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SLOW TRAVELLING/Il "viaggio lento" è un lusso. Da Torino a Tenerife senza volare

Riflessioni di una viaggiatrice irriducibile

La Gomera (Canarie occidentali), 2 maggio 2026

    Lo slow travelling è una faccenda dannatamente costosa. Dovrebbe essere il contrario in effetti. L'aereo è oggigiorno il mezzo più veloce per spostarsi da A a B sul nostro pianeta ed è anche quello che costa di meno. Più vai veloce e meno spendi. Un paradosso. Una volta c'erano i Flixbus che erano cheap, poi sono arrivati gli Itabus, poi i Blablabus, ma nel frattempo benzina e pedaggi sono aumentati. I treni sono carissimi e i traghetti lo sono ancor di più.  Viaggiare "lenti" è diventato un lusso, e non solo per i costi dei trasporti via terra o mare, ma per il tempo. Chi può passare giornate o addirittura settimane in viaggio staccando completamente da lavoro o famiglia? Pochi fortunati, gente che vive di rendita. E se lo dici che "non ti piace volare" ti guardano come se fossi uno snob. Altri tempi quando lo faceva Tiziano Terzani per paura della profezia di un indovino cinese.

Sul ponte della Ciudad de Valencia - Foto di Maria Grazia Coggiola

    Un tempo si chiamava flight shaming e lo predicavano gli ambientalisti, tipo Greta Thumberg, che attraversava l'oceano su catamarani di lusso. Appunto. Cose da snob, capricci da figli di papà come sono etichettati oggi i difensori dell'ambiente, o peggio fancazzisti. Gente che non ha niente da fare e preferisce guardare da un finestrino il mondo dei poveracci costretti a volare.

   Quando un po' di anni fa ho iniziato ad attraversare l'Europa o l'Italia con i mezzi, in bicicletta o a piedi, come nel caso della via Francigena, suscitavo ammirazione nella mia cerchia di conoscenti. Poi l'atteggiamento è cambiato. "Beata te che hai tempo", "Beata te che hai tutta questa energia", "Beata te che ce la fai ancora a viaggiare" sono i commenti. Nulla è servito sfoderare le varie disgressioni filosofiche sul pellegrinaggio, sui viandanti, sull'uomo viator. Mi sembrano insulsi anche tutti gli aforismi che mi hanno accompagnato da una vita e che ho diligentemente annotato in libricini rilegati di pelle tipo "viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare" (Robert Louis Stevenson). Oppure "una volta all'anno vai in un posto dove non sei mai stato prima" (Dalai Lama). O ancora il classicissimo "Il viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo" (Lao Tzu). Tutte cose superate da vecchia boomer.

   Praticamente nessuno capisce perché per andare da Torino a Tenerife in 4 ore e mezza ci ho messo una settimana invece che quattro ore e mezza. La semplice spiegazione "non mi piace volare" suscita sospetto e diffidenza. Non serve a nulla dire che ho visto posti interessanti, visitato musei, incontrato altre culture, persone e sapori. Che ho vissuto emozioni che in aereo non avrei vissuto. Non affascina più, oggigiorno, questo tipo di viaggio che io chiamo "vagabondare" e che - lo ripeto - costa pure molto anche se dormo in ostelli, compro cibo nei supermercati e se posso vado a piedi. 

    Ho la sensazione che siamo sempre più chini sul nostro particulare come lo chiamava il Guicciardini e che oggi si traduce con smartphone. I viaggiatori, ai nostri tempi, sono i migranti, categoria abbietta e portatrice di guai. Ecco i migranti viaggiano per terra e per mare, ma non per sfizio come faccio io mio, bensì per disperazione. Già.

