COVID19/Diario di una quarantena in barca 5 - Rivalutiamo i Borboni

Gran Canaria, 24 marzo 2020

   La burocrazia spagnola e' molto complessa ma quando e' necessario può' essere veloce e efficacie. Forse dovremmo rivalutare l'amministrazione borbonica, spesso citata come esempio di inefficienza e diventata sinonimo di un regime oppressivo nei confronti dei cittadini. Tra l'altro ho scoperto che il re Felipe e' un discendente della casata dei Borboni che tanta influenza ebbe in tutta Europa nel XIV e XVII secolo. Questa crisi ci porta a ri-scoprire molte cose, perché' non anche i Borboni?
   E' grazie alla burocrazia borbonica che oggi sono potuta in via eccezionale entrare in porto con la mia barca a vela Maneki per fare rifornimento di acqua.

   Come ho già' scritto, dal 19 Marzo, a causa dello stato di emergenza, sono stati chiusi tutti i porti in Spagna. Io mi trovo alla fonda in una baia di fronte al porto di Pasito Blanco. Evidentemente nelle misure restrittive nessuno si e' accorto che ci potevano essere barche anche fuori dai porti e quindi non e' stato specificato nulla sulle loro limitazioni o deroghe. L'unica cosa certa e' che non si può entrare in porto, cosa comprensibile perché c'e' il rischio di importare contagi dall'esterno.
Pero' ci sono delle eccezioni, come il maltempo o il rifornimento di benzina e acqua che facciano parte di una sorta di regolamento universale dei marinai. Sono appunto le "clausole"  invocate nella "resolucion" che il governo spagnolo (borbonico) mi ha inviato per email rispondendo prontamente a una mia richiesta scritta di entrare in porto e dopo aver ricevuto una mia dichiarazione in cui certificavo il mio stato di salute e quello del mio equipaggio. Oltre ai miei dati ho anche indicato i porti di attracco degli ultimi 15 giorni . 
   Il permesso,  in totale due pagine, che riproduco qui, in parte mi e' arrivato in appena 24 ore dalla mia prima email. Vista la lunghezza e la quantità di leggi e regolamenti che sono invocati, immagino che sia anche costato un po' di lavoro alla burocrazia di Madrid.
   Con questa "resolucion", che ho subito inviato alla marina di Pasito Blanco, sono potuta entrare nel porticciolo e accostare alla banchina della pompa di benzina per riempire i serbatoi.

Covid19/Diario di una quarantena in barca 4 - Il virus mi fa paura ma la repressione di più

Gran Canaria, 26 Marzo 2020

    Forse mi sbaglierò ma secondo me questa emergenza globale potrebbe rivelarsi un'occasione storica per mettere a tacere le frange dissidenti o ribelli della società e, in generale, per eliminare una volta per tutte le rivendicazioni in materia di diritti dei lavoratori, di tutela dell'ambiente, della privacy e in generale delle libertà civili. Non so se mi fa più paura il virus o la repressione per combatterlo. Le "leggi di emergenza" per il contenimento del Covid19, come quelle approvate in tutto il mondo, conferiscono poteri speciali alle forze dell'ordine, polizia e militari. Sono norme approvate dall'esecutivo, non sanzionate dai Parlamenti, ne' tanto meno sottoposte a un dibattito pubblico. Non c'e' tempo, bisogna agire in fretta, e quanto più duramente possibile per arginare la pestilenza. La sfilza di decreti firmati in maggioranza in ore notturne dal capo del governo Italiano lo dimostra.

    Ho la sensazione che molte forze di polizia vadano al di la' del semplice controllo per far rispettare la legge.  Una situazione di assoluta emergenza del genere -  come quella che si presento' all'indomani, degli attentati terroristici islamici - e' il 'sogno' di ogni autoritarismo. Ogni potere, anche quello più democratico, cela nel suo profondo, il desiderio di un controllo sociale totale e pervasivo. Più che il 'Grande Fratello' ci può riuscire il Covid19.  Temevamo un futuro orwelliano di una umanità spiata e impaurita, mentre ora ci sono state imposte restrizioni alle nostre libertà di una tale portata che prima era inimmaginabile anche nei regimi più totalitari. E' una situazione che non ha  precedenti perché ci mette di fronte alla scelta tra salute e rispetto della privacy.   
   A Taiwan, Corea del Sud e Singapore hanno violato ogni "diritto del malato" rendendo pubblici i nomi dei contagiati e seguendo i loro spostamenti con sistemi di sorveglianza. La strategia sarebbe stata vincente nel ridurre i contagi a tal punto che tutto il mondo vorrebbe ora imitare questi governi.
   In Spagna, come ho già scritto, lo "stato di allerta" e' stato imposto con misure severissime data la gravita' della pandemia. In questi giorni la Guardia Civil sta multando e arrestando persone a tappeto. Fioccano denunce anche per chi viene sorpreso fuori casa (qui non c'e' alcuna "autocertificazione"). Leggo oggi sul quotidiano  Canaria7 di un uomo portato in tribunale perché era scappato alla quarantena per andare dalla fidanzata. (leggi qui). Gli "untori" sono esposti al pubblico ludibrio, mi meraviglio che non vengano frustati in pubblico o lapidati allo stadio come ai tempi dei talebani a Kabul.
   In India, la più grande democrazia del mondo, i poliziotti picchiano in strada i venditori ambulanti, e ci si chiede cosa sia peggio tra le bastonate e il coronavirus (leggi qui). In tutta l'Asia del Sud, ci sono milioni di senzatetto, non sono mendicanti, ma gente che lavora e vive per strada. Chissà che fine faranno.   

Covid19/Diario di una quarantena in barca 3 – Jogging clandestino

Gran Canaria, 19 marzo 2020
    A differenza dell’Italia, la Spagna ha bloccato tutti gli sport all'aperto. Quindi niente jogging, trekking, attività acquatiche e anche lo yoga, a meno che non lo si pratichi a casa. Secondo me è un po’ eccessivo, però qui non si scherza con le leggi, la polizia spagnola è inflessibile e poi noi Italiani, purtroppo, non abbiamo in questo momento una buona reputazione.
   La mia quarantena forzata all'ancora sulla mia barca Maneki davanti al porticciolo di Pasito Blanco, nel sud di Gran Canaria, è di sicuro molto meno gravosa che l'isolamento in un appartamento a Milano. Non ci sono paragoni, però non avendo nessun cane da portare a passeggio, mi manca un po’ una camminata o una corsa sulla terraferma.
   Di fianco al porto c’è un grande campo da golf che scende a picco sulla scogliera. C’è una strada sterrata che sale dal fondo di un vallone e che di collega con un’altra strada, questa asfaltata, che porta all'ingresso del complesso. Sono 300 metri circa, tutti in salita, ottimi per una sgambata. 
     L’unico rischio è che per arrivare a questa strada, abbastanza nascosta, occorre camminare per un po’ sulla scogliera. Ci si può arrivare a nuoto dal mio ancoraggio oppure con il kayak, però in questo secondo caso lo devo “parcheggiare’; tra gli scogli e per via del suo colore arancione non è molto mimetizzabile. Ho pensato che se continua la crisi potrei ridipingerlo come i mezzi anfibi dell’esercito.... 
   Non avrei mai pensato di sentirmi “in colpa” per fare jogging e invece mi sono sentita come una ladra pur essendo completamente sola e quindi senza alcun rischio di essere esposta al contagio o di contagiare io stessa.
   Mi hanno vista da molto lontano alcuni giardinieri del golf che io ho salutato come nulla fosse. Sono andata su e giù per 4 o 5 volte ansimando perché era molto in salita e poi me ne sono andata ritornando giù' alla scogliera dove avevo "nascosto" il kayak. Scampato pericolo almeno per oggi. Non so se mi fa più paura il virus o la polizia.

