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Gurgaon, il deserto fuori e dentro i “mall”


Sabato scorso, dopo che il direttore del Fondo Monetario Internazionale ha scoperto che il sistema finanziario mondiale si trovava “sull’orlo di un collasso sistemico” ho preso lo scooter e sono andata a Gurgaon, la città satellite alla periferia di Delhi che dovrebbe diventare una sorta di Dubai indiana. Per ora l’unica similitudine è che sorge nel deserto. A parte alcuni striminziti giardini di palazzi signorili, il resto è una gigantesca colata di cemento punteggiata di tendopoli e mega cartelloni pubblicitari di marche di moda.
Folate di vento caldissimo sollevavano nuvole di polvere e sabbia rendendo il paesaggio ancor più surreale. Davanti ai “mall” c’erano decine di risciò che si facevano largo tra imperturbabili vacche. La vecchia India rimane sullo sfondo di quella nuova. Vedendomi ferma a fotografare un grosso bovino che si stagliava su una pubblicità del Sahara Mall, un tizio con una camicia elegante mi ha apostrofato con stizza: “Ma cosa fotografi? Non vedi che qui non c’è nulla!”. Ho tirato dritto seguendo il serpentone della futura metropolitana che taglia in due la strada tipo lo sky train di Bangkok e sono finita in un nuovo centro commerciale, mai visto prima, che si chiama “Gurgaon Central”. Alcuni operai stavano mettendo delle luminarie sulla scritta, forse per la prossima festa di Diwali. Al piano terra c’erano profumi, bigiotteria, borse e un po’ di gadget elettronici, al primo piano l’abbigliamento maschile, al terzo quello femminile e al quarto un supermercato alimentare dove c’erano le stesse cose che trovi nel negozietto di quartiere, solo che erano ben disposte in fila su scaffali lucidi e puliti. Ho comprato due bottiglie di Coca Cola Diet che erano scontate del 30%. Penso di essere stata la sola cliente. I miei passi venivano scrutati da decine di commessi e appena mi fermavo davanti a un articolo subito uno si accostava al mio fianco per assistermi nella scelta. A un certo punto ho avuto un po’ di vergogna perché sapevo che li avrei lasciati a bocca asciutta. Sono uscita cercando di evitare gli sguardi supplicanti dietro la fila delle casse. Con un certo imbarazzo ho sorriso al gruppo di guardie fuori che mi hanno spalancato le porte manco avessi delle borsate di roba.
Da lì, dopo un paio di altre foto a bovini, mendicanti e operai che si insaponavano contenti davanti ai futuristici grattacieli di vetrocemento, sono passata all’Ambience Mall, quello più grande costruito dal gruppo DLF, i “palazzinari” di Gurgaon, che vanta un chilometro di negozi per piano. Per handicappati e anziani hanno messo delle macchinette elettriche tipo quelle dei campi da golf. C’era decisamente più gente, soprattutto bambini che si divertivano come matti nella sala giochi e nel salto con l’elastico. Ho comprato in un posto molto all’americana un “doughnut” ripieno di cioccolata, ma dopo un paio di morsi mi sono accorta che dentro non c’era nulla. Mi sono lamentata e dopo pochi istanti è comparso il manager che si è scusato. “A volte capita” mi ha detto e me ne ha regalato un altro questa volta ripieno.
Ma a parte la zona “food”, anche qui nei negozi c’erano solo i commessi im piedi dietro le vetrine con uno sguardo implorante.
Da Reliance Digital, grande magazzino di hi-fi e elettronica, del colosso industriale di Mukesh Ambani, il più ricco dell’India che si è lanciato nel business dei supermercati, ho incontrato la portavoce del gruppo, Shalini Kumar, che stava cercando un paio di speaker. Dal suo tono ho capito che le cose non stavano andando molto bene, ma non solo a causa del “collasso sistemico” denunciato dal FMI. Non ci sono (ancora) abbastanza consumatori per quel tipo di negozi e di mercanzie che costano quanto metà stipendio di un impiegato indiano. Basta guardare fuori dai “mall” e osservare la gente per strada per capire che c’è qualcosa di sbagliato. Il tipo di clientela non corrisponde assolutamente al tipo di negozi. Quanto potrà durare?

