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COVID 19/ Pandemia record a Tenerife, obbligo di green pass al chiuso

Tenerife (Isole Canarie), 28 luglio 2021

   La chiamano la 'quinta ola' , la quinta ondata, ma di fatto e' uno tsunami. La scorsa settimana la pandemia ha causato un record di contagi nelle isole delle Canarie, in particolare a Tenerife, la piu' turistica dell'arcipelago spagnolo. Ma il turismo o le movide questa volta non c'entrano. Sono stati i raggruppamenti familiari e quelli di lavoro a scatenare i contagi della cosiddetta variante Delta del virus. 

Incidenza dei casi nelle sette isole. La verde (piu' alta e' tenerife).
Da static-eldiario.es

   Venerdi' scorso si sono registrati 1.023 casi, il numero piu' alto dal febbraio 2020. Il mese di luglio, quello piu' caldo e tradizionalmente il mese festivo per le Canarie, ha visto una continua escalation. Soltanto da domenica l'incidenza ha segnato un lieve rallentamento di due casi su 100 mila abitanti nella media dell'arcipelago (da 274,4 casi di domenica a 245,2 di ieri, fonte eldiario.es). 

   La nuova impennata avviene quando il 70% della popolazione ha ricevuto la prima dose del vaccino, il che solleva qualche dubbio sull'efficacia e sulla teoria dell'immunita' di gregge. 

   Il peggioramento della situazione ha costretto le autorita' a introdurre nuove restrizioni. Tenerife, l'isola piu' colpita, e' passata a 'livello quattro', una zona 'rossa', ma senza lockdown. La misura, introdotta piu' volte in passato, del coprifuoco notturno e' stata bocciata dalla Corte Suprema di Madrid. Da iei pero' e' in vigore l'obbligo del green pass per i locali al chiuso (ristoranti, palestre, ecc) e limitate le presenze nei locali pubblici.  

   Come nel resto dell'Europa, la maggior parte dei malati sono giovani, la scorsa settimana e' morto anche un bambino di 5 anni. A Gran Canaria un focolaio, chiamato dalla stampa "el brote dell'asadero" perche' iniziato in un barbecue domenicale, avrebbe causato oltre 100 contagi. 

   In totale sono 12.105 i positivi nelle isole (piu' 696 ieri), di cui 70 in terapia intensiva e 427 in ospedale. La maggior parte dei nuovi contagi sono a Tenerife (7.089, di cui 364 ieri), segue Gran Canaria (4.089), Lanzarote (167), Fuerteventura (506), La Palma (173),  e La Gomera (70) e El Hierro (10). (Fonte: Informe epidemilogico diario).   

       

UEFA20 /Campioni d'Europa, il tricolore svetta su Maneki

 La Gomera (Canarie) , 13 luglio 2021

    Non avendo un balcone, ho esposto il tricolore sull'albero della mia barca a vela Maneki dopo la vittoria dell'Italia al campionato EUFA20. Nel mio ancoraggio, a Valle Gran Rey (sud ovest de La Gonera), uno dei miei preferiti, sono la sola italiana. Ero quasi da sola anche a vedere la finale nel bar Cacatua, strapieno di tedeschi, che pero' facevano il tifo per gli Azzurri.  La Gomera e' una enclave turistica tedesca, ma prima del Covid e della Brexit c'erano anche inglesi. 

   Non trovando bandiere italiane, mi sono ingegnata un po' con del cartoncino e colla. L'ho issata con la drizza della randa e con un po' di vento stava dritta, visibile da tutti i miei vicini di barca, tra cui ci sono francesi, russi, tedeschi, israeliani e sudamericani, un vero vicinato internazionale. Nella baia, davanti alla spiaggia di Argayall e circondata da una imponente falesia, ci sono una decina di barche all'ancora e un po' piu' distaccato un lussuoso panfilo. Il grande tricolore e' stato salutato da tutti, compresi i pescherecci in entrata e uscita nel porticciolo di Vuelta.  

Fermo immagine dalla rete tedesca ZDF

CANARIE / Il Buddha che ride 'scaricato' a La Gomera

 La Gomera (isole Canarie), 10 luglio 2021

    Che ci fa un Buddha che ride sull'isola della Gomera? Da alcuni anni questa bizzarra immagine e' entrata a far parte dell'iconografia della piccola isola dell'arcipelago spagnolo gia' famosa per altre amenita' come il 'siblo canario', il linguaggio dei fischi. La statua, 3 tonnellate di peso, si trova su una curva di una strada sterrata, che e' anche un sentiero, nel villaggio di Arguamul, sul lato occidentale dell'isola, quello piu' battuto dai venti alisei. Per gli appassionati di trekking e' diventato un punto di riferimento. 


   Come questo grosso Buddha 'ridente" o 'felice', comune nella tradizione cinese, sia arrivato in questo remoto angolo di oceano Atlantico non e' un mistero. Ma la  sua collocazione invece e' qualcosa di karmico. La massiccia statua di pietra giallo oro era stata acquistata anni or sono da una coppia di tedeschi in un paese asiatico, probabilmente Thailandia e spedita alle Canarie, per la loro nuova casa vacanze. la Gomera e' una popolare meta turistica per i tedeschi, ci e' stata anche la cancelliera Angela Merkel a cui sono perfino dedicate delle comiche cartoline postali. Il Sud dell'isola, in particolare, e' una enclave germanica. Arrivato via nave al porto di San Sebastian, il Buddha, imballato in una enorme cassa, era stato portato  a Arguamul da una ditta di trasporti. Il camion pero' non riusci' a continuare per la stradina di terra fino a raggiungere il 'rustico' acquistato e ristrutturato dalla coppia di vacanzieri tedeschi. Probabilmente a causa delle piogge di quei giorni la zona era inagibile. Probabilmente il camion si impantano' sotto il peso delle tre tonnellate. Quindi la cassa con la divinita' fu scaricata sul ciglio della stradina e li' rimase per diverso tempo in attesa di una soluzione. Nel frattempo, a causa di gravi motivi di salute, la coppia di tedeschi fu costratta a tornare in patria. Malauguratamente uno dei due manco' e quindi la casa fu messa in vendita. Il Buddha nella sua cassa fu abbandonato per tre anni - leggo su un giornale locale - fino a quando qualcuno (non e' chiaro chi) decise di farna una specie di tempietto. La collocazione era perfetta, sotto le palme e con vista sull'oceano e - quando il cielo e' limpido - sul vulcano Teide di Tenerife. Intorno e' stato ricavato un piccolo roccioso di fiori e cactus e c'e' anche una ciotola per le offerte.

   La statua raffigura 'Budai', un monaco veramente esistito nella tradizione buddista, che e' ritenuto anche il "matreya", il Buddha che verra' secondo le profezie. Questo personaggio e' dipinto come un grasso monaco, pigramente seduto, non nella  rigida posizione del loto, completamente calvo, con i lobi delle orocchie allungate, caratteristica queste comune agli altri Buddha. Ma questo monaco grassone ride a crepapelle e ha una pancia rotondeggiante, e' simbolo della felicita' e della prosperita'. Guardandolo mi viene in mente la frase "una risata vi seppellira|", in auge negli anni Sessanta e Settanta. Il destino di sicuro e' stato un bontempone. Invece di finire imprigionato nel chiuso di un  giardino, questo Buddha se la ride beato nella brezza dell'oceano Atlantico. E' diventata la nuova divinita' dell'isola.    

 












Boatworking, istruzioni per l'uso

Come funziona il boatworking? Si puo' trasformare una barca in un comodo ufficio galleggiante magari in un angolo di paradiso tropicale? Vivere come un Robinson Crusoe che ogni tanto si collega su Zoom?

Complice la pandemia, la crisi economica o l'effetto Nomadland, il lavoro da remoto e' diventato sempre piu' diffuso. Il salotto di casa e' diventato l'ufficio, la cucina e' la mensa e per la pausa caffe' si esce in giardino. Da due anni pratico il boatworking sulla mia barca a vela Maneki, attualmente nell'arcipelago delle Canarie, e sono quindi diventata una esperta in materia. Ecco qualche consiglio per i neofiti.

Le Bateau Atelier - Claude Monet, 1874 - Museo Kroller-Muller (Paesi Bassi)

Vantaggi del boatworking. Il vantaggio piu' evidente e' di lavorare all'aria aperta, in luoghi quasi sempre incontaminati e in assoluta tranquillita'. Oltre alla vista mare che e' sempre assicurata naturalmente. Inoltre, se si sta con la barca all'ancora non si deve pagare un affitto e neppure la bolletta della luce perche' ci sono pannelli solari o turbine eoliche a caricare i nostri apparecchi.

