto non è più così importante come allora, attraccano forse più navi da crociera più che cargo, tuttavia Valparaiso si è inventata un nuovo ruolo come capitale culturale del Cile. Ha tutti i numeri, è sede della più antica biblioteca e del più antico giornale al mondo in lingua spagnola, El Mercurio di Valparaiso (1827), nonché` penso uno dei più longevi quotidiani sul pianeta. Questo perché - va detto – è riuscito a navigare indenne attraverso golpi e controgolpi. È stato il giornale del regime di Pinochet e nonostante questo è oggi uno dei più letti in Cile.

LA FOTO/ Perle di saggezza a Valparaiso


Valparaiso (Cile), 1 giugno 2018 

   Ho trovato questo cartello davanti a una scuola di Valparaiso: "Il Mondo e` come un libro e quelli che non viaggiano leggono solo una pagina"



Sette Anni in ....Argentina, il Tibet e` sulla Cordigliera delle Ande

Uspallata (Argentina) – 21 maggio 2018
   Mi ricordo ancora quando dopo aver visto Sette Anni in Tibet, il capolavoro di Jean-Jacques Annaud, mi e` venuta voglia di andare a scoprire le immense montagne dell`Himalaya. Une delle mie preferite regioni in India è appunto il Ladakh, il 'piccolo Tibet', la zona a maggioranza buddista inaccessibile per molti mesi all`anno e una vera e propria sfida per chi soffre di altitudine. Pensavo -  ingenuamente - che gli aspri paesaggi del Ladakh fossero davvero unici al mondo.

   Invece assolutamente no. Sulla cordigliera della Ande, esattamente sotto l`Aconcagua, al confine tra Argentina e Cile, c`è una copia esatta del Ladakh, senza ovviamente i `gompa`, le prayer flags colorate e gli yak, particolare non del tutto trascurabile.
   Tant`è che – è stata la mia scioccante scoperta – la maggior parte delle riprese di `Sette Anni in Tibet` sono state girate sulle Ande e in particolare nei dintorni di Uspallata, una cittadina sulla strada per il Cile, famosa in passato per le miniere degli inglesi e ora punto di partenza di diversi trekking sull`Aconcagua. A Uspallata, fino a 30 anni fa, passava anche un trenino, il Ferrocarril Trasandino, che collegava Mendoza a Los Andes in Cile. Parte della ferrovia è ancora visibile lungo il passo di confine, anche se è quasi completamente danneggiata.

    Ho letto che ben il 70% delle scene del film con Brad Pitt sono state girate nelle montagne di calcare e arenaria giallo-viola intorno a Uspallata. Le riprese avvenute alla fine del 1996 sono durate tre mesi e, come si può immaginare, la piccola e sonnacchiosa cittadina è stata completamente invasa dal circo di Hollywood. Per l`occasione sono stati anche portati degli yak dalla California, che poi sono finiti negli zoo dell`Argentina. Il regista Annaud ha detto in una intervista che tuttavia nel film che uno spezzone di Tibet c`è, di qualche minuto, girato in gran segreto alle autorita` cinesi.  .
    Basta uscire dal centro abitato per rendersi conto della somiglianza con il Ladakh. Ho fatto un trekking di un giorno verso una collina chiamata `Cerro de Los Siete Colores`, la cui roccia è multicolore per la presenza di minerali e magma uscito dalle eruzioni di chissà quanti anni fa. Il paesaggio è secco come una tundra, le rocce si sgretolano sotto i piedi e il sole scotta. Qua e la` ci sono cactus e cespugli profumati, di un tipo che sull`Himalaya non c`e`. A differenza del Tibet l`altitudine è qui di appena 2000 metri.. Per trovare un simile paesaggio in Ladakh bisogna salire a 4-5 mila metri, con evidenti difficoltà logistiche se si vuole girare un film.