Covid19 /Diario di una quarantena in barca 2 - Porti chiusi

Gran Canaria, 19 marzo 2020 

    Oggi con il mio veliero Maneki sono tornata dalla baia Arguineguin al porto privato di Pasito Blanco, dove ho gettato l’ancora. Come ieri non c’era nessuno per mare a parte due pescherecci. E sempre come ieri ho percorso le due miglia marine di distanza con il fiato in gola. Non so, forse anche la navigazione in mare è proibita?
L"ingresso del porto di Pasito Blanco al tramonto con gli altri velieri alla fonda 

   La novità è che dalla mezzanotte di oggi scatta la chiusura dei porti alle imbarcazioni sportive e ai charter. Non si potrà più entrare e non si potrà più uscire (vedi “Orden TMA/246/2020, de 17 de marzo, por la que se establecen las medidas de transporte a aplicar a las conexiones entre la península y la Comunidad Autónoma de Canarias”). Il divieto è stato anche comunicato attraverso la radio VHF sotto forma di un messaggio di “securite’”.
   In teoria avrei avuto quindi la possibilità di entrare nel porto di Mogan, ma ho preferito “la libertà” fuori, sperando che domani la Guardia Costiera spagnola non mi fermi perché “non sono entrata in un porto pur essendo stata informata che li chiudevano”.
   La questione è controversa. Tecnicamente l’ordine di Madrid si limita a chiudere porti (e aeroporti), il che ha senso in quanto rientra nella prevenzione della diffusione del virus da parte di passeggeri che vengono da fuori (non importa da dove). Quindi non interessa la libera circolazione dei velisti che se ne stanno in mare purché non abbiano contatti a terra.
   Ma i contatti giocoforza si devono avere se non altro per procurarsi cibo e acqua. Vedremo domani se impediranno anche al mio dinghy di entrare nel porto di Pasito Blanco per andare al supermercato.

Covid19 /Diario di una quarantena in barca 1 – Spiagge chiuse

Gran Canaria, 15 marzo 2020
   La Spagna, come l’Italia, ha varato da un giorno all'altro misure draconiane di emergenza per combattere il flagello del coronavirus e i nuovi ordini hanno interessato anche il lontano arcipelago delle Canarie, seppur meno colpito dall'infezione rispetto alla ‘peninsula’. Tra le drastiche restrizioni adottate per l’isolamento della popolazione c’è la chiusura totale di tutte le spiagge, la maggiore attrazione turistica delle isole spagnole. Non ci sono eccezioni, ne’ per fare sport, ne’ per passeggiare i cani. La Guardia Civil ha recintato gli accessi agli arenili e pattugliato le strade. Non sono scattate ancora le multe, forse perché sono i primi giorni, ma dal tono degli agenti si capisce che non scherzano.
   Mi hanno fermato ieri pomeriggio sulla spiaggia di Pasito Blanco dove ero approdata con il mio kayak (mi trovo all'ancora sulla mia barca Maneki) per andare al piccolo supermercato Spar che sorge all'interno del porticciolo privato. Me la sono cavata dicendo che non violavo nessun divieto perché il kayak in spiaggia era il mio “medio de transporte” per andare dal mio domicilio (barca) al negozio dove comprare cibo.
   Non è stato lo stesso oggi però ad Arguineguin, una cittadina del sud di Gran Canaria, dove svernano molti turisti del Nord Europa costretti a stare casa. Anche qui mi ero messa alla fonda. Appena sbarcata sulla spiaggia con il motivo di andare in farmacia e al bancomat’, un paio di agenti della Guardia Civil, con le loro uniformi nere, mi hanno severamente redarguita dicendomi che le spiagge sono chiuse e facendomi ascoltare sul telefonino un audio messaggio in Italiano riguardante lo stato di allerta. Non importa se dovevo andare a fare la spesa, non potevo entrare in una zona che era recintata e off-limits. Mi hanno fatto capire che sarebbe stato difficile spiegare ai turisti che non potevano usare la spiaggia mentre io sguazzavo sul bagnasciuga con la mia canoa.
   Sono quindi tornata indietro e ho pagaiato verso il porticciolo dei pescatori dove sono finalmente riuscita a scendere a terra grazie alla benevolenza del guardiano.
   Arguineguin è una città’ fantasma, è un effetto surreale camminare tra le strade deserte sentendo il suono dei miei passi e gli stridi dei gabbiani, unici esseri viventi. Nel supermercato Spar, sulla strada principale, l’ingresso era limitato a poche persone e solo dopo aver disinfettato le mani e indossato dei guanti. Dopo le razzie dei giorni scorsi, quando è entrato in vigore lo stato di allerta, gli scaffali erano tornati pieni, non mancava nulla, manco le bottiglie di alcol che uso per il mio fornello e che credevo ormai esaurite dato che si tratta di un prodotto per disinfettare in casa.
    I pattugliamenti e i controlli della Guardia Civil mi hanno ricordato che questo Paese è soltanto da poco uscito dal regime franchista e che forse qualcosa è rimasto nel DNA. Il controllo della popolazione, come in questi giorni, è il sogno di ogni autoritarismo. Il virus si presenta come una ghiotta opportunità per coloro che vogliono avere più potere ed esercitarlo a piacere senza il fastidio del consenso sociale.

LIBRI/ L'"altro lato" del Pakistan che non fa paura agli indiani

Gran Canaria, 13 marzo 2020
    Ho ricevuto una richiesta dalla sede di Penguin Random House di New Delhi di recensire un libro del giornalista indiano Sameer Arshad Khatlani, “The Other Side of Divide. A journey Into The Hearth of Pakistan” (Eburi Press by Penguin Random House India 2020, 264 pagine).
   Il saggio contiene un ricco excursus nella storia, cultura e tradizioni dei due eterni rivali, India e Pakistan, “separati” in casa dopo la sanguinosa divisione del subcontinente indiano alla fine del colonialismo britannico nel 1947. La “partition” ha generato finora quattro conflitti armati e un fronte costante di guerra nel Kashmir, la regione himalayana a maggioranza mussulmana contesa dalle due potenze nucleari.
    Khatlani - che ha lavorato per i più prestigiosi quotidiani indiani in lingua inglese, dal Times of India all’Hindustan Times dove si trova ora – arriva proprio dalla valle del Kashmir e conosce bene il fardello di vessazioni quotidiane e restrizioni a cui è sottoposta la popolazione kashmira. “Kashmir have been the proverbial grass that has suffered in the elephants fight” scrive nel secondo capitolo dove ricorda anche un episodio della sua gioventù, quando a 19 anni fu fermato dalla polizia davanti a un famoso stadio di cricket di Jaipur, in Rajasthan, soltanto perché voleva scattare una foto della leggendaria arena sportiva.
    Il saggio ruota attorno a un suo viaggio a Lahore, nel dicembre 2013, per partecipare al “World Punjab Congress”. Dopo aver ottenuto l’agognato visto pachistano (della durata di una settimana e ristretto solo a Lahore) e scampato alla nebbia che d’inverno spesso blocca l’aeroporto di Delhi, il giornalista si trova ad attraversare con una certa trepidazione il valico di frontiera Wagah, a pochi chilometri dalla città sacra ai sikh di Amritsar per andare, dall’”altro lato” .
   Tuttavia “l’altro lato” del confine esiste solo nell'immaginario dei pachistani, ma non in quello degli indiani abituati a vedere i loro cugini separati con la lente del terrorismo e dell’estremismo islamico purtroppo dominante nel “Paese dei Puri”: “There is no other side to Pakistan. It is different to the other way around. India “soft power”, the reach and impact of Bollywood, helps offset anti-India sentiments in Pakistan. It humanizes India among Pakistani masses”. (pagina 2).
La tradizionale cerimonia al valico di frontiera di Wagah (Maria Grazia Coggiola) 

