FAKE NEWS/Quando i giornalisti diventano `fact checker`

Gran Canaria, 5 maggio 2018

    Ho appena concluso un corso on line gratuito sulle `fake news` messo a disposizione dal Knight Center for Journalism in the Americas (Universita` del Texas), una fondazione statunitense che si occupa di promuovere eccellenze nel giornalismo, in particolare digitale. Il corso si intitola "Trust and Verification in the Age of Misinformation" (questo il link) ed e` tenuto da un `cacciatore` di fake news che si chiama Craig Silverman, che lavora per BuzzFeed News, sito di informazione americano che vende contenuti alle piattaforme. E` l`uomo del momento in  materia di `fact checking` e `debunking`, due attivita` che stanno andando per la maggiore negli ultimi tempi, soprattutto negli Stati Uniti.
    Le `fake news`, salite alla ribalta dell`attenzione con la presidenza Trump, sono al centro del dibattito sui media negli Usa oltre a essere una reale minaccia alla democrazia, come si e` visto nella campagna elettorale e anche recentemente con lo scandalo di Cambridge Analityca/Facebook.
    Quindi negli Stati Uniti se ne fa un gran parlare e si cerca anche di correre ai ripari creando nuove figure professionali, i `fact checkers` come Silverman, che passa le proprie giornate al desk a spulciare foto, video e website e a cercare i falsi account sui Facebook e Twitter.
    L`oggetto del corso era infatti di dare ai giornalisti degli strumenti (open source e perfettamente legali)  per controllare l`autenticita` di tutta la marea di informazioni che passano sullo schermo. Sono tools usati anche per fare investigazioni private. Si tratta di verificare l`identita` di nomi o indirizzi mail sul web, soprattutto Facebook o Twitter, vedere cosa e come postano, smascherare bot e algoritmi.  Tra i suggerimenti ci sono Inteltecnique.com, Peekyou, Webmii e altri dedicati a Twitter o Linkedin. Li ho provati, ma ho riscontrato grossi limiti, primo bisogna essere iscritti a Facebook e secondo sono efficaci per lo piu` per ricerche di gente che vive negli Usa.  Molti poi sono a pagamento, quindi e` gia` nato un businss intiorno alla fake news.
    Altri strumenti sono invece dedicati a controllare se foto o video sono stati truccati o manipolati. Per esempio una extension di Google Chrome, InVid, offre tutti i tools su una piattaforma per risalire all`originale di una foto o vedere dove o quando e` stata pubblicata .
   Una altra extension di Chrome, CrowdTangle, permette invece di vedere da chi e quante volte una pagina e` stata condivisa su Facebook.
    Insomma il corso e` stato utilissimo perche` mi ha aperto gli occhi su una realta` che finora avevo solo osservato da lontano, come se non mi appartenesse.  In Italia poi non ci si pone manco il problema, i media italiani sono sempre piu` ripiegati su se stessi a causa della crisi e delle redazioni che sono sottodimensionate. Allo  Spiegel hanno una redazione di 70 `fact checkers` (leggi qui), noi non abbiamo manco piu` i correttori di bozze.
   Se e` stato utile per aggiornarmi su cosa succede nel mondo del giornalismo, d`altro canto mi sono speventata a pensare alle conseguenze di questo nuovo ruolo della stampa. Nel caos generale dei social media, fake news, propaganda politica, bot, hacker russi, ecc, c`e` piu` che mai bisogno di recuperare i `sani` valori del giornalismo e di riallacciare un rapporto di fiducia con i lettori che oggi vanno su Facebook a informarsi.
   Questo percorso di recupero della `funzione` giornalistica passa sostanzialmente attraverso il `fact cheking`.  Il giornalista e` oggi chiamato a `rovistare` dentro la melma del web e cercare di capire cosa e` vero e cosa e` `fake`.  Ecco un esempio di lavoro che Craig Silverman fa nella sua redazione (leggi qui)
   Un giornalista oggigiorno e` quindi colui che mette i bollini rossi o verde, falso o vero, su notizie che circolano sul web. Un lavoro immane tra l`altro data la vastita`di pagine c he ogni secondo vengono caricate in rete. Certo ci vuole qualcuno che mette ordine al caos e che - in teoria - sia qualificato a farlo (un giornalista appunto che ossrve un codice deontologico) , pero` se questo e` il futuro della professione sono molto perplessa e soprattutto non sono pronta a trasformarmi in una `fact checker`.  