    Con questa premessa, posso raccontare ora il mio viaggio di lusso con crociera durato una settimana. Ho percorso 3600 chilometri in bus, treno e traghetto (via mare 2000 km), attraversato due Stati, passando 17 paralleli (dal 45esimo al 28esimo) e un fuso orario.  Cose che solo pochi fortunati su questa terra possono permettersi, alla faccia dell'inclusione. 
    Sono partita da Torino il 9 aprile con un bus notturno per Barcellona ed esattamente una settimana dopo sono arrivata con il traghetto a Tenerife. Ed è stato tutta una scoperta. A partire da Torino: mentre aspettavo l'Itabus per caso mi sono imbucata in una serata propal al centro Comala (corso Francesco Ferrucci 65/a). Una ex caserma, che è stata anche l'aula bunker del maxi processo alle BR, trasformata in uno "spazio pubblico" per studiare, lavorare o semplicemente socializzare. C'era un aperitivo benefit per pagare le spese legali a una giovane manifestante fermata in un corteo e la proiezione del documentario Dove bisogna stare di Davide Gaglianone e Stefano Collizzolli, dedicato a quattro storie di marginalità al femminile. Decisamente un buon inizio di viaggio.
    All'alba ero alla Estaciò del Nord di Barcellona. Il bus era completo, e si è fermato più volte nella notte, in particolare per i controlli alla frontiera francese e spagnola. Tutto sommato sono riuscita a dormire, io ci vivrei su un bus, mi rilassa. Barcellona non mi piace, ho fatto un giretto in Plaça de Catalunja, le vie dello shopping. Ovunque cantieri stradali, non solo la Sagrada Familla di Gaudì, sembra che l'intera città sia in costruzione. La stazione ferroviaria di Sants, dove ho preso un treno per Valencia, è nel mezzo di un gigantesco progetto di risistemazione urbana, una cosa tutta green, fontane e aree pedonali. Adesso a malapena si capisce dove entrare.
    A Valencia arrivo nel tardo pomeriggio e prevedo una sosta in un ostello, l'U-Nit Central Park, a mezzora dalla stazione, in un barrio moderno, dove c'è anche l'acquario. Mi sembra che ci siano ancora i segni delle catastrofiche inondazioni del 2024, ma forse è solo una mia impressione. C'è un'atmosfera un po' cupa. Anche i famosi aranceti che adornano le strade hanno perso la loro lucentezza.
   Faccio in tempo a visitare la cattedrale dove è custodito nientepopodimeno che il leggendario sacro Graal, il calice usato da Gesù nell'ultima cena. E io che pensavo che il Graal fosse una invenzione di re Artù e Lancillotto! Vicino alla cattedrale ho un appuntamento per una visita guidata notturna dedicata alla "Valencia macabra", quindi a tutti quei luoghi che sono legati a leggende dark e superstizioni. Che c'è di meglio per conoscere una città? Il tour è condotto da un simpatico ragazzo che recita la parte di Balzebù, con tanto di travestimento raccontando le atrocità commesse nella storia in nome di Dio. Si pensi alla Santa Inquisizione, che proprio a Valencia aveva il suo quartiere generale e che praticava le più atroci torture contro ebrei, musulmani e donne. L'ultima condanna a morte a Valencia risale al 1826 contro un maestro catalano, Cayetano Ripoll, accusato di eresia perché aderente alla filosofia razionalista del deismo. Fu l'ultimo autodafé e la sentenza di condanna a morte fu comminata da un tribunale ecclesiastico che non era riconosciuto dalle autorità civili. La Junta de Fe, che sostituì la Santa Inquisizione abolita dal re Fernando VII, durò solo una decina di anni, dal 1823 al 1833, ma fu spietata. Balzebù ha una cartelletta con i disegni dei supplizi in voga all'epoca, alcuni dei quali mi sono noti perché sono gli stessi usati dal Santo Ufficio, l'inquisizione romana. Però qui siamo nel diciannovesimo secolo non nel Medioevo.
Tour macabro di Valencia. Foto di Maria Grazia Coggiola


