ECONOMIA CIRCOLARE / Il free shop di Mogan

Mogan (Gran Canaria), 24 febbraio 2020



    Questo e' il "free shop" di Mogan, (Sud di Gran Canaria),  un luogo dove e' esposta in una vetrina naturale diversa merce usata, da vestiario a giocattolini di plastica. Si possono prendere e se si vuole lasciare una donazione in una apposita ciotola. Non so chi sia a gestire il 'business', penso uno degli hippies che ogni tanto vedo fare capolino da qualche grotta li' intorno.
    Il "free shop' sorge su una strada costiera chiusa (per frana) che collega il puerto de Mogan con quello di Taurito. E' una strada panoramica frequentata da joggers e camminatori, nonostante le recinzioni di sicurezza costantemente scardinate. Un bell'esempio di economia circolare. Ogni tanto ci porto anche io qualche indumento o altri oggetti ancora in buono stato che trovo vicino ai cassonetti o in mare. E poi prendo quello che mi serve. Ieri ho trovato delle flip flop del mio numero, buone per rimpiazzare le mie che si erano lacerate.
    Siamo circondati da cosi' tante "cose" che ormai non serve piu' produrre nulla, basta riciclare quello che abbiamo. Se vogliamo fare qualcosa per il pianeta partiamo da qui.

Mostre/ La bellezza della biodiversita'

Miami (Florida), 7 gennaio 2010
   In un'epoca in cui si parla con sempre piu’ enfasi della distruzione della biodiversita’ da parte dell’Homo Sapiens mi ha colpito particolarmente una mostra allestita al Frost Museum od Science di Miami. L’esibizione si chiama “Opulent Oceans: Extraordinary Scientific Illustrations” e comprende 55 ingrandimenti di illustrazioni scientifiche in maggior parte dell’Ottocento riguardanti la classificazione della fauna ittica. Sono disegni ad acquarello o carboncino (non esisteva ancora la fotografia...) di creature marine “scoperte’” durante le esplorazioni del pianeta. Le esplorazioni geografiche erano infatti accompagnate anche dall'avvistamento di nuove specie di pesci, molluschi, alghe e altri esseri ‘esotici’. A catalogare questo patrimonio, che oggigiorno viene definito biodiversita’, sono stati soprattutto biologi, zoologi e naturalisti europei, in particolare tedeschi, francesi e inglesi. Le prime collezioni risalgono a circa 4 secoli fa. In alcuni casi erano gli stessi studiosi ad illustrare i “campioni” raccolti nelle spedizioni, in altri casi si affidavano a degli artisti. 
   Ed è questo che mi ha affascinato, che molte illustrazioni sono delle vere e proprie opere d’arte, dei capolavori che mi ricordano le opere dei monaci amanuensi. È straordinario questo sforzo di riprodurre la biodiversita’ marina e mi incuriosisce molto anche l’aspetto della pubblicazione, che non è trattato dalla mostra. Molti dei volumi da cui sono tratte le illustrazioni sono conservati nei musei americani. Mi chiedo se all’epoca questi trattati di ittiologia o i resoconti delle esplorazioni oceaniche come quella di Charles Darwin erano stampati in piu’ copie e a disposizione del largo pubblico o circolavano soltanto nella ristretta cerchia degli studiosi.
    Ecco alcuni esempi di disegni, quelli che mi hanno colpito di piu’, con una breve descrizione dell’autore. Sopra:  Ippolito Salviani (1514-1572), italiano, medico di tanti Papi, e’ uno dei padri dell’ittiologia. La sua opera è l'Aquatilium Animalium Histioria, da cui è tratto questo squalo martello.
Qui sotto: il divertente polpo vampiro (Vampyroteuthis infernalis) qui sotto e’ invece presente in uno studio del francese Louis Joubin (1861-1935), “Cefalopodi dalle spedizioni scientifiche del principe Alberto I di Monaco”.
   Il biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919), esperto di protozoi e plankton, e’ invece autore di fantastici disegni che sono dei capolavori non solo dal punto scientifico.
Un altro tedesco, Johannes Muller, documento’ 214 specie di squalo nella sua “Systematische Beschreibung der Plagiostomen” .
   E poi c’e’ Charles Darwin (1809-1882), il padre dell’evoluzionismo, che - ho scoperto - colleziono’ una quantita’ impressionante di cirripedi, le conchiglie parassite che si attaccano alla carena delle barche (A Monograph on the Sub-class Cirripedia, 1851-54). Ne fu cosi’ affascinato che ci dedico’ alcuni anni della sua vita.
Questo pesce remo (regaleco), un rarissimo esemplare che abita gli abissi oceanici, che è diventato lo screensaver del mio laptop, è dell’artista svizzero Karl Joseph Brodtmann (1787-1862).
      
   Franc Mace MacFarland (1869-1951), esperto di nudibranchi, ha documentato questa splendida lumachina di mare.

   Dagli studi sui fossili marini di Alcide Dessalines d'Orbigny - (1802-1857) è nata la micropaleontologia.



Henri de Lakaze-Duthier (1821-1901), francese, si è invece dedicato ai coralli.



Questo verme marino è uno dei disegni di “A monograph of the British marine Annelids “ dello scozzese William Carmichael M'intosh (1838-1931)










George Henry Ford (1808-1876 ) è l’illustratore di questo drago marino.


Questa creatura degli abissi (che sembra prodotto di fantasia) è una delle specie documentate da August Bernhard Brauer, ittiologo (illustrazione di Fritz Winter) che fece parte della spedizione Valdivia (1898-1899) guidata da Karl Chun e dedicata allo studio abissi oceanici. 




Infine di Marc Catesby (1683-1749), naturalista, è il famoso cancer terrestri, granchio di terra.

Colombo e gli sponsor francescani della Rabida

Palos de la Frontiera, 11 aprile 2019
 
Nella mia smania di non prendere gli aerei, ancora prima del flight shame lanciato da Greta Thunberg, mi sono ritrovata a Huelva, una sonnolenta citta’ dell’Andalusia, conosciuta solo per essere uno dei due punti di arrivo del traghetto che collega le isole Canarie con la madrepatria. L’altra destinazione dei ferries è Cadice.
    Lo sbarco a Huelva è stato pero’ propizio perché mi ha permesso di scoprire una piccola chicca su Cristoforo Colombo. A 15 km infatti sorge la famosa Palos de la Frontiera, dove l’ammiraglio genovese salpo’ con le tre caravelle il 3 agosto 1492 alla volta del Nuovo Mondo. Nei dintorni ci sono molti luoghi storici “colombini”, cioe’ legati alla sua vita e alla sua impresa.
   Uno di questi luoghi, che fu determinante per la spedizione e che penso non sia molto noto, è il monastero francescano di Santa Maria della Rabida. Un bellissimo edificio in stile gotico-mudejar del XIII secolo che sorge su una collinetta vicino all’estuario del rio Tinto. Rimasto vedovo dopo la morte della sua moglie portoghese, Colombo aveva affidato il figlio Diego ai religiosi della Rabida e qui veniva regolarmente.