”Buscar el levante por el ponente”

Gran Canaria, 30 Aprile 2018

   Di solito a scuola si studia che il viaggio di Cristoforo Colombo per la scoperta dell`America è iniziato da Palos, in Spagna, il 3 agosto 1492. Ma in realtà il viaggio verso l`ignoto è iniziato dalle Canarie, avamposto a Sud Ovest della Spagna, ben dopo le Colonne d`Ercole. Colombo, che gli spagnoli chiamano Cristobal Colon, si è fermato a Las Palmas per riparare la Pinta e per fare rifornimenti.
    A Las Palmas l`Ammiraglio sta un mesetto; si può vedere nel quartiere storico di Vegueta la casa dove ha soggiornato, trasformata in un bel museo di arte marinara. Poi il 2 settembre parte per la Gomera dove aveva una tresca, si racconta, con la governatrice Beatriz Peraza y Bobadilla, una “nobile, bella, sofisticata e di temperamento caldo” (cito “Colombo. Diario del Viaggio che ha cambiato il mondo” di Antero Reginelli, che ho appena letto). In realtà a La Gomera, che è la più verde delle Canarie, le caravelle hanno anche fatto rifornimento d`acqua.
    Da li` il 6 settembre Colombo salpa per il mare sconosciuto convinto che il Giappone , che lui chiamava Cipango, si trovasse a una distanza di sole 4.500 miglia. Il suo obiettivo era appunto di “buscare el ponente por el levante’. Nel primo secolo AC, Eratostene aveva calcolato che la Terra misurava 40 mila chilometri di circonferenza. Quindi, forse in cuor suo, lo sapeva che era impossibile raggiungere la `rotta delle spezie` di Marco Polo, ma l`ambizione e le potenziali ricchezze lo avevano  accecato a tal punto da fingere di non conoscere la realtà`. E comunque obiettivamente nessuno sapeva cosa si trovasse a Est della Cina.
    Mentre da qui guardo la linea dell`orizzonte, immagino le tre caravelle con le vele spinte dal vento di Nord Ovest, che qui è costante, essendo le Canarie sul lembo dell`anticiclone delle Azzorre. Sono i cosiddetti `trade winds`, noti anche come alisei, che hanno portato i navigatori a scoprire nuove rotte commerciali, soprattutto dopo che la `via della seta` era diventata pericolosa per la disintegrazione del regno mongolo.
   Leggendo il diario di bordo di Colombo, o meglio la ricostruzione perché l`originale è andato perduto, ho scoperto alcune curiosità. Per esempio che l`Ammiraglio teneva due registri di bordo, uno segreto con le leghe realmente percorse ogni giorno e un altro pubblico in cui dimezzava o riduceva drasticamente le distanze per non spaventare la sua ciurma. Gestire un equipaggio di una barca è già complesso quando si sa dove si va, figuriamoci quando non si conosce la meta, o meglio la si conosce ma non si sa dove è.
   Per calmare gli animi della ciurma sempre più spaventata dalla vastità dell` oceano usava la leva del denaro e ricordava le ricchezze che avrebbero guadagnato al termine della missione. La Regina Isabella di Spagna aveva promesso una pensione vitalizia al primo che avesse avvistato la terra. Alle due di notte del 12 ottobre 1492 il marinaio andaluso Rodrigo de Triana, sulla Pinta che era la prima in quanto più veloce, rompe il silenzio con il grido “terraaa”. Erano a circa 12 chilometri dall`isola di san Salvador, nelle Bahamas.
   Per gli spagnoli Rodrigo de Triana è un eroe, c’è anche un monumento in suo onore a Siviglia. Ma il fortunato marinaio rimase a bocca asciutta perché` al ritorno in patria Colombo rivendicò il diritto a riscuotere il premio in quanto disse che aveva visto qualcosa brillare all`orizzonte già alle 10 di sera dell`11 agosto, ma l`avvistamento non era stato confermato dai suoi ufficiali che non videro nulla.
   Le descrizioni che fa Colombo dei  luoghi dove approda sono idilliache, scrive di non aver visto mai una natura più rigogliosa e delle acque così tranquille e accoglienti. Della gente ripete continuamente che sono pacifici e “a digiuno di guerra, come le Vostre Altezze si renderanno conto di persona vedendo i sette che condurrò  con me in Spagna per insegnarli la nostra lingua e, poi, riportarli nel loro paese per usarli da interpreti, a meno, che non decidiate di trattenerli in Castiglia e farne degli schiavi, insieme agli altri, nell`isola in cui vivono”.  Cosa avvenne in seguito purtroppo lo sappiamo bene.



VADEMECUM/ Come scegliere una barca (per vivere e navigare)

Gran Canaria, 20 Aprile 2018 

    C`e` una massima che circola negli ambienti nautici: "Ci sono due momenti di massima felicita` nella vita di un marinaio, quando compra la barca e quando la vende". Mi dispiace smentire i vecchi lupi di mare, ma non penso sia valida per tutti.

