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LETTERA APERTA AL DALAI LAMA/Sos per il monastero di Kye

Kye Gompa, Spiti Valley (Himachal Pradesh), 9 ottobre 2017
   Sua Santita`,
   mi perdoni l`impudenza di questa lettera. ma non non riesco a fare finta di nulla. Sono stata al monastero di Kye, nella Spiti Valley, uno di quelli che Le e` molto caro come mi hanno detto i monaci stessi. Il gompa, che e` il piu` antico della vallata dopo quella di Tabo, sarebbe uno dei suoi preferiti e per questo l`ha preso sotto la sua protezione (cosi` mi hanno riferito).
   Ho letto su una targa marmorea che nel 2000 Lei e` stato qui e ha inaugurato una nuova hall dove si tengono ora le preghiere. Il monastero dell`XI secolo, che sorge a oltre 4.100 metri di altitudine, e` in una posizione spettacolare ed e` anche importante per la sua preziosa collezione di testi sacri e di thangka.

   Mentre prendevo un te` nella vecchia e cavernosa cucina - rimasta intatta da mille anni a vedere lo spessore di fuliggine nera sulle pareti - un monaco mi ha spiegato che Lei ha deciso di finanziare la costruzione di un nuovo edificio che serva come sua `guesthouse`e che ospiti anche un museo. `Il Dalai Lama ci tiene particolarmente a sviluppare Kye` ha aggiunto con comprensibile orgoglio.
   All`ingresso del monastero, che ospita 150 monaci e dove i turisti possono pernottare, c`e` infatti un cantiere in frenetica attivita`. Stanno costruendo un palazzo di tre o quattro piani che e` per dimensione uno dei piu` grandi della rocca. La sagoma di cemento e` visibile fin da lontano da quando si inizia a salire verso il gompa. Non e` l`unico cantiere, ci sono altri edifici di cemento piu` in basso quasi ultimati.
    Sembra che Kye sia in piena espansione edilizia. Mi chiedo come faccia un terreno cosi` friabile a sostenere una tale colata di cemento. Per ironia della sorte, sono `fuggita` da New Delhi per il baccano e la polvere di tre cantieri accanto a casa, per ritrovarmi tra betoniere e smerigliatrici a 4 mila metri e dopo 500 km di strapiombi e strade sterrate.

    A meno che non prenda l`elicottero, ci vorranno almeno tre giorni per arrivare qui dalla Sua residenza di Dharamsala. Non e` proprio l`ideale come seconda casa. E anche se veramente pensasse di ritirarsi a Kye, perche` deturpare uno dei monasteri buddisti piu` belli di Spiti?
    Invece di costruire nuovi edifici perche` non ristrutturare quelli esistenti con materiali compatibili con quelli originali? Volendo si potrebbe ricavare delle bellissime stanze ripulendo i dormitori dove oggi stanno i turisti. E poi perche` non impiegare i soldi al restauro degli arredi e delle thangka del monastero che sono in disperato bisogno? Fare un museo e` un`idea eccellente, ma lo si puo` ricavare benissimo usando in maniera razionale gli spazi esistenti.
   Purtroppo il concetto di restauro non e` molto diffuso in India non solo tra i buddisti tibetani. I cristiani in Kerala fanno a gara a erigere `ecomostri` accanto a chiese e santuari secolari. Lo stesso per templi indu`. `Nuovo e` bello`, lo e` stato anche in Occidente prima che rivalutassero i centri storici.
   Non posso pensare che Lei non sia sensibile alla tutela del patrimonio storico e che sia indifferente di fronte alla deturpazione e al degrado di antichi monasteri come Kye o come altri nel vicino e piu`famoso Ladakh. Bisogna intervenire, ma non con il cemento armato.
   Sua Santita`, Lei ha tanti contatti nel mondo, sono sicura che se facesse un appello per salvare gli antichi monasteri di Spiti con serie opere di conservazione sarebbe di sicuro ascoltato.

Con immenso rispetto e infinita ammirazione. Maria Grazia Coggiola

Cercasi Dalai Lama di bell'aspetto

New Delhi, 8 agosto 2017

   Sono andata a sentire una lecture del Dalai Lama alla Nehru Memorial Library organizzata dall'Associazione degli Editori indiana. Nonostante i suoi 82 anni, il leader spirituale dei tibetani e Premio Nobel è in grande forma. Anzi sembra perfino ringiovanito. A chi gli chiede quando penserà al suo successore, che come è stato stabilito sarà scelto quando lui sarà ancora vivo, ha detto che ci penserà quando avrà 90 anni!


