VADEMECUM/ Come scegliere una barca (per vivere e navigare)

Gran Canaria, 20 Aprile 2018 

    C`e` una massima che circola negli ambienti nautici: "Ci sono due momenti di massima felicita` nella vita di un marinaio, quando compra la barca e quando la vende". Mi dispiace smentire i vecchi lupi di mare, ma non penso sia valida per tutti.

    Nel mio caso quando ho comprato Maneki (un Jeanneau di 9 metri del 1974) ho avuto piu` paura che gioia. Paura di non saper gestire l`enorme complessita` che una barca presenta. Ancora oggi non so neppure se riesco a portarla da sola in quanto causa guasto motore non sono ancora uscita dalle tranquille acque del porto. L`ex proprietario di Maneki, un francese che come me ci viveva sulla barca, poi non era cosi` al settimo cielo nonostante abbia spuntato un buon affare. Non lo faceva vedere ma era cupissimo quando ha deciso di vendere la sua `creatura`. Ancora adesso mi manda dei messaggi in cui mi dice che `le manca`. Deve essere stata una lacerazione separarsi da qualcosa che era parte della tua vita e con cui hai condiviso gioie e dolori. tanto. Ne so qualcosa quando ho dovuto lasciare la mia moto in India.

Come quindi scegliere una barca?. 
   Innanzitutto si escludono le barche nuove, in giro c`e` cosi` tanto usato e a cosi` poco prezzo che non merita davvero.
Dove iniziare? 
    La scelta del posto e` essenziale, grosso modo intendo, tipo Mediterraneo, Atlantico, Caraibi, Australia…vero e` che poi si naviga ma ci vuole una base di partenza. Io ho escluso l`Asia perche` non c`e` molta scelta. Nel Mediterraneo invece ci sono migliaia di barche, la maggior parte ferme nei porti perche` i proprietari sono anziani (la popolazione europea sta invecchiando sempre piu`) oppure sono stati colpiti dalla crisi economica. Ci sono quindi buone occasioni, ma nel caro e vecchio Mare Nostrum – secondo me il mare piu` bello del mondo - bisogna tenere conto di due fattori: la stagione invernale che dura minimo sei mesi e il costo degli ormeggi (anche se questi sono diminuiti al pari passo con gli affitti delle case).
Alle isole Canarie, le `Maldive` dell`Europa, c`e` il vantaggio di una estate infinita con zero (o quasi) giorni di pioggia piu` vento costante. Da Cristoforo Colombo, che e` partito da qui, in poi e` un paradiso per i navigatori.
Agenzia o tam tam?     Si puo` dare una occhiata ai siti di annunci come Subito.it o altri specializzati per avere una idea. Ormai non ci sono quasi piu` annunci sulle bacheche delle marine, e` tutto on line.  Si puo` poi cercare nei porti le barche che espongono il cartello `In Vendita`, soprattutto quando uno ha una idea precisa di dove ci si vuole stabilire.
Ma funziona anche il tam tam. Nel mio caso ho `messo in giro` la voce che ero interessata a comprare un piccolo veliero e dopo un po` mi si sono presentate delle occasioni. Nello specifico, ho trovato Maneki grazie al mio insegnante di vela. Io sono arrivata al Puerto di Mogan per fare la scuola di vela Aistrac, gestita da un irlandese che ha una vasta esperienza non solo di navigazione, ma anche di manutenzione delle barche. Mi sono quindi affidata al suo occhio (piu` esperto del mio) per scegliere.
Poi entra in gioco anche la sorte come in molti casi della vita. Posso tranquillamente dure che Maneki e` arrivata a me, non sono io che l`ho cercata. E come prova tangibile mi basta guardare l`immagine del Ganesh, il dio elefante, che l`ex proprietario ha affisso nella cabina. Quale migliore coincidenza per me che arrivo dall`India!

Quanti metri?     Questo e` veramente una questione personale. Da soli si possono portare barche di 15 metri, conoscono molti velisti che sono arrivati qui alle Canarie da soli dai Caraibi o dal Mediterraneo con barche ovviamente attrezzate per una navigazione in solitaria. Diciamo che si va dai 9 metri (o 30 piedi) che e` il minimo per viverci a un massimo di 15 metri. Io, che sono principiante e anche con poche risorse, ho preferito il minimo necessario. In effetti ho gli spazi che mi servono, la cuccetta a prua dove dormo, il salotto con tavolo, l`angolo cucina e il tavolo da carteggio dove ho installato il mio ufficio e dove sto scrivendo ora.

Che cosa serve a bordo?    E` importante che la barca sia ben attrezzata non solo per navigare (vele, strumenti, scialuppa salvataggio, cordame, ecc) ma anche per viverci. Quindi deve essere autosufficiente per quanto riguarda elettricita` (pannelli solari o generatore eolico), acqua (serbatoio capiente), fornello, frigo, armadietti, ecc) e possibilmente avere un canotto o un kayak come nel mio caso. Tutte queste cose se non ci sono vanno comprate con quindi ulteriori spese. Io ho trovato praticamente tutto quello che serviva dal mio predecessore. Quando sono arrivata ho comprato solo il cibo, mi ha lasciato tutto, piatti e lenzuola comprese. Maneki ha un pannello solare collegato a due batterie che mi permettono di alimentare delle luci led, i caricatori dei computer e telefoni, la radio VHF e altri strumenti come il pilota automatico. Non posso attaccare il frigo che pero`, per adesso, ne faccio a meno e in verita` non sento molto la mancanza. Sono in porto e vado tutti i giorni al supermercato dove compro cose fresche.
 Occhio a motore e scafo    In una barca di medie dimensioni il motore e lo scafo fanno la parte del leone. Sono le parti piu` care e quindi da valutare con attenzione. Un motore nautico diesel viene sui 6 mila euro. Uno scafo corroso, da ruggine o da osmosi (se e` vetroresina) richiede tempo e soldi. In entrambi i casi la barca va levata dall`acqua. Anche le altre parti strutturali, albero e boma, sono importanti, ma e` piu` facile controllare il loro stato.
Pur avendo ben chiaro questo avvertimento, ho comprato una barca che ha problemi con motore. Non e` grande cosa, si tratta di sostituire delle guarnizioni del cilindro che perdono olio, ma il lavoro e` lungo e complesso. Sto aspettando che si liberi un meccanico. Non molti vogliono fare un lavoro che e` lungo e che richiede anche pazienza perche` bisogna lavorare dentro un gavone del pozzetto, in spazi ristrettissimi. Il mio motore e` un Vetus di 20 CV, mi e` stato detto che a parte la perdita e` in buono stato…speriamo. E` l`unica `pecca` che ha Maneki. Lo scafo, in vetroresina, e` stato trattato due anni fa e dipinto di arancione, un colore che non mi piace, e che cerchero` di cambiare quando sara` ora. Le vele e il cordame sono buone.
Gli strumenti base ci sono (bussola, windex e profondimetro). Il GPS portatile ha uno spinotto rotto e non si puo` collegare alla radio. Il pilota automatico che si collega alla barra e` di buona qualita`.

Quale bandiera?     Ho scoperto un sacco di cose a questo proposito. Primo e` che la bandiera segue il proprietario e se il nuovo padrone non ha gli stessi requisiti, per esempio la residenza, occorre ri-registrare la barca. Nel caso di Maneki non ho potuto mantenere la bandiera francese in quanto non residente in Francia o cittadina francese. In teoria potrei avere la bandiera italiana, ma mi e` stata vivamente sconsigliata. L`Italia ha infatti una procedura complessa e costosa che richiede anche dei controlli assidui e delle stringenti normative di sicurezza. Quindi mi sono messa a cercare dove era piu` facile e conveniente sfruttando il fatto che per un cittadino dell`Unione Europea e` possibile registrare una barca anche non nel proprio Paese di origine.
Di sicuro la nazione piu` `friendly` per chi va per mare e` il Regno Unito che ha istituito un registro delle piccole barche (inferiori a 24 metri). La tassa e` di appena 25 sterline e la licenza dura cinque anni. Ma bisogna essere cittadini o residenti nel Regno Unito e dimostrare non solo che si ha un indirizzo, ma che si e` `inseriti` ovvero si ha un lavoro o una societa`.
Olanda e Belgio, due piccoli Paesi ma con grandi tradizioni marinare, invece non hanno obblighi di residenza e la procedura e` facile . Di fatti sono molto gettonati. Ci sono agenzie su internet che promettono una bandiera olandese o belga in pochi giorni con 300-400 euro. Io ho provato a fare domanda on line al registro olandese, ma ho visto che quello belga e` ancora piu` facile, almeno sembra perche` ho appena inviato la domanda di registrazione. A questo proposito faro` un aggiornamento magari con piu` dettagli, visto che sono diventata una esperta in materia.

Infine, come chiamarla?    Si sa l`ambiente marinaro e` molto superstizioso. Una delle credenze e` che non bisognerebbe mai cambiare nome alla barca. Io un realta` mi ero ripromessa di battezzare la mia prima barca “Garbino”, un vento da Sud Ovest tipico dell`Adriatico, poi pero` ho cambiato idea. Maneki, il mio Jeaunneau, deriva il suo nome dal giapponese Maneki Neko, il gattino che saluta con la zampa e che e` un talismano diffusissimo in tutta Asia. Potevo forse rinunciare a tale portafortuna? No ovviamente, ecco quindi che Maneki e` rimasta tale.

