Riflessioni di una viaggiatrice irriducibile
La Gomera (Canarie occidentali), 2 maggio 2026
Lo slow travelling è una faccenda dannatamente costosa. Dovrebbe essere il contrario in effetti. L'aereo è oggigiorno il mezzo più veloce per spostarsi da A a B sul nostro pianeta ed è anche quello che costa di meno. Più vai veloce e meno spendi. Un paradosso. Una volta c'erano i Flixbus che erano cheap, poi sono arrivati gli Itabus, poi i Blablabus, ma nel frattempo benzina e pedaggi sono aumentati. I treni sono carissimi e i traghetti lo sono ancor di più. Viaggiare "lenti" è diventato un lusso, e non solo per i costi dei trasporti via terra o mare, ma per il tempo. Chi può passare giornate o addirittura settimane in viaggio staccando completamente da lavoro o famiglia? Pochi fortunati, gente che vive di rendita. E se lo dici che "non ti piace volare" ti guardano come se fossi uno snob. Altri tempi quando lo faceva Tiziano Terzani per paura della profezia di un indovino cinese.
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| Sul ponte della Ciudad de Valencia - Foto di Maria Grazia Coggiola |
Un tempo si chiamava flight shaming e lo predicavano gli ambientalisti, tipo Greta Thumberg, che attraversava l'oceano su catamarani di lusso. Appunto. Cose da snob, capricci da figli di papà come sono etichettati oggi i difensori dell'ambiente, o peggio fancazzisti. Gente che non ha niente da fare e preferisce guardare da un finestrino il mondo dei poveracci costretti a volare.
Quando un po' di anni fa ho iniziato ad attraversare l'Europa o l'Italia con i mezzi, in bicicletta o a piedi, come nel caso della via Francigena, suscitavo ammirazione nella mia cerchia di conoscenti. Poi l'atteggiamento è cambiato. "Beata te che hai tempo", "Beata te che hai tutta questa energia", "Beata te che ce la fai ancora a viaggiare" sono i commenti. Nulla è servito sfoderare le varie disgressioni filosofiche sul pellegrinaggio, sui viandanti, sull'uomo viator. Mi sembrano insulsi anche tutti gli aforismi che mi hanno accompagnato da una vita e che ho diligentemente annotato in libricini rilegati di pelle tipo "viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare" (Robert Louis Stevenson). Oppure "una volta all'anno vai in un posto dove non sei mai stato prima" (Dalai Lama). O ancora il classicissimo "Il viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo" (Lao Tzu). Tutte cose superate da vecchia boomer.
Praticamente nessuno capisce perché per andare da Torino a Tenerife in 4 ore e mezza ci ho messo una settimana invece che quattro ore e mezza. La semplice spiegazione "non mi piace volare" suscita sospetto e diffidenza. Non serve a nulla dire che ho visto posti interessanti, visitato musei, incontrato altre culture, persone e sapori. Che ho vissuto emozioni che in aereo non avrei vissuto. Non affascina più, oggigiorno, questo tipo di viaggio che io chiamo "vagabondare" e che - lo ripeto - costa pure molto anche se dormo in ostelli, compro cibo nei supermercati e se posso vado a piedi.
Ho la sensazione che siamo sempre più chini sul nostro particulare come lo chiamava il Guicciardini e che oggi si traduce con smartphone. I viaggiatori, ai nostri tempi, sono i migranti, categoria abbietta e portatrice di guai. Ecco i migranti viaggiano per terra e per mare, ma non per sfizio come faccio io mio, bensì per disperazione. Già.
Con questa premessa, posso raccontare ora il mio viaggio di lusso con crociera durato una settimana. Ho percorso 3600 chilometri in bus, treno e traghetto (via mare 2000 km), attraversato due Stati, passando 17 paralleli (dal 45esimo al 28esimo) e un fuso orario. Cose che solo pochi fortunati su questa terra possono permettersi, alla faccia dell'inclusione.Sono partita da Torino il 9 aprile con un bus notturno per Barcellona ed esattamente una settimana dopo sono arrivata con il traghetto a Tenerife. Ed è stato tutta una scoperta. A partire da Torino: mentre aspettavo l'Itabus per caso mi sono imbucata in una serata propal al centro Comala (corso Francesco Ferrucci 65/a). Una ex caserma, che è stata anche l'aula bunker del maxi processo alle BR, trasformata in uno "spazio pubblico" per studiare, lavorare o semplicemente socializzare. C'era un aperitivo benefit per pagare le spese legali a una giovane manifestante fermata in un corteo e la proiezione del documentario Dove bisogna stare di Davide Gaglianone e Stefano Collizzolli, dedicato a quattro storie di marginalità al femminile. Decisamente un buon inizio di viaggio.
