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NAVIGATORI/Gli scopritori italiani delle Canarie, da Maloncello a Torriani

Tenerife, 23 aprile 2026

     Non solo pensionati. L'arcipelago delle Canarie è una meta favorita degli italiani fin dai tempi di Giovanni Boccaccio che ci dedicò un idilliaco diario di viaggio pur non essendoci mai stato. C'è un legame strettissimo con i naviganti e commercianti, soprattutto genovesi, le ex isole Fortunate, come erano conosciute dai latini. Molti degli italiani che tra il XIV e il XV secolo si avventurarono al di là delle colonne d'Ercole erano al servizio delle potenti corone spagnole e portoghesi. Il loro contributo non si limitò solo al bieco commercio di materie prime e di schiavi, ma lasciarono in eredità anche preziose testimonianze sulla vita e costumi dei "guanci", gli aborigeni canari sterminati dai conquistadores.

CRISTOBAL DE PONTE

   Il mio viaggio alla ricerca delle radici italiane delle Canarie, parte dalla Porta della Terra di Garachico, antico porto commerciale di Tenerife distrutto da un'eruzione nel 1706, dove si trova un busto di Cristóbal de Ponte (1447-1532). Un bell'uomo decisamente, o forse solo ritratto da un bravo scultore, che partì da Genova con pacchi di soldi e venne a investire a Tenerife. L'isola era stata appena conquistata, sembra che gli indigeni qui erano degli ossi duri, e quindi gli spagnoli hanno dovuto faticare di più per debellarli...Da buon banchiere genovese, fiutando il business, de Ponte si installa a Garachico nel 1499 e comincia a coltivare canna da zucchero, immagino con il supporto di schiavi. Gli affari con il commercio dello zucchero vanno a gonfie vele, quindi vi si trasferisce e comincia a costruire case e chiese. E' noto per essere stato il primo abitante di Garachico e fondatore della stirpe dei Ponte che dominarono per secoli il ricco e fiorente porto sulla costa occidentale di Tenerife, proprio sotto il vulcano Teide. Secondo me ancora oggi i Ponte sono i boss del paese, soprattutto nelle feste religiose, dato che hanno finanziato enormi chiese e conventi.


Il busto in bronzo di Cristóbal de Ponte a Garachico (opera dello sculture Eladio de la Cruz, 1934-1923)


LEONARDO TORRIANI
    Sempre a Garachico, sul mare, c'è una fortezza, in parte sopravvissuta alla devastante colata di lava che ha seppellito il porto e che ha creato delle bellissime piscine naturali. E' il castello di San Miguel con il suo piccolo museo di storia della città. La più antica (e unica) mappa del porto spagnolo è di un altro ricco italiano, Leonardo Torriani, un ingegnere navale originario di Cremona (1559-1628) che per tutta la vita lavorò al servizio della Corona spagnola per erigere fortificazioni e mappare i territori conquistati. Torriani ha tracciato le cartografie dei principali porti canari e ha progettato diverse fortezze, molte delle quali sono rimaste solo sulla carta. E' di Torriani, per esempio, il vecchio castello e il ponte levatoio nel centro di Arrecife a Lanzarote.
    Torriani è stato architetto, ingegnere, cartografo e storico poliedrico, un Leonardo da Vinci delle Canarie, che non solo ha prodotto mappe dell'arcipelago e dei suoi porti commerciali, ma ha anche scritto dei suoi abitanti prima che venissero sterminati. Nel suo manoscritto Descrittione et Historia del Regno de Isole Canarie, già dette le Fortunate, con il parere delle loro fortificazioni (1592), frutto delle sue esplorazioni, fornisce una descrizione antropologica dei Guances, indicando anche gli insediamenti, cosa che è stata utile agli archeologi moderni per ritrovare preziose testimonianze come l'idolo femminile di Tara, nell'antica capitale di Telde, a Gran Canaria. Torriani ha una visione romantica delle isole. Nel capitolo dedicato alla Felicità nelle Canarie elogia il clima, la fertilità della terra e anche la longevità degli abitanti favorita dalla dieta, in particolare del gofio, farina tostata ancora oggi elemento principale della cucina locale. In un altro capitolo dedicato agli Antichi Gomeri riporta anche una elegia funebre, prezioso frammento, che però è dubbio se appartenesse veramente alla tradizione orale indigena. Non è escluso che il coltissimo Torriani abbia infiorettato un po' il suo manoscritto, non c'è nulla di male, quando ci si avvicina a una cultura completamente diversa dalla nostra, è naturale che si attinge al nostro vissuto per descriverla.

   Nell'opera di circa 400 pagine ci sono 60 illustrazioni, tra cui anche la mappa di una isola inesistente, la leggendaria isola di Borondòn (chiamata anche Antilla) a cui Torriani dedica un capitolo nella parte finale. Da notare che la longitudine nelle mappe di Torriani parte dal meridiano "zero" corrispondente all'isola di Hierro, isola di Ferro, poi rimpiazzato dal meridiano di Greenwich (Londra) nel XIX secolo.


Lotta canaria (illustrazione tratta dal manoscritto di Leonardo Torriani)

    Circa un mese fa il Municipio de La Laguna (Tenerife) ha annunciato di aver creato una copia artigianale di questo importante manoscritto che per fortuna è sopravvissuto fino ai giorni nostri. L'originale è custodito nella Biblioteca dell'Università di Coimbra, in Portogallo, dove Torriani si era trasferito con i figli, anch'essi architetti, fino alla sua morte.