Svantaggi del boatworking. Non bisogna soffrire di mal di mare e abituarsi a scrivere o leggere con il dondolio. Anche nelle giornate di assoluta calma piatta, il desk e tutto quello che ci sta sopra non sono mai immobili. Per le videoconferenze puo' essere un problema, meglio usare sempre uno sfondo virtuale. L'ambiente marino, inoltre, e' ostile per qualsiasi gadget elettronico, quindi bisogna usare extra cautela quando si scende o si sale dalla barca o quando si arriva davanti alla tastiera dopo un tuffo. D'estate puo' essere un problema il caldo, a meno che non si usi un tendalino in pozzetto per creare un po' di ombra. Ma il problema piu' grosso, secondo la mia esperienza, e purtroppo spesso ignorato quando si sceglie il boatworking, riguarda la corrente elettrica. Le batterie di una barca, come quelle dell'auto, generano corrente continua (12 volt) e non alternata (220/230 volt) come a casa. Le batterie, di solito tre, due di servizio e una esclusiva per il motore, si caricano con i pannelli solari, turbine a vento o con il motore. Non c'e' una presa elettrica normale, ma una presa accendisigari come quella montata sulle auto.

Che cosa serve per fare boatworking

Consiglio di non usare prodotti troppo sofisticati o costosi perche' ci sono troppe insidie su una barca a vela. Il computer portatile deve essere robusto, sia come struttura che dal punto di vista dell'alimentazione per sopportare eventuali sbalzi di tensione. Meglio avere un mouse esterno e anche una tastiera esterna, piu' grande e comoda da usare. Sconsiglio il computer da tavolo perche' funziona solo quando si e' attaccati alla corrente alternata in marina. Ovviamente poi ci vuole il wifi e a questo proposito suggerisco un modem portatile, come quello che ho sulla mia barca, una 'saponetta' di Vodafone Spagna con un piano di gigabytes illimitato da 45 euro al mese (e' caro ma li vale tutti).Io lavoro sul piccolo tavolo da carteggio e a volte sul tavolo della dinette, piu' comodo. La mia barca e' un Jeanneau di 9 metri, lo spazio non e' enorme ma sufficiente per una persona. Se a fare il boatworking siete in due consiglio una barca di almeno 10 metri. Altro problema e' la luce: e' quasi impossibile vedere lo schermo quando si e' in pieno sole seduti nel pozzetto, quindi si lavora di solito all'interno con gli oblo' oscurati.

Per chi fa boatworking e' assolutamente importante curare tutti gli aspetti legati all'alimentazione elettrica. Non e' come a casa che basta innestare una spina nella presa a mura per avere corrente illimitata h24. Le batterie della barca sono a corrente continua (12 volt) e sono alimentate da pannelli solari (quando c'e' sole), turbine a vento (quando c'e' o si produce vento) oppure dal motore (quando lo si accende). Se si e' all'ancora, il nostro lavoro dipende da queste fonte di energia. Se si e' in marina non ci sono problemi perche' ci si connette alla rete elettrica.

Il problema non e' solo l'approvigionamento, ma anche come caricare gli apparecchi elettronici con la corrente continua a 12 volt. E' un aspetto pratico spesso trascurato o di cui spesso non eesistono soluzioni. Per lo smartphone, il modem o tablet basta connettere il cavetto USB alla presa accendisigari (alcune di queste sono gia' predisposte con multiple uscite USB). Per il computer portatile invece ci vuole invece un caricatore apposito a 12 volt oppure bisogna riadattarne uno tenendo conto tutte le caratteristiche tecniche come l'amperaggio di entrata e uscita.

Per caricare il laptop si puo' usare anche un invertitore di corrente da 12 volt a 220/230 v. E' una scatola un po' rumorosa che assicura corrente alternata, non per lunghissimi periodi perche' scarica facilmente le batterie, ma per le emergene va bene. Se per qualche motivo non si riesce a caricare il laptop o il modem, l'estrema soluzione e' ovviamente andare a terra a cercare una presa elettrica in un bar o ristorante, oppure la sala lettura di una biblioteca pubblica (l'unico problema sono gli orari a volte limitati). In questo caso armatevi di borse waterproof oppure di barilotti stagni per il trasbordo.

Ultimo consiglio per il boatworking e' usare uno sfondo virtuale per le videochiamate evitando che i colleghi vi chiedano perche' dondolate cosi' tanto davanti allo schermo.

VELA/Traversata da Gran Canaria a Madera

Isola di Madera (Portogallo), mercoledi' 7 aprile 2021

   Questa e' la cronistoria del mio viaggio da Las Palmas (Gran Canaria) all'isola di Madeira (Portogallo) su una barca a vela di 12 metri appartenente a uno skipper britannico, Robert Coates, che sta tornando a casa dopo aver passato l'inverno alle Canarie. Con me come equipaggio c'era anche Damian, uno spagnolo aspirante velista.
La traversata e' stata di circa 290 miglia nautiche ed e' durata 62 ore, in condizioni meteo molto favorevoli e senza nessun problema di rilievo. Si puo' dire che e' stata una rilassante crociera pasquale nell'oceano Atlantico.


Las Palmas (Gran Canaria), sabato 3 aprile 2012 - Aspettando l'esito del test Covid
    Per il periodo pasquale le autorita' delle Canarie hanno imposto diverse restrizioni alla circolazione delle persone per evitare i contagi di Covid-19, tra cui il divieto di spostarsi da un'isola all'altra e il coprifuoco notturno a partire dalle 22. Ma il lungo mare del Las Canteras e' affollato come non mai di famiglie, coppie e giovani che praticano sport oppure occupati nel classico 'struscio' del sabato pomeriggio. Se non e' per le mascherine che tutti indossano, si puo' quasi dimenticare che siamo nel mezzo di una pandemia globale.


   La nostra barca, una Halberg Rassy 39, una 'signora' dei mari, che ha vinto anche diverse regate nel canale della Manica, e' ormeggiata al Muelle Deportivo, la enorme marina di Las Palmas, una distesa infinita di alberi e sartie con bandiere di tutto il mondo. Il pontile che ci hanno asssegnato e' il 'T', quello piu' lontano dai bagni e dai negozi. Il capitano Bob ha chiesto se era possibile spostarsi in un diverso ormeggio, dato che una trappa a poppa era pure rotta, ma invano. Dall'ufficio, anche quello raggiungibile solo con una lunga camminata, gli hanno detto che era tutto occupato. Strano perche' qui e' tutto pieno solo a ottobre e novembre quando parte la regata della ARC, la famosa traversata ai Caraibi a cui partecipano circa 300 velieri in diverse sezioni competitive e non competitive. Per l'occasione i clienti abituali della marina sono costretti ad ancorare le loro barche in una baia adiacente per far posto ai regatanti.
   La partenza per Madera, o Madeira in portoghese, non e' stata fissata. Aspettiamo l'esito del test Covid molecolare (PCR lo chiamano) necessario por entrare in Portogallo. Lo abbiamo fatto ieri in una clinica privata al costo di 90 euro. E' stato abbastanza invasivo, sono tornata con una narice dolorante. Appprofitto dell'attesa per mettere a punto il 'passage planning', il piano di rotta utilizzando tutti gli strumenti e le conoscenze che ho acquisito nel mio esame di teoria RYA per diventare 'yackmaster' . Lo faccio solo per esercizio personale, perche' e' lo skipper a decidere la rotta. Bob e' un 'navigato' marinaio, ha solcato i mari di tutto il mondo compreso l'oceano del Sud, e la sua barca e' stata progettata e attrezzata per l'oceano. Per lui le 280 miglia per Madeira sono poco piu' di una passeggiata. Le previsioni inoltre indicano vento leggero e la quasi assenza degli alisei di Nord Est temporanemente interrotti da un sistema di basse pressioni.

CANARIE E COVID/ Un'altra Pasqua senza turisti

 La Palmas (Gran Canaria),  30 marzo 2021

   All'ingresso del porto di Las Palmas, provenendo da sud, sono ancorate due navi da crociera con dei vistosi disegni, tra cui delle labbrone rosse sulla prua. Sono due navi della flotta Aida, il marchio tedesco del colosso Costa, Stazionano fuori dal porto, forse  per risparmiare sull'attacco, in attesa di imbarcare clienti o semplicemente perche' non sanno che fare. Per questa Pasqua, Aida pubblicizza una crociera Covid free (con tampone) di sette giorni a prezzi stracciati nell'arcipelago delle Canarie. Un'isola al giorno senza scendere a terra. E' l'unica crociera che offre Costa per le feste di Pasqua. Gia' tanto che ci sia.

Una nave Aida ancorata fuori dal Porto di Las Palmas

Per il secondo anno consecutivo, la 'Semana Santa', come chiamano la Pasqua in spagnolo, vedra' un altro flop per l'industria turistica delle Canarie. Le restrizioni anti Covid sono un po' meno severe rispetto al resto della Spagna, proprio per favorire il turismo europeo. Basta fare il PCR entro le 72 ore dalla partenza.  Ma per tutto il periodo pasquale (fino al 9 aprile) non si puo' viaggiare da isola a isola e a Gran Canaria, Tenerife e Fuerteventura vige un coprifuoco notturno dalle 22 alle 6 del mattino.