   Probabilmente non si sarebbe aspettato di trovare proprio tra i francescani gli sponsor determinanti della sua impresa. Nell’anno 1490 arrivo’ infatti alla Rabida deluso e probabilmente anche senza un soldo dopo che il re Fernando e la regina Isabella di Castiglia avevano bocciato il suo progetto. Forse anche le sue convinzioni geografiche stavano cominciando a vacillare. E invece nel monastero inaspettatamente trovo’ degli alleati che gli ridettero fiducia e che lo raccomandarono ai sovrani.
    Il priore della Rabida, Juan Perez, che era confessore della regina, lo presento’ a un medico appassionato di astronomia e ad una cerchia di cosmologhi. Per farla breve, tutti insieme, frati e non, come si vede in un dipinto della collezione de El Prado, ristudiarono le mappe e si convinsero che oltre l’Oceano c’erano le agognate terre orientali.
   Il priore inoltre lo mise in contatto anche con la famiglia Pinzon, i boss di Palos, che affittarono le caravelle e che furono comandanti della Nina e Pinta.
   Non è chiaro quali interessi avessero gli umili francescani nello sponsorizzare una cosi’ temeraria impresa. Pare che ci fosse anche l’interesse del Papato che ovviamente coincideva con quello dei Re Cattolici e anche con il desiderio di conquistare nuove terre e nuove anime da convertire. Esattamente come è avvenuto in seguito.

LA FOTO/ La super scopa e l'economia circolare

Gran Canaria, 14 febbraio 2020


    Mettendo in opera il concetto di economia circolare, gli operatori ecologici nel sud di Gran Canaria ormai da anni usano le foglie delle palme per spazzare le strade: efficace, ecologico ed economico. Come i loro colleghi in India (loro pero' lo fanno per mancanza di scope!)

Addio giornalismo- L'articolo e' servito

Gran Canaria, 6 Febbraio 2020

   Secondo una esperta citata in una ricerca di NiemanLab, un centro di ricerca di Harvard che studia i nuovi trend nel mondo dell'informazione, nel 2020 "spariranno gli articoli" perche' sono diventati  inadatti a veicolare le notizie. Da tempo ho abbandonato il giornalismo attivo per dedicarmi alla vela, ma non posso non indignarmi di fronte a tali assurdita' riportate purtroppo -  o meglio copiate di peso - dai media italiani.
Dettaglio da Aquatilium Animalium Historia - Ippolito Saviani (1514-1572) 
   Ecco l'antefatto: NiemanLab ha intervistato "the smartest people" nel giornalismo chiedendo loro previsioni sul futuro dell'informazione. Tra questi c'e' tale Emily Withrow,  direttrice R&D di Quartz, un website di info economiche, famoso soprattutto in Asia, che anni fa ha saputo capire che aria tirava sul web diventato oggigiorno un gigante del settore. L'opinione della Withrow e' stata rilanciata, copiata e tradotta, da La Stampa ed e' li' che ne sono venuta a conoscenza.
   Sembra che l'articolo giornalistico, "news article", sia uno strumento obsoleto, che abbia fatto il suo tempo e che non sia piu' adeguato alla nostra epoca digitale ne' per chi lo deve scrivere e pubblicare, ne' per chi lo legge. E' una struttura rigida, che richiede troppa attenzione da parte del lettore, troppo tempo per capirlo, insomma non funziona piu'.
   Quindi? Quindi la Withrow sostiene che i media da quest'anno opteranno per "format" piu' dinamici che "pongono l'individuo al centro della storia e della notizia" (definita come "prodotto"). Queste le sue parole: "This year, we’ll continue to see forward-thinking outlets discard the news article in favor of more dynamic formats that place the individual at the center of the story and news product".
   Come si fa? Se ho ben capito si tratta di "plasmare l'articolo a seconda dei gusti del lettore" e dei suoi bisogni "nel corso della giornata". Come dire che la notizia viene servita zuccherata a colazione, poi con un po' di vinaigrette a pranzo, arrostita la sera. Oppure aggiustata su misura come un abito di buona sartoria o una scarpa fatta a mano. "We’ll better understand a person’s shifting needs throughout the day and mold our stories and story selection to those moments".
   Come non ci si puo' indignare nel vedere cosi' maltrattato il giornalismo? Non solo lo si vuole azzerare con l'informazione fai-da-te che imperversa - vera e falsa - sulla Rete. Ma anche si arriva a negare la sua stessa natura. La notizia non e' piu' un fatto da raccontare obiettivamente (dopo averlo possibilmente verificato) e divulgata sottoforma di articolo da leggere, ma una storia personalizzata, che ci sta comoda, che ci piace e soprattutto che non ci fa pensare. 

LA FOTO/ Non e' il lago di Como ma sono le Canarie

Gran Canaria, 4 Febbraio 2020


   Non e' il lago di Como in una uggiosa giornata di fine inverno, ma l'isola spagnola di Gran Canaria, il buen retiro di tanti europei in cerca dell'eterna estate. A volte anche in paradiso c'e' smog come in Val Padana e questo fenomeno si chiama Calima. Avviene quando tira vento da Est, cioe' dall'Africa.
   Questo vento di scirocco porta con se' sabbia del deserto e umidita' creando quindi questa foschia che copre il cielo e che si infila dappertutto sottoforma di pulviscolo giallo. Non sono sicura, ma penso l'etimologia della parola spagnola "calima" o "calina" abbia una parentela con 'caligine". E per i polmoni e' dannosa quanto l'aria di Milano nei giorni di alta pressione. E' un fenomeno unico delle Canarie e potrebbe essere all'origine delle famose dune di sabbia sahariana che si sono formate a Maspalomas, il promontorio nel sud di Gran Canaria.
   Secondo le leggende popolari, il Calima e' causato dai nomadi africani che sbattono i loro tappeti  quando tira vento verso l'arcipelago dell'Oceano Atlantico.
   Il fenomeno e' pero' tipicamente estivo, ma in questi giorni come nel resto d'Europa anche qui e' arrivata una eccezionale ondata di aria calda proveniente appunto dalle coste africane.