Puerto de Mogan, la `Costa Smeralda` delle Canarie

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 10 Aprile 2018

   Ci sono dei posti, quando si viaggia, che ti incantano fin dal primo sguardo, che senti che possiedono un qualcosa di speciale nel paesaggio, nell`architettura o semplicemente nell`aria che si respira. Uno di questi e` Puerto de Mogan, nel sud della Gran Canaria, a 40 km dalla capitale Las Palmas.  E` un piccolo porticciolo creato negli anni Ottanta che le guide turistiche spacciano per `Little Venice`. Ma di Venezia non ha nulla a parte alcuni ponticelli di legno.
   E` stato invece, anche se per poco tempo, un pezzo di Costa Smeralda, un avamposto della Dolce Vita sull`Atlantico e l`ultimo sogno di uno stravangante personaggio che ha creato l`esclusivo Porto Rafael, davanti all`arcipelagio della Maddalena, ritrovo per magnati e le loro corti stile film Grande Bellezza.  E` ormai un capitolo chiuso della storia italiana, che sembra lontanissimo, tanto sono cambiati i tempi.
   Il personaggio in questione si chiama Rafael Neville, aristocratico spagnolo, figlio dello scrittore Edgar Neville, che all`epoca faceva parte del jet set della Sardegna e dell`Agha Khan.
Siamo negli anni in cui nasce la Costa Smeralda e il suo mito. Neville, un concettualista e creativo, si direbbe oggi,  aveva gia` ideato come architetto un paio di progetti in Spagna, Torremolinos e Marbella.  Pero` poi si innamora di una spiaggetta (che gli era apparsa in sogno) in Sardegna dove si stabilisce e che diventera` Port Rafael (questo documentario  racconta il suo sogno).
   Sono gli anni del capitalismo turistico. Un suo amico, Paolo Riccardi, che e` l`avvocato e braccio destro dell`Agha Khan che nel 1982 `fiuta un altro affare` proprio qui a Puerto de Mogan, dove non c`era nulla a parte un grande bananeto come si vede da una foto dell`epoca affissa vicino alla torre di controllo della marina.
   Non so se questo e` un altro `sogno` di Neville  (il cui motto era `sognare e` vivere`) ma tra il 1983 e il 1984 nasce il porto turistico e il villaggio intorno dove oggi ci sono ristoranti, negozi e appartamenti. La piazzetta centrale, dove c`e` una rosa dei venti sul pavimento, e` stata dedicata a lui. Sul lato orientale sorge una spiaggetta orientale, mentre sul costone della montagna sorge il vecchio villaggio che era dei pescatori e agricoltori.
 Siccome Puerto de Mogan sorge allo sbocco di una sorta di canyon dove sono stati scoperti degli insediamenti archeologici e delle necropoli, per fortuna lo sviluppo edilizio non e` stato cosi` massiccio come in altre parti della costa meridionale della Gran Canaria.
   Il porticciolo ha conservato l`aspetto che probabilmente era stato concepito dalla raffinata mente di Neville, conte di Berlanga di Duero, che e` morto nel 1996.  L`intenzione era di attirare il jet set che pullulava negli anni Ottanta sulla Costa Smeralda e che di inverno non sapeva dove andare...ma pare non sia mai decollato.
   Negli anni Novanta, infatti, si sa come e` andata a finire, la gloria dell`Aga Khan e conseguentemente di tutto il suo entourage si e` appassita e Mogan e` stato inglobato nei progetti di investimento di mezza Europa. Oggi il porticciolo e` visitato da centinaia di gitanti  che fanno le escursioni dell`isola, oltre che essere uno dei tanti posti dove svernano pensionati tedeschi, britannici, francesi e anche italiani. Non c`e` nulla che ricordi l`esibizione di ricchezza e la bella vita della Costa Smeralda, i ristoranti chiudono alle 11 e non ci sono locali notturni e, ahime, neppure gallerie artistiche o ritrovi culturali.
   La sua affascinante storia resta nelle facciate colorate del piccolo borgo pieno di gatti e di bouganville.





Veleggiando verso le Indie, ma quali Indie?

Gran Canaria, 5 Aprile 2018
   Dopo 17 anni ho lasciato l`India, nel senso che ho deciso di non abitare piu` e lavorare stabilmente a New Delhi, ma di viaggiare con una barca a vela partendo dalle isole Canarie. Detto cosi` sembrera` a molti una pazzia, invece e` molto piu` facile di quello che sembra.
   Un paio di premesse. Innanzitutto non ho lasciato veramente l`India e per questo ho deciso di non abbandonare questo blog ma di allargarlo alle mie esperienze velistiche. Come ho letto da qualche parte, `non sei tu che trovi l`India ma e` l`India che trova te`. Quindi l`India e` dentro di me e viaggia con me.

   Secondo, citando l`Ecclesiaste, “per ogni cosa c`e` il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”. Il mio momento e` venuto e non ho fatto altro che seguirlo. In realta` erano gia` anni che mi ero staccata da New Delhi, una citta` che ho amato molto ma che negli ultimi anni ho visto deteriorarsi cosi` tanto a causa dell`inquinamento, dell`edilizia selvaggia e non da ultimo anche dall`indifferenza dei suoi abitanti per la sua storia e i suoi monumenti.
   Negli ultimi tre anni ho viaggiato molto nel resto dell`India e in Asia. A tal punto da non riconoscere piu` la mia casa. Mi sono resa conto dell`inutilita` di avere una casa piena di cose, quando tutto quello che mi serviva era chiuso in uno zaino e in un marsupio. Il mio appartamento a New Delhi era diventato un museo di ricordi familiari, un po` come quello di Orhan Pamuk a Instanbul. Ho impacchettato quelli piu` preziosi e li ho spediti in Italia a casa dei miei genitori. Apriro` un museo comune con i loro ricordi. Per adesso voglio vivere il presente.
   Gia’ il presente. Sembra una storia parallela a quella di Simone Perotti, lo scrittore e marinaio che anni fa ha lasciato il suo lavoro di manager a Milano e si e` trasferito in barca (e` stato un pioniere del cosiddetto `downshifting` e lo ha raccontato nel libro Adesso Basta). Ma non e` proprio cosi`. Il mio lavoro da giornalista e` in realta` una passione che mi ha sempre permesso di vivere a modo mio. Purtroppo da alcuni anni il mio mestiere e` in crisi profonda, forse e` addirittura sparito. Il modo con cui si fa giornalismo oggi, parlo delle cronache dall`estero, non mi piace piu`. E di fatti sto pensando di cambiare mestiere o meglio di `impararne` finalmente uno prima che sia troppo tardi. Come non ricordare qui la celebre battuta di Luigi Barzini jr che fare il giornalista `e` sempre meglio che lavorare`?.
   L`obiettivo di questo blog rimane sempre lo stesso, raccontare delle storie di viaggi `lenti` e di persone che incontro. Le Indie, il titolo del mio blog, rappresentavano le mille sfaccettature dell`India e le sue contraddizioni. Ma le Indie sono anche quelle che ho qui davanti. A Las Palmas, la capitale,  c`e` la casa di Cristoforo Colombo, che gli spagnoli chiamano Colon, partito proprio da qui alla ricerca dell`India. Sappiamo come e` andata a finire... ma mi piace l`idea che davanti a queste isole ci siano le `altre` Indie.  
   Vorrei anche usare questo blog per fornire consigli pratici sulle barche a vela, su come viverci e come andare per mare, una guida di sopravvivenza senza grosse pretese perche` sono ancora una principiante, ma con un punto di vista femminile e senza tutta la prosopopea e la retorica delle grandi imprese velistiche.

8 MARZO / La ministra Swaraj tra le ambasciatrici e giornaliste

New Delhi, 8 Marzo 2018
   La ministra degli Esteri Sushma Swaraj,  una delle poche donne nel governo di Narendra Modi e molto apprezzata per assistere i cittadini indiani all`estero,  e` tornata a organizzare quest`anno il ricevimento dell`8 Marzo dedicato alle donne giornaliste, parlamentari  e ambasciatrici. Lo scorso anno la ministra era assente per convalescenza dopo un trapianto di reni. Adesso e` tornata in grande forma come si vede da questa foto.
    L`appuntamento tutto al femminile, nel prato del centro conferenze a Janpath, ha visto la presenza anche di un corpo di polizia `rosa`. di una percussionista di ghatam (anfore) e di un gruppo di `tamburine`. La maggior parte delle diplomatiche proveniva da Paesi africani, pochissime le corrispondenti straniere donne, forse per disinteresse o forse perche` sono davvero poche.
   Conosco Sushma, 66 anni avvocato, della destra moderata,   perche` era una delle interlocutrici nel caso del maro`. E` stata lei ad annunciare l`ammorbidimento della posizione del governo Modi ed e`lei che ha avviato il disgelo andando a Roma.
   Curioso che alla fine del ricevimento quando ho preso commiato, mi da chiesto `come era il cibo?`. Forse immagina che per gli italiani gli affari della tavola spesso vengono prima di quelli esteri. Oppure era solo un gesto da premurosa padrona di casa.  

La guerra delle statue, da Giorgio V a Lenin

New Delhi, 7 marzo 2018
   Da alcuni giorni in India e` caccia alle statue da vandalizzare o abbattere con le ruspe. Come da sempre nella storia, chi vince una guerra o una rivoluzione, distrugge i simboli visivi del potere precedente. Mi ricordo ancora quando nel 2003 la statua dii Saddam Hussein e` stata tirata giu` in una piazza di Bagdad dopo l`invasione Usa. Tra l`altro, l`iracheno che l`ha presa a mazzate si e` pentito del suo gesto in una intervista alla BBC. `Adesso – ha detto amaramente – abbiamo mille Saddam`.