LANZAROTTO MALOCELLO
   Facendo un salto indietro di due secoli incontriamo un altro italiano, Lanzarotto Malocello (1270-1336), che ha dato il nome all'isola di Lanzarote. Esploratore (e mercante) della Repubblica marinara di Genova, questo rampollo di una nobile famiglia di Varazze è noto come "scopritore" delle Canarie, anche se ovviamente le Isole Fortunate erano note fin dai tempi dei Greci e Fenici. Seguendo le orme di una precedente spedizione, sbarcò a Lanzarote nel 1312, un secolo circa prima che ci arrivasse un avventuriero normanno, Jean de Béthencourt, al servizio degli spagnoli. Pare che Maloncello rimase sull'isola per molto tempo "convivendo" con i potenti sovrani guanci. Ma non è ben chiaro perchè dopo 20 anni se ne tornò a Varazze, forse una rivolta degli aborigeni. Del suo viaggio al di là delle colonne d'Ercole rimangono poche tracce: un portolano che gli attribuisce l'isola e delle rovine di un fortino sul bordo del cratere del vulcano di Guanapay, vicino alla città di Teguise. Non ha lasciato testimonianze scritte e non esiste alcun suo ritratto.

Puente de las Bolas (1596), Arrecife (Lanzarote), attribuito a Leonardo Torriani - Foto di Maria Grazia Coggiola 


    Giovanni Boccaccio, l'autore del Decameron, ha invece lasciato un trattato sulle Canarie senza mai esserci stato, De Canaria et Insulis reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis (Sulla Canaria e sulle altre isole da poco scoperte al di là della Spagna). L'opera in latino risale al 1342 e raggruppa diverse testimonianze di navigatori che approdarono nelle isole, tra cui quella del ligure Niccolò da Recco e di altri marinai spagnoli. Con uno stile da cronista Boccaccio descrive il momento dell'incontro con gli indigeni alcuni nudi altri coperti da pelli di capra colorate ovviamente impauriti dagli uomini armati. Fornisce un racconto idilliaco delle abitazioni e della qualità del frumento e della frutta che cresce nel suolo vulcanico. Aggiunge anche che i naviganti, forse delusi da non trovare nessun tesoro, presero "quattro adolescenti di bell'aspetto" in perizoma da portare con sé.
   Mi chiedo se ci sarà mai un giorno in cui la nostra civiltà europea farà i conti con il suo passato. Ma forse non c'è nemmeno più nessuno a cui chiedere perdono.

SLOW TRAVELLING/Il "viaggio lento" è un lusso. Da Torino a Tenerife senza volare

Riflessioni di una viaggiatrice irriducibile

La Gomera (Canarie occidentali), 2 maggio 2026

    Lo slow travelling è una faccenda dannatamente costosa. Dovrebbe essere il contrario in effetti. L'aereo è oggigiorno il mezzo più veloce per spostarsi da A a B sul nostro pianeta ed è anche quello che costa di meno. Più vai veloce e meno spendi. Un paradosso. Una volta c'erano i Flixbus che erano cheap, poi sono arrivati gli Itabus, poi i Blablabus, ma nel frattempo benzina e pedaggi sono aumentati. I treni sono carissimi e i traghetti lo sono ancor di più.  Viaggiare "lenti" è diventato un lusso, e non solo per i costi dei trasporti via terra o mare, ma per il tempo. Chi può passare giornate o addirittura settimane in viaggio staccando completamente da lavoro o famiglia? Pochi fortunati, gente che vive di rendita. E se lo dici che "non ti piace volare" ti guardano come se fossi uno snob. Altri tempi quando lo faceva Tiziano Terzani per paura della profezia di un indovino cinese.

Sul ponte della Ciudad de Valencia - Foto di Maria Grazia Coggiola

    Un tempo si chiamava flight shaming e lo predicavano gli ambientalisti, tipo Greta Thumberg, che attraversava l'oceano su catamarani di lusso. Appunto. Cose da snob, capricci da figli di papà come sono etichettati oggi i difensori dell'ambiente, o peggio fancazzisti. Gente che non ha niente da fare e preferisce guardare da un finestrino il mondo dei poveracci costretti a volare.

   Quando un po' di anni fa ho iniziato ad attraversare l'Europa o l'Italia con i mezzi, in bicicletta o a piedi, come nel caso della via Francigena, suscitavo ammirazione nella mia cerchia di conoscenti. Poi l'atteggiamento è cambiato. "Beata te che hai tempo", "Beata te che hai tutta questa energia", "Beata te che ce la fai ancora a viaggiare" sono i commenti. Nulla è servito sfoderare le varie disgressioni filosofiche sul pellegrinaggio, sui viandanti, sull'uomo viator. Mi sembrano insulsi anche tutti gli aforismi che mi hanno accompagnato da una vita e che ho diligentemente annotato in libricini rilegati di pelle tipo "viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare" (Robert Louis Stevenson). Oppure "una volta all'anno vai in un posto dove non sei mai stato prima" (Dalai Lama). O ancora il classicissimo "Il viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo" (Lao Tzu). Tutte cose superate da vecchia boomer.

   Praticamente nessuno capisce perché per andare da Torino a Tenerife in 4 ore e mezza ci ho messo una settimana invece che quattro ore e mezza. La semplice spiegazione "non mi piace volare" suscita sospetto e diffidenza. Non serve a nulla dire che ho visto posti interessanti, visitato musei, incontrato altre culture, persone e sapori. Che ho vissuto emozioni che in aereo non avrei vissuto. Non affascina più, oggigiorno, questo tipo di viaggio che io chiamo "vagabondare" e che - lo ripeto - costa pure molto anche se dormo in ostelli, compro cibo nei supermercati e se posso vado a piedi. 