   Nel tour macabro rientra anche la prigionia di San Vincenzo martire ai tempi delle persecuzioni dell'imperatore Diocleziano contro i cristiani. Vincenzo era un diacono di Saragozza e fu arrestato a Valencia nel 304 DC. La leggenda narra che nonostante i più atroci supplizi non abiurò mai la la sua fede in Cristo e addirittura fu impossibile seppellirlo. Anche quando buttarono il cadavere in mare legato a un grosso macigno i suoi resti riaffiorarono a riva. Pare che il culto di Vicent Martìr, simbolo di resistenza estrema, sia molto popolare tra i devoti valenciani che lo festeggiano il 22 gennaio.
   E non poteva mancate la calle de las brujas, per l'esattezza la calle Angosta del Almudìn, un vicolo strettissimo, popolato nel Medio Evo da donne che praticavano la magia e che vendevano pozioni e intrugli vari. Venendo alla storia recente, sempre a Valencia si consumò l'ultima condanna a morte di una donna mediante la garrota. Siamo nel 1959 (la pena di morte in Spagna fu abolita solo nel 1975 dopo il franchismo) e la giustiziata fu la domestica 66enne Pilar Prades, conosciuta come la "avvelenatrice di Valencia" perché accusata di aver ucciso con l'arsenico i suoi datori di lavoro (non si è mai capito se fosse innocente o meno). La garrota, pena capitale in uso in Spagna, è forse più brutale della forca perché la morte può essere più lenta.
    Da Valencia riparto con un altro treno, però questo ad alta velocità, diretto a Siviglia. In poco più di quattro ore sono in Andalusia. Non mi fermo a Siviglia che già conosco e dove tutti gli ostelli sono carissimi (è weekend). Scendo ancora a sud, a Cadice, dove la terra finisce e inizia l'oceano Atlantico, de finibus terrae, e dove parte il traghetto per l'arcipelago canario. Già conoscevo Palos de la Frontera, dove è iniziata l'avventura di Cristoforo Colombo, perché un altro ferry parte anche da lì, esattamente dal terminal di Huelva. Però Cadice è stata una vera sorpresa perché ho scoperto una città antichissima, era un centro commerciale dei Fenici (Gadir) e poi dei romani (Gades). Ancora oggi i suoi abitanti si chiamano in spagnolo gaditanos.
    Sono affascinata dalle città border line dove nei secoli si sono alternate diverse civiltà. Si sentono le cicatrici delle guerre, ma anche la grande forza di resilienza degli abitanti. E' qualcosa che sento a fior di pelle quando calpesto il selciato o tocco antiche rovine. In 3000 anni chissà quante cose hanno visto quelle pietre, quante guerre, misere, malattie, ma anche gioie, feste o celebrazioni, quante vite ordinarie o straordinarie si sono consumate in quello stesso posto dove mi trovo ora.
    E' evidente che la posizione di Cadice, che è in realtà un'isola fortificata di 13 km, ha sempre fatto gola a molti a partire dai colonizzatori di Tiro interessati al commercio di oro, rame e argento estratto nelle immense miniere del Rio Tinto. Ma pare che nel sud dell'Andalusia ci fosse già un fiorente civiltà, quella di Tartesso. Nuovi ritrovamenti archeologici fanno pensare che prima dei fenici viveva una popolazione indigena al di là delle Colonne di Ercole, di cui parla anche Erodoto.
   Dopo i marinai fenici è arrivato l'impero cartaginese, poi quello romano (c'è un grande teatro), quindi i visigoti, i musulmani e nel 1262 la monarchia cristiana spagnola. Vespucci è salpato da qui nel 1497 per scoprire e saccheggiare il Mondo Nuovo. In seguito ci hanno provato i francesi a conquistare la fortezza di Cadice, ma non ci sono riusciti, anzi hanno provocato una ribellione di uomini liberali che ha prodotto nel 1812 la prima Costituzione spagnola. La Costituzione di Cadice, chiamata La Pepa quando fu poi soppressa nella Restaurazione, è stata firmata dalle Cortes (assemblee dei nobili), nel bellissimo Oratorio de San Felipe Neri.
Museo di Cadice - Sarcofago fenicio femminile. Foto di Maria Grazia Coggiola


   Sarebbe lungo l'elenco delle cose da vedere, e in tre giorni non ho visitato tutto. Cito soltanto due chicche che mi hanno colpito: due sarcofaghi antropomorfi fenici (V secolo AC) conservati nel bel Museo d Cadice, scolpiti con la figura di un uomo e di una donna. Stranamente in quello maschile è stato trovato un corpo femminile e in quello femminile un corpo maschile. Mistero: come lo è anche il luogo del ritrovamento (del sarcofago femminile) solamente nel 1980 sotto la ex casa dell'archeologo che un secolo prima dedicò la sua vita a cercarlo.
La Visione di San Francesco, El Greco, inizi 1600. Foto di Maria Grazia Coggiola


   La seconda chicca è invece un dipinto di El Greco, La Visione di San Francesco, che si trova nella cappella di un vecchio ospedale, l'Hospital de Mujeres. E' una fortuna trovarlo qui perché per molto tempo è stato in giro per esposizioni e poi per restauri. Anche il complesso barocco, che ora è la sede della diocesi, è straordinario, come lo è anche l'idea nel 1973 di aprire un ospedale dedicato alle donne. San Francesco è colpito da un fascio di luce, mentre Frate Leone compare di spalle e conferisce una tridimensionalità all'insieme.
   Tutti questi tesori dimostrano che Cadice era una fiorente città grazie agli scambi (o meglio dalle depredazioni) con le Americhe. Ne sono una prova anche le statue e decorazioni italiane probabilmente commissionati dai ricchi commercianti genovesi che si stabilirono in questa regione.
    Il 14 aprile alle 14 partiva dal porto di Cadice il traghetto di Naviera Armas Trasmediterrànea (ora passata a Balearia), che una volta alla settimana fa rotta verso le Canarie (circa 30 ore la prima tappa a Lanzarote, 40 ore l'ultima fermata a Tenerife). Per risparmiare ho comprato il posto in poltrona, molto simile a quella di un bus, ma per gran parte del tempo sono stata su un comodo sofà nell'area del bar. Di giorno ero sulle sedie a sdraio esterne a scrutare le onde e a leggere. Per la cronaca avevo con me La Coscienza di Zeno di Italo Svevo.  La nave è la Ciudad de Valencia, battente bandiera italiana e con equipaggio italiano. Per tutto il viaggio ci hanno spinto gli alisei, il traghetto era praticamente immobile. Nonostante il vento, corrente e onde in poppa siamo arrivati a Santa Cruz di Tenerife con cinque ore di ritardo a causa di una avaria ai motori avvenuta davanti a Gran Canaria. Alla deriva per cinque ore, circondati da delfini e globicefali, che lusso. 