    Il tentativo dell’autore è appunto di trovare un “altro lato" del Pakistan, oltre gli stereotipi dominanti in India, spulciando meticolosamente ogni episodio storico, aneddoto, leggenda o personaggi le cui vite sono sospese tra i due lati della frontiera. Il tutto densamente farcito con un continuo richiamo ai giorni del massacro e dell’esodo di proporzioni bibliche che seguì la Partition. Un quarto della popolazione di Delhi, ben 3.3 milioni di mussulmani, furono costretti a fuggire a causa delle violenze etniche e religiose. Ma furono molti anche quelli che scelsero di rimanere in India, come il padre dello suocero di Khatlani, Sadiq, che si ritrovò come sfollato ad occupare gli immensi i campi profughi montati davanti al Forte Rosso.
   Per i mussulmani indiani, la colpa di tutto ciò è di Mohammed Ali Jinnah, il raffinato e sempre elegante leader musulmano che volle una nazione separata per i musulmani.”Jinnah, however, continues to remain a convenient punching bag; the main villain” (pagina 6)”.
   Centrale nell’intero libro è la città di Lahore, ex capitale dell’impero Mughal (prima di Agra e Delhi) e polo culturale (e laico) del Pakistan. Lahore è la gemella di New Delhi. I suoi monumenti, come la moschea Badshahi o il Forte Rosso, i bazar e ora anche i nuovi shopping mall frequentati dalla erudita ‘middle-class’ del Punjab, hanno una loro ‘copia’ a Delhi.
   Le conoscenze di Khatlani, basate su una ricchissima bibliografia di saggi e articoli, conducono il lettore alla scoperta di Lahore, dei suoi simboli e dei suoi tesori nascosti. Come un bravissimo cicerone, snocciola una serie impressionanti di aneddoti curiosi e anche divertenti come quelli su Cyril Radcliffe, il giurista britannico che tracciò la linea di separazione tra i due nascenti Stati chiuso per cinque settimane in un bungalow di Delhi “struggling with heat and humidity”.
    Nel capitolo 5 “Beyond The Walls” dedica alcune pagine a una disquisizione sui raffinati bordelli di Heera Mandi e dalla generalessa Rani, amante e musa del dittatore Yahya Khan (1969-1971). Non può mancare una tappa alla terrazza del ristorante Cooco’s Den, di cui traccia la storia del suo proprietario Iqbal Hussain, figlio di una prostituta e ora artista affermato.
   L’appartenenza comune alla regione del Punjab, il sincretismo tra la religione sikh e quella sufi, la ricca eredità dei mughal, il cinema di Bollywood e i suoi idoli, il cricket… la lista delle connessioni e parentele con l’India è lunghissima. Alcuni statisti come l’ex premier Atal Bihari Vajpayee, del partito della destra del Bjp oggi al potere, e anche lo stesso generale Pervez Musharraf hanno sperimentato in diverse occasioni la diplomazia del “people to people” e sono anche riusciti a generare momenti di reciproca simpatia. Ma puntualmente i loro tentativi sono stati vanificati dagli attacchi terroristici dei talebani e dei gruppi estremisti islamici come quello agli hotel di Mumbai del novembre 2008.
    Durante il suo soggiorno a Lahore , l’autore è quasi spiazzato dall'ospitalità e dalle attenzioni che gli vengono riservate. Così come è meravigliato di trovare nella libreria Liberty una ampia scelta di scrittori indiani, tra cui l’attivista Arundhati Roi.
   Nel capitolo 8, “Down Memory Lane” racconta del nonno, Abbaji, che studiò medicina tradizionale a Lahore negli anni 1930 e che conobbe il famoso poeta Iqbal. I ricordi sono intrecciate a lunghe divagazioni sul carattere cosmopolita della città. Prima dell’esodo degli hindu e dei sikh durante la Partition, Lahore era una vibrante città multiculturale e multireligiosa: “ The markers of Lahore’s multi religious past are strewn all over the place” . E tra questi ci sono anche i luoghi frequentati da Rudyard Kipling, il cannone Zam Zammah (ruggito del leone), all'ingresso del museo, citato in “Kim” e il Panorama Shopping Center, dove aveva il suo ufficio.
   Grazie ai suoi contatti, molti dei quali coltivati negli anni a Delhi, Khatlani riesce anche farsi invitare a un fastoso party natalizio a casa di una famosa attrice e star di Youtube, Juggan, dove può osservare da vicino l’alta società di Lahore. È un’occasione per affrontare un argomento delicato, quello dell’alcol, a cui dedica diverse pagine piene di divertenti aneddoti su dittatori e statisti abituati ad alzare il gomito. In Pakistan ufficialmente vige il proibizionismo, ma solo per i mussulmani. Ma c’è un ricco mercato nero e anche una fiorente distilleria, la Murree, appartenente a una famiglia parsi, che produce whisky di grande qualità. Da Jinnah a Zulfikar Ali Bhutto, sembra che molti fossero stati dei forti bevitori. Il divieto fu introdotto nel 1971 su pressione dei partiti conservatori che poi appoggiarono il dittatore Zia al Haq.
   Soltanto nell’ultimo capitolo, the Last Day, c’è un accenno alla stagione del terrore culminata con l’attacco al bus dei giocatori di cricket dello Sri Lanka nel marzo 2009, che ha colpito al cuore lo sport più amato in Pakistan (e anche India). I sanguinosi attentati sono soltanto tratteggiati marginalmente nel libro, così come non compare nulla sull’arsenale nucleare segreto che tanto preoccupa gli Stati Uniti.
   Il libro di di Khatlani si distingue proprio perché tratteggia un’immagine del Pakistan diversa dalla comune narrativa di Paese che ha dato rifugio ai talebani e a Osama Bin Laden. È un tentativo di raccontare la gente, in particolare l’intellighenzia di Lahore e quel cordone ombelicale con “l’altro lato” del Punjab che non si può e mai si potrà mai recidere.