    Ma penso che la decisione di `creare` il Tibet in Argentina, dall`altra parte del mondo, sia stata dettata anche dalla difficoltà di ottenere i permessi in India (o peggio ancora in Cina). A tutt`oggi il governo di New Delhi è molto restio a dare il visto a documentaristi o registi nelle zone di confine.
   La mia passeggiata in `Ladakh` è terminata nella zona archeologica del cerro di Tunduqueral, dove ci sono delle iscrizioni rupestri di una popolazione indigena risalenti a prima della conquista spagnola.
    A  circa 70 km verso il confine con il Cile ho poi fatto sosta al Parco nazionale dell`Aconcagua, che con quasi 7 mila metri , è la cima più alta delle Ande. Anche qui il paesaggio è desertico e molto simile dal punto di vista geologico all`altipiano tibetano, ma senza i monaci del Dalai Lama, quindi molto meno fascinoso. Devo confessare che questa parte della Cordigliera, quella centrale, è abbastanza deludente, non c`è nulla di andino, manco un lama (intendo l`animale...). 
     Dopo il passo (Paso de Los Libertadores, 3200 metri), e il tunnel del Cristo Redentore, che segna il confine con il Cile, la strada si snoda in una impressionante spirale, con una trentina di tornanti a U. A vederla fa paura, ma a percorrerla non è così difficile, ovviamente in buone condizioni meteorologiche. Se c`è neve il passo viene chiuso.
    Il Cile è così stretto che appena scesi dalla Cordigliera si arriva in un paio di ore sulla costa del Pacifico. Si è gia` nel distretto di Valparaiso, il porto amato da Pablo Neruda. Sarà la mia fertile immaginazione, ma mentre scendevo con la moto sul lato cileno mi sembrava di sentire già l`aria umida e molle dell`oceano.

FAKE NEWS/Quando i giornalisti diventano `fact checker`

Gran Canaria, 5 maggio 2018

    Ho appena concluso un corso on line gratuito sulle `fake news` messo a disposizione dal Knight Center for Journalism in the Americas (Universita` del Texas), una fondazione statunitense che si occupa di promuovere eccellenze nel giornalismo, in particolare digitale. Il corso si intitola "Trust and Verification in the Age of Misinformation" (questo il link) ed e` tenuto da un `cacciatore` di fake news che si chiama Craig Silverman, che lavora per BuzzFeed News, sito di informazione americano che vende contenuti alle piattaforme. E` l`uomo del momento in  materia di `fact checking` e `debunking`, due attivita` che stanno andando per la maggiore negli ultimi tempi, soprattutto negli Stati Uniti.
    Le `fake news`, salite alla ribalta dell`attenzione con la presidenza Trump, sono al centro del dibattito sui media negli Usa oltre a essere una reale minaccia alla democrazia, come si e` visto nella campagna elettorale e anche recentemente con lo scandalo di Cambridge Analityca/Facebook.
    Quindi negli Stati Uniti se ne fa un gran parlare e si cerca anche di correre ai ripari creando nuove figure professionali, i `fact checkers` come Silverman, che passa le proprie giornate al desk a spulciare foto, video e website e a cercare i falsi account sui Facebook e Twitter.