SLOW TRAVELLING/ Da Londra a Parigi in bicicletta

Torino, 15 dicembre 2023

La scorsa estate ho attraversato mezza Europa in bicicletta in solitaria. Sono partita da Londra a luglio e dopo circa tre settimane e 800 chilometri sono arrivata a Ventimiglia in pieno delirio ferragostano. E' la prima volta che facevo cicloturismo di lunga distanza. Avevo una bici pieghevole Brompton, molto comoda, ma si trattava pur sempre di pedalare per tutto il giorno. Non essendo io per nulla allenata, pensavo peggio, ma le mie gambe hanno retto bene. Nel primo tratto ho seguito la ciclabile Londra-Parigi, chiamata anche Avenue Verte, perchè segue un percorso misto su vecchie ferrovie in disuso, boschi e strade di campagna. Mi è piaciuto cosi tanto che ho deciso di trasfornare il mio diario di viaggio in un ebook. Eccolo! Clicca qui per acquistare il mio Ebook (formato EPUB)

Da Londra a Parigi in bicicletta  - La Avenue Verte - 2022 - Editore Youcanprint (2023)



  

VELA/ Dall'isola di Madera alle Azzorre

"E siamo soli, la mia barca e io. Soli, con il mare immenso, tutto per noi". 
La lunga Rotta (1999), Bernard Moitessier

Horta (isola di Faial), Azzorre - Mercoledi' 21 aprile 2021

Traversata dall'isola di Madeira all'isola di Faial ( Azzorre), 770 miglia nautiche con una barca a vela di 12 metri e tre persone di equipaggio, me compresa.

Domenica 11 Aprile, partenza da Quinta Do Lorde (Madera)
    La partenza e' fissata nel pomeriggio, quando il capitano della barca a vela Ben More (Halberg Rassy 39), lo skipper britannico Bob Coates, torna a bordo dopo aver restituito una macchina noleggiata nei pressi dell'aeroporto. La vettuta e' servita anche a dare un passaggio allo spagnolo Damian che torna alle Canarie dove vive e lavora. Il suo posto, come terzo membro dall'equipaggio, e' stato preso da Andres, portoghese, arrivato ieri in aereo da Porto. Come i grandi esploratori del passato, navighiamo con marinai del posto, che conoscono lingua e usanze locali...In realta' il cambio di equipaggio e' semplicemente dovuto a esigenze di lavoro di Damian che due settimane fa era partito con noi da La Gomera, poi Tenerife, Gran Canaria e da li' in traversata a Madera (raccontata nel mio precedente post). Non tutti hanno la fortuna di avere tutto il tempo a disposizione come nel mio caso.


   La finestra meteo e' ottima. Almeno due giorni di vento da ovest/sudovest. Le Azzorre sono a 670 miglia nautiche a nord west di Madera. Quindi vento in poppa o portante, in termini nautici, la gioia di ogni velista. Il piano di rotta prevede 5 giorni di navigazione a una media di 5,5 nodi. Sulla base di questa velocita' e tenendo presente la corrente delle Azzorre che va verso sud (secondo le carte nautiche e' di circa mezzo nodo), ho calcolato il piano di rotta. Il vento da SO e' dovuto al passaggio di una depressione atlantica che temporanemente ha preso il posto del noto anticiclone delle Azzorre. Passata la bassa pressione si prevede un paio di giorni di bonaccia e poi vento da nord, quindi contro. Sulle previsioni che superano 72 ore, tuttavia, non si fa molto affidamento.

VELA/Traversata da Gran Canaria a Madera

Isola di Madera (Portogallo), mercoledi' 7 aprile 2021

   Questa e' la cronistoria del mio viaggio da Las Palmas (Gran Canaria) all'isola di Madeira (Portogallo) su una barca a vela di 12 metri appartenente a uno skipper britannico, Robert Coates, che sta tornando a casa dopo aver passato l'inverno alle Canarie. Con me come equipaggio c'era anche Damian, uno spagnolo aspirante velista.
La traversata e' stata di circa 290 miglia nautiche ed e' durata 62 ore, in condizioni meteo molto favorevoli e senza nessun problema di rilievo. Si puo' dire che e' stata una rilassante crociera pasquale nell'oceano Atlantico.


Las Palmas (Gran Canaria), sabato 3 aprile 2012 - Aspettando l'esito del test Covid
    Per il periodo pasquale le autorita' delle Canarie hanno imposto diverse restrizioni alla circolazione delle persone per evitare i contagi di Covid-19, tra cui il divieto di spostarsi da un'isola all'altra e il coprifuoco notturno a partire dalle 22. Ma il lungo mare del Las Canteras e' affollato come non mai di famiglie, coppie e giovani che praticano sport oppure occupati nel classico 'struscio' del sabato pomeriggio. Se non e' per le mascherine che tutti indossano, si puo' quasi dimenticare che siamo nel mezzo di una pandemia globale.