ECONOMIA CIRCOLARE / Il free shop di Mogan

Mogan (Gran Canaria), 24 febbraio 2020



    Questo e' il "free shop" di Mogan, (Sud di Gran Canaria),  un luogo dove e' esposta in una vetrina naturale diversa merce usata, da vestiario a giocattolini di plastica. Si possono prendere e se si vuole lasciare una donazione in una apposita ciotola. Non so chi sia a gestire il 'business', penso uno degli hippies che ogni tanto vedo fare capolino da qualche grotta li' intorno.
    Il "free shop' sorge su una strada costiera chiusa (per frana) che collega il puerto de Mogan con quello di Taurito. E' una strada panoramica frequentata da joggers e camminatori, nonostante le recinzioni di sicurezza costantemente scardinate. Un bell'esempio di economia circolare. Ogni tanto ci porto anche io qualche indumento o altri oggetti ancora in buono stato che trovo vicino ai cassonetti o in mare. E poi prendo quello che mi serve. Ieri ho trovato delle flip flop del mio numero, buone per rimpiazzare le mie che si erano lacerate.
    Siamo circondati da cosi' tante "cose" che ormai non serve piu' produrre nulla, basta riciclare quello che abbiamo. Se vogliamo fare qualcosa per il pianeta partiamo da qui.

Mostre/ La bellezza della biodiversita'

Miami (Florida), 7 gennaio 2010
   In un'epoca in cui si parla con sempre piu’ enfasi della distruzione della biodiversita’ da parte dell’Homo Sapiens mi ha colpito particolarmente una mostra allestita al Frost Museum od Science di Miami. L’esibizione si chiama “Opulent Oceans: Extraordinary Scientific Illustrations” e comprende 55 ingrandimenti di illustrazioni scientifiche in maggior parte dell’Ottocento riguardanti la classificazione della fauna ittica. Sono disegni ad acquarello o carboncino (non esisteva ancora la fotografia...) di creature marine “scoperte’” durante le esplorazioni del pianeta. Le esplorazioni geografiche erano infatti accompagnate anche dall'avvistamento di nuove specie di pesci, molluschi, alghe e altri esseri ‘esotici’. A catalogare questo patrimonio, che oggigiorno viene definito biodiversita’, sono stati soprattutto biologi, zoologi e naturalisti europei, in particolare tedeschi, francesi e inglesi. Le prime collezioni risalgono a circa 4 secoli fa. In alcuni casi erano gli stessi studiosi ad illustrare i “campioni” raccolti nelle spedizioni, in altri casi si affidavano a degli artisti. 
   Ed è questo che mi ha affascinato, che molte illustrazioni sono delle vere e proprie opere d’arte, dei capolavori che mi ricordano le opere dei monaci amanuensi. È straordinario questo sforzo di riprodurre la biodiversita’ marina e mi incuriosisce molto anche l’aspetto della pubblicazione, che non è trattato dalla mostra. Molti dei volumi da cui sono tratte le illustrazioni sono conservati nei musei americani. Mi chiedo se all’epoca questi trattati di ittiologia o i resoconti delle esplorazioni oceaniche come quella di Charles Darwin erano stampati in piu’ copie e a disposizione del largo pubblico o circolavano soltanto nella ristretta cerchia degli studiosi.
    Ecco alcuni esempi di disegni, quelli che mi hanno colpito di piu’, con una breve descrizione dell’autore. Sopra:  Ippolito Salviani (1514-1572), italiano, medico di tanti Papi, e’ uno dei padri dell’ittiologia. La sua opera è l'Aquatilium Animalium Histioria, da cui è tratto questo squalo martello.
Qui sotto: il divertente polpo vampiro (Vampyroteuthis infernalis) qui sotto e’ invece presente in uno studio del francese Louis Joubin (1861-1935), “Cefalopodi dalle spedizioni scientifiche del principe Alberto I di Monaco”.
   Il biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919), esperto di protozoi e plankton, e’ invece autore di fantastici disegni che sono dei capolavori non solo dal punto scientifico.
Un altro tedesco, Johannes Muller, documento’ 214 specie di squalo nella sua “Systematische Beschreibung der Plagiostomen” .
   E poi c’e’ Charles Darwin (1809-1882), il padre dell’evoluzionismo, che - ho scoperto - colleziono’ una quantita’ impressionante di cirripedi, le conchiglie parassite che si attaccano alla carena delle barche (A Monograph on the Sub-class Cirripedia, 1851-54). Ne fu cosi’ affascinato che ci dedico’ alcuni anni della sua vita.
Questo pesce remo (regaleco), un rarissimo esemplare che abita gli abissi oceanici, che è diventato lo screensaver del mio laptop, è dell’artista svizzero Karl Joseph Brodtmann (1787-1862).
      
   Franc Mace MacFarland (1869-1951), esperto di nudibranchi, ha documentato questa splendida lumachina di mare.

   Dagli studi sui fossili marini di Alcide Dessalines d'Orbigny - (1802-1857) è nata la micropaleontologia.



Henri de Lakaze-Duthier (1821-1901), francese, si è invece dedicato ai coralli.



Questo verme marino è uno dei disegni di “A monograph of the British marine Annelids “ dello scozzese William Carmichael M'intosh (1838-1931)










George Henry Ford (1808-1876 ) è l’illustratore di questo drago marino.


Questa creatura degli abissi (che sembra prodotto di fantasia) è una delle specie documentate da August Bernhard Brauer, ittiologo (illustrazione di Fritz Winter) che fece parte della spedizione Valdivia (1898-1899) guidata da Karl Chun e dedicata allo studio abissi oceanici. 




Infine di Marc Catesby (1683-1749), naturalista, è il famoso cancer terrestri, granchio di terra.

Colombo e gli sponsor francescani della Rabida

Palos de la Frontiera, 11 aprile 2019
 
Nella mia smania di non prendere gli aerei, ancora prima del flight shame lanciato da Greta Thunberg, mi sono ritrovata a Huelva, una sonnolenta citta’ dell’Andalusia, conosciuta solo per essere uno dei due punti di arrivo del traghetto che collega le isole Canarie con la madrepatria. L’altra destinazione dei ferries è Cadice.
    Lo sbarco a Huelva è stato pero’ propizio perché mi ha permesso di scoprire una piccola chicca su Cristoforo Colombo. A 15 km infatti sorge la famosa Palos de la Frontiera, dove l’ammiraglio genovese salpo’ con le tre caravelle il 3 agosto 1492 alla volta del Nuovo Mondo. Nei dintorni ci sono molti luoghi storici “colombini”, cioe’ legati alla sua vita e alla sua impresa.
   Uno di questi luoghi, che fu determinante per la spedizione e che penso non sia molto noto, è il monastero francescano di Santa Maria della Rabida. Un bellissimo edificio in stile gotico-mudejar del XIII secolo che sorge su una collinetta vicino all’estuario del rio Tinto. Rimasto vedovo dopo la morte della sua moglie portoghese, Colombo aveva affidato il figlio Diego ai religiosi della Rabida e qui veniva regolarmente.

   Probabilmente non si sarebbe aspettato di trovare proprio tra i francescani gli sponsor determinanti della sua impresa. Nell’anno 1490 arrivo’ infatti alla Rabida deluso e probabilmente anche senza un soldo dopo che il re Fernando e la regina Isabella di Castiglia avevano bocciato il suo progetto. Forse anche le sue convinzioni geografiche stavano cominciando a vacillare. E invece nel monastero inaspettatamente trovo’ degli alleati che gli ridettero fiducia e che lo raccomandarono ai sovrani.
    Il priore della Rabida, Juan Perez, che era confessore della regina, lo presento’ a un medico appassionato di astronomia e ad una cerchia di cosmologhi. Per farla breve, tutti insieme, frati e non, come si vede in un dipinto della collezione de El Prado, ristudiarono le mappe e si convinsero che oltre l’Oceano c’erano le agognate terre orientali.
   Il priore inoltre lo mise in contatto anche con la famiglia Pinzon, i boss di Palos, che affittarono le caravelle e che furono comandanti della Nina e Pinta.
   Non è chiaro quali interessi avessero gli umili francescani nello sponsorizzare una cosi’ temeraria impresa. Pare che ci fosse anche l’interesse del Papato che ovviamente coincideva con quello dei Re Cattolici e anche con il desiderio di conquistare nuove terre e nuove anime da convertire. Esattamente come è avvenuto in seguito.