    Ho la sensazione che siamo sempre più chini sul nostro particulare come lo chiamava il Guicciardini e che oggi si traduce con smartphone. I viaggiatori, ai nostri tempi, sono i migranti, categoria abbietta e portatrice di guai. Ecco i migranti viaggiano per terra e per mare, ma non per sfizio come faccio io mio, bensì per disperazione. Già.

    Con questa premessa, posso raccontare ora il mio viaggio di lusso con crociera durato una settimana. Ho percorso 3600 chilometri in bus, treno e traghetto (via mare 2000 km), attraversato due Stati, passando 17 paralleli (dal 45esimo al 28esimo) e un fuso orario.  Cose che solo pochi fortunati su questa terra possono permettersi, alla faccia dell'inclusione. 
    Sono partita da Torino il 9 aprile con un bus notturno per Barcellona ed esattamente una settimana dopo sono arrivata con il traghetto a Tenerife. Ed è stato tutta una scoperta. A partire da Torino: mentre aspettavo l'Itabus per caso mi sono imbucata in una serata propal al centro Comala (corso Francesco Ferrucci 65/a). Una ex caserma, che è stata anche l'aula bunker del maxi processo alle BR, trasformata in uno "spazio pubblico" per studiare, lavorare o semplicemente socializzare. C'era un aperitivo benefit per pagare le spese legali a una giovane manifestante fermata in un corteo e la proiezione del documentario Dove bisogna stare di Davide Gaglianone e Stefano Collizzolli, dedicato a quattro storie di marginalità al femminile. Decisamente un buon inizio di viaggio.
    All'alba ero alla Estaciò del Nord di Barcellona. Il bus era completo, e si è fermato più volte nella notte, in particolare per i controlli alla frontiera francese e spagnola. Tutto sommato sono riuscita a dormire, io ci vivrei su un bus, mi rilassa. Barcellona non mi piace, ho fatto un giretto in Plaça de Catalunja, le vie dello shopping. Ovunque cantieri stradali, non solo la Sagrada Familla di Gaudì, sembra che l'intera città sia in costruzione. La stazione ferroviaria di Sants, dove ho preso un treno per Valencia, è nel mezzo di un gigantesco progetto di risistemazione urbana, una cosa tutta green, fontane e aree pedonali. Adesso a malapena si capisce dove entrare.
    A Valencia arrivo nel tardo pomeriggio e prevedo una sosta in un ostello, l'U-Nit Central Park, a mezzora dalla stazione, in un barrio moderno, dove c'è anche l'acquario. Mi sembra che ci siano ancora i segni delle catastrofiche inondazioni del 2024, ma forse è solo una mia impressione. C'è un'atmosfera un po' cupa. Anche i famosi aranceti che adornano le strade hanno perso la loro lucentezza.
   Faccio in tempo a visitare la cattedrale dove è custodito nientepopodimeno che il leggendario sacro Graal, il calice usato da Gesù nell'ultima cena. E io che pensavo che il Graal fosse una invenzione di re Artù e Lancillotto! Vicino alla cattedrale ho un appuntamento per una visita guidata notturna dedicata alla "Valencia macabra", quindi a tutti quei luoghi che sono legati a leggende dark e superstizioni. Che c'è di meglio per conoscere una città? Il tour è condotto da un simpatico ragazzo che recita la parte di Balzebù, con tanto di travestimento raccontando le atrocità commesse nella storia in nome di Dio. Si pensi alla Santa Inquisizione, che proprio a Valencia aveva il suo quartiere generale e che praticava le più atroci torture contro ebrei, musulmani e donne. L'ultima condanna a morte a Valencia risale al 1826 contro un maestro catalano, Cayetano Ripoll, accusato di eresia perché aderente alla filosofia razionalista del deismo. Fu l'ultimo autodafé e la sentenza di condanna a morte fu comminata da un tribunale ecclesiastico che non era riconosciuto dalle autorità civili. La Junta de Fe, che sostituì la Santa Inquisizione abolita dal re Fernando VII, durò solo una decina di anni, dal 1823 al 1833, ma fu spietata. Balzebù ha una cartelletta con i disegni dei supplizi in voga all'epoca, alcuni dei quali mi sono noti perché sono gli stessi usati dal Santo Ufficio, l'inquisizione romana. Però qui siamo nel diciannovesimo secolo non nel Medioevo.
Tour macabro di Valencia. Foto di Maria Grazia Coggiola