Shopping mall, storie di perdizione a Delhi


Ebbene sì, lo ammetto, ho passato il week end nei nuovi “mega mall” di New Delhi. Avevo una mezza idea di andare a fare un giro nel bazar di Chandni Chowk, poi la nuova India del consumismo occidentale mi ha attirato come le sirene di Ulisse. Cercando scampo alla calura da 40 gradi di questi giorni e alle incessanti tempeste di sabbia, mi sono rifugiata in uno di questi mostri di vetro e cemento ancora da ultimare, ma che già brulicano di famiglie con passeggini, ragazzine con i jeans alla moda e gruppi di bulli che le inseguono come automi su e giù sulle scale mobili. Pavimenti di marmo lucidi, toilette pulite e profumate, aria condizionata. Insomma una vera figata. Per quanto uno si opponga alla devastante cultura yankee del “mall” non è possibile non apprezzarne i vantaggi. La pensano come me le migliaia di persone che domenica si sono messe in coda per entrare nel parcheggio sotterraneo e anche i costruttori di questi moderni templi dello shopping che sono spuntati come funghi in particolare a Saket, un quartiere periferico della parte meridionale di Delhi che è in piena espansione edilizia. Sono stata al Select Citywalk e nell’adiacente MGF Metropolitan Mall. Giganteschi entrambi, direi perfino troppo, perché per vedere tutto ci vuole almeno un giorno. Molti dicono che il Citywalk sia il migliore. In effetti, si trovano tutte le marche, da Benetton alle catene di abbigliamento indiane come Wills Lifestyle, Pantaloons o Shopper's Stop. Si trova perfino il prosciutto cotto italiano e le mozzarelline di bufala. I negozi sono simili a quelli che si possono trovare a Bangkok o Singapore. Non è che ho scoperto l’acqua calda. E che fino a due anni fa questo tipo di cose era impensabile a Delhi dove esisteva solo un centro commerciale, l'Ansal Plaza, ma decisamente antidiluviano! C’è poi una “food court”, con fast food di cibo regionale indiano. All’ingresso ti danno una sorta di carta di credito che io ho caricato con 300 rupie e che serve per pagare le consumazioni. Io ho preso un “raj kachouri”, buonissimo, e mia figlia invece una pizza margherita, praticamente una focaccia cruda cosparsa di ketchup. Ho poi comprato due “kurte” da Fab India, moda indiana che piace agli stranieri, e un servizio da sei bicchieri da bibita da Home Stop, dove ci sono cose di design un po’ stile Alessi, ma molto più accessibili.
Sabato pomeriggio invece ho preso la nuova tangenziale a pedaggio Delhi- Gurgaon (gli scooter sono esenti) e sono andata all’Ambience Mall, il centro commerciale del colosso immobiliare DLF che vanta un chilometro di superficie calpestabile. Anche qui è stato impossibile vedere tutto, penso sia occupato solo una piccola parte. C’era poca gente, quasi nessuno nei negozi di marca, da Samsonite ai reggiseni francesi Etam. Mi sembrava ancora più luccicante, forse perché è totalmente circondato da cantieri edili. Dalle vetrate dell’ultimo piano si vede una pianura desolata bruciata dal sole che sembra quella del deserto dei Tartari se non fosse per le gru e per le baracche dei manovali. Qui avrò passato un paio di ore senza neppure accorgermene nei mega magazzini di Reliance Trends (abbigliamento), Reliance Digital (elettronica) e Reliance Time Out (libri, musica, video giochi e un bar interno). Va ricordato che il colosso Reliance di Mukesh Ambani (raffinerie) è la più grande società indiana e lui è uno degli uomini più ricchi del mondo, dipende dalla borsa che adesso è giù. Nella sezione video ho comprato un paio di dvd di film di Bollywood in hindi sottotitolati in inglese, tra cui “Krrish”, il Superman indiano. Forse avrei potuto farlo anche a Chandni Chowk tra le zaffate di smog e di spezie, tra lo strombazzare dei clacson e i mendicanti che si aggrappano al tuo braccio, con il sudore che ti cola dalla fronte e i sandali che affondano in una poltiglia di spazzatura, letame e scarti di cibo. Sì avrei potuto fare shopping anche lì, la prossima volta, magari…