SH08, la centrale idroelettrica di Alchi


Spedizione Himalaya 2008, giorno quaranta, Dah-Alchi


Lo so che non si fa così. Potevo limitarmi ad ammirare i dipinti murali dei templi di Alchi, di sicuro i più belli di tutto il Ladakh, fare una passeggiata tra le bancarelle strapiene di collane di turchesi e corallo, magari prendere un tè e poi ritornarmene nella mia tenda lussuosa tenda dove per la prima volta in questo viaggio ho trovato delle lenzuola immacolate e un soffice e profumato piumone. Ma io sono una ficcanaso e per di più rompiballe, come mi dice spesso la mia amica Giorgia che oggi mi ha lasciato approfittando di un passaggio in jeep a Leh. Quindi dopo aver ammirato gli affreschi e gli stucchi colorati dei vari Buddha, appartenenti più o meno al decimo secolo e di scuola kashmira, verso le sei mi sono incamminata fuori dal paese. Tanto per fare due passi, visto che ero stata quasi tutta la giornata “sopra” il bus, sul tetto intendo, tra cavoli, balle di fieno e bombole del gas. Sono scesa verso il fiume seguendo la solita mulattiera punteggiata di chorten. Arrivo giù e ti trovo un ponte di ferro, una strada enorme che si inerpica su un costone e all’orizzonte tre enormi gru gialle stagliate contro le montagne color melanzana. Incuriosita mi metto in marcia. Mi trovo davanti a un cantiere gigantesco di costruzione di una diga per una centrale idroelettrica. Non l’avevo mai visto. Sul letto del fiume, deviato su un lato con un muro di cemento, erano in azione contemporaneamente trivelle, idrovore, generatori, ruspe, betoniere, saldatrici elettriche e martelli compressori azionati da decine di operai con il casco blu. Dall’alto lo spettacolo era esaltante, devo ammettere, certo un po’ in contrasto con la pace dei monasteri buddisti e con l’armonia della natura. Il fiume, imprigionato dalla barriera di cemento, era diventato a monte una enorme pozza d’acqua grigia. Intorno al cantiere c’erano le baracche degli operai, ferro e sacchi di cemento. Per bypassare il paese avevano costruito una strada su cui c’erano degli omini con una paletta rosso-verde a fare da “semaforo” ai camion che arrivavano dal cementificio. La gittata per il muro della diga era in corso e le gru erano in continuo movimento. Ho attraversato il cantiere, cosa che da noi sarebbe impossibile per motivi di sicurezza, ma nessuno mi ha fermato. Dall’altro lato ho scattato un paio di foto delle gru che danzavano con sullo sfondo il verde villaggio di Alchi che si troverà a valle della diga…. Il gestore dell’”Eco Resort”,il campeggio di lusso dove mi trovo, mi ha detto che i lavori sono no stop. ‘Vedessi che bello, di notte, è l’unico punto illuminato in tutta la vallata” mi ha detto con una certa invidia visto che qui la corrente elettrica è dalle 8 alle dieci di sera e poi tutto sprofonda nel buio pesto (lasciando però emergere un cielo stellato da presepe).
Probabilmente quando la centrale idroelettrica sarà terminata, la gente di Alchi e degli altro villaggi avrà finalmente energia elettrica a volontà e cambierà per sempre la loro vita. E’ giusto così, non si può pensare che il Ladakh debba rimanere congelato nel suo medioevo solo per sollazzare i turisti annoiati dalle loro ridondanti comodità occidentali. E poi meglio una centrale idroelettrica che una a carbone. Non voglio giudicare. Ma il mio ricordo di Alchi ora non sono le opere d’arte nei templi-musei, dove i monaci hanno smesso di pregare, ma la perenne lotta dell’uomo per domare a suo servizio la natura. Neobuddismo?

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