   Nel tour macabro rientra anche la prigionia di San Vincenzo martire ai tempi delle persecuzioni dell'imperatore Diocleziano contro i cristiani. Vincenzo era un diacono di Saragozza e fu arrestato a Valencia nel 304 DC. La leggenda narra che nonostante i più atroci supplizi non abiurò mai la la sua fede in Cristo e addirittura fu impossibile seppellirlo. Anche quando buttarono il cadavere in mare legato a un grosso macigno i suoi resti riaffiorarono a riva. Pare che il culto di Vicent Martìr, simbolo di resistenza estrema, sia molto popolare tra i devoti valenciani che lo festeggiano il 22 gennaio.
   E non poteva mancate la calle de las brujas, per l'esattezza la calle Angosta del Almudìn, un vicolo strettissimo, popolato nel Medio Evo da donne che praticavano la magia e che vendevano pozioni e intrugli vari. Venendo alla storia recente, sempre a Valencia si consumò l'ultima condanna a morte di una donna mediante la garrota. Siamo nel 1959 (la pena di morte in Spagna fu abolita solo nel 1975 dopo il franchismo) e la giustiziata fu la domestica 66enne Pilar Prades, conosciuta come la "avvelenatrice di Valencia" perché accusata di aver ucciso con l'arsenico i suoi datori di lavoro (non si è mai capito se fosse innocente o meno). La garrota, pena capitale in uso in Spagna, è forse più brutale della forca perché la morte può essere più lenta.
    Da Valencia riparto con un altro treno, però questo ad alta velocità, diretto a Siviglia. In poco più di quattro ore sono in Andalusia. Non mi fermo a Siviglia che già conosco e dove tutti gli ostelli sono carissimi (è weekend). Scendo ancora a sud, a Cadice, dove la terra finisce e inizia l'oceano Atlantico, de finibus terrae, e dove parte il traghetto per l'arcipelago canario. Già conoscevo Palos de la Frontera, dove è iniziata l'avventura di Cristoforo Colombo, perché un altro ferry parte anche da lì, esattamente dal terminal di Huelva. Però Cadice è stata una vera sorpresa perché ho scoperto una città antichissima, era un centro commerciale dei Fenici (Gadir) e poi dei romani (Gades). Ancora oggi i suoi abitanti si chiamano in spagnolo gaditanos.
    Sono affascinata dalle città border line dove nei secoli si sono alternate diverse civiltà. Si sentono le cicatrici delle guerre, ma anche la grande forza di resilienza degli abitanti. E' qualcosa che sento a fior di pelle quando calpesto il selciato o tocco antiche rovine. In 3000 anni chissà quante cose hanno visto quelle pietre, quante guerre, misere, malattie, ma anche gioie, feste o celebrazioni, quante vite ordinarie o straordinarie si sono consumate in quello stesso posto dove mi trovo ora.
    E' evidente che la posizione di Cadice, che è in realtà un'isola fortificata di 13 km, ha sempre fatto gola a molti a partire dai colonizzatori di Tiro interessati al commercio di oro, rame e argento estratto nelle immense miniere del Rio Tinto. Ma pare che nel sud dell'Andalusia ci fosse già un fiorente civiltà, quella di Tartesso. Nuovi ritrovamenti archeologici fanno pensare che prima dei fenici viveva una popolazione indigena al di là delle Colonne di Ercole, di cui parla anche Erodoto.
   Dopo i marinai fenici è arrivato l'impero cartaginese, poi quello romano (c'è un grande teatro), quindi i visigoti, i musulmani e nel 1262 la monarchia cristiana spagnola. Vespucci è salpato da qui nel 1497 per scoprire e saccheggiare il Mondo Nuovo. In seguito ci hanno provato i francesi a conquistare la fortezza di Cadice, ma non ci sono riusciti, anzi hanno provocato una ribellione di uomini liberali che ha prodotto nel 1812 la prima Costituzione spagnola. La Costituzione di Cadice, chiamata La Pepa quando fu poi soppressa nella Restaurazione, è stata firmata dalle Cortes (assemblee dei nobili), nel bellissimo Oratorio de San Felipe Neri.
Museo di Cadice - Sarcofago fenicio femminile. Foto di Maria Grazia Coggiola


   Sarebbe lungo l'elenco delle cose da vedere, e in tre giorni non ho visitato tutto. Cito soltanto due chicche che mi hanno colpito: due sarcofaghi antropomorfi fenici (V secolo AC) conservati nel bel Museo d Cadice, scolpiti con la figura di un uomo e di una donna. Stranamente in quello maschile è stato trovato un corpo femminile e in quello femminile un corpo maschile. Mistero: come lo è anche il luogo del ritrovamento (del sarcofago femminile) solamente nel 1980 sotto la ex casa dell'archeologo che un secolo prima dedicò la sua vita a cercarlo.
La Visione di San Francesco, El Greco, inizi 1600. Foto di Maria Grazia Coggiola


   La seconda chicca è invece un dipinto di El Greco, La Visione di San Francesco, che si trova nella cappella di un vecchio ospedale, l'Hospital de Mujeres. E' una fortuna trovarlo qui perché per molto tempo è stato in giro per esposizioni e poi per restauri. Anche il complesso barocco, che ora è la sede della diocesi, è straordinario, come lo è anche l'idea nel 1973 di aprire un ospedale dedicato alle donne. San Francesco è colpito da un fascio di luce, mentre Frate Leone compare di spalle e conferisce una tridimensionalità all'insieme.
   Tutti questi tesori dimostrano che Cadice era una fiorente città grazie agli scambi (o meglio dalle depredazioni) con le Americhe. Ne sono una prova anche le statue e decorazioni italiane probabilmente commissionati dai ricchi commercianti genovesi che si stabilirono in questa regione.
    Il 14 aprile alle 14 partiva dal porto di Cadice il traghetto di Naviera Armas Trasmediterrànea (ora passata a Balearia), che una volta alla settimana fa rotta verso le Canarie (circa 30 ore la prima tappa a Lanzarote, 40 ore l'ultima fermata a Tenerife). Per risparmiare ho comprato il posto in poltrona, molto simile a quella di un bus, ma per gran parte del tempo sono stata su un comodo sofà nell'area del bar. Di giorno ero sulle sedie a sdraio esterne a scrutare le onde e a leggere. Per la cronaca avevo con me La Coscienza di Zeno di Italo Svevo.  La nave è la Ciudad de Valencia, battente bandiera italiana e con equipaggio italiano. Per tutto il viaggio ci hanno spinto gli alisei, il traghetto era praticamente immobile. Nonostante il vento, corrente e onde in poppa siamo arrivati a Santa Cruz di Tenerife con cinque ore di ritardo a causa di una avaria ai motori avvenuta davanti a Gran Canaria. Alla deriva per cinque ore, circondati da delfini e globicefali, che lusso. 