   La nostra barca, una Halberg Rassy 39, una 'signora' dei mari, che ha vinto anche diverse regate nel canale della Manica, e' ormeggiata al Muelle Deportivo, la enorme marina di Las Palmas, una distesa infinita di alberi e sartie con bandiere di tutto il mondo. Il pontile che ci hanno asssegnato e' il 'T', quello piu' lontano dai bagni e dai negozi. Il capitano Bob ha chiesto se era possibile spostarsi in un diverso ormeggio, dato che una trappa a poppa era pure rotta, ma invano. Dall'ufficio, anche quello raggiungibile solo con una lunga camminata, gli hanno detto che era tutto occupato. Strano perche' qui e' tutto pieno solo a ottobre e novembre quando parte la regata della ARC, la famosa traversata ai Caraibi a cui partecipano circa 300 velieri in diverse sezioni competitive e non competitive. Per l'occasione i clienti abituali della marina sono costretti ad ancorare le loro barche in una baia adiacente per far posto ai regatanti.
   La partenza per Madera, o Madeira in portoghese, non e' stata fissata. Aspettiamo l'esito del test Covid molecolare (PCR lo chiamano) necessario por entrare in Portogallo. Lo abbiamo fatto ieri in una clinica privata al costo di 90 euro. E' stato abbastanza invasivo, sono tornata con una narice dolorante. Appprofitto dell'attesa per mettere a punto il 'passage planning', il piano di rotta utilizzando tutti gli strumenti e le conoscenze che ho acquisito nel mio esame di teoria RYA per diventare 'yackmaster' . Lo faccio solo per esercizio personale, perche' e' lo skipper a decidere la rotta. Bob e' un 'navigato' marinaio, ha solcato i mari di tutto il mondo compreso l'oceano del Sud, e la sua barca e' stata progettata e attrezzata per l'oceano. Per lui le 280 miglia per Madeira sono poco piu' di una passeggiata. Le previsioni inoltre indicano vento leggero e la quasi assenza degli alisei di Nord Est temporanemente interrotti da un sistema di basse pressioni.

SLOW TREKKING/ La Gomera – Da Chorros de Epina al villaggio di Arure

La Gomera, 23  dicembre 2020 

  La Gomera, una delle più piccole delle isole Canarie, è la mia preferita per il trekking. Ha una serie impressionante di sentieri per tutti i gusti e tutte le gambe. A differenza del resto dell’arcipelago, non “possiede” un vulcano e non si conoscono attività sismiche, anche se i suoi picchi multicolori e multiformi sono frutto di chissà quale tipo di movimento della crosta terrestre milioni di anni fa. Leggo che l’isola ha 18 milioni di anni e che le “piramidi” o “colonne” di roccia che caratterizzano il suo paesaggio sono state causate dalla lenta fuoriuscita del magma e che poi nei secoli sono state modellate dall'erosione del vento.
   I paesaggi sono molteplici, si va dalle immense scogliere alle foreste pluviali, dai prati e bananeti a canyon con strapiombi, ognuno con un microclima diverso. Camminando si attraversa tutta questa varietà di ecosistemi.
   Il cammino che ho percorso è da Chorros de Epina, un cucuzzolo dove c’è una fontanella magica (ne avevo parlato in questo post) fino al villaggio di Arure, passando per il villaggio di Alojera, nell’ovest dell’isola. Sulla mappa dei sentieri dell’Ufficio Turistico (www.lagomera.travel) è indicato come numero 10, lunghezza 8.7 km, circa 3 ore, con un dislivello di 600 metri in salita e altrettanti a scendere. Come sempre l’indicazione del tempo di percorrenza è forse basata su esperti camminatori…meglio sempre calcolare una ora in più. La difficoltà indicata è “media”, ma nell'ultimo tratto diventa decisamente ardua, secondo me. Il trekking fa parte della rete di sentieri chiamata GR-132 ed è indicato con questo numero. 
   I primi quattro km sono in discesa lungo una vallata verdissima che scende dal parco naturale di Garajonay, la foresta di lauro. Ci sono dei prati, sembrano dei pascoli, fichi d’india e qualche palma canaria, Phoenix canariensis, impiegata per produrre il miele di palma estratto dal “guarapo”, la linfa. Lo sciroppo di palma è simile allo sciroppo d’acero prodotto in Canada. Ci sono anche diversi arbusti, che crescono in montagna, alcuni profumati, tipo lavanda, di sicuro specie endemiche, ma la mia ignoranza in botanica è abissale.