   I giornalisti presenti erano concentrati sulle sue dichiarazioni a propositio della tensione tra Cina e India per il territorio bhutanese di Doklam e quindi non ci hanno fatto caso a questo nuovo orizzonte temporale per scegliere il 15esimo Dalai Lama.
   E' sfuggita anche un'altra sorprendente battuta,  non esattamente 'politically correct', sull'eventualità che il 'corpo' del successore del Dalai Lama sia femminile. Che una donna lama possa guidare in futuro i tibetani è una possibilità che già si sapeva.
   Ma come si vede nel video (a partire da 33 minuti),  il Dalai lama è entrato in un terreno minato quando si è messo a parlare di 'good looking'. Secondo lui tra le qualità di una persona c'è una esistenza lunga, un fisico forte e appunto 'good looking'.   . Poi rivolgendosi al pubblico ha detto che si è 'più contenti' di vedere una persona di bell'aspetto che una 'not good looking'. E' un semplice  'common sense', ha aggiunto. E per spiegare il concetto ha fatto una orribile smorfia facendo l'imitazione di una persona disabile.
   Dal Dalai Lama non mi aspettavo una simile gaffe o peggio una caduta di stile degna di Berlusconi...si vede che anche i tibetani si sono adeguati alla moderna civiltà dell'immagine.  

Nalanda e le origini del buddismo tibetano

New Delhi, 16 febbraio 2014Anni fa avevo sentito il Dalai Lama dire che i tibetani erano come i “chela” (discepoli) degli indiani, ma solo ora ho capito il perche’ vedendo un documentario dello studioso e fotografo Benoy K. Behl sponsorizzato dal ministero degli Esteri. (qui c’e’un promo ).
    Nel video che si intitola “Indian Roots of Tibetan Buddhism”, il ricercatore famoso per le sue foto di Ajanta, ripercorre la nascita del buddismo e la sua espansione in India, soffermandosi in particolare su Nalanda.
    Un po’ di anni fa, quando ero in Bihar sono andata in questo sito archeologico, a circa 80 km da Patna, che per circa 800 anni ha ospitato una grande e famosa universita’ (o meglio centro di pensiero perche’il termine “universita’”non c’era neppure, e’nato con Bologna, ma quando Nalanda era gia' scomparsa). Non e’ una leggenda perche’ ci sono le rovine e ci sono le testimonianze di studiosi da tutta l'Asia e soprattutto da Cina che sono venuti qui a insegnare o imparare.
  Mi ricordo l’emozione di visitare le rovine di Nalanda sapendo che era una scuola non solo per la filosofia buddista , ma un vero luogo del sapere e della conoscenza. Non e' forse lo stesso  buddismo una profonda ricerca dentro se stessi non alla ricerca di Dio, ma dell’Uomo? Ovviamente ero rimasta affascinata dalla storia di Nalanda e anche dal mistero della sua distruzione intorno al 1100 in seguito a una delle tante invasioni islamiche. La sua scomparsa puo’ essere paragonata alla distruzione della biblioteca di Alessandria, non fu mai piu' ricostruita. Da alcuni anni c'e' un progetto spinto da Amartya Sen di riportarla in vita.
     Nel suo film, Behl intervista diversi monaci e studiosi, tra cui lo stesso Dalai Lama, i quali sostengono che i professori di Nalanda portarono il buddismo in Tibet dove venne tradotto in Pali. Quindi come dice il premio nobel per la Pace che dal 1951 vive in India, i tibetani non solo “chela” , ma dei “reliable chela”, dei discepoli affidabili, perche’ hanno conservato le profonde radici della filosofia indiana che – questo lo ha spiegato Behl nel presentare il filmato – ha avuto lo stesso ruolo che la civilta’ greca ha avuto in Occidente.

JAIPUR LIT FEST/Giorno 1 - Dalai Lama superstar

Jaipur, 24 gennaio

Arrivo puntuale al Festival, ma come sempre, non si trova il mio accredito stampa. Devo aspettare un bel po'. E' il solito caos creativo indiano arricchito da una presenza massiccia di poliziotti all'ingresso. Vorrei entrare con la mia bicicletta, un vecchio arnese con un pedale mezzo staccato, ma mi fermano prima delle barriere. C'e' gia' una folla paurosa a scalpestare le povere aiuole del Diggi Palace. Il via lo da' una anziana signora bengalese Mahaswheta Devi che scopro e' famosissima in India come femminista e attivista sociale. Do' un'occhiata al programma, mi sento vergognosamente ignorante e comincio a pensare che sono nel posto sbagliato.