CANARIE/Il Dìa Canario, l'overtourism e i barconi della morte

"Il modo migliore di realizzare i sogni è di svegliarsi", frase attribuita a Paul Valery


Tenerife (Canarie), 2 Giugno 2025
 

   Il 30 maggio le Canarie celebrano la loro festa, si chiama Dìa de Canarias, e commemora la prima seduta del Parlamento canario a Santa Cruz di Tenerife nel 1983. E' un giorno festivo caratterizzato da balli folkoristici in costumi e canti popolari che celebrano le bellezze e le virtù dell'arcipelago spagnolo. Non è solo un'attrazione turistica, ma penso sia una celebrazione autentica. Ciascuna delle otto isole possiede una forte identità che si riflette nella diversità dei costumi tradizionali, delle danze e nella musica. 

Graffiti in un belvedere di Tenerife (Foto Maria Grazia Coggiola)

   Qualche giorno prima della festa, nell'isola di Hierro, la più piccola e la più remota, si è consumata una tragedia, l'ennesima, relativa ai migranti africani che sfidano la sorte attraversando migliaia di chilometri di oceano per accedere all'Unione Europea. Quattro donne e tre bambine, probabilmente loro figlie, sono morte quando il barcone su cui viaggiavano e che era stato soccorso stava per attraccare al porto de la Restinga, nel sud di Hierro. Erano partiti dalla Guinea insieme ad altre 150 persone su un "cayuco" che forse poteva trasportarne solo la metà o un terzo. 

   L'incidente è stato ripreso da una televisione locale che stava documentando l'arrivo dei migranti. Si vede il barcone affiancato a una motovedetta arancione del soccorso marittimo che sta per attraccare alla banchina dove il personale sanitario è già pronto a ricevere i migranti. Ma invece di aspettare il loro turno per scendere a terra, i disperati si lanciano sulla motovedetta tutti insieme e così facendo il barcone si inclina sul lato e poi si rovescia. Decine di persone finiscono in acqua, alcune sono bloccate sotto l'imbarcazione. I soccorritori si lanciano in mare, tirano dei salvagenti, dopo un po' arrivano dei sommozzatori. Ma i bambini e soprattutto quelli che non sanno nuotare non ce la fanno a resistere. Muoiono a pochi metri dall'Europa dopo aver miracolosamente attraversato l'oceano. Una tragedia paradossale che ricorda quella di Cutro, in Calabria, del febbraio 2023. Morti a pochi metri dalla salvezza.    

    Sempre prima del Giorno Canario, sull'altra sponda dell'oceano, su un atollo delle  Granadine arriva un altro caicco con i resti di 12 migranti in putrefazione. Dai documenti emerge che erano del Mali. Non sono riusciti ad arrivare alle Canarie e si sono persi nell'oceano. La corrente e gli alisei li hanno spinti fino ai Caraibi. A gennaio un altro barcone con cadaveri era stata trovato in un'altra isola caraibica. Sono le vittime della cosiddetta ruta canaria spesso relegate in qualche trafiletto di giornale.
Le morti di Hierro sono state riprese in diretta televisiva e per questo hanno suscitato un po' più di attenzione, Ma al di là delle dichiarazioni dei politici, il presidente canariota Fernando Clavijo ha affermato che "è stato il peggior giorno della sua carriera politica", è business as usual. Si balla e si canta al Dìa Canario. Il governo di Hierro ha decretato due giorni di lutto, un gesto simbolico, che non sono sicura quanto sia condiviso dalla gente. Come di fronte agli orrori di Gaza, siamo anestetizzati di fronte alle tragedie che non ci toccano da vicino. E' paradossale perché la Rete dovrebbe invece al contrario amplificare l'indignazione popolare. Invece ci si chiude nel proprio "orticello", che è chiaramente una autodifesa contro chi minaccia il nostro benessere. L'Occidente sta franando e come biasimare chi vorrebbe salvarlo? E' un atteggiamento ipocrita e tacitamente accettato anche dalle forze progressiste.  
   

    Al porto di San Juan, nel sud di Tenerife, dove mi trovo ora, ho fotografato una graffiti che si vede sempre più spesso, Tourists Go Home, che risuona come quella di Yankee Go Home, contro qualcosa percepito come una occupazione da parte straniera.  In questo caso si tratta del fenomeno dell'overtourism, del turismo di massa, che alle Canarie sta provocando oltre a danni ambientali, anche un caro affitti insostenibile per i lavoratori. Anche quest'anno ci sono state manifestazioni da parte di un movimento che si chiama "Canarias tiene un limite". L'ultima protesta del 18 di maggio ha portato in strada migliaia di persone a Tenerife e Gran Canaria, le due isole più colpite dall'overtourism.  Le richieste sono di avere un modello di turismo più sostenibile, forse anche a scapito della perdita di guadagni. Anche questo significa mettere dei muri intorno all'orticello canario per difendersi dai "barbari", che in questo caso arrivano in aereo e non su un caiucco.
Mi ha colpito molto una frase attribuita al filosofo e poeta Paul Valery: "il modo migliore di realizzare i sogni è di svegliarsi".  Di solito la si concepisce in modo positivo, come sprone a destarsi dalla propria passività per agire e seguire le proprie passioni. Però la si può intendere anche in un altro senso, quello di smettere di inseguire i sogni e aprire gli occhi per vedere la realtà che ci circonda. Il mondo, come lo ha visto la generazione che ora è al potere, i Boomers, è profondamente cambiato. Meglio svegliarsi quanto prima dai sogni.   
 