    L`oggetto del corso era infatti di dare ai giornalisti degli strumenti (open source e perfettamente legali)  per controllare l`autenticita` di tutta la marea di informazioni che passano sullo schermo. Sono tools usati anche per fare investigazioni private. Si tratta di verificare l`identita` di nomi o indirizzi mail sul web, soprattutto Facebook o Twitter, vedere cosa e come postano, smascherare bot e algoritmi.  Tra i suggerimenti ci sono Inteltecnique.com, Peekyou, Webmii e altri dedicati a Twitter o Linkedin. Li ho provati, ma ho riscontrato grossi limiti, primo bisogna essere iscritti a Facebook e secondo sono efficaci per lo piu` per ricerche di gente che vive negli Usa.  Molti poi sono a pagamento, quindi e` gia` nato un businss intiorno alla fake news.
    Altri strumenti sono invece dedicati a controllare se foto o video sono stati truccati o manipolati. Per esempio una extension di Google Chrome, InVid, offre tutti i tools su una piattaforma per risalire all`originale di una foto o vedere dove o quando e` stata pubblicata .
   Una altra extension di Chrome, CrowdTangle, permette invece di vedere da chi e quante volte una pagina e` stata condivisa su Facebook.
    Insomma il corso e` stato utilissimo perche` mi ha aperto gli occhi su una realta` che finora avevo solo osservato da lontano, come se non mi appartenesse.  In Italia poi non ci si pone manco il problema, i media italiani sono sempre piu` ripiegati su se stessi a causa della crisi e delle redazioni che sono sottodimensionate. Allo  Spiegel hanno una redazione di 70 `fact checkers` (leggi qui), noi non abbiamo manco piu` i correttori di bozze.
   Se e` stato utile per aggiornarmi su cosa succede nel mondo del giornalismo, d`altro canto mi sono speventata a pensare alle conseguenze di questo nuovo ruolo della stampa. Nel caos generale dei social media, fake news, propaganda politica, bot, hacker russi, ecc, c`e` piu` che mai bisogno di recuperare i `sani` valori del giornalismo e di riallacciare un rapporto di fiducia con i lettori che oggi vanno su Facebook a informarsi.
   Questo percorso di recupero della `funzione` giornalistica passa sostanzialmente attraverso il `fact cheking`.  Il giornalista e` oggi chiamato a `rovistare` dentro la melma del web e cercare di capire cosa e` vero e cosa e` `fake`.  Ecco un esempio di lavoro che Craig Silverman fa nella sua redazione (leggi qui)
   Un giornalista oggigiorno e` quindi colui che mette i bollini rossi o verde, falso o vero, su notizie che circolano sul web. Un lavoro immane tra l`altro data la vastita`di pagine c he ogni secondo vengono caricate in rete. Certo ci vuole qualcuno che mette ordine al caos e che - in teoria - sia qualificato a farlo (un giornalista appunto che ossrve un codice deontologico) , pero` se questo e` il futuro della professione sono molto perplessa e soprattutto non sono pronta a trasformarmi in una `fact checker`.  