SLOW TRAVELLING/ La mia traversata Atlantica

Gran Canaria, 31 gennaio 2020


   "Perché si decide di affrontare una traversata atlantica a vela, impiegandoci mesi, quando in poche ore di aereo si possono raggiungere gli stessi posti?
Perché è il viaggio che conta, la meta serve solo a ricordarci che anche l’oceano, quell’oceano che ci sembra infinito e indomabile nelle notti di navigazione, finisce.
Perché si vuole affinare la nostra capacità di andare a vela, si vuole diventare marinai migliori, persone più forti, mettersi alla prova, imparare a prendere decisioni velocemente e sotto pressione. Non importa quale sia il motivo che vi spinge, sarà un’esperienza che non dimenticherete mai.” – 

Omero Moretti, 39 traversate atlantiche

   Ho letto che la traversata dell’Atlantico è il punto d’arrivo, l’esperienza culminante e anche il sogno più grande di ogni velista. Io ci sono arrivata all’inizio della mia “carriera marinara”, un po’ tirata per i capelli, consapevole di non essere all’altezza, ma sicura di compierla con un capitano di grande esperienza, il mio maestro di vela Keith Riley e su una barca, la sua, il Kinetic, che per mesi ha meticolosamente preparato per la navigazione oceanica.
L'arrivo a Sint Maarten (Antille Olandesi) il 24 dicembre 2020

   Detto ciò ci vuole ovviamente una piccola dose di incoscienza e la consapevolezza di accettare imprevisti e rischi che una navigazione di oltre 3 mila miglia comporta inevitabilmente. La preparazione è essenziale, ma ovviamente non serve a garantire un successo assoluto. Alla fine ci si improvvisa, ci si arrangia, ci si inventa per sopravvivere al meglio. Ed è qui che l’esperienza di un bravo marinaio entra in gioco.
   Prima di partire ho consultato un po’ di letteratura sull’argomento, tra cui Your First Atlantic Crossing di un certo Les Weatheriff, un manuale della traversata, che però è servito più che altro ad aumentare la mia paura. Non ho vergogna ad ammetterlo, ma quando siamo salpati dal porticciolo di Mogan, nel sud di Gran Canaria, mi sono chiesta onestamente se mai un giorno sarei ritornata a terra a a rivedere la mia amata barca che ho lasciato li' ormeggiata. E invece eccomi qui a scrivere dell’avventura, ancora incredula che abbia avuto il coraggio di fare una simile impresa.

Velisti solitari/ Cosi ho 'insonorizzato' Maneki

Santa Cruz de Tenerife, 2 novembre 2018

   Si dice che il trasloco sia una delle principali fonti di stress nella vita. Per chi ha una barca a vela invece lo è il disalberamento, quando si rimuove l’albero maestro dalla coperta con tutto il sartiame per fare lavori di manutenzione. Ovviamente c’è anche un altro tipo di disalberamento, quello in navigazione, ma questo è una vera tragedia.
   Innanzitutto è importante affidarsi alle persone giuste, non è un lavoro fai-da-te, ci vuole una gru semovente che arrivi fino a una banchina, possibilmente assenza di vento e di onde e soprattutto qualcuno che sappia come smontare boma e sartie in modo corretto.
   Ho fatto questo lavoro a Santa Cruz di Tenerife con la ditta Spinnaker, che ha una buona reputazione tra i velisti alle Canarie. L’albero della mia Maneki, 10 metri, è ‘piccolo’ rispetto alla media dei velieri e catamarani che si vedono qui, soprattutto ora che è la stagione della traversata dell’Atlantico, però richiede una certa attenzione in quanto ha oltre 40 anni e penso non sia mai stato smontato. 
   La mia intenzione era di cambiare le sartie rettificando anche la lunghezza del nuovo strallo che avevo sostituito ad aprile a Gran Canaria in seguito a uno sciagurato incidente con il travel lift nella rimessa di Puerto di Mogan.
   Inoltre desideravo fortemente eliminare il fastidiosissimo “clang clang” dentro all’albero causato dai cavi elettrici e dell’antenna che sbattevano sul metallo quando navigavo e quando ero all’ancora. Il rumore all’interno della cabina di prua dove dormo era a volte veramente insopportabile. Non penso di essere la sola ad avere avuto un albero rumoroso. Quando sono all’ancora mi capita di udire gli stessi “clang clang’ che non sono provocati dalle drizze che sbattono, ma da cavi che penzolano dentro l’albero maestro.

    Ho avuto la fortuna inoltre di essere nella marina di Puerto Chico, nella Darsena Pesquera di Tenerife, dove c’è anche il varadero (cantiere navale) della ditta Spinnaker che ha fatto il lavoro. Hanno una officina nel cantiere e tutto quello che serve sul posto. E se manca qualcosa come nel mio caso, i giunti a T delle sartie che si agganciano all’albero, hanno un sistema rapido di consegna dal ‘continente’. I miei giunti, per il mio Janneau, sono arrivati dalla Francia. 
   Lo stress è quindi più psicologico, l’istante in cui il piede dell’albero si stacca contemporaneamente all’avvolgifiocco (io avevo il compito di tenere il furlex dal tamburo durante l’inclinazione verso la posizione orizzontale) è abbastanza traumatico, ci si rilassa soltanto quando ritorna al suo posto una settimana dopo.
   Una volta disalberato ho riportato Maneki in marina e poi sono subito ritornata al ‘capezzale’ dell’albero maestro che nel frattempo era stato trasportato su due carrelli all’interno del cantiere dove era stato separato dall’avvolgifiocco.
   Il primo lavoro è stato quello di smontare il piede (trapanando i rivetti). Dentro c’era una grande quantità di sporcizia (chissà come c’era finita) e polistirolo. Ho scoperto infatti che in origine l’albero di Maneki era rivestito di polistirolo, un ottima idea per insonorizzarlo, che però con gli anni si era sbriciolato. In un momento di disperazione, non riuscendo a dormire, avevo pensato io stessa di “inserire” del polistirolo per fermare il “clang clang”. Ma l’unico buchetto a disposizione era quello dove c’è la spinetta di blocco dei garrocci nell’inferitura della randa. Avevo provato addirittura con un palloncino, dopo aver letto sul web, che si poteva infilare il palloncino sgonfio dentro il buchino e poi gonfiarlo in modo che bloccasse i cavi penzolanti. Ma il problema è che il ‘clang clang’ era a livello delle crocette, probabilmente quando i fili urtavano la barra orizzontale passante dentro l’albero maestro che regge le crocette. 
   Insomma alla fine questa è stata la soluzione inventata da Diego, il ‘rigger’ di Spinnaker: un tubo di pvc da fissare nella parte opposta dell’inferitoia dove far passare i quattro fili, luce in testa d’albero, luce di coperta, windex e antenna VHF. L’unico problema era come fissarlo all’interno. La soluzione è stata con dei lunghi, esattamente sei, ‘sparati’ dall’esterno dopo aver cercato di appiattire il tubo appesantendolo dall’interno infilando un paio di sartie di acciaio e in metà “afferrandolo attraverso i buchini del portalampade della luce di coperta. Non è stato facile ma dopo alcune ore di lavoro, il tubo era saldamente piazzato all’interno dell’albero.