CANARIE/ Hierro, la "fine del mondo" è diventata l'America per migliaia di migranti africani

    L'isola di Hierro, la più piccola delle Canarie, è rossa come una miniera di ferro, da cui deriva il suo nome spagnolo. È il confine occidentale dell'Europa e prima delle conquiste coloniali era la "fine del mondo", almeno quello conosciuto dall'Occidente. Punta de la Orchilla (qui sotto nella foto) è l'ultimo lembo di terra che i naviganti vedevano e ancora oggi vedono prima di attraversare l'Atlantico. Da li nell'antichità passava anche il Meridiano Zero prima che gli inglesi lo spostassero sulla collina di Greenwich a Londra. 
El Hierro/Punta de la Orchilla - Il monumento al Meridiano Zero. @mariagraziacoggiola

   Hierro è un'isola bizzarra. I ginepri sabina sono piegati fino a toccare terra per gli alisei. L'aria è impregnata dell'aroma di artemisia e di altre piante medicinali.  E' stato un inverno particolarmente piovoso e ora i sentieri sono ricoperti di papaveri, fiordalisi, margheritine, tarassaco e altri fiori selvatici di cui non conosco il nome. Una esplosione di colori e di profumi che si levano dal suolo ora di nuovo arso e in parte ricoperto di lava vulcanica, a cui fa da contrasto l'azzurro scuro dell'oceano Atlantico. Era da tempo che non vedevo i papaveri. Si intonano perfettamente con la terra rossastra. Forse sono cosí belli perché si nutrono del ferro di cui é fatta questa isola.

   E' la meno conosciuta dell'arcipelago spagnolo e come ho gia scritto è la più piccola per estensione dopo l'isolotto de La graciosa dove non ci sono strade asfaltate. Ma di recente è salita alla ribalta della cronaca perché è diventata la porta di ingresso in Europa di migliaia di migranti dalla Mauritania e Africa subsahariana. Nel 2024 oltre 23 mila disperati sono arrivati nell'isola, un numero che è tre volte la sua popolazione. Il porto meridionale de La Restinga è stato trasformato in un centro di accoglienza. Mentre i barconi rimangono accastati uno sull'altro, i migranti adulti sono trasferiti in Spagna. I minori invece sono ricollocati in centri di accoglienza su altre isole. 

   Come spiegavo prima in passato era l'ultima terra spagnola che i naviganti lasciavano in cerca di fortuna e ricchezze, adesso è la 'America' per le masse di disperati che vengono da quello stesso 'nuovo mondo' depredato dall'Occidente. Che ironia riserva la Storia. O meglio che contrappasso. Prima volevamo aprire i nostri confini per arricchirci, ora li vogliamo chiudere per proteggere quella ricchezza che abbiamo accumulato grazie alle conquiste coloniali.

FILM/ Guarapo, quando i migranti clandestini partivano dalle Canarie

Santa Cruz de Tenerife (Canarie Occidentali), 23 marzo 2024

    Coltivo un piacere quasi perverso per i cinema d'essay. Stanno scomparendo come ghiaccio al sole, ma quando ne trovo uno mi ci fiondo come se non ci fosse un domani.  Ieri ero appena arrivata con la mia barca a vela Maneki alla marina di Radazul, nel nord di Tenerife, a dieci chilometri dalla sua capitale Santa Cruz. Nella mia isola preferita, La Gomera, non ci sono cinema, quindi ogni volta mi trovo in una grande città la prima cosa che faccio è cercare una sala cinematografica. A Santa Cruz di Tenerife ho trovato il "Price Prime", sulla rambla, in pieno centro, sopravissuto miracolosamente alle multisale degli shopping mall. Un tizio che gentilmente mi ha caricato mentre facevo autostop (il bus non passava e non volevo perdermi la proiezione) pensava fosse chiuso da tempo e non si ricordava manco dove fosse. Il che non ha fatto che aumentare il mio godimento. 

   Il Price Prime è in calle Salamanca, ha una facciata Anni Settanta e trasuda quell'aria retrò che promette davvero bene per un cinema di qualità. Per un colpo incredibile di fortuna in cartellone c'era una pellicola del 1989, "Guarapo", che racconta una storia ambientata proprio a La Gomera. Un segno del destino, un film sulla mia isola preferita e che film! Non ho alcuna idea perchè nella programmazione del Price Prime vi è  un film di ben 25 anni fa. Forse è rimasto in cartellone dall'inaugurazione della sala oppure è sponsorizzato dall'ufficio turistico, visto che fa vedere La Gomera in tutto il suo splendore. 

La locandina del film
  Ancora incredula compro immediatamente il biglietto (8 euro), non si sa mai che vadano esauriti, mi armo di pop corn e entro nella sala di proiezione. Sola, ero sola, praticamente una proiezione privata. Questa è la realtà dei cinema d'essay, quello di Las Palmas, a Gran Canaria, ha chiuso per il Covid e non ha mai riaperto, e questo ha i mesi contati, penso tra me e me sgranocciando il pop corn.  

   "Guarapo" è un film che non esiterei a definire neorealista. E' dei fratelli Teodoro e Santiago Rio, "padri del cinema canario", sconosciuti fuori dell'arcipelago, che all'epoca avevano realizzato una trilogia sulla storia delle isole, in particolare sui problemi sociali. Una cosa di super nicchia, da vecchi intellettuali di sinistra, impensabile ai giorni nostri. La storia racconta di come si viveva a La Gomera sotto il franchismo e in particolare quando la vita sociale e economica era dominata dai latifondisti in combutta con il potere militare e la Chiesa. Per i poveri braccianti, come Benito, detto Guarapo perché era particolarmente abile a estrarre la linfa delle palme canarie che serve per fare uno sciroppo dolce e anche un liquore, non c'erano speranze di migliorare la propria esistenza se non quella di emigrare clandestinamente in America Latina. E' il destino di molti giovani che nel Dopoguerra attraversarono l'Atlantico in  cerca di fortuna, in Venezuela soprattutto, e che non sono mai più tornati. Il film è dedicato a questi migranti che furono costretti ad abbandonare le loro famiglie per fuggire alla miseria e a una vita di angherie e sopraffazioni. Descrive una povertà e disagio sociale simile a quello del mezzogiorno italiano. In "Guarapo" c'è una famiglia ricca, quella di don Luis Ventura, che ha un potere assoluto sui contadini che lavorano nelle piantagioni di banane (e anche sulle loro mogli), un parroco corrotto, un commissario di polizia alcolizzato e la repressione franchista che eliminava i dissidenti e proibiva l'immigrazione. Le scene sono ambietate nei luoghi più suggestivi della isola, come erano tre decenni fa prima dell'arrivo del turismo. Bellezze da brivido che ancora oggi esistono come alcuni sentieri che ho riconosciuto della foresta del Cedro e dei dirupi intorno al Roque de Agando. Il "silbo", il fischio che i gomeri usano (ancora oggi) per comunicare da una valle all'altra, è onnipresente ed è usato come linguaggio criptato per aiutare il ribelle Guarapo a fuggire alla polizia e a imbarcarsi su una goletta diretta in Venezuela.