    Nel mio caso quando ho comprato Maneki (un Jeanneau di 9 metri del 1974) ho avuto piu` paura che gioia. Paura di non saper gestire l`enorme complessita` che una barca presenta. Ancora oggi non so neppure se riesco a portarla da sola in quanto causa guasto motore non sono ancora uscita dalle tranquille acque del porto. L`ex proprietario di Maneki, un francese che come me ci viveva sulla barca, poi non era cosi` al settimo cielo nonostante abbia spuntato un buon affare. Non lo faceva vedere ma era cupissimo quando ha deciso di vendere la sua `creatura`. Ancora adesso mi manda dei messaggi in cui mi dice che `le manca`. Deve essere stata una lacerazione separarsi da qualcosa che era parte della tua vita e con cui hai condiviso gioie e dolori. tanto. Ne so qualcosa quando ho dovuto lasciare la mia moto in India.

Come quindi scegliere una barca?. 
   Innanzitutto si escludono le barche nuove, in giro c`e` cosi` tanto usato e a cosi` poco prezzo che non merita davvero.
Dove iniziare? 
    La scelta del posto e` essenziale, grosso modo intendo, tipo Mediterraneo, Atlantico, Caraibi, Australia…vero e` che poi si naviga ma ci vuole una base di partenza. Io ho escluso l`Asia perche` non c`e` molta scelta. Nel Mediterraneo invece ci sono migliaia di barche, la maggior parte ferme nei porti perche` i proprietari sono anziani (la popolazione europea sta invecchiando sempre piu`) oppure sono stati colpiti dalla crisi economica. Ci sono quindi buone occasioni, ma nel caro e vecchio Mare Nostrum – secondo me il mare piu` bello del mondo - bisogna tenere conto di due fattori: la stagione invernale che dura minimo sei mesi e il costo degli ormeggi (anche se questi sono diminuiti al pari passo con gli affitti delle case).
Alle isole Canarie, le `Maldive` dell`Europa, c`e` il vantaggio di una estate infinita con zero (o quasi) giorni di pioggia piu` vento costante. Da Cristoforo Colombo, che e` partito da qui, in poi e` un paradiso per i navigatori.
Agenzia o tam tam?     Si puo` dare una occhiata ai siti di annunci come Subito.it o altri specializzati per avere una idea. Ormai non ci sono quasi piu` annunci sulle bacheche delle marine, e` tutto on line.  Si puo` poi cercare nei porti le barche che espongono il cartello `In Vendita`, soprattutto quando uno ha una idea precisa di dove ci si vuole stabilire.
Ma funziona anche il tam tam. Nel mio caso ho `messo in giro` la voce che ero interessata a comprare un piccolo veliero e dopo un po` mi si sono presentate delle occasioni. Nello specifico, ho trovato Maneki grazie al mio insegnante di vela. Io sono arrivata al Puerto di Mogan per fare la scuola di vela Aistrac, gestita da un irlandese che ha una vasta esperienza non solo di navigazione, ma anche di manutenzione delle barche. Mi sono quindi affidata al suo occhio (piu` esperto del mio) per scegliere.
Poi entra in gioco anche la sorte come in molti casi della vita. Posso tranquillamente dure che Maneki e` arrivata a me, non sono io che l`ho cercata. E come prova tangibile mi basta guardare l`immagine del Ganesh, il dio elefante, che l`ex proprietario ha affisso nella cabina. Quale migliore coincidenza per me che arrivo dall`India!

Quanti metri?     Questo e` veramente una questione personale. Da soli si possono portare barche di 15 metri, conoscono molti velisti che sono arrivati qui alle Canarie da soli dai Caraibi o dal Mediterraneo con barche ovviamente attrezzate per una navigazione in solitaria. Diciamo che si va dai 9 metri (o 30 piedi) che e` il minimo per viverci a un massimo di 15 metri. Io, che sono principiante e anche con poche risorse, ho preferito il minimo necessario. In effetti ho gli spazi che mi servono, la cuccetta a prua dove dormo, il salotto con tavolo, l`angolo cucina e il tavolo da carteggio dove ho installato il mio ufficio e dove sto scrivendo ora.