   La discesa termina  a fondovalle, nel villaggio di Alajera, praticamente sulla costa, che è esposta ai venti del nord. Purtroppo c’è stata una edificazione selvaggia intorno al villaggio e parte del sentiero finisce in terreni privati. A un certo punto è interrotto da un cancello e gli abitanti del luogo non sembrano gradire troppo i turisti che sconfinano. Un grande pannello che indicava il sentiero e anche dava informazioni su fauna e flora è stato spianato da una ruspa. Insomma evidentemente c’è qualche problema.
    Un po’ a fatica  ho ritrovato il sentiero (GR 132) in direzione di Arure, tre chilometri appena, ma al di la’ di una vallata. Pensavo il cammino scendesse nel fondovalle per poi risalire, invece si inerpica intorno a una “torre”, un monolite, che mi ricorda le Meteore vicino a Salonicco, in Grecia. Le pareti di roccia sono scavate dall'erosione e formano dei curiosi bassorilievi.

    La difficoltà non è eccessiva, perché la salita è abbastanza graduale, però non bisogna soffrire di vertigini….
    Si arriva a una cappella (ermita di San Salvador) e a un belvedere, che domina sul piccolo borgo di Taguluce, accollato a un dirupo tra palme e “benedetto’ da una sorgente che ha permesso nei secoli l’insediamento e le coltivazioni.

SLOW TRAVELLING/ La mia traversata Atlantica

Gran Canaria, 31 gennaio 2020


   "Perché si decide di affrontare una traversata atlantica a vela, impiegandoci mesi, quando in poche ore di aereo si possono raggiungere gli stessi posti?
Perché è il viaggio che conta, la meta serve solo a ricordarci che anche l’oceano, quell’oceano che ci sembra infinito e indomabile nelle notti di navigazione, finisce.
Perché si vuole affinare la nostra capacità di andare a vela, si vuole diventare marinai migliori, persone più forti, mettersi alla prova, imparare a prendere decisioni velocemente e sotto pressione. Non importa quale sia il motivo che vi spinge, sarà un’esperienza che non dimenticherete mai.” – 

Omero Moretti, 39 traversate atlantiche

   Ho letto che la traversata dell’Atlantico è il punto d’arrivo, l’esperienza culminante e anche il sogno più grande di ogni velista. Io ci sono arrivata all’inizio della mia “carriera marinara”, un po’ tirata per i capelli, consapevole di non essere all’altezza, ma sicura di compierla con un capitano di grande esperienza, il mio maestro di vela Keith Riley e su una barca, la sua, il Kinetic, che per mesi ha meticolosamente preparato per la navigazione oceanica.
L'arrivo a Sint Maarten (Antille Olandesi) il 24 dicembre 2020

   Detto ciò ci vuole ovviamente una piccola dose di incoscienza e la consapevolezza di accettare imprevisti e rischi che una navigazione di oltre 3 mila miglia comporta inevitabilmente. La preparazione è essenziale, ma ovviamente non serve a garantire un successo assoluto. Alla fine ci si improvvisa, ci si arrangia, ci si inventa per sopravvivere al meglio. Ed è qui che l’esperienza di un bravo marinaio entra in gioco.
   Prima di partire ho consultato un po’ di letteratura sull’argomento, tra cui Your First Atlantic Crossing di un certo Les Weatheriff, un manuale della traversata, che però è servito più che altro ad aumentare la mia paura. Non ho vergogna ad ammetterlo, ma quando siamo salpati dal porticciolo di Mogan, nel sud di Gran Canaria, mi sono chiesta onestamente se mai un giorno sarei ritornata a terra a a rivedere la mia amata barca che ho lasciato li' ormeggiata. E invece eccomi qui a scrivere dell’avventura, ancora incredula che abbia avuto il coraggio di fare una simile impresa.

Slow Travelling/ Alla scoperta della via Emilia


Parma, 28 luglio 2019

   Ammetto di conoscere poco l’Italia, di sicuro ho viaggiato più in Tamil Nadu che nell’Emilia Romagna. Ma la mia passione per lo ‘slow travelling’ fa sì che qualsiasi posto che attraversi, anche la parte più industrializzata della Pianura Padana, si trasformi in una affascinante scoperta di luoghi e di persone.