   Non è ovviamente un film da Oscar, ma per chi conosce La Gomera, i suoi paesaggi e le sue tradizioni, è assolutamente da vedere. Non ci sono i sottotitoli, ma lo spagnolo è abbastanza comprensibile anche se è dialettale. Ma ancor più rilevante è la sua documentazione di un immigrazione che oggi è presente ma in senso contrario. Migliaia di Guarapo africani in questi anni sono approdati sulle coste canarie con dei barconi pagati a caro prezzo, anche loro in fuga da miseria e dittature, lasciando indietro le loro radici, amori, legami familiari. Stessi disperati ma su un'altra sponda dell'Atlantico.   

LA FOTO - La cresta de La Gomera avvolta dagli alisei

La Gomera, sabato 11 novembre 

Roque de Agando, La Gomera (Canarie) - Foto di Maria Grazia Coggiola


   Il "roque de Agando" è una formazione vulcanica de La Gomera (arcipelago spagnolo delle Canarie) che è uno dei simboli di pietra dell'isola. E' un monumento naturale che sorge a 1246 metri nella foresta di lauro selvatico del Garajonay. In termini tecnici si tratta di un "collo vulcanico", magma all'interno di un cratere che si è eroso con il tempo. Il suo nome, Agando, appartiene alla cultura dei "guanches", gli abitanti delle Canarie prima della colonizzazione ispanica, che lo ritenevano un luogo sacro. 

La foto è stata scattata con uno Galaxy Samsung nel pomeriggio quando le nubi spinte dall'aliseo, il vento da nord-est, iniziavano ad avvolgere la cima dell'isola. 

 

Canarie/La Madonna della Gomera sale in barca

 San Sebastian de la Gomera, 9 ottobre 2023

   La tradizione vuole che ogni 5 anni a la Gomera, il primo lunedì dopo la prima domenica di ottobre, una statuetta sacra raffigurante una Madonna nera venga portata in una solenne processione per mare dal santuario di Puntallana fino alla città di San Sebastian. Da oggi nella piccola isola dell'arcipelago spagnolo delle Canarie situata a sud di Tenerife, sono iniziati i festeggiamenti ('lustrales') dedicati alla patrona, la Vergine di Guadalupe. La tradizionale "bajada" della Madonna ha attirato sull'isola migliaia di persone che si sono assiepate sulla spiaggia di sabbia nera di San Sebastian per ricevere la reliquia. 

Processione de la Vergine di Guadalupe (foto Maria Grazia Coggiola)

   E' esattamente dal 1871 che ogni lustro la Virgen de Guadalupe "riappare" agli isolani dopo essere stata prelevata dalla chiesetta del promontorio di Puntallana (a circa 2 miglia nautiche) da un peschereccio ornato di foglie di palma e portata con un grande corteo di barche fino al porto di San Sebastian, capoluogo de la Gomera. Da qui l'immagine sacra viene messa su un baldacchino e trasportata a braccia fino alla chiesa dell'Assunzione. Per il prossimo mese la statuetta lignea, che raffigura Maria con in braccio Gesù Bambino,  visiterà tutti i comuni de la Gomera per poi ritornare nella sua cappella.

Processione via terra della Vergin de Guadalupe a San Sebastian de la Gomera (foto Maria Grazia Coggiola)

   La credenza risale al XVI secolo quando un galeone spagnolo diretto alle Americhe scorse un bagliore provenire dalla costa de la Gomera. I marinai scesero a terra e videro che la luce proveniva da una statua della Madonna in una grotta. La prelevarono e la portarono a bordo. Ma non riuscirono a continuare il loro viaggio, la nave si bloccò e uno stormo di gabbiani cominciò a volteggiare intorno alla statua. Gli uomini si presero paura e riportarono la statuetta dove l'avevano trovata. Dopo aver saputo dell'accaduto, il conte de la Gomera fece erigere nel 1542 una chiesa sul luogo e la dedicò alla Madonna di Guadalupe che si venera in Spagna, nella regione di Estremadura. 

   Questa è la leggenda che si narra e che è diventata parte del patrimonio culturale, non solo religioso, de la Gomera. La venerazione della Vergine di Guadalupe ha ispirato canzoni popolari dedicate alla "morenita di Puntallana" ed è molto radicata nella comunità cattolica dell'isola.  

  

  

CANARIE/L'enigmativo zifio e la balena alla deriva

Tenerife, 20 giugno 2023

   A nord di Corralejo, la colonia italiana e paradiso dei surfisti nell’isola di Fuerteventura, c’è un antico porto spagnolo, El Cotillo, risalente al XVII secolo. È stato un avamposto importante per i commerci con l’isola di Madeira, oggi portoghese. Di quel passato è sopravvissuto solo un pezzo di fortificazione, la Torre del Tostòn, da dove si respingevano a cannonate i pirati francesi e inglesi.  