Tutti aspettano pero' il Dalai Lama che e' la star della giornata e che e' introdotto dal suo biografo Pico Yver che poi lui ignora completamente. Fa una predica, piu' che una conferenza, come e' giusto che sia, sulla nostra societa' corrotta. Un Dalai Lama classico, in forma smagliante anche e che sembra divertirsi molto a rispondere alle domande del pubblico.

Dharamsala, i tibetani guerriglieri e i monaci con l'I-phone


Ogni volta che vado a Dharamsala c’è qualcosa che non mi convince. Questa ex guarnigione britannica e meta vacanziera alle pendici dell’Himalaya, è da ormai mezzo secolo la capitale amministrativa del Tibet dopo che l’India ha dato rifugio e assistenza al Dalai Lama fuggito nel 1959 alla repressione cinese a Lhasa. “Sua Santità” vive sul punto più alto della vallata, nella borgata di McLeoganj, dove sorge anche il tempio principale. Per tutti i tre giorni della mia permanenza, le strade del paese sono state percorse da mattina a sera da monaci e residenti che urlavano a squarciagola in hindi “Free Tibet”, “Viva il Dalai Lama”, “Abbasso Hu Jintao”. Tutti i negozianti e i ristoranti gestiti da tibetani erano chiusi. Sui muri e appesi ai balconi c’erano le immagini abbastanza raccapriccianti di corpi insanguinati traforati da proiettili. Le prove tangibili della repressione cinese. Mi sembrava la “Via Crucis dei tibetani”, visto che era anche il periodo pasquale.
Il Venerdì santo erano anche comparse le bandierine americane perché arrivava la speaker democratica Nancy Pelosi. Penso sia l’unico posto al mondo, al di fuori degli Stati Uniti, in cui qualcuno spontaneamente, senza doveri di protocollo diplomatico, abbia sventolato la bandiera a stelle e strisce. Si sa che gli americani, Hollywood e Richard Gere, sono tra i primi supporter della causa tibetana. La cosa insospettisce un po’. Però, d’altra parte, meno male che ci sono almeno loro. Sul “Times of India" di oggi un lettore, commentando un editoriale critico verso il Dalai Lama, scrive: “Il Mahatma Gandhi non è andato negli Stati Uniti o in nessun altro Paese per lottare per l’indipendenza dell’India. Qui in India i tibetani sono rifugiati da decenni. Hanno tutto gratis alle spese degli indiani. Soltanto non hanno il diritto di contestare la Cina. Se vogliono, lasciamoli andare in Tibet a continuare da lì la loro lotta per la libertà”. Non so se questi sono i sentimenti della maggior parte degli indiani, certo che fa riflettere.
Una di queste sere a McLeoganj, in un affollato ristorante indiano, stavo aspettando un pollo tanduri, quando al mio tavolo si è seduto un giovane che era appena arrivato da Delhi. Mi ha detto che due giorni prima mi aveva visto fare delle foto a una manifestazione davanti al Jantar Mantar. Vive a Pokara, in Nepal, ed è un medico. Era scosso. Mi ha confessato che la sua ragazza, che abita a Dharamsala, l’aveva piantato dopo 4 anni. Poi abbiamo parlato del supporto degli Usa al Dalai Lama. “Mio padre era un guerrigliero negli anni Sessanta – mi ha detto – quando la Cia ci dava soldi e armi per combattere. Vogliamo lo stesso adesso dall’Europa o dagli Stati Uniti. Vogliamo fare cosa quelli di Al Qaeda fanno contro gli americani”. Interessante, eh? Povero Dalai Lama, vecchio monaco ridanciano, e il suo appello alla non violenza e al diritto di Pechino di ospitare le Olimpiadi. Già quando ero andata a Dharamsala l’ultima volta, due anni, fa avevo avuto la sensazione che i giovani fossero stufi del famoso “middle path”, l’approccio moderato che non rivendica l’indipendenza del Tibet, ma solo “autonomia”. Adesso ne ho avuto la conferma.
Ci sono anche altre cose che non mi convincono. I monaci che per esempio hanno gli ultimi modelli di telefonini e di I-Pod. Ma come fanno a permetterseli e a cosa servono? Mentre eravamo sul bus di ritorno a Delhi, mia figlia, che ne capisce qualcosa più di me, mi faceva notare un i-Touch Phone che un monaco aveva tirato fuori furtivamente da sotto la tonaca.
Un altro elemento che mi lascia perplessa è la presenza sulle bancarelle di McLeoganj di prodotti “Made in China”, tipo souvenir, scarpe e giocattoli. Ma come è possibile??? Capisco che oggi è impossibile boicottare i prodotti cinesi…richiamo di andare in giro come Adamo e Eva…ma almeno un po’ di decenza!