   La curva dei contagi nell'arcipelago segue piu' o meno quella del resto dell'Europa. Ieri ci sono stati 151 contagi (quasi la meta' a Gran Canaria) e tre morti, purtroppo il trend e' stabile. Solo le isole piu' piccole come la Gomera e Hierro non hanno casi. 

   Come si puo' immaginare, l'impatto sull'economia, largamente basata sul turismo, e' devastante. Un dato per tutti: prima della pandemia le auto a noleggio erano ben 82 mila, dopo un anno si sono ridotte a 22 mila e riempiono i parcheggi degli aeroporti. Le compagnie di autonoleggio hanno preferito vendere le auto a prezzi stracciati pur di nnon avere i costi di assicurazione e parcheggio. Il parco auto a disposizione dei turisti e' tornato ai livelli del 1985. 

Lungo mare di Maspalomas deserto

    Nonostante alberghi e ristoranti siano pronti, i turisti non ci sono. Le frontiere sono aperte e piu' o meno sembra tutto normale (a parte il coprrifuoco e la chiusura di luoghi di divertimenti e di cultura). Ma non c'e' nessuno. Le Canarie, che lo scorso anno hanno battuto la strada della destinazione turistica Covid free, hanno fallito nel loro intento. Non hanno tenuto conto dei lockdown parziali in Europa e soprattutto del bando dei viaggi all'estero dei britannici, che sono gli aficionados piu' numerosi delle calde spiaggie spagnole. 

CANARIE/Una zona protetta per le balene tra Tenerife e Gomera

San Sebastian de la Gomera, 20 marzo 2020

   Il tratto di mare tra l’isola di Tenerife e la Gomera, largo circa 80 chilometri, è uno dei più suggestivi dell’arcipelago spagnolo delle Canarie. Non solo per la maestosità del vulcano Teide di Tenerife (3.715 m) che si specchia nel blu dell’oceano, ma anche per la presenza di delfini e balene. Lo scorso gennaio, un’associazione britannica nata nel 2015 che si chiama World Cetacean Alliance (WCA) ha riconosciuto la fascia di mare davanti alla costa occidentale di Tenerife come “Patrimonio per la Salvaguardia delle Balene”. È il primo luogo di questo genere in Europa dichiarato dalla WCA e il quarto al mondo (dopo Hervey Bay in Australia, The Bluff (Sudafrica) e Dana Point (Stati Uniti) (leggi qui).


   Nei 20 chilometri di costa tenerifina che va da punta Teno al porticciolo di La Galleta vivono circa 200 esemplari di “balena pilota” o globicefalo, un grosso delfino (5 o 6 metri), di pelle scura e con pinne corte. I “calderon”, come vengono chiamati in spagnolo, sono creature un po’ bizzarre. Stanno immobili sulla superficie, in larghi gruppi, con la massiccia testa a “uovo” fuori dall'acqua. Non hanno paura delle barche, non si spostano anche quando si è molto vicini. Poi improvvisamente scendono negli abissi a mangiare molluschi cefalopodi rimanendo sotto per lunghissimo tempo.
   Da anni sono una delle principali attrazioni turistiche nel sud di Tenerife e anche una buona fonte di reddito per decine di barcaioli che organizzano i tour di avvistamento balene (1,4 milioni di turisti nel 2019). Il globicefalo non è una specie rara da proteggere, a differenza di altri tipi di cetacei che popolano o che transitano nel canale tra Tenerife e La Gomera. L’attività di avvistamento è già regolamentata dalle autorità locali per non disturbare troppo i branchi che pacificamente “pascolano” nel tratto di mare. Ma non sempre sono rispettate le distanze di sicurezza, si spera che ora con questo riconoscimento ci sia più attenzione. Di sicuro, con la pandemia e il crollo del turismo, i “calderon” possono ora stare tranquilli. Devono solo fare attenzione ai ferries che collegano Tenerife e Gomera.
   L’area era già entrata a fare parte delle “zone speciali di conservazione”, secondo le direttive della Ue, e quindi è esclusa dal traffico dei cargo. C’è chi vorrebbe una vera e propria riserva marina con divieto di pesca e anche del passaggio degli traghetti superveloci che connettono le isole e che talvolta travolgono le pigre balene pilota sulla loro rotta.

VACCINO ANTICOVID/E se provassimo con l’artemisia della Gomera?

 San Sebastian de La Gomera, 12 marzo 2021

   Per via delle abbondanti piogge di dicembre e gennaio, l’isola de La Gomera, una delle più’ piccole dell’arcipelago delle Canarie,  è un’esplosione di fiori e erbe profumate. Cosi non si la  vedeva da tempo. La gente del posto dice che questa è la vera primavere canaria e non la steppa di cactus che si era creata dopo tre anni di siccità.  Tra gli arbusti selvatici più curiosi, per via del profumo pregnante, c’è una specie endemica di Artemisia, chiamata Artemisia Thuscola o argentata, o “mol” dagli indigeni canari, i guanchos.  L’artemisia è una pianta diffusa in tutto il mondo, spesso considerata un’erbaccia da estirpare, a cui appartengono circa 400 specie, alcune molto diverse da loro e con diverse proprietà mediche, tra cui potrebbe esserci quella contro il Covid. Per alcuni è l’erba dell’assenzio, il famoso distillato verde che sa di anice, la “fata verde’ della bohème parigina.  Lo stesso vermouth, prodotto per la prima volta a Torino e medicinale prima di diventare aperitivo, deriva il suo nome dal tedesco Wermut ("wormwood" come gli inglesi chiamano la varietà di Artemisia Absinthium). Quindi il Martini sarebbe in realtà un vermifugo e antisettico (le movide degli aperitivi milanesi a questo punto andrebbero rivalutate!).


   Anche la specie delle Canarie, che cresce spontanea nelle vallate a circa 700-800 metri di altezza, possiede delle sostanze benefiche, in particolare per problemi intestinali e anche come antiparassitario per gli animali.  È impiegata in diversi prodotti naturali venduti nelle erboristerie e citata nel libri del medico naturopata  S. Jorge Cruz Suárez, “Más de 100 Plantas Medicinales en Medicina Popular Canaria”.  La si trova soprattutto sui sentieri di trekking nell’ovest della Gomera e il suo odore è inconfondibile.

   L’artemisia è salita di recente alla ribalta della cronaca per un suo derivato, l’artemisinin (AN), una sostanza già usata nella medicina tradizionale cinese e africana, che di recente è stata riconosciuta dall’OMS come trattamento antimalaria  (qui ci sono tutti i dettagli).  Questa molecola è estratta dall’Artemisia Annua, una delle tante varietà di artemisia diffuse su tutto il pianeta.  È stata “scoperta” dalla farmacista cinese Tu Youyou che nel 2015 ha vinto il premio Nobel per la medicina, insieme ad altri ricercatori, per i loro studi nel campo della malaria e delle infezioni parassitarie che nei paesi più poveri uccidono milioni di persone ogni anno. Oggi giorno il preparato dell’OMS a base di artemisinin è uno dei rimedi  più’ efficaci contro la malaria. 

   Lo scorso anno, in piena pandemia e quando le speranze di un vaccino sembravano molto lontane nel tempo, si è tornati a parlare delle potenziali proprietà dell’artemisia. In Madagascar è stato prodotto uno sciroppo, e ora anche delle capsule, a base di Artemisia Annua. Gli studiosi locali sostenevano che il principio attivo dell’erba poteva essere efficace anche contro il nuovo virus Sars Coronavirus. Il presidente del Madagascar, il vivaio mondiale delle erbe medicinali, aveva dichiarato che il preparato in commercio poteva prevenire il Covid 19 e che era pronto a esportarlo negli altri paesi Africani, cosa che avvenne nonostante la mancanza di un approvazione da parte dell’OMS. La stessa organizzazione di Ginevra prese le distanze dall'iniziativa  chiedendo però che si iniziassero a studiare le potenzialità dell’Artemisia Annua nel combattere il nuovo coronavirus (qui il comunicato del maggio 2020.)

   Nel frattempo una start up spagnola di biotecnologia sta studiando la pianta dell’Artemisia Annua in una fattoria ecologia nel nord di Tenerife. In origine le ricerche si concentravano su prodotti antimalarici, ma ora sono indirizzate ovviamente al Covid. La piccola società, che si chiama Biotech Trichofarming Researh studia le proprietà dei “tricomi” (i peli delle piante) di diverse erbe medicinali e aromatiche, in particolare l’Artemisia Annua coltivata alle Canarie.  Dopo alcuni anni di esperimenti,  la società ha iniziato a commercializza un prodotto con il marchio di Artennua, che secondo quando si legge sul website avrebbe delle proprietà di rafforzare il sistema immunitario e quindi di combattere il Covid.

   L’artemisia non può ovviamente essere un vaccino, ma può prevenire le aggressioni dei virus secondo il basilare principio di tutte le medicine tradizionali, come la millenaria ayurveda indiana, che si concentrano sul rafforzamento delle nostre difese immunitarie naturali. Una strada che purtroppo  non sembra essere stata molto battuta nelle strategie nazionali di difesa sanitaria anti Covid.  