Colombo alle Canarie, ”Buscar el ponente por el levante”

Gran Canaria, 30 Aprile 2018

   Di solito a scuola si studia che il viaggio di Cristoforo Colombo per la scoperta dell`America è iniziato da Palos, in Spagna, il 3 agosto 1492. Ma in realtà il viaggio verso l`ignoto è iniziato dalle Canarie, avamposto a Sud Ovest della Spagna, ben dopo le Colonne d`Ercole. Colombo, che gli spagnoli chiamano Cristobal Colon, si è fermato a Las Palmas per riparare la Pinta e per fare rifornimenti.
    A Las Palmas l`Ammiraglio sta un mesetto; si può vedere nel quartiere storico di Vegueta la casa dove ha soggiornato, trasformata in un bel museo di arte marinara. Poi il 2 settembre parte per la Gomera dove aveva una tresca, si racconta, con la governatrice Beatriz Peraza y Bobadilla, una “nobile, bella, sofisticata e di temperamento caldo” (cito “Colombo. Diario del Viaggio che ha cambiato il mondo” di Antero Reginelli, che ho appena letto). In realtà a La Gomera, che è la più verde delle Canarie, le caravelle hanno anche fatto rifornimento d`acqua.
    Da li` il 6 settembre Colombo salpa per il mare sconosciuto convinto che il Giappone , che lui chiamava Cipango, si trovasse a una distanza di sole 4.500 miglia. Il suo obiettivo era appunto di “buscare el ponente por el levante’. Nel primo secolo AC, Eratostene aveva calcolato che la Terra misurava 40 mila chilometri di circonferenza. Quindi, forse in cuor suo, lo sapeva che era impossibile raggiungere la `rotta delle spezie` di Marco Polo, ma l`ambizione e le potenziali ricchezze lo avevano  accecato a tal punto da fingere di non conoscere la realtà`. E comunque obiettivamente nessuno sapeva cosa si trovasse a Est della Cina.
    Mentre da qui guardo la linea dell`orizzonte, immagino le tre caravelle con le vele spinte dal vento di Nord Ovest, che qui è costante, essendo le Canarie sul lembo dell`anticiclone delle Azzorre. Sono i cosiddetti `trade winds`, noti anche come alisei, che hanno portato i navigatori a scoprire nuove rotte commerciali, soprattutto dopo che la `via della seta` era diventata pericolosa per la disintegrazione del regno mongolo.
   Leggendo il diario di bordo di Colombo, o meglio la ricostruzione perché l`originale è andato perduto, ho scoperto alcune curiosità. Per esempio che l`Ammiraglio teneva due registri di bordo, uno segreto con le leghe realmente percorse ogni giorno e un altro pubblico in cui dimezzava o riduceva drasticamente le distanze per non spaventare la sua ciurma. Gestire un equipaggio di una barca è già complesso quando si sa dove si va, figuriamoci quando non si conosce la meta, o meglio la si conosce ma non si sa dove è.
   Per calmare gli animi della ciurma sempre più spaventata dalla vastità dell` oceano usava la leva del denaro e ricordava le ricchezze che avrebbero guadagnato al termine della missione. La Regina Isabella di Spagna aveva promesso una pensione vitalizia al primo che avesse avvistato la terra. Alle due di notte del 12 ottobre 1492 il marinaio andaluso Rodrigo de Triana, sulla Pinta che era la prima in quanto più veloce, rompe il silenzio con il grido “terraaa”. Erano a circa 12 chilometri dall`isola di san Salvador, nelle Bahamas.
   Per gli spagnoli Rodrigo de Triana è un eroe, c’è anche un monumento in suo onore a Siviglia. Ma il fortunato marinaio rimase a bocca asciutta perché` al ritorno in patria Colombo rivendicò il diritto a riscuotere il premio in quanto disse che aveva visto qualcosa brillare all`orizzonte già alle 10 di sera dell`11 agosto, ma l`avvistamento non era stato confermato dai suoi ufficiali che non videro nulla.
   Le descrizioni che fa Colombo dei  luoghi dove approda sono idilliache, scrive di non aver visto mai una natura più rigogliosa e delle acque così tranquille e accoglienti. Della gente ripete continuamente che sono pacifici e “a digiuno di guerra, come le Vostre Altezze si renderanno conto di persona vedendo i sette che condurrò  con me in Spagna per insegnarli la nostra lingua e, poi, riportarli nel loro paese per usarli da interpreti, a meno, che non decidiate di trattenerli in Castiglia e farne degli schiavi, insieme agli altri, nell`isola in cui vivono”.  Cosa avvenne in seguito purtroppo lo sappiamo bene.



VADEMECUM/ Come scegliere una barca (per vivere e navigare)

Gran Canaria, 20 Aprile 2018 

    C`e` una massima che circola negli ambienti nautici: "Ci sono due momenti di massima felicita` nella vita di un marinaio, quando compra la barca e quando la vende". Mi dispiace smentire i vecchi lupi di mare, ma non penso sia valida per tutti.

    Nel mio caso quando ho comprato Maneki (un Jeanneau di 9 metri del 1974) ho avuto piu` paura che gioia. Paura di non saper gestire l`enorme complessita` che una barca presenta. Ancora oggi non so neppure se riesco a portarla da sola in quanto causa guasto motore non sono ancora uscita dalle tranquille acque del porto. L`ex proprietario di Maneki, un francese che come me ci viveva sulla barca, poi non era cosi` al settimo cielo nonostante abbia spuntato un buon affare. Non lo faceva vedere ma era cupissimo quando ha deciso di vendere la sua `creatura`. Ancora adesso mi manda dei messaggi in cui mi dice che `le manca`. Deve essere stata una lacerazione separarsi da qualcosa che era parte della tua vita e con cui hai condiviso gioie e dolori. tanto. Ne so qualcosa quando ho dovuto lasciare la mia moto in India.