   Si prenda la via Emilia, per esempio. Una delle famose strade consolari romane che va da Piacenza a Rimini. Già contraddice il famoso detto “tutte le strade portano a Roma” perché inizia dall’avamposto romano di Ariminum (Rimini), dove finisce la Flaminia, che è di qualche decennio prima. E poi, a leggere la storia, sembra essere stata determinante per il successo dell’impero romano perché’ ha segnato la conquista del bacino del fiume Po, quello che era la Gallia Cisalpina. Il che ha significato terra fertile e acqua in abbondanza per l’espansione colonialistica di Roma.
   Sto leggendo in questi giorni “Prisoners of Geography” del giornalista Tim Marshall, dove la storia del successo (o insuccesso) degli Stati viene letta attraverso la lente della geografia, cioè della presenza di montagne, fiumi o terre fertili. E si capiscono molte cose del mondo di oggi.
   La stessa lettura la si puo' applicare alla arteria fatta costruire nel primo secolo avanti Cristo dal console Marcus Aemilius Lepidus. L’anno di completamento sarebbe stato esattamente il 187 AC. In quella data sono state fondate anche le principali città lungo la strada, come Imola, Bologna, Modena, Reggio nell'Emilia, Parma, Fidenza e Piacenza Come è ben noto, i romani spedivano coloni a prendere possesso delle nuove terre, o semplicemente ci mettevano i soldati che le avevano conquistate, dopo aver costruito le infrastrutture di base, ovvero strade, ponti e acquedotti.
    La via Emilia, che sullo stradario e' la SS9, ancora oggi ripercorre lo stesso tracciato per 260 km. Tutta in pianura, costeggia l’Appennino, attraversa diversi affluenti del Po. C’è ancora un ponte in piedi, il ponte di Tiberio a Rimini, mentre un altro, il ponte di Teodorico, è venuto alla luce durante scavi in una via di Parma.
    Dopo 2 mila anni il tracciato della via Emilia è servito per costruire nell’Ottocento la ferrovia Milano-Bologna e poi l’autostrada A1. Il territorio che attraversa, l’Emilia Romagna, è la più ricca regione italiana insieme alla Lombardia. Ed e' anche una mecca eno-gastronomica. Chissà se una analoga strada consolare tra Salerno e Reggio Calabria avrebbe potuto cambiare i destini del Meridione.
   Oggi nessun automobilista o motociclista si sogna di percorrere tutta la via Emilia quando con l’autostrada di fianco si risparmia tempo e anche le multe degli autovelox dei centri urbani. Io l’ho fatta in moto alla media di 50-60 km all’ora, nei picchi dell’ondata di caldo africano di questi giorni, fermandomi a ogni bar Sport per una sosta rinfrescante, ed è stato abbastanza avventuroso. Oltre che affascinante per l’idea di percorrere fisicamente su due ruote un pezzo di storia millenaria.

Due giorni sul Goa Express, il piacere dello 'slow travelling'

New Delhi, 19 febbraio 2017 

   Come dice un mio caro amico viaggiatore, il modo migliore per conoscere l'India é viaggiare in treno. Sono appena arrivata da un viaggio di 40 ore, due notti, un giorno e un pomeriggio sul Goa Express, il treno dei vacanzieri (di quelli che non possono permettersi l'aereo) e delle gite scolastiche. Io l'ho preso innanzitutto perché detesto volare e anche perché con me viaggiava la mia moto. E poi perché è decisamente compatibile con la mia filosofia dello 'slow travelling'.

   Come è stata? A parte il 'mal di treno', un dondolio sotto i piedi, che rimane anche quando si scende, devo dire che alla fine il tempo passa abbastanza in fretta.
Sono partita da Margao venerdì alle 15.45, puntuale e sono sbarcata alla stazione di Nizammudin alle 7.30 di domenica con un ritardo di un'oretta. Non male per un viaggio di oltre 2 mila chilometri. Ho calcolato che il Goa Express fa un media di 55 km all'ora con punte di 100 km. Ma quando va veloce, di notte soprattutto, la carrozza ondeggia violentemente e non e' decisamente conciliante con il sonno.
   Ho viaggiato nella 'sleeper class' che é  come la nostra vecchia terza classe. I sedili, che si trasformano in cuccette di notte, erano un po' duri ma dopo le panche di legno del Vietnam mi sembravano confortevoli. Non sono fornite lenzuola e cuscino come nelle altre classi superiori. Non c'è aria condizionata, ma solo i ventilatori, ma tanto non fa ancora caldo. E poi, quello che conta di più' per me che sono claustrofobica, si possono aprire i finestrini. Fin troppo...direi, perché di notte ho patito il freddo per via degli spifferi. Avevo il sacco a pelo e una giacca a vento con il cappuccio, ma non sono bastati. Ma difficilmente riesco a dormire nelle cuccette dei treni. Il grosso problema è che immancabilmente qualcuno russa. E' incredibile come gli indiani riescano a dormire profondamente, russando appunto, per una intera notte.
    Il giorno trascorre tranquillo in letture di riviste e libri (mi sono immersa nell'Accabadora di Michela Murgia) e una infinita serie di chai, caffelatte, samose, yogourt, omelette, lassì e perfino gelato dai venditori ambulanti che passano ogni minuto. Dopo un po' si e' talmente nauseati di 'chai' che manco si ha fame. Una sola sera ho fatto un pasto decente, un riso biryani, che ho comprato quando sono scesa. Sì, perché il bello è che nelle stazioni,  27 per la precisione, il treno sosta per 10 minuti, a volte anche di piu' e quindi c'è tempo di riempire la bottiglia d'acqua, comprare da mangiare e soprattutto sgranchirsi le gambe.
    Per fortuna sono riuscita a prenotare un posto vicino al finestrino e quindi spesso ero in contemplazione del paesaggio che cambiava sotto i miei occhi. Dalle foreste lussureggianti di Goa e del Madhya Pradesh, agli aridi campi di cipolle del Maharashtra, per poi svegliarsi vedendo file di uomini cagare accovacciati sui binari in Rajasthan (abitudine diffusa in tutto il Nord India).  Non ho visto Pune e non ho visto Agra, perchè era notte, ma sono scesa a fare due passi nella stazione di Bhopal. Nel mio scompartimento c'erano cinque giovani della middle class di New Delhi, quasi tutti sposati con figli, reduce da una settimana di vacanza a Goa in cui se la saranno sicuramente spassata.  Ogni tanto mettevano la musica a tutto volume con gli speaker esterni, ma mi chiedevano sempre il permesso prima. Hanno sempre ordinato i loro pasti on line su un sito che si chiama 'travel khana', una idea geniale che permette di avere piatti caldi consegnati direttamente sul proprio treno.
   Quando si viaggia in treno si fa anche conversazione, è un ottimo passatempo. Con i miei co-passeggeri ho parlato molto di politica, loro erano tutti del Bjp. Ma quando buttavano i rifiuti fuori dal finestrino (cosa che dopo un po' facevo anche io) mi divertivo a prenderli in giro ricordando loro il programma governativo Swacch Bharat (India Pulita), uno dei cavalli di battaglia del premier Narendra Modi, loro beniamino.
   A questo proposito, devo dire che il livello di pulizia del treno era abbastanza buono, considerando gli standard indiani. I miei primi viaggi in treno in India, una decina di anni fa, erano davvero da incubo, con topi sotto i sedili e gabinetti intasati dopo un'ora di viaggio. Dopo 40 ore e con il treno strapieno di gente, le turche erano ancora decenti e perfino con acqua corrente. Se si considera che ho pagato 750 rupie, poco più che dieci euro, mi è sembrato più che accettabile... 

