LA FOTO/Tramonto mostruoso alle Canarie


 Valle Gran Rey (La Gomera), 2 settembre 2021


Giochi di luce e ombre al calar del sole animano la grande scogliera a picco che sovrasta il porto di Vueltas, sud ovest de La Gomera. Una creatura mostruosa avanza verso la barca all'ancora, che succedera?

SALUTE/ Naftalina, il veleno delle nonne?

Le famose palline antitarme si trovano solo on-line

 Vigevano (Pavia), 26 Agosto 2021

    A distanza di oltre 10 anni ho "scoperto" che le palline di naftalina non sono piu' in vendita. Le volevo comprare per mettere in soffitta come rimedio per topi e scarafaggi. Ho girato un paio di ferramenta, un centro fai-da- te e diversi supermercati. Ho chiesto anche della 'canfora'  che nella mia ignoranza e' la stessa cosa. Soltanto una commessa alla fine ha sputato il rospo, il commercio al dettaglio della naftalina o 'canfora' e' proibita. Gli altri commessi mi dicevano semplicemente che era 'esaurita'. 

Eta Beta, l'"uomo del futuro" nel fumetto di Topolino


   Esausta per aver pedalato per qualche chilometro su e giu' nella circonvallazione, mi fermo a prendere un caffe' e apro Google. La naftalina e' stata messa al bando in Europa e in Italia a partire dal 2008 perche' e carcinogena. Contiene delle sostanze chimiche che sono altamente dannose per la salute se ingerite o anche inalate. Come dice la parola stessa, la naftalina e' fatta di 'nafta'. quella roba appiccicosa che deriva dal petrolio, e' abbastanza ovvio che non puo' essere commestibile. Pero' se anche solo il vapore o il contatto puo' farti venire un tumore, allora e' un'altra storia. Un po' come il DDT, se ne sono accorti in ritardo che era un veleno anche per l'uomo, pero' per anni ha funzionato contro la malaria.

Sempre su Google pero' ho trovato diversi annunci di vendita on line di palline di naftalina (non canfora, naftalina, quella cancerogena appunto). La si puo' quindi ordinare su internet e viene recapitata a casa. Quindi non sembra essere del tutto vietata, ma forse e' solo caduta in disuso. Oggigiorno negli armadi le tarme trovano solo stoffe sintetiche, non commestibili. Oppure gli indumenti sono gia' trattati con delle sostanze chimiche che magari sono piu' velenose di questo vecchio e puzzolente rimedio usato dalle nostre nonne. 

    La scoperta mi ha scioccato perche' per 16 anni di vita in India sono stata quotidianamente a contatto con palline di naftalina, mothballs, le chiamano in inglese, 'mothaball' in hindi, e si intende le palline di naftalina o canfora vendute per poche rupie in ogni bugigattolo del Paese. La naftalina e' una ossessione per un miliardo e 200 milioni di indiani. La mettono ovunque, non sono nelle camere da letto, ma anche negli scarichi del bagno, nel lavandino dove ci fanno scorrere l'acqua sopra, in cucina, per 'igienizzare'.  Ognuno ha le proprie idee sul concetto di 'pulizia' ovvio, pero' in mancanza di altri prodotti piu' costosi e di marca, le umili mothballs hanno combattuto tarme, scarafaggi e altri insetti indesiderati da intere generazioni nelle case indiane.  Tant'e' che l'odore di naftalina ha impregnato l'intero Paese e - insieme agli aromi di spezie e altro - ti si attacca negli abiti quando arrivi in Europa. L'Odore dell'India di Pasolini. Quando ho lasciato Delhi, tre anni fa, ho spedito alcuni scatoloni in Italia, ovviamente riempiendoli di palline di naftalina. Ancora ora da quelle cose escono potenti effluvi della sostanza definita in questa parte del pianeta come 'cancerogena'.

Il bello e' che interrogando alcuni amici e conoscenti, non ne sapevano nulla del divieto. Approfondendo la cosa ho scoperto che il naftalene, nome scientifico della naftalina prodotta fin dal 1821 quando fu 'scoperta' da un americano, e' 'un sospetto cancerogeno di categotoria 3', secondo la classificazione UE, che non e'  la peggiore, anzi si tratta di sostanze di cui non si conoscono ancora bene gli effetti. Penso che il fumo dei diesel sia in categoria 2 e - a quanto mi risulta - i SUV non sono vietati. 

Mi chiedo se per caso non sia stata l'influenza di Eta Beta, lo scienziato pazzo amico di Topolino, che si nutre di palline di naftalina (solo nella versione italiana del celebre fumetto disneyano), che vive in un futuro di 500 anni, dorme sui pomelli del letto e ha una testa enorme. Non leggo piu' Topolino da decenni, mi piacerebbe sapere se Eta Beta va ancora ghiotto di queste palline bianche cancerogene.   

 


SLOW TRAVELLING - Il Castello di Mazze' abbandonato dai russi

Chivasso (Torino), 15 Agossto 2021

   Metti un Ferragosto a Mazze' Canavese, perche' no. Circa 10 km di pedalate tra campi di granoturco quasi maturo e autentica afa padana, e ti ritrovi un castello da fiaba avvolto da un bosco che sembra una giungla amazzonica e da un panorama mozzafiato sulla Dora Baltea. Con un pizzico di mistero per di piu'.


   Il castello di Mazze', un pueblito di circa 4000 anime tra le province di Vercelli e Torino, e' stata nel Medioevo la magione dei conti del Canavese, i Valperga, una casata che oggi non esiste piu'. Forse piu' che un castello era un palazzo signorile. Me li immagino i conti e tutti i mezzadri a coltivare i loro possedimenti e sopportare varie angherie. Tipo i 'maledeti Zorzi Vila' di Pennacchi (sto leggendo la seconda parte della saga dei Peruzzi in Canale Mussolini). Alla morte dell'ultimo Valperga, nel 1840, la storica dimora passa di mano ad altre ricche famiglie della zona che lo ristrutturano in stile neogotico, come appare ora, con torri, merli e stucchi, un po' da fiaba. I sotterranei pero' a quanto pare restano originali, risalgono all'epoca romana o addirittura celtica, precedente all'arrivo di Cesare. Negli Anni Novanta ospitano una mostra permanente di strumenti di tortura, in particolare della Santa Inquisizione, in collaborazione con Amnesty International. Tanto per aggiungere un po' di aria sinistra al luogo gia' ricco di leggende e misteri. 

   Il bosco che scende ripido alla Dora Baltea, la 'cerulea Dora' di gozzaniana memoria (il poeta Guido Gozzano e' di Aglie', nelle vicinanze) e' considerato 'magico', pare sia stato un luogo di rituali all'epoca celtica. Il fiume che si ammira dalla cima del monte forma una anca ed e' circondato da una rigogliosa natura. Era il parco dei Valperga, ora si chiama Oasi del Bosco Parco, ma e' anch'esso abbandonato. C'e' un sentiero che scende al fiume e che attraversa un tempietto, un belvedere e una chiesetta. Ma non ci sono andata, non ci sono indicazioni e me lo hanno sconsigliato. 

 
   E oggi che fine ha fatto il castello? Una tragica fine, si potrebbe dire. Negli ultimi due o tre anni e' rimasto chiuso, addirittura abbandonato dagli ultimi proprietari, una coppia di magnati russi che ci ha abitato per un po' giocando a fare i castellani (con tanto di bandiera russa sulla torre). Voci di paese dicono che dopo averlo comprato dai Salino di Cavaglia' nel 2012 per 3 milioni di euro sono scappati via lasciando una barca di debiti. Si sa, le cose in Russia non vanno molto bene. Adesso il maniero e' in vendita a prezzo super scontato, 450 mila euro, mi ha detto un mazzediese che stava passeggiando con il cane sotto le mura. 
Ovviamente occorre sapere quanti 'buffi' ha lasciato il proprietario, tal Mikyel Lyubchenko che lo aveva voluto come regalo per la moglie, a quanto pare folgorata dalle 'bellezze' del  Canavese. Chissa' cosa sarebbe successo se avesse visto la Toscana.  


