Dharamsala, i tibetani guerriglieri e i monaci con l'I-phone


Ogni volta che vado a Dharamsala c’è qualcosa che non mi convince. Questa ex guarnigione britannica e meta vacanziera alle pendici dell’Himalaya, è da ormai mezzo secolo la capitale amministrativa del Tibet dopo che l’India ha dato rifugio e assistenza al Dalai Lama fuggito nel 1959 alla repressione cinese a Lhasa. “Sua Santità” vive sul punto più alto della vallata, nella borgata di McLeoganj, dove sorge anche il tempio principale. Per tutti i tre giorni della mia permanenza, le strade del paese sono state percorse da mattina a sera da monaci e residenti che urlavano a squarciagola in hindi “Free Tibet”, “Viva il Dalai Lama”, “Abbasso Hu Jintao”. Tutti i negozianti e i ristoranti gestiti da tibetani erano chiusi. Sui muri e appesi ai balconi c’erano le immagini abbastanza raccapriccianti di corpi insanguinati traforati da proiettili. Le prove tangibili della repressione cinese. Mi sembrava la “Via Crucis dei tibetani”, visto che era anche il periodo pasquale.
Il Venerdì santo erano anche comparse le bandierine americane perché arrivava la speaker democratica Nancy Pelosi. Penso sia l’unico posto al mondo, al di fuori degli Stati Uniti, in cui qualcuno spontaneamente, senza doveri di protocollo diplomatico, abbia sventolato la bandiera a stelle e strisce. Si sa che gli americani, Hollywood e Richard Gere, sono tra i primi supporter della causa tibetana. La cosa insospettisce un po’. Però, d’altra parte, meno male che ci sono almeno loro. Sul “Times of India" di oggi un lettore, commentando un editoriale critico verso il Dalai Lama, scrive: “Il Mahatma Gandhi non è andato negli Stati Uniti o in nessun altro Paese per lottare per l’indipendenza dell’India. Qui in India i tibetani sono rifugiati da decenni. Hanno tutto gratis alle spese degli indiani. Soltanto non hanno il diritto di contestare la Cina. Se vogliono, lasciamoli andare in Tibet a continuare da lì la loro lotta per la libertà”. Non so se questi sono i sentimenti della maggior parte degli indiani, certo che fa riflettere.
Una di queste sere a McLeoganj, in un affollato ristorante indiano, stavo aspettando un pollo tanduri, quando al mio tavolo si è seduto un giovane che era appena arrivato da Delhi. Mi ha detto che due giorni prima mi aveva visto fare delle foto a una manifestazione davanti al Jantar Mantar. Vive a Pokara, in Nepal, ed è un medico. Era scosso. Mi ha confessato che la sua ragazza, che abita a Dharamsala, l’aveva piantato dopo 4 anni. Poi abbiamo parlato del supporto degli Usa al Dalai Lama. “Mio padre era un guerrigliero negli anni Sessanta – mi ha detto – quando la Cia ci dava soldi e armi per combattere. Vogliamo lo stesso adesso dall’Europa o dagli Stati Uniti. Vogliamo fare cosa quelli di Al Qaeda fanno contro gli americani”. Interessante, eh? Povero Dalai Lama, vecchio monaco ridanciano, e il suo appello alla non violenza e al diritto di Pechino di ospitare le Olimpiadi. Già quando ero andata a Dharamsala l’ultima volta, due anni, fa avevo avuto la sensazione che i giovani fossero stufi del famoso “middle path”, l’approccio moderato che non rivendica l’indipendenza del Tibet, ma solo “autonomia”. Adesso ne ho avuto la conferma.
Ci sono anche altre cose che non mi convincono. I monaci che per esempio hanno gli ultimi modelli di telefonini e di I-Pod. Ma come fanno a permetterseli e a cosa servono? Mentre eravamo sul bus di ritorno a Delhi, mia figlia, che ne capisce qualcosa più di me, mi faceva notare un i-Touch Phone che un monaco aveva tirato fuori furtivamente da sotto la tonaca.
Un altro elemento che mi lascia perplessa è la presenza sulle bancarelle di McLeoganj di prodotti “Made in China”, tipo souvenir, scarpe e giocattoli. Ma come è possibile??? Capisco che oggi è impossibile boicottare i prodotti cinesi…richiamo di andare in giro come Adamo e Eva…ma almeno un po’ di decenza!

1 commento:

Anonimo ha detto...
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