 

Canarie / E' tornato il calima, lo scirocco dell'Atlantico

  Valle Gran Rey (La Gomera /Canarie Orientali), 17 febbraio 2021

Da due giorni le isole Canarie sono avvolte da una fitta foschia giallo arancione sollevata dal vento dell'Africa, il "calima" come viene chiamato dalla gente del posto. E' un vento caldo che spira da Est, dalle coste del Sahara, e che porta la sabbia del deserto. Questo fenomeno atmosferico può durare diversi giorni e spesso provoca allergie e irritazioni per l'elevato livello di polveri sottili.


L'agenzia meteorologica spagnola Aemet aveva pubblicato una 'allerta gialla' per le giornate di lunedì e di ieri per la presenza di forti raffiche e di polveri. Le previsioni sono state corrette. Il vento e' 'entrato' puntuale lunedì mattina anche nell'isola della Gomera con forti raffiche e velando il sole con una coltre gialla.

   Nel mio ancoraggio a Valle Gran Rey, dove mi trovo con la mia barca a vela Maneki, c'e' stata un po' di apprensione, e ognuno si e' sistemato come meglio poteva, chi mettendo altra catena, chi aggiungendo una seconda ancora oppure cercando riparo nel vicino porto di pesca di Vueltas. Ci sono stati anche momenti di panico quando una barca di otto metri di un marinaio sudamericano ha cominciato ad arare rischiando di finire contro la mia. Per fortuna il proprietario era a bordo e mi ha dato una mano a spostare Maneki in un luogo più distante e poi a sua volta, con l'aiuto di altri marinai, ha dato fondo con un ancora più' grande e con più' calumo (in gergo marinaresco il cavo o la catena legata all'ancora e posata sul fondale). 

   Da parte mia ho dato fondo a tutta la mia catena, 45 metri in circa 11 metri di profondità, e Maneki ha tenuto bene. Le raffiche, di 30/35 nodi, la facevano piroettare e piegare su un fianco, pero' non si e' mai mossa. Ho anche usato una delle tante app per monitorare via GPS la mia posizione e attivare un allarme  in caso di 'aratura'. In piu' ci si controllava tra 'vicini' di barca via radio VHF.

   Il calima e' abbastanza comune a inizio primavera, quando il tempo e' perturbato da diverse depressioni che giungono dall'Africa e che prendono il posto del quasi onnipresente anticiclone delle Azzorre che stazione sull'arcipelago spagnolo facendone uno dei migliori clima del mondo. Anche lo scorso febbraio un fortissimo calima si abbatte' per diversi giorni sulle Canarie scatenando anche furiosi incendi a Gran Canaria. Erano i giorni dell'inizio della pandemia e si scherzava dicendo che alle Canarie avevano altri problemi più gravi del virus e altrettanto dannosi per i polmoni ...

   Anche se il vento cessa per diversi giorni il cielo rimane 'arancione' e un sottile strato di polvere gialla ricopre ogni cosa, anche all'interno della barca. Secondo un simpatico detto popolare, a causare il calima sarebbero i beduini del Sahara quando scuotono i loro i loro tappeti al vento del deserto.

Canarie segrete/2 Gomera, la fattoria di Osho e la frana

    Questa è la seconda parte dell'inchiesta sulle sette dell'isola della Gomera nate alla metà degli anni Ottanta, in fuga da Chernobyl, sulla scia di molte comunità "hippies" tedesche che qualche decennio prima avevano scelto questa isola delle Canarie come meta preferita. La 'finca" (fattoria in spagnolo) Argayall, oggi un centro di soggiorno per amanti della meditazione e spiritualità, e' associata al famoso guru indiano Osho. Non è chiaro se i suoi residenti siano ancora "sanyasi" (discepoli), perché il culto del famoso e controverso santone è un po' sbiadito e si è mescolato ad altre pratiche spirituali.  Il centro è oggi chiuso per la pandemia ma anche per una enorme frana che ha bloccato la strada di accesso dal porticciolo di Vueltas e che le autorità locali non hanno nessuna intenzione di sgomberare per il rischio di ulteriore caduta massi. Il 'karma' tanto invocato dagli hippies nudisti che vivono nell'area ha fatto si' che la finca fosse tagliata fuori dalla civiltà.  

Valle Gran Rey (Gomera), 10 Febbraio 2021

    Nel 1986 nasceva anche un altro esperimento di comunità spirituale alternativa in una delle più belle baie dell’isola della Gomera. È la ‘finca’ (fattoria in spagnolo) Argayall, un complesso rustico immerso in un rigogliosissimo giardino a fianco del porticciolo di pesca Vueltas. Il centro sorge sulla spiaggia di Argaga che appartiene al comune di Vallehermoso, mentre il villaggio a poche centinaia di metri curiosamente fa parte di un’altra amministrazione, quella di Valle Gran Rey. Sul suo website, la finca-hotel Argayall, che nella lingua dei nativi "guancio" significa “luogo di luce”, propone vari corsi di meditazione ispirati a Osho Rajneesh, il guru e filosofo indiano (1931-1990) che vanta schiere di seguagi (sanyasi) in tutto il mondo, anche se oggigiorno la sua fama è un po’ sbiadita.
   Da dicembre la strada sterrata di accesso  è bloccata da una gigantesca frana che si è staccata dalla alta falesia sovrastante la baia (ne ho parlato in questo post). I residenti e lo staff della “finca”, circa una ventina di persone, sono costretti a usare delle barche o canoe per andare al porto di Vueltas per approvvigionarsi. Ma quando il mare è molto mosso sono isolati, come “una isola dentro una isola”. Alcuni hippies tedeschi che vivono nelle grotte lungo la spiaggia l’hanno interpretato come un segno del destino, un “karma” speciale del luogo che ora è veramente tagliato fuori dalla civiltà.


   La vita della finca è quotidianamente sotto i miei occhi in quanto con la mia barca a vela Maneki sono spesso ancorata proprio di fronte. È un ancoraggio molto popolare nel sud della Gomera perché il mare è molto calmo e anche per la vicinanza del porticciolo. Inoltre Argayall mette a disposizione una fontana a orario (dalle 8 alle 10 del mattino) montata sulla recinzione esterna del giardino. È acqua potabile che arriva da una delle sorgenti dell’isola. L’acqua della Gomera era famosa anche ai tempi di Cristoforo Colombo che prima di salpare per l’oceano ignoto riempì i serbatoio delle sue tre caravelle proprio su questa isola delle Canarie.
    Dal cancello aperto della finca a volte si può sbirciare dentro il grande giardino, che sembra un’oasi, con una moltitudine di alberi e piante da frutto. Capita di vedere alcune persone impegnate in meditazione o nei corsi di Vipassana (in cui è vietato può parlare). Non c’è in realtà una associazione diretta con Osho, la finca non è un ashram, ma rispetta molte regole dei monasteri “sanyasi”. È curioso però che sia nata nello stesso anno dell’altra più famosa “finca resort” di El Cabrito, che dista a circa due ore circa di barca in direzione della capitale San Sebastian. Non c’è nessuno riferimento a Argayall nella storia della comune fondata dall'artista austriaco Otto Muehl arrestato nel 1991 per abusi sessuali su minori che sarebbero stati commessi proprio a La Gomera. Certo in quegli anni l’isola delle Canarie, conosciuta per il linguaggio del fischio, il “silbo gomero”, salì alla ribalta della stampa mondiale ed è probabile che le altre sette o comunità dell’isola siano state vittime loro malgrado di una pubblicità negativa indiretta. Sul passato della finca Agaryall si sa comunque poco e aleggia un poco di mistero su quel giardino incantato.

    Certo è che ora il suo futuro è molto compromesso non solo dalla pandemia che ha drasticamente ridotto il turismo ma anche dalla enorme frana. I residenti di Argaga (ci sono anche delle case rurali) stanno lottando contro le autorità che vogliono chiudere la stradina di accesso lungo la costa con una barriera di cemento che stanno costruendo dal lato del porto. Un muro che sta sollevando anche molte perplessità dal punto di vista ambientale perché taglia in due la spiaggia di Vueltas. Lo scopo è di impedire l’accesso allo sterrato considerato pericoloso. L’intera scogliera è a rischio di altre frane e a quanto pare non c’è intenzione di sgomberare la strada di accesso per renderla di nuovo percorribile con le auto. Sulla spiaggia di Argaga sono rimasti bloccati alcuni camperisti e i loro veicoli.
Un momento del difficile trasbordo di merci e persone dalla spiaggia di Argaga  

    Ma gli abitanti non si arrendono. Con una mini ruspa, che sembra un giocattolo, hanno iniziato a spostare qualche masso. Un lavoro ovviamente ciclopico che li ha convinti a desistere quasi subito. 

La fede smuove le montagne, si può dire e mi viene in mente un film di Bollywood, Manjihi The Montain Man, una storia vera di un povero manovale del Bihar che ha aperto una strada attraverso una montagna picconando a mano per oltre 20 anni.