Gomera, il museo di Colombo 'politically correct'

San Sebastian de La Gomera,  8 Ottobre 2019

    L'isola di Gran Canaria e quella de La Gomera rivendicano entrambe il merito di aver ospitato Cristoforo Colombo prima che cominciasse il suo viaggio verso le Indie nel 1492.  A scuola ci insegnano che il grande esploratore salpo' da Palos (attualmente sulla frontiera tra Spagna e Portogallo) alla volta del Nuovo Mondo, ma in realta' da li' si diresse alle isole Canarie, che erano spagnole per gli ultimi  prepararativi prima dell'impresa.  Mentre Tenerife non offriva una buona base, perche' pare la popolazione indigena era ostile agli spagnoli, i porti di Las Palmas di Gran Canaria e quello di San Sebastian de La Gomera garantivano un buon approdo e soprattutto approvigionamenti e abbondante ciurma da arruolare.
   Entrambe le citta' canarie hanno allestito una casa-museo dove l'ammiraglio Cristobal Colon (cosi' lo chiamano qui mettendo in dubbio le sue origini italiane) sarebbe stato ospitato per alcune settimane in attesa che le caravelle fossero pronte per la spedizione. Si tratta di edifici appartenenti a nobili spagnoli che all'epoca amministravano le isole.
    A Las Palmas la "casa di Colon" si trova nel piu' bel complesso del quartiere storico di La Vegueta.  Si dice che era la casa del governatore, in parte poi ricostruita e ampliata e quindi trasformata in uno splendido spazio espositivo dedicato alla conquista delle Americhe. Negli splendidi sotterranei del palazzo, un po' in disparte, c'e' invece una esisbizione di arte pre colombina di oggetti delle antiche civilta' pre-ispaniche, a testimonianza che c'era qualcosa pruima della "scoperta".
   A San Sebastian de La Gomera esiste un'altra "casa de Colon", ma molto piu' piccola e senza nulla che ricordi il famoso esploratore. Non c'e' biglietto di ingresso e gli unici oggetti esposti, a pian terreno, appena si entra, sono delle terracotte dell'epoca pre colombina in particolare della civilta' Chimu' (Peru'), conquistato dall'impero inca prima dell'arrivo dei conquistadores. Una scelta decisamente piu' 'politically correct'.
     La rivalita' con la Gran Canaria e' evidente. Il custode del museo mi ha precisato che Colon si fermo' qui per il suo primo viaggio. A Las Palmas invece sosto' nei viaggi successivi, ma "loro sanno vendersi meglio", sono le sue parole. Il motivo, secondo lui, era che San Sebastian era un porto piu' attrezzato, c'era una caravella da riparare, e poi forniva piu' scorte alimentare e acqua di ottima qualita'. A La Gomera, inoltre l'ammiraglio inoltre aveva una "amica", cosi' l'ha definita il custode, la contessa Beatriz de Bobadilla y Ossorio, nipote della consigliera della regiona Isabella di Castiglia, la sponsor di Colombo.
    La nobildonna era diventata la "signora della Gomera", per lei un 'confino' dato che si narra che sia stata obbligata a sposarsi con un nobile nell'isola piu' remota del regno spagnolo come punizione per una sua presunta "vicinanza" con il marito della stessa regina, re Fernando. Questa e' ovviamente la leggenda...Pare inoltre che la contessa Beatriz, rimasta vedova, sia stata una vera tiranna per la gente de La Gomera.
    Sto leggendo una ricostruzione dei diari di bordo tenuti da Colombo nei suoi quattro viaggi, spero di trovare qualche informazione piu' precisa e di prima mano sulla vera casa di Colon.

Gomera, storie di Madonne e di conquistadores

San Sebastian de La Gomera,  10 Ottobre 2019  

    La leggenda narra che dei marinai su un galeone diretto alle Americhe avessero visto una luce fortissima su un promontorio a nord del porto spagnolo di San Sebastian de la Gomera. Incuriositi sono scesi a terra e hanno trovato tra le rocce una statuetta della Vergine. L'hanno presa e caricata a bordo pensando forse che era di buon auspicio. Invece no, non sono riusciti ad andare oltre l'isola della Gomera. Quindi l'hanno riportata al suo posto e avvertito del fenomeno il governatore locale che immediatamente fatto costruire un cappella per ospitare la Madonnina. Cosi' nel 1542 e' nata l'Ermita di Puntallana (l'Eremo di Puntallana) e il culto della Virgen de Guadalupa come patrona della Gomera che viene adorata ogni anno nel primo lunedi' di  ottobre. Mentre ogni cinque anni si tiene una grande processione in mare chiamata "bajada", cioe' una "uscita in barca" della statua dall'eremo alla vicina citta' di San Sebastian).
La Vergine di Guadalupe, una Madonna 'morenita', meticcia, la cui origine  e' legata a una apparizione in Messico all'epoca dei conquistadores, e' una delle figure piu' importanti nella tradizione reliogiosa sudamericana. Anzi, pare sia stata funzionale anche alla stessa evangelizzazione del continente americano. L'atzeco che nel 1531 ha ricevuto l'apparizione della Madonna e' stato santificato 17 anni fa da Giovanni Paolo II durante una sua visita pastolare in Messico.
Ho letto che secondo gli storici la statuetta della Vergine gomerese (diversa da quella originale di Guadalupe perche' tiene in braccio il bambino, mentre quella messicana e' incinta) sarebbe un opera fiamminga forse da Siviglia. La connessione con Guadalupe non e' chiara, forse il conte della Gomera aveva delle conoscenze tra i nobili spagnoli che si erano stabiliti in Messico. Ovviamente essendo la Gomera l'ultima isola sulla rotta delle Americhe, tanto da chiamarsi oggi l'isola colombina, aveva una speciale relazione con il continente sudamericano.
   Durante la processione la gente si esibisce in danze locali al ritmo di tamburi e delle grosse nacchere, chiamate "chacharas", molto probabilmente appartenenti alla tradizione pre ispanica dei guanci o dei berberi.
   La strada e poi il sentiero per Puntallana, circa 10 km, e' costellata di strapiombi che scendono in un promontorio piatto ricoperto di una pianta autoctona che si chiama Euphoria.

Slow Sailing/Da Tenerife a La Gomera


San Sebastian de La Gomera, 3 ottobre 2019

   La traversata da Los Gigantes a San Sebastian de La Gomera (17 miglia nautiche, 241 gradi (C) ) è stata abbastanza dura per via della ´zona di accelerazione' che si incontra poco prima di arrivare a destinazione. Malgrado avessi letto di queste zone e addirittura avevo una descrizione grafica nel mio Portolano (che e' vecchio di 20 anni ma il vento e le correnti non cambiano) ci sono finita dentro e nella maniera peggiore, cioe' impreparata.
E´come quando in casa la corrente d'aria fa sbattere violentemente una finestra. Quando te ne accorgi che sei in mezzo a uno di questi 'spifferi' che si creano tra le imponenti montagne vulcaniche di queste isole e' troppo tardi.
Di fatti sono stata sorpresa in bikini, con 30 metri di lenza (stavo pescando) e un genoa troppo grande per i 25-30 nodi di vento. Ho lottato per una ora con la barca sbandata e senza poter scendere a prendermi una giacca o almeno il giubbotto di salvataggio.  Sono riuscita a recuperare la lenza, mentre tenevo il timone con una gamba (il pilota automatico non era in grado di tenere la barca dritta). Poi per fortuna, cambiando un po' rotta e avvicinandomi alla costa, sono uscita dalla zona "maledetta".
Arrivata al porto di San Sebastian (nella foto presa dall'alto), l'unica marina dell'isola, il vento era del tutto cessato e anche l'onda. Sono entrata trionfalmente scattando pure delle foto, contenta della mia seconda traversata. 