Come quindi scegliere una barca?. 
   Innanzitutto si escludono le barche nuove, in giro c`e` cosi` tanto usato e a cosi` poco prezzo che non merita davvero.
Dove iniziare? 
    La scelta del posto e` essenziale, grosso modo intendo, tipo Mediterraneo, Atlantico, Caraibi, Australia…vero e` che poi si naviga ma ci vuole una base di partenza. Io ho escluso l`Asia perche` non c`e` molta scelta. Nel Mediterraneo invece ci sono migliaia di barche, la maggior parte ferme nei porti perche` i proprietari sono anziani (la popolazione europea sta invecchiando sempre piu`) oppure sono stati colpiti dalla crisi economica. Ci sono quindi buone occasioni, ma nel caro e vecchio Mare Nostrum – secondo me il mare piu` bello del mondo - bisogna tenere conto di due fattori: la stagione invernale che dura minimo sei mesi e il costo degli ormeggi (anche se questi sono diminuiti al pari passo con gli affitti delle case).
Alle isole Canarie, le `Maldive` dell`Europa, c`e` il vantaggio di una estate infinita con zero (o quasi) giorni di pioggia piu` vento costante. Da Cristoforo Colombo, che e` partito da qui, in poi e` un paradiso per i navigatori.
Agenzia o tam tam?     Si puo` dare una occhiata ai siti di annunci come Subito.it o altri specializzati per avere una idea. Ormai non ci sono quasi piu` annunci sulle bacheche delle marine, e` tutto on line.  Si puo` poi cercare nei porti le barche che espongono il cartello `In Vendita`, soprattutto quando uno ha una idea precisa di dove ci si vuole stabilire.
Ma funziona anche il tam tam. Nel mio caso ho `messo in giro` la voce che ero interessata a comprare un piccolo veliero e dopo un po` mi si sono presentate delle occasioni. Nello specifico, ho trovato Maneki grazie al mio insegnante di vela. Io sono arrivata al Puerto di Mogan per fare la scuola di vela Aistrac, gestita da un irlandese che ha una vasta esperienza non solo di navigazione, ma anche di manutenzione delle barche. Mi sono quindi affidata al suo occhio (piu` esperto del mio) per scegliere.
Poi entra in gioco anche la sorte come in molti casi della vita. Posso tranquillamente dure che Maneki e` arrivata a me, non sono io che l`ho cercata. E come prova tangibile mi basta guardare l`immagine del Ganesh, il dio elefante, che l`ex proprietario ha affisso nella cabina. Quale migliore coincidenza per me che arrivo dall`India!

Quanti metri?     Questo e` veramente una questione personale. Da soli si possono portare barche di 15 metri, conoscono molti velisti che sono arrivati qui alle Canarie da soli dai Caraibi o dal Mediterraneo con barche ovviamente attrezzate per una navigazione in solitaria. Diciamo che si va dai 9 metri (o 30 piedi) che e` il minimo per viverci a un massimo di 15 metri. Io, che sono principiante e anche con poche risorse, ho preferito il minimo necessario. In effetti ho gli spazi che mi servono, la cuccetta a prua dove dormo, il salotto con tavolo, l`angolo cucina e il tavolo da carteggio dove ho installato il mio ufficio e dove sto scrivendo ora.