Canarie segrete/Gomera: hippies, free sex e la setta scandalo del pittore Otto Muehl

Questa è l'incredibile storia della comune di El Cabrito, fondata dall'artista dell'Avanguardia viennese Otto Muehl, scomparso nel 2013 e al centro di uno scandalo per abusi sessuali agli inizi degli Anni Novanta. Per cinque anni la sua setta, che promuoveva la libertà sessuale e artistica, ebbe come sede "distaccata" una fattoria tropicale in una remota baia nel sud dell'isola della Gomera accessibile solo via mare. Dietro alla vita idilliaca dei suoi seguaci, si nascondevano però le violenze di Muehl sulle ragazze dai 12 ai 16 anni che venivano iniziate alle "gioie del sesso" dall'artista guru. Muehl fu condannato a sei anni di prigione, ma in seguito fu riabilitato e oggi le opere sono presenti in numerosi musei. La comune di El Cabrito invece si è trasformata in un ecoresort.


San Sebastian (isola La Gomera) – 5 Febbraio 2021
   La Gomera, una delle più piccole e meno turisticizzate isole delle Canarie, ha un passato sorprendente. A partire dagli anni Sessanta è stata una delle mete preferite degli hippies, la beat generation della contestazione in fuga dal consumismo e dalle conformismo sociale. In questo piccolo e semidisabitato lembo di terra vulcanica, i “figli dei fiori” hanno trovato il loro habitat naturale, un caldo e confortevole paradiso naturale, lontano dalla civiltà e a quanto pare vicini a una buona scelta di droghe, tra cui anche piante allucinogene, tipo la Datura o era del Diavolo che cresce spontanea lungo i sentieri. Una Goa in mezzo all’Atlantico. Vi arrivarono giovani americani che contestavano la guerra in Vietnam e nord europei, soprattutto tedeschi. Ancora oggi Valle Gran Rey, ex villaggio pescatori nel sud dell’isola, è una enclave tedesca. Molti degli hippies giunti tre decenni fa si sono integrati, hanno aperto negozi, ristoranti e altri piccoli business, come atelier di artigianato. E grazie a loro negli anni la Gomera è diventata una destinazione popolare di molti pensionati tedeschi che vengono a svernare in questa vallata tra bananeti, palmeti e orti biologici. All’inizio la coabitazione con i gomeri non è stata probabilmente facile, ma poi l’invasione è stata tollerata perché creava una fonte di reddito per una isola che non aveva visto lo stesso sviluppo turistico massiccio della vicina Tenerife o di Gran Canaria. Per fortuna, si potrebbe, dire perché grazie agli hippies è stata risparmiata dalla grande speculazione edilizia.
The Brother of Sleep - 1994 - Otto Muehl
(archivesmuehl.org)


   Però c’è un rovescio della medaglia, nel paradiso a volte si può nascondere un inferno come fu proprio con la mecca hippy de La Gomera. La storia parte da lontano, da una comune fondata in Austria, vicino al confine ungherese, dall’artista Otto Muehl (1925-2013), appartenente alla cosiddetta corrente dell’Azionismo viennese, contraddistinta da performance artistiche “estreme” in cui corpi nudi venivano usati come tele e pennellati di sangue, viscere di animali o feci spesso in posizioni erotiche. Scene di violenza visiva intese a frantumare i tabu’ della societa’ dell’epoca. Un ode a liberare le pulsioni più profonde, Eros e Thanatos, per dirla con il suo conterraneo Sigmund Freud, che le usava anche come terapia.
   Questo personaggio controverso, ma perfettamente inserito in quel contesto storico di ribellione e rottura, fonda nel 1972 una setta nel villaggio di Friedrischshof, a poche ore da Vienna, dove mette in pratica i suoi principi dell’amore libero, la vita in comune e il superamento delle convenzioni sociali, come la famiglia monogama e la proprietà privata. L’idea era quella, in gran voga in quel momento, di praticare una assoluta libertà sessuale, di vivere in armonia con la natura e di creare una utopica comunità di esseri liberi e felici dove arte e vita si fondevano. Grazie al suo carisma e alla forza delle sue idee, Muehl ebbe molto successo. La comune di Friedrischshof arrivò a contare centinaia di giovani adepti e a diventare una delle più famose e grandi in Europa. Con gli anni però il potere dell’artista sui suoi seguaci, soprattutto sulle giovani ragazze che formavano il suo ‘harem’ personale, divenne sempre più tirannico e anche perverso. La comune si trasformò in una sorta di gabbia dorata dove Muehl, adorato come un Dio, si comportava da padre padrone. Come “padre” anche nel senso anagrafico perché, secondo la sua biografia, ebbe circa 11 figli dalle sue seguaci.

LA FOTO/ L'arcobaleno e il gigante innevato di Tenerife

 San Sebastian (La Gomera, isole Canarie ), 9 gennaio 2021

  Cosi' e' apparso oggi il vulcano Telde di Tenerife (3.715 metri) visto dall'isola della Gomera. Con uno spesso cappuccio di neve e incoronato da un arcobaleno che si tuffa nelle onde spumose dell'oceano Atlantico. Dopo una settimana di pioggia, causata dal passaggio di una depressione atmosferica sull'arcipelago spagnolo delle Canarie, oggi e' tornato il sole e il vento del nord est che ha spazzato il cielo. L'aria e' gelida, sembra proprio arrivare dalla vetta del gigante di lava che domina l'Atlantico,   



Isola di Hierro, la "Greenwich" del mondo antico. La fine dell'anno alla "fine del mondo"

Puerto La Estaca (isola di Hierro) - Venerdì 1 Gennaio 2021

    La fine dell'anno alla "fine del mondo". Ho scelto l'isola di Hierro, l'isola dell'antico Meridiano Zero, la più piccola e la più meridionale dell'arcipelago spagnolo delle Canarie, per salutare questo anno un po' speciale che ha cambiato il mondo intero e che probabilmente sara' ricordato nei libri di storia come uno spartiacque tra due epoche. 
Claudio Tolomeo - Geografia

   Cosa c'entra Hierro con la fine del mondo? Pochi lo sanno ma questa isola era l'ultimo lembo di terra conosciuta della civiltà greco-romana e anche del Medioevo. Dopo c'era l'ignoto, il mondo selvaggio, una immensa distesa di acqua che faceva paura, hic sunt leones, appunto. Contrariamente a quanto si pensava non erano le Colonne di Ercole, lo stretto di Gibilterra, il limite della navigazione. I romani, e anche i fenici, conoscevano le isole Canarie (che chiamavano Isole Fortunate) da cui importavano la porpora (prezioso colorante estratto da un mollusco attraverso una elaborata procedura). 
    L'isola di Hierro, la più meridionale delle Isole Fortunate, era diventata quindi un punto di riferimento geografico, il confine occidentale delle antiche mappe, il Meridiano Zero o Meridiano di Ferro. Da questa longitudine si tracciavano quindi per convenzione tutti gli altri meridiani, ma solo a Est.  Per secoli l'isola di Hierro e' stata la "Greenwich" del mondo antico. L'astronomo e geografo greco Tolomeo nel II secolo dopo Cristo pone il Meridiano di Ferro alla longitudine zero del suo planetario e cosi' hanno fatto gli altri cartografi fino a un paio di secoli fa. Esattamente fino al 1884 quando con una conferenza internazionale le potenze dell'epoca decisero di adottare la linea che passava per l'osservatorio di Greenwich, in periferia di Londra, una convenzione che la Gran Bretagna già usava da un secolo e che riusci' a imporre con successo alle nazioni rivali. Pare che il Meridiano di Ferro, che continuo' a essere usato da Francia, impero austro ungarico e Germania, fosse un po' troppo approssimativo, d'altronde non c'erano osservatori sull'isola, e quindi cadde in disuso. E poi c'erano ragione di geopolitica. 
   Il faro della Punta de l'Orchilla, nell'estremità occidentale, e' ancora oggi l'ultima terra emersa che si vede prima di attraversare l'oceano Atlantico.  Non e' più la fine del mondo, ma la fine dell'Europa.  

 

Inquinamento/Canarie, le spiagge di micro plastiche

 La Gomera (Isole Canarie), 29 dicembre 2020

   Ho partecipato a una campagna di pulizia organizzata da una piccola ma molto attiva associazione ecologica, Aglayma, che da qualche anni è incaricata dalle autorità locali di ripulire le coste de La Gomera, l'isoletta a sud di Tenerife. Insieme a una trentina di volontari abbiamo ripulito un tratto di litorale che fa parte della riserva di Pantallana. Si trova a una decina di chilometri a nord della città principale di San Sebastian ed e famosa perché qui sorge una bellissima ermita (eremo) dedicata alla Madonna di Guadalupe, protettrice dell'isola  (ne avevo parlato in questo post).