LA FOTO/ La super scopa e l'economia circolare

Gran Canaria, 14 febbraio 2020


    Mettendo in opera il concetto di economia circolare, gli operatori ecologici nel sud di Gran Canaria ormai da anni usano le foglie delle palme per spazzare le strade: efficace, ecologico ed economico. Come i loro colleghi in India (loro pero' lo fanno per mancanza di scope!)

Addio giornalismo- L'articolo e' servito

Gran Canaria, 6 Febbraio 2020

   Secondo una esperta citata in una ricerca di NiemanLab, un centro di ricerca di Harvard che studia i nuovi trend nel mondo dell'informazione, nel 2020 "spariranno gli articoli" perche' sono diventati  inadatti a veicolare le notizie. Da tempo ho abbandonato il giornalismo attivo per dedicarmi alla vela, ma non posso non indignarmi di fronte a tali assurdita' riportate purtroppo -  o meglio copiate di peso - dai media italiani.
Dettaglio da Aquatilium Animalium Historia - Ippolito Saviani (1514-1572) 
   Ecco l'antefatto: NiemanLab ha intervistato "the smartest people" nel giornalismo chiedendo loro previsioni sul futuro dell'informazione. Tra questi c'e' tale Emily Withrow,  direttrice R&D di Quartz, un website di info economiche, famoso soprattutto in Asia, che anni fa ha saputo capire che aria tirava sul web diventato oggigiorno un gigante del settore. L'opinione della Withrow e' stata rilanciata, copiata e tradotta, da La Stampa ed e' li' che ne sono venuta a conoscenza.
   Sembra che l'articolo giornalistico, "news article", sia uno strumento obsoleto, che abbia fatto il suo tempo e che non sia piu' adeguato alla nostra epoca digitale ne' per chi lo deve scrivere e pubblicare, ne' per chi lo legge. E' una struttura rigida, che richiede troppa attenzione da parte del lettore, troppo tempo per capirlo, insomma non funziona piu'.
   Quindi? Quindi la Withrow sostiene che i media da quest'anno opteranno per "format" piu' dinamici che "pongono l'individuo al centro della storia e della notizia" (definita come "prodotto"). Queste le sue parole: "This year, we’ll continue to see forward-thinking outlets discard the news article in favor of more dynamic formats that place the individual at the center of the story and news product".
   Come si fa? Se ho ben capito si tratta di "plasmare l'articolo a seconda dei gusti del lettore" e dei suoi bisogni "nel corso della giornata". Come dire che la notizia viene servita zuccherata a colazione, poi con un po' di vinaigrette a pranzo, arrostita la sera. Oppure aggiustata su misura come un abito di buona sartoria o una scarpa fatta a mano. "We’ll better understand a person’s shifting needs throughout the day and mold our stories and story selection to those moments".
   Come non ci si puo' indignare nel vedere cosi' maltrattato il giornalismo? Non solo lo si vuole azzerare con l'informazione fai-da-te che imperversa - vera e falsa - sulla Rete. Ma anche si arriva a negare la sua stessa natura. La notizia non e' piu' un fatto da raccontare obiettivamente (dopo averlo possibilmente verificato) e divulgata sottoforma di articolo da leggere, ma una storia personalizzata, che ci sta comoda, che ci piace e soprattutto che non ci fa pensare. 

LA FOTO/ Non e' il lago di Como ma sono le Canarie

Gran Canaria, 4 Febbraio 2020


   Non e' il lago di Como in una uggiosa giornata di fine inverno, ma l'isola spagnola di Gran Canaria, il buen retiro di tanti europei in cerca dell'eterna estate. A volte anche in paradiso c'e' smog come in Val Padana e questo fenomeno si chiama Calima. Avviene quando tira vento da Est, cioe' dall'Africa.
   Questo vento di scirocco porta con se' sabbia del deserto e umidita' creando quindi questa foschia che copre il cielo e che si infila dappertutto sottoforma di pulviscolo giallo. Non sono sicura, ma penso l'etimologia della parola spagnola "calima" o "calina" abbia una parentela con 'caligine". E per i polmoni e' dannosa quanto l'aria di Milano nei giorni di alta pressione. E' un fenomeno unico delle Canarie e potrebbe essere all'origine delle famose dune di sabbia sahariana che si sono formate a Maspalomas, il promontorio nel sud di Gran Canaria.
   Secondo le leggende popolari, il Calima e' causato dai nomadi africani che sbattono i loro tappeti  quando tira vento verso l'arcipelago dell'Oceano Atlantico.
   Il fenomeno e' pero' tipicamente estivo, ma in questi giorni come nel resto d'Europa anche qui e' arrivata una eccezionale ondata di aria calda proveniente appunto dalle coste africane.

SLOW TRAVELLING/ La mia traversata Atlantica

Gran Canaria, 31 gennaio 2020


   "Perché si decide di affrontare una traversata atlantica a vela, impiegandoci mesi, quando in poche ore di aereo si possono raggiungere gli stessi posti?
Perché è il viaggio che conta, la meta serve solo a ricordarci che anche l’oceano, quell’oceano che ci sembra infinito e indomabile nelle notti di navigazione, finisce.
Perché si vuole affinare la nostra capacità di andare a vela, si vuole diventare marinai migliori, persone più forti, mettersi alla prova, imparare a prendere decisioni velocemente e sotto pressione. Non importa quale sia il motivo che vi spinge, sarà un’esperienza che non dimenticherete mai.” – 

Omero Moretti, 39 traversate atlantiche

   Ho letto che la traversata dell’Atlantico è il punto d’arrivo, l’esperienza culminante e anche il sogno più grande di ogni velista. Io ci sono arrivata all’inizio della mia “carriera marinara”, un po’ tirata per i capelli, consapevole di non essere all’altezza, ma sicura di compierla con un capitano di grande esperienza, il mio maestro di vela Keith Riley e su una barca, la sua, il Kinetic, che per mesi ha meticolosamente preparato per la navigazione oceanica.
L'arrivo a Sint Maarten (Antille Olandesi) il 24 dicembre 2020

   Detto ciò ci vuole ovviamente una piccola dose di incoscienza e la consapevolezza di accettare imprevisti e rischi che una navigazione di oltre 3 mila miglia comporta inevitabilmente. La preparazione è essenziale, ma ovviamente non serve a garantire un successo assoluto. Alla fine ci si improvvisa, ci si arrangia, ci si inventa per sopravvivere al meglio. Ed è qui che l’esperienza di un bravo marinaio entra in gioco.
   Prima di partire ho consultato un po’ di letteratura sull’argomento, tra cui Your First Atlantic Crossing di un certo Les Weatheriff, un manuale della traversata, che però è servito più che altro ad aumentare la mia paura. Non ho vergogna ad ammetterlo, ma quando siamo salpati dal porticciolo di Mogan, nel sud di Gran Canaria, mi sono chiesta onestamente se mai un giorno sarei ritornata a terra a a rivedere la mia amata barca che ho lasciato li' ormeggiata. E invece eccomi qui a scrivere dell’avventura, ancora incredula che abbia avuto il coraggio di fare una simile impresa.