   Dopo la vittoria elettorale della destra del Bjp nello stato nord orientale di Tripura, roccaforte `rossa` da ben 25 anni, i fanatici si sono scatenati e hanno buttato giu` con le ruspe due statue di Vladimir Lenin. Il dittatore russo e` mal visto in tutto il mondo, e penso che solo in India, e forse in Nord Corea o in America Latina sopravviva ancora nelle piazze e nei parchi. A New Delhi per esempio, pochi lo sanno, c`e` una sua statua a Nehru Park (VEDI FOTO), bersaglio degli escrementi dei piccioni, salvo il Primo Maggio in cui viene ripulita e inghirlandata.
   Dato il nuovo trend, temo anche per questa statua. Non mi stupisco che alcuni fanatici della destra indu` la demoliscano con i bulldozer, come gia` successo in Tripura.
   Non e` solo Lenin nel mirino degli estremisti. Leggo oggi su Times of India che anche un busto di Ambedkar, leader dei dalit (gli `intoccabili`) e` stato danneggiato in Uttar Pradesh. E per vendicare Lenin, una effige del fondatore del Bharatiya Jana Sangh (una organizzazione della destra indu`) e` stata macchiata con inchiostro a Calcutta.
   Nel frattempo si costruiscono nuove statue, gigantesche e costosissime. Quella dell`indipendentista Vallabhbhai Patel, che stanno erigendo in Gujarat, detta la Statua dell`Unita`, 182 metri, sara` la piu` alta del mondo, dicono, ed e` inserita in un mega parco con lago di 12 chilometri. La fara` (320 milioni di dollari) la Larsen & Toubro. Un`altra di Shivaji, il guerriero anti mussulmani del Maharashtra, e` in cantiere al largo di Mumbai e costera` ancor di piu`.
   Erigere le statue a futura memoria o distruggerle per cancellare il passato. Sono le tipiche azioni dei regimi fascisti o dittatoriali. Per questo sono preoccupata dalle notizie di questi giorni.
   Il premier indu nazionalista Narendra Modi ha condannato gli incidenti e cosi` anche lo hanno fatto altri esponenti del suo partito promettendo di punire i responsabili dei vandalismi. Ma temo che le frange estremiste indu`, che sono risorte dalle ceneri dopo la vittoria del Bjp sul partito famiglia dei Gandhi alle elezioni del 2014, siano difficilmente controllabili. Il genio (cattivo) e` fuori dalla lampada, lo si e` visto in questi tre anni con gli episodi di intolleranza verso le minoranze religiose, organizzazioni non governative e anche giornalisti.
   E` un fenomeno allarmante e anche contrario ai principi su cui poggiano le fondamenta della civilta` indiana. Il premier Modi ama spesso ricordare un famoso detto in sanscrito (dalle Maha Upanishad) , Vasudhaiva Kutumbakam, `Il mondo e` una unica famiglia`, che sintetizza secondo me lo spirito di fratellanza universale e di pacifismo.
   Quando sono partiti gli inglesi nel 1947, dopo la pacifica battaglia del Mahatma, sono state rimosse le statue dei sovrani britannici. Ma il neo governo indiano di Jawaharlal Nehru non le ha distrutte, le ha semplicemente messe in disparte. Sono tutte in un giardino pubblico, chiamato Coronation Park o Memorial, nel nord di Delhi, che ricorda il luogo dell`incoranazione di George V nel 1911. C`e` anche una sua grande statua che se ben ricordo era a India Gate su un piedistallo che ora e` vuoto (non mi stupirei se un giorno non ci mettano una statua di Modi).
   Il posto e` abbandonato e in completo degrado, in questo caso sara` il tempo a cancellare il passato, non i nuovi padroni.

LA FOTO/ Il fruttivendolo e l`economia `cashless`

New Delhi, 28 Febbraio 2018

   Uno degli obiettivi del governo di Narendra Modi e` la `cashless economy`, un`economia che non usa piu` il contante, ma solo transazioni digitali piu` controllabili e sicure della moneta cartacea.
   Anche i fruttivendoli ambulanti, come questo fotografato in una strada del sud di New Delhi, si stanno adeguando alle nuove tendenze accettando pagamenti elettronici da Paytm, una app che offre la possibilita` di pagare le merci con lo smarthphone.

Godhra, ecco il treno che ha causato i pogrom del Gujarat nel 2002

New Delhi, 10 febbraio 2018

   Tornando da Mumbai in treno, non con il `superveloce` Shatabdi, ma un `express` che si ferma quasi ovunque, ho fatto una scoperta interessante.  Una delle fermate previste e` la stazione di Godhra, in Gujarat, piu` o meno a meta` strada verso Delhi, una stazione minuscola in mezzo a un paesaggio brullo.
   Quando ho visto il cartello giallo con la scritta `Godhra`, la `terra delle mucche`, mi si e` acceso un campanello. Questo nome e` associato a una delle pagine piu` tragiche della storia recente dell`India, i massacri tra indu` e musulmani nella primavera del 2002. Esattamente il 23 febbraio del 2002, quindi quasi 16 anni fa, un treno con a bordo decine di militanti dell`estrema destra indu` e` stato dato alle fiamme mentre sostava in questa stazione. Da li` e` esplosa la violenza in tutto il Gujarat e i pogrom contro la comunita` islamica che hanno causato oltre mille morti .
   E` un tristissimo capitolo su cui e` stata messa una pietra sopra dopo che il primo ministro Narendra Modi, all`epoca leader del  Gujarat, e` salito al potere nel 2014 con una larga vittoria che ha compreso anche i voti dei musulmani.   
    Mi guardo intorno cercando di immaginare quel tragico episodio sul binario dove e` fermo il mio treno e vedo in fondo alla stazione un paio di vecchi vagoni abbandonati e anneriti dalle fiamme.       Attonita, chiedo ai miei vicini di scompartimento se quello e` il treno di 16 anni fa dove sono morte oltre 50 persone. E` proprio quello, lasciato li` a perenne memoria oppure ancora sotto sequestro, chissa`. Scendo dal treno e scatto alcune foto, i passeggeri sono stupiti che io sappia la storia, non se la aspettano, pensano che io sia una turista, e forse un po` si vergognano.
    Dopo 10 minuti il treno riparte, mi accorgo che i binari sono abbastanza nuovi e che c`e` pochissima gente rispetto all`affollamento delle stazioni indiane. Lo spettro di Godhra e` ancora li` e come un genio cattivo aspetta che qualcuno lo risvegli.

Bla Bla Car e i nostalgici del Duce

Londra, 15 gennaio 2018
   Una volta, per noi giornalisti, per capire l``umore` di un Paese bastava parlare con il primo tassista che ti capitava sottomano, adesso ci sono i driver di Bla Bla Car
   Di recente anche io sono diventata una affezionata utente del popolare servizio del `car pooling`. E` veloce, costa meno di qualsiasi altro trasporto, piu` comodo perche` arriva ovunque, anche sotto casa, e anche piu` divertente (per me che sono una chiacchierona).
   Un paio di giorni fa ho fatto un viaggio fino da Torino a Malpensa con un simpatico lombardo sulla cinquantina insieme ad altri due passeggeri. Dopo i primi convenevoli, il discorso e` finito immancabilmente sulla politica. In Italia non si parla di altro che del voto del 4 marzo. Franco (nome fittizio) e` uno dei tanti disillusi dai partiti, convinti che non cambiera` nulla perche` e` il sistema che e` marcio fino alle ossa. Anche se c`e` qualche mela buona, secondo lui, immancabilmente finira` per corrompersi perche` questo e` il prezzo della carriera politica. ”Se vuoi arrivare a certi livelli, devi rubare anche tu” e` la sua convinzione. Ho pensato che Franco fosse quindi un potenziale elettore del M5S o della Lega, invece no, anche loro, ”sono come tutti gli altri”. Insomma e` pessimismo cosmico alla Leopardi.
   “Ma ci deve essere una via di uscita, non basta dire che tutto va male” sbotto io mentre usciamo dal casello della To-Mi. Franco mi elenca altre ragioni del suo negativismo per qualche decina di chilometri, poi in prossimita` di Malpensa trova il coraggio e mi dice quello che pensa: “Ci vorrebbe un dittatore, uno che sia in grado di rimettere in sesto le cose, magari solo per un po` di anni...”. Gli ricordo che i regimi autoritari difficilmente se ne vanno, anzi c`e` il rischio che peggiorino con conseguenze disastrose per la liberta`.
   Purtroppo la conversazione finisce li` perche` siamo arrivati. Entro in aeroporto rimuginando sulle sue parole, il fascismo e` nato sul qualunquismo, su una sfiducia totale nelle istituzioni simili a quella di Franco, se ben ricordo. E se la prossima volta che torno in Italia mi trovo un nuovo Duce?

Firenze e la fiaba di Andersen

Firenze, 5 gennaio 2018


Ho festeggiato il mio compleanno a Firenze, quella descritta da Hans Christian Andersen nella sua fiaba Il Porcellino di Bronzo (che in realta` e` un cinghiale...)




Eccola:

Nella città di Firenze, non lontano daPiazza del granduca , si trova una traversa che credo si chiamLPorto rossa; qui, davanti a una specie di bancarella di verdura, sta un porcellino di bronzo, di bella fattura; fresca e limpida acqua scorre dalla bocca di quell'animale, che a causa dell'età è tutto verde scuro solo il grugno brilla, come fosse stato tirato a lucido, e questo si deve alle molte centinaia di bambini e di poveretti che vi si afferrano per avvicinare la bocca a quella dell'animale e bere. È come un quadretto vedere quel bel porcellino di bronzo abbracciato da un grazioso fanciullo mezzo nudo, che accosta la fresca boccuccia al suo grugno.

Sonia Gandhi abdica, ma Rahul e` davvero pronto a guidare il Congress?

New Delhi, 18 dicembre 2017

   Finalmente Rahul Gandhi, il principe riluttante come lo ha chiamato la stampa indiana, ha assunto il comando del partito del Congress. Sua madre Sonia Gandhi, la bella italiana sposata da Rajiv Gandhi nel 1968, ha abdicato lasciando l`eredita` dello storico partito nelle mani del primogenito. Ma Rahul e` davvero pronto dopo 14 anni di apprendistato?
   Era scontato che il rappresentante della quarta generazione di statisti prendesse il potere del partito di famiglia che fu anche del Mahatma Gandhi, per caso stesso cognome ma niente parentela. Non si sapeva pero` quando ci sarebbe stato il passaggio generazionale di potere. Da anni lo si prevedeva. Il `giovane` Rahul, che continua a essere chiamato tale anche se ha 47 anni, e` stato l`artefice della campagna elettorale contro il premier Narendra Modi nel 2014, finita in una debacle senza precedenti per il Congress.
Tentativo di intervistare Rahul Gandhi durante la campagna elettorale ad Amethi - Maggio 2014  (Foto scattata da un collega della stampa locale)  

   Di passo con l`indebolimento fisico di Sonia, afflitta da una malattia che la costringe a frequenti cure negli Usa, `RaGa` era già di fatto da alcuni anni il vero boss al numero 10 di Janpath. Le strategie elettorali e le alleanze erano di sua competenza.
   Il perché non abbia deciso di fare il `grande passo` prima rimane un mistero, uno dei tanti che avvolge la famiglia Gandhi. Si dice appunto che non fosse sicuro di dedicarsi alla politica, che fosse stato costretto dalla madre, lei stessa recalcitrante di fronte al potere, che avesse bisogno di imparare il mestiere. Dal suo ingresso in politica nel 2004 quando fu eletto nello stesso collegio elettorale di Amethi, che fu del padre Rajiv assassinato nel 1991, e` passato molto tempo. Si e` fatto le ossa sul campo viaggiando in lungo e in largo, incontrando la `gente` delle campagne e riorganizzando la base del partito.
   L`ascesa politica e` stata lentissima. Dapprima si e` occupato dell`ala giovanile, poi della riorganizzazione della base del partito. Nel 2013 e` diventato vicepresidente e ha lavorato a fianco della madre, sostituendola quando lei non poteva per motivi di salute.
   Ma e’ proprio da quell`anno che Rahul infilza una serie clamorose di sconfitte politiche culminate con la debacle del 2014, quando il Congress raggiunge il suo minimo storico non riuscendo neppure ad avere quel 10% in Parlamento che gli permette di essere il partito dell`Opposizione, il governo ombra. Di fronte a una batosta del genere, in un`altra parte del mondo, i Gandhi si sarebbero fatti da parte, o per lo meno Rahul avrebbe dato le dimissioni. Ma il partito del Congress, uno dei più` longevi al mondo essendo stato fondato nel 1885, e i Gandhi sono una cosa sola.
   Pochi giorni dopo essere incoronato, Rahul ha perso anche in Gujarat e in Himachal Pradesh, dove ieri si e` tenuto lo spoglio delle elezioni regionali. Il primo e` lo Stato di Modi (ma anche del Mahatma Gandhi), il secondo era guidato dal Congress, e quindi si e` trattato dell`ennesima perdita. In un tweet Rahul ha detto di aver combattuto con `con dignità` e decenza`. La stampa indiana lo ha visto piu` `maturo` nella campagna elettorale, e lo proietta ora come serio contendente di Modi nel 2019. Ma in politica ci sono solo vincitori e sconfitti, non c`e` molto posto per chi crede come il barone de Coubertin che "l`importante e` partecipare".
   Un`altra pecca che Rahul si trascina dietro da tempo e` la comunicazione mediatica. Dopo la disastrosa intervista televisiva con Arnab Goswani (Times Now) evita di esporsi troppo a domande indiscrete, per esempio sulla sua vita privata. Questa e` l’intervista esclusiva che ha dato al National Herald (giornale fondato dal bisnonno Jawaharlal Nehru) dopo la sua elezione in cui parla di democratizzare il partito e di portare `volti nuovi` in politica. Il suo intento e` lodevole ma sembra bizzarra sulla bocca del nipote di Indira Gandhi e pronipote di Nehru.

Perche` anche Calcutta non e` diventata come Singapore?

Singapore,  25 ottobre 2017

   Per me Singapore e` un vero enigma. Come e` possibile che una megalopoli di 6 milioni di persone sia cosi` diversa dagli altri conglomerati urbani dell`Asia? La gente e` la stessa, sono immigrati da India, Malesia, Cina. C`e` stata anche una fortissima impronta britannica come a Calcutta, la ex capitale dell`immenso impero anglo indiano. E` un clima tropicale con le annesse malattie, malaria, dengue, ecc. Non ci sono risorse naturali, ma solo capitale umano. E allora, come la mettiamo?
   A Singapore si narra che la differenza l`abbia fatta un uomo, Lee Kuan Yew, lo statista morto nel 2015 che ha governato per tre decenni la citta` stato asiatica. Si dice che ha elevato una nazione del Terzo Mondo a `Primo Mondo` nel corso di una generazione. Ma il vero fondatore di Singapore e` Sir Thomas Stamford Raffles, governatore dell`isola di Java, che nel 1819 sbarco` sull`isolotto di Singapore, all`epoca in maggior parte deserto, `a parte una enorme quantita` di topi e scolopendre` come scrive J.G. Farrell nel suo romanzo storico The Singapore Grip.
   Singapore ha un reddito medio procapite che e` superiore agli Usa, corruzione e criminalita` inesistente e uno standard di vita che fa invidia ai norvegesi. Non altrettanto si puo` dire sulla democrazia, ma questo e` un altro discorso. Io sto parlando di semplice gestione urbana e di amministrazione della res publica, di come sia possibile che a Singapore si beva l`acqua del rubinetto e che in pieno centro si sentano le rane gracidare negli stagni (privi di zanzare). Mentre invece a Calcutta la quantita` di lebbrosi ha prodotto una santa come Madre Teresa.
    Anche l`India ha avuto grandi statisti,  Jawaharlal Nehru o la figlia Indira Gandhi per fare un esempio, ma la miseria e` rimasta. Gandhi non era Lee Kuan Yew, ovviamente, anche se entrambi arrivano da studi giuridici. Mi sto interessando alla biografia di `Harry Lee`, come era conosciuto questo colto avvocato di origine cinese. Tra le sue massime c`e` questa: “If you can select a population and they’re educated and they’re properly brought up, then you don’t have to use too much of the stick because they would already have been trained. It’s like with dogs. You train it in a proper way from small. It will know that it’s got to leave, go outside to pee and to defecate. No, we are not that kind of society. We had to train adult dogs who even today deliberately urinate in the lifts.”

   Arrivando dallo smog di New Delhi, che dopo Diwali e ai massimi, la differenza e` tremendamente scioccante. Ho passato le prime 24 ore in estasi. Tutto mi sembrava semplicemente perfetto. Non ero mai stata a Singapore. E` una citta` che giri in bicicletta passando tra grattacieli e giardini pubblici pieni di opere d`arte, da Botero a Marc Quinn. Dove si puo` fare colazione in strada a Chinatown con pochi soldi e poco dopo essere nei templi del lusso a Orchard Road, o nel futuristico Marina Bay Sands, passeggiare nello storico Raffles Hotel,  oppure assistere allo spettacolo di luci e musica nella baia. E lo si puo` fare anche con un budget limitato, un cappuccino davanti agli spettacolari  Supertrees ( Gardens by the Bay) costa come al Coffee Day di Green Park (chi conosce New Delhi si mettera` a ridere).
   Ma dopo un po`ci si accorge delle magagne. Sono stata quasi contenta a trovare qualche cumulo di spazzatura qua e la`. La cosa mi ha confortato, perche` la perfezione e` sempre sospettosa.  Quando ho visto i resti abbandonati di un pic nic a East Cost Park mi sono perfino fermata a fare una foto. Un po` impaurita perche` la citta` e` piena di telecamere (non vedo mai polizia). Non si sa mai, qui non amano i dissidenti o critici. Ma forse in passato. Ho letto che il partito unico di governo, il People Action Party (PAP) sta scricchiolando dopo le elezioni generali del 2015. In altre occasioni ho `beccato` anche qualcuno a fumare in zone vietate.  Peccatucci ovviamente, nulla al confronto delle altre megalopoli asiatiche.  

Singapore, gioie e dolori del dockless bike-share

Singapore, 21 Ottobre 2017

   Ho scoperto qui a Singapore il `dockless bike-share`, ovvero biciclette parcheggiate in strada e che sono utilizzabili a pagamento con una app.  Stanno invadendo l`Asia, in Cina ce ne sono gia` 10 milioni, e stanno arrivando anche in Europa con una scia di polemiche. Il concetto e` rivoluzionario e decisamente innovativo. Per me, che sono una fautrice della bicicletta come mezzo di trasporto urbano, e` assolutamente una delizia. Per le autorita` cittadine, soprattutto nella ordinatissima Singapore, sono un incubo.
   Ho provato oBike, che e` una start-up di Singapore, e che e` forse il piu` grande dei 4 o 5 servizi di bike sharing esistenti nella citta` stato asiatica. Altri servizi sono in arrivo alla fine dell`anno, nonostante il mercato sia gia` saturo.
    Ecco come funziona: si scarica l`app, e per questo ho dovuto comprare una sim card locale per il mio smarthphone. Si paga 46 Singapore dollari di deposito (usando Paypal) e poi si puo` iniziare. Per me come ho scritto e` stata una vera rivelazione. L`app funziona con il GPS e Bluetooth e somiglia un po` a quella  di Uber. Si `vedono` sulla mappa le biclette in zona, si sceglie quella  piu` vicina, di solito a poche decine di metri, se si e` in una zona centrale. Poi si `scanna` il codice impresso sul manubrio con il telefonino e dopo pochi istanti il luccchetto si sgancia con un `clack`. Pronta per l`uso. Fin qui nulla di anormale.  Il bello e` quando si arriva a destinazione: invece di cercare la postazione dove `agganciare la bici` come si fa di solito, la si puo` lasciare dove si vuole.
    E qui sorge il problema che sta facendo arrabbiare amministratori e anche i cittadini. Siccome non c`e` controllo, si trovano bici parcheggiate ovunque, sui marciapiedi, su aiuole e prati, davanti alle porte dei negozi o appoggiate ai monumenti. E` l`anarchia, ma e` proprio quella la comodita` del bike-share. Ho girato tutto il giorno ieri in questa maniera, prendendo e lasciando bici per spostarmi. Nel mio caso ho cercato di mostrare senso civico e ho sempre cercato dei posti riservati, vicino alle fermate della metro o dei bus, per esempio. Anzi, in alcuni casi ho anche levato di mezzo le bici che erano in mezzo alla strada...prendendole...
    Altro grosso problema: la manutenzione. Almeno un terzo delle bici che volevo prendere erano danneggiate, molte erano senza sellino o senza catena. Se succede qui a Singapore, figuriamoci in Italia..Dalla app si possono segnalare le bici malfunzionanti, guadagnando dei `punti` (se invece la si parcheggia male si perdono i `punti`).
    I costi: sono piu` o meno come i servizi di noleggio regolare. oBike costa mezzo Singapore dollar (poco piu` di 30 centesimi di euro ogni 15 minuti). Ma ci sono promozioni, per esempio oBike e` free fino al 22 ottobre perche` e` Diwali. La cinese Ofo invece e` gratis fino alla fine del mese.

LA FOTO/ Upper Kinnaur, The Swing

Himachal Pradesh, 11 Ottobre 2017

Due manovali si divertono sulla strada per Nako (Upper KInnaur), vicino al confine con il Tbet. Lo scatto e` stato preso durante il mio viaggio in moto in Kinnaur e Spiti Valley

   

NEW DELHI - Fossero solo i petardi di Diwali a inquinare l'aria...

New Delhi, 12 ottobre 2017    Tra una settimana nel nord dell’India si celebra la festa di Diwali, il Natale induista, con scoppio di petardi e mortaretti come è tradizione. Ma quest’anno i botti, almeno in senso figurato, sono già in corso a New Delhi a causa delle polemiche sul divieto di vendita del materiale pirotecnico imposto dalla Corte Suprema qualche giorno fa per combattere l’inquinamento atmosferico.
  L’aria di New Delhi ha il primato di essere una delle più inquinate del mondo per il livello di polveri sottili PM 10 e PM 2,5. In autunno, dopo il monsone, lo smog aumenta notevolmente per una serie di ragioni climatiche, c’è meno vento, e anche per la bruciatura delle stoppie nelle campagne in Haryana e Punjab, oltre che dal traffico veicolare che si fa più intenso prima delle feste.
   Lo scoppio di milioni di petardi (uno a testa sono già 18 milioni) non fa ovviamente che peggiorare la situazione. Dopo Diwali per diversi giorni la città è avvolta nella nebbia e gli ospedali sono pieni di asmatici. 
   Per questo la Corte Suprema, che come sempre agisce a favore dei diritti e della salute dei cittadini (cosa che dovrebbe fare il governo) è intervenuta con la messa al bando fino al Primo Novembre .
   La decisione è stata accolta bene (chi non può essere d’accordo quando c’è di mezzo la salute?), ma ha sollevato qualche perplessità che condivido pienamente.  Come ha spiegato lo scrittore Chetan Bhagat (vedi il video a fianco), la misura è un palliativo che serve a poco e che tocca una festa religiosa molto sentita dalla popolazione. E’ come se in Europa vietassero il taglio di abeti per Natale, nessuno oserebbe mai farlo. In piazza San Pietro, a Roma, ogni anno si sacrifica un gigantesco abete e nessuno dice nulla.
   Non penso che i petardi siano la principale causa dell’inquinamento di Delhi. Non lo sono neppure le auto, statisticamente parlando. Le polveri arrivano dai cantieri edilizi, dai lavori in corso nelle strade, dalla mancanza di marciapiedi, rifiuti abbandonati e rifiuti bruciati. Insomma, come dice Bhagat, non basta vietare i petardi venti giorni all’anno e poi non fare assolutamente nulla nei restanti 345 giorni.  
   Sul website di un ente governativo che si misura la qualità dell'aria, in questo momento c'è scritto che nella mia zona (RK Puram) l'aria è 'unhealthy' e non ci sono ancora i mortaretti...  
     La città è allo sbando, questa è la realtà. La colpa è degli amministratori, il sindaco-attivista Arvind Kejriwal (definito il Beppe Grillo indiano), che sembra ignorare la tragica questione ambientale, ma anche dei cittadini. Si continua a costruire in maniera indiscriminata, spesso tagliando i preziosi alberi che servono a rinfrescare e purificare l’aria. Le machine diesel, compresi i suv, invadono i quartieri. Le auto Uber intasano le strade più dei risciò, spesso girando a vuoto. Non esiste alcuna politica per disincentivare l’uso dell’auto privata.
   Per non parlare della bomba ecologica del fiume Yamuna e delle fogne, di cui nessuno parla, e dei canali che sono stati chiusi e sui quali si sta edificando in maniera del tutto incosciente.
   Dare la colpa ai mortaretti di Diwali è semplicemente ridicolo.

LETTERA APERTA AL DALAI LAMA/Sos per il monastero di Kye

Kye Gompa, Spiti Valley (Himachal Pradesh), 9 ottobre 2017
   Sua Santita`,
   mi perdoni l`impudenza di questa lettera. ma non non riesco a fare finta di nulla. Sono stata al monastero di Kye, nella Spiti Valley, uno di quelli che Le e` molto caro come mi hanno detto i monaci stessi. Il gompa, che e` il piu` antico della vallata dopo quella di Tabo, sarebbe uno dei suoi preferiti e per questo l`ha preso sotto la sua protezione (cosi` mi hanno riferito).
   Ho letto su una targa marmorea che nel 2000 Lei e` stato qui e ha inaugurato una nuova hall dove si tengono ora le preghiere. Il monastero dell`XI secolo, che sorge a oltre 4.100 metri di altitudine, e` in una posizione spettacolare ed e` anche importante per la sua preziosa collezione di testi sacri e di thangka.

   Mentre prendevo un te` nella vecchia e cavernosa cucina - rimasta intatta da mille anni a vedere lo spessore di fuliggine nera sulle pareti - un monaco mi ha spiegato che Lei ha deciso di finanziare la costruzione di un nuovo edificio che serva come sua `guesthouse`e che ospiti anche un museo. `Il Dalai Lama ci tiene particolarmente a sviluppare Kye` ha aggiunto con comprensibile orgoglio.
   All`ingresso del monastero, che ospita 150 monaci e dove i turisti possono pernottare, c`e` infatti un cantiere in frenetica attivita`. Stanno costruendo un palazzo di tre o quattro piani che e` per dimensione uno dei piu` grandi della rocca. La sagoma di cemento e` visibile fin da lontano da quando si inizia a salire verso il gompa. Non e` l`unico cantiere, ci sono altri edifici di cemento piu` in basso quasi ultimati.
    Sembra che Kye sia in piena espansione edilizia. Mi chiedo come faccia un terreno cosi` friabile a sostenere una tale colata di cemento. Per ironia della sorte, sono `fuggita` da New Delhi per il baccano e la polvere di tre cantieri accanto a casa, per ritrovarmi tra betoniere e smerigliatrici a 4 mila metri e dopo 500 km di strapiombi e strade sterrate.

    A meno che non prenda l`elicottero, ci vorranno almeno tre giorni per arrivare qui dalla Sua residenza di Dharamsala. Non e` proprio l`ideale come seconda casa. E anche se veramente pensasse di ritirarsi a Kye, perche` deturpare uno dei monasteri buddisti piu` belli di Spiti?
    Invece di costruire nuovi edifici perche` non ristrutturare quelli esistenti con materiali compatibili con quelli originali? Volendo si potrebbe ricavare delle bellissime stanze ripulendo i dormitori dove oggi stanno i turisti. E poi perche` non impiegare i soldi al restauro degli arredi e delle thangka del monastero che sono in disperato bisogno? Fare un museo e` un`idea eccellente, ma lo si puo` ricavare benissimo usando in maniera razionale gli spazi esistenti.
   Purtroppo il concetto di restauro non e` molto diffuso in India non solo tra i buddisti tibetani. I cristiani in Kerala fanno a gara a erigere `ecomostri` accanto a chiese e santuari secolari. Lo stesso per templi indu`. `Nuovo e` bello`, lo e` stato anche in Occidente prima che rivalutassero i centri storici.
   Non posso pensare che Lei non sia sensibile alla tutela del patrimonio storico e che sia indifferente di fronte alla deturpazione e al degrado di antichi monasteri come Kye o come altri nel vicino e piu`famoso Ladakh. Bisogna intervenire, ma non con il cemento armato.
   Sua Santita`, Lei ha tanti contatti nel mondo, sono sicura che se facesse un appello per salvare gli antichi monasteri di Spiti con serie opere di conservazione sarebbe di sicuro ascoltato.

Con immenso rispetto e infinita ammirazione. Maria Grazia Coggiola

Chandigarh, il sogno di Le Corbusier svanisce nel traffico

Chandigarh, 24 Settembre 2017

   E` ora di sfatare il mito di Chandigarh, la citta` ideata dall`architetto franco-svizzero Le Corbusier negli Anni Cinquanta dopo i disastri della Partizione tra India e Pakistan e ora capitale degli Stati del Punjab e dell`Haryana.  Il sogno della citta` ideale e` una delle grandi utopie dell`umanita`. Anche Le Corbusier, contattato da Jawarlal Nehru nel suo studio di Parigi dopo la morte dei due originari progettisti americani in un incidente aereo, aveva questo sogno.
 
Lo ha realizzato? Secondo molti si`.  Chandigarh, nota come `The City Bceautiful`, compare in cima alle classifiche delle citta` indiane piu` `felici`.  E` oggetto di mostre in tutto il mondo che celebrano i suoi edifici nello stile del movimento architettonico del momento che era quello di usare tonnellate  di cemento armato. Sullo stile non discuto. E` come il barocco, piace o non piace.
   Invece ho dei dubbi sulla vivibilita` della citta` che e` fatta a a scacchiera, come gia` facevano i romani con i castrum. Quindi ha un certo ordine dal punto di vista urbanistico. Ma la planimetria non basta se manca una gestione del traffico,    
   Invito a fare un giro nelle strade, all`ora di punta, meglio se a piedi o in moto cosi` da esporre i sensi. Non vedo molta differenza da New Delhi, stesso caos, clacson all`impazzata, nessun rispetto per le strisce pedonali.

   Forse l`unica vera differenza e` che non ci sono gli eterni lavori in corso e le strade sono meno dissestate. Ma come poteva prevedere Le Corbusier all`invasione dei SUV?       

New Delhi e gli stupri, adesso anche i cinema per "sole donne"

New Delhi, 21 Settembre 2017

   Le donne a Delhi sono ormai una specie protetta, quasi come le vacche sacre. L'aumento di stupri e di molestie (non so se è reale o è solo perchè sono più visibili sui media) ha creato una psicosi collettiva e dei fantasiosi mezzi di difesa dalle attenzioni non volute degli uomini. Ce n'é bisogno perchè in giro ci sono sempre più molestatori, palpeggiatori ed esibizionisti di tutte le età. E' epidemico ormai, purtroppo.
   Ma invece di intervenire sulla psiche maschile, evidentemente malata, sembra che la soluzione sia segregare le donne. Ecco quindi i taxi rosa, i posti separati su Air India, gli scompartimenti 'women only' sulla metropolitana...e ora anche i cinema. Da qualche mese una famosa catena di multisale, il Pvr, si è inventata la proiezione esclusiva per sole donne al mercoledì pomeriggio. "Solo donne" significa che non sono ammessi nè partner nè mariti. Compreso nel prezzo un caffelatte e un (1 di numero) biscotto che vengono serviti da uno zelante cameriere, l'unico essere di sesso maschile a entrare nella sala per due ore.
   L'iniziativa mi ha stupito perchè non avevo mai pensato al cinema come posto non raccomandabile per donne sole. Io ci vado spesso, da sola appunto, anche di tarda sera, e non mi è mai successo nulla. Ma magari è un caso...devo stare più attenta.
   Ho provato ieri il "mercoledì rosa" al Pvr di Vasant Kunj, andando a vedere 'Simran', filmetto comico di Bollywood su una ragazza gujarati ribelle che vive negli Usa ma che come sempre è oppressa da genitori tradizionalisti.
    Le proiezioni "solo donne" sono soltanto al pomeriggio del mercoledì, verso le 15, quindi tra la preparazione del pranzo e quella della cena. Che è il momento di   tempo libero di una donna (che non lavora), dove si presuppone vada a fare shopping o incontrare le amiche.
    Non sembra abbia avuto però molto successo. C'erano solo una decina di donne nella sala, ma forse era il film poco attraente. Il caffelatte era però molto buono. E anche il biscotto. Forse merita andarci per quello.

ALLA SCOPERTA DI NEW DELHI 9/ Il Parco Archeologico di Mehrauli

New Delhi, 19 settembre 2017 

    "There is more history in this Archeological Park per square inch than anywhere else in the world, possibly even than in Rome and Athens. Several Delhis lie buried here, sometime overlapping each other, sometime in layers, occasionally one was cannibalised to build the other...".
   E' quanto leggo in un bel libro, "Invisible city. The Hidden Monuments of Delhi" di Rakhshanda Jalil e Prabhas Roy (Nyogi Books, 2008).  Non so se è una esagerazione, ma in effetti nel Parco Archeologico di Mehrauli, vicino al Kutub Minar, ci sono decine di monumenti, quasi tutti islamici, ma che spaziano in un arco temporale di mille anni, dal decimo secolo fino all'epoca britannica. Leggo che qui si trovano le rovine di Lal Kot, considerato il terzo insediamento di Delhi, siamo nell'anno 1000, quando nella zona regnava una misteriosa dinastia di Rajput chiamata Tomara.
   Purtroppo alcuni edifici storici sono difficili da trovare, non ci sono molte indicazioni e molte zone del parco sono ridotte a discariche. Alcune tombe islamiche sono abitate o sono in mezzo alla giungla tra maiali che scorazzano nei rivoli delle fogne. Purtroppo, questa e` la realta` degli slum di Delhi.
   Alcune moschee in rovina sono ancora usate dai fedeli e sono sotto la tutela dell'autorità religiosa islamica. C'è anche una dargah, una tomba medioevale di un santo sufi, Qutubbudin Bakhttiyar Kaki, che è precedente a quella più famosa di Nizammudin, il santo patrono di Dehi.
   Bisognerebbe venire con una guida o uno studioso ed esplorare la zona palmo a palmo. Soltanto alcuni monumenti sono stati ripuliti e c'è un custode all'ingresso.  Qui ne descrivo alcuni che sono i più importanti e anche più facili da trovare.

Moschea e tomba di  Jamali Kamali (1523). 
  Vi sono sepolte due persone. Uno è Jamali, un santo e poeta vissuto all'epoca dei sultani Lodi (quelli del famoso Lodi Garden). Di Kamali...non si sa nulla, leggo che potrebbe essere stato l'amante gay dal modo in cui sono disposte le lapidi fianco a fianco di solito come avviene per coniugi. La tomba contiene delle bellissime decorazioni colorate, in stile persiano. La moschea é imponente e ricca di dettagli.
   Mentre la stavo ammirando mi si sono avvicinati dei ragazzi indiani che mi hanno informato che il posto è `stregato`. Non è la prima volta che sento di monumenti popolati dai 'jinns'. i folletti (si solito benigni) che fanno parte della tradizione mussulmana. Un bel libro su Delhi dello storico William Darlymple si intitola infatti "La città dei Jinns" proprio in onore di queste radicate credenze legate ad alcuni posti della capitale.
 Qui però sembra sia una questione di fantasmi o di misteriose presenze che `schiaffeggiano i visitatori` e che producono strani rumori di notte.  Si vede che la cosa era seria... Tant'è che le autorità hanno chiuso con dei mattoni una parte interrna della moschea e anche un colonnato superiore.

Rajon ki Baoli.
   E' una delle tre "baoli" (pozzi a gradini, per la raccolta delle acque piovane) di Meharuli. E' la più grande, 200 metri di profondità, e risale al XVI secolo. Si è prosciugata come tutte le baoli, anche adesso dopo il monsone non c'è che una poltiglia verde sul fondo.

Dilkusha, la villa del baronetto Thomas Metcalfe (1795-1857)
   La storia di queste rovine sono intriganti. Appartengono alla residenza estiva di Thomas Metcalfe, rappresentante della Compagnia delle Indie Orientali a Delhi. Un raffinato signore che era l'agente degli inglesi presso l'imperatore moghul Bahadur Shah Zafar (l'ultimo, poi esiliato in Birmania dagli stessi inglesi).  Leggo che era un collezionista di libri rari e di reperti napoleonici...si era fatto costruire un villone fuori Delhi sulla terra di alcuni contadini dell'etnia Gujjar che poi nel 1857, durante la prima rivolta indiana (nota come la Mutiny), lo hanno fatto fuori. Pare abbiano saccheggiato la sua abitazione e poi lo abbiano impiccato sulla veranda. La sua tomba è nel cimitero Nicholson.
     Metcalfe aveva anche una casa di campagna, a Mehrauli, chiamata Dilkusha (Gioia del cuore), costruita intorno a una tomba islamica del 1600, di un certo Muhammad Quli Khan, fratello di un generale dell'imperatore moghul Akbar. Pare che la tomba servisse come sala da pranzo al centro del palazzo. Suona decisamente sinistro, ma la residenza era di un lusso stravagante soprattutto per il giardino che inglobava quasi tutto l'odierno parco.

Oggi non ci sono che rovine, che servono da sfondo a servizi fotografici matrimoniali. Ho assistito divertita ad una scena dove una sposa si faceva fotografare mentre danzava sotto una pioggia di petali di rose (lanciati dal tetto dal futuro marito).
Tra le decorazioni del parco, e' rimasto un deliziosa cupola (chatri) davanti alla villa-tomba e, vicino al parcheggio del Kutub Minar, uno strano edificio a spirale.    Le stravaganze di Metcalfe ci hanno però lasciato in eredità una raccolta di acquarelli sulla Delhi dell'epoca, ora in possesso della British Library. In una di queste si vede la Dilkusha, con sullo sfondo il Kutub Minar. Anche oggi dalla tomba di possono scattare delle foto suggestive del minareto.

   Mentre ero sul posto ho fatto una piacevole scoperta: due squadre di giocatori di aquiloni (sto parlando di adulti) che stavano ingaggiando una battaglia nei cieli. Ogni acquilone tagliato era un punto. Mi hanno detto che si ritrovano ogni domenica a giocare questo antico passatempo.


Bicicletta a Delhi, un tema per pochi intimi

New Delhi, 16 Settembre 2017

   Usare la bici per muoversi a New Delhi è una roba così inconsueta (sto parlando di chi la usa per scelta non per necessità) che chi lo fa viene invitato a tenere una conferenza sull'argomento. Ho ricevuto per email un invito da una galleria di arte contemporanea di New Delhi per una 'lecture' intitolata 'the City and the Bicycle'.  Da ciclista non potevo mancare, sono anni che vado in bici a New Delhi (VEDI QUI), penso una delle poche straniere a pedalare in città sfidando traffico e inquinamento.
   Come prevedevo il pubblico era formato da una decina di coraggiosi e intrepidi, di cui metà amici del conferenziere. Lui è Amitabh Pandey, un personaggio bizzarro (come non potrebbe essere per un indiano al di sopra della soglia della povertà che sceglie la bici come mezzo di trasporto?). Amitabh è un esperto di astronomia, lavora con i popoli tribali in una ong e per l'appunto è un ciclista per scelta. Ha quattro bici, una era in bella vista nella sala, tra l'altro piena di opere di S.H. Raza e M.F. Husain.
    Il posto dove si è svolto questo meeting di carbonari è il Kiran Nadar Museum, un museo privato situato in uno shopping mall a Saket, ma che pochissimi frequentano. Arte e shopping sono un binomio difficile da proporre. E lo stesso vale per arte e bicicletta, come ho potuto constatare.
   La 'lecture' è stata in realtà una chiacchierata sullle attività di Amitabh, che ha 60 anni ma ne dimostra almeno dieci di meno, illustrate da fotografie proiettate su uno schermo. Alcune erano curiose, come quelle delle sue bici che tiene nella camera da letto appese al muro. Effettivamente mi ha dato un'idea, anche io che abito al secondo piano, non so dove tenere la mia bicicletta.
   Ovviamente condivido al cento per cento tutto quello che ha detto: la scelta della bici come mezzo ecologico, sostenibile, sano, ecc.  Amitabh ha una 'vision' come si dice in inglese che è di fare la bici un simbolo di indipendenza, autosussistenza e sostenibilità ecologica, come il charkha, l'arcolaio, del Mahatma Gandhi. Idea geniale, tra l'altro sempre di ruote si tratta...Ma come promuovere una 'vision' del genere senza che uno passi per un "visionario" questa volta nel senso italiano del termine?
    In India, come da noi mezzo secolo fa, la bicicletta è vista come simbolo di povertà. Come convincere una famiglia indiana della middle class a rinunciare alla macchina? E' un lusso che soltanto l'Occidente si può permettere dopo che ha per decenni affumicato il pianeta.
   Non è una questione di infrastrutture. Come ha ricordato Amitabh, il 70% delle strade di Delhi hanno le piste ciclabili, le hanno fatte quando la capitale indiana ha ospitato i Giochi del Commonwealth nel 2010.  E c'è pure un servizio di bike sharing, ormai abbandonato al suo destino per mancanza di utenti. Poi ci sono i parchi dove ora si può entrare con la bici. Ma niente di questo serve, è la mentalità che deve cambiare,  è stata l'amara constatazione.  
    Alla fine il discorso si è fermato sulla sicurezza, forse il maggiore ostacolo per i neofiti ciclisti. Qualcuno del 'pubblico'  (un infiltrato?) ha obiettato che le strade a Delhi non sono sicure. Balle, anche i pedoni o le motociclette non sono sicuri a Delhi...Sono interventuta io stessa a smontare l'argomento ricordando che in Italia tirano sotto anche i campioni di ciclismo, figuriamoci quelli che pedalano per una hobby o per una causa.

Come l'economia indiana si sta suicidando, Pil in picchiata, chiudono i McDonalds e il terrorismo fiscale

New Delhi, 4 settembre 2017  

   Tre anni fa, appena eletto, il premier Narendra Modi aveva promesso degli ‘acchhe din’ per l’India. Ma il 15 agosto nel suo discorso alla nazione nel giorno dell’Indipendenza aveva corretto un po’ il tiro esortando a creare una ‘nuova India entro il 2022’.
   Ma se le cose vanno come stanno andando... anche questo nuovo traguardo potrebbe essere difficilmente raggiungibile. E la colpa questa volta non è la congiuntura internazionale, che - anzi - si sta risollevando seppur lentamente e nella direzione di una ‘jobless growth’. Sembra invece che sia lo stesso governo a suicidarsi, a scavarsi letteralmente la fossa, con una serie di manovre economiche che forse sono troppo in anticipo per un’India che è ancora per il 90% dominata dal settore informale. Insomma non si può immaginare un’economia ‘cashless’, digitalizzata e senza corruzione da un giorno all’altro con un tocco di bacchetta magica. Ovvio che gli ingranaggi si imballano. Esattamente come sta succedendo.
   Tre segnali che mostrano il dimostrare il hara-kiri del governo Modi:

Pil a picco
Nel secondo trimestre la crescita del Pil è piombato sotto la soglia del 6% (5,7% per la precisione da aprile a giugno), il peggiore risultato degli ultimi anni. L’India è tornata al seguito del dragone cinese. Dietro il brusco rallentamento c’è la decisione del novembre 2016 di mettere fuori corso le banconote da 500 e 1000 rupie e l’introduzione dell’Iva il primo luglio. Si è sempre detto che il 20% dell’economia indiana era in ‘nero’. E quindi questo era previsto. Ma c’è un piccolo particolare: che al macero sono arrivate il 99% delle banconote fuori corso secondo un rapporto della Banca centrale indiana RBI. Ciò significa che il sospetto denaro sporco in circolazione si è ripulito rendendo quindi inefficace l’enorme esercizio costato una fortuna allo Stato e anche alla popolazione che per settimane ha dovuto sopportare la penuria di cash e le lunghe file davanti a banche e bancomat.

La chiusura dei McDonalds
Per una disputa con il partner indiano che ha il franchising, 43 McDonalds a New Delhi hanno chiuso i battenti. Tutti i 169 fast food esistenti nel nord e nord est dell’India potrebbero chiudere presto.
Non sono entrata nei dettagli della lite che dura da anni e che ora è nei tribunali, ma ovvio che c’è qualche problema in questo Paese se anche un colosso come un McDonalds non riesce a stare sul mercato. Curiosamente la notizia della chiusura però è passata abbastanza inosservata, anzi è stata accolta persino con una certa soddisfazione...del tipo, non abbiamo bisogno del ‘junk food’ degli yenkee, abbiamo già i nostri.


Multa di 5 miliardi di dollari alla cinese Hutchinson
Il Fisco indiano è tornato alla carica sulle tasse da pagare per l’acquisto da parte di Vodafone della filiale indiana di Hutchinson dieci anni fa (quando sono arrivata in India avevo infatti una sim card Hutc, che poi è diventata Vodafone). Si tratta di un conteggio totale di 320 miliardi di rupie, tra cui 164 miliardi di interessi e 79 miliardi di multa. Una cosa inverosimile, terrorismo fiscale, soprattutto perché (dicono) è basata su una legge entrata in vigore dopo l'acquisizione, quindi la tassa sarebbe retroattiva. Il Fisco aveva già tentato di multare Vodafone senza successo, ora se la prende con l’allora venditore. Io non me ne intendo di questioni fiscali…ma pare che l’accordo era avvenuto tra due società straniere con sede all’estero e quindi l’India non avrebbe diritto a tassare la transazione del 2007 all'epoca del valore di 11 miliardi.

I casi McDonald e Vodafone sono emblematici per capire quanto può essere insidioso il terreno per un investitore straniero nonostante i recenti incentivi del programma Make in India.
Un po’ di tempo fa il governo indiano ha dichiarato di voler far avanzare l'India di ben 40 posti entro il 2020 nella classifica della Banca Mondiale dei Paesi dove è più facile investire (Doing Business survey). Adesso è al 130esimo posto e l’anno scorso è salita di un gradino. Un target decisamente ambizioso.

LA CITAZIONE/ Luigi Pio Tessitori a Bikaner

Bikaner, 26 Agosto 2017 

La citazione dell'indologo Luigi Pio Tessitori sotto il suo busto davanti al Ganga Jubilee Museum a Bikaner (Rajasthan):
‘I am not an Englishmen to look down upon all that is not English or at least European. I have the highest respect and admiration for the Indian people’.






Bikaner, la tomba (in degrado) dell’indologo Luigi Pio Tessitori

Bikaner, 28 agosto 2017
   Non avevo uno straccio e una ramazza, se no una ripulita l’avrei data io alla tomba di Luigi Pio Tessitori, il famoso indologo di Udine, studioso del Rajasthan, che visse e poi morì nel 1919 a Bikaner.
   Nel centenario della sua nascita, nel 2005, l’Italia si ricordò di questo suo cittadino e ci furono delle celebrazioni. L’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi ci ha pure dedicato la sua sala multimediale con tanto di targhetta dorata. Ma poi è calato il silenzio e sono cresciute le erbacce sulla sua tomba, in un piccolo cimitero, dietro una chiesa costruita dagli inglesi.

   Mentre scattavo le foto che pubbilco qui  mi venivano in mente i celebri versi del Foscolo, ‘All’ombra dei cipressi e dentro l’urne, confortate di pianto, è forse il sonno della morte men duro?’ 
I sepolcri servono ai vivi, appunto, per tenere viva la memoria. Non si può pretendere che un addetto cimiteriale di Udine venga qui a Bikaner a ripulire la tomba di Tessitori...si farebbe prima a mandare qualche indiano. Il cimitero sembra incustodito ma c’è un cancello con un lucchetto aperto. Mentre ero intenta a fotografare è entrato un ragazzo che ha messo su una tomba del becchime per i volatili e poi una mucca (avevo lasciato il cancello aperto). Ho cacciato la mucca con un bastone e poi sono uscita dopo aver mormorato una preghiera.

   Tra le città del Rajasthan, Bikaner è quella meno attraente. Dei fasti antichi rimangono il Junagar Fort nel centro della città e il maestoso Lalgarh Palace, oggi un super hotel e parte residenza della stessa famiglia reale. Il resto è una baraccopoli, nel senso letterale del termine, sventrata da continui lavori in corso e oscurata dalle fumaiole della spazzatura bruciata per strada.
   Però Tessitori è una sorta di eroe cittadino. Tutti lo conoscono. Non mi è stato difficile trovare il cimitero. Li’ vicino c’è anche un giardinetto pubblico, un fazzoletto arido di terra tra due strade, a lui dedicato.
   Il museo archeologico, il ganga Golden Jubilee Museum, creato nel 1937, purtroppo è chiuso per lavori. Ospita diversi oggetti trovati dallo stesso Tessitori nella regione di Kalibangan, a 250 km più a nord, che risale al 3000-2000 AC, ovvero tarda civiltà della valle dell’Indo, quella di Harappa (invasione ariana). La scoperta di questa città preistorica si deve proprio allo studioso italiano giunto in India nel 1914 per conto degli inglesi e del maharaja locale per studiare degli antichi manoscritti in dialetto  rajasthano. Peccato che non abbia potuto vedere i reperti archeologici, spero che dopo i lavori di riammodernamento trovino una degna collocazione.

   E’ incredibile la mole di ricerca svolta da Tessitori in pochi anni, prima che morisse a 32 anni di ritorno da un viaggio in Italia. Leggo su Wikipedia che si era ammalato di spagnola sulla nave da Venezia a Mumbai. Pare che diversi suoi studi sulla mitologia indù siano ancora inediti.
   Davanti al museo c’è un busto di marmo con una sua citazione che sembra in polemica con i suoi datori di lavoro britannici (nonché alleati del maharaja Shhri Ganga Singh).
    L’Archivio di Stato del Rajasthan, che è nella stessa area che ospitava l’amministrazione britannica, più verde e ordinata rispetto al resto della città, ha dedicato a Tessitori una sala con diversi oggetti personali, lettere, libri in italiano, e molte fotografie anche della sua vita privata. Dall’album di famiglia ho trovato una foto di lui 23enne soldato a Milano e un'altra molto bella su un cammello nel deserto, probabilmente durante una spedizione archeologica.

LA FOTO/Rajasthan, la `child beer` in mezzo al deserto

Jeisalmer, 18 Agosto 2017 

Il `chill` diventa `child` in questo decadente `liquor shop` sulla strada per Sam Sand Dunes e l`effetto e` esilarante

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INDIA INCANTATA / L`eterno fascino di Jaisalmer, la citta` dorata

Jaisalmer, 15 agosto 2017
   Sono tornata a Jaisalmer, la citta` d`oro del Rajasthan, vicino al confine con il Pakistan, dopo 11 anni. Il celebre forte medioevale del maharaja Jaisal non e`molto cambiato, per fortuna. C`e` solo piu` disordine e spazzatura, ma e` sempre cosi` dopo il monsone, mi hanno detto. Ci sono gli stessi negozi di souvenir e gli stessi ambulanti che ti assillano ogni volta entri o esci dai quattro portoni della massiccia fortezza. Fuori dai bastioni, invece, la citta` si e` allargata a macchia d`olio, ma tutti gli edifici sono stati costruiti nella tipica arenaria che si indora al tramonto.
   La vista dalle mura e dai balconcini che sporgono dalle torri e` da mozzafiato. Jaisalmer sa ripagare la fatica del lungo viaggio, circa 12 ore da Jaipur in treno.

   Quello che mi affascina di piu` e` la vita che scorre dentro il forte. Ci sono le guest house e i ristoranti, ma penso che la maggior parte dei residenti siano famiglie di hindu, rajput e jain. Alla sera quando i turisti della giornata se ne vanno i bambini scendono in strada a giocare. Gli anziani si siedono in cerchio davanti al palazzo reale a giocare a carte. Dalle case escono gli odori delle pietanze speziate e del chapati appena cotto. Le donne accendono i lumini nelle cavita` dei muri dove ci sono statuette di divinita` indu ricoperte di curcuma e argento. Quando e` festa come oggi, che e` Janmashtami, il compleanno di Krishna, si fa la veglia notturna nel tempio indu` e poi si offrono dolci consacrati. I jainisti invece si occupano dei bellissimi templi scolpiti che sono nel punto piu` alto del forte. Alla sera quando si leva il vento del deserto c`e` una serenata dei campanelli sulle guglie.
   Uno dei miei posti preferiti, il Mud Mirror, gestito dai due bramini Lala e Surya e` li` di fianco. Ma ho scoperto anche un altro posto, Mirage, dell`ex cammelliere Ba, una miniera di storie e leggende del posto, oltre che cuoco eccellente.
   Quello che e` invece cambiato molto e` il deserto a ovest di Jeisalmer. Una volta c`era una pista per cammellieri e null`altro. Ora ci sono resort, anche se `in stile` `te` nel deserto` e migliaia di turbine a vento. L`energia eolica e` una delle risorse su cui punta l`India affamata di energia, ma anche consapevole di dover aderire (prima o poi) agli obblighi internazionali di riduzione delle emissioni. Soprattutto ora che gli Stati Uniti si sono ritirati dagli accordi sul clima, l`India e (Cina) stanno occupando la scena. Con le turbine il deserto e` meno `deserto. I cammelli poi sono soltanto piu` per i turisti, ormai ci sono i trattori che li hanno sostituiti. Inutile fare i nostalgici, questo e` il progresso e non lo si puo` negare agli indiani.

   Nonostante la modernita`, viaggiare in moto e` sempre affascinante e avventuroso. Sono andata con uno scooter a rivedere le dune, quelle piu` turistiche del villaggio Sam, vicino al confine. E` un parco divertimenti per comitive, ma e ` sempre divertente. Peeer fortuna ora e` bassa stagione ed ero prressoche` sola.  Purtroppo le dune sono piene di rifiuti di plastica. E` il prezzo da pagare al turismo di massa. Non ho resistito a fare un giro su un cammello di 11 anni, Lucky, che si metteva in posa per la foto quando il suo padrone glielo ordinava!

Cercasi Dalai Lama di bell'aspetto

New Delhi, 8 agosto 2017

   Sono andata a sentire una lecture del Dalai Lama alla Nehru Memorial Library organizzata dall'Associazione degli Editori indiana. Nonostante i suoi 82 anni, il leader spirituale dei tibetani e Premio Nobel è in grande forma. Anzi sembra perfino ringiovanito. A chi gli chiede quando penserà al suo successore, che come è stato stabilito sarà scelto quando lui sarà ancora vivo, ha detto che ci penserà quando avrà 90 anni!


   I giornalisti presenti erano concentrati sulle sue dichiarazioni a propositio della tensione tra Cina e India per il territorio bhutanese di Doklam e quindi non ci hanno fatto caso a questo nuovo orizzonte temporale per scegliere il 15esimo Dalai Lama.
   E' sfuggita anche un'altra sorprendente battuta,  non esattamente 'politically correct', sull'eventualità che il 'corpo' del successore del Dalai Lama sia femminile. Che una donna lama possa guidare in futuro i tibetani è una possibilità che già si sapeva.
   Ma come si vede nel video (a partire da 33 minuti),  il Dalai lama è entrato in un terreno minato quando si è messo a parlare di 'good looking'. Secondo lui tra le qualità di una persona c'è una esistenza lunga, un fisico forte e appunto 'good looking'.   . Poi rivolgendosi al pubblico ha detto che si è 'più contenti' di vedere una persona di bell'aspetto che una 'not good looking'. E' un semplice  'common sense', ha aggiunto. E per spiegare il concetto ha fatto una orribile smorfia facendo l'imitazione di una persona disabile.
   Dal Dalai Lama non mi aspettavo una simile gaffe o peggio una caduta di stile degna di Berlusconi...si vede che anche i tibetani si sono adeguati alla moderna civiltà dell'immagine.  

Tensione Cina-India, Delhi risponde con Bollywood

New Delhi, 4 agosto 2017
   Da settimane la stampa mondiale si sta occupando del confronto tra India e Cina in uno sperduto territorio del Bhutan, paventando una nuova guerra di confine tra i due giganti asiatici. Mentre Pechino fa la voce grossa, l'India risponde con Bollywood.
    Al consueto briefing settimanale il portavoce del governo di New Delhi, Gopal Baglay, ha citato una famosa canzone in hindi per rispondere ai giornalisti che insistevano per sapere di più sui canali diplomatici aperti per risolvere pacificamente la disputa: "Ishaaron ko agar samjho toh, Raaz ko raaz ko rahne do". Mezza sala ha riso, l'altra mezza (dove c'ero anche io) è rimasta in silenzio perché non ha capito l'allusione.
    La frase è sibillina e suona più o meno così: "se riconosci i segni (del segreto), allora lascia che il segreto sia tale". La citazione è da un film del 1973 e si riferisce ovviamente a questioni amorose. Trasposta sul piano diplomatico significa che da qualche parte sono in corso contatti riservati tra New Delhi e Pechino nonostante le dichiarazioni bellicose di quest'ultima. Mi sembra quindi di capire che alla fine tutto si risolverà con il buon senso lasciando a bocca asciutta coloro che prevedono un Armageddon.

Quando i pomodori costano più che in Europa (e dicono che l'inflazione non c'è)

New Delhi, 3 agosto 2017

   Ufficialmente in India l'inflazione è contenuta e di fatti ieri la Banca centrale ha tagliato i tassi di interesse. Ma oggi io a New Delhi ho comprato i pomodori alla cifra record di 100 rupie al chilo (circa un euro e mezzo), che é più o meno quello che si paga in Italia per dei semplici pomodori da sugo. E non  li ho comprati da un fruttivendolo al Khan Market, il mercato degli stranieri e dei ricchi indiani dove gli affitti sono come sulla Fifth Avenue, ma sul carrettino sotto casa in un quartiere popolare. E non sono quelli di Pachino, ma dei pomodorini striminziti.
   Pare che il motivo di questo rincaro sia il maltempo, ma come spesso accade anche da noi, forse è semplice speculazione.  
   Non solo i pomodori, ma tutti i prezzi dell'ortufrutta sono alle stelle. Sono appena tornata dall'Europa e sono scioccata. Decisamente è meno caro fare la spesa a Milano. Veramente non so come facciano gli indiani a sostenere certi costi per il cibo. Probabilmente hanno eliminato i pomodori dalla loro dieta.  Ma anche le cipolle, onnipresenti sulla tavola degli indiani, fanno piangere il portafoglio. Per non parlare della frutta, in questa stagione solo pere e qualche mela, sulle 200 rupiee. Meno male che ci sono sempre le papaye e le banane.
    Eppure il governo di Narendra Modi, che quando era all'opposizione attaccava il Congresso dei Gandhi per il caro cipolle, continua a dire che non c'è inflazione...
    Non sono beni di sussistenza, ma anche i prezzi dei visti gli stranieri in India sono saliti. Da giugno c'è stata una impennata fino al 50% per alcune categorie. Il mio che è un  J-visa (journalist) è passato da 7000 rupie a 10 mila rupie. In cambio però all'FRRO gli impiegati ti offrono le caramelle.        Insomma l'India si sta lentamente adeguando alle condizioni occidentali, a torto o a ragione, lo si saprà solo in futuro.