I volontari davanti all'Eremo di Pantallana

   Le plastiche che inquinano questa costa rocciosa sono esclusivamente di origine marina, portate dalla corrente da nord est e dal vento degli alisei che spira costante dal lato settentrionale dell'isola. Essendo una riserva protetta non ci sono insediamenti abitativi e neppure flussi turistici. Oltre tutto non e' una spiaggia di sabbia, ma di sassi abbastanza grandi. Ogni marea lascia quindi un nuovo strato di detriti. Si trova di tutto, da copertoni, alle onnipresenti bottiglie di acqua, da zainetti, abbandonati forse dai migranti che scappano dalle coste africane, a resti di reti da pesca fino al contenitore giallo della sorpresa degli ovetti Kinder Ferrero. In un paio di ore ho raccolto più o meno una decina di chili, in maggioranza plastica,  concentrandomi anche sui pezzi più piccoli, come i tappi di bottiglia. Ero tutto sommata soddisfatta fino a quando non ho fatto una scoperta terrificante. 

   Per tirare fuori una corda ho spostato alcuni sassi e sotto, più o meno a una spanna di profondità, ho visto altri frammenti di plastica. Appena ho cercato di afferrarli mi si sono sbriciolati tra le dita. Sbriciolati in pezzi cosi' piccoli che era praticamente impossibile raccoglierli, manco con una pinzetta per le ciglia. Con delicatezza ho cercato di estrarre un tappo di bottiglia, ma sotto un altro sasso ne e' comparso un altro, e poi un altro ancora. Insomma tutta la spiaggia, a circa 20 o 30 centimetri di profondità era una distesa di micro plastiche, probabilmente più vecchie o forse solo risalenti a maree piu' basse. Come diversi strati geologici. Non avevamo ripulito che la superficie, probabilmente alla prossima marea, e qui le maree sono di circa 2 metri ogni sette ore, rispunta fuori tutta l'immondizia. E le micro plastiche, alcune invisibili, finiscono inevitabilmente in mare e l'intero ecosistema e' cosi' compromesso per sempre. Pensateci la prossima volta che comprare una bottiglia di acqua. 

SLOW TREKKING/ La Gomera – Da Chorros de Epina al villaggio di Arure

La Gomera, 23  dicembre 2020 

  La Gomera, una delle più piccole delle isole Canarie, è la mia preferita per il trekking. Ha una serie impressionante di sentieri per tutti i gusti e tutte le gambe. A differenza del resto dell’arcipelago, non “possiede” un vulcano e non si conoscono attività sismiche, anche se i suoi picchi multicolori e multiformi sono frutto di chissà quale tipo di movimento della crosta terrestre milioni di anni fa. Leggo che l’isola ha 18 milioni di anni e che le “piramidi” o “colonne” di roccia che caratterizzano il suo paesaggio sono state causate dalla lenta fuoriuscita del magma e che poi nei secoli sono state modellate dall'erosione del vento.
   I paesaggi sono molteplici, si va dalle immense scogliere alle foreste pluviali, dai prati e bananeti a canyon con strapiombi, ognuno con un microclima diverso. Camminando si attraversa tutta questa varietà di ecosistemi.
   Il cammino che ho percorso è da Chorros de Epina, un cucuzzolo dove c’è una fontanella magica (ne avevo parlato in questo post) fino al villaggio di Arure, passando per il villaggio di Alojera, nell’ovest dell’isola. Sulla mappa dei sentieri dell’Ufficio Turistico (www.lagomera.travel) è indicato come numero 10, lunghezza 8.7 km, circa 3 ore, con un dislivello di 600 metri in salita e altrettanti a scendere. Come sempre l’indicazione del tempo di percorrenza è forse basata su esperti camminatori…meglio sempre calcolare una ora in più. La difficoltà indicata è “media”, ma nell'ultimo tratto diventa decisamente ardua, secondo me. Il trekking fa parte della rete di sentieri chiamata GR-132 ed è indicato con questo numero. 
   I primi quattro km sono in discesa lungo una vallata verdissima che scende dal parco naturale di Garajonay, la foresta di lauro. Ci sono dei prati, sembrano dei pascoli, fichi d’india e qualche palma canaria, Phoenix canariensis, impiegata per produrre il miele di palma estratto dal “guarapo”, la linfa. Lo sciroppo di palma è simile allo sciroppo d’acero prodotto in Canada. Ci sono anche diversi arbusti, che crescono in montagna, alcuni profumati, tipo lavanda, di sicuro specie endemiche, ma la mia ignoranza in botanica è abissale.


   La discesa termina  a fondovalle, nel villaggio di Alajera, praticamente sulla costa, che è esposta ai venti del nord. Purtroppo c’è stata una edificazione selvaggia intorno al villaggio e parte del sentiero finisce in terreni privati. A un certo punto è interrotto da un cancello e gli abitanti del luogo non sembrano gradire troppo i turisti che sconfinano. Un grande pannello che indicava il sentiero e anche dava informazioni su fauna e flora è stato spianato da una ruspa. Insomma evidentemente c’è qualche problema.
    Un po’ a fatica  ho ritrovato il sentiero (GR 132) in direzione di Arure, tre chilometri appena, ma al di la’ di una vallata. Pensavo il cammino scendesse nel fondovalle per poi risalire, invece si inerpica intorno a una “torre”, un monolite, che mi ricorda le Meteore vicino a Salonicco, in Grecia. Le pareti di roccia sono scavate dall'erosione e formano dei curiosi bassorilievi.

    La difficoltà non è eccessiva, perché la salita è abbastanza graduale, però non bisogna soffrire di vertigini….
    Si arriva a una cappella (ermita di San Salvador) e a un belvedere, che domina sul piccolo borgo di Taguluce, accollato a un dirupo tra palme e “benedetto’ da una sorgente che ha permesso nei secoli l’insediamento e le coltivazioni.

Covid e Natale/ il dilemma dell'emigrato: torno o non torno?

La Gomers (isole Canarie), 15 dicembre 2020

   In questi giorni migliaia di emigrati italiani come me vivono il dilemma del "torno o non torno". Rinuncio a passare le festivita´ di Natale con genitori o figli oppure metto a rischio la mia (e loro salute). Il coronavirus ci mette di fronte a questo bivio. Un dilemma inedito che e´piu´morale che sanitario.
   Nel primo lockdown il problema non si poneva perche´ i governi avevano deciso di chiudere le frontiere bloccando centinaia di migliaia di cittadini italiani all'estero. Ora l'emergenza e´piu´o meno la stessa, ma non ci hanno piu´privato delle nostre liberta´individuali come prima. La scelta ricade su di noi, liberi se correre il rischio o meno di contagiarsi e contagiare il prossimo. Non so cosa sia meglio.
Il "pensieroso" -
 Ritratto di Lorenzo de Medici duca di Urbino   


   La Farnesina nel suo sito esteri.it scrive che "considerato l'aggravarsi della situazione epidemiologica in Europa, la Fanesina raccomanda a tutti i connazionali di evitare viaggi all'estero se non per ragioni strettamente necessarie¨ minacciando poi che potrebbe essere non facile rientrare in patria. Nel mio caso si tratta di rientrare in Italia (ho gia´un volo il 20 dicembre)  e ripartire dopo le vacanze natalizie il 7 gennaio. Quali sono le mie "ragioni strettamente necessarie"? Passare il Natale con i miei genitori ultraottantenni e con mia figlia. Si puo´ definire "necessario" questo bisogno di rispettare una tradizione religiosa che prevede la famiglia riunita intorno al panettone? O questo bisogno di rapporti affettivi si puo´ rimandare in un'altra occasione, per esempio a Pasqua (incrociando le dita)? Chi potrebbe pronunciarsi su questo dilemma morale: il premier Giuseppe Conte o il Papa?
   Vorrei invece che mi si dicesse chiaramente quali sono i rischi di contagio nel viaggiare, quanto sicuro e´il tampone obbligatorio 48 prima del viaggio e se e´ sufficiente la protezione della mascherina. E che mi si dicesse chiaramente se la zona dove vado, nel mio caso il Piemonte, e´ancora a rischio o meno soprattutto ora che e´ stata declassata al colore giallo.
   Se veramente c'e´il pericolo  di una terza ondata, che nel periodo invernale si sommerebbe alle influenze stagionali gia´di per se letali, allora perche´non chiudere di nuovo le frontiere? Tanto il turismo e' gia´morto. Perche' creare ulteriore confusione con minacce velate di nuove restrizioni? Se e´ "strettamente necessario" che non ci si muova per andare a festeggiare in Natale in famiglia basta dircelo.