All'alba ero alla Estaciò del Nord di Barcellona. Il bus era completo, e si è fermato più volte nella notte, in particolare per i controlli alla frontiera francese e spagnola. Tutto sommato sono riuscita a dormire, io ci vivrei su un bus, mi rilassa. Barcellona non mi piace, ho fatto un giretto in Plaça de Catalunja, le vie dello shopping. Ovunque cantieri stradali, non solo la Sagrada Familla di Gaudì, sembra che l'intera città sia in costruzione. La stazione ferroviaria di Sants, dove ho preso un treno per Valencia, è nel mezzo di un gigantesco progetto di risistemazione urbana, una cosa tutta green, fontane e aree pedonali. Adesso a malapena si capisce dove entrare.
A Valencia arrivo nel tardo pomeriggio e prevedo una sosta in un ostello, l'U-Nit Central Park, a mezzora dalla stazione, in un barrio moderno, dove c'è anche l'acquario. Mi sembra che ci siano ancora i segni delle catastrofiche inondazioni del 2024, ma forse è solo una mia impressione. C'è un'atmosfera un po' cupa. Anche i famosi aranceti che adornano le strade hanno perso la loro lucentezza.
Faccio in tempo a visitare la cattedrale dove è custodito nientepopodimeno che il leggendario sacro Graal, il calice usato da Gesù nell'ultima cena. E io che pensavo che il Graal fosse una invenzione di re Artù e Lancillotto! Vicino alla cattedrale ho un appuntamento per una visita guidata notturna dedicata alla "Valencia macabra", quindi a tutti quei luoghi che sono legati a leggende dark e superstizioni. Che c'è di meglio per conoscere una città? Il tour è condotto da un simpatico ragazzo che recita la parte di Balzebù, con tanto di travestimento raccontando le atrocità commesse nella storia in nome di Dio. Si pensi alla Santa Inquisizione, che proprio a Valencia aveva il suo quartiere generale e che praticava le più atroci torture contro ebrei, musulmani e donne. L'ultima condanna a morte a Valencia risale al 1826 contro un maestro catalano, Cayetano Ripoll, accusato di eresia perché aderente alla filosofia razionalista del deismo. Fu l'ultimo autodafé e la sentenza di condanna a morte fu comminata da un tribunale ecclesiastico che non era riconosciuto dalle autorità civili. La Junta de Fe, che sostituì la Santa Inquisizione abolita dal re Fernando VII, durò solo una decina di anni, dal 1823 al 1833, ma fu spietata. Balzebù ha una cartelletta con i disegni dei supplizi in voga all'epoca, alcuni dei quali mi sono noti perché sono gli stessi usati dal Santo Ufficio, l'inquisizione romana. Però qui siamo nel diciannovesimo secolo non nel Medioevo.
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| Tour macabro di Valencia. Foto di Maria Grazia Coggiola |
Nel tour macabro rientra anche la prigionia di San Vincenzo martire ai tempi delle persecuzioni dell'imperatore Diocleziano contro i cristiani. Vincenzo era un diacono di Saragozza e fu arrestato a Valencia nel 304 DC. La leggenda narra che nonostante i più atroci supplizi non abiurò mai la la sua fede in Cristo e addirittura fu impossibile seppellirlo. Anche quando buttarono il cadavere in mare legato a un grosso macigno i suoi resti riaffiorarono a riva. Pare che il culto di Vicent Martìr, simbolo di resistenza estrema, sia molto popolare tra i devoti valenciani che lo festeggiano il 22 gennaio.
E non poteva mancate la calle de las brujas, per l'esattezza la calle Angosta del Almudìn, un vicolo strettissimo, popolato nel Medio Evo da donne che praticavano la magia e che vendevano pozioni e intrugli vari. Venendo alla storia recente, sempre a Valencia si consumò l'ultima condanna a morte di una donna mediante la garrota. Siamo nel 1959 (la pena di morte in Spagna fu abolita solo nel 1975 dopo il franchismo) e la giustiziata fu la domestica 66enne Pilar Prades, conosciuta come la "avvelenatrice di Valencia" perché accusata di aver ucciso con l'arsenico i suoi datori di lavoro (non si è mai capito se fosse innocente o meno). La garrota, pena capitale in uso in Spagna, è forse più brutale della forca perché la morte può essere più lenta.