Slow Travelling/ Da New Delhi a Kochi e l'elogio della lentezza

Kochi 8 marzo 2014

Sono partita da New Delhi la notte del 24 febbraio e, “lentamente, molto lentamente” sono arrivata oggi a Kochi a riprendere la moto e con essa il mio viaggio lungo la Malabar Coast.
La citazione e’ dall’ultima favola di Luis Sepulveda “Storia di una lumaca che scopri’ l’importanza della lentezza” e che mi ha fatto compagnia durante le ore in treno.
La lumachina di Sepulveda che viaggia alla ricerca di se stessa e’ veramente coraggiosa perche’ lascia la sicurezza del Paese del Dente di Leone e non ha paura di essere “diversa” dai suoi simili. E alla fine, con l’aiuto di altri esseri viventi lenti come lei, non solo trova il suo nome, Ribelle, ma anche salva la vita le compagne lumache. Un elogio della lentezza, della solidarieta’ e della liberta’ di pensiero...
Cosi’ dopo essere arrivata con un Volvo bus (troppo veloce) a Jaipur, e fatto pausa dal mio amico Calogero, ho preso un treno per Mumbai che in piena notte si e’ imbattuto in un temporalone che lo ha rallentato ulterirmente. Sono arrivata verso le nove a Mumbai central e ho trascorso una lentissima giornata a passeggiare con l’audio guida al bel museo del Princes of Wales (che si chiama ora Chhatrapati Shivaji Maharaj Vastu Sangrahalaya) e poi al Gate of India per finire con la birra al Leopold dove ci sono ancora i segni dei proiettili dell’attacco terroristico del novembre 2009. La memoria e’ lenta a svanire.
Alla mezzanotte sono salita su un altro treno notturno per Goa, pieno di chiassosi vacanzieri, che mi ha depositato a Margao di buon mattino. Nell’ex colonia portoghese, mi sono fermata per il Carnevale e per immergermi di nuovo nel caldo abbraccio del mare Arabico, in quel paradiso di spiaggia che e’ Palolem ora che non ci sono molti turisti. 

 Con un altro treno notturno, a passo d’uomo quasi, sono scesa lungo la costa del Malabar, tra decine di chai e banane fritte. Ogni tanto, quando il treno si fermava in una stazione, scendevo per sgranchirmi  le gambe o bere un po' d’acqua fresca. A meta’ mattinata, il treno sembrava  un bazar, con ambulanti che vendevano orecchini, braccialetti, persino dei semi di piante di pomodoro.

Sono arrivata alla Ernakulam Junction felice come una Pasqua, ho preso il ferry per Fort Cochi, poi a piedi fino al Padakkal Hotel...e lei era li’ in un angolo ad aspettarmi un po’ impolverata. La mia moto.