Canarie/Quando il tuo vicino e' un panfilo da 25 milioni di euro

La  Gomera (Canarie), 2 agosto 2021

   Per un paio di settimane ho avuto come vicino di ancoraggio un superyacht da 25 milioni di euro definito come uno dei piu' lussuosi al mondo. Il panfilo di 45 metri costruito dalla societa' olandese Heesen Yacht e battezzato (giustamente) "Amore mio", ha buttato l'ancora nella baia di Valle Gran Rey, nel sud della Gomera, una delle piu' belle insenature dell'isola. Appena un po' in disparte rispetto alle tante barche a vela, tra cui la mia Maneki, che sono alla fonda nello stesso posto. Di notte era illuminato come una nave da crociera. 


   Sono andata a cercare un po' di notizie. Il proprietario e' il magnate greco Evangelos Marinakis, famoso perche' possiede anche due famose squadre di calcio, l'Olimpiacos e la britannica Nottingam Forest. Ma non era a bordo, i rumors del porticciolo di Vueltas riferiscono che 'e' stato affittato' forse a dei clienti russi. Puo' ospitare 10 persone, in cinque cabine matrimoniali, oltre a sette membri di equipaggio. Sbirciando dalla mia prua, da dove ho scattato anche queste foto, mi e' sembrato di vedere solo una coppia, lui che si allenava con un sacco da pugilato appeso a poppa e lei sdraiata su una sdraio a prendere il sole. Il panfilo, che ha uno scafo in alluminio, ha in "dotazione" un motoscafo da pesca e una piccola lancia per trasportare gli ospiti a terra. Oltre che moto d'acqua, surf, pedalo' e un gigantesco scivolo gonfiabile. Di tutto di piu' insomma. 


   Sembra nuovo di zecca, di fatti e' stato presentato al Monaco Yacht Show nel 2016. Gli interni sono Made in Italy, dello studio Cristiano Gatto. Altre curiosita': puo' percorrere 2.750 km con un pieno alla velocita' di crociera di 12 nodi e ha un serbatoio di 10 mila litri d'acqua (io ne ho 80 litri). Lascio immaginare il conto dal benzinaio. Ho saputo che solo il motoscafo di supporto ha fatto 6.000 euro di gasolio al porto di San Sebastian de la Gomera. D'altronde, leggo sempre sulla Rete, le spese annue di funzionamento ammontano a 2 milioni di euro. Amore Mio. 

COVID 19/ Pandemia record a Tenerife, obbligo di green pass al chiuso

Tenerife (Isole Canarie), 28 luglio 2021

   La chiamano la 'quinta ola' , la quinta ondata, ma di fatto e' uno tsunami. La scorsa settimana la pandemia ha causato un record di contagi nelle isole delle Canarie, in particolare a Tenerife, la piu' turistica dell'arcipelago spagnolo. Ma il turismo o le movide questa volta non c'entrano. Sono stati i raggruppamenti familiari e quelli di lavoro a scatenare i contagi della cosiddetta variante Delta del virus. 

Incidenza dei casi nelle sette isole. La verde (piu' alta e' tenerife).
Da static-eldiario.es

   Venerdi' scorso si sono registrati 1.023 casi, il numero piu' alto dal febbraio 2020. Il mese di luglio, quello piu' caldo e tradizionalmente il mese festivo per le Canarie, ha visto una continua escalation. Soltanto da domenica l'incidenza ha segnato un lieve rallentamento di due casi su 100 mila abitanti nella media dell'arcipelago (da 274,4 casi di domenica a 245,2 di ieri, fonte eldiario.es). 

   La nuova impennata avviene quando il 70% della popolazione ha ricevuto la prima dose del vaccino, il che solleva qualche dubbio sull'efficacia e sulla teoria dell'immunita' di gregge. 

   Il peggioramento della situazione ha costretto le autorita' a introdurre nuove restrizioni. Tenerife, l'isola piu' colpita, e' passata a 'livello quattro', una zona 'rossa', ma senza lockdown. La misura, introdotta piu' volte in passato, del coprifuoco notturno e' stata bocciata dalla Corte Suprema di Madrid. Da iei pero' e' in vigore l'obbligo del green pass per i locali al chiuso (ristoranti, palestre, ecc) e limitate le presenze nei locali pubblici.  

   Come nel resto dell'Europa, la maggior parte dei malati sono giovani, la scorsa settimana e' morto anche un bambino di 5 anni. A Gran Canaria un focolaio, chiamato dalla stampa "el brote dell'asadero" perche' iniziato in un barbecue domenicale, avrebbe causato oltre 100 contagi. 

   In totale sono 12.105 i positivi nelle isole (piu' 696 ieri), di cui 70 in terapia intensiva e 427 in ospedale. La maggior parte dei nuovi contagi sono a Tenerife (7.089, di cui 364 ieri), segue Gran Canaria (4.089), Lanzarote (167), Fuerteventura (506), La Palma (173),  e La Gomera (70) e El Hierro (10). (Fonte: Informe epidemilogico diario).   

       

UEFA20 /Campioni d'Europa, il tricolore svetta su Maneki

 La Gomera (Canarie) , 13 luglio 2021

    Non avendo un balcone, ho esposto il tricolore sull'albero della mia barca a vela Maneki dopo la vittoria dell'Italia al campionato EUFA20. Nel mio ancoraggio, a Valle Gran Rey (sud ovest de La Gonera), uno dei miei preferiti, sono la sola italiana. Ero quasi da sola anche a vedere la finale nel bar Cacatua, strapieno di tedeschi, che pero' facevano il tifo per gli Azzurri.  La Gomera e' una enclave turistica tedesca, ma prima del Covid e della Brexit c'erano anche inglesi. 

   Non trovando bandiere italiane, mi sono ingegnata un po' con del cartoncino e colla. L'ho issata con la drizza della randa e con un po' di vento stava dritta, visibile da tutti i miei vicini di barca, tra cui ci sono francesi, russi, tedeschi, israeliani e sudamericani, un vero vicinato internazionale. Nella baia, davanti alla spiaggia di Argayall e circondata da una imponente falesia, ci sono una decina di barche all'ancora e un po' piu' distaccato un lussuoso panfilo. Il grande tricolore e' stato salutato da tutti, compresi i pescherecci in entrata e uscita nel porticciolo di Vuelta.  

Fermo immagine dalla rete tedesca ZDF

CANARIE / Il Buddha che ride 'scaricato' a La Gomera

 La Gomera (isole Canarie), 10 luglio 2021

    Che ci fa un Buddha che ride sull'isola della Gomera? Da alcuni anni questa bizzarra immagine e' entrata a far parte dell'iconografia della piccola isola dell'arcipelago spagnolo gia' famosa per altre amenita' come il 'siblo canario', il linguaggio dei fischi. La statua, 3 tonnellate di peso, si trova su una curva di una strada sterrata, che e' anche un sentiero, nel villaggio di Arguamul, sul lato occidentale dell'isola, quello piu' battuto dai venti alisei. Per gli appassionati di trekking e' diventato un punto di riferimento. 


   Come questo grosso Buddha 'ridente" o 'felice', comune nella tradizione cinese, sia arrivato in questo remoto angolo di oceano Atlantico non e' un mistero. Ma la  sua collocazione invece e' qualcosa di karmico. La massiccia statua di pietra giallo oro era stata acquistata anni or sono da una coppia di tedeschi in un paese asiatico, probabilmente Thailandia e spedita alle Canarie, per la loro nuova casa vacanze. la Gomera e' una popolare meta turistica per i tedeschi, ci e' stata anche la cancelliera Angela Merkel a cui sono perfino dedicate delle comiche cartoline postali. Il Sud dell'isola, in particolare, e' una enclave germanica. Arrivato via nave al porto di San Sebastian, il Buddha, imballato in una enorme cassa, era stato portato  a Arguamul da una ditta di trasporti. Il camion pero' non riusci' a continuare per la stradina di terra fino a raggiungere il 'rustico' acquistato e ristrutturato dalla coppia di vacanzieri tedeschi. Probabilmente a causa delle piogge di quei giorni la zona era inagibile. Probabilmente il camion si impantano' sotto il peso delle tre tonnellate. Quindi la cassa con la divinita' fu scaricata sul ciglio della stradina e li' rimase per diverso tempo in attesa di una soluzione. Nel frattempo, a causa di gravi motivi di salute, la coppia di tedeschi fu costratta a tornare in patria. Malauguratamente uno dei due manco' e quindi la casa fu messa in vendita. Il Buddha nella sua cassa fu abbandonato per tre anni - leggo su un giornale locale - fino a quando qualcuno (non e' chiaro chi) decise di farna una specie di tempietto. La collocazione era perfetta, sotto le palme e con vista sull'oceano e - quando il cielo e' limpido - sul vulcano Teide di Tenerife. Intorno e' stato ricavato un piccolo roccioso di fiori e cactus e c'e' anche una ciotola per le offerte.

   La statua raffigura 'Budai', un monaco veramente esistito nella tradizione buddista, che e' ritenuto anche il "matreya", il Buddha che verra' secondo le profezie. Questo personaggio e' dipinto come un grasso monaco, pigramente seduto, non nella  rigida posizione del loto, completamente calvo, con i lobi delle orocchie allungate, caratteristica queste comune agli altri Buddha. Ma questo monaco grassone ride a crepapelle e ha una pancia rotondeggiante, e' simbolo della felicita' e della prosperita'. Guardandolo mi viene in mente la frase "una risata vi seppellira|", in auge negli anni Sessanta e Settanta. Il destino di sicuro e' stato un bontempone. Invece di finire imprigionato nel chiuso di un  giardino, questo Buddha se la ride beato nella brezza dell'oceano Atlantico. E' diventata la nuova divinita' dell'isola.    

 












DIARIO - Viaggio nell'Italia post Covid

   Un viaggio nell'Italia post Covid, tra i vaccinati che ritrovano la libertà e la speranza che potrebbe essere finita, nell'Italia che tornando alla cosiddetta 'normalità', con il traffico, i miasmi della spazzatura in strada, le code agli uffici postali e il tutto pieno ai ristoranti. A distanza di quasi un anno sono tornata in patria e pensavo di trovare un'altra Italia. Invece è la stessa, anzi peggio, perché la crisi sanitaria ha messo in luce la realtà che prima non si voleva vedere. Che il Paese sta invecchiando velocemente, è sempre più fragile, chiuso sul 'particulare', intollerante e aggressivo nei confronti degli 'altri' e miope di fronte agli evidenti segnali di insostenibilità economica e ambientale. E non mi sembra per nulla pronto a beneficiare della pioggia i miliardi che presto arriveranno da Bruxelles.

Milano Malpensa, 29 maggio

   Tamponata e in possesso della EU Digital Passenger Locator Form (dPLF), obbligatorio da pochi giorni per chi viaggia in Europa, sbarco a Malpensa dopo le 23, ovvero dopo che scatta l'orario di coprifuoco anti Covid. Ma da quanto ho letto i dati sulla pandemia sono in netto miglioramento giorno dopo giorno, quindi confido nella tolleranza delle autorità. Di fatti nessuno controlla il tampone negativo, non vedo personale sanitario e neppure doganieri. Mia figlia, neopatentata, mi è venuta a prendere con l'auto della nonna. Fa caldo, quello estivo della pianura padana, scendo in T/shirt, ma lei ha un cappottino leggero, mi dice che nel pomeriggio pioveva e faceva freddo.  Lungo il tragitto per Vigevano,  scavallando tra Piemonte e Lombardia, non c’è nessuno. 

Piazza di Vigevano

   Esco per colazione con la stessa t-shirt, ma mi accorgo che tutti sono ancora con abbigliamento invernale nonostante il sole caldissimo. Sembra che l'estate sia arrivata con me e nessuno ha ancora cambiato il guardaroba. La piazza di Vigevano, che si dice disegnata nientepopodimeno da Leonardo Da Vinci, è sempre uno spettacolo. Da stare a bocca aperta per la bellezza. Peccato che Vigevano, paesone nell'hinterland di Milano, che ha fatto la sua fortuna sulle scarpe, non la meriti per il livello un po' scarso di cultura esistente. Lo scrittore Lucio Mastronardi, l'unico prodotto culturale di Vigevano, aveva tracciato una descrizione impietosa dei suoi concittadini. Da quando ho letto le miserie del Calzolaio di Vigevano non riesco a guardare quella bella piazza con occhi neutrali.


E'  sabato e c’è uno struscio incredibile per le vie del centro, c’è chi arriva con una carrozza trainata da cavalli in piazza, alcuni sfilano con coppie di cani pregati, appena usciti dalla toelettatura, i bar traboccano di spritz e ogni ben di Dio. Hanno i anche tirato fuori dai garage le vespe e moto d'epoca. Insomma se non fosse per le mascherine, sembra un weekend pre Covid, forse anche con più ostentazione dopo la forzata clausura.  Di sicuro non è un atmosfera da crisi sanitaria, economica e ambientale.  La Lombardia è ancora arancione. Per contrasto, al 'Museo internazionale della Calzatura Pietro Bertolino', nelle belle sale del castello Sforzesco, ci sono solo pochi visitatori. Per fortuna ha riaperto, ma la visita è deludente. La collezione ha pezzi rarissimi, come calzature dell' epoca rinascimentale e pure uno stivale del Duce, ma manca un approfondimento sull'artigianato, forse qualche video ci sarebbe stato bene, visto che  Vigevano hanno inventato il tacco a spillo. Insomma va bene glorificare gli stilisti, ma due parole su chi le faceva le scarpe?

Boatworking, istruzioni per l'uso

Come funziona il boatworking? Si puo' trasformare una barca in un comodo ufficio galleggiante magari in un angolo di paradiso tropicale? Vivere come un Robinson Crusoe che ogni tanto si collega su Zoom?

Complice la pandemia, la crisi economica o l'effetto Nomadland, il lavoro da remoto e' diventato sempre piu' diffuso. Il salotto di casa e' diventato l'ufficio, la cucina e' la mensa e per la pausa caffe' si esce in giardino. Da due anni pratico il boatworking sulla mia barca a vela Maneki, attualmente nell'arcipelago delle Canarie, e sono quindi diventata una esperta in materia. Ecco qualche consiglio per i neofiti.

Le Bateau Atelier - Claude Monet, 1874 - Museo Kroller-Muller (Paesi Bassi)

Vantaggi del boatworking. Il vantaggio piu' evidente e' di lavorare all'aria aperta, in luoghi quasi sempre incontaminati e in assoluta tranquillita'. Oltre alla vista mare che e' sempre assicurata naturalmente. Inoltre, se si sta con la barca all'ancora non si deve pagare un affitto e neppure la bolletta della luce perche' ci sono pannelli solari o turbine eoliche a caricare i nostri apparecchi.

Svantaggi del boatworking. Non bisogna soffrire di mal di mare e abituarsi a scrivere o leggere con il dondolio. Anche nelle giornate di assoluta calma piatta, il desk e tutto quello che ci sta sopra non sono mai immobili. Per le videoconferenze puo' essere un problema, meglio usare sempre uno sfondo virtuale. L'ambiente marino, inoltre, e' ostile per qualsiasi gadget elettronico, quindi bisogna usare extra cautela quando si scende o si sale dalla barca o quando si arriva davanti alla tastiera dopo un tuffo. D'estate puo' essere un problema il caldo, a meno che non si usi un tendalino in pozzetto per creare un po' di ombra. Ma il problema piu' grosso, secondo la mia esperienza, e purtroppo spesso ignorato quando si sceglie il boatworking, riguarda la corrente elettrica. Le batterie di una barca, come quelle dell'auto, generano corrente continua (12 volt) e non alternata (220/230 volt) come a casa. Le batterie, di solito tre, due di servizio e una esclusiva per il motore, si caricano con i pannelli solari, turbine a vento o con il motore. Non c'e' una presa elettrica normale, ma una presa accendisigari come quella montata sulle auto.

Che cosa serve per fare boatworking

Consiglio di non usare prodotti troppo sofisticati o costosi perche' ci sono troppe insidie su una barca a vela. Il computer portatile deve essere robusto, sia come struttura che dal punto di vista dell'alimentazione per sopportare eventuali sbalzi di tensione. Meglio avere un mouse esterno e anche una tastiera esterna, piu' grande e comoda da usare. Sconsiglio il computer da tavolo perche' funziona solo quando si e' attaccati alla corrente alternata in marina. Ovviamente poi ci vuole il wifi e a questo proposito suggerisco un modem portatile, come quello che ho sulla mia barca, una 'saponetta' di Vodafone Spagna con un piano di gigabytes illimitato da 45 euro al mese (e' caro ma li vale tutti).Io lavoro sul piccolo tavolo da carteggio e a volte sul tavolo della dinette, piu' comodo. La mia barca e' un Jeanneau di 9 metri, lo spazio non e' enorme ma sufficiente per una persona. Se a fare il boatworking siete in due consiglio una barca di almeno 10 metri. Altro problema e' la luce: e' quasi impossibile vedere lo schermo quando si e' in pieno sole seduti nel pozzetto, quindi si lavora di solito all'interno con gli oblo' oscurati.

Per chi fa boatworking e' assolutamente importante curare tutti gli aspetti legati all'alimentazione elettrica. Non e' come a casa che basta innestare una spina nella presa a mura per avere corrente illimitata h24. Le batterie della barca sono a corrente continua (12 volt) e sono alimentate da pannelli solari (quando c'e' sole), turbine a vento (quando c'e' o si produce vento) oppure dal motore (quando lo si accende). Se si e' all'ancora, il nostro lavoro dipende da queste fonte di energia. Se si e' in marina non ci sono problemi perche' ci si connette alla rete elettrica.

Il problema non e' solo l'approvigionamento, ma anche come caricare gli apparecchi elettronici con la corrente continua a 12 volt. E' un aspetto pratico spesso trascurato o di cui spesso non eesistono soluzioni. Per lo smartphone, il modem o tablet basta connettere il cavetto USB alla presa accendisigari (alcune di queste sono gia' predisposte con multiple uscite USB). Per il computer portatile invece ci vuole invece un caricatore apposito a 12 volt oppure bisogna riadattarne uno tenendo conto tutte le caratteristiche tecniche come l'amperaggio di entrata e uscita.

Per caricare il laptop si puo' usare anche un invertitore di corrente da 12 volt a 220/230 v. E' una scatola un po' rumorosa che assicura corrente alternata, non per lunghissimi periodi perche' scarica facilmente le batterie, ma per le emergene va bene. Se per qualche motivo non si riesce a caricare il laptop o il modem, l'estrema soluzione e' ovviamente andare a terra a cercare una presa elettrica in un bar o ristorante, oppure la sala lettura di una biblioteca pubblica (l'unico problema sono gli orari a volte limitati). In questo caso armatevi di borse waterproof oppure di barilotti stagni per il trasbordo.

Ultimo consiglio per il boatworking e' usare uno sfondo virtuale per le videochiamate evitando che i colleghi vi chiedano perche' dondolate cosi' tanto davanti allo schermo.

Ecosistemi/La carezza dell'aliseo sulle foreste de La Gomera

 "Tra vent'anni sarai piu' deluso delle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. E allora molla gli ormeggi. Lascia che gli alisei riempiano le tue vele. Esplora. Sogna". Citazione attribuita a Marc Twain  

La Gomera, 21 maggio 2021


   Gli alisei, o 'trade wind' in inglese, sono i potenti venti che hanno portato Colombo nelle Americhe. Le chiamano 'le autostrade del mare' perche' nei secoli hanno spinto i bastimenti per gli oceani facilitando i commerci e l'esplorazione di nuovi mondi. Ma gli alisei, trascinando aria dal nord carica di umidita', sono una risorsa preziosa anche per le isole dell'Atlantico. Sono essenziali per l'ecosistema terrestre. In questa foto, l'aliseo avvolge le cime settentrionali de La Gomera. Le foreste sempreverdi di lauri coperte di muschio trattengono questa nebbia condensata, che e' come una 'pioggia orizzontale',  e "producono'' acqua. Come una sorgente che non sgorga dal sottosuolo, ma al contrario scende dal cielo e si infiltra nella terra porosa e scende a valle. Con questo ingegnoso sistema, gli alberi della Gomera riescono a  sopravvivere alla perenne siccita' dell'arcipelago e anche a alimentare piccole cascate e fonti perenni.
La foresta del Cedro 


Gli alberi quindi non sono solo importanti perche' trattengono il CO2, ma anche perche' contribuiscono all'approvigionamento idrico e quindi potrebbero essere una soluzione per la carenza di acqua potabile nelle citta'. Una delle tante "nature based solutions' che ci vengono offerte gratis dalla natura.    

ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE/I 'pescantes', quando la Gomera viveva di banane

La Gomera, 16 maggio 2021

    La Gomera, una delle più’ piccole isole dell’arcipelago spagnolo delle Canarie, non finisce mai di stupire. A Hermigua, villaggio agricolo sul lato settentrionale, quello sopravvento quindi più inaccessibile, sopravvivono i resti di una infrastruttura portuale degli inizi Novecento chiamata ‘pescante’ che serviva per lo scarico e carico delle merci (e persone) sulle navi bananiere. Sono alcuni grossi piloni di calcestruzzo di 20 o 30 metri altezza costruiti nella baia che servivano come base a una gru montacarichi. Non essendoci un porto o un molo dove attraccare, questo ingegnoso sistema permetteva ai battelli di caricare le loro mercanzie abbastanza in sicurezza. Le merci, banane soprattutto, venivano prima calate in scialuppe a remi e poi trasferite a bordo dei mercantili che sostavano al largo in fondali più profondi.
La piscina naturale con sullo sfondo i resti del 'pescante'


   Nella costa settentrionale dell’isola, dove a tutt’oggi non ci sono porti o marine, i ‘pescanti’ erano cinque e si possono vedere ancora i resti di quello che un secolo fa era una fiorente attività delle Canarie. Negli archivi fotografici in Rete si trovano le testimonianze di questo modo di trasporto che per l’epoca era considerato altamente tecnologico. Oltre a banane e pomodori, coltivati in questo lato dell’isola, che è più’ ricco di acqua, venivano ‘caricate’ anche le persone, dirette nelle altre isole dell’arcipelago oppure nell’unico porto di San Sebastian de La Gomera. I passeggeri erano stipati nelle ceste da carico insieme alle mercanzie. Ovviamente quando c’era maltempo non era possibile, nessuna barca poteva sostare sotto la gru, senza essere trascinata via dai marosi.
Da Los Sucesos de Hermigua, 1933 - Jaime Marquez 


    Il ‘pescante’ entrò in disuso quando fu costruita la strada asfaltata tra Hermigua e la capitale di San Sebastian, l’antico porto costruito dagli spagnoli, e ancora oggi unico punto di approdo per i traghetti. Con i camion si faceva prima e anche con meno fatica.
   Simili strutture, essenziali per l’esportazione dei prodotti agricoli, furono costruite più o meno nello stesso tempo anche in altre baie, come Agulo, la Caleta, San Lorenzo. Anche Vallehermoso, altro centro agricolo sul versante nord occidentale aveva la sua gru. La costruzione dei ‘pescanti’ a La Gomera è legata alla rivoluzione industriale in Inghilterra. Il commercio delle banane è infatti iniziato dall’idea di un imprenditore britannico di Liverpool, Edward Wathen Fyffe, che dopo una vacanza alle Canarie (sembra per curare la moglie da tubercolosi) ‘scopri’ le saporite e piccole banane canarie e decise di introdurle sul mercato inglese. Nel 1888 comincia quindi a esportare banane in Gran Bretagna usando una sua flotta di navi e creando una rete di distribuzione su scala industriale con stabilimenti in loco per l’imballaggio della frutta e offrendo expertise (e finanziamenti) per costruire le gru. Il business, a cui si aggiunsero dei soci, ebbe un enorme successo, il commercio fu esteso ai Caraibi e nel 1901 nacque anche una compagnia di trasporto marittimo, la Elders&Fyffes, che fino agli anni Settanta serviva anche per crociere dato che approdava nei più’ bei paradisi tropicali. Oggi Fyffes è un gigante della frutta, ha sede in Irlanda e nel 2017 è stata comprata dal gruppo giapponese Sumitomo, uno dei più’ grandi conglomerati mondiali.
   Il suo nome è entrato anche in un triste capitolo della storia spagnola, in quanto alcuni magazzini a Tenerife furono ceduti nel 1936 al regime franchista per farne una prigione per dissidenti. La famigerata “prigione Fyffes” è per molti un brutto ricordo.

   Una docente di paleografia dell’università de La Laguna, a Tenerife, Gloria Diaz Padilla, ha studiato la storia dei ‘pescantes’. Nel 2008 ha pubblicato un libro illustrato “Pescantes de la Gomera” dedicato a queste infrastrutture portuarie concentrate sulla costa settentrionale dell’isola.
   Non solo contribuirono allo sviluppo economico dell’isola nel secolo scorso, favorendo le esportazioni, ma hanno permesso anche di rompere l’isolamento della popolazione e di favorire il trasporto di medicinali e anche di malati.
    Il luogo è oggi molto popolare tra i bagnanti. Una piscina naturale, una grande vasca di cemento che si raggiunge attraverso uno sterrato, è l’attrazione principale. Da lì si gode una vista incomparabile sul vecchio pescante con sullo sfondo il vulcano Telde di Tenerife.

AZZORRE/Laura Dekker, la baby velista, ora madre, con un nuovo Guppy

 "If you want to see the other side of the world, you can do two things: turn the world upside down or travel there yourself". Dedica del libro/biografia di Laura Dekker, "One Girl, One Dream", 2013

Horta (Azzorre centrali), 3 maggio 2021

   Il porto di Horta, nell'isola di Faial, e' un vero 'hub' dei velisti di tutto ill mondo, anche se quest'anno la pandemia ha notevolmente ridotto le presenze. Quando sono arrivata dalle Canarie a bordo di Ben More, un Halberg Rassy di 39 piedi, appartenente a un amico inglese che sta cercando di tornare a casa, ho subito visto una barca dallo scafo rosso vivo con un nome molto familiare, Guppy. E' il veliero di Laura Dekker, che nel 2009 all'eta' di 16 anni ha fatto il giro del mondo in solitaria (con scalo) diventando la piu' giovane ragazza a compiere questa impresa. La sua avventura e' raccontata nel libro 'One Girl, One Dream', uscito nel 2013 e anche in un documentario disponibile in Rete. La ex bambina prodigio della vela,  di nazionalita' olandese e neozelandese, ha ispirato non poche donne a praticare questo sport, che con il motociclismo e' uno degli ultimi baluardi maschili. Il coraggio e soprattutto la determinazione di Laura Dekker, che ha dovuto combattere contro tribunali e governi oltre che con le burrasche, sono stati un esempio per tante giovani skipper.  


   La ex"One Girl, One Dream" ha ora 25 anni e due anni e mezzo fa e' diventata madre di un bambino che si porta sempre dietro, proprio come facevano i suoi genitori con lei.. Ho letto che ha divorziato 2017 e che ha ora un altro compagno. Dopo la circunavigazione, e il clamore mondiale che l'ha resa famosa, si e' stabilita in Nuova Zelanda, suo luogo natale, lavorando come skipper e tenendo conferenze motivazionali. Ha una fondazione, Laura Dekker World Sailing Foundation Programme, dedicata ad adolescenti che vogliono imparare la vela d'altura.  Dopo essere partita dall'Olanda nel novembre 2020, ha passato il lockdown nei caldi mari dei Caraibi con la famiglia e diversi studenti (otto per volta, da un mese a sei messi) e ora sta riattraversando l'Atlantico facendo tappa alle Azzorre, che sono a meta' strada.    

    Il due alberi ormeggiato al muro esterno della marina e' la sua nuova barca,  uno Scorpio 72, con lo stesso colore rosso e l'inconfondibile pesciolino Guppy. Il ketch Jeanneau da 11 metri con cui ha fatto il giro del mondo, preparato da suo padre, un velista esperto che a sua volta ha navigato intorno al globo, e' purtroppo naufragato qualche anno fa alle isole Cook. Era stato affittato a una scuola di vela. Che fine ingloriosa e - immagino - anche che tristezza per la Dekker.        

Il disegno sul molo della marina di Horta 
     Come tradizione, sul cemento del molo di Horta, l'equipaggio di Laura ha disegnato il logo di Guppy, a testimoniare il suo passaggio alle Azzorrre. Ho visto Laura, un paio di volte, sempre insieme al suo piccolo. Ricordo di aver letto nella biografia, della sua avversione verso i giornaliti e la pubblicita'. penso che si "esponga" soltanto quanto basta per guadagnarsi da vivere.

     Il Guppy e' stato solo pochi giorni ormeggiato a Horta. Una mattina, approfittando di pausa nelle continue piogge di questa stagione, ho visto che ha mollato gli ormeggi. Facevano tutto i suoi ragazzi, lei stava guardando l'orizzonte con suo figlio. Chissa', forse sognando altre avventure.  

AZZORRE / Le isole degli ultimi balenieri (e delle ultime balene)

"Non pochi di questi marinai delle baleniere sono delle Azzorre, dove le navi di Nantucket si fermano spesso lungo il viaggio d'andata per ingrossare gli equipaggi coi forzuti paesani di quelle coste di pietra....Perché non si sa, ma pare che gli isolani risultano i balenieri migliori".
Hermann Melville
Moby Dick o La Balena (1851) Traduzione di Cesare Pavese

Horta, 2 maggio 2021
   Non si puo' pensare alle Azzorre senza ripercorrrere la storia della caccia alle balene. L'arcipelago portoghese, nove isole nel mezzo dell'Atlantico a meta' strada tra Europa e Usa, ha una ricco passato legato all'industria baleniera. Per un secolo, fino al bando internazionale del 1985, la cattura, macellazione e lavorazione del grasso di balena per la estrazione di olio e vitamine e' stata la principale atttivita' delle isole di Pico e di Faial. Insieme all'altrettanto redditizia presenza delle compagnie mondiale di servizi telegrafici e posa dei cavi sottomarini sul fondo dell'Atlantico, ha contribuito alla prosperita' di queste sperdute ma strategiche isole vculcaniche.
Non sono passati che 30 anni fa da quando i balenieri delle Azzorre, i 'migliori' in circolazione secondo Melville, appesero gli arpioni al chiodo. E' rimasto tutto intatto: gli attrezzi dell'arte baleniera, le scialuppe nei porti e le grandi fabbriche dove si sventravano i cetacei appena catturati per estrarne il prezioso olio e altre sostanze usate sia nella nascente rivoluzione industriale che nell'alimentazione grazie alle sue proprieta' nutritive. Si' perche', come e' descritto magistralmente nelle pagine di Moby Dick, il grasso di balena era come il petrolio dell'era moderna. Era preziosissimo e non stupisce che le balene sono ora in via di estinzione.
'Bota' nel Museu dos Baleeiros / Lajes de Pico

   Nei principali porti di Faial e Pico le tracce della scomparsa industria baleniera sono ovunque. Le fabbriche sono state trasformate in musei che documentano l'arte baleniera in tutti i dettagli con fotografie e documentari dell'epoca. Alle Azzorre la caccia alle balene era di tipo stanziale, nel senso che non c'erano navi baleniere che solcavano gli oceani come il Pequod del romanzo di Melville. Non c'era bisogno perche' i capodogli, i branchi di cetacei 'dentati' piu' preziosi per il loro olio chiamato spermaceti, erano una presenza costante al largo di Faial, Pico o Sao Jorge, le tre principali isole delle Azzorre Centrali.
   A Pico, dove c'era la maggior concentrazione di balenieri, ci sono ben due musei. Uno sorge a Lajes de Pico nell'ex officina dove i fabbri forgiavano arpioni, lance e altri attrezzi per la lavorazione. Nel 'Museu dos Baleeiros' si puo' assistere alla proiezione di un raro documentario del 1969, "Gli Ultimi Balenieri", che testimonia ogni fase di questo mestiere allora gia' in declino per via dei lubrificanti sintetici.
'Vigia da Baleia', la sentinella delle balene


   Era la "sentinella delle balene", nella sua torretta chiamata in portoghese "vigia da baleia" a dare il segnale agli uomini dell'isola con razzi o quando fu disponibile con il telefono. Gli spruzzi dei cetacei sono visibili anche a grande distanza, ma bisognava fare in fretta per cattturare le prede. Le squadre dei balenieri correvano al porto e mettevano in acqua delle eleganti scialuppe, dette 'bota', gia' attrezzate con tutto l'occorrente per la caccia, compreso un barile con 300 metri di corda sapientemente arrotolata. E' la fune che la balena, una volta arpionata, porta negli abissi dell'oceano  trascinando con se la barca dei balenieri fino a quando non si stanca. Proprio come nel 'Vecchio e il Mare' di Hemingway, ma con la differenza che il 'mostro', quando affiora, viene colpito ripetutamente dalle lance affilate dirette ai polmoni e al cuore fino a quando soccombe. Il documentario mostra un combattimento cruento, sembra quasi una 'corrida'. Ci vuole una grande abilita' a anche una buona dose di coraggio. Anche se verrebbe da tifare per la povera balena agonizzante in una grande chiazza di sangue.
   Negli anni d'oro i balenieri di Pico arrivavano a cacciare due balene alla settimana. Le grandi caldaie, usate per estrarre l'olio dal grasso, sono ancora visibili nell'ex stabilimento di Sao Roque, Pico, diventato ora il 'Museo da Industria Baleeira'. Creata nel 1941, questa fabbrica serviva per la produzione di olio e di tutti i derivati del capodoglio poi destinati all'esportazione. Era la piu' grande e importante industria baleniera delle Azzorre, come si puo' vedere oggi dai suoi macchinari e tecnologia che all'epoca era di tutto rispetto, soprattutto per una remota isola in mezzo all'Atlantico.
Oltre al grasso, dal capododoglio proveniva anche l'avorio dei denti e ossa.  Ne e' derivato un prezioso artigianato, un po' come quello delle zanne di elefante in Asia: da semplici utensili, come pomelli o monili, fino a diventare una specifica arte dei balenieri, quella delle incisione e pittura su denti di balena nota come 'screenshaw'. 

VELA/ Dall'isola di Madera alle Azzorre

"E siamo soli, la mia barca e io. Soli, con il mare immenso, tutto per noi". 
La lunga Rotta (1999), Bernard Moitessier

Horta (isola di Faial), Azzorre - Mercoledi' 21 aprile 2021

Traversata dall'isola di Madeira all'isola di Faial ( Azzorre), 770 miglia nautiche con una barca a vela di 12 metri e tre persone di equipaggio, me compresa.

Domenica 11 Aprile, partenza da Quinta Do Lorde (Madera)
    La partenza e' fissata nel pomeriggio, quando il capitano della barca a vela Ben More (Halberg Rassy 39), lo skipper britannico Bob Coates, torna a bordo dopo aver restituito una macchina noleggiata nei pressi dell'aeroporto. La vettuta e' servita anche a dare un passaggio allo spagnolo Damian che torna alle Canarie dove vive e lavora. Il suo posto, come terzo membro dall'equipaggio, e' stato preso da Andres, portoghese, arrivato ieri in aereo da Porto. Come i grandi esploratori del passato, navighiamo con marinai del posto, che conoscono lingua e usanze locali...In realta' il cambio di equipaggio e' semplicemente dovuto a esigenze di lavoro di Damian che due settimane fa era partito con noi da La Gomera, poi Tenerife, Gran Canaria e da li' in traversata a Madera (raccontata nel mio precedente post). Non tutti hanno la fortuna di avere tutto il tempo a disposizione come nel mio caso.


   La finestra meteo e' ottima. Almeno due giorni di vento da ovest/sudovest. Le Azzorre sono a 670 miglia nautiche a nord west di Madera. Quindi vento in poppa o portante, in termini nautici, la gioia di ogni velista. Il piano di rotta prevede 5 giorni di navigazione a una media di 5,5 nodi. Sulla base di questa velocita' e tenendo presente la corrente delle Azzorre che va verso sud (secondo le carte nautiche e' di circa mezzo nodo), ho calcolato il piano di rotta. Il vento da SO e' dovuto al passaggio di una depressione atlantica che temporanemente ha preso il posto del noto anticiclone delle Azzorre. Passata la bassa pressione si prevede un paio di giorni di bonaccia e poi vento da nord, quindi contro. Sulle previsioni che superano 72 ore, tuttavia, non si fa molto affidamento.

Madera, l'isola dell'imperatrice Sissi

Madera, 10 aprile 2021
   Alzi la mano chi non e' mai stato affascinato dalla trilogia cult di Sissi, l'imperatrice d'Austria interpretata da Romy Schneider. Alcune scene del terzo sequel 'Il destino di un' imperatrice ' (1957) sono girate a Madera, l'isola portoghese che nell'Ottocento era il buen retiro di molta aristocrazia europea. La ribelle duchessa arrivo' qui la prima volta nel 1860 per svernare e guarire da una depressione causata dalle sue tribolate vicende familiari di corte. Grazie alla presenza della madre e alle bellezze dell'isola, come si vede nel celebre film, Sissi recupera la salute e la sua esuberanza.
Foto Atelier Vincente's 


   La saga di Sissi ha contribuito al successo turistico di Madeira, anche se l'isola e' oggigiorno associata piuttosto al calciatore Ronaldo. Per celebrarla hanno eretto una sua statua di fronte a un hotel a cinque stelle di Funchal, la citta' principale. All'epoca Sissi fu ospitata nella villa di Quinta Vigia (oggi un parco pubblico) insieme ad altre nobildonne. Rimane questa testimonianza del fotografo, Vicente Gomes da Silva (1827-1906), diventato poi fotografo ufficiale di corte, esposta nel museo della Fotografia di Madeira.

VELA/Traversata da Gran Canaria a Madera

Isola di Madera (Portogallo), mercoledi' 7 aprile 2021

   Questa e' la cronistoria del mio viaggio da Las Palmas (Gran Canaria) all'isola di Madeira (Portogallo) su una barca a vela di 12 metri appartenente a uno skipper britannico, Robert Coates, che sta tornando a casa dopo aver passato l'inverno alle Canarie. Con me come equipaggio c'era anche Damian, uno spagnolo aspirante velista.
La traversata e' stata di circa 290 miglia nautiche ed e' durata 62 ore, in condizioni meteo molto favorevoli e senza nessun problema di rilievo. Si puo' dire che e' stata una rilassante crociera pasquale nell'oceano Atlantico.


Las Palmas (Gran Canaria), sabato 3 aprile 2012 - Aspettando l'esito del test Covid
    Per il periodo pasquale le autorita' delle Canarie hanno imposto diverse restrizioni alla circolazione delle persone per evitare i contagi di Covid-19, tra cui il divieto di spostarsi da un'isola all'altra e il coprifuoco notturno a partire dalle 22. Ma il lungo mare del Las Canteras e' affollato come non mai di famiglie, coppie e giovani che praticano sport oppure occupati nel classico 'struscio' del sabato pomeriggio. Se non e' per le mascherine che tutti indossano, si puo' quasi dimenticare che siamo nel mezzo di una pandemia globale.


   La nostra barca, una Halberg Rassy 39, una 'signora' dei mari, che ha vinto anche diverse regate nel canale della Manica, e' ormeggiata al Muelle Deportivo, la enorme marina di Las Palmas, una distesa infinita di alberi e sartie con bandiere di tutto il mondo. Il pontile che ci hanno asssegnato e' il 'T', quello piu' lontano dai bagni e dai negozi. Il capitano Bob ha chiesto se era possibile spostarsi in un diverso ormeggio, dato che una trappa a poppa era pure rotta, ma invano. Dall'ufficio, anche quello raggiungibile solo con una lunga camminata, gli hanno detto che era tutto occupato. Strano perche' qui e' tutto pieno solo a ottobre e novembre quando parte la regata della ARC, la famosa traversata ai Caraibi a cui partecipano circa 300 velieri in diverse sezioni competitive e non competitive. Per l'occasione i clienti abituali della marina sono costretti ad ancorare le loro barche in una baia adiacente per far posto ai regatanti.
   La partenza per Madera, o Madeira in portoghese, non e' stata fissata. Aspettiamo l'esito del test Covid molecolare (PCR lo chiamano) necessario por entrare in Portogallo. Lo abbiamo fatto ieri in una clinica privata al costo di 90 euro. E' stato abbastanza invasivo, sono tornata con una narice dolorante. Appprofitto dell'attesa per mettere a punto il 'passage planning', il piano di rotta utilizzando tutti gli strumenti e le conoscenze che ho acquisito nel mio esame di teoria RYA per diventare 'yackmaster' . Lo faccio solo per esercizio personale, perche' e' lo skipper a decidere la rotta. Bob e' un 'navigato' marinaio, ha solcato i mari di tutto il mondo compreso l'oceano del Sud, e la sua barca e' stata progettata e attrezzata per l'oceano. Per lui le 280 miglia per Madeira sono poco piu' di una passeggiata. Le previsioni inoltre indicano vento leggero e la quasi assenza degli alisei di Nord Est temporanemente interrotti da un sistema di basse pressioni.

CANARIE E COVID/ Un'altra Pasqua senza turisti

 La Palmas (Gran Canaria),  30 marzo 2021

   All'ingresso del porto di Las Palmas, provenendo da sud, sono ancorate due navi da crociera con dei vistosi disegni, tra cui delle labbrone rosse sulla prua. Sono due navi della flotta Aida, il marchio tedesco del colosso Costa, Stazionano fuori dal porto, forse  per risparmiare sull'attacco, in attesa di imbarcare clienti o semplicemente perche' non sanno che fare. Per questa Pasqua, Aida pubblicizza una crociera Covid free (con tampone) di sette giorni a prezzi stracciati nell'arcipelago delle Canarie. Un'isola al giorno senza scendere a terra. E' l'unica crociera che offre Costa per le feste di Pasqua. Gia' tanto che ci sia.

Una nave Aida ancorata fuori dal Porto di Las Palmas

Per il secondo anno consecutivo, la 'Semana Santa', come chiamano la Pasqua in spagnolo, vedra' un altro flop per l'industria turistica delle Canarie. Le restrizioni anti Covid sono un po' meno severe rispetto al resto della Spagna, proprio per favorire il turismo europeo. Basta fare il PCR entro le 72 ore dalla partenza.  Ma per tutto il periodo pasquale (fino al 9 aprile) non si puo' viaggiare da isola a isola e a Gran Canaria, Tenerife e Fuerteventura vige un coprifuoco notturno dalle 22 alle 6 del mattino.

   La curva dei contagi nell'arcipelago segue piu' o meno quella del resto dell'Europa. Ieri ci sono stati 151 contagi (quasi la meta' a Gran Canaria) e tre morti, purtroppo il trend e' stabile. Solo le isole piu' piccole come la Gomera e Hierro non hanno casi. 

   Come si puo' immaginare, l'impatto sull'economia, largamente basata sul turismo, e' devastante. Un dato per tutti: prima della pandemia le auto a noleggio erano ben 82 mila, dopo un anno si sono ridotte a 22 mila e riempiono i parcheggi degli aeroporti. Le compagnie di autonoleggio hanno preferito vendere le auto a prezzi stracciati pur di nnon avere i costi di assicurazione e parcheggio. Il parco auto a disposizione dei turisti e' tornato ai livelli del 1985. 

Lungo mare di Maspalomas deserto

    Nonostante alberghi e ristoranti siano pronti, i turisti non ci sono. Le frontiere sono aperte e piu' o meno sembra tutto normale (a parte il coprrifuoco e la chiusura di luoghi di divertimenti e di cultura). Ma non c'e' nessuno. Le Canarie, che lo scorso anno hanno battuto la strada della destinazione turistica Covid free, hanno fallito nel loro intento. Non hanno tenuto conto dei lockdown parziali in Europa e soprattutto del bando dei viaggi all'estero dei britannici, che sono gli aficionados piu' numerosi delle calde spiaggie spagnole. 

CANARIE/Una zona protetta per le balene tra Tenerife e Gomera

San Sebastian de la Gomera, 20 marzo 2020

   Il tratto di mare tra l’isola di Tenerife e la Gomera, largo circa 80 chilometri, è uno dei più suggestivi dell’arcipelago spagnolo delle Canarie. Non solo per la maestosità del vulcano Teide di Tenerife (3.715 m) che si specchia nel blu dell’oceano, ma anche per la presenza di delfini e balene. Lo scorso gennaio, un’associazione britannica nata nel 2015 che si chiama World Cetacean Alliance (WCA) ha riconosciuto la fascia di mare davanti alla costa occidentale di Tenerife come “Patrimonio per la Salvaguardia delle Balene”. È il primo luogo di questo genere in Europa dichiarato dalla WCA e il quarto al mondo (dopo Hervey Bay in Australia, The Bluff (Sudafrica) e Dana Point (Stati Uniti) (leggi qui).


   Nei 20 chilometri di costa tenerifina che va da punta Teno al porticciolo di La Galleta vivono circa 200 esemplari di “balena pilota” o globicefalo, un grosso delfino (5 o 6 metri), di pelle scura e con pinne corte. I “calderon”, come vengono chiamati in spagnolo, sono creature un po’ bizzarre. Stanno immobili sulla superficie, in larghi gruppi, con la massiccia testa a “uovo” fuori dall'acqua. Non hanno paura delle barche, non si spostano anche quando si è molto vicini. Poi improvvisamente scendono negli abissi a mangiare molluschi cefalopodi rimanendo sotto per lunghissimo tempo.
   Da anni sono una delle principali attrazioni turistiche nel sud di Tenerife e anche una buona fonte di reddito per decine di barcaioli che organizzano i tour di avvistamento balene (1,4 milioni di turisti nel 2019). Il globicefalo non è una specie rara da proteggere, a differenza di altri tipi di cetacei che popolano o che transitano nel canale tra Tenerife e La Gomera. L’attività di avvistamento è già regolamentata dalle autorità locali per non disturbare troppo i branchi che pacificamente “pascolano” nel tratto di mare. Ma non sempre sono rispettate le distanze di sicurezza, si spera che ora con questo riconoscimento ci sia più attenzione. Di sicuro, con la pandemia e il crollo del turismo, i “calderon” possono ora stare tranquilli. Devono solo fare attenzione ai ferries che collegano Tenerife e Gomera.
   L’area era già entrata a fare parte delle “zone speciali di conservazione”, secondo le direttive della Ue, e quindi è esclusa dal traffico dei cargo. C’è chi vorrebbe una vera e propria riserva marina con divieto di pesca e anche del passaggio degli traghetti superveloci che connettono le isole e che talvolta travolgono le pigre balene pilota sulla loro rotta.

VACCINO ANTICOVID/E se provassimo con l’artemisia della Gomera?

 San Sebastian de La Gomera, 12 marzo 2021

   Per via delle abbondanti piogge di dicembre e gennaio, l’isola de La Gomera, una delle più’ piccole dell’arcipelago delle Canarie,  è un’esplosione di fiori e erbe profumate. Cosi non si la  vedeva da tempo. La gente del posto dice che questa è la vera primavere canaria e non la steppa di cactus che si era creata dopo tre anni di siccità.  Tra gli arbusti selvatici più curiosi, per via del profumo pregnante, c’è una specie endemica di Artemisia, chiamata Artemisia Thuscola o argentata, o “mol” dagli indigeni canari, i guanchos.  L’artemisia è una pianta diffusa in tutto il mondo, spesso considerata un’erbaccia da estirpare, a cui appartengono circa 400 specie, alcune molto diverse da loro e con diverse proprietà mediche, tra cui potrebbe esserci quella contro il Covid. Per alcuni è l’erba dell’assenzio, il famoso distillato verde che sa di anice, la “fata verde’ della bohème parigina.  Lo stesso vermouth, prodotto per la prima volta a Torino e medicinale prima di diventare aperitivo, deriva il suo nome dal tedesco Wermut ("wormwood" come gli inglesi chiamano la varietà di Artemisia Absinthium). Quindi il Martini sarebbe in realtà un vermifugo e antisettico (le movide degli aperitivi milanesi a questo punto andrebbero rivalutate!).


   Anche la specie delle Canarie, che cresce spontanea nelle vallate a circa 700-800 metri di altezza, possiede delle sostanze benefiche, in particolare per problemi intestinali e anche come antiparassitario per gli animali.  È impiegata in diversi prodotti naturali venduti nelle erboristerie e citata nel libri del medico naturopata  S. Jorge Cruz Suárez, “Más de 100 Plantas Medicinales en Medicina Popular Canaria”.  La si trova soprattutto sui sentieri di trekking nell’ovest della Gomera e il suo odore è inconfondibile.

   L’artemisia è salita di recente alla ribalta della cronaca per un suo derivato, l’artemisinin (AN), una sostanza già usata nella medicina tradizionale cinese e africana, che di recente è stata riconosciuta dall’OMS come trattamento antimalaria  (qui ci sono tutti i dettagli).  Questa molecola è estratta dall’Artemisia Annua, una delle tante varietà di artemisia diffuse su tutto il pianeta.  È stata “scoperta” dalla farmacista cinese Tu Youyou che nel 2015 ha vinto il premio Nobel per la medicina, insieme ad altri ricercatori, per i loro studi nel campo della malaria e delle infezioni parassitarie che nei paesi più poveri uccidono milioni di persone ogni anno. Oggi giorno il preparato dell’OMS a base di artemisinin è uno dei rimedi  più’ efficaci contro la malaria. 

   Lo scorso anno, in piena pandemia e quando le speranze di un vaccino sembravano molto lontane nel tempo, si è tornati a parlare delle potenziali proprietà dell’artemisia. In Madagascar è stato prodotto uno sciroppo, e ora anche delle capsule, a base di Artemisia Annua. Gli studiosi locali sostenevano che il principio attivo dell’erba poteva essere efficace anche contro il nuovo virus Sars Coronavirus. Il presidente del Madagascar, il vivaio mondiale delle erbe medicinali, aveva dichiarato che il preparato in commercio poteva prevenire il Covid 19 e che era pronto a esportarlo negli altri paesi Africani, cosa che avvenne nonostante la mancanza di un approvazione da parte dell’OMS. La stessa organizzazione di Ginevra prese le distanze dall'iniziativa  chiedendo però che si iniziassero a studiare le potenzialità dell’Artemisia Annua nel combattere il nuovo coronavirus (qui il comunicato del maggio 2020.)

   Nel frattempo una start up spagnola di biotecnologia sta studiando la pianta dell’Artemisia Annua in una fattoria ecologia nel nord di Tenerife. In origine le ricerche si concentravano su prodotti antimalarici, ma ora sono indirizzate ovviamente al Covid. La piccola società, che si chiama Biotech Trichofarming Researh studia le proprietà dei “tricomi” (i peli delle piante) di diverse erbe medicinali e aromatiche, in particolare l’Artemisia Annua coltivata alle Canarie.  Dopo alcuni anni di esperimenti,  la società ha iniziato a commercializza un prodotto con il marchio di Artennua, che secondo quando si legge sul website avrebbe delle proprietà di rafforzare il sistema immunitario e quindi di combattere il Covid.

   L’artemisia non può ovviamente essere un vaccino, ma può prevenire le aggressioni dei virus secondo il basilare principio di tutte le medicine tradizionali, come la millenaria ayurveda indiana, che si concentrano sul rafforzamento delle nostre difese immunitarie naturali. Una strada che purtroppo  non sembra essere stata molto battuta nelle strategie nazionali di difesa sanitaria anti Covid.  

 

Canarie/A caccia di gomme usate sui fondali de La Gomera

 San Sebastian de La Gomera, 7 marzo 2021

   Un classico esempio di come le buone intenzioni possano rivelarsi con il tempo dei disastri ambientali. Nei fondali marini di tutto il mondo, comprese le Canarie, giacciono milioni di pneumatici usati di tutte le marche e dimensioni. Erano stati deliberatamente buttati in mare a partire degli anni 70 con lo scopo di creare delle barriere artificiali lungo le coste per generare un ecosistema marino e favorire la pesca. La "pensata", supportata da ricercatori americani, come quelli della Osborne Reef in Florida, e naturalmente dai produttori di gomme si e' rivelata del tutto fallimentare con gli anni. A causa degli uragani tropicali e delle correnti marine oceaniche le gomme sono finite ovunque e quello che e' peggio si e' scoperto che erano inquinanti e non biodegradabili a causa della mescola di colle e sostanze chimiche necessarie per la lavorazione del caucciu'. 

   Non e' chiaro se le discariche di gomme sui fondali delle Canarie siano frutto degli infausti progetti di favorire la pesca costiera oppure siano stati trasportati qui dalle correnti atlantiche. Da alcuni anni il problema e' venuto a galla anche nell'arcipelago spagnolo. Ci sono dei progetti di recupero delle gomme con l'aiuto di università, associazioni ambientaliste e subacquei specializzati. Si' perché questo tipo di pulizia richiede una certa expertise ed e' ovviamente costosa. 

Volontari dell'associazione Sebadal (Foto Sebadal)

All'isola de La Gomera, una delle più piccole delle Canarie,  la pulizia e' iniziata soltanto quest'anno grazie a un accordo con una piccola associazione ambientalista locale, Aglayma e il club subacqueo El Sebadal. Lo scorso venerdì i volontari hanno effettuato la loro seconda uscita nei pressi del porto di San Sebastian (leggi qui la notizia) a cui ho partecipato anche io.  Avevano già individuato il tratto di fondale da ripulire e si trattava solo di recuperare le gomme. Il compito e' abbastanza complicato. Si tratta di sollevare i pneumatici, che spesso sono tra le rocce o sommersi nella sabbia e attaccarli a un pallone gonfiabile che li porta fino alla superficie. Quindi il materiale viene issato a bordo da altri volontari sulla barca di appoggio. In due ore di lavoro sono state recuperate mezza dozzina di gomme da auto e una più grande, probabilmente di un escavatore. Ovviamente più e' pesante la gomma e più grande deve essere il pollone gonfiabile. Il materiale e' stato poi preso in consegna da addetti municipali e inviato ad un impianto di riciclo dei pneumatici (tra i vari usi c'e' quello di farne del catrame per il manto stradale). 

Con i volontari di Aglayma e Sebadal (Foto Aglayma)

  Non ci sono statistiche su quanti pneumatici possano esserci sui fondali delle Canarie.  Circa 40 anni fa, vicino a Fort Lauderdale, in Florida, le autorità locali e i pescatori diedero vita alla costruzione di una barriera artificiale, la Broward Artificial Reef,  buttando circa due milioni di gomme a una ventina di metri di profondità. I pneumatici erano tenuti insieme da cavi metallici che pero' evidentemente non furono abbastanza resistenti alle intemperie. Al progetto partecipo' anche la marina americana e la industria Goodyear, tutti convinti di fare un ottimo lavoro e nel contempo anche di sbarazzarsi di tonnellate di gomme usate.  Negli anni, e con costi enormi, ne sono stati recuperati solo un terzo (leggo da Wikipedia).

   Il progetto fu imitato in tutto il mondo, e analoghe barriere "pneumatiche" (tires reefs) furono create nel Golfo del Messico, Indonesia, Malaysia e lungo le coste africane. Addirittura "l'esperimento" americano fu replicato in Costa Azzurra dove il governo francese ha speso una fortuna per ripulire il fondale.