Come vivere in barca a vela alle Canarie (e non essere ricchi)

La Gomera (arcipelago delle Canarie), 11 Dicembre 2020

   Complice la crisi economica e ora anche l’emergenza sanitaria si recente sto ricevendo molte richieste di informazioni sulla mia decisione di vivere in barca a vela. C’è molta curiosità sul come riesca a vivere senza lavorare, quanto spendo e dove scelgo di vagabondare per mare. Mentre, soprattutto in Italia, alcuni anni fa la mia scelta di vita era considerata “fuori dal coro” oppure riservata a miliardari annoiati, ora sono in molti a capire che a volte il tempo è più prezioso dei soldi e che con un piccolo abbassamento dello standard di vita e di consumo, si può vivere più felici. 
   Il lockdown ci ha fatto molto riflettere per fortuna su come fermare quella che gli inglesi chiamano la diabolica “rat race”. Come si suole dire: Chi ha soldi non ha tempo, chi ha tempo non ha soldi. A voi la scelta, basta non pentirsi troppo tardi.
Claude Monet, 1885 - Foto del Museo Marmottan Monet di Parigi 
   Il teorico del downshifting in Italia è stato Simone Perotti, scrittore marinaio, che nel 2008 ha lasciato la sua carriera da manager. Il suo libro “Adesso Basta” mi ha ispirato e incoraggiato. Perché alla fine penso ci voglia anche coraggio e un pizzico di follia a mollare tutto e trasferirsi in barca. 
NON SONO RICCA E NON SONO PENSIONATA
   Tuttavia le mie motivazioni sono differenti. Io non ho lasciato nessuna carriera, ma lavori precari malpagati. Il mio mestiere, il giornalismo, è una passione, la passione della mia vita. “Avrei fatto il giornalista anche gratis: meno male che i miei editori non se ne sono mai accorti” era il ritornello di Enzo Biagi (1920-2007). Per Luigi Barzini junior invece “era sempre meglio che lavorare”. Ho iniziato a fare la giornalista a 17 anni e ho smesso soltanto quando mi sono accorta che il mio mestiere era sparito o meglio era così tanto cambiato che non lo riconoscevo più. La rete e i social hanno fatto sì che chiunque potesse diventare un reporter da ogni angolo del mondo e trasmettere immagini in diretta facendo impallidire anche la Cnn che è stata pioniere delle live news. In Italia si preferisce tradurre i pezzi di testate straniere (vedi il successo de L’Internazionale) e non c’è più posto per corrispondenti o inviati dall'estero. Se non c'erano catastrofi immani, tipo terremoti o stragi terroristiche, il mio lavoro da free lance all’ANSA di New Delhi era davanti a uno schermo. Quindi aggiungo io: “L’avrei fatto gratis se era ancora un lavoro da giornalista”.
   Insomma, per finire lo sfogo, io arrivo da una vita di briciole, per cui stare in India era l’unica scelta perché in Italia (o in Occidente) non avrai mai saputo mantenermi con le collaborazioni giornalistiche.   
Quindi non ho lasciato nessun posto fisso e tanto meno una carriera. Anzi mi piacerebbe ancora lavorare, ho risposto a molti annunci e inviato in giro il mio cv. Ma ormai il mercato è saturo e inflazionato.
PERCHÉ LE CANARIE
    Ci sono arrivata per caso rispondendo a un annuncio su Findacrew, dove uno skipper austriaco cercava equipaggio. Avevo deciso di praticare la vela dopo aver fatto un corso alla scuola di Caprera, in Sardegna. In India non ne avevo la possibilità, è praticamente inesistente come sport. Non ero mai stata alle Canarie e pensavo come molti che l’arcipelago spagnolo fosse un buen retiro per anziani e comunque molto turistico, lontano quindi dai mie ideali di viaggiatrice.  
   Tuttavia ho dovuto ricredermi perché dal punto di vista strettamente velistico le Canarie sono perfette. Da Cristoforo Colombo in poi tutti i grandi navigatori sono passati da qui. Perché è l’ultimo bastione prima di attraversare l’oceano Atlantico. La piccola isola di Hierro nell'antichità era il meridiano zero, le invalicabili colonne di Ercole, dopo le quali “hic sunt leones”, in realtà non erano a Gibilterra ma qui alle Canarie.
   Quindi mi sono ritrovata in un ambiente marinaro estremamente stimolante, molto diverso da quello italiano e in generale del Mediterraneo. Non voglio generalizzare ma penso che in Italia la barca a vela sia ancora considerata un lusso da praticare insieme al golf o all'equitazione. Le barche sono dei giocattoli che stanno nelle marine. Si esce ai weekend con gli amici, qualche veleggiata d’estate oppure per qualche regata, ma la barca non è vista come un luogo dove vivere per lunghi tempi magari con la famiglia. Lo spirito di avventura che ho riscontrato tra i francesi, tedeschi o britannici, che arrivano qui con bambini e animali domestici a bordo delle loro barche (e alcuni ci stanno per anni, altri attraversano l’Atlantico e vanno ai Caraibi) non è lo stesso che tra gli italiani. Ne ho incontrati davvero pochi che viaggiano a vela.
   Quindi è naturale aver trovato qui alle Canarie barche attrezzate per viverci (per esempio con pannelli solari, cucina, ecc) e per fare nomadismo velico. La mia barca Maneki è un Jeanneau Folie Douce del 1974, nove metri per tre, vecchiotta, gli interni sono un po’ fatiscenti, le vele rattoppate, il boma un po’ ammaccato, un po’ di osmosi latente. Non è certo di lusso, è come un alloggio di una casa popolare. Ma è quanto potevo permettermi per le mie economie e anche per le mie abilità di principiante skipper. E poi il vantaggio delle Canarie è il clima, l’eterna estate e anche l’avere a disposizione un mare calmo (nel sud delle isole) e tante baie tranquille dove stare alla fonda. Se poi uno vuole provare il brivido di un mare Forza 7 basta che attraversi lo stretto tra Gran Canaria e Tenerife dove il divertimento è assicurato grazie alle famigerate “accelerazioni” che si formano tra i massicci montagnosi delle due isole.
PERCHÉ DA SOLA
   Mi piace viaggiare da sola perché mi sento più libera, senza ormeggi che mi legano al mio mondo e anche aperta a fare nuove conoscenze. Siccome per me la barca è un mezzo di trasporto ne consegue che sono una solitaria. Non è un dogma, quando serve imbarco equipaggio, però sono orgogliosa di portare la mia piccola Maneki da sola e da un anno a questa parte anche di fare le traversate tra le isole. Prossimo passo sarà di allontanarmi un po’ più in la, magari l’isola portoghese di Madeira a nord o l’arcipelago di Capoverde a sud, o il Marocco, a est. Lo scorso anno ho fatto con uno skipper e la sua barca di 11 metri la traversata dell'Atlantico fino alle Antille, conosco quindi la strada anche per i Caraibi.
QUANTO MI COSTA
Ecco la risposta che tutti cercano. Presto detto, la barca mi è costata 13 mila euro più 500 euro di riparazione del motore che perdeva olio dai cilindri. Era pronta per vivere, ci ho trovato tutto, dai piatti e posate alla canoa che uso per andare a riva quando sono all'ancora. Era dotata di tutti gli strumenti, il pilota automatico, scialuppa di salvataggio, pannelli solari, cucina ad alcol e frigo (solo 220v, quindi lo posso usare solo quando sono in porto). Non ha pero' il salpa ancora, quindi faccio un po' fatica a salpare dagli ancoraggi.
   Da quando l’ho comprata nel 2017 ho fatto carena un paio di volte (500 euro una volta perché’ ho passato io l’antivegetativo, 800 euro la seconda volta comprese la riparazione alla boccola dell'elica). Ho fatto fare dei cuscini per il pozzetto (400 euro), una catena nuova (350 euro), batterie nuove (300 euro), un secondo blocco di carrucole e scotte per la randa (250 euro). Cambiare olio e filtri costa meno di una macchina di sicuro. Ogni tanto si rompe qualcosa, ma come in tutte le case. Quello che posso faccio io, così risparmio. Poi ci sono i corsi, finora ho speso circa 3 mila euro e sto terminando il Coastal Yacktmaster RYA).
Le marine: quando ero a Mogan (Gran Canaria), pagavo un posto privato (senza elettricità e davanti a un muro) a circa 7 euro al giorno. Negli ultimi 9 mesi non ho più un contratto di “affitto” in marina. La maggior parte del tempo sono all'ancora. Se vado in porto, quando c’è maltempo, mi costa tra i 9 e i 15 euro al giorno, dipende dove sono e per quanto tempo.
Come si fa? Innanzitutto bisogna essere in buona salute (e quindi ringraziare Dio ogni giorno) e ovviamente non avere persone a carico. Poi basta abbassare un po’ il tenore di vita, cosa a cui mi sono già abituata in India. Non posseggo un auto, non ho molte spese fisse a parte il wifi (45 al mese). Ho appena disdetto la mutua privata perché non me la posso più permettere. Sono iscritta nel registro dei residenti all'estero Aire, quindi non ho sanità in Italia, mi sembra però che esista una tessera europea, per le emergenze.
   I miei consumi sono ridotti al minimo non solo per risparmiare ma anche perché non voglio più inquinare. Sto scrivendo un manifesto, che ho chiamato il “Pensiero verde” di come si può cominciare a vivere in modo più’ spartano, consumare di meno e riciclare di più, scoprire che siamo circondati da un mare di cose inutili e purtroppo anche da un mare di plastica. Sono convinta che solo comportamento individuale può portare a un cambiamento globale. “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” diceva il Mahatma Gandhi. Ma questo sarà l’argomento dei mio prossimo blog.