Da Valencia riparto con un altro treno, però questo ad alta velocità, diretto a Siviglia. In poco più di quattro ore sono in Andalusia. Non mi fermo a Siviglia che già conosco e dove tutti gli ostelli sono carissimi (è weekend). Scendo ancora a sud, a Cadice, dove la terra finisce e inizia l'oceano Atlantico, de finibus terrae, e dove parte il traghetto per l'arcipelago canario. Già conoscevo Palos de la Frontera, dove è iniziata l'avventura di Cristoforo Colombo, perché un altro ferry parte anche da lì, esattamente dal terminal di Huelva. Però Cadice è stata una vera sorpresa perché ho scoperto una città antichissima, era un centro commerciale dei Fenici (Gadir) e poi dei romani (Gades). Ancora oggi i suoi abitanti si chiamano in spagnolo gaditanos.
Sono affascinata dalle città border line dove nei secoli si sono alternate diverse civiltà. Si sentono le cicatrici delle guerre, ma anche la grande forza di resilienza degli abitanti. E' qualcosa che sento a fior di pelle quando calpesto il selciato o tocco antiche rovine. In 3000 anni chissà quante cose hanno visto quelle pietre, quante guerre, misere, malattie, ma anche gioie, feste o celebrazioni, quante vite ordinarie o straordinarie si sono consumate in quello stesso posto dove mi trovo ora.
E' evidente che la posizione di Cadice, che è in realtà un'isola fortificata di 13 km, ha sempre fatto gola a molti a partire dai colonizzatori di Tiro interessati al commercio di oro, rame e argento estratto nelle immense miniere del Rio Tinto. Ma pare che nel sud dell'Andalusia ci fosse già un fiorente civiltà, quella di Tartesso. Nuovi ritrovamenti archeologici fanno pensare che prima dei fenici viveva una popolazione indigena al di là delle Colonne di Ercole, di cui parla anche Erodoto.
Dopo i marinai fenici è arrivato l'impero cartaginese, poi quello romano (c'è un grande teatro), quindi i visigoti, i musulmani e nel 1262 la monarchia cristiana spagnola. Vespucci è salpato da qui nel 1497 per scoprire e saccheggiare il Mondo Nuovo. In seguito ci hanno provato i francesi a conquistare la fortezza di Cadice, ma non ci sono riusciti, anzi hanno provocato una ribellione di uomini liberali che ha prodotto nel 1812 la prima Costituzione spagnola. La Costituzione di Cadice, chiamata La Pepa quando fu poi soppressa nella Restaurazione, è stata firmata dalle Cortes (assemblee dei nobili), nel bellissimo Oratorio de San Felipe Neri.
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| Museo di Cadice - Sarcofago fenicio femminile. Foto di Maria Grazia Coggiola |
Sarebbe lungo l'elenco delle cose da vedere, e in tre giorni non ho visitato tutto. Cito soltanto due chicche che mi hanno colpito: due sarcofaghi antropomorfi fenici (V secolo AC) conservati nel bel Museo d Cadice, scolpiti con la figura di un uomo e di una donna. Stranamente in quello maschile è stato trovato un corpo femminile e in quello femminile un corpo maschile. Mistero: come lo è anche il luogo del ritrovamento (del sarcofago femminile) solamente nel 1980 sotto la ex casa dell'archeologo che un secolo prima dedicò la sua vita a cercarlo.
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| La Visione di San Francesco, El Greco, inizi 1600. Foto di Maria Grazia Coggiola |
La seconda chicca è invece un dipinto di El Greco, La Visione di San Francesco, che si trova nella cappella di un vecchio ospedale, l'Hospital de Mujeres. E' una fortuna trovarlo qui perché per molto tempo è stato in giro per esposizioni e poi per restauri. Anche il complesso barocco, che ora è la sede della diocesi, è straordinario, come lo è anche l'idea nel 1973 di aprire un ospedale dedicato alle donne. San Francesco è colpito da un fascio di luce, mentre Frate Leone compare di spalle e conferisce una tridimensionalità all'insieme.
Tutti questi tesori dimostrano che Cadice era una fiorente città grazie agli scambi (o meglio dalle depredazioni) con le Americhe. Ne sono una prova anche le statue e decorazioni italiane probabilmente commissionati dai ricchi commercianti genovesi che si stabilirono in questa regione.




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