Lo scheletro di zio a El Costillo (Fuerteventura)     (Foto Maria Grazia Coggiola)

  Sono arrivata a El Cotillo in bicicletta da una strada sterrata lungo la costa e che passa tra le più belle spiagge di Fuerteventura. Un bel percorso di circa due ore da Corralejo. El Cotillo oggigiorno è soltanto un attrazione turistica, le case dei pescatori sono ristoranti e lounge bar. Ma davanti alla massiccia torre ho scoperto qualcosa di veramente interessante che ha risvegliato la mia curiosità. Su un piedistallo sorge uno scheletro di ‘zifio’, una balena che somiglia un po’ a un siluro e che risulta essere uno degli animali più enigmatici e meno conosciuti sulla terra. Il cetaceo, leggo su un pannello, è stato ritrovato sulla costa nord di Fuerteventura il 24 luglio del 2004. Si ritiene che il suo spiaggiamento sia stato causato da esercitazioni navali in corso negli stessi giorni davanti alla costa del Marocco. Altre due balene sono state trovate morte a Lanzarote. Nelle manovre militari Nato-Usa, chiamate Majestic Eagle, che coinvolgevano diverse portaerei e sottomarini, sono stati usati i dispositivi sonar, che - come hanno provato studi scientifici - hanno effetti devastanti sui cetacei a causa dell’elevata potenza di decibel. Per fuggire al chiasso assordante dei sonar, usati per intercettare i sottomarini, le balene si immergono o riemergono velocemente andando incontro a danni legati alla decompressione proprio come avviene per i subacquei. In seguito il sonar è stato proibito in un raggio di 50 miglia dalle isole Canarie. Ma cosa sono 50 miglia per una balena?

La Torre del Tostòn a El Cotillo (Fuerteventura)  (Foto di Maria Grazia Coggiola)



   Lo scheletro di zifio che avevo davanti misurava 5.75 metri ed era una femmina adulta. Questa specie, nota anche come 'balena dal becco di Cuvier', è presente in tutti gli oceani, ma è molto raro avvistare gli esemplari nel loro habitat. Si pensa che siano in grado di immergersi a grandi profondità e rimanere diverse ore senza tornare in superficie a respirare. Non si sa se siano numerosi, ma non sono classificati tra le specie in via di estinzione perché di tanto in tanto si ritrovano negli spiaggiamenti anche in Meditarraneo. Mi sono ricordata che nel libro “Le Regine dell’Abisso”, la ricercatrice australiana Rebecca Giggs, scrive che “questi animali, a volte lunghi come autobus, esistono sugli spalti della storia naturale, in uno spazio tra la congettura e il campione. Si sa molto di più dei loro antenati, dai fossili custoditi negli archivi museali , che non delle creature viventi. Sono state chiamate ‘il gruppo meno compreso di animali di grossa taglia sulla Terra’”.

    Dopo Fuerteventura ho continuato la navigazione con la mia barca a vela Maneki verso Tenerife e per caso, di nuovo, ho avuto a che fare con un cetaceo spiaggiato. Per un paio di giorni, il tempo della mia navigazione, la stazione radio di Las Palmas ha lanciato avviso ai naviganti (sul canale VHF 16 che è quello sempre aperto quando si naviga) relativo a una “balena alla deriva” di circa 4 metri di lunghezza e di colore grigio-nero. La carcassa era stata avvistata a sud di Tenerife, più o meno dove sarei dovuta passare io, il che mi ha creato un po’ di apprensione. Un ostacolo di quattro metri è sufficiente ad affondare una barca di nove metri…e di notte è impossibile vederlo. Le allerte radio si sono susseguite ogni due o tre ore e ogni volta sempre con una diversa posizione espressa in coordinate. Sulla mia carta nautica ho tracciato il percorso della povera balena alla deriva che in 24 ore da sud Tenerife è finita a sud di Gran Canaria spinta da venti e correnti. L’ultimo bollettino che ho sentito prima di spegnare la radio dopo aver ancorato nella baia di Las Galletas, a sud est di Tenerife, e andare finalmente a dormire era che si trovava a Maspalomas. Nonostante la stanchezza, mi sono ricordata di un altro passaggio del libro che citavo prima, Le Regine degli Abissi, dedicato alla “whalefall” ovvero alla caduta della balena, che subentra in seguito alla decomposizione del mastodontico corpo. Innanzitutto il cetaceo morto galleggiante è un banchetto per uccelli marini, pesci e tutti coloro che si trovano nei paraggi. L’olezzo di una balena decomposta è terrificante, mi ricordo dell’unica volta che ne ho visto una spiaggiata a Palolem, a sud di Goa, la ex colonia portoghese nell’India meridionale. 

   Pare che un cetaceo morto possa galleggiare per settimane, dipende dalla specie e dalla quantità di olio nella testa. L’autrice Rebecca Giggs descrive minuziosamente gli effetti della caduta nel buio permanente dei freddi abissi oceanici dove va a sfamare un gran numero di creature. “Più di duecento specie diverse possono occupare la cornice di una sola carcassa di balena” una volta che è sul fondo oceanico, terreno ancora inesplorato dall’uomo e probabilmente fonte di molti segreti sulla vita terrestre. È solo dal 1977 che si osservano le “cadute di balene” che portano la vita negli abissi innescando un proliferare di organismi bizzarri e affascinanti. Il “cetaceo alla deriva” si inabisserà forse a 1000 o 2000 metri nell’Atlantico, dove non è mai stato da vivo, e sarà spolpato da creature che probabilmente nessuno ha mai visto o catalogato, proprio come gli zifi.