Che cosa serve a bordo?    E` importante che la barca sia ben attrezzata non solo per navigare (vele, strumenti, scialuppa salvataggio, cordame, ecc) ma anche per viverci. Quindi deve essere autosufficiente per quanto riguarda elettricita` (pannelli solari o generatore eolico), acqua (serbatoio capiente), fornello, frigo, armadietti, ecc) e possibilmente avere un canotto o un kayak come nel mio caso. Tutte queste cose se non ci sono vanno comprate con quindi ulteriori spese. Io ho trovato praticamente tutto quello che serviva dal mio predecessore. Quando sono arrivata ho comprato solo il cibo, mi ha lasciato tutto, piatti e lenzuola comprese. Maneki ha un pannello solare collegato a due batterie che mi permettono di alimentare delle luci led, i caricatori dei computer e telefoni, la radio VHF e altri strumenti come il pilota automatico. Non posso attaccare il frigo che pero`, per adesso, ne faccio a meno e in verita` non sento molto la mancanza. Sono in porto e vado tutti i giorni al supermercato dove compro cose fresche.
 Occhio a motore e scafo    In una barca di medie dimensioni il motore e lo scafo fanno la parte del leone. Sono le parti piu` care e quindi da valutare con attenzione. Un motore nautico diesel viene sui 6 mila euro. Uno scafo corroso, da ruggine o da osmosi (se e` vetroresina) richiede tempo e soldi. In entrambi i casi la barca va levata dall`acqua. Anche le altre parti strutturali, albero e boma, sono importanti, ma e` piu` facile controllare il loro stato.
Pur avendo ben chiaro questo avvertimento, ho comprato una barca che ha problemi con motore. Non e` grande cosa, si tratta di sostituire delle guarnizioni del cilindro che perdono olio, ma il lavoro e` lungo e complesso. Sto aspettando che si liberi un meccanico. Non molti vogliono fare un lavoro che e` lungo e che richiede anche pazienza perche` bisogna lavorare dentro un gavone del pozzetto, in spazi ristrettissimi. Il mio motore e` un Vetus di 20 CV, mi e` stato detto che a parte la perdita e` in buono stato…speriamo. E` l`unica `pecca` che ha Maneki. Lo scafo, in vetroresina, e` stato trattato due anni fa e dipinto di arancione, un colore che non mi piace, e che cerchero` di cambiare quando sara` ora. Le vele e il cordame sono buone.
Gli strumenti base ci sono (bussola, windex e profondimetro). Il GPS portatile ha uno spinotto rotto e non si puo` collegare alla radio. Il pilota automatico che si collega alla barra e` di buona qualita`.

Quale bandiera?     Ho scoperto un sacco di cose a questo proposito. Primo e` che la bandiera segue il proprietario e se il nuovo padrone non ha gli stessi requisiti, per esempio la residenza, occorre ri-registrare la barca. Nel caso di Maneki non ho potuto mantenere la bandiera francese in quanto non residente in Francia o cittadina francese. In teoria potrei avere la bandiera italiana, ma mi e` stata vivamente sconsigliata. L`Italia ha infatti una procedura complessa e costosa che richiede anche dei controlli assidui e delle stringenti normative di sicurezza. Quindi mi sono messa a cercare dove era piu` facile e conveniente sfruttando il fatto che per un cittadino dell`Unione Europea e` possibile registrare una barca anche non nel proprio Paese di origine.
Di sicuro la nazione piu` `friendly` per chi va per mare e` il Regno Unito che ha istituito un registro delle piccole barche (inferiori a 24 metri). La tassa e` di appena 25 sterline e la licenza dura cinque anni. Ma bisogna essere cittadini o residenti nel Regno Unito e dimostrare non solo che si ha un indirizzo, ma che si e` `inseriti` ovvero si ha un lavoro o una societa`.
Olanda e Belgio, due piccoli Paesi ma con grandi tradizioni marinare, invece non hanno obblighi di residenza e la procedura e` facile . Di fatti sono molto gettonati. Ci sono agenzie su internet che promettono una bandiera olandese o belga in pochi giorni con 300-400 euro. Io ho provato a fare domanda on line al registro olandese, ma ho visto che quello belga e` ancora piu` facile, almeno sembra perche` ho appena inviato la domanda di registrazione. A questo proposito faro` un aggiornamento magari con piu` dettagli, visto che sono diventata una esperta in materia.

Infine, come chiamarla?    Si sa l`ambiente marinaro e` molto superstizioso. Una delle credenze e` che non bisognerebbe mai cambiare nome alla barca. Io un realta` mi ero ripromessa di battezzare la mia prima barca “Garbino”, un vento da Sud Ovest tipico dell`Adriatico, poi pero` ho cambiato idea. Maneki, il mio Jeaunneau, deriva il suo nome dal giapponese Maneki Neko, il gattino che saluta con la zampa e che e` un talismano diffusissimo in tutta Asia. Potevo forse rinunciare a tale portafortuna? No ovviamente, ecco quindi che Maneki e` rimasta tale.