Velisti solitari/ Cosi ho 'insonorizzato' Maneki

Santa Cruz de Tenerife, 2 novembre 2018

   Si dice che il trasloco sia una delle principali fonti di stress nella vita. Per chi ha una barca a vela invece lo è il disalberamento, quando si rimuove l’albero maestro dalla coperta con tutto il sartiame per fare lavori di manutenzione. Ovviamente c’è anche un altro tipo di disalberamento, quello in navigazione, ma questo è una vera tragedia.
   Innanzitutto è importante affidarsi alle persone giuste, non è un lavoro fai-da-te, ci vuole una gru semovente che arrivi fino a una banchina, possibilmente assenza di vento e di onde e soprattutto qualcuno che sappia come smontare boma e sartie in modo corretto.
   Ho fatto questo lavoro a Santa Cruz di Tenerife con la ditta Spinnaker, che ha una buona reputazione tra i velisti alle Canarie. L’albero della mia Maneki, 10 metri, è ‘piccolo’ rispetto alla media dei velieri e catamarani che si vedono qui, soprattutto ora che è la stagione della traversata dell’Atlantico, però richiede una certa attenzione in quanto ha oltre 40 anni e penso non sia mai stato smontato. 
   La mia intenzione era di cambiare le sartie rettificando anche la lunghezza del nuovo strallo che avevo sostituito ad aprile a Gran Canaria in seguito a uno sciagurato incidente con il travel lift nella rimessa di Puerto di Mogan.
   Inoltre desideravo fortemente eliminare il fastidiosissimo “clang clang” dentro all’albero causato dai cavi elettrici e dell’antenna che sbattevano sul metallo quando navigavo e quando ero all’ancora. Il rumore all’interno della cabina di prua dove dormo era a volte veramente insopportabile. Non penso di essere la sola ad avere avuto un albero rumoroso. Quando sono all’ancora mi capita di udire gli stessi “clang clang’ che non sono provocati dalle drizze che sbattono, ma da cavi che penzolano dentro l’albero maestro.

    Ho avuto la fortuna inoltre di essere nella marina di Puerto Chico, nella Darsena Pesquera di Tenerife, dove c’è anche il varadero (cantiere navale) della ditta Spinnaker che ha fatto il lavoro. Hanno una officina nel cantiere e tutto quello che serve sul posto. E se manca qualcosa come nel mio caso, i giunti a T delle sartie che si agganciano all’albero, hanno un sistema rapido di consegna dal ‘continente’. I miei giunti, per il mio Janneau, sono arrivati dalla Francia. 
   Lo stress è quindi più psicologico, l’istante in cui il piede dell’albero si stacca contemporaneamente all’avvolgifiocco (io avevo il compito di tenere il furlex dal tamburo durante l’inclinazione verso la posizione orizzontale) è abbastanza traumatico, ci si rilassa soltanto quando ritorna al suo posto una settimana dopo.
   Una volta disalberato ho riportato Maneki in marina e poi sono subito ritornata al ‘capezzale’ dell’albero maestro che nel frattempo era stato trasportato su due carrelli all’interno del cantiere dove era stato separato dall’avvolgifiocco.
   Il primo lavoro è stato quello di smontare il piede (trapanando i rivetti). Dentro c’era una grande quantità di sporcizia (chissà come c’era finita) e polistirolo. Ho scoperto infatti che in origine l’albero di Maneki era rivestito di polistirolo, un ottima idea per insonorizzarlo, che però con gli anni si era sbriciolato. In un momento di disperazione, non riuscendo a dormire, avevo pensato io stessa di “inserire” del polistirolo per fermare il “clang clang”. Ma l’unico buchetto a disposizione era quello dove c’è la spinetta di blocco dei garrocci nell’inferitura della randa. Avevo provato addirittura con un palloncino, dopo aver letto sul web, che si poteva infilare il palloncino sgonfio dentro il buchino e poi gonfiarlo in modo che bloccasse i cavi penzolanti. Ma il problema è che il ‘clang clang’ era a livello delle crocette, probabilmente quando i fili urtavano la barra orizzontale passante dentro l’albero maestro che regge le crocette. 
   Insomma alla fine questa è stata la soluzione inventata da Diego, il ‘rigger’ di Spinnaker: un tubo di pvc da fissare nella parte opposta dell’inferitoia dove far passare i quattro fili, luce in testa d’albero, luce di coperta, windex e antenna VHF. L’unico problema era come fissarlo all’interno. La soluzione è stata con dei lunghi, esattamente sei, ‘sparati’ dall’esterno dopo aver cercato di appiattire il tubo appesantendolo dall’interno infilando un paio di sartie di acciaio e in metà “afferrandolo attraverso i buchini del portalampade della luce di coperta. Non è stato facile ma dopo alcune ore di lavoro, il tubo era saldamente piazzato all’interno dell’albero.

Gomera, il museo di Colombo 'politically correct'

San Sebastian de La Gomera,  8 Ottobre 2019

    L'isola di Gran Canaria e quella de La Gomera rivendicano entrambe il merito di aver ospitato Cristoforo Colombo prima che cominciasse il suo viaggio verso le Indie nel 1492.  A scuola ci insegnano che il grande esploratore salpo' da Palos (attualmente sulla frontiera tra Spagna e Portogallo) alla volta del Nuovo Mondo, ma in realta' da li' si diresse alle isole Canarie, che erano spagnole per gli ultimi  prepararativi prima dell'impresa.  Mentre Tenerife non offriva una buona base, perche' pare la popolazione indigena era ostile agli spagnoli, i porti di Las Palmas di Gran Canaria e quello di San Sebastian de La Gomera garantivano un buon approdo e soprattutto approvigionamenti e abbondante ciurma da arruolare.
   Entrambe le citta' canarie hanno allestito una casa-museo dove l'ammiraglio Cristobal Colon (cosi' lo chiamano qui mettendo in dubbio le sue origini italiane) sarebbe stato ospitato per alcune settimane in attesa che le caravelle fossero pronte per la spedizione. Si tratta di edifici appartenenti a nobili spagnoli che all'epoca amministravano le isole.
    A Las Palmas la "casa di Colon" si trova nel piu' bel complesso del quartiere storico di La Vegueta.  Si dice che era la casa del governatore, in parte poi ricostruita e ampliata e quindi trasformata in uno splendido spazio espositivo dedicato alla conquista delle Americhe. Negli splendidi sotterranei del palazzo, un po' in disparte, c'e' invece una esisbizione di arte pre colombina di oggetti delle antiche civilta' pre-ispaniche, a testimonianza che c'era qualcosa pruima della "scoperta".
   A San Sebastian de La Gomera esiste un'altra "casa de Colon", ma molto piu' piccola e senza nulla che ricordi il famoso esploratore. Non c'e' biglietto di ingresso e gli unici oggetti esposti, a pian terreno, appena si entra, sono delle terracotte dell'epoca pre colombina in particolare della civilta' Chimu' (Peru'), conquistato dall'impero inca prima dell'arrivo dei conquistadores. Una scelta decisamente piu' 'politically correct'.
     La rivalita' con la Gran Canaria e' evidente. Il custode del museo mi ha precisato che Colon si fermo' qui per il suo primo viaggio. A Las Palmas invece sosto' nei viaggi successivi, ma "loro sanno vendersi meglio", sono le sue parole. Il motivo, secondo lui, era che San Sebastian era un porto piu' attrezzato, c'era una caravella da riparare, e poi forniva piu' scorte alimentare e acqua di ottima qualita'. A La Gomera, inoltre l'ammiraglio inoltre aveva una "amica", cosi' l'ha definita il custode, la contessa Beatriz de Bobadilla y Ossorio, nipote della consigliera della regiona Isabella di Castiglia, la sponsor di Colombo.
    La nobildonna era diventata la "signora della Gomera", per lei un 'confino' dato che si narra che sia stata obbligata a sposarsi con un nobile nell'isola piu' remota del regno spagnolo come punizione per una sua presunta "vicinanza" con il marito della stessa regina, re Fernando. Questa e' ovviamente la leggenda...Pare inoltre che la contessa Beatriz, rimasta vedova, sia stata una vera tiranna per la gente de La Gomera.
    Sto leggendo una ricostruzione dei diari di bordo tenuti da Colombo nei suoi quattro viaggi, spero di trovare qualche informazione piu' precisa e di prima mano sulla vera casa di Colon.