Che cosa serve a bordo?    E` importante che la barca sia ben attrezzata non solo per navigare (vele, strumenti, scialuppa salvataggio, cordame, ecc) ma anche per viverci. Quindi deve essere autosufficiente per quanto riguarda elettricita` (pannelli solari o generatore eolico), acqua (serbatoio capiente), fornello, frigo, armadietti, ecc) e possibilmente avere un canotto o un kayak come nel mio caso. Tutte queste cose se non ci sono vanno comprate con quindi ulteriori spese. Io ho trovato praticamente tutto quello che serviva dal mio predecessore. Quando sono arrivata ho comprato solo il cibo, mi ha lasciato tutto, piatti e lenzuola comprese. Maneki ha un pannello solare collegato a due batterie che mi permettono di alimentare delle luci led, i caricatori dei computer e telefoni, la radio VHF e altri strumenti come il pilota automatico. Non posso attaccare il frigo che pero`, per adesso, ne faccio a meno e in verita` non sento molto la mancanza. Sono in porto e vado tutti i giorni al supermercato dove compro cose fresche.
 Occhio a motore e scafo    In una barca di medie dimensioni il motore e lo scafo fanno la parte del leone. Sono le parti piu` care e quindi da valutare con attenzione. Un motore nautico diesel viene sui 6 mila euro. Uno scafo corroso, da ruggine o da osmosi (se e` vetroresina) richiede tempo e soldi. In entrambi i casi la barca va levata dall`acqua. Anche le altre parti strutturali, albero e boma, sono importanti, ma e` piu` facile controllare il loro stato.
Pur avendo ben chiaro questo avvertimento, ho comprato una barca che ha problemi con motore. Non e` grande cosa, si tratta di sostituire delle guarnizioni del cilindro che perdono olio, ma il lavoro e` lungo e complesso. Sto aspettando che si liberi un meccanico. Non molti vogliono fare un lavoro che e` lungo e che richiede anche pazienza perche` bisogna lavorare dentro un gavone del pozzetto, in spazi ristrettissimi. Il mio motore e` un Vetus di 20 CV, mi e` stato detto che a parte la perdita e` in buono stato…speriamo. E` l`unica `pecca` che ha Maneki. Lo scafo, in vetroresina, e` stato trattato due anni fa e dipinto di arancione, un colore che non mi piace, e che cerchero` di cambiare quando sara` ora. Le vele e il cordame sono buone.
Gli strumenti base ci sono (bussola, windex e profondimetro). Il GPS portatile ha uno spinotto rotto e non si puo` collegare alla radio. Il pilota automatico che si collega alla barra e` di buona qualita`.

Quale bandiera?     Ho scoperto un sacco di cose a questo proposito. Primo e` che la bandiera segue il proprietario e se il nuovo padrone non ha gli stessi requisiti, per esempio la residenza, occorre ri-registrare la barca. Nel caso di Maneki non ho potuto mantenere la bandiera francese in quanto non residente in Francia o cittadina francese. In teoria potrei avere la bandiera italiana, ma mi e` stata vivamente sconsigliata. L`Italia ha infatti una procedura complessa e costosa che richiede anche dei controlli assidui e delle stringenti normative di sicurezza. Quindi mi sono messa a cercare dove era piu` facile e conveniente sfruttando il fatto che per un cittadino dell`Unione Europea e` possibile registrare una barca anche non nel proprio Paese di origine.
Di sicuro la nazione piu` `friendly` per chi va per mare e` il Regno Unito che ha istituito un registro delle piccole barche (inferiori a 24 metri). La tassa e` di appena 25 sterline e la licenza dura cinque anni. Ma bisogna essere cittadini o residenti nel Regno Unito e dimostrare non solo che si ha un indirizzo, ma che si e` `inseriti` ovvero si ha un lavoro o una societa`.
Olanda e Belgio, due piccoli Paesi ma con grandi tradizioni marinare, invece non hanno obblighi di residenza e la procedura e` facile . Di fatti sono molto gettonati. Ci sono agenzie su internet che promettono una bandiera olandese o belga in pochi giorni con 300-400 euro. Io ho provato a fare domanda on line al registro olandese, ma ho visto che quello belga e` ancora piu` facile, almeno sembra perche` ho appena inviato la domanda di registrazione. A questo proposito faro` un aggiornamento magari con piu` dettagli, visto che sono diventata una esperta in materia.

Infine, come chiamarla?    Si sa l`ambiente marinaro e` molto superstizioso. Una delle credenze e` che non bisognerebbe mai cambiare nome alla barca. Io un realta` mi ero ripromessa di battezzare la mia prima barca “Garbino”, un vento da Sud Ovest tipico dell`Adriatico, poi pero` ho cambiato idea. Maneki, il mio Jeaunneau, deriva il suo nome dal giapponese Maneki Neko, il gattino che saluta con la zampa e che e` un talismano diffusissimo in tutta Asia. Potevo forse rinunciare a tale portafortuna? No ovviamente, ecco quindi che Maneki e` rimasta tale.