Slow Sailing/Los Gigantes, il porto sotto i 'giganti' di pietra

Los Gigantes (Tenerife), 28 Settembre 2019

   Il mio primo impatto con Tenerife non e´stato molto positivo. La marina dove sono approdata, San Miguel, all`estremita`sud-est, non ha nulla di esaltante, mentre la popolare spiaggia di San Cristianos, la "Las Vegas di Tenerife", e' un ghetto turístico low budget. Addirittura malfamato: mi hanno sconsigliato di lasciare incustodito  il kayak sulla Playa de Las Vista. Ho messo l'ancora nella baia, riconoscibile da una sorta di monumento-fontana su uno spuntone roccioso al centro, abbastanza brutto per la verita', e comunque non funzionante. Sono scesa a terra solo di giorno per esplorare il porto dove arrivano anche i traghetti dalla vicina isola de La Gomera. Ma al cinema serale ho dovuto rinunciare perche' appunto mi hanno vivamente sconsigliato di 'parcheggiare' il kayak sulla riva.
Dopo un paio di giorni sono ripartita per l'esplorazione della costa sud occidentale. Sono arrivata fino a Los Gigantes, "ultima spiaggia' dove la  costa diventa piu' selvaggia e decisamente meno cementificata. Da Los Cristianos sono circa 9 miglia marine, in assenza quasi sempre di vento. Tutto questo tratto di costa e'  al riparo dagli alisei del Nord-Ovest.
    Il porticciolo di Los Gigantes sorge a lato di una serie di impressionanti scogliere di 800 metri di altezza. i 'giganti' appunti ed e`praticamente semideserto. Ho visto solo 4 o 5 barche a vela, la maggior parte chárter. Penso di essere stata la sola a stare sulla barca nel mio pontone. Una tranquillita' assoluta e gradita dopo le notti assordanti a Los Cristianos.

   La costa da qui fino a Punta Teno (che e' un parco naturale quindi intatta) e' spettacolare per la maestosita' e i colori del mare. Tra Los Gigantes e il porto di pesca di Santiago c'e' anche una ´piscina naturale', chiamata Charco de Isla Cangrejo, una vasca ricavata nella roccia vulcanica e chiusa da un muretto sul lato del mare aperto.
Facendo un po' attenzione (ci sono stati casi di incidenti mortali) si puo' distendersi sul bordo e lasciarsi colpire dalle onde che riempiono la vasca di schiuma luccicante. Un'esperienza davvero particolare e completamente gratuita.


Slow Sailing/ Da Gran Canaria a Tenerife

Los Cristianos (Sud di Tenerife), 232 settembre 2019

   Ancora non mi rendo conto che ce l’ho fatta ad uscire dalla “gabbia” , come ho soprannominato la costa sottovento di Gran Canaria, dove non arrivano i potenti alisei del Nord-Est che invece si incuneano come in un imbuto tra le isole formando le ‘zone di accelerazione”.
   Sono nel Sud di Tenerife, ancorata davanti alla popolarissima spiaggia di Los Cristianos e sto riflettendo sulla mia prima traversata in solitaria.

   Sono partita da Puerto de Mogan, Gran Canaria, nella notte tra venerdì e sabato approfittando di una finestra meteo di 24 ore, resa possibile dal cambiamento di direzione dei consueti venti da Nord-Est. In quei giorni infatti il vento soffiava da Ovest e quindi la zona di accelerazione era meno potente perché “protetta” dal vulcano di Tenerife (3,700 metri). Invece dei soliti 30-40 nodi di vento e onde di 2-3 metri, c’era un Forza 4-5 (11-16 nodi), che per veleggiare con vele piene (non terzarolate) è un vero piacere. Di fatti la traversata, circa 12 ore, è stata uno sballo per me e per la mia barca. Il vento, indebolito, ma costante, da Nord-Est mi ha permesso di seguire una rotta lineare, senza deviazioni, tutta al traverso, che è l’andatura migliore per la mia barca. 
   Ho usato il motore soltanto un paio di ore quando sono partita di notte per raggiungere il canale tra Gran Canaria e Tenerife e poi nel pomeriggio altre due ore quando ero a circa 15 miglia nautiche dalla Marina San Miguel, mia destinazione finale, ed e’ calato del tutto il vento. Se posso paragonarla con altre attivita’ sportive, è stata come una lunga cavalcata a briglie sciolte. Come se davvero Maneki fosse riuscita a scappare da una gabbia dove era rinchiusa da mesi e che ormai conosceva a menadito. Certo la “gabbia” mi è servita per imparare e allenarmi, ma da un po' cominciava a starmi stretta. 
   Ma – va sottolineato mille volte - ho dovuto aspettare le condizioni favorevoli, che sono una eccezione nel canale tra Gran Canaria e Tenerife dove il vento è quasi sempre Forza 7 con raffiche di oltre 40 nodi nel tratto centrale.
   È la prima volta che sono a Tenerife e non conosco quasi nulla di questa isola a parte il vulcano Telde, la cui silhouette si ammira al tramonto da Gran Canaria e che d’inverno spunta con la cima innevata sulla linea dell’orizzonte.
   Ho scelto la Marina San Miguel perché mi hanno detto che appartiene allo stesso gruppo del Puerto di Mogan ed è simile, ma è stata una delusione. Nulla a che vedere. La marina è molto trascurata e degradata. Curiosamente c’è lo stesso sottomarino giallo, famosa attrazione turistica, che c’è a Mogan. Inoltre è la base di una scuola di vela del brevetto Rya. Anche i dintorni sono un po’ deludenti, vicino c’è il secondo aeroporto di Tenerife Sud, e lo sviluppo edilizio è in piena espansione. La costa è punteggiata di resort con piscina, ma in alcuni tratti ci sono ancora delle belle calette dove si puo’ scendere dal sentiero del lungo mare. Il porticciolo di Los Abrigos è l’unico posto rimasto incolume ed è gradevole anche se soffocato dal cemento. La chiesetta, probabilmente costruita dagli spagnoli, sopravvive tra i palazzi, tra cui un vero ecomostro rimasto incompiuto, c’è solo lo scheletro di cemento.
   Tenerife è come un triangolo. Il lato orientale dove sono sbarcata è quello più ventoso, mentre il lato meridionale è quello piu’ turistico perché è più caldo e non c’è vento.
   Mi hanno consigliato di ancorare nelle baia di Los Cristianos, a sud ovest,  che è tutta sabbiosa. La spiaggia è molto grande in effetti ed è circondata da locali alla moda. Di fianco c’è un porto dove partono i traghetti per la Gomera, l'ultima tappa di Colombo prima del suo viaggio verso le Indie.
   A Tenerife si parla praticamente italiano…i connazionali qui sono la comunità più grande di stranieri. Sara' un caso, ma mi hanno sconsigliato di lasciare il mio kayak in spiaggia, soprattutto di sera.   