Gomera, storie di Madonne e di conquistadores

San Sebastian de La Gomera,  10 Ottobre 2019  

    La leggenda narra che dei marinai su un galeone diretto alle Americhe avessero visto una luce fortissima su un promontorio a nord del porto spagnolo di San Sebastian de la Gomera. Incuriositi sono scesi a terra e hanno trovato tra le rocce una statuetta della Vergine. L'hanno presa e caricata a bordo pensando forse che era di buon auspicio. Invece no, non sono riusciti ad andare oltre l'isola della Gomera. Quindi l'hanno riportata al suo posto e avvertito del fenomeno il governatore locale che immediatamente fatto costruire un cappella per ospitare la Madonnina. Cosi' nel 1542 e' nata l'Ermita di Puntallana (l'Eremo di Puntallana) e il culto della Virgen de Guadalupa come patrona della Gomera che viene adorata ogni anno nel primo lunedi' di  ottobre. Mentre ogni cinque anni si tiene una grande processione in mare chiamata "bajada", cioe' una "uscita in barca" della statua dall'eremo alla vicina citta' di San Sebastian).
La Vergine di Guadalupe, una Madonna 'morenita', meticcia, la cui origine  e' legata a una apparizione in Messico all'epoca dei conquistadores, e' una delle figure piu' importanti nella tradizione reliogiosa sudamericana. Anzi, pare sia stata funzionale anche alla stessa evangelizzazione del continente americano. L'atzeco che nel 1531 ha ricevuto l'apparizione della Madonna e' stato santificato 17 anni fa da Giovanni Paolo II durante una sua visita pastolare in Messico.
Ho letto che secondo gli storici la statuetta della Vergine gomerese (diversa da quella originale di Guadalupe perche' tiene in braccio il bambino, mentre quella messicana e' incinta) sarebbe un opera fiamminga forse da Siviglia. La connessione con Guadalupe non e' chiara, forse il conte della Gomera aveva delle conoscenze tra i nobili spagnoli che si erano stabiliti in Messico. Ovviamente essendo la Gomera l'ultima isola sulla rotta delle Americhe, tanto da chiamarsi oggi l'isola colombina, aveva una speciale relazione con il continente sudamericano.
   Durante la processione la gente si esibisce in danze locali al ritmo di tamburi e delle grosse nacchere, chiamate "chacharas", molto probabilmente appartenenti alla tradizione pre ispanica dei guanci o dei berberi.
   La strada e poi il sentiero per Puntallana, circa 10 km, e' costellata di strapiombi che scendono in un promontorio piatto ricoperto di una pianta autoctona che si chiama Euphoria.

Slow Sailing/Da Tenerife a La Gomera


San Sebastian de La Gomera, 3 ottobre 2019

   La traversata da Los Gigantes a San Sebastian de La Gomera (17 miglia nautiche, 241 gradi (C) ) è stata abbastanza dura per via della ´zona di accelerazione' che si incontra poco prima di arrivare a destinazione. Malgrado avessi letto di queste zone e addirittura avevo una descrizione grafica nel mio Portolano (che e' vecchio di 20 anni ma il vento e le correnti non cambiano) ci sono finita dentro e nella maniera peggiore, cioe' impreparata.
E´come quando in casa la corrente d'aria fa sbattere violentemente una finestra. Quando te ne accorgi che sei in mezzo a uno di questi 'spifferi' che si creano tra le imponenti montagne vulcaniche di queste isole e' troppo tardi.
Di fatti sono stata sorpresa in bikini, con 30 metri di lenza (stavo pescando) e un genoa troppo grande per i 25-30 nodi di vento. Ho lottato per una ora con la barca sbandata e senza poter scendere a prendermi una giacca o almeno il giubbotto di salvataggio.  Sono riuscita a recuperare la lenza, mentre tenevo il timone con una gamba (il pilota automatico non era in grado di tenere la barca dritta). Poi per fortuna, cambiando un po' rotta e avvicinandomi alla costa, sono uscita dalla zona "maledetta".
Arrivata al porto di San Sebastian (nella foto presa dall'alto), l'unica marina dell'isola, il vento era del tutto cessato e anche l'onda. Sono entrata trionfalmente scattando pure delle foto, contenta della mia seconda traversata. 

Slow Sailing/Los Gigantes, il porto sotto i 'giganti' di pietra

Los Gigantes (Tenerife), 28 Settembre 2019

   Il mio primo impatto con Tenerife non e´stato molto positivo. La marina dove sono approdata, San Miguel, all`estremita`sud-est, non ha nulla di esaltante, mentre la popolare spiaggia di San Cristianos, la "Las Vegas di Tenerife", e' un ghetto turístico low budget. Addirittura malfamato: mi hanno sconsigliato di lasciare incustodito  il kayak sulla Playa de Las Vista. Ho messo l'ancora nella baia, riconoscibile da una sorta di monumento-fontana su uno spuntone roccioso al centro, abbastanza brutto per la verita', e comunque non funzionante. Sono scesa a terra solo di giorno per esplorare il porto dove arrivano anche i traghetti dalla vicina isola de La Gomera. Ma al cinema serale ho dovuto rinunciare perche' appunto mi hanno vivamente sconsigliato di 'parcheggiare' il kayak sulla riva.
Dopo un paio di giorni sono ripartita per l'esplorazione della costa sud occidentale. Sono arrivata fino a Los Gigantes, "ultima spiaggia' dove la  costa diventa piu' selvaggia e decisamente meno cementificata. Da Los Cristianos sono circa 9 miglia marine, in assenza quasi sempre di vento. Tutto questo tratto di costa e'  al riparo dagli alisei del Nord-Ovest.
    Il porticciolo di Los Gigantes sorge a lato di una serie di impressionanti scogliere di 800 metri di altezza. i 'giganti' appunti ed e`praticamente semideserto. Ho visto solo 4 o 5 barche a vela, la maggior parte chárter. Penso di essere stata la sola a stare sulla barca nel mio pontone. Una tranquillita' assoluta e gradita dopo le notti assordanti a Los Cristianos.