Canarie e Covid/Le fontanelle magiche de La Gomera sono rimaste a secco

La Gomera (Canarie occidentali), 25 Novembre 2020

   Tra i tanti luoghi magici dell'isola della Gomera, una delle più piccole e meno turistiche dell'arcipelago delle Canarie, ci sette fontanelle, chiamate Chorros de Epina, che secondo la leggenda hanno poteri curativi e anche divinatori. Si trovano in un bosco di lauri nella località di Epina a cui si accede attraverso un breve sentiero di 10 minuti che parte dalla strada principale per Vallehermoso. Il posto sembra una fiaba incantata, ti aspetti di veder uscire i folletti dagli anfratti rocciosi. La fontana e' composta da sette canalette di legno di erica da cui sgorga, o meglio "sgorgava" la preziosa acqua.


Uso il passato perché quando ci sono arrivata le fontanelle erano completamente asciutte e quindi non si poteva ottenere alcun vaticinio da questa "Sibilla" liquida. C'era solo un po' di acqua stagnante nella vasca sottostante. Forse la fonte era stata chiusa e l'acqua deviata verso usi meno fiabeschi. So che quest'anno la Gomera e' stata colpita  da una grave crisi idrica per via delle scarse  piogge. Oppure le autorità locali hanno forse deciso di chiudere i rubinetti per paura di assembramenti vietati per il Covid19?  Fatto sta che non usciva neppure una goccia.

   E' rimasto il cartello dell'ente turistico con le istruzioni: per ottenere l'amore di una persona bisogna bere dalle fontanelle pari (per le donne) o dispari (uomini) da sinistra a destra. Anticamente i chorros erano solo quattro ed erano attribuiti nell'ordine alla salute, amore, ricchezza e per il quarto non si sa...forse l'allegria (che deriva dalle prime tre). Nulla si conosce sugli altri tre aggiunti in seguito. Si dice che il settimo sia riservato alle donne incinte. Una cannella e' quella delle fattucchiere. 

   Leggo poi che nell'antichità la fontana dispensava anche vaticini alla gente del posto che voleva sapere la propria sorte. Se sgorgava acqua limpida, tutto andava bene, mentre se era torbida bisogna stare attenti alle disgrazie in agguato. Nulla e' dato sapere in caso in cui sia completamente asciutta. Neppure le divinità del bosco si sanno pronunciare sul futuro di questo "annus horribilis".

Canarie e Covid/Addio a stagione turistica invernale, la crisi picchia duro

Valle Gran Rey  (La Gomera), 21 Novembre 2020

   Ogni giorno mi sembra di vedere nuovi cartelli "se alquila" o "se vende"  affissi sulle serrande dei negozi. Come in tutte le località turistiche, le Canarie stanno risentendo pesantemente della crisi Covid. Pur non essendoci un lockdown come in alcune aree della Spagna, negozi e ristoranti sono deserti. O meglio, risultano ora decisamente sproporzionati rispetto al numero di residenti. Le isole Canarie hanno cercato in tutti i modi di attirare turisti per la stagione invernale promuovendosi come "destinazione Covid free". Il che non manco vero perché anche qui c'e' stata un'impennata di casi dopo le ferie estive  (ieri si sono contati 119 nuovi positivi e un decesso, in maggior parte tra Tenerife e Gran Canaria). Pur avendo un numero di casi limitati rispetto al resto d'Europa, non c'e' comunque possibilità di riaprire gli hotel perché i potenziali turisti stranieri non possono uscire dalle loro case per andare in vacanza o nelle loro seconde case. Quindi la stagione natalizia, molto redditizia in tempi normali, e' persa con enormi danni a tutto il settore alberghiero e all'indotto che gravita intorno all'industria turistica. 

La foto che pubblico e' stata scattata a Valle Gran Rey, un comune ci circa 4 mila abitanti sulla spettacolare costa sud occidentale de La Gomera, dove vivono stabilmente molti tedeschi che ne hanno fatto una sorta di ecovillaggio con negozi di prodotti biologici e etnici.  

Canarie/Frana una scogliera a La Gomera, per fortuna nessun danno

 Valle Gran Rey (La Gomera - Canarie occidentali), 14 novembre 2020

"A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giu', cadono. Stanno li' attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giu', come sassi"Da Novecento di Alessandro Baricco.  

   Gia' proprio cosi', la grande scogliera di Valle Gran Rey, nel sud dell'isoletta della Gomera (Canarie Occidentali) ha deciso di franare ieri pomeriggio. Un costone di almeno 50 metri di rocce e sedimenti vulcanici si e' staccato dalla parete verticale a picco sul mare ed e' venuto giu' con un gran fragore. "fran", scriverebbe Baricco. Prima si e' sollevata una grande onda e poi un gran polverone che ha coperto tutta la baia. Dopo dieci minuti quando si e' diradata la nube marrone sono riapparse le sagome dei camper che erano parcheggiati sotto il dirupo e quelle delle barche alla fonda li' davanti. Un miracolo, nessuno ci e' finito sotto. La frana, caduta sulla strada sterrata che collegava il porto con la spiaggia di Argaga, si e' fermata a qualche decina di metri dall'ultimo furgone dei campeggiatori che da blu' e' diventato color ocra. Si e' vista anche una utilitaria che ripartiva a tutta velocità dopo aver fatto retromarcia. Se passava qualche secondo prima veniva sepolta. Che culo.

   Che fortuna anche per me. Per via di un allarme meteo, la tempesta tropicale Theta che sta lambendo le Canarie, ho spostato la mia barca a vela Maneki dentro il porto. La foto qui di fianco e' scattata da li. Ero ormeggiata insieme ad altre barche a una gigantesca banchina "fantasma" che in teoria e' stata costruita per  accogliere traghetti o navi cargo. Alcune ore prima ero passata per lo sterrato per andare a riempire due bottiglioni di acqua. Nella spiaggetta di sassi di Argaga sorge un bellissimo centro per la meditazione (la zona qui e' ricca di "karma" dicono i villeggianti tedeschi che hanno colonizzato Valle Gran Rey). Nel muro esterno della "finca" c'e' una fontanella che eroga acqua di sorgente dalle 8 alle 10 del mattino. C'e' sempre la coda. Mentre stavo aspettando il mio turno dalla scogliera si e' staccata una scheggia di roccia che si e' schiantata sulla stradina con un gran botto. Erano le prime avvisaglie evidentemente. "Non devi avere paura - mi ha detto un tipo, uno degli "hippy" che abitano nelle grotte, e che era davanti a me per prendere acqua - basta che quando passi di li' dici "Pietre vi amo ("Stones I love you", parlava in inglese), vai tranquilla e' la Natura". Non troppo convinta dalla bontà della Natura ...poco dopo ho chiesto il passaggio ad un tizio che stava uscendo in macchina dalla "finca" e mi sono fatta depositare 500 metri più in la' al sicuro.

   La frana ha messo in moto l'apparato di soccorso dell'arcipelago. All'inizio noi delle barche ormeggiate eravamo tutti sbigottiti, siamo andati in punta al molo a vedere che era successo. E' arrivato il guardiano del porticciolo, poi un paio di pescatori si sono svegliati dalla loro siesta, qualcuno ha finalmente avvertito i soccorsi. E dopo circa un'ora sono arrivati gli elicotteri e - a seguire - i vigili del fuoco, la protezione civile, la Croce Rossa, una motovedetta della Guardia Civil, i sommozzatori, le pattuglie della polizia locale, diverse squadre di volontari, le ruspe e infine anche i giornalisti. Il molo brulicava di gente che si filmavano con i telefonini a vicenda. Una vera e propria mobilitazione mediatica, tutti a farsi belli con le loro divise. Uno show che ormai siamo abituati a vedere nelle catastrofi naturali. Adesso poi con i social l'effetto e' ingigantito. Poi e' spuntato il filmato della frana in diretta: con i miliardi di video e foto che si fanno ogni giorno con i telefoni, ormai non ci sfugge piu' nulla. C'e' sempre qualcuno che per caso ha filmato la tragedia o il fattaccio. Si chiama giornalismo in tempo reale.


Ecco qui il link su YouTube.

   Perché ha deciso di staccarsi? Non c'era vento e non pioveva, era nuvoloso. Uno può dire che era venerdì 13, c'era luna nuova oppure che c'e stata una mini scossa sismica, le Canarie sono isole vulcaniche, oppure che in qualche modo la tempesta tropicale Theta che stava passando sull'Atlantico a circa 200 km di distanza e che ha sollevato grandi onde sul versante ovest dell'isola, ha prodotto delle "vibrazioni" che si sono propagate alla montagna. Volendo si possono tirare in ballo le solite storie degli esperimenti nucleari o altre diavolerie che avvengono nel sottosuolo. Che a La Gomera ci sia una base segreta? Ci starebbe bene visto che qui hanno un originale modo di comunicare tra le valli, il "fischio gomero" con tanto di alfabeto studiato a scuola. Ma forse e' meglio mettersi il cuore in pace come nel monologo di Novecento:"E' una di quelle cose che e' meglio che non ci pensi, se no ci esci matto"