In ¨patera´ alle Canarie, la disperazione dei profughi africani

Arguineguin (Gran Canaria), 19 settembre 2019

   Quella che vedete nella foto e´una ¨patera´, un ´´barcone´´ usato dai pescatori sulle coste marocchine  Questa imbarcazione appartenuta a un certo Mbarka, un cognome magrebino forse comune, e´stata avvistata mercoledi´a pochi chilometri dalla costa meridionale di Gran Canaria con a bordo un gruppo di migranti. E´stata intercettata dalla barca arancione del Salvamento Maritimo che l´ha portata al porto di Arguineguin. Leggo sulla stampa locale che sulla ´patera´ viaggiavano 15 disperati, tra cui una donna. Tutti sono stati accolti dalla Crioce Rossa locale e a quanto sembra erano in buona salute. E´ l'ennesimo barcone di migranti che arriva sulle coste dell'arcipelago spagnolo in questa estate. Soltanto dal Primo di settembre 291 profughi sono arrivati su 12 pateras e 3 caiucchi, da agosto sono 613.
   Come avevo gia´ scritto su queste pagine, la chiusura dei porti nel Mediterraneo ha riaperto la via delle Canarie. L'arcipelago e´a 200 km circa dalle coste africane e gli alisei soffiano costantemente in direzione sud-ovest.
    Ho fotografato questa 'patera' perche´ e' stata ormeggiata a una ventina di metri dalla mia barca ancorata vicino all'ingresso  porto di Arguineguin. A guardarla immagino il lungo viaggio per mare, non penso abbiano avuto un motore, non vedo manco un timone. In pratica e´una tinozza dalle sponde molto alte che e' stata gettata  nell'oceano Atlantico sperando che le correnti e i venti la spingano fino a una delle sette isole dell´arcipelago spagnolo. Se si calcola bene la rotta,  grazie alla corrente oceanica caraibica, quella che porto´Colombo, qualsiasi cosa che galleggi prima o poi arriva alle Canarie. Certo non riesco manco ad immaginare l'odissea delle 15 persone stipate a bordo e neppure la abissale disperazione che li ha spinti ad affrontare un simile viaggio. 

Incendio Gran Canaria, addio pineta di Tamadaba


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Gran Canaria, 20 agosto 2019 

   Una settimana fa sembrava circoscritto il fuoco nel centro-ovest di Gran Canaria, poi qualche giorno fa e´ripartito complice un grande vento e il caldo rovente. Da quanto ho capito, il rogo avanza cosi´velocemente che é impossibile fermarlo. La chiamano "tormenta di fuoco" e corre lungo i "barrio", le profonde vallate che scendono a raggiera dal centro dell´isola fino alla costa. In questa stagione i "barrio" sono ricoperti da cespugli rinsecchiti, agavi e cactus. Poca cosa da bruciale, eppure le fiamme continuano ad avanzare verso ovest e sud nonostante il dispiegamento di elicotteri, idrovolanti e centinaia di persone, tra volontari, "bomberos" (i vigili del fuoco) e altro personale inviato dalla "peninsula".
   A farne le spese e´stata la `pineta´di Tamadaba (la foto e' stata scattata da me qualche mese fa nel punto piu' alto dove si vede Tenerife), sul lato occidentale, autentico polmone verde dell'isola che ha una scarsissima vegetazione a causa della mancanza di piogge. La foresta. popolare meta di picnic e trekking, si estende per 7.500 ettari ed e´stata dichiarata Riserva della Biosfera dall´Unesco. E' quasi tutta ridotta in cenere. Gli esperti dicono che ci vorra´almeno dieci anni per riportarla alle condizioni precedenti il rogo.
    Poi ci sono i disagi per la popolazione, finora sono 9 mila gli evacuati dai villaggi sperduti nelle vallate, sono agricoltori e pastori che abitano nelle meravigliose "finca" in stile canario, delle abitazioni scavate nelle rocce vulcaniche, di cui e´visibile solo la facciata.
    Da ieri mattina una nube di fuliggine nera e' arrivata sulla costa, anche al puerto de Mogan, mentre il calore e´insopportabile. Non e´ il caldo normale di agosto, e´ quello del fuoco che arde a circa 80 km di distanza con fiamme che toccano i 50 metri di altezza. Ieri notte si vedeva una cortina di fumo  arancione dietro le cime rocciose.
    Ovviamente In questi giorni non si parla d´altro. La gente e´ costantemente con gli occhi alla televisione e ai social, preoccupata per parenti e amici che abitano nelle zone colpite.
    In un bar, ottimo posto per sondare i sentimenti della gente , ho visto in diretta la conferenza stampa del presidente canario Angel Victor Torres, in camicia bianca senza cravatta, circondato dai tecnici. Le ultimissime notizie sembrano buone, il vento non soffia piú da stamane e nei prossimi giorni le temperature dovrebbero scendere. A quanto pare solo un cambio nelle condizioni meteo puo' fermare il disastro, non l'azione umana. Come dire che si e' nelle mani di Dio.
    Sui giornali intanto si da´ la colpa al cambiamento climatico, ragione facile e comoda da sostenere. In realta´come mi hanno spiegato, la colpa e´del progressivo svuotamento demografico delle montagne a favore della costa dove domina la ricca industria turistica. Cosi´ i ¨"barrio" sono rimasti incolti e pieni di sterpaglie. Basta una scintilla, come quella di uno smerigliatore che secondo i giornali avrebbe causato il primo focolaio due settimane fa, per scatenare un inferno di fuoco soprattutto quando il vento soffia forte dall´oceano Atlatico.    

Kashmir, la grande industria dietro la decisione di Modi di revocare l'autonomia?

Gran Canaria, 9 agosto 2019
   Il 5 agosto il Parlamento indiano ha sospeso la legge che garantiva uno speciale statuto autonomo alla regione del Kashmir, il territorio che per il diritto internazionale è ‘conteso’ tra India e Pakistan (e Cina se vogliamo essere precisi) e dove si sono combattute quattro guerre. Per New Delhi la regione faceva parte amministrativamente dello Stato di Jammu e Kashmir, che comprendeva la valle di Jammu (a maggioranza indù), il Kashmir (musulmano) e più a nord est il Ladakh (buddista). Nello stesso tempo con una nuova legge sono state create due nuove entità (‘Union Territories’), Jammu e Kashmir e il Ladakh. Si tratta di un “downgrade” da Stato a Union Territory che non ha precedenti nella storia moderna indiana.
   La decisione, presa dal governo indù nazionalista del Bjp, era nell’aria da parecchio tempo. Lo stesso premier Narendra Modi, rieletto lo scorso maggio con largo consenso popolare, lo aveva promesso nella sua agenda elettorale. Perfino in certi ambienti dell’opposizione del Congresso, il partito della famiglia dei Gandhi, erano d’accordo, tanto che alcuni parlamentari hanno votato a favore creando una nuova frattura, forse mortale, nello storico partito dell’italo indiana Sonia e di suo figlio Rahul.
   L’articolo della Costituzione indiana che è stato abolito è il 370 e appartiene alle ‘norme temporanee e provvisorie’ della carta costituzionale del 1947. All'epoca doveva essere sostituito da qualcosa altro, che non c’è mai stato. È quindi diventato lo status quo. Come lo è la cosiddetta Linea di Controllo (Loc), il fronte su cui sono schierati gli eserciti, che serve di fatto come frontiera. Sono quelle situazioni così ingarbugliate e così sensibili in cui per il quieto vivere nessuno osa toccare nulla.
   Ma il leader Modi, che passa per un decisionista, ha voluto alterare questo equilibrio precario. Che succederà ora? Come quando si getta un sasso nello stagno le conseguenze possono essere a catena.

- Il Pakistan è andato su tutte le furie, ma a livello internazionale gode di scarsissimo appoggio soprattutto con l’amministrazione Trump e con l’alleato cinese interessato piuttosto a stabilizzare la regione a vantaggio della sua nuova via della Seta. Non so fino a che punto la Cina puo’ spendere energia per sostenere la causa del Kashmir.
- I kashmiri, che sono i diretti interessati, non sono stati interpellati. Anzi New Delhi ha bloccato telefoni e internet e schierato l’esercito in strada. Cosa che l’India è abituata a fare da decenni quando intende riportare l’ordine o fermare le rivolte nella regione. Sono stata molte volte a Srinagar e ogni volta ho avuto la netta sensazione che la gente era ostaggio del conflitto con l’India alimentato dai vari movimenti separatisti. Ho avuto il sospetto che la gente comune non desiderasse altro che vivere una vita normale senza blocchi stradali e senza continui scioperi, spesso ‘imposti’ dagli attivisti kashmiri. I musulmani del Kashmir, forse, non sono molto diversi dalla minoranza mussulmana (20 per cento della popolazione indiana ovvero 250 milioni di persone) che vive pacificamente nel resto del subcontinente. Senza contare che i kashmiri nel resto dell’India e all’estero hanno dei ricchi business grazie alle loro doti di commercianti.
- Cosa significa per l’India? Su molta stampa internazionale, la revoca dell’articolo 370 è stata spiegata come l’intenzione di ‘colonizzare’ il Kashmir e creare uno stato basato sulla religione indu’ e non piu’ laico come voluto dal padre della nazione Mahatma Gandhi. Puo’ essere vero, ma penso che nelle intenzioni del governo c’è piuttosto la volonta’ di mettere le mani sopra un territorio ancora ‘vergine’ con grosse potenzialita’ turistiche. Una delle piu’ importanti norme che derivavano dall’articolo 370 era quello di impedire la compravendita di immobili a non kashmiri. Da ora in poi un investitore di New Delhi o di Mumbai potra’ comprare terreni o alloggi nella valle. Il che significa quindi dare il via alla cementificazione del Kashmir, il “paradiso terrestre’ come lo chiamo’ nel XV secolo l’imperatore mugal Jahangir. Molti sponsor del premier Modi sono industriali del Gujarat, e molti altri si sono aggiunti nella sua crociata per ammodernare l’India. Non so quindi fino a che punto ci siano motivazioni religiose o ideologiche dietro questa mossa. Ci vedo piuttosto la rapacità del grande capitale.

- Il Ladakh, il ‘piccolo Tibet indiano” è per me uno dei posti più affascinanti dell’India e mi sembrava ingiusto che non avesse alcuna rappresentazione politica. Lo stato di Jammu e Kashmir ha da sempre ignorato l’esistenza della regione, vuoi perché è isolata vuoi perché è popolata da appena 270 mila persone, per di più buddiste. Il Ladakh quindi guadagna la propria autonomia e di fatti a Leh, la capitale, hanno esultato, in quanto era da tempo che lo chiedevano. Va precisato che diventare Union Territory (senza parlamento locale) significa essere amministrato direttamente dal Centro. A maggior ragione in Ladakh si apriranno le porte per i grandi investimenti in particolare nel turismo, che è già una delle risorse principali. Lo stesso Modi, nel discorso alla nazione ieri sera, lo ha detto chiaramente: “ Ladakh has the potential to become the biggest center of Spiritual Tourism, Adventure Tourism and Ecotourism”. 
Voila’ il Kashmir è servito su un piatto d'argento.

Due ore di canoa, due chili di plastica

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 5 agosto 2019

   Questa e' la fotografia della plastica che ho raccolto in mare ieri pomeriggio in due ore di canoa da Puerto di Mogan alla spiaggetta di Perchel. Lo chiamano "plogging", si tratta di raccogliere spazzatura mentre si pratica uno sport e a quanto pare e' molto trendy, tanto  che stanno nascendo associazioni un po' ovunque.
Io lo faccio da sempre per amore del mare, ma e' la prima volta che mi capita di raccogliere cosi' tanta plastica qui nell'oceano Atlantico. Si tratta di rifiuti lasciati dalle barche dei turisti e dai pescatori, non penso arrivi da molto distante. In questi giorni c'e' un gran vento e quindi forse si formano delle 'correnti' di spazzatura, potrebbe essere una spiegazione. Oppure, cosa che temo, sono aumentati gli scarti plastici. 
   Facendo una analisi di cosa ho trovato prevalgono i sacchetti di plastica, purtroppo quelli pseudo "riciclabili" che si disintegrano in mille pezzi impossibili da raccogliere, bicchieri monouso e tappi di bottiglia. E poi involucri plastificati per il cibo, preservativi, giocattoli, accendini, una palla da tennis e una ciabatta infradito. In totale un paio di chili che ho sistemato in un grande sacco trovato anche quello in acqua.
   Ovviamente la mia raccolta e' l'equivalente di una goccia....nell'oceano. Comincio a dubitare che se anche tutti gli esseri umani si mettessero a raccogliere la plastica liberata nell'ambiente, non ce la farebbero a raccoglierla tutta.
   L'unica soluzione e' non produrre piu' plastica, ma si preferisce invece inventare nuova 'plastica biodegradabile", come se fosse possibile, o trovare nuovi modi di distruggerla, sapendo benissimo che non e' possibile.
   Purtroppo l'attenzione del mondo e' oggi sul cambiamento climatico, problema grave certo, ma nulla al confronto delle tonnellate di plastica che ogni giorno compriamo e  che inevitabilmente finiscono nella terra e nei mari.     

Slow Travelling/ Alla scoperta della via Emilia


Parma, 28 luglio 2019

   Ammetto di conoscere poco l’Italia, di sicuro ho viaggiato più in Tamil Nadu che nell’Emilia Romagna. Ma la mia passione per lo ‘slow travelling’ fa sì che qualsiasi posto che attraversi, anche la parte più industrializzata della Pianura Padana, si trasformi in una affascinante scoperta di luoghi e di persone.

   Si prenda la via Emilia, per esempio. Una delle famose strade consolari romane che va da Piacenza a Rimini. Già contraddice il famoso detto “tutte le strade portano a Roma” perché inizia dall’avamposto romano di Ariminum (Rimini), dove finisce la Flaminia, che è di qualche decennio prima. E poi, a leggere la storia, sembra essere stata determinante per il successo dell’impero romano perché’ ha segnato la conquista del bacino del fiume Po, quello che era la Gallia Cisalpina. Il che ha significato terra fertile e acqua in abbondanza per l’espansione colonialistica di Roma.
   Sto leggendo in questi giorni “Prisoners of Geography” del giornalista Tim Marshall, dove la storia del successo (o insuccesso) degli Stati viene letta attraverso la lente della geografia, cioè della presenza di montagne, fiumi o terre fertili. E si capiscono molte cose del mondo di oggi.
   La stessa lettura la si puo' applicare alla arteria fatta costruire nel primo secolo avanti Cristo dal console Marcus Aemilius Lepidus. L’anno di completamento sarebbe stato esattamente il 187 AC. In quella data sono state fondate anche le principali città lungo la strada, come Imola, Bologna, Modena, Reggio nell'Emilia, Parma, Fidenza e Piacenza Come è ben noto, i romani spedivano coloni a prendere possesso delle nuove terre, o semplicemente ci mettevano i soldati che le avevano conquistate, dopo aver costruito le infrastrutture di base, ovvero strade, ponti e acquedotti.
    La via Emilia, che sullo stradario e' la SS9, ancora oggi ripercorre lo stesso tracciato per 260 km. Tutta in pianura, costeggia l’Appennino, attraversa diversi affluenti del Po. C’è ancora un ponte in piedi, il ponte di Tiberio a Rimini, mentre un altro, il ponte di Teodorico, è venuto alla luce durante scavi in una via di Parma.
    Dopo 2 mila anni il tracciato della via Emilia è servito per costruire nell’Ottocento la ferrovia Milano-Bologna e poi l’autostrada A1. Il territorio che attraversa, l’Emilia Romagna, è la più ricca regione italiana insieme alla Lombardia. Ed e' anche una mecca eno-gastronomica. Chissà se una analoga strada consolare tra Salerno e Reggio Calabria avrebbe potuto cambiare i destini del Meridione.
   Oggi nessun automobilista o motociclista si sogna di percorrere tutta la via Emilia quando con l’autostrada di fianco si risparmia tempo e anche le multe degli autovelox dei centri urbani. Io l’ho fatta in moto alla media di 50-60 km all’ora, nei picchi dell’ondata di caldo africano di questi giorni, fermandomi a ogni bar Sport per una sosta rinfrescante, ed è stato abbastanza avventuroso. Oltre che affascinante per l’idea di percorrere fisicamente su due ruote un pezzo di storia millenaria.

SENTIERI PERDUTI/La mulattiera da Bracchiello a Ceres


Val d’Ala (Torino), 15 luglio 2019

   Sono anni che sento il solito ritornello  che “le mulattiere della valle di Lanzo sono abbandonate” e che la ‘montagna stava morendo”. Sara’ la crisi oppure un moto d’orgoglio del Cai piemontese, fatto sta che i percorsi sono stati ora riaperti e ripristinati a beneficio degli escursionisti.  

   Ho percorso il sentiero 261, riaperto questa estate dagli alpinisti del Cai di Lanzo, che va da Bracchiello a Ceres (in realta’ da Monti Di Voragno diventa 241). Circa un paio di ore andando piano, quasi tutto al medesimo livello, eccetto quando si scende da Monti di Voragno (973 metri) a Ceres (730 m). Si tratta di una passeggiata facile, ma che in alcuni tratti richiede un po’ di attenzione in quanto si costeggiano dei dirupi e il sentiero a volte è occupato da grossi tronchi caduti da sopra.
   Per la maggior parte si cammina in un fitto bosco di castani, dove la luce filtra a mala pena, che si apre di tanto in tanto su degli alpeggi dove si trovano diverse baite. Con mia ulteriore sorpresa, e per sfatare il ritornello di cui sopra, molte sono state ristrutturate e pare ci abiti qualcuno.

 Il villaggio di Monti di Voragno (990 m) per esempio, sembra una cartolina. Una vecchia grangia, l’Aran, è abitata da ragazzi. E poi piu’ o meno a meta’ si trova una meravigliosa scala intagliata nella roccia. Quando quelle montagne erano ancora produttive era stata forse stata realizzata dai pastori o agricoltori che usavano il sentiero come via di comunicazione, non a scopo ricreativo come ai giorni nostri.
Lungo il percorso si trovano anche altre curiosità come una cava di calce. A quanto pare fino a pochi anni fa l’estrazione della calce era una attività lucrativa da queste parti.
   Prima di arrivare a Pian di Ceres si trova la cappella degli Appestati, detta così perché si riunivano i valligiani all’epoca dell’epidemia. All’interno c’è un bell’affresco di una Madonna e di un Cristo in croce realizzato da un frate dell’abbazia di Novalesa. Lì vicino c’è anche una vecchia grangia restaurata sempre dal Cai Lanzo.

    Volendo con il sentiero 241 si sale al Monte di Santa Cristina (1342), dove sorge un santuario dedicato alla santa martirizzata a Bolsena. Il 24 luglio si tiene la processione lungo la mulattiera a gradini.

Slow Travelling, il kebab di Parma

Parma, 30 luglio 2019

    Nel mio lento viaggio lungo la via Emilia mi sono fermata a Parma per la notte. Non c'ero mai stata. Nel mio immaginario da emigrata, Parma avrebbe dovuto essere una 'top destination" per il palato.  Il prosciutto di Parma, il parmigiano...la genuinita' piu' assoluta. E' pure la sede dell'Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa). Mi aspettavo salumerie traboccanti di prosciutti e formaggi.  Un profumo di 'crudo' appena tagliato che pervadeva le strade. Insomma appena ho visto il cartello stradale "Parma" mi e' venuta subito l'acquolina in bocca.
    Ho parcheggiato la moto nelle vicinanze della stazione, che e' a due passi dal centro storico pedonale.  E li' ho cominciato ad accorgermi della grande fregatura. Di prosciutto manco l'ombra, neppure in foto. Ho visto solo fast food di kebab e pizza al taglio. Quelli che si trovano in ogni citta' del mondo.  Almeno a Genova vendevano la focaccia genovese. Invece qui solo kebab e al massimo pollo. Nessun ristorante tipico e assolutamente nessuna salumeria.
    Per carita' non ho nulla contro le kebaberie. Mi sono fermata a mangiare un panino e ho avuto una piacevole conversazione con il gestore tunisino sul caldo africano. "Manco in Africa c'e' questo caldo" mi ha detto ridendo. Poi sono entrati altri clienti, africani e asiatici, un gruppo di turisti russi che voleva a tutti i costi delle birre, mettendo in imbarazzo il gestore, probabilmente un pio mussulmano oppure semplicemente senza licenza per le bevande alcoliche. Ero a mio agio in questo ambiente internazionale fino a quando non mi sono ricordata che ero a Parma...la Parma delle mie fantasie gastronomiche.
    Che e' successo? ho chiesto a chi ci abita. "Parma e' da tempo in degrado" e' stata la laconica risposta.  Anche nel centro storico, dove c'e' l'iconico battistero di Domenico Antelami (ingresso a pagamento), non ho visto nulla che richiamasse le ghiottonerie per cui la citta' e' famosa nel mondo. Ma era domenica e per di piu' pioveva. In un bar sotto i portici ho preso un cappuccino e una brioche. Su un muro c'era un cartello che avvisava i clienti di non tenere l'unico giornale (La Stampa)  per piu' di 15 minuti. E manco un salatino con il famoso prosciutto.