   La costa da qui fino a Punta Teno (che e' un parco naturale quindi intatta) e' spettacolare per la maestosita' e i colori del mare. Tra Los Gigantes e il porto di pesca di Santiago c'e' anche una ´piscina naturale', chiamata Charco de Isla Cangrejo, una vasca ricavata nella roccia vulcanica e chiusa da un muretto sul lato del mare aperto.
Facendo un po' attenzione (ci sono stati casi di incidenti mortali) si puo' distendersi sul bordo e lasciarsi colpire dalle onde che riempiono la vasca di schiuma luccicante. Un'esperienza davvero particolare e completamente gratuita.


Slow Sailing/ Da Gran Canaria a Tenerife

Los Cristianos (Sud di Tenerife), 232 settembre 2019

   Ancora non mi rendo conto che ce l’ho fatta ad uscire dalla “gabbia” , come ho soprannominato la costa sottovento di Gran Canaria, dove non arrivano i potenti alisei del Nord-Est che invece si incuneano come in un imbuto tra le isole formando le ‘zone di accelerazione”.
   Sono nel Sud di Tenerife, ancorata davanti alla popolarissima spiaggia di Los Cristianos e sto riflettendo sulla mia prima traversata in solitaria.

   Sono partita da Puerto de Mogan, Gran Canaria, nella notte tra venerdì e sabato approfittando di una finestra meteo di 24 ore, resa possibile dal cambiamento di direzione dei consueti venti da Nord-Est. In quei giorni infatti il vento soffiava da Ovest e quindi la zona di accelerazione era meno potente perché “protetta” dal vulcano di Tenerife (3,700 metri). Invece dei soliti 30-40 nodi di vento e onde di 2-3 metri, c’era un Forza 4-5 (11-16 nodi), che per veleggiare con vele piene (non terzarolate) è un vero piacere. Di fatti la traversata, circa 12 ore, è stata uno sballo per me e per la mia barca. Il vento, indebolito, ma costante, da Nord-Est mi ha permesso di seguire una rotta lineare, senza deviazioni, tutta al traverso, che è l’andatura migliore per la mia barca. 
   Ho usato il motore soltanto un paio di ore quando sono partita di notte per raggiungere il canale tra Gran Canaria e Tenerife e poi nel pomeriggio altre due ore quando ero a circa 15 miglia nautiche dalla Marina San Miguel, mia destinazione finale, ed e’ calato del tutto il vento. Se posso paragonarla con altre attivita’ sportive, è stata come una lunga cavalcata a briglie sciolte. Come se davvero Maneki fosse riuscita a scappare da una gabbia dove era rinchiusa da mesi e che ormai conosceva a menadito. Certo la “gabbia” mi è servita per imparare e allenarmi, ma da un po' cominciava a starmi stretta. 
   Ma – va sottolineato mille volte - ho dovuto aspettare le condizioni favorevoli, che sono una eccezione nel canale tra Gran Canaria e Tenerife dove il vento è quasi sempre Forza 7 con raffiche di oltre 40 nodi nel tratto centrale.
   È la prima volta che sono a Tenerife e non conosco quasi nulla di questa isola a parte il vulcano Telde, la cui silhouette si ammira al tramonto da Gran Canaria e che d’inverno spunta con la cima innevata sulla linea dell’orizzonte.
   Ho scelto la Marina San Miguel perché mi hanno detto che appartiene allo stesso gruppo del Puerto di Mogan ed è simile, ma è stata una delusione. Nulla a che vedere. La marina è molto trascurata e degradata. Curiosamente c’è lo stesso sottomarino giallo, famosa attrazione turistica, che c’è a Mogan. Inoltre è la base di una scuola di vela del brevetto Rya. Anche i dintorni sono un po’ deludenti, vicino c’è il secondo aeroporto di Tenerife Sud, e lo sviluppo edilizio è in piena espansione. La costa è punteggiata di resort con piscina, ma in alcuni tratti ci sono ancora delle belle calette dove si puo’ scendere dal sentiero del lungo mare. Il porticciolo di Los Abrigos è l’unico posto rimasto incolume ed è gradevole anche se soffocato dal cemento. La chiesetta, probabilmente costruita dagli spagnoli, sopravvive tra i palazzi, tra cui un vero ecomostro rimasto incompiuto, c’è solo lo scheletro di cemento.
   Tenerife è come un triangolo. Il lato orientale dove sono sbarcata è quello più ventoso, mentre il lato meridionale è quello piu’ turistico perché è più caldo e non c’è vento.
   Mi hanno consigliato di ancorare nelle baia di Los Cristianos, a sud ovest,  che è tutta sabbiosa. La spiaggia è molto grande in effetti ed è circondata da locali alla moda. Di fianco c’è un porto dove partono i traghetti per la Gomera, l'ultima tappa di Colombo prima del suo viaggio verso le Indie.
   A Tenerife si parla praticamente italiano…i connazionali qui sono la comunità più grande di stranieri. Sara' un caso, ma mi hanno sconsigliato di lasciare il mio kayak in spiaggia, soprattutto di sera.   

In ¨patera´ alle Canarie, la disperazione dei profughi africani

Arguineguin (Gran Canaria), 19 settembre 2019

   Quella che vedete nella foto e´una ¨patera´, un ´´barcone´´ usato dai pescatori sulle coste marocchine  Questa imbarcazione appartenuta a un certo Mbarka, un cognome magrebino forse comune, e´stata avvistata mercoledi´a pochi chilometri dalla costa meridionale di Gran Canaria con a bordo un gruppo di migranti. E´stata intercettata dalla barca arancione del Salvamento Maritimo che l´ha portata al porto di Arguineguin. Leggo sulla stampa locale che sulla ´patera´ viaggiavano 15 disperati, tra cui una donna. Tutti sono stati accolti dalla Crioce Rossa locale e a quanto sembra erano in buona salute. E´ l'ennesimo barcone di migranti che arriva sulle coste dell'arcipelago spagnolo in questa estate. Soltanto dal Primo di settembre 291 profughi sono arrivati su 12 pateras e 3 caiucchi, da agosto sono 613.
   Come avevo gia´ scritto su queste pagine, la chiusura dei porti nel Mediterraneo ha riaperto la via delle Canarie. L'arcipelago e´a 200 km circa dalle coste africane e gli alisei soffiano costantemente in direzione sud-ovest.
    Ho fotografato questa 'patera' perche´ e' stata ormeggiata a una ventina di metri dalla mia barca ancorata vicino all'ingresso  porto di Arguineguin. A guardarla immagino il lungo viaggio per mare, non penso abbiano avuto un motore, non vedo manco un timone. In pratica e´una tinozza dalle sponde molto alte che e' stata gettata  nell'oceano Atlantico sperando che le correnti e i venti la spingano fino a una delle sette isole dell´arcipelago spagnolo. Se si calcola bene la rotta,  grazie alla corrente oceanica caraibica, quella che porto´Colombo, qualsiasi cosa che galleggi prima o poi arriva alle Canarie. Certo non riesco manco ad immaginare l'odissea delle 15 persone stipate a bordo e neppure la abissale disperazione che li ha spinti ad